Maturità, il MIUR contro smartphone e Internet

Minervino

APPROVATO!

Con una circolare, il MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) ha stabilito alcune regole da applicare durante gli esami di maturità che vale la pena conoscere.

La prima riguarda l’uso di dispositivi tecnologici:

è assolutamente vietato, nei giorni delle prove scritte, utilizzare a scuola telefoni cellulari, smartphone di qualsiasi tipo, dispositivi di qualsiasi natura e tipologia in grado di consultare file, di inviare fotografie ed immagini, nonché apparecchiature a luce infrarossa o ultravioletta di ogni genere

Quindi niente telefonini, ne’ smartphone, niente tablet ultrasottili, ma anche niente videocitofoni, lampade abbronzanti e rilevatori di banconote false, per dire (apparecchiature a luce infrarossa o ultravioletta di ogni
genere). Battute a parte, il divieto di usare dispositivi di qualsiasi natura e tipologia in grado di consultare file è praticamente onnicomprensivo (anche se, per esserlo davvero, avrebbero dovuto scrivere “qualunque altra diavoleria tecnologica”) e quindi vale anche per gli smartwatch, benché non siano menzionati in modo specifico.

Inoltre:

è vietato l’uso di apparecchiature elettroniche portatili di tipo palmare o personal computer portatili di qualsiasi genere in grado di collegarsi all’esterno degli edifici scolastici tramite connessioni wireless, comunemente diffusi nelle scuole, o alla normale rete telefonica con qualsiasi protocollo

Chi pensava di portarsi un notebook da tenere ben nascosto sotto il banco, dunque, è avvertito. Non si può fare. Ma non è tutto:

Nel corso dello svolgimento delle prove scritte dovrà essere disattivato il collegamento alla rete Internet di tutti gli altri computer presenti all’interno delle sedi scolastiche interessate dalle prove scritte.
Saranno, altresì, resi inaccessibili aule e laboratori di informatica.
Inoltre, al fine di garantire il corretto svolgimento delle prove scritte, la Struttura Informatica del Ministero vigilerà, in collaborazione con la Polizia delle Comunicazioni, per prevenire l’utilizzo irregolare della rete INTERNET da parte di qualunque soggetto e delle connessioni di telefonia fissa e mobile.

Cinguettii presidenziali

ObamaClintonIronico siparietto tra Barack Obama e Bill Clinton. Se Twitter fosse esistito negli anni ’90, quel @FLOTUS sarebbe stato di Hillary Clinton, che invece si candida ad accaparrarsi l’account @POTUS.

 

Chi abbocca è perduto (phishing più che maldestro)

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Dei vari esempi di phishing maldestro che mi è capitato di segnalare, questo è forse quello che annovera il maggior numero di campanelli d’allarme, che dovrebbero indurre un utente a cestinare il messaggio senza pietà, e che dovrebbe far escludere ogni possibilità di cascare in un tranello così evidentemente truffaldino:

  1. Poste Italiene anziché Italiane (peraltro diffusissimo, trito e ritrito)
  2. Mittente evidentemente farlocco (Generali?)
  3. “Ciao Cliente” lo dici a tua sorella
  4. “Uni 12 mesi” forse stava bene in bocca a Sbirulino
  5. Scaricare e compilare il modulo allegato… e poi, che farne? Cestinarlo?
  6. La partita IVA indicata non è di Poste Italiane (ah già, queste sono Italiene)

Al netto di questi segnali, resta fermo il fatto che Poste Italiane non invierà mai un messaggio di questo tipo ai propri utenti. Quindi non cedete alla tentazione di cliccare sull’allegato (file in formato html) ed eliminate il messaggio dalla vostra mailbox.

Qualcuno starà pensando “ma chi ci casca”? Tanti. Troppi. Il Data Breach Investigations Report (DBIR) 2015 di Verizon spiega che nel 2014, il 23% dei destinatari ha aperto mail dal contenuto truffaldino e l’11% ha cliccato sugli allegati. Tanti. Troppi.

Milano, c’è parcheggio? Online i posti disponibili (ma non tutti lo sanno)

Ieri, mentre mi compiacevo della novità annunciata da ATM sul biglietto virtuale via QR Code, su Twitter si consumava questa tragedia comunicativa:

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Effettivamente sul portale muoversi.milano.it, addirittura in homepage, viene pubblicata in tempo reale la situazione dei posti disponibili dei principali parcheggi di interscambio, e in un paio di clic è possibile ottenere informazioni su altri parcheggi della città. Per fortuna almeno il Comune è in grado di segnalarlo, anche al gestore dei parcheggi.

 

 

di db Inviato su news

Milano, sui mezzi pubblici si sale con il QR Code

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A Milano, dal 1° maggio, con un QR Code sarà possibile salire sui mezzi pubblici. Lo annuncia ATM:

Per la prima volta in Italia, il ticket acquistato con lo smartphone aprirà il tornello della metropolitana grazie al QR Code, la tecnologia che permetterà la convalida di questo biglietto virtuale. Attraverso la APP ATM MILANO, o anche con un semplice SMS, i possessori di un telefono di nuova generazione, dopo aver acquistato il titolo di viaggio, riceveranno un QR Code che servirà ad aprire i tornelli del metrò e a viaggiare sui mezzi di superficie senza necessità di ulteriore convalida.

Da ATM arriva inoltre una precisazione non scontata, i viaggiatori non conformi dovranno rimanere analogici e cartacei:
Per entrare in metropolitana, sarà sufficiente accostare l’immagine del QR Code che compare in primo piano sul display dello smartphone dopo aver effettuato l’operazione d’acquisto, al lettore del tornello. (NB: lo schermo del telefono deve essere integro. Nel caso in cui fosse danneggiato, impedendo la leggibilità del QR Code, si dovrà stampare il biglietto cartaceo dai distributori automatici presenti in stazione, inserendo il codice (PNR) ricevuto dopo l’acquisto del biglietto.)
Da me arriva invece un’altra precisazione. Il comunicato ATM recita:
Nessuna carta di credito. Nessun borsellino elettronico. Nessuna registrazione. Basta un sms o l’attivazione della APP ATM MILANO per poter viaggiare con comodità sui mezzi di superficie e in metrò.
Tuttavia, chi utilizza l’App è bene che sappia che i biglietti si pagano via PayPal o Carta di Credito.

Facebook: scusate, abbiamo tracciato anche chi non è nostro utente

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Non avevano tutti i torti, quei ricercatori dell’Agenzia Belga per la protezione dei dati personali, nel denunciare Facebook per aver tracciato con disinvoltura le attività online di utenti iscritti e non iscritti al social network mediante i cookies. I dati – hanno spiegato i ricercatori – venivano raccolti durante la lettura di post pubblici.

Facebook, con l’intento di smentire l’accusa di aver violato le leggi sulla privacy, ha sostanzialmente ammesso la raccolta di informazioni, precisando che la causa risiede in un bug. Be careful!

Cinguettare con rancore

Se ti chiami Paola, fai la giornalista e parli di sport, stai attenta a Twitter:

P.S: notevole la difesa di Massimo Gramellini nei confronti di Paola Saluzzi:

In ogni caso gli ha dato dell’imbecille su Twitter, non in televisione. E per lavoro non si occupa neanche di sport. In ogni caso gli ha dato dell’imbecille su Twitter, non in televisione. E per lavoro non si occupa neanche di sport. Il suo era il commento di un’utente tifosa, non di una giornalista nello svolgimento delle proprie funzioni, a meno di volere affermare che su Twitter ciascuno rimane incastrato al proprio ruolo pubblico: commerciante, notaio, dentista, artigiano.  

Era davvero un commento non giornalistico, ce ne siamo accorti tutti. Ma – per fortuna o purtroppo – su Twitter ognuno rimane ciò che è, e questo vale soprattutto per chi svolge un mestiere pubblico, da cui deriva una notevole visibilità. 64mila follower non sono un’enormità, ma nemmeno pochi: basta qualche retweet per moltiplicare la platea di un pensiero di 140 caratteri. E’ questa propagazione che può amplificare l’impatto di un tweet, trasformandolo in un boato che risuona anche in altri ambiti. Questo episodio ne è la dimostrazione.

Effetti social-collaterali di un fatto di cronaca

In seguito ad un fatto di cronaca si possono verificare cose senza senso, eventualità che – agli occhi di una persona dotata di senno -appaiono come incomprensibili. La strage al tribunale di Milano di ieri ha avuto qualche spiacevole effetto collaterale, favorito dai social network:

  • Al TG1 (la testata giornalistica del primo canale della TV di Stato) allo scopo di corredare i propri servizi con immagini pertinenti, hanno cercato su Facebook il ritratto del “killer”. Su cosa hanno basato la ricerca? Sul suo nome. Così hanno preso l’immagine del primo profilo personale che hanno trovato e l’hanno sbattuta in onda. La foto è stata poi ripresa anche da La vita in diretta (trasmissione di Rai Uno che si autodefinisce “rotocalco giornalistico serio ed effervescente di storie e facce”). Ah, la foto trovata su Facebook era il ritratto di un omonimo agente di polizia (applausi).
  • Altre persone, invece, hanno pensato bene di creare – sempre su Facebook – alcune discutibili  (diciamo così) pagine di discussione, riscuotendo consensi peraltro notevoli:PagineFBgiardiello

Ad entrambe le categorie di persone, auguro di trovare al più presto un lavoro appagante. Così almeno riusciranno a fare qualcosa di utile e smetteranno di utilizzare i social network per fare cretinate.

Super fibra, a tempo determinato

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Le offerte commerciali di servizi telefonici e di connettività devono sempre essere lette con attenzione e comprese. L’esempio che riporto è relativo alla presentazione di una di questa offerte (legata all’inserimento dell’indirizzo presso cui si intende chiedere il servizio, con numero telefonico) che “solo online, solo per oggi” offre la Super fibra a 300 Mbit in download e 20 Mbit in upload solo per un periodo di 12 mesi, dopo il quale si verrà rallentati a 20/10 Mbit.

Al netto di un errore, a me sembra un tantino demotivante. A voi no?

WhatsApp, chiamate attive (ma evitate le bufale)

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Gli utenti di WhatsApp da oggi possono anche chiamarsi, almeno da smartphone Android (per gli altri è necessario pazientare ancora qualche giorno).

L’attivazione della nuova opzione è automatica e avviene con l’ultimo aggiornamento utile, non più su invito. Tutte le comunicazioni a catena che invitano a cliccare su link e a girar messaggi e inviti ad altri utenti sono bufale truffaldine, da cestinare senza remore.

P.S: a margine della notizia, vorrei smorzarne il carattere rivoluzionario ricordando – a chi oggi scopre il VoIP – che Skype, ad esempio, esiste dal 2002 e permette chat, chiamate e videochiamate. E prima di WhatsApp sulle chiamate erano arrivati da tempo Viber e soprattutto BBM (app BlackBerry con le medesime funzionalità, disponibile anche per iOS e Android)

Paradossi teutonici

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Nella Germania efficiente e maestra di rigore, un dipendente non idoneo a svolgere il proprio lavoro – potrebbe trattarsi di un pilota di aerei di linea, che nella propria giornata lavorativa ha la responsabilità di centinaia di vite umane – può trattenersi il certificato medico di non idoneità al lavoro, nasconderlo a casa propria e farne carta straccia senza presentarlo al proprio datore di lavoro.

Nell’arretrata Italia, il medico – che rileva il problema di salute di un lavoratore dipendente – trasmette una copia digitale del certificato all’INPS, che a sua volta la trasmette al datore di lavoro, evitando ogni discrezionalità.

Forse c’è da ripensare qualcosa.

Facebook attiva il suo money-transfer

Facebook Messenger è pronto ad offrire ai propri utenti un vero e proprio servizio di money transfer e fare concorrenza a sistemi di pagamento online come PayPal: con la nuova opzione sarà possibile effettuare transazioni tra utenti dell’app che siano anche titolari di una carta di debito, i cui dati devono ovviamente essere memorizzati.

Il servizio è al momento disponibile solo per utenti di carte di debito MasterCard o Visa emesse negli Stati Uniti e si basa sulla stessa piattaforma di pagamento che Facebook utilizza per gestire le transazioni con gli inserzionisti pubblicitari. Non è un caso che il responsabile di Messenger sia oggi David Marcus, già presidente proprio di PayPal.

Concettualmente non è molto diverso da quanto è possibile fare già oggi con servizi come ClickandBuy (attraverso l’applicazione Buxter) o alcune banche (ad esempio Banca Sella, che anziché prevedere la carta di debito lavora direttamente con l’IBAN del conto corrente), sembra anzi che Facebook abbia pensato di entrare in prima persona in un settore di mercato già aperto da terze parti.

Assenza di commissioni, connessioni sicure, dati crittografati sono i vantaggi dichiarati del servizio attivato dal social network. Che, visto che per gli utenti sarà a costo zero, la domanda è: chi glielo fa fare, a Facebook, di attivare questo servizio?

In altri termini: dov’è la convenienza nel fare da intermediario in questo sistema di pagamento peer-to-peer? Se il servizio rimanesse a questo livello, la convenienza non si intravedrebbe… Ma questo potrebbe essere solo il primo step di un progetto più ampio, in cui Facebook preveda – più avanti – altre opportunità. Ad esempio potrebbe consentire agli utenti di effettuare acquisti online direttamente da un negozio virtuale aperto dagli inserzionisti del social network, che potrebbero quindi essere incentivati ad estendere la propria presenza pagata su Facebook.

Un business vero. Un altro mondo, rispetto ai Facebook Credits!

Google Plus, Google Minus

Immagine originale tratta da: http://smallbiztrends.com

Nemmeno a Google tutte le ciambelle riescono col buco e il social network Google+ (Google Plus) non risulta appunto tra i progetti meglio riusciti del gruppo di Mountain View. i continui rimaneggiamenti del servizio ne sono la prova, ma le ultime notizie – a conferma di alcuni rumors in circolazione da tempo – sembrano preannunciarne la morte: le tre componenti Stream, Foto e Hangouts verranno presto scorporate per costituire servizi indipendenti.

Poco manca ad un annuncio di morte clinica di Google+. E non per dire ve l’avevo detto, ma in effetti ve l’avevo detto: è nato troppo tardi per fare concorrenza a Facebook senza avere reali caratteristiche distintive e, per come è stato realizzato ed evoluto (poco), non può che rimanere molte lunghezze alle spalle del leader, nonostante vanti comunque ammiratori che ne decantano intuitività e immediatezza (senza considerare che sono moltissimi gli utenti che risultano iscritti a Google+ senza nemmeno conoscerne l’esistenza, perché in molti si iscrivono ad un qualunque servizio Google acconsentendo ad agganciare il proprio account al social network).

“L’ho letto su Internet” è il nuovo “L’ho sentito in TV”

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Quando una persona ostenta la conoscenza di un argomento dicendo “l’ho letto su Internet” o “ho fatto una ricerca su Internet” non sta dicendo niente. Anzi, corre il rischio di indurre il suo interlocutore a pensare che si sia informato male, o abbia letto delle gran panzane. Perché è peggio di “l’ho letto su Focus”.

Internet non è una fonte. Internet è la rete che connette tra loro le reti di computer e grazie al World Wide Web – il servizio che consente di navigare e approdare ovunque – è possibile reperire informazioni sia da fonti attendibili quanto da siti farciti di fuffa.

Su Internet le fonti sono estremamente eterogenee, perché il network è accessibile a chiunque (utenti di qualunque tipo) e consente di pubblicare ogni genere informazioni, a vario titolo. In quel chiunque ci sono quelli che si documentano, gli autori di Wikipedia, dell’Enciclopedia Britannica, della Treccani, ma anche della Quattrogatti e di altre fonti che pubblicano bufale, notizie false e informazioni non controllate. Dalle testate giornalistiche autorevoli ai fabbricanti di bufale.

A fare la differenza sono la qualità delle informazioni e la qualità della ricerca. Per avere la prima è necessario che le informazioni siano attendibili e provengano da fonti autorevoli. La seconda è data dalla capacità di riconoscerle. Quindi, anziché dire “Ho fatto una ricerca su Internet“, data la notevole pluralità di informazioni presenti, è opportuno dichiarare da quali fonti provengono.

C’è stato un tempo in cui la TV ha esercitato un’enorme influenza sul tessuto socio-culturale, al punto che frasi come “l’ho sentito in TV” o “l’ha detto la televisione” erano sufficienti a dare una sommaria conferma di attendibilità ad una notizia riportata. La progressiva moltiplicazione dei canali, dei protagonisti e degli interessi che gravitano attorno al mondo televisivo ha fatto perdere solidità a questa convinzione (che comunque resta radicata in molte persone), ulteriormente minata dall’avvento delle nuove tecnologie di comunicazione. I tempi sono cambiati e questa polverizzazione, su Internet, è ancora più fine.

Quindi, è necessario porre attenzione a ciò che si legge su Internet. Sempre.

eFax Report, non cliccate quel link!

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Se avete ricevuto un messaggio simile a quello qui riportato che appare come un incoming fax report, non cedete alla tentazione di cliccare su Download Fax e cestinatelo. Se siete clienti del servizio eFax e volete proprio controllare, niente scorciatoie: accedete al vostro account aprendo il browser e digitando l’indirizzo internet del sito del servizio.

Nel mio caso, il messaggio porta ad un sito web che fa capo ad un indirizzo turco, che non ha esattamente l’aspetto del servizio indicato:

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