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Redditi online e istituzioni offline

03 Mag

La pubblicazione su Internet dei redditi 2005 degli italiani da parte dell’Agenzia delle Entrate era destinata a suscitare polemiche e contropolemiche fin dalla sua nascita, ma nell’arco di un ponte (quello del primo maggio), questo “destino” è riuscito a superare le più nefaste aspettative: era prevedibile che l’iniziativa – ancorché fondata sull’articolo 69 del Dpr 600/1973, che consente la pubblicazione dei dati sui redditi dei contribuenti – potesse incontrare il parere contrario dei garantisti della privacy. Meno prevedibili, a mio avviso, erano le successive reazioni, che hanno mostrato ancora una volta – se mai ne avessimo sentito l’esigenza – la misura di quanto le Istituzioni di questo Stato non siano in grado di gestire le informazioni e una risorsa di comunicazione come Internet senza inciampare in ostacoli che esse stesse si pongono.

Sembra quasi una telenovela, che qui chiamerei Istituzioni Offline, per evidenziare il contrasto con la pubblicazione dei redditi online, ma anche per sottolineare quanto le istituzioni di questo Stato si dimostrino scollegate, sconnesse, e operino in modo completamente avulso dalle logiche della Rete che ormai è parte della vita di tutti noi, e che le istituzioni stesse mal utilizzano.

La vicenda, fin dalla prima “puntata” del 30 aprile, assume i connotati di un’autentica bufera. E’ mercoledì, infatti, quando l’Agenzia delle Entrate accende i motori dell’operazione trasparenza, pubblicando nel proprio sito web i dati principali (reddito imponibile, con relative imposte) delle dichiarazioni 2005 dei contribuenti italiani. Alle prime lagnanze espresse da varie fonti (associazioni di tutela dei consumatori, attuale maggioranza di governo), la direzione dell’Agenzia risponde che l’operazione è stata attuata facendo seguito a due decisioni (una del 2001 e una del 2003) del Garante della Privacy. L’Ufficio del Garante, però, si dichiara ignaro di tutto, si riunisce in Consiglio e, dopo due ore (seconda “puntata”), chiede la sospensione immediata della pubblicazione dei dati e l’Agenzia provvede, spiegando agli utenti che i dati non sono più disponibili a causa dell’elevato numero di accessi al sito dell’Agenzia e al fine di fornire ulteriori delucidazioni al Garante per la protezione dei dati personali. E qui si apre, a mio avviso, un primo aspetto non poco rilevante: l’Agenzia delle Entrate dice che per il garante della Privacy è tutto ok, mentre il Garante dice che di ok non c’è niente. Di conseguenza, una delle due Istituzioni mente, oppure ha mal interpretato i provvedimenti del Garante della Privacy. Quindi, già su queste basi ci si trova di fronte a Istituzioni che, nella migliore delle ipotesi, non sono in grado di comunicare tra loro in modo comprensibile ed inequivocabile.

Nelle ore in cui i dati sono a disposizione di chiunque abbia una connessione Internet, i dati sono consultabili e scaricabili. E com’era prevedibile (terza “puntata”), molti utenti, senza perdere tempo, li hanno immessi nel circuito peer-to-peer. Lo stop alla pubblicazione avviene quando ormai, come si suol dire, “i buoi sono usciti dalla stalla”: come spiega Alessandro Longo, attraverso eMule è possibile ottenere gli elenchi. Di cui i cittadini sembrano avere una sete inestinguibile, visti alcuni commenti che trasformano il post in una pagina di insoliti annunci economici (“qualcuno ha Viterbo?”, “Cagliari?”, “mettete Empoli”, “faenza?”, “mi serve tutta napoli e provincia”, “cerco files di Busto Arsizio”, “ragazzi mi serve torre del greco (na) urgentemente”, e così via per centinaia di commenti).

Chi non avrebbe potuto prevedere questa “fuga” di dati? Un’istituzione che non conosce Internet e le sue possibilità. O peggio ancora, che non considera Internet nel suo complesso, nella sua sottovalutata essenza di potentissimo e capillare strumento di comunicazione.

Sull’opportunità del provvedimento del Garante della Privacy, che blocca la pubblicazione degli elenchi, si può discutere quanto si vuole, così come si può discutere anche della questione che gli elenchi continuano ad essere consultabili presso i Comuni – possibilità introdotta 35 anni fa – e che la pubblicazione realizzata dall’Agenzia delle Entrate è la moderna versione di questa possibilità, che va incontro anche ai più pigri con il vantaggio di non richiedere l’identificazione. Un fatto però è certo: il provvedimento, al momento, è valido ed efficace per tutti (non solo per l’Agenzia delle Entrate). E su questo presupposto, ecco che la vicenda vive il suo momento clou (quarta “puntata”): come riferisce una notizia ANSA, la procura di Roma mette le mani sulla vicenda e apre “un fascicolo processuale, contro ignoti, ipotizzando il reato di violazione della privacy”. Ignoti? Perché, non si sa chi è stato a rendere pubblici gli elenchi con i dati delle dichiarazioni 2005? Non è stata l’Agenzia delle Entrate diretta da Massimo Romano, con il benestare del vice-ministro Vincenzo Visco?

Il nocciolo dell’intera questione, si legge ancora nella notizia dell’agenzia di stampa, sembrerebbe essere spiegato dall’ipotesi di lavoro degli inquirenti diella Procura:

La pubblicazione di dati, anche non sensibili (come ad esempio sono quelli sulla razza e sulla religione) è comunque sottoposta a cautele e modalità che non espongano a rischi i contribuenti. Secondo la stessa ipotesi di lavoro, se è vero che l’accessibilità a dati relativi ai redditi denunciati è regolamentata dalla stessa legge invocata dal vice ministro dell’Economia Vincenzo Visco, è altrettanto vero che la loro indiscriminata pubblicazione, ed internet è un veicolo di grande divulgazione, non solo non è consentita, ma potrebbe causare numerosi problemi, proprio per l’esposizione della posizione finanziaria, ai firmatari dei modelli 730 e 740.

Ignoti, o meglio innumerevoli, sono invece gli utenti che anche in questo momento si stanno scambiando i file con gli elenchi delle varie città come se fossero figurine. E alla cui opera si stanno aggiungendo anche alcune fra le più importanti testate giornalistiche nazionali, che però sembrano voler pubblicare i dati più per alimentare il gossip che per reali intenti di trasparenza: sul Sole 24 Ore, ad esempio, i dati vengono pubblicati in forma di classifica con un disclaimer che recita “I dati qui di seguito pubblicati non sono ufficiali. Si tratta di una elaborazione dei file scaricati dalle reti peer-to-peer di cui non possiamo garantire la completa autenticità”. E’ infatti possibile che gli elenchi circolanti nei circuiti P2P possano essere manipolati e taroccati, quindi la testata pubblica informazioni senza avere la reale possibilità di verificarne l’attendibilità. Insomma, i giornali potrebbero consapevolmente pubblicare anche delle bufale.

L’operazione trasparenza, a prescindere dalla sua opportunità, è sfuggita di mano alle persone e agli enti che l’hanno promossa e condotta. E ciò – a mio avviso – indica una cosa sola, e cioè che all’interno delle istituzioni italiane esiste ancora un digital divide culturale che ancora è duro a morire.

 
5 commenti

Pubblicato da su 3 maggio 2008 in Internet, Mondo, news

 

5 risposte a “Redditi online e istituzioni offline

  1. Arlo

    4 maggio 2008 at 11:18

    Chiudi con “cioè che all’interno delle istituzioni italiane esiste ancora un digital divide culturale che ancora è duro a morire.”

    Io ritengo esista semplice ignoranza (mancanza grave di conoscenza), e volgare incompetenza. Qualcosa di inaccettabile se penso che questi maldestri paladini della trasparenza hanno stipendi da favola pagati con i soldi dei miei e dei tuoi redditi.

    Amen.

     
  2. db

    4 maggio 2008 at 12:35

    Be’, digital divide culturale indica la stessa cosa. E condivido con te che è inaccettabile, visto che stiamo parlando di chi lavora per lo Stato e guida il Paese.

     
  3. Signor Sinistro

    4 maggio 2008 at 18:58

    Cosa c’è di meglio di quest’osso per dividere & imperare sugli italiani?
    Quest’estate, sotto l’ombrellone, niente più best seller da spiaggia, ma lunghi elenchi di nomi e cifre: ognuno si sentirà in dovere (e in diritto), da bravo cittadino, di fare le pulci ai conti del suo vicino e denunciarlo alle autorità competenti qualora riscontrasse un’irregolarità di pochi centesimi.
    Così i poveracci si ammazzano tra di loro e i potenti banchettano sui loro cadaveri.

     
  4. Janus

    5 maggio 2008 at 15:06

    Ciao Dario!
    Concordo in pieno sulla incapacità di molte realtà della PA di gestire la trasparenza amministrativa con le tecnologie di Internet.
    Tuttavia questo polverone mi ha fatto sorridere: i files in questione, non a caso divisi per comune, sono in distribuzione gratuita da anni da parte dell’Agenzia delle Entrate ai Comuni, tramite CDROM.
    Tali CD-ROM contengono ESATTAMENTE gli stessi elenchi tabulari, chiaramente trasposizioni su file di testo di stampate tabulari.
    E sempre tali CD sono LIBERAMENTE consultabili presso gli uffici tributi dei vostri comuni, dietro semplice richiesta. Non serve nemmeno motivare.
    Certo, la consultazione in tal modo resta limitata ai dati dei residenti del Comune al quale vi rivolgete, ma comunque si tratta di dati pubblici e consultabili a richiesta.
    Che Visco abbia magari voluto sganciare al nuovo Governo una “fialetta puzzolente” ok, ma i curiosi, anche dopo il “ritiro” dei dati dal web (e vedremo se l’oscuramento voluto dal garante avrà fondamento giuridico), potevano, possono e potranno sempre rivolgersi agli sportelli comunali.

     
  5. db

    5 maggio 2008 at 21:14

    Caro Janus,
    in poche righe hai condensato una verità non contestabile. E mi dai il destro per rilanciare un concetto.

    Tu osservi giustamente che i curiosi, anche dopo il “ritiro” dei dati dal web (e vedremo se l’oscuramento voluto dal garante avrà fondamento giuridico), potevano, possono e potranno sempre rivolgersi agli sportelli comunali.
    Molti (sono davvero moltissimi) non conoscevano l’esistenza di questa possibilità, che solo ora – in seguito al polverone suscitato dall’iniziativa dell’Agenzia delle Entrate – è diventata di dominio pubblico.
    Io sono fortunato, mi ricordo che questa cosa me l’aveva spiegata a scuola il mitico Vito (che credo tu possa aver conosciuto). Ma fino al 30 aprile in buona parte della popolazione ha regnato l’ignoranza, relativamente alla norma che dispone la libera consultazione degli elenchi presso i comuni.
    Insomma, molta gente oggi grida allo scandalo per un’informazione che è sempre stata pubblica, solo perché fino a qualche giorno fa la riteneva – a torto – riservata.

    La tutela dei contribuenti, che in seguito a questa vicenda potrebbero finire nelle mire della malavita, mi sembra una motivazione superficiale. Anche se tutto sommato una criticità c’è, e consiste nel rischio, a livello domestico/locale, di turbativa di mercato: ad esempio, immaginiamo cosa potrebbe accadere in un’assemblea di condominio in sede di decisione di una spesa straordinaria importante; altro esempio: un artigiano potrebbe inventarsi le tariffe a seconda del cliente che gli commissiona un lavoro.

     
 
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