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I Risultati della Ricerca per: ‘google privacy’

Google Allo, un saluto alla privacy

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Se ne parla poco, ma da qualche giorno Google ha lanciato Allo, un’applicazione di messaggistica per contrastare la concorrenza delle due app della famiglia Facebook, ossia Messenger e WhatsApp. Ad oggi, pare che sia stato installato e scaricato su un milione di dispositivi.

Dal momento che su questo tipo di app pende sempre il sospetto di uno scarso rispetto della privacy degli utenti, anche su Allo i dubbi non mancano: alla presentazione, infatti, era stato detto che Allo non avrebbe memorizzato alcun messaggio, mentre in realtà oggi si scopre che i messaggi vengono memorizzati sui server di Google per impostazione predefinita (a meno che non si utilizzi la navigazione anonima con la modalità “incognito”), condizione necessaria affinché i messaggi possano essere analizzati per il “miglior” funzionamento di Google Assistant.

Certo, un assistente virtuale preparato e in grado di rispondere coerentemente alle esigenze dell’utente è una comodità, ma se arriva gratis al solo costo della nostra privacy forse è bene esserne consapevoli. Non a caso Edward Snowden – che sulla riservatezza ha ormai costruito la propria filosofia di vita – non si dichiara esattamente un testimonial di Allo. Messaggi e conversazioni restano sui server di Google. Naturalmente l’utente li può cancellare tramite la app (ed è possibile impostare un timer per fissare una scadenza, oltre la quale vengono automaticamente rimossi), ma non esiste una reale garanzia che vengano eliminati anche dai database già storicizzati. Così come non si può escludere – visti i tempi che corrono – che questi database non vengano violati da qualche malintenzionato.

Per cui, volendo utilizzare Allo, il suggerimento è di non sfruttarlo per trasmettere informazioni personali da mantenere riservate. Perché – come già detto in altre occasioni – nel mondo digitale la sicurezza assoluta non esiste.

 

 
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Pubblicato da su 26 settembre 2016 in news

 

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Allarme Google: Street View viola la privacy?

A volte il mondo è davvero troppo piccolo…

Quasi un anno fa, parlando di Street View (il servizio legato a Google Maps che offre la possibilità di avere visuali fotografiche “terrestri”), scrivevo:

non mancheranno polemiche inerenti alla salvaguardia della privacy delle persone che si trovano ritratte nelle immagini disponibili su web.

Appunto: è di queste ore la notizia che i signori Aaron e Christine Boring di Pittsburgh, Pennsylvania, hanno aperto un’azione legale proprio nei confronti di Google. Il motivo? Le foto scattate presso la loro abitazione sarebbero state troppo indiscrete e avrebbero ripreso la casa, il vialetto d’ingresso, la piscina. Il tutto avrebbe provocato alla coppia “una grande sofferenza mentale”: la coppia ha acquistato la casa nel 2006, scegliendola perché ritenuta isolata e sicura. L’ideale, per due persone che soffrono di ansia e tengono alla propria privacy. Ma quando i due sono venuti a sapere che Google Maps, con le foto di Street View, metteva “in vetrina” la loro abitazione, hanno immediatamente denunciato BigG, chiedendo – oltre alla cancellazione delle immagini – un risarcimento danni di 25mila dollari. Il tutto si basa sul fatto che all’inizio del viale che porta alla villa c’è un cartello che dice “strada privata” e le macchine fotografiche di Google non avevano il permesso di entrare.

In effetti le immagini mostrano un livello di dettaglio impressionante e inquietante. Quella che sembra una strada è in realtà in vialetto – su terreno privato – che porta alla villa.

Cosa otterranno? Sicuramente la rimozione delle fotografie della loro casa: Larry Yu, portavoce di Google, ha dichiarato che l’azienda ha rispetto “di chi non gradisce alcune immagini sul sito”, ma ha aggiunto che la denuncia non ha alcun fondamento: “Le immagini per Street View sono prese da strade pubbliche”, ha dichiarato, aggiungendo che “tutto ciò che qualunque persona può facilmente vedere o catturare è di pubblico dominio”.

Due considerazioni:

  • i Boring (ironia della sorte, il termine in inglese significa noiosi) amano la privacy, ma oggi sono sulla bocca di tutti. L’ideale, per due persone che soffrono di ansia e tengono alla propria privacy. Speriamo non denuncino tutti i media che parlano della loro vicenda.
  • Che senso ha, per Google, pubblicare su Internet queste immagini?
 
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Pubblicato da su 8 aprile 2008 in news

 

Google Nest Guard, il microfono c’era, ma non si vedeva (e nessuno sapeva)

Nest Guard, sistema di sicurezza domestico, a inizio febbraio è stato aggiornato e Google ha pensato bene di rendere noto che l’update lo ha reso compatibile con il suo assistente vocale. “Strano – hanno pensato gli utenti – le specifiche tecniche non indicano la presenza di un microfono, come può funzionare?” Il problema è proprio nella sbadataggine di Google: non si era dimenticata di integrarlo nel sistema, ma di avvisare i propri ignari utenti che il microfono era già presente.

“Si è trattato di un errore da parte nostra” dicono da Google, riferendosi ovviamente al fatto di non averlo indicato in alcun documento, ma il microfono – sempre a detta loro – “non è mai stato acceso e viene attivato solo quando gli utenti abilitano specificamente l’opzione”. La sua presenza era stata prevista con la prospettiva di aggiungere nuove funzionalità di sicurezza, ad esempio la possibilità di rilevare rumori sospetti, come quello della rottura di un vetro.

La (dis)attenzione di Google per la privacy degli utenti non è una novità, ma l’attenzione degli utenti verso queste problematiche deve essere sempre alta: tutti i dispositivi legati al mondo di smart home e smart building sono connessi e quindi potenzialmente sempre più vulnerabili alle possibilità di sfruttamento remoto da parte di terzi. In assenza di adeguata protezione, queste soluzioni possono consentire a qualcuno non solo di carpire dati personali (come nel caso di un microfono nascosto), ma potrebbero essere utilizzati anche per prendere letteralmente il controllo di un’appartamento o di un edificio e permettere azioni ai danni del proprietario, a partire dalla disattivazione dei sistema di allarme e sorveglianza fino ad arrivare all’attivazione di elettrodomestici e impianti, o all’apertura di porte e finestre.

 

 
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Pubblicato da su 21 febbraio 2019 in news

 

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Google – Mastercard, accordo segreto per tracciare le transazioni (dice Bloomberg)

Stando a quanto riportato da Bloomberg, Google avrebbe siglato con Mastercard una partnership (non più) segreta per ottenere i dati delle transazioni “offline” di più di due miliardi di ignari utenti. Le fonti citate parlerebbero di milioni di dollari (pagati da Google), nonché di un accordo tra le due società per una ripartizione dei guadagni. Se la notizia si rivelasse attendibile, ci troveremmo di fronte ad un nuovo scandaloso episodio di violazione della privacy di miliardi di consumatori, le cui transazioni sarebbero state tracciate da Google, probabilmente per una sempre migliore profilazione pubblicitaria.

O per altre finalità? La stampa ci ricorda che nel 2017 Google ha annunciato l’attivazione della piattaforma Storie Sales Measurement, un sistema di “misurazione delle vendite” che le consentirebbe – tramite alcuni partner – di accedere ai dati di circa il 70% di carte di credito e debito USA. Secondo Google, l’accesso non riguarderebbe informazioni personali e – in ogni caso – l’utente può sempre scegliere di non partecipare al sistema facendo opt-out con gli strumenti di gestione Attività Web e App.

Ma di cosa stiamo parlando? L’accordo (presunto) tra Google e Mastercard sembra andare ben oltre. Non si parla solo di monitoraggio di “attività web e app”, ma di acquisizione di dati (a beneficio di Google e dei suoi inserzionisti) derivanti da transazioni “offline”, un’invadenza in un contesto in cui l’utente non ha scelto di utilizzare Internet (o ha scelto di non utilizzare Internet).

Domanda retorica: quanto sanno gli utenti delle loro informazioni elaborate e utilizzate da Google?

 
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Pubblicato da su 31 agosto 2018 in news

 

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Su Google e su Grip

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Nello stesso giorno in cui Google si è presentata con il nuovo logo – ripensato “per un mondo sempre connesso attraverso un numero crescente di dispositivi e input diversi tra loro (vocale, digitazione e touch)” – sulla scena digitale fa la sua comparsa Grip – Google Redress Identity & Platform, un’iniziativa indipendente che si propone come piattaforma per fornire “informazioni, rappresentanza e servizi legali”. Il tutto contro Google e i suoi comportamenti anticoncorrenziali.

Mentre Google ostenta il suo impegno ad estendersi in tutto il mondo digitale, all’orizzonte si affaccia un superconsulente per assistere chi intendesse aprire azioni legali contro la condotta anticoncorrenziale di ogni realtà legata all’azienda di Mountain View (il cui gruppo nel suo complesso si identifica oggi come Alphabet, di cui Google è probabilmente la più importante delle realtà controllate) e valutare l’entità del potenziale contenzioso risarcitorio. In base al risultato di questa valutazione, la gestione del contenzioso potrà proseguire nelle mani dei due partner fondatori di Grip, lo studio legale internazionale Hausfeld e Avisa Partners, società di consulenza in affari pubblici (di nicchia: “a niche public affairs company”) con focus europeo.

Proponendosi per l’affiancamento in azioni legali per questioni di concorrenza, le realtà potenzialmente interessate all’offerta di Grip possono essere sicuramente i competitor di Google, come le aziende che l’hanno chiamata in causa spingendo la Commissione Europea a presentare lo “Statement of Objections” che descrive il comportamento anticoncorrenziale di Google Shopping (aziende peraltro assistite proprio da uno dei due partner fondatori di Grip).

Con questo profilo, però, nel target di questa attività potrebbero rientrare anche eventuali class action organizzate da gruppi di consumatori, che oltre alle pratiche anticoncorrenziali, potrebbero puntare ad essere tutelati anche per questioni di mancato rispetto della privacy. Sarebbe interessante capire se Grip sarà intenzionata ad occuparsi anche di questo tipo di pratiche (affatto trascurabili, vista l’attitudine di Google a raccogliere informazioni personali come se fossero aria da respirare), o preferirà focalizzarsi sui possibili risarcimenti derivanti dalle violazioni delle regole dell’antitrust.

 
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Pubblicato da su 1 settembre 2015 in news

 

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Giornata Europea della Privacy. E quindi?

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Oggi la Giornata Europea della Privacy è stata trattata – in coerenza con il suo tema – con grande riservatezza. Ma come avrebbe potuto essere celebrata? Con iniziative focalizzate a sensibilizzare tutti sul fatto che oggi, più che mai, le nostre informazioni personali, che abbiamo il diritto di proteggere dall’invadenza altrui, sono estremamente vulnerabili.

Mentre a Roma il nostro Garante della Privacy ospita un convegno intitolato “Il pianeta connesso. La nuova dimensione della privacy”, il Guardian ci spiega che il nuovo piano antiterroristico approntato dalla Commissione UE prevede la raccolta e la memorizzazione di 42 differenti tipi di dati personali relativi a chi viaggia in aereo su voli da o per l’Europa (dati anagrafici, informazioni relative al viaggio, ma anche “all forms of payment information”, “general remarks” nonché “any collected advanced passenger information system information”).

Ancora nessuno dei promotori istituzionali, però, nemmeno nella (o a partire dalla) giornata che hanno dedicato alla protezione dei dati personali, mette in guardia i cittadini europei sulle possibili violazioni a cui tutti vanno quotidianamente incontro, ne’ sulle soluzioni da adottare per avere maggiore tutela.

Qualche spunto – molto superficiale e per nulla esaustivo – che riguarda il mondo digitale:

  • Quante volte vi è stato raccomandato di non spedire un messaggio e-mail con molti destinatari in chiaro per non diffondere informazioni altrui senza consenso?
  • Vi hanno mai fatto notare che, in un gruppo WhatsApp, il vostro numero telefonico viene liberamente diffuso a terzi e potrebbe quindi finire anche sotto gli occhi di qualche utente da voi non tollerato?
  • Siete capaci, in Facebook, di impostare il vostro account mantenendo sotto controllo chi può vedere ciò che pubblicate?
  • In Internet, se effettuate un pagamento online, siete certi di utilizzare un servizio basato su server sicuro?
  • Sapete riconoscere un messaggio e-mail fraudolento mirato a carpire i vostri dati di accesso a conto corrente bancario, account della carta di credito o altri servizi finanziari?
  • Sapete che spesso i concorsi online hanno lo scopo di promuovere un prodotto o un servizio, e nel contempo di raccogliere i dati personali degli utenti che vi partecipano?
  • Siete consapevoli che buona parte dello spam che ricevete tramite e-mail, ma anche delle telefonate promozionali che ricevete, è frutto di un consenso che avete accordato a qualcuno mentre inserivate i vostri dati personali?
  • Qual è l’utilizzo che un supermercato può fare della vostra tessera fedeltà?
  • Perché su Internet vedo banner pubblicitari sull’ultimo prodotto di marca XYZ (e simili) proprio dal giorno dopo in cui ho cercato in Internet notizie sui prodotti di marca XYZ?
  • Come fa Google a far comparire nel suo doodle gli auguri di buon compleanno proprio nel giorno in cui lo festeggiate?

Se non sapete dare una risposta (o una spiegazione) ad almeno una di queste domande, che rappresentano semplici esempi quotidiani, significa che non siete stati efficacemente sensibilizzati sulla tutela della vostra privacy. E quindi, per chi organizza la Giornata Europea della Privacy, c’è ancora tanta strada da fare…

 
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Pubblicato da su 28 gennaio 2015 in security, telefonia

 

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Google Glass, qualcuno si sta svegliando

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La tecnologia non va frenata, ma è necessario conoscerne tutti gli aspetti affinché ognuno sia consapevole sia dei rischi che delle opportunità derivanti dalle innovazioni. I Google Glass non sfuggono a questa esigenza: fin dalla loro presentazione, gli Occhiali di Google hanno suscitato – oltre ad un certo entusiasmo – molte perplessità proprio per la loro attitudine tecnologica all’elaborazione elettronica dei dati e ai possibili problemi di privacy che il loro utilizzo può comportare.

Non si tratta solamente di un paio di occhiali speciali, ma di un dispositivo indossabile collegato a Internet, con sistema operativo Android, dotato di microcamera, microfono e modulo GPS. Dal punto di vista del prodotto è giusto pensare alle opportunità da cogliere: ci sono aspetti di design come quelli sottolineati da Luca (L’occhialeria italiana ci pensa? e Il prodotto, una sfida) e quelli legati allo sviluppo di applicazioni. C’è anche chi tenta di  diventare competitor di Google in questo campo con prodotti più o meno analoghi, come provano a fare l’azienda italiana GlassUp, oppure Epson con il visore multimediale Moverio e Recon con i Jet.

C’è però un fattore molto importante da considerare: il progetto che ha portato ai Google Glass è molto articolato e alle sue spalle c’è un’azienda con molte risorse, economiche e tecnologiche (incluso, ad esempio, il know-how per il riconoscimento facciale) e con alcuni precedenti in tema di mancata tutela della privacy. Per questo motivo le Autorità di protezione dati di diversi continenti, riunite nel GPEN (Global Privacy Enforcement Network), hanno scritto una lettera a Google sullo sviluppo dei suoi Glass.

Tra le questioni sollevate, a cui si chiede risposta, troviamo domande legittima:

  • Quali informazioni raccoglie Google attraverso i “Glass”, i famosi occhiali a realtà aumentata?
  • Con chi le condivide?
  • Come intende utilizzarle?
  • Come viene  garantito il rispetto delle legislazioni sulla privacy?
  • Come pensa Google di risolvere il problematico aspetto della raccolta di informazioni di persone che, a loro insaputa, vengono “riprese” e “registrate” tramite i Glass?

Tutto sommato, i Google Glass non raccolgono informazioni diverse da quelle che già oggi possono essere acquisite da un moderno smartphone. Ma rispetto a quest’ultimo, l’utilizzo è molto più agevole e consente un’acquisizione continua (batteria permettendo) e non facilmente identificabile da chi viene ripreso. Tra le Authority che si sono rivolte a Google c’è anche il nostro Garante della Privacy. Il presidente Soro osserva:

Chiunque  finisse nel raggio visivo di chi indossa questi occhiali potrebbe, a quanto è dato sapere, venire fotografato, filmato, riconosciuto e, una volta avuto accesso ai suoi dati sparsi sul web, individuato nei suoi gusti, nelle sue opinioni, nelle sue scelte di vita. La sua vita gli verrebbe in qualche modo sottratta per finire nelle micro memorie degli occhiali o rilanciata in rete. Ci sono già norme che vietano la messa on line di dati personali senza il consenso degli interessati”.

Il passaggio chiave ricorda un concetto di cui parlo spesso anch’io

 “Ma di fronte a questi strumenti le leggi non bastano: serve un salto di consapevolezza da parte di fornitori di servizi Internet, degli sviluppatori di software e degli utenti. E’ indispensabile ormai riuscire a promuovere a livello globale un uso etico delle nuove tecnologie”.

Last but not least, sarebbe interessante capire se esistono realmente eventuali rischi anche per la salute: trattandosi di un prodotto completamente nuovo, oggi non ne esiste esperienza e quindi non esiste nemmeno uno studio al riguardo. Il loro utilizzo, se comporta movimenti continui e differenti esigenze di messa a fuoco, a me farebbe pensare quantomeno ad uno stress da affaticamento visivo, ma c’è già chi parla seriamente di distrazioni potenzialmente pericolose e disturbi delle capacità cognitive.

Per concludere queste osservazioni con un sorriso, ecco cosa potrebbe accadere indossando i Google Glass senza la dovuta accortezza…

 
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Pubblicato da su 19 giugno 2013 in news, tecnologia

 

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Google cercherà anche nelle immagini

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Google ha messo a punto un nuovo algoritmo che consentirà di identificare oggetti e persone in foto e video.

Automatic large scale video object recognition (questo il nome della tecnologia, già coperta da brevetto) sarà probabilmente introdotta in primis su YouTube, per consentire l’inserimento di tag in corrispondenza di immagini specifiche all’interno di filmati.

Chi ha familiarità con i tag utilizzabili nei social network su testi e foto, può già immaginare le potenzialità di questa tecnologia, incluse quelle di marketing e di pubblicità. Che, si sa, con la privacy non vanno molto d’accordo.

 
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Pubblicato da su 4 settembre 2012 in business, Internet, news

 

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Google Drive

E’ arrivato il cloud storage di Google Drive, che offre agli utenti un servizio di archiviazione dati su Internet – che qualcuno potrebbe chiamare chiavetta virtuale – che entra in diretta concorrenza con Microsoft SkyDrive e Dropbox.

Nello spazio offerto da Google in the cloud è possibile trasferire documenti, immagini, video e quant’altro sia necessario memorizzare in uno spazio extra: chi si iscrive può usufruire gratuitamente di 5 GB, ma se non fossero sufficienti è possibile richiedere un’espansione a 25 GB (per un canone mensile di 2,49 dollari), a 100 GB (4,99 dollari/mese) o a 1 TB (49,99 dollari/mese). Chi usufruisce di questi spazi a pagamento, vedrà ampliarsi in egual misura anche il proprio spazio Gmail.

Chi apre un account su Google Drive vi troverà integrato anche Google Docs e avrà la possibilità di condividere via Gmail o su Google+, a propria discrezione, i file contenuti nello storage. Sempre in Drive l’utente troverà la tecnologia OCR (Optical Character Recognition) per identificare i vocaboli in un documento sottoposto a scansione e potrà installarvi app di terze parti scaricate dal Chrome Web Store.

L’accessibilità sarà garantita da qualsiasi dispositivo: il servizio è oggi fruibile da computer Windows, tablet e smartphone Android e computer Mac, ma è già prevista un’apposita app per device Apple con iOS. Sempre in tema di accessibilità, gli utenti non vedenti potranno utilizzarlo mediante uno screen reader.

La genericità dei termini di servizio – recentemente uniformati per buona parte delle soluzioni offerte da Google sul web – dovrebbe essere superata da questa promessa (pubblicata alla pagina Norme e princìpi):

Il nostro obiettivo è garantirti la massima trasparenza e offrirti la massima possibilità di scelta attraverso prodotti come Google Dashboard e Gestione preferenze annunci, insieme ad altri strumenti. I nostri princìpi sulla privacy restano gli stessi. Non venderemo mai le tue informazioni personali e non le condivideremo senza la tua autorizzazione (tranne in rare circostanze quali richieste legali valide).

 
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Pubblicato da su 24 aprile 2012 in news, News da Internet

 

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Faccia da Google

Nella competizione tra Facebook e Google+ c’è sempre da aspettarsi qualche novità, anche se il primo – nato sette anni fa, al momento giusto – è difficilmente raggiungibile nel campo dei social network generalisti (ossia non orientati ad una particolare fascia di mercato). Il secondo, comunque, ha un enorme margine di crescita e studia ogni occasione per conquistare utenti. L’ultima novità si chiama Find my face (trova la mia faccia) e permette ad un utente di trovare, nelle cerchie del social network, le foto che lo ritraggono. Guardando più in là del proprio naso (e avendo già superato quello di Facebook, che aveva introdotto la stessa funzione inaspettatamente senza pensare alla privacy degli utenti), Google ha pensato bene di mantenere questa opzione disabilitata per default.

 
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Pubblicato da su 12 dicembre 2011 in Internet, news, News da Internet, privacy, social network

 

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C’è poca privacy in quelle cerchie

Dite pure che sono all’antica, ma le Norme sulla privacy di Google+ a me sembrano un po’ nebulose e i punti che lasciano scoperti rappresentano problemi non trascurabili. Essendo però un inguaribile ottimista sono convinto che da Mountain View presto affronteranno queste problematiche e sistemeranno tutto, prima che le cerchie si trasformino in gironi.

 
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Pubblicato da su 12 luglio 2011 in Internet, Life, news, News da Internet, privacy, security, social network

 

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Street View, i “vincoli” del garante della Privacy

Una multa da 30mila a 180mila euro: è questo il rischio a cui potrebbe andare incontro Google se i prossimi “raid” delle Google-car sulle strade italiane non saranno ampiamente annunciati alla popolazione interessata. E’ quanto si legge nell’anticipazione di un nuovo provvedimento del Garante della Privacy contro l’invadenza diStreet View, il servizio abbinato a Google Maps che offre visualizzazioni a 360° di tutti i vari luoghi in cui sono passate le auto dotate di fotocamere panoramiche.

Il provvedimento – reso noto nei giorni scorsi dal blog tenuto da Flavia Amabile su La Stampa.itrimbalzato anche oltreoceano – non è stato ancora pubblicato nel sito del Garante. Primo nel suo genere in Europa, fa seguito all’indagine condotta dall’Authority italiana su Google, Street View e i dati indebitamente raccolti dalle Google-car e ne costituisce – di fatto – la prima reazione: il provvedimento di settembre con cui si disponeva “il blocco di qualsiasi trattamento dei payload data raccolti sul territorio italiano” era una sorta di atto dovuto e già spontaneamente attuato dalla stessa Google.

Il Garante, nella persona del presidente Francesco Pizzetti, avrebbe però dichiarato di essere mosso da altri input: «Abbiamo ricevuto proteste persino da amministrazioni locali. Non c’è nessun dubbio che Street View possa rappresentare uno strumento molto utile nel settore turistico, permette di vedere le località di vacanza, aiuta a scegliere e ad organizzare un viaggio. Ma è anche vero che può essere eccessivamente invadente nella vita dei cittadini e dunque bisogna stabilire alcune regole».

La prima nuova regola anticipata stabilisce che nelle prossime occasioni in cui Google volesse sguinzagliare le proprie auto sulle strade italiane, dovrà comunicarne la presenza in modo palese attraverso cartelli o adesivi leggibili posti sulle auto, onde dare modo ai cittadini di non cadere in tranelli anti-privacy come quelli in cui sono letteralmente precipitati alcuni mariti napoletani, vittime anche del passaggio delle auto inviate da Mountain View. Mancherebbe solo un altoparlante posto sul veicolo, o un megafono come quelli usati dagli arrotini per annunciare il loro arrivo nel quartiere.

Ma non è tutto: il Garante ha infatti stabilito che Google dovrà anche preannunciare l’arrivo delleGoogle-car in una determinata località con un anticipo di tre giorni e – qualora si tratti di una metropoli – indicando in quali quartieri transiteranno. L’annuncio dovrà essere diffuso tramite il sito web, ma anche con la pubblicazione della notizia su almeno due quotidiani, nella cronaca locale, e attraverso un’emittente radiofonica locale.

Il provvedimento ha solo in apparenza proporzioni eccessive, in realtà propone misure che possono rivelarsi inefficaci: la pubblicità che Google dovrebbe dare agli itinerari dei propri veicoli potrebbe essere tranquillamente ignorata da chi non legge quei due qoutidiani, non ascolta quella radio locale e non si preoccupa di visitare il sito web di Google.

Non si tratta di una soluzione che agevola l’informazione del cittadino e quindi questa vicenda può avere varie letture: se il Garante, con questo provvedimento, ritenesse di tutelare in modo appropriato la privacy dei cittadini, significherebbe che nel suo immaginario la popolazione italiana è disposta a guardare ogni giorno il sito web di Google, o a spulciarsi le pagine di cronaca locale sui quotidiani (quali?), o ancora ad ascoltare (a che ora? in che trasmissione?) una radio locale in attesa del temuto annuncio. D’altro canto, si potrebbe invece pensare che il provvedimento sia stato così configurato per dimostrareattenzione verso un problema difficile da affrontare in modo adeguato.

Oltre a chi tiene alla propria privacy, fra coloro che potranno trarre beneficio da questo provvedimento si troveranno gli sfaccendati in cerca di visibilità: sapendo con maggiore precisione momento e luogo del passaggio delle fotocamere panoramiche di Street View avranno modo di farsi belli per l’occasione senza essere colti di sorpresa. Il che, in un mondo dominato da reality-show e persone in cerca di un warholiano quarto d’ora di notorietà, non sembra così inverosimile. Chissà, dopo la figura del tronista potrebbe nascere quella dello stradista.

[pubblicato oggi su The New Blog Times]

 
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Pubblicato da su 25 ottobre 2010 in Internet, Life, Mondo, news, News da Internet, privacy, security, tecnologia

 

Street View e privacy, il Garante indaga

Prima conseguenza italica dell’inconsapevole raccolta di dati effettuata da Google dalle reti WiFi aperte, dal comunicato stampa del Garante della Privacy:

Google: Garante Privacy avvia istruttoria su Street View

[…] Il procedimento dell’Autorita’ e’ stato aperto in merito alla raccolta effettuata dalla societa’ sul territorio italiano e che, secondo quanto ammesso dalla stessa Google Italia, ha riguardato, oltre che immagini, anche dati relativi alla presenza di reti wireless e di apparati di rete radiomobile, nonche’ frammenti di comunicazioni elettroniche, eventualmente trasmesse dagli utenti su reti wireless non protette. Riguardo a quest’ultima tipologia di dati, l’Autorita’ ha invitato la societa’ a sospendere qualsiasi trattamento fino a diversa direttiva dello stesso Garante.

Bene. Però Mi da l’impressione che potrebbe trattarsi della classica bolla di sapone, perché…

Con particolare riferimento a tutti i dati eventualmente “captati” dalle “Google cars”, la società dovrà comunicare al Garante la data di inizio della raccolta delle informazioni, per quali finalità e con quali modalità essa è stata realizzata, per quanto tempo e in quali banche dati queste informazioni sono conservate.

Non vedo problemi per le finalità ufficiali che Google dovrà dichiarare (non c’era finalità, ha dichiarato che si è trattato di un errore), ne’ per i tempi e per le banche dati in cui i dati sono stati conservati e (come Google ha assicurato) segregati.  Però…

Google dovrà chiarire, inoltre, l’eventuale impiego di apparecchiature o software “ad hoc” per la raccolta di dati sulle reti WiFi e sugli apparati di telefonia mobile. La società dovrà comunicare, infine, se i dati raccolti siano accessibili a terzi e con quali modalità, o se siano stati ceduti.

Perché le auto dotate di impianto fotografico panoramico e di apparati wireless erano in grado di raccogliere i dati in transito sulle reti WiFi aperte che si trovavano nel loro raggio d’azione? Non avrebbero dovuto limitarsi ad interfacciarsi con dispositivi Google dedicati al servizio?

 
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Pubblicato da su 19 Mag 2010 in Internet, news, privacy, security

 

Sentenza Google-Vividown, pubblicate le motivazioni

Attese per un doveroso chiarimento, ecco le motivazioni della sentenza formulata dai giudici sul caso Google – Vividown – qui reperibile grazie ad un documento pubblicato dal quotidiano La Stampa.

Qualora si tratti di argomentazioni oggettivamente e opportunamente documentate (premessa doverosa), mi sembrano motivazioni più pesanti di quanto le prime notizie lasciassero supporre, perché mi sembra si parli – in sostanza – di un interesse verso il business spinto oltre i limiti della moralità, sfociato nel non rispetto dei principi della privacy, che sarebbero stati ignorati anche per quanto attiene le normative vigenti.

In un passaggio si legge che “appare evidente come il governo della società italiana sia stato – dall’America- volontariamente indirizzato dai legali rappresentanti alla esclusiva gestione dei profitti economici con totale e deliberata omissione di qualsiasi attivita’ (anche di consulenza legale, attinente alle questioni proprie del diritto italiano o comunque comunitario) che potesse – in qualche modo – ostacolarne gli incrementi”.

Riassumere il tutto è un’impresa molto difficile. Ciò che intravedo è che alla base della condanna ci sarebbe un’informativa sulla privacy – con richiesta di manifestazione di consenso – pubblicata in modo volutamente poco leggibile da Google, per raggiungere l’obiettivo di deresponsabilizzarsi da eventuali violazioni, ma trasmettere comunque agli utenti un invito a pubblicare contenuti senza porsi troppi problemi, al fine di massimizzare gli accessi.

L’avvocato Guido Scorza, tuttavia, analizza qui le 111 pagine di quella che definisce “una sentenza piccola piccola”, in quanto basata su motivazioni pretestuose e insufficienti. I legali di Google assicurano che ricorreranno in appello, poiché affermano con sicurezza che la società – anche sotto il profilo delle norme sulla privacy – avrebbe agito correttamente. E se così fosse accertato, le motivazioni della sentenza – come l’impianto accusatorio – sarebbero davvero poco consistenti, anzi molto discutibili.

 
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Pubblicato da su 13 aprile 2010 in Internet, Life, media, Mondo, news, privacy

 
 
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