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I Risultati della Ricerca per: ‘google privacy’

Google Allo, un saluto alla privacy

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Se ne parla poco, ma da qualche giorno Google ha lanciato Allo, un’applicazione di messaggistica per contrastare la concorrenza delle due app della famiglia Facebook, ossia Messenger e WhatsApp. Ad oggi, pare che sia stato installato e scaricato su un milione di dispositivi.

Dal momento che su questo tipo di app pende sempre il sospetto di uno scarso rispetto della privacy degli utenti, anche su Allo i dubbi non mancano: alla presentazione, infatti, era stato detto che Allo non avrebbe memorizzato alcun messaggio, mentre in realtà oggi si scopre che i messaggi vengono memorizzati sui server di Google per impostazione predefinita (a meno che non si utilizzi la navigazione anonima con la modalità “incognito”), condizione necessaria affinché i messaggi possano essere analizzati per il “miglior” funzionamento di Google Assistant.

Certo, un assistente virtuale preparato e in grado di rispondere coerentemente alle esigenze dell’utente è una comodità, ma se arriva gratis al solo costo della nostra privacy forse è bene esserne consapevoli. Non a caso Edward Snowden – che sulla riservatezza ha ormai costruito la propria filosofia di vita – non si dichiara esattamente un testimonial di Allo. Messaggi e conversazioni restano sui server di Google. Naturalmente l’utente li può cancellare tramite la app (ed è possibile impostare un timer per fissare una scadenza, oltre la quale vengono automaticamente rimossi), ma non esiste una reale garanzia che vengano eliminati anche dai database già storicizzati. Così come non si può escludere – visti i tempi che corrono – che questi database non vengano violati da qualche malintenzionato.

Per cui, volendo utilizzare Allo, il suggerimento è di non sfruttarlo per trasmettere informazioni personali da mantenere riservate. Perché – come già detto in altre occasioni – nel mondo digitale la sicurezza assoluta non esiste.

 

 
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Pubblicato da su 26 settembre 2016 in news

 

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Allarme Google: Street View viola la privacy?

A volte il mondo è davvero troppo piccolo…

Quasi un anno fa, parlando di Street View (il servizio legato a Google Maps che offre la possibilità di avere visuali fotografiche “terrestri”), scrivevo:

non mancheranno polemiche inerenti alla salvaguardia della privacy delle persone che si trovano ritratte nelle immagini disponibili su web.

Appunto: è di queste ore la notizia che i signori Aaron e Christine Boring di Pittsburgh, Pennsylvania, hanno aperto un’azione legale proprio nei confronti di Google. Il motivo? Le foto scattate presso la loro abitazione sarebbero state troppo indiscrete e avrebbero ripreso la casa, il vialetto d’ingresso, la piscina. Il tutto avrebbe provocato alla coppia “una grande sofferenza mentale”: la coppia ha acquistato la casa nel 2006, scegliendola perché ritenuta isolata e sicura. L’ideale, per due persone che soffrono di ansia e tengono alla propria privacy. Ma quando i due sono venuti a sapere che Google Maps, con le foto di Street View, metteva “in vetrina” la loro abitazione, hanno immediatamente denunciato BigG, chiedendo – oltre alla cancellazione delle immagini – un risarcimento danni di 25mila dollari. Il tutto si basa sul fatto che all’inizio del viale che porta alla villa c’è un cartello che dice “strada privata” e le macchine fotografiche di Google non avevano il permesso di entrare.

In effetti le immagini mostrano un livello di dettaglio impressionante e inquietante. Quella che sembra una strada è in realtà in vialetto – su terreno privato – che porta alla villa.

Cosa otterranno? Sicuramente la rimozione delle fotografie della loro casa: Larry Yu, portavoce di Google, ha dichiarato che l’azienda ha rispetto “di chi non gradisce alcune immagini sul sito”, ma ha aggiunto che la denuncia non ha alcun fondamento: “Le immagini per Street View sono prese da strade pubbliche”, ha dichiarato, aggiungendo che “tutto ciò che qualunque persona può facilmente vedere o catturare è di pubblico dominio”.

Due considerazioni:

  • i Boring (ironia della sorte, il termine in inglese significa noiosi) amano la privacy, ma oggi sono sulla bocca di tutti. L’ideale, per due persone che soffrono di ansia e tengono alla propria privacy. Speriamo non denuncino tutti i media che parlano della loro vicenda.
  • Che senso ha, per Google, pubblicare su Internet queste immagini?
 
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Pubblicato da su 8 aprile 2008 in news

 

Google News, l’approssimazione è strategica

Sfogliare Google News, scegliere la sezione Scienza e tecnologia e imbattersi in due “articoli” dal contenuto commerciale, dimostra – a mio parere – un’applicazione fin troppo approssimativa del concetto di fornire notizie. Capisco perfettamente che le dinamiche di ranking utilizzate possano essere eccessivamente inclusive: in pratica è come gettare nel mare dell’informazione una rete a strascico e raccogliere un po’ di tutto. Ma è un’approssimazione assolutamente intenzionale.

A quasi vent’anni dall’introduzione di Google News potrei non comprendere come in Scienza e tecnologia possa finire una “notizia” che già nel titolo contiene il nome di un supermercato e termini come “volantino” e “offerta”, anche se relativa a dispositivi tecnologici. Si tratta di Google, non cerchiamo attenuanti: è un’azienda che si sostiene sulla raccolta pubblicitaria e che è proprietaria di tecnologie in grado di individuare dati con precisione chirurgica, tanto sulle informazioni presenti in Internet, quanto sugli utenti che vi navigano.

Non facciamoci ingannare dalla dichiarazione diffusa nei giorni scorsi da David Temkin, (che ha la qualifica di Director of Product Management, Ads Privacy and Trust per il gruppo), stando alla quale Google dal 2022 non utilizzerà più tecnologie di tracciamento per vendere pubblicità, ossia i cookies, con l’obiettivo di una maggiore tutela della privacy. Perché l’attività di profilazione comportamentale verrà attuata ugualmente, ma con una tecnologia differente.

Via i cookies, è tempo di sfruttare un nuovo sistema chiamato FloC (Federated Learning of Cohorts), il cui obiettivo è permettere agli inserzionisti di effettuare attività di profilazione senza utilizzare i cookie, ma sfruttando il browser, abilitato a raccogliere informazioni sulle abitudini degli utenti che potranno quindi essere categorizzati in gruppi (le coorti) in funzione delle loro caratteristiche.

EFF (Electronic Frontier Foundation), organizzazione internazionale non profit di avvocati che tutela la libertà di espressione e i diritti digitali in ambito tecnologico, spiega:

FLoC è inteso come un nuovo modo per far fare al vostro browser la profilazione che i tracker di terze parti facevano da soli: in questo caso, riducendo la vostra recente attività di navigazione ad un’etichetta comportamentale, e poi condividendola con siti web e pubblicitari. La tecnologia eviterà i rischi per la privacy dei cookie di terze parti, ma ne creerà di nuovi nel processo. Può anche esacerbare molti dei peggiori problemi di non-privacy con gli annunci comportamentali, compresa la discriminazione e il targeting predatorio.

C’è un interessante approfondimento su FloC in questo articolo su Agenda Digitale. All’utente verrà dunque sottratta anche quella lieve forma di controllo che poteva avere sui cookie, perché si sfrutterà un’altra tecnologia ben più pervasiva. Di fatto, quindi, la precisione nell’attività di profilazione non diminuirà, ma aumenterà.

Ma quindi… se Google è in grado di ottenere informazioni a questo livello, possiamo pensare che non possa essere più raffinata nella sua attività di selezione delle news? Tutto è ovviamente intenzionale e mirato a veicolare il proprio business attraverso il maggior numero di canali possibili. Ed evidenziare le “notizie” di una testata che a sua volta ripubblica i banner di Google Ads all’interno dei propri articoli, è una forma come un’altra per catturare l’attenzione degli utenti e indurli a cliccare sulle sue stesse inserzioni pubblicitarie.

 
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Pubblicato da su 10 marzo 2021 in news

 

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Immuni in crisi? Google Maps tenta altre strade

Oggi un articolo di Repubblica firmato da Riccardo Luna e intitolato “La fine di Immuni”, riferendosi alla conferenza stampa di annuncio del nuovo Dpcm, lamenta che ieri sera “è morta la app Immuni. Mai citata. Mai. Come se non esistesse. Come nella prima ondata. Quando però non esisteva davvero”. Ora, se è vero che Immuni è stata scaricata da circa 9 milioni di italiani e che le notifiche di contagio veicolate da questa app sono circa 500 – a fronte di un numero di contagi ben più elevato – è palese che qualcosa non abbia funzionato.

Ma è a dir poco tardivo accorgersi ora di criticità che erano chiare fin dalla nascita di Immuni: senza un’attività coordinata e sollecita per il tracciamento e il collegamento tra rilevazioni di contagio e notifiche, non è possibile pensare che l’iniziativa abbia successo. Ora si è pensato ad obbligare per legge le aziende sanitarie ad agire, inserendo le positività rilevate nel sistema centrale collegato con la app. Chissà se l’obbligo inserito nel testo definitivo del nuovo Dpcm riuscirà nell’intento di rianimarla:

“(…) al fine di rendere più efficace il contact tracing attraverso l’utilizzo dell’App Immuni, è fatto obbligo all’operatore sanitario del Dipartimento di prevenzione della azienda sanitaria locale, accedendo al sistema centrale di Immuni, di caricare il codice chiave in presenza di un caso di positività”.

Nel frattempo c’è chi tenta di sfruttare gli smartphone da un altro fronte: Google Maps prevede nuove funzionalità in grado di dare informazioni sui casi di Covid-19 individuati in una determinata zona.

Cliccando sull’icona Livelli e selezionando “Informazioni sul Covid-19”, sarà possibile avere le informazioni raccolte sulle rilevazioni di contagio, evidenziando un dato medio calcolato su una settimana. I dati vengono ricavati dalle informazioni diffuse da enti come i ministeri della salute, l’OMS e le aziende ospedaliere. Il nuovo Livello Covid-19, spiega Google, “mostra la media del numero di nuovi casi ogni 100.000 persone, calcolata su un periodo di 7 giorni. Indica inoltre se i casi sono in aumento o in diminuzione”. Questa la situazione nel nostro Paese in questo momento:

Inoltre, come anticipato nell’evento in streaming Search On 2020, sarà presto disponibile un servizio per dare informazioni in tempo reale sull’affollamento di negozi, ristoranti e altri luoghi pubblici. L’obiettivo dichiarato da Google è estendere la mole di informazioni sulle possibilità di affollamento di milioni di luoghi in tutto il mondo, in modo da informare l’utente mostrando queste informazioni sulla mappa, senza la necessità di cercare un luogo specifico per verificarne l’affollamento.

Mentre il Livello Covid-19 punta a mostrare dati a carattere globale basati su informazioni fornite da enti e istituzioni, i dati real time sull’affollamento dei luoghi pubblici si basano sulla rilevazione della presenza di utenti che hanno attivo il servizio di geolocalizzazione (lo stesso che consente a Maps di rilevare il traffico sulle strade). Anche in questo caso, quindi, il funzionamento del servizio si fonda sulle impostazioni che gli utenti hanno facoltà di attivare o disattivare, in funzione della propria propensione a fornire dati che molti, legittimamente, preferiscono non divulgare in nome della propria privacy. Con il tempo si vedrà quale sarà l’approccio vincente.

 
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Pubblicato da su 19 ottobre 2020 in news

 

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Perché le scuole preferiscono Google e Microsoft?

Se consultiamo il sito del Ministero dell’Istruzione possiamo trovare l’indicazione di tre soluzioni per la didattica a distanza: Google Suite for Education, Microsoft Office 365 Education A1 e Weschool. Le stesse che venivano sostanzialmente proposte lo scorso marzo, quando tutti noi cercavamo di capire come affrontare il lockdown, e su cui molte scuole si sono indirizzate, per offrire ai propri insegnanti e studenti la possibilità di proseguire a casa l’attività didattica. Weschool è una realtà italiana su cui alcuni istituti hanno puntato, ma ad oggi la maggior parte delle scuole che hanno aderito all’iniziativa di solidarietà “La scuola per la scuola” si sono orientate sulle piattaforme di Microsoft e Google, mostrando una spiccata preferenza per quest’ultima. Tutto a posto? Non molto, in realtà.

Prendiamo ad esempio l’invasivo utilizzo di Google, con lezioni organizzate via Classroom e riunioni online convocate con Meet. Il presupposto è l’accessibilità con credenziali legate ad un account Google, infatti alcune scuole hanno dotato insegnanti e studenti di un indirizzo email, inducendoli a diventare utenti di Google, qualora già non lo fossero, per poter partecipare alle attività online. Un orientamento decisamente contrario alle prime indicazioni fornite dal Garante per la Privacy, che proprio lo scorso marzo aveva chiarito alcuni principi fondamentali da rispettare, ad esempio quello secondo il quale I gestori delle piattaforme non potranno condizionare la fruizione di questi servizi alla sottoscrizione di un contratto o alla prestazione del consenso (da parte dello studente o dei genitori) al trattamento dei dati per la fornitura di ulteriori servizi online, non collegati all’attività didattica. 

Altra raccomandazione largamente disattesa, nonché occasione persa, quella di utilizzare soluzioni open source, anche per il registro elettronico. Ne esistono? Sì, basta cercare:

Nel contesto attuale non biasimo i dirigenti scolastici che si orientano verso una soluzione di pronto utilizzo, dal momento che si trovano a dover fronteggiare altre difficili problematiche. Qualcuno però è riuscito a fare meglio di altri e sarebbe interessante conoscerne l’esperienza. Soprattutto, però, sarebbe stato necessario, da parte del Ministero dell’Istruzione, cogliere questa occasione per dare agli istituti scolastici le risorse e gli strumenti tecnici e culturali per fare un salto di qualità e consentire di farlo, anche con riguardo ai dati degli utenti, in tutta sicurezza.

 
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Pubblicato da su 8 ottobre 2020 in news

 

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Google Nest Guard, il microfono c’era, ma non si vedeva (e nessuno sapeva)

Nest Guard, sistema di sicurezza domestico, a inizio febbraio è stato aggiornato e Google ha pensato bene di rendere noto che l’update lo ha reso compatibile con il suo assistente vocale. “Strano – hanno pensato gli utenti – le specifiche tecniche non indicano la presenza di un microfono, come può funzionare?” Il problema è proprio nella sbadataggine di Google: non si era dimenticata di integrarlo nel sistema, ma di avvisare i propri ignari utenti che il microfono era già presente.

“Si è trattato di un errore da parte nostra” dicono da Google, riferendosi ovviamente al fatto di non averlo indicato in alcun documento, ma il microfono – sempre a detta loro – “non è mai stato acceso e viene attivato solo quando gli utenti abilitano specificamente l’opzione”. La sua presenza era stata prevista con la prospettiva di aggiungere nuove funzionalità di sicurezza, ad esempio la possibilità di rilevare rumori sospetti, come quello della rottura di un vetro.

La (dis)attenzione di Google per la privacy degli utenti non è una novità, ma l’attenzione degli utenti verso queste problematiche deve essere sempre alta: tutti i dispositivi legati al mondo di smart home e smart building sono connessi e quindi potenzialmente sempre più vulnerabili alle possibilità di sfruttamento remoto da parte di terzi. In assenza di adeguata protezione, queste soluzioni possono consentire a qualcuno non solo di carpire dati personali (come nel caso di un microfono nascosto), ma potrebbero essere utilizzati anche per prendere letteralmente il controllo di un’appartamento o di un edificio e permettere azioni ai danni del proprietario, a partire dalla disattivazione dei sistema di allarme e sorveglianza fino ad arrivare all’attivazione di elettrodomestici e impianti, o all’apertura di porte e finestre.

 

 
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Pubblicato da su 21 febbraio 2019 in news

 

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Google – Mastercard, accordo segreto per tracciare le transazioni (dice Bloomberg)

Stando a quanto riportato da Bloomberg, Google avrebbe siglato con Mastercard una partnership (non più) segreta per ottenere i dati delle transazioni “offline” di più di due miliardi di ignari utenti. Le fonti citate parlerebbero di milioni di dollari (pagati da Google), nonché di un accordo tra le due società per una ripartizione dei guadagni. Se la notizia si rivelasse attendibile, ci troveremmo di fronte ad un nuovo scandaloso episodio di violazione della privacy di miliardi di consumatori, le cui transazioni sarebbero state tracciate da Google, probabilmente per una sempre migliore profilazione pubblicitaria.

O per altre finalità? La stampa ci ricorda che nel 2017 Google ha annunciato l’attivazione della piattaforma Storie Sales Measurement, un sistema di “misurazione delle vendite” che le consentirebbe – tramite alcuni partner – di accedere ai dati di circa il 70% di carte di credito e debito USA. Secondo Google, l’accesso non riguarderebbe informazioni personali e – in ogni caso – l’utente può sempre scegliere di non partecipare al sistema facendo opt-out con gli strumenti di gestione Attività Web e App.

Ma di cosa stiamo parlando? L’accordo (presunto) tra Google e Mastercard sembra andare ben oltre. Non si parla solo di monitoraggio di “attività web e app”, ma di acquisizione di dati (a beneficio di Google e dei suoi inserzionisti) derivanti da transazioni “offline”, un’invadenza in un contesto in cui l’utente non ha scelto di utilizzare Internet (o ha scelto di non utilizzare Internet).

Domanda retorica: quanto sanno gli utenti delle loro informazioni elaborate e utilizzate da Google?

 
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Pubblicato da su 31 agosto 2018 in news

 

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Su Google e su Grip

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Nello stesso giorno in cui Google si è presentata con il nuovo logo – ripensato “per un mondo sempre connesso attraverso un numero crescente di dispositivi e input diversi tra loro (vocale, digitazione e touch)” – sulla scena digitale fa la sua comparsa Grip – Google Redress Identity & Platform, un’iniziativa indipendente che si propone come piattaforma per fornire “informazioni, rappresentanza e servizi legali”. Il tutto contro Google e i suoi comportamenti anticoncorrenziali.

Mentre Google ostenta il suo impegno ad estendersi in tutto il mondo digitale, all’orizzonte si affaccia un superconsulente per assistere chi intendesse aprire azioni legali contro la condotta anticoncorrenziale di ogni realtà legata all’azienda di Mountain View (il cui gruppo nel suo complesso si identifica oggi come Alphabet, di cui Google è probabilmente la più importante delle realtà controllate) e valutare l’entità del potenziale contenzioso risarcitorio. In base al risultato di questa valutazione, la gestione del contenzioso potrà proseguire nelle mani dei due partner fondatori di Grip, lo studio legale internazionale Hausfeld e Avisa Partners, società di consulenza in affari pubblici (di nicchia: “a niche public affairs company”) con focus europeo.

Proponendosi per l’affiancamento in azioni legali per questioni di concorrenza, le realtà potenzialmente interessate all’offerta di Grip possono essere sicuramente i competitor di Google, come le aziende che l’hanno chiamata in causa spingendo la Commissione Europea a presentare lo “Statement of Objections” che descrive il comportamento anticoncorrenziale di Google Shopping (aziende peraltro assistite proprio da uno dei due partner fondatori di Grip).

Con questo profilo, però, nel target di questa attività potrebbero rientrare anche eventuali class action organizzate da gruppi di consumatori, che oltre alle pratiche anticoncorrenziali, potrebbero puntare ad essere tutelati anche per questioni di mancato rispetto della privacy. Sarebbe interessante capire se Grip sarà intenzionata ad occuparsi anche di questo tipo di pratiche (affatto trascurabili, vista l’attitudine di Google a raccogliere informazioni personali come se fossero aria da respirare), o preferirà focalizzarsi sui possibili risarcimenti derivanti dalle violazioni delle regole dell’antitrust.

 
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Pubblicato da su 1 settembre 2015 in news

 

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Giornata Europea della Privacy. E quindi?

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Oggi la Giornata Europea della Privacy è stata trattata – in coerenza con il suo tema – con grande riservatezza. Ma come avrebbe potuto essere celebrata? Con iniziative focalizzate a sensibilizzare tutti sul fatto che oggi, più che mai, le nostre informazioni personali, che abbiamo il diritto di proteggere dall’invadenza altrui, sono estremamente vulnerabili.

Mentre a Roma il nostro Garante della Privacy ospita un convegno intitolato “Il pianeta connesso. La nuova dimensione della privacy”, il Guardian ci spiega che il nuovo piano antiterroristico approntato dalla Commissione UE prevede la raccolta e la memorizzazione di 42 differenti tipi di dati personali relativi a chi viaggia in aereo su voli da o per l’Europa (dati anagrafici, informazioni relative al viaggio, ma anche “all forms of payment information”, “general remarks” nonché “any collected advanced passenger information system information”).

Ancora nessuno dei promotori istituzionali, però, nemmeno nella (o a partire dalla) giornata che hanno dedicato alla protezione dei dati personali, mette in guardia i cittadini europei sulle possibili violazioni a cui tutti vanno quotidianamente incontro, ne’ sulle soluzioni da adottare per avere maggiore tutela.

Qualche spunto – molto superficiale e per nulla esaustivo – che riguarda il mondo digitale:

  • Quante volte vi è stato raccomandato di non spedire un messaggio e-mail con molti destinatari in chiaro per non diffondere informazioni altrui senza consenso?
  • Vi hanno mai fatto notare che, in un gruppo WhatsApp, il vostro numero telefonico viene liberamente diffuso a terzi e potrebbe quindi finire anche sotto gli occhi di qualche utente da voi non tollerato?
  • Siete capaci, in Facebook, di impostare il vostro account mantenendo sotto controllo chi può vedere ciò che pubblicate?
  • In Internet, se effettuate un pagamento online, siete certi di utilizzare un servizio basato su server sicuro?
  • Sapete riconoscere un messaggio e-mail fraudolento mirato a carpire i vostri dati di accesso a conto corrente bancario, account della carta di credito o altri servizi finanziari?
  • Sapete che spesso i concorsi online hanno lo scopo di promuovere un prodotto o un servizio, e nel contempo di raccogliere i dati personali degli utenti che vi partecipano?
  • Siete consapevoli che buona parte dello spam che ricevete tramite e-mail, ma anche delle telefonate promozionali che ricevete, è frutto di un consenso che avete accordato a qualcuno mentre inserivate i vostri dati personali?
  • Qual è l’utilizzo che un supermercato può fare della vostra tessera fedeltà?
  • Perché su Internet vedo banner pubblicitari sull’ultimo prodotto di marca XYZ (e simili) proprio dal giorno dopo in cui ho cercato in Internet notizie sui prodotti di marca XYZ?
  • Come fa Google a far comparire nel suo doodle gli auguri di buon compleanno proprio nel giorno in cui lo festeggiate?

Se non sapete dare una risposta (o una spiegazione) ad almeno una di queste domande, che rappresentano semplici esempi quotidiani, significa che non siete stati efficacemente sensibilizzati sulla tutela della vostra privacy. E quindi, per chi organizza la Giornata Europea della Privacy, c’è ancora tanta strada da fare…

 
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Pubblicato da su 28 gennaio 2015 in security, telefonia

 

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Google Glass, qualcuno si sta svegliando

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La tecnologia non va frenata, ma è necessario conoscerne tutti gli aspetti affinché ognuno sia consapevole sia dei rischi che delle opportunità derivanti dalle innovazioni. I Google Glass non sfuggono a questa esigenza: fin dalla loro presentazione, gli Occhiali di Google hanno suscitato – oltre ad un certo entusiasmo – molte perplessità proprio per la loro attitudine tecnologica all’elaborazione elettronica dei dati e ai possibili problemi di privacy che il loro utilizzo può comportare.

Non si tratta solamente di un paio di occhiali speciali, ma di un dispositivo indossabile collegato a Internet, con sistema operativo Android, dotato di microcamera, microfono e modulo GPS. Dal punto di vista del prodotto è giusto pensare alle opportunità da cogliere: ci sono aspetti di design come quelli sottolineati da Luca (L’occhialeria italiana ci pensa? e Il prodotto, una sfida) e quelli legati allo sviluppo di applicazioni. C’è anche chi tenta di  diventare competitor di Google in questo campo con prodotti più o meno analoghi, come provano a fare l’azienda italiana GlassUp, oppure Epson con il visore multimediale Moverio e Recon con i Jet.

C’è però un fattore molto importante da considerare: il progetto che ha portato ai Google Glass è molto articolato e alle sue spalle c’è un’azienda con molte risorse, economiche e tecnologiche (incluso, ad esempio, il know-how per il riconoscimento facciale) e con alcuni precedenti in tema di mancata tutela della privacy. Per questo motivo le Autorità di protezione dati di diversi continenti, riunite nel GPEN (Global Privacy Enforcement Network), hanno scritto una lettera a Google sullo sviluppo dei suoi Glass.

Tra le questioni sollevate, a cui si chiede risposta, troviamo domande legittima:

  • Quali informazioni raccoglie Google attraverso i “Glass”, i famosi occhiali a realtà aumentata?
  • Con chi le condivide?
  • Come intende utilizzarle?
  • Come viene  garantito il rispetto delle legislazioni sulla privacy?
  • Come pensa Google di risolvere il problematico aspetto della raccolta di informazioni di persone che, a loro insaputa, vengono “riprese” e “registrate” tramite i Glass?

Tutto sommato, i Google Glass non raccolgono informazioni diverse da quelle che già oggi possono essere acquisite da un moderno smartphone. Ma rispetto a quest’ultimo, l’utilizzo è molto più agevole e consente un’acquisizione continua (batteria permettendo) e non facilmente identificabile da chi viene ripreso. Tra le Authority che si sono rivolte a Google c’è anche il nostro Garante della Privacy. Il presidente Soro osserva:

Chiunque  finisse nel raggio visivo di chi indossa questi occhiali potrebbe, a quanto è dato sapere, venire fotografato, filmato, riconosciuto e, una volta avuto accesso ai suoi dati sparsi sul web, individuato nei suoi gusti, nelle sue opinioni, nelle sue scelte di vita. La sua vita gli verrebbe in qualche modo sottratta per finire nelle micro memorie degli occhiali o rilanciata in rete. Ci sono già norme che vietano la messa on line di dati personali senza il consenso degli interessati”.

Il passaggio chiave ricorda un concetto di cui parlo spesso anch’io

 “Ma di fronte a questi strumenti le leggi non bastano: serve un salto di consapevolezza da parte di fornitori di servizi Internet, degli sviluppatori di software e degli utenti. E’ indispensabile ormai riuscire a promuovere a livello globale un uso etico delle nuove tecnologie”.

Last but not least, sarebbe interessante capire se esistono realmente eventuali rischi anche per la salute: trattandosi di un prodotto completamente nuovo, oggi non ne esiste esperienza e quindi non esiste nemmeno uno studio al riguardo. Il loro utilizzo, se comporta movimenti continui e differenti esigenze di messa a fuoco, a me farebbe pensare quantomeno ad uno stress da affaticamento visivo, ma c’è già chi parla seriamente di distrazioni potenzialmente pericolose e disturbi delle capacità cognitive.

Per concludere queste osservazioni con un sorriso, ecco cosa potrebbe accadere indossando i Google Glass senza la dovuta accortezza…

 
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Pubblicato da su 19 giugno 2013 in news, tecnologia

 

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Google cercherà anche nelle immagini

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Google ha messo a punto un nuovo algoritmo che consentirà di identificare oggetti e persone in foto e video.

Automatic large scale video object recognition (questo il nome della tecnologia, già coperta da brevetto) sarà probabilmente introdotta in primis su YouTube, per consentire l’inserimento di tag in corrispondenza di immagini specifiche all’interno di filmati.

Chi ha familiarità con i tag utilizzabili nei social network su testi e foto, può già immaginare le potenzialità di questa tecnologia, incluse quelle di marketing e di pubblicità. Che, si sa, con la privacy non vanno molto d’accordo.

 
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Pubblicato da su 4 settembre 2012 in business, Internet, news

 

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Google Drive

E’ arrivato il cloud storage di Google Drive, che offre agli utenti un servizio di archiviazione dati su Internet – che qualcuno potrebbe chiamare chiavetta virtuale – che entra in diretta concorrenza con Microsoft SkyDrive e Dropbox.

Nello spazio offerto da Google in the cloud è possibile trasferire documenti, immagini, video e quant’altro sia necessario memorizzare in uno spazio extra: chi si iscrive può usufruire gratuitamente di 5 GB, ma se non fossero sufficienti è possibile richiedere un’espansione a 25 GB (per un canone mensile di 2,49 dollari), a 100 GB (4,99 dollari/mese) o a 1 TB (49,99 dollari/mese). Chi usufruisce di questi spazi a pagamento, vedrà ampliarsi in egual misura anche il proprio spazio Gmail.

Chi apre un account su Google Drive vi troverà integrato anche Google Docs e avrà la possibilità di condividere via Gmail o su Google+, a propria discrezione, i file contenuti nello storage. Sempre in Drive l’utente troverà la tecnologia OCR (Optical Character Recognition) per identificare i vocaboli in un documento sottoposto a scansione e potrà installarvi app di terze parti scaricate dal Chrome Web Store.

L’accessibilità sarà garantita da qualsiasi dispositivo: il servizio è oggi fruibile da computer Windows, tablet e smartphone Android e computer Mac, ma è già prevista un’apposita app per device Apple con iOS. Sempre in tema di accessibilità, gli utenti non vedenti potranno utilizzarlo mediante uno screen reader.

La genericità dei termini di servizio – recentemente uniformati per buona parte delle soluzioni offerte da Google sul web – dovrebbe essere superata da questa promessa (pubblicata alla pagina Norme e princìpi):

Il nostro obiettivo è garantirti la massima trasparenza e offrirti la massima possibilità di scelta attraverso prodotti come Google Dashboard e Gestione preferenze annunci, insieme ad altri strumenti. I nostri princìpi sulla privacy restano gli stessi. Non venderemo mai le tue informazioni personali e non le condivideremo senza la tua autorizzazione (tranne in rare circostanze quali richieste legali valide).

 
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Pubblicato da su 24 aprile 2012 in news, News da Internet

 

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Faccia da Google

Nella competizione tra Facebook e Google+ c’è sempre da aspettarsi qualche novità, anche se il primo – nato sette anni fa, al momento giusto – è difficilmente raggiungibile nel campo dei social network generalisti (ossia non orientati ad una particolare fascia di mercato). Il secondo, comunque, ha un enorme margine di crescita e studia ogni occasione per conquistare utenti. L’ultima novità si chiama Find my face (trova la mia faccia) e permette ad un utente di trovare, nelle cerchie del social network, le foto che lo ritraggono. Guardando più in là del proprio naso (e avendo già superato quello di Facebook, che aveva introdotto la stessa funzione inaspettatamente senza pensare alla privacy degli utenti), Google ha pensato bene di mantenere questa opzione disabilitata per default.

 
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Pubblicato da su 12 dicembre 2011 in Internet, news, News da Internet, privacy, social network

 

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C’è poca privacy in quelle cerchie

Dite pure che sono all’antica, ma le Norme sulla privacy di Google+ a me sembrano un po’ nebulose e i punti che lasciano scoperti rappresentano problemi non trascurabili. Essendo però un inguaribile ottimista sono convinto che da Mountain View presto affronteranno queste problematiche e sistemeranno tutto, prima che le cerchie si trasformino in gironi.

 
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Pubblicato da su 12 luglio 2011 in Internet, Life, news, News da Internet, privacy, security, social network

 

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