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Stretta su web?

Infine, il capitolo sicurezza, con il potenziamento della legge Mancino. In particolare, la stretta dovrebbe riguardare l’uso di Internet per la propagazione virale di odio razziale e istigazione alle discriminazioni. 

Questa frase conclude un articolo pubblicato oggi su La Stampa anticipando il piano anti razzismo che verrà presentato oggi dal Ministro per l’Integrazione Cécile Kyenge, che promuove un’iniziativa che merita il massimo appoggio, ma che sarebbe opportuno non avesse conseguenze superflue. Il titolo dell’articolo recita: Stretta su web e caporalato – E nel piano Kyenge anche scuole d’italiano per migranti

Mi spiego meglio: non capisco perché molte persone siano convinte che l’applicazione delle leggi già esistenti non riguardi Internet. Prendiamo ad esempio proprio la Legge Mancino, senza entrare nel merito dei dibattiti legati alla sua possibile incostituzionalità e osservandone solo l’ambito di applicazione, dato che si parla addirittura di un suo possibile potenziamento. All’articolo 1 si legge che

[...] è punito:
a) con la reclusione sino a tre anni chi  diffonde  in  qualsiasi modo idee fondate sulla superiorita' o sull'odio razziale  o  etnico, ovvero incita a commettere o commette  atti  di  discriminazione  per motiv razziali, etnici, nazionali o religiosi;

“In qualsiasi modo”. E’ reato farlo con scritte sui muri, urlandolo per strada o in una trasmissione televisiva, pubblicandolo su un giornale o su un sito web.

b) con la reclusione da sei mesi a quattro anni chi, in qualsiasi modo, incita a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi.
E'  vietata  ogni  organizzazione,  associazione,  movimento  o gruppo avente tra i propri scopi l'incita ento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. Chi partecipa a tali organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi, o presta assistenza alla loro attivita', e' punito, per il  solo  fatto della partecipazione o dell'assistenza, con la reclusione da sei mesi a quattro anni. Coloro che promuovono o dirigono tali organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi sono puniti, per cio' solo,  con  la reclusione da uno a sei anni chi pubblicamente esalta esponenti, principi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche. Se il fatto riguarda idee o metodi razzisti, la pena è della reclusione da uno a tre anni e della multa da uno a due milioni

L’ articolo 4 punisce e sanziona

chi pubblicamente esalta esponenti, principi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche. Se il fatto riguarda idee o metodi razzisti, la pena è della reclusione da uno a tre anni e della multa da uno a due milioni

Internet non è un mondo irreale e chi ne fa uso per la propagazione virale di odio razziale e istigazione alle discriminazioni è soggetto alle leggi e alle sanzioni previste per chi lo fa “in qualsiasi modo”. Rintracciare su Internet una persona che pubblica boiate – anche in modo anonimo – è  molto più facile che scovare chi scrive sui muri.

 
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Pubblicato da su 30 luglio 2013 in Internet, media, Mondo, news

 

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Chromecast hai detto?

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Secondo me, questa chiavetta per lo streaming chiamata Chromecast e venduta a 35 dollari potrebbe anche spaccare. Almeno, dove c’è banda abbastanza larga.

Quindi non da noi.

 
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Pubblicato da su 24 luglio 2013 in Internet, Tv & WebTV

 

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Crescono le news online, soprattutto su smartphone e tablet

DigitalNewsReportReuters1

I tablet stanno sempre più affiancando gli smartphone nella loro nuova funzione di portare le notizie agli utenti in tempo reale. Lo zoccolo duro costituito da chi preferisce la TV si sta assottigliando. La conferma arriva dall’ultimo Digital News Report pubblicato dal Reuters Institute, realizzato conducendo una ricerca basata su un campione di lettori online in Regno Unito, Stati Uniti, Germania, Francia, Italia, Spagna, Brasile, Giappone e Danimarca.

 
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Pubblicato da su 3 luglio 2013 in business, cellulari & smartphone, Internet, media, studi, tablet

 

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Decreto Fare, sull’accesso a Internet nulla di chiaro

DecretoFareWiFi

Il Decreto Fare è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale venerdì 21 giugno. Ricordo che le promettenti anticipazioni recitavano:

Nel Decreto Fare il Consiglio dei Ministri ha previsto la liberalizzazione dell’accesso ad internet (wifi), come avviene in molto Paesi europei.

L’offerta ad internet per il pubblico sarà libera e non richiederà più l’identificativo personale dell’utilizzatore. Resta però l’obbligo del gestore di garantire la tracciabilità mediante l’identificativo del dispositivo utilizzato.

Veniamo quindi al testo ufficiale. Nel decreto legge n. 69 del 21 giugno 2013 troviamo l’articolo 10 dedicato alla Liberalizzazione dell’allacciamento dei terminali di comunicazione alle interfacce della rete pubblica.

Interfacce della rete pubblica de che? Ah, forse è perché non riguarda esclusivamente il WiFi. Vedremo. L’articolo si apre così:

L’offerta di accesso ad internet al pubblico è libera e non richiede la identificazione personale degli utilizzatori. Resta fermo l’obbligo del gestore di garantire la tracciabilità del collegamento (MAC address)

Ma è il Decreto del “Fare un po’ a casaccio”? La prima frase sembra dire che chiunque può offrire l’accesso a Internet nel modo che ritiene opportuno. L’unico obbligo è in capo al gestore. Però manca una definizione del soggetto (o dei soggetti) a cui questa norma fa riferimento: “gestore” di cosa?

  1. Di un locale pubblico (ad esempio un bar, un ristorante…) che concede l’accesso a Internet come servizio accessorio e collaterale all’attività principale, e quindi non è un provider?
  2. Oppure gestore di un’attività tipo Internet Point, dove l’attività commerciale consiste proprio nel concedere accesso a Internet?
  3. Oppure ancora gestore di telecomunicazioni? Questo decreto permette ai provider di offrire agli utenti un accesso ad Internet senza essere tenuti ad identificarli?

Inoltre, il riferimento al MAC Address è abbastanza risibile: si tratta di un codice che identifica una scheda di rete (Ethernet o wireless) abbinata ad un terminale. E’ il produttore che lo assegna alla scheda ed è univoco, ma può essere modificato via software. Detto questo, e ammesso che non venga modificato, se un computer è accessibile a più utenti (come quelli di una biblioteca, o di un Internet Point di un albergo), e nessuno può risalire all’identità di ognuno, in caso di utilizzi non consentiti o addirittura illeciti che senso ha identificare solo il computer?

Segue una precisazione che, in realtà, contiene un’imprecisione:

La registrazione della traccia delle sessioni, ove non associata all’identità dell’utilizzatore, non costituisce trattamento di dati personali e non richiede adempimenti giuridici

Innanzitutto sarebbe opportuno capire una cosa: la registrazione della traccia delle sessioni come va effettuata? Quali dati deve contemplare? Il MAC Address? La data? Ora di inizio e ora di fine navigazione? Gli indirizzi dei siti visitati? Di tutto e di più?

Se l’utente non viene identificato, questa registrazione non è riconducibile ad alcuna persona, quindi non esiste alcun trattamento di dati personali. Ma questo, in realtà, vale solo finché un utente si limita ad un’attività di consultazione, ad esempio leggere il giornale via web… Se invece si iscrive ad un servizio online, o se consulta un proprio account (il conto corrente bancario, la pagina personale sul social network, la propria webmail, o altro ancora), la registrazione potrebbe contenere informazioni assolutamente personali, e quindi il trattamento di dati personali c’è.

Ergo, il provvedimento di liberalizzazione dell’accesso a Internet contenuto nel Decreto Fare, così com’è oggi, è talmente vago e approssimativo da essere pressoché inutile.

 
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Pubblicato da su 25 giugno 2013 in diritto, Internet

 

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Tumblr è nelle mani di Yahoo!

YahooTumblr

Marissa Mayer – ex manager di Google e oggi presidente e amministratore delegato di Yahoo, ha confermato le trattative rumoreggiate dalla stampa nei giorni scorsi, comunicando il raggiungimento dell’accordo per rilevare Tumblr (nota piattaforma di tumblelog, ossia di piccolo blog). Le parole poco formali con cui ha dichiarato ufficialmente l’operazione ne fanno il mio mito di oggi:

I’m delighted to announce that we’ve reached an agreement to acquire Tumblr! 

We promise not to screw it up […]

In italiano: “Sono felice di annunciare che abbiamo raggiunto un accordo per acquisire Tumblr! 

Promettiamo di non mandare tutto a… […]”. Significa che non manderanno tutto a rotoli, ma in modo molto gergale (come dire “non manderemo tutto a puttane”, o “non manderemo tutto a farsi fottere”).

Secondo le indiscrezioni, l’operazione potrebbe valere oltre un miliardo di dollari, per cui l’attenzione di non mandare tutto a rotoli appare quantomai opportuna: mettendo le mani su una piattaforma di blogging e di condivisione, Yahoo potrà riuscire a coprire un buco che rappresenta un segmento di mercato che non ha mai toccato, e che è sempre più sbilanciato nel mondo della telefonia mobile (altro mondo in cui Yahoo non ha una presenza forte).

 
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Pubblicato da su 20 Maggio 2013 in business, Internet

 

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20 anni di World Wide Web “pubblico”

CERNwww1993

30 aprile 1993: la tecnologia relativa al World Wide Web – o, più comunemente, Web – viene resa di pubblico dominio con una dichiarazione formale. Nata da un’idea di Tim Berners-Lee, rappresenta l’evoluzione di un progetto (che si chiamava inizialmente ENQUIRE) basato sull’ipertesto, con l’obiettivo di agevolare lo scambio di dati e informazioni tra ricercatori impegnati in esperimenti scientifici. La sua apertura ha cambiato il mondo.

 
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Pubblicato da su 30 aprile 2013 in Internet, tecnologia

 

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Il governo su Twitter

GovernoTwitter

Per iniziare la settimana parlando di stretta attualità, ecco la composizione del Governo della Repubblica Italiana, con i contatti pubblici su Twitter, personali e/o dei ministeri.

Presidenza

  • Presidente del Consiglio dei Ministri: Enrico Letta – @EnricoLetta – @Palazzo_Chigi
  • Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e Segretario del Consiglio dei Ministri: Filippo Patroni Griffi
  • Vice Presidente e Ministro dell’interno: Angelino Alfano – @angealfa

Ministri senza portafoglio

  • Affari europei: Enzo Moavero Milanesi
  • Affari regionali e autonomie: Graziano Delrio – @graziano_delrio
  • Coesione Territoriale: Carlo Trigilia@MinCoesione
  • Rapporti con il Parlamento e coordinamento attività di Governo: Dario Franceschini – @dariofrance
  • Riforme costituzionali: Gaetano Quagliariello – @QuagliarielloG
  • Integrazione: Cécile Kyenge – @ckyenge
  • Pari opportunità, sport e politche giovanili: Josefa Idem – @josefaidem
  • Pubblica amministrazione e semplificazione: Giampiero D’Alia – @gianpierodalia

Ministri con portafoglio

Gli account personali sono ben 17 su 23 componenti, un bel record. Oltre alle numerose urgenze che questo Governo deve affrontare, sarebbe bello che questa presenza su Twitter aumentasse e che non rappresentasse solo una facciata, ma una reale disponibilità all’ascolto e al confronto.

 
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Pubblicato da su 29 aprile 2013 in Internet, istituzioni, news

 

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Bei tempi

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Vent’anni fa non esistevano Explorer, Firefox, Chrome, Safari o Opera. Però c’era Mosaic, il primo browser “snello” per la navigazione multimediale in Internet, di cui il 22 aprile 1993 fu rilasciata la versione 1.0.

 
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Pubblicato da su 22 aprile 2013 in curiosità, Internet

 

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In arrivo lo smartphone di Facebook?

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TechCrunch scrive che il 4 aprile Facebook potrebbe presentare il suo smartphone.
Io non ho tutta questa ansia di far sapere a Zuckerberg & C. tutto ciò che mi riguarda (contatti, conversazioni, Sms, mail e quant’altro possa essere condiviso). Quindi lo osserverò da lontano.

 
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Pubblicato da su 30 marzo 2013 in cellulari & smartphone, Internet, social network

 

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Piovono motori (di ricerca)

quag-logo-beta

Mettendo insieme query e tag, un manipolo di sviluppatori ha creato Quag, piattaforma social che integra le funzionalità di due motori di ricerca – Google e Bing – per consentire all’utente (che può iscriversi e pubblicare un proprio profilo) di effettuare ricerche su web ed ottenere “gli stessi risultati generati da questi due motori (salvo piccole differenze dovute alla personalizzazione dei risultati)”.

Online in versione beta, ad ogni ricerca Quag fornisce una serie di risultati e segnala all’utente ricerche analoghe effettuate da altri utenti (anche attraverso un add-on per Chrome e Firefox, realizzato per integrare le funzioni di Quag nella barra laterale di Google). In pratica si tratta di una soluzione di search-sharing, con un’attenzione dichiarata alle tematiche relative alla privacy.

Dopo la pubblicazione di istella, si tratta di un altro interessante contributo made in Italy al mondo delle ricerche su web e al social networking, da osservare con attenzione.

 
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Pubblicato da su 21 marzo 2013 in Internet, motori, social network

 

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Google prende nota

Nel portfolio di Google mancava un servizio come Evernote, per prendere appunti e  salvarseli come promemoria. Adesso c’è Google Keep, disponibile in versione per browser e come applicazione per Android (e non per altri smartphone, almeno al momento), ma solo a partire dalla versione 4.0.3 del sistema operativo.

Più spartano di Evernote, Keep offre all’utente un foglio su cui scrivere il titolo e contenuti della nota, in cui è possibile inserire un’immagine e assegnare un colore (un po’ come usare un post-it giallo, rosa, verde, eccetera). Rispetto alla versione browser, l’app permette in più la dettatura della nota. Selezionando “fine”, la nota viene salvata via Google Drive, rimanendo quindi legata all’account Google dell’utente, e lasciando supporre la possibilità che presto sia possibile integrare e condividere i contenuti delle note con altre applicazioni Google (quindi, attenzione).

 
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Pubblicato da su 21 marzo 2013 in cloud, Internet

 

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Un caso di Website Facebook Addiction

errorefacebookconnect

Se un malfunzionamento di Facebook Connect può bloccare mezza Internet – eventualità che si è verificata la scorsa settimana – significa che ci troviamo di fronte ad un problema di dipendenza da Facebook da parte di molti siti web e questo impone una riflessione.

 
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Pubblicato da su 11 febbraio 2013 in Buono a sapersi, Internet

 

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Italia OnLine, rinata da Libero e Matrix

ItaliaOnLine

 

La notizia del ritorno di Italia OnLine fa tornare indietro la memoria di qualche anno. E’ lo stesso nome di un Internet Service Provider nato nel 1994, il cui portale costituì in quegli anni uno dei punti di riferimento per chi iniziava a navigare in Internet in Italia. Si abbreviava con IOL, quasi a richiamare un’italianizzazione del ruolo da protagonista che aveva AOL). Il logo è simile a quello di allora, ma adesso è una realtà ben diversa, molto più strutturata e articolata in varie soluzioni, si occupa di pubblicità e servizi Internet alle imprese, e nel mercato web italiano è alle spalle di Google e Facebook.

 
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Pubblicato da su 8 febbraio 2013 in business, Internet

 

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Libero non significa gratis

usafreewifiIl Washington Post nei giorni scorsi ha dato notizia di un progetto, da parte della FCC – (agenzia governativa che regola le comunicazioni negli USA) per la realizzazione di una Super rete WiFi con copertura nazionale e gratuita, basata su un progetto per l’ampliamento dello spettro utilizzato nel WiFi che sembrerebbe poter convergere con un piano varato per dare ai gestori di telefonia mobile le frequenze TV non assegnate. L’articolo sul Post (che, come scrive Mante in un tweet, in realtà non dice niente), ha scatenato gli entusiasmi da parte della stampa e dela rete, che ne stanno parlando ancora adesso anche in Italia, con termini di paragone con il nostro Paese e con toni che potremmo sostanzialmente sintetizzare con “l’erba del vicino è sempre più verde”. Peccato che nessuno dia risalto alla dichiarazione – sostanzialmente una smentita – data dal portavoce della stessa FCC e raccolta da TechCrunch:

The FCC’s incentive auction proposal, launched in September of last year, would unleash substantial spectrum for licensed uses like 4G LTE. It would also free up unlicensed spectrum for uses including, but not limited to, next generation Wi-Fi. As the demand for mobile broadband continues to grow rapidly, we need to free up significant amounts of spectrum for commercial use, and both licensed and unlicensed spectrum must be part of the solution.

L’obiettivo sarebbe quindi di liberare frequenze per il 4G, la tecnologia broad band LTE utilizzata nelle reti mobili, e si potrebbe liberare spettro senza licenza per altri utilizzi, come il WiFi di prossima generazione, ma non in via esclusiva per quell’impiego. Dal momento che la domanda di banda larga mobile è in aumento, si rende necessario liberare spettro per utilizzi commerciali. E’ questo il significato della dichiarazione.

Tra l’altro, l’articolo del Post potrebbe basare le proprie certezze su un puro fraintendimento del significato della parola free, utilizzata anche da Julius Genachowski, capo della FCC (agenzia governativa che regola le comunicazioni negli USA) in questa dichiarazione, citata nella notizia:

Freeing up unlicensed spectrum is a vibrantly free-market approach that offers low barriers to entry to innovators developing the technologies of the future and benefits consumers.

Verrebbe da pensare che chi ha scritto l’articolo (ma soprattutto a chi l’ha rilanciato) abbia frainteso o sopravvalutato quel free, che in questo contesto non significa gratis, ma libero. In questa affermazione Genachowski osserva in realtà che liberare spettro non assegnato rappresenta un approccio vivace al libero mercato, che offre una riduzione delle barriere all’ingresso di quegli innovatori che sviluppano le tecnologie del futuro, e avvantaggia i consumatori. Ma il libero mercato è un mercato in cui operano più concorrenti in regime di concorrenza, non ha nulla a che vedere con il tutto gratis.

 
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Pubblicato da su 6 febbraio 2013 in cellulari & smartphone, Internet, WiFi

 

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Amazon, un caso di incauta vendita?

logo amazon

Sabato scorso Max butta gli occhi su un’allettante offerta di Amazon.it per la vendita di un Asus ET2012AUKB, All-in-One PC, Monitor LED 20 Pollici, Processore AMD E-Series 1.65 GHz, RAM 4 GB, HDD 500 GB, Digital TV Tuner, WebCam, Windows 8 al mirabolante prezzo di 26,17 euro anzichè 499 euro.

Occasione imperdibile o bidone? La prima ipotesi è molto più verosimile della seconda: è vero che su Internet ogni tanto si prendono delle sòle, ma questo può avvenire quando si fanno acquisti su siti web sconosciuti, di dubbia provenienza e con inesistente reputazione, con venditori in malafede che aprono oggi e chiudono domani. Non è certamente il caso di Amazon.it, costola italiana di un’azienda fondata nel 1994, online dal 1995, quotata al mercato azionario dal 15 maggio 1997 (indice NASDAQ) e oggi a capo di un gruppo che comprende anche Alexa InternetA9.com, e Internet Movie Database (IMDb).

Max inoltra l’ordine e come feedback non ottiene una comunicazione che dice “aspetta, verifichiamo il tuo ordine e poi vediamo se confermarlo”, ma ne riceve la conferma via mail che inizia con la frase “Grazie per il tuo ordine“, proveniente dal classico mittente con indirizzo “conferma-ordine@amazon.it”. Questo tipo di conferma è molto importante per chi fa acquisti online e un pioniere come Amazon lo sa bene: da quel momento in poi al cliente non viene richiesta nessuna conferma ulteriore, ne’ qualsivoglia altra azione, per cui a tutti gli effetti consente al cliente di appurare l’avvenuto perfezionamento del contratto.

Incassate le naturali certezze che derivano dalla ricezione di una conferma d’ordine da parte di un’azienda che vanta le referenze descritte sopra, Max segnala con altruismo questa offerta via Facebook e Twitter, dove viene letta da vari amici e follower (il sottoscritto se n’è accorto con notevole ritardo e se ne rammarica), che si avvantaggiano della medesima offerta. Peccato che poi Max – seguito dagli altri amici e follower – il giorno dopo si veda recapitare una mail che spiega:

Il prezzo dell’articolo indicato sul sito era erroneo, pertanto, non abbiamo potuto dare corso alla tua richiesta.  Se volessi riacquistare l’articolo al prezzo corrente, ti invitiamo a effettuare nuovamente l’ordine sul nostro sito. Siamo spiacenti per l’inconveniente e i disagi arrecati.”

Ordini cancellati e offerta aggiornata con prezzo a 646 euro (il listino dichiarato fino al giorno prima diceva 499 euro).

Un momento… ordini cancellati? Sembra uno scherzo, ma non lo è. Le condizioni di vendita di Amazon.it, al punto 3, effettivamente prevedono quanto segue:

Qualora, a causa di disguidi o altri inconvenienti, il prezzo indicato nel sito dovesse risultare inferiore al prezzo corretto di vendita di un prodotto, ti contatteremo per verificare se desideri egualmente acquistare il prodotto al prezzo corretto. Altrimenti il tuo ordine non potrà essere accettato.

Tenendo presente che c’è stata una conferma (quel “Grazie per il tuo ordine”, non dimentichiamocene), è necessario considerare che quella condizione è fuori legge, almeno in Italia: quando si acquista un articolo ad un certo prezzo esposto, l’acquirente ha il diritto – riconosciuto dalla legge italiana – di acquistarlo a quel prezzo, anche se il venditore dichiara che tale prezzo è errato. In un paio di occasioni è capitato anche a me di far valere questo diritto: si trattava di due acquisti differenti, effettuati in un punto vendita e presso un supermercato, e in entrambi gli episodi il responsabile – intervenuto su mia richiesta – non ha avuto nulla da eccepire e ha accordato l’acquisto al prezzo esposto.

Vale la pena di far valere questo diritto? A mio parere la risposta è assolutamente sì perché – come detto sopra – l’ordine è stato confermato. Accettarne supinamente la cancellazione potrebbe costituire un precedente pericoloso per altri utenti, così come per le aziende che svolgono attività di e-commerce: lo sarebbe per gli utenti  perché renderebbe precaria la tutela dei loro diritti per gli acquisti effettuati via Internet, ma lo sarebbe anche per le aziende, perché episodi come questo potrebbero generare una legittima diffidenza da parte dei consumatori, che da qui in poi potrebbero disertare i negozi online nel timore di incappare in simili inconvenienti.

Non mi sembra rilevante che Amazon abbia sede legale o fiscale all’estero (dove in casi come questo la legislazione potrebbe essere meno favorevole al consumatore), perché l’acquisto è stato effettuato in Italia. Pertanto vale quanto stabilito al punto 14 delle Condizioni generali d’uso e al punto 7 delle Condizioni generali di vendita (entrambe pubblicate in un’apposita pagina del sito di Amazon), che nonostante un’apparenza sfavorevole lasciano aperto più di uno spiraglio (ho applicato il grassetto ad alcuni punti che ritengo significativi):

LEGGE APPLICABILE E FORO COMPETENTE
Le presenti Condizioni Generali d’Uso sono regolate e devono essere interpretate ai sensi delle leggi del Gran Ducato del Lussemburgo ed è espressamente esclusa l’applicazione della Convenzione delle Nazioni Unite sui Contratti di Vendita Internazionale di Merci. Accetti, ed accettiamo a nostra volta, di sottostare alla giurisdizione non esclusiva dei Tribunali del distretto della Città di Lussemburgo. In qualità di consumatore potrai così agire davanti ai Tribunali del distretto della Città di Lussemburgo o dello Stato membro dell’Unione Europea in cui sei residente o domiciliato per promuovere una controversia in relazione alle presenti Condizioni Generali di Vendita.

Seguiamo il caso, potrebbe avere risvolti interessanti.

 
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Pubblicato da su 4 febbraio 2013 in Internet

 

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