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I Risultati della Ricerca per: ‘google privacy’

Welcome on Twitter, @equitalia_it

EquitaliaTwitter

Equitalia ha annunciato ieri di aver aperto un proprio account su Twitter (unico canale ufficiale della società presente sui social media), che si aggiunge al nuovo sito web istituzionale. Il debutto è stato salutato con un coro di tweet, anche di benvenuto, a cui hanno fatto seguito altri non proprio benevoli che, verosimilmente, non hanno considerato con grande attenzione i contenuti della social media policy del gruppo, che correttamente dice:

Tutti gli utenti potranno esprimere la propria opinione nel rispetto degli altri; ognuno è responsabile di ciò che pubblica.

Tutti coloro che vorranno smentire eventuali contenuti sono pregati di accompagnare le proprie esternazioni con collegamenti a fonti di informazioni o attendibili. Siamo aperti a tutte le opinioni specialmente quando sono accompagnate da fatti verificabili.

Inoltre, per la tutela della privacy degli utenti, suggeriamo di non pubblicare dati personali (email, numero di telefono, codice fiscale etc.)

Seguire un account Twitter o inserirlo in liste di interesse non significa condividerne la linee di pensiero; lo stesso vale per i retweet, per i tweet preferiti e per i messaggi presenti sull’account pubblicati dagli utenti.

Tutte le offese rivolte a Equitalia, o a persone afferenti al Gruppo, verranno raccolte e comunicate direttamente agli uffici competenti che valuteranno se e come intervenire.

Per quanto riguarda la moderazione, la policy specifica inoltre che “la gestione dell’account avviene dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 18. Al di fuori di questi orari e nei giorni festivi il presidio non è garantito”. Anche l’orario indicato è assolutamente normale e specificarlo non è superfluo come potrebbe apparire, perché va a completare l’opportuna informativa diretta agli utenti.

Uomo avvisato mezzo salvato, dunque, soprattutto per quanto riguarda l’approccio da tenere nelle comunicazioni. E in realtà non c’è altro, perché Twitter verrà utilizzato come canale informativo. Le presenze web che richiedono attenzione, circospezione e consapevolezza sono altre.

P.S.: nulla vi vieta di eliminare da Twitter la foto del vostro yacht battente bandiera delle Cayman, comunque 😀

 
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Pubblicato da su 5 febbraio 2015 in news, social network

 

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Ello che?

ElloSlogan

Oltre ad indicare un comune in provincia di Lecco e un gioco Mattel per bambine (di scarso successo), Ello è il nome di un nuovo social network, molto richiamato dalla cronaca negli ultimi giorni per il suo crescente consenso. Sul suo conto si leggono molte cose, ma le definizioni più ricorrenti sono anti-Facebook, amico della privacy, gay-friendly e social network senza pubblicità.

Il Manifesto del social network effettivamente non nasconde che l’intento è rappresentare l’alternativa a Facebook, differenziandosi con l’assenza di pubblicità e la tutela della privacy degli utenti, a cui si assicura che i dati personali non saranno trasmessi ad altre aziende (anche perché non esistono inserzionisti pubblicitari sulla piattaforma), ma solo agli altri iscritti. Altra caratteristica ostentata da Ello è l’assenza di pratiche discriminatorie nell’iscrizione, che può avvenire anche con un nome diverso da quello registrato all’anagrafe (anche qui in contrapposizione alle prassi di Facebook, che ha sospeso alcuni account di drag queen che nell’iscrizione avevano utilizzato il loro nome d’arte). You are not a product (trad. “Tu non sei un prodotto”) recita lo slogan.

I presupposti di rispetto degli iscritti sulla carta sono ottimi, ma saranno sufficienti a far crescere il bacino di utenza di Ello? Sicuramente la curiosità stimolerà molte persone a sondare il terreno, ma l’impresa di far schiodare da Facebook un buon numero di persone resta ardua.

Non sarà la tutela della privacy a motivarli, ne’ la grafica minimalista e spartana della nuova piattaforma. Per essere spinti in massa verso Ello dovranno trovare qualcosa di veramente nuovo, ma finora nessun competitor di Facebook è riuscito a scalfirne la leadership nel panorama dei social network: l’obiettivo è rimasto un miraggio per Diaspora, come per tutti gli altri. E non si venga tratti in inganno dal cospicuo numero di utenti vantato da Google Plus, che corrisponde realmente ad un numero di iscritti, ma solo perché chi si registra per un qualunque servizio di casa Google è già virtualmente utente di tutte le altre soluzioni del gruppo (giacché basta “un unico account Google per tutto il mondo Google”), tant’è che i numerosi possessori di smartphone Android – registrando il proprio account sull’apparecchio – spesso nemmeno si accorgono di aver accettato anche l’iscrizione al social network.

Ello – non è male saperlo – si regge oggi sul sostegno finanziario di FreshTracks Capital, che ha investito 435mila dollari nell’idea di social network concepita da Paul Budnitz (un designer che ha messo la sua firma biciclette molto belle), dopo uno sviluppo basato anche sulla consulenza pro bono (cioè a titolo gratuito) di Aral Balkan (anch’egli designer, fondatore di ind.ie e promotore di tecnologie che consentano agli utenti di mantenere il controllo degli strumenti digitali che utilizzano, come quelle che saranno utilizzate nell’ind.ie phone), che ha abbandonato il progetto per questioni ideologiche, appena appreso dell’ingresso di una società di venture capital, che a suo dire non può che snaturare il progetto iniziale (in quanto trasforma il sogno nella ricerca di un profitto che porti un ritorno sull’investimento), limitarne le ambizioni e appiattirlo al livello di altri prodotti assoggettato alle leggi del mercato.

Sicuramente è ancora presto per dargli ragione. Ma anche per dargli torto…

 
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Pubblicato da su 1 ottobre 2014 in news

 

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Password Gmail trafugate, un altro caso per riflettere

isleaked-com

Da ieri circola la notizia di un clamoroso furto di password ai danni degli utenti di Gmail: si parla di circa 5 milioni di utenze, i cui dati di accesso sarebbero stati pubblicati da un utente del forum russo Bitcoin Security.

Nel comunicare la notizia, molte fonti indicano di rivolgersi al sito isleaked.com, per le opportune verifiche. Il sito è stato messo online a nome di Egor Buslanov, con un dominio registrato in data 8 settembre 2014, proprio due giorni prima della pubblicazione su Bitcoin Security (dati verificabili attraverso qualunque servizio whois disponibile in rete). Non fornisce alcun elenco, ma chiede all’utente di inserire il proprio indirizzo e-mail promettendo un celere responso. La homepage di default è scritta in russo, con versioni in inglese e spagnolo.

Questi presupposti – insieme a quanto sto per aggiungere – mi sembrano sufficienti ad essere guardingo e a non affrettarmi a sfruttare questo servizio. Per consapevole autolesionismo tecnologico ho inserito personalmente i dati di un account Gmail. Il responso è stato positivo, tanto che isleaked.com – per dimostrarsi attendibile – mi ha anche indicato i primi due caratteri della password che gli risulta trafugata. Peccato che non fossero affatto corrispondenti a quelli della password reale (ne’ attuale, ne’ precedente).

Questo risultato inattendibile, insieme al fatto che la verifica si basa sul fatto che un utente debba comunicare il proprio indirizzo e-mail ad uno sconosciuto, suggerisce di utilizzare la dovuta cautela e di rivolgere attenzione altrove. Certo, il rischio più immediato potrebbe essere limitato a ricevere un po’ di spam aggiuntivo, ma personalmente penso di poterne comunque fare a meno.

L’Online Security Blog di Google ieri ha pubblicato un articolo in cui si spiega che, fra tutti i dump pubblicati in rete (ottenuti dalla combinazione di dati provenienti da fonti esterne a Google), le combinazioni username+password che possono realmente consentire l’accesso ad un account altrui sono meno del 2% e, in ogni caso, i sistemi anti-hijacking di Google sono in grado di bloccare buona parte dei tentativi di accesso fraudolento. Considerando che l’ecosistema Google in fatto di privacy è imbattibile (nel senso che loro sono maestri assoluti nel raccogliere ed elaborare informazioni personali altrui), penso che l’affidabilità di questi sistemi sia quantomeno verosimile.

Avete il dubbio che il vostro account possa essere stato compromesso? Non pensateci due volte: cambiate password, scegliendone una forte e sicura (come ricordavo qualche giorno fa), perché…

Il rischio aumenta quando la password è semplice e non è stata generata con gli opportuni criteri di complessità (ad esempio quelli illustrati nell’articolo Scegliere password più sicure su Mozilla Support, oppure in Creazione di una password forte a cura di Google Support). Oppure se il servizio di password reset è impostato con risposte prevedibili o facilmente reperibili.

 
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Pubblicato da su 11 settembre 2014 in security

 

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The Fappening, un’altra lezione sulla protezione di dati e foto personali

icloud keys

Avete letto o sentito del furto e della diffusione di foto personali ai danni di alcune celebrità come Kirsten Dunst, Kim Kardashian, Selena Gomez, Bar Refaeli e Jennifer Lawrence? E, soprattutto, avete capito cos’è accaduto?

In breve: le foto, inizialmente memorizzate sui loro dispositivi personali (iPhone, iPad, Mac), erano poi sincronizzate su iCloud (un disco fisso virtuale, cioè un servizio per l’archiviazione di dati in Internet realizzato da Apple per i propri utenti). L’impostazione standard (modificabile, sapendolo) prevede il salvataggio automatico delle foto per poterle gestire su Mac con iPhoto. In seguito ad un attacco hacker, le immagini – prevalentemente intime – contenute in tali spazi sono state copiate dagli account di queste persone e diffuse via web sulla piattaforma 4chan e su Reddit. Pare che l’obiettivo iniziale fosse quello di metterle sul mercato e venderle all’industria del gossip, ma negli Stati Uniti questo genere di azioni è reato e non hanno suscitato l’interesse atteso: per questo sarebbero state distribuite sul web.

Si è ripresentato – su più vasta scala – il problema di violazione della privacy accaduto due anni fa a Scarlett Johansson. Christina Aguilera e Mila Kunis (il colpevole era stato trovato e condannato a scontare 10 anni di reclusione e al pagamento di una sanzione di 76mila dollari).

Ciò che è accaduto poteva essere prevenuto, evitato da chi voleva davvero tutelare la propria privacy? Assolutamente sì, in modi sia analogici che tecnologici, che esporrò in ordine di efficacia:

  1. non scattare foto di quel genere (ok è un po’ radicale, ma è la soluzione che offre maggiori certezze);
  2. conoscendo il valore che tali foto possono acquisire sul mercato dei bavosi, se proprio non è possibile trattenersi dallo scatto hot, sembra decisamente opportuno mantenerle conservate su un supporto di memorizzazione fisico di cui si possa avere il reale controllo (scheda di memoria, chiavetta USB, hard disk, CD, DVD…)
  3. pensare allo scopo per cui è stata scattata la foto… era da mostrare a una persona, a una platea ristretta o a chiunque? Ecco. In ogni caso, lasciarla lì o trasferirla via chiavetta;
  4. se proprio dovete utilizzare un servizio cloud, scegliete una password complessa, createne una diversa per ogni account e, se il servizio prevede il password reset attraverso alcune domande, impostate risposte non facilmente identificabili (esempio: “Qual è il cognome di tua madre da nubile?” Risposta possibile: “Lansbury”, oppure “Merkel” o anche “Jeeg”… insomma, non dev’essere necessariamente reale perché potrebbe essere ottenibile da malintenzionati)
  5. .

Intendiamoci: iCloud, così come Dropbox, GoogleDrive, OneDrive , non è affatto un sistema insicuro, la protezione dei dati che vengono memorizzati è assicurata da un algoritmo di cifratura AES a 128 bit. Ma è sufficiente arrivare a conoscere la password legata all’account per avere l’accesso. Come a dire: una cassaforte può essere ipersicura e a prova di qualunque scasso, ma basta averne la combinazione e il gioco è fatto. E ottenere la password dell’Apple ID (e quindi dell’account iCloud) di queste celebrità potrebbe non essere stato difficile, dato che – finché Apple non se n’è accorta – esisteva la possibilità di scovarla tramite un software. Il rischio aumenta quando la password è semplice e non è stata generata con gli opportuni criteri di complessità (ad esempio quelli illustrati nell’articolo Scegliere password più sicure su Mozilla Support, oppure in Creazione di una password forte a cura di Google Support). Oppure se il servizio di password reset è impostato con risposte prevedibili o facilmente reperibili.

Come già detto più volte in precedenza, nessuna soluzione tecnologica è in grado di garantire la sicurezza assoluta al 100% della propria efficacia. Quindi, meditate su questo aspetto.

Altri aspetti su cui è necessario meditare: l’accidentale (?) sacrificio della privacy in nome della vanità (le foto non sono state certo scattate per essere inviate al dermatologo per un controllo sommario) e – soprattutto – la diffusissima mancanza di consapevolezza dei rischi comportati da determinate azioni compiute attraverso Internet.

 
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Pubblicato da su 2 settembre 2014 in Internet, News da Internet, privacy, security

 

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Occhio al futuro

GoogleGlassOculus

In questi ultimi tempi, nel settore della tecnologia, spiccano i business orientati alla wearable technology, la tecnologia indossabile che oggi è già realtà di serie per quanto riguarda gli smartwatch e altri accessori in uso da tempo, e che ora sta puntando dritta agli occhi degli utenti. In particolare si parla molto di due operazioni:

  • l’accordo siglato tra Luxottica e Google per il design dei Google Glass;
  • l’acquisto di Oculus da parte di Facebook.

I primi, per chi non ne avesse ancora sentito parlare sono occhiali per la realtà aumentata, con un piccolo display HD posto in prossimità dell’occhio (che equivale ad uno schermo da 25 pollici visto a due metri di distanza), audio a conduzione ossea, una fotocamera da 5 Megapixel (che può scattare foto e registrare video a 720p), connettività WiFi e Bluetooth e una memoria da 12 GB. Permettono di utilizzare funzionalità simili a quelle degli smartphone (chi li indossa può fare compiere le azioni più svariate). L’accordo con Luxottica rappresenta un matrimonio tra la loro tecnologia e il design, quindi presto potremmo vedere questa tecnologia su occhiali Ray-Ban o Oakley (marchi di proprietà di Luxottica), solo per citare i più sportivi.

Oculus ha progettato un visore per la realtà virtuale, apparentemente ideale per i videogame: indossato, il visore mostra due diverse immagini agli occhi dell’utilizzatore, offrendogli una visione 3D. Il dispositivo è dotato di sensori per rilevare e riprodurre gli eventuali movimenti della testa, e far reagire il “mondo virtuale” di conseguenza. Zuckerberg in questo visore ha visto altro, ossia la possibilità di immergere l’utente nel suo social network per trasformarne l’esperienza per quanto riguarda ogni forma di intrattenimento (per dare all’utente la sensazione di trovarsi dentro un film, nel mezzo di un evento sportivo, o di fronte al docente in un’aula universitaria).

Mirabolanti possibilità per gli utenti, ma soprattutto per le due aziende in campo, che negli ultimi tempi hanno fatto scuola in materia di invasione nella privacy degli iscritti ai loro servizi: questi attraenti dispositivi ampliano a dismisura le loro possibilità di business (e quelle dei loro inserzionisti). Se oggi ci profilano – mediante smartphone o computer – memorizzando i dati delle nostre ricerche, della navigazione e della nostra localizzazione per incrociarli al meglio con le offerte dei loro inserzionisti, domani – mediante un wearable device, dispositivo indossabile – potranno essere ancora più mirati, puntuali e precisi, perché godranno della massima attenzione dell’utente, ancor meno distratto da fattori esterni e quindi più concentrato su quanto percepisce. Il business non è (solo) nella vendita del dispositivo, ma si alimenta con l’indotto dei servizi accessori che gravitano attorno al dispositivo; il legame tra le due entità può non essere immediatamente visibile, ma in realtà è saldo e iindispensabile al buon andamento del mercato in cui si muovono queste grandi aziende.

Come ho avuto modo di dire in passato, la tecnologia non va frenata, ma è necessario conoscerne tutti gli aspetti affinché ognuno possa sfruttarla per perseguire i propri interessi e appia piena consapevolezza tanto dei rischi quanto delle opportunità derivanti dalle innovazioni.

 
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Pubblicato da su 26 marzo 2014 in business, Life, news, wearable

 

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Promemoria sui biscottini dagli sconosciuti

Quando navigate in Internet, avete idea di come potete essere tenuti sotto controllo, per essere profilati a scopo di marketing e, conseguentemente, ricevere pubblicità su misura, oppure fare inconsapevolmente parte di un campione statistico?

Con l’ausilio di un’estensione denominata DoNotTrackMe (disponibile per vari browser) potreste scoprire verità forse impensabili. Quello che segue è un esempio di quanto accade quando fate innocentemente visita al sito web di alcune fra le più popolari testate giornalistiche (doppio click per ingrandire l’immagine).

DoNotTrackMeGiornali

Nei dettagli, in queste analisi ricorrono con frequenza i nomi di Google +, Twitter e Facebook (che sono lì per consentirvi di condividere sui social network un determinato articolo, pubblicizzandolo presso i vostri amici/follower), a cui su aggiungono Real Media, Visual Revenue, Google Analytics, Omniture, Netratings Site Census, New Relic. Un gruppo che ha occhi ben aperti sulla nostra navigazione, pronti a contare i nostri click, vedere dove navighiamo, ed elaborare tutte queste informazioni a beneficio proprio, degli inserzionisti pubblicitari e dei clienti, partendo da innocenti cookies (biscottini).

Le informazioni ricavate in questo modo, seppur asettico, prese nel loro complesso sono molto più attendibili di quelle che potrebbero essere ottenute attraverso un’intervista o indagine di mercato (in cui si può rispondere ciò che si vuole). Il problema è che si tratta di informazioni che riguardano noi e – forse – preferiremmo di gran lunga esserne noi i primi destinatari, anziché consegnarle inconsapevolmente a qualcun altro, allo scopo di alimentare il suo business.

Secondo l’articolo 122 del Decreto Legislativo 196/2003 (il Codice della Privacy), il consenso dell’utente all’utilizzo dei cookies non è necessario quando essi hanno una finalità tecnica (ad esempio per identificazione degli utenti, nell’ambito di una sessione, per agevolare transazioni), mentre è necessario negli altri casi (in cui rientrano quelli utilizzati a scopo di marketing e profilazione). Quindi, come sempre, l’importante è sapere che ci sono, per poter scegliere se accettarli o rifiutarli.

 
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Pubblicato da su 22 ottobre 2013 in Internet

 

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Project Loon

project-loon-google-balloon

Project Loon è un’iniziativa targata Google con l’intento dichiarato di fornire accesso a Internet in aree geografiche in cui non c’è banda larga come “giungle, arcipelaghi, montagne”, ma esistono anche zone che sono state private di connettività dopo incidenti o catastrofi. In che modo? Con un rete di palloni aerostatici in grado di coprire queste aree con connettività wireless, come spiegano sul loro blog:

Pensiamo che sia effettivamente possibile costruire un anello di palloni che volano attorno al globo sfruttando i venti stratosferici e forniscono l’accesso a internet ai territori sottostanti. Siamo davvero solo agli inizi, ma abbiamo costruito un sistema che utilizza palloni sospinti dal vento a un’altitudine doppia rispetto a quella utilizzata dagli aerei commerciali, per fornire l’accesso internet a terra a una velocità simile a quella delle attuali reti 3G o ancora più veloce. Quindi speriamo che i palloni possano diventare un’opzione per connettere regioni rurali, aree remote o malservite e per contribuire a rendere possibili le comunicazioni in caso di disastri naturali. L’idea può sembrare un po’ folle — questa è una delle ragioni per cui abbiamo chiamato il progetto Loon [che in inglese significa ‘matto’] — ma le basi scientifiche sono solide. 

Le belle idee sono affascinanti, e quando l’obiettivo porta benefici per la collettività vanno supportate. Questo progetto, tuttavia, non sarà libero da ovvie perplessità, innanzitutto per via dell’infrastruttura utilizzata: si parla di palloni che volano sfruttando venti stratosferici, creando un network a carattere non temporaneo, con tutte le implicazioni autorizzative del caso (sono invece temporanee le missioni con voli di palloni utilizzati come sonde a scopo di ricerca scientifica o con obiettivi di rilevazioni meteorologiche). Per non parlare della paternità dell’iniziativa: le attività di Google sono spesso nell’occhio del ciclone per problemi di privacy. L’importante – penseranno i più scettici – è che quei palloni siano stati pensati solamente come stazioni wireless volanti e non nascondano sorprese…

 
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Pubblicato da su 17 giugno 2013 in news

 

PRISM, riassunto per chi si fosse perso qualcosa

La vicenda che sta colpendo l’amministrazione USA guidata da Barack Obama è complicata, ne tento un riassunto che potrebbe essere utile per capire perché è utile seguire questo argomento.

Premessa: oltreoceano è attiva la NSA – National Security Agency (Agenzia per la sicurezza nazionale), che da tempo ha sotto controllo le comunicazioni dei cittadini USA che si trovano all’estero (e, per determinati casi, di cittadini che dagli USA comunicano all’estero). Questa attività viene condotta con un sistema che si chiama PRISM con la collaborazione di (almeno) nove grandi realtà private che operano nel mondo dell’informatica e offrono servizi di comunicazioni. Si tratta di Microsoft, Yahoo, Google, Facebook, PalTalk, YouTube, Skype, AOL e Apple. Tutto avviene secondo quanto stabilito da una legge USA, il Foreign Intelligence Surveillance Act (FISA).

Attualità: nei giorni scorsi, Guardian e Washington Post – dopo che è stato reso noto che la NSA ha accesso anche ai tabulati con i dettagli del traffico telefonico degli utenti Verizon – hanno pubblicato due inchieste, diffondendo documenti riservati della NSA relativi a PRISM. Secondo il Guardian, anche i servizi di intelligence del Regno Unito possono utilizzare PRISM.

Microsoft, Google e Apple si dichiarano estranee al progetto e di essersi attenute agli obblighi loro imposti dalla legge. Barack Obama, la scorsa settimana, ha precisato che la NSA opera per la sicurezza nazionale, che PRISM non riguarda gli americani ne’ chi vive negli USA, che “nessuno ascolta le vostre telefonate”, ma che “non si può  coniugare la sicurezza al 100% con il rispetto della privacy al 100%”. E comunque, qualcuno, le telefonate le mantiene sotto controllo.

 
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Pubblicato da su 17 giugno 2013 in Mondo, news

 

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Piovono motori (di ricerca)

quag-logo-beta

Mettendo insieme query e tag, un manipolo di sviluppatori ha creato Quag, piattaforma social che integra le funzionalità di due motori di ricerca – Google e Bing – per consentire all’utente (che può iscriversi e pubblicare un proprio profilo) di effettuare ricerche su web ed ottenere “gli stessi risultati generati da questi due motori (salvo piccole differenze dovute alla personalizzazione dei risultati)”.

Online in versione beta, ad ogni ricerca Quag fornisce una serie di risultati e segnala all’utente ricerche analoghe effettuate da altri utenti (anche attraverso un add-on per Chrome e Firefox, realizzato per integrare le funzioni di Quag nella barra laterale di Google). In pratica si tratta di una soluzione di search-sharing, con un’attenzione dichiarata alle tematiche relative alla privacy.

Dopo la pubblicazione di istella, si tratta di un altro interessante contributo made in Italy al mondo delle ricerche su web e al social networking, da osservare con attenzione.

 
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Pubblicato da su 21 marzo 2013 in Internet, motori, social network

 

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L’istella del web italiano

istellaDevo ancora farmi un’idea di istella, nuovo motore di ricerca italiano lanciato da Tiscali. Al momento – nel dubbio – esprimo cauto ottimismo, trovando apprezzabilissimo che questo nuovo motore di ricerca non cataloghi, ne’ tracci gli utenti. Google lo fa, anzi fonda il proprio business proprio su queste attività, minando pesantemente la privacy di ognuno. Per questo motivo condivido l’osservazione scritta ieri da Marco sul New Blog Times: “se il buon giorno si vede dal mattino direi che istella (…) sia pronto per iniziare un riscatto tutto italiano”.

L’inizio è decisamente più promettente di quello di Volunia, ma per capirne il valore sarà necessario comprenderne bene anche il modello di business:  «Venderemo la pubblicità e le parole chiave, ma potremo anche stringere accordi con le pubbliche amministrazioni e con gli editori», ha dichiarato Renato Soru, precisando “Vorremmo confrontarci, a livello di tecnologia, con i giornali e con i loro editori. Istella si propone di servire le testate che usano i motori di ricerca per il quotidiano lavoro redazionale. Speriamo di attivare una proficua sinergia”.

In ogni caso, un’informazione utile a chi tiene con particolare attenzione alla propria privacy: la procedura di registrazione può avvenire inserendo i propri dati, oppure connettendosi tramite un account Facebook. Ovviamente questa connessione prevede una condivisione di informazioni, è sempre bene esserne consapevoli.

 
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Pubblicato da su 20 marzo 2013 in motori, News da Internet, tecnologia

 

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Il nuovo social fa selezione all’ingresso

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Si chiama App.net, è un nuovo servizio social che non ha nulla a che fare con il business della pubblicità e si propone quindi come un’innovazione nel mondo dei social network, per il suo deciso orientamento verso gli utenti (a cui viene garantita la titolarità e la libera gestione dei propri dati personali) e gli sviluppatori.

Il funzionamento di App.net fa pensare ad una via di mezzo tra FriendFeed e Twitter: l’utente condivide ciò che vuole (testi, link a contenuti multimediali) concentrandolo in una lunghezza massima di 256 caratteri (un tweet non va oltre i 140 caratteri), dall’interno del proprio profilo, non molto diversamente da Facebook o Google+ (o dallo stesso Twitter).

In totale assenza di raccolta pubblicitaria, come sostentamento, il suo fondatore Dalton Caldwell (qualcuno ricorderà il suo Imeem) ha pensato innanzitutto a finanziare la propria attraverso il crowdfunding di Kickstarter, grazie al quale ha raccolto quasi 750mila dollari (andando abbondantemente oltre i 500mila previsti come base minima).

Per quanto riguarda gli utenti, l’iscrizione sarà a pagamento:

– con una quota minima di 50 dollari si diventa utenti della release alpha del servizio;

– chi versa una quota di 100 dollari beneficia di un account da developer;

– versando almeno mille dollari si ottiene addirittura il supporto telefonico e un colloquio con il signor Caldwell in persona.

Con le centinaia di milioni di iscritti ai vari social network disponibili in forma gratuita (in quanto foraggiati da inserzionisti che sfruttano la profilazione degli utenti per sottoporre loro pubblicità mirata e condizionarne le preferenze di acquisto), quanti sono disposti a pagare per accedere ad una nuova piattaforma che permette di fare più o meno le stesse cose, anche se probabilmente con una maggiore attenzione alla privacy?

I finanziamenti raccolti finora sono iscrizioni a tutti gli effetti, distribuite nelle tre tipologie previste. L’inizio dunque è incoraggiante e potrebbe essere il preludio di un proseguimento in grado di dare soddisfazione. Ma c’è una moltitudine di utenti che probabilmente non sarà interessata: sono persone ormai abituate alla gratuità di questo genere di soluzioni e sempre pronte a mettersi in vetrina, ma soprattutto a cedere almeno un click qua e là verso quelle proposte pubblicitarie che – guarda caso – sembrano pensate apposta per loro.

La vera innovazione – in campo social, ma non solo – dovrebbe consistere nel motivare tutti quegli utenti a riscoprire quanto vale la privacy di ognuno, trasmettendo loro un messaggio in grado di farne comprendere l’importanza. Chissà se App.net è un passo compiuto in questa direzione…

 
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Pubblicato da su 13 agosto 2012 in Internet, news, social network

 

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Volunia: “grazie per averci aspettato”

Volunia è stato svelato ufficialmente tre mesi fa da Massimo Marchiori, l’autore di quel Hyper Search che a suo tempo ispirò Page & Brin allo sviluppo di PageRank (che oggi è un pilastro di Google). Le cronache ci raccontano che la presentazione di questo italico motore di ricerca di belle speranze ha avuto un risultato modesto (qualcuno non ha esitato a parlare delusione e di flop), mentre alcuni test drive hanno portato esiti contrastanti, che vanno dalla bocciatura alla promozione sulla fiducia. Tuttavia, dal momento che si tratta di un servizio non ancora aperto al pubblico e riservato ai power user selezionati tra gli utenti che si sono registrati (è quindi ancora un cantiere in sviluppo), tutto è rimasto un po’ sospeso, in attesa di future evoluzioni che – a quanto pare – sono finalmente in arrivo.

In tutta sincerità devo dire che la domanda “Che fine ha fatto?”, una volta me la sono posta, ma poi Volunia è rimasto lì, chiuso in uno dei miei tanti cassetti della memoria. , che si è riaperto stamattina, con una mail (che rappresenta anche il post inaugurale di blog.volunia.com) con cui il Team Volunia chiede scusa per il silenzio di questi mesi e annuncia imminenti e importanti novità:

Dal 18 maggio, infatti, i nostri Power User potranno testare con mano alcuni sostanziali cambiamenti, che consentiranno di comprendere ancora meglio l’identità, l’unicità di Volunia e le sue grandi potenzialità.

Ecco in anteprima qualche anticipazione:

  • Rafforzeremo le funzioni di ricerca attraverso l’integrazione nel sistema Volunia con uno dei principali motori di ricerca presenti sul mercato mondiale. Abbiamo deciso, pur continuando a portare avanti lo sviluppo del nostro motore, di mettere a vostra disposizione un motore di ricerca primario, per consentirvi di fruire di tutte le funzionalità di Volunia e di tutte le sue potenzialità.
  • Volunia avrà una nuova veste grafica, più funzionale e accattivante, pensata e realizzata anche grazie al Vostro contributo.
  • Metteremo a vostra disposizione documenti più chiari ed esaustivi riguardanti le politiche di privacy e i termini e condizioni di utilizzo del servizio Volunia.

Seguiranno – spiega ancora il team – ulteriori novità “a partire dal 21 maggio”, con la speranza “di riuscire a renderlo disponibile al pubblico entro il 14 giugno“.

“Grazie a tutti per averci aspettato”, conclude il post di Team Volunia. Confidando che gli utenti rimasti in attesa siano molti, e che le novità siano davvero interessanti… in bocca al lupo Volunia!

 
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Pubblicato da su 16 maggio 2012 in Internet, news

 

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Senza, forse sarebbe stato più difficile

Come di consueto anche all’inizio di quest’anno, per forza di cose, sono ancora poche le novità targate 2012 e in questi giorni si parla di argomenti che, come la coda di una stella cometa, hanno le loro radici nel passato, anche il più recente.

E’ sufficiente scorrere le news in Internet per farsene un’idea e lo si può fare in un attimo, perché Internet è – prima di tutto – un grande strumento di comunicazione, costituito da tantissimi altri servizi e strumenti che, in funzione del loro utilizzo, possono contribuire a fare grandi cose, o a provocare danni.

Molto spesso ci soffermiamo a commentare con enfasi la seconda possibilità, soprattutto da quando esistono i social network che, per la loro natura di “strumenti di condivisione”, possono comportare problemi legati alla privacy di ognuno, o semplicemente distrarci con fastidiose “bufale”. Dal sottofondo di questi commenti, emerge sempre la considerazione che si potrebbe fare tranquillamente a meno di tutte queste cose.

E’ vero: dei social network si può fare a meno, al mondo ci sono milioni (se non miliardi) di persone che vivono serenamente senza nemmeno sapere che esistono Facebook, Twitter, LinkedIn, Badoo, Netlog, Google+ e via discorrendo, e va bene così. E’ anche vero che si tratta di servizi che, seppur basati su un utilizzo gratuito, sono nati per creare profitto, basato su un’attività pubblicitaria sempre mirata e non raramente subdola, di cui gli utenti devono essere assolutamente consapevoli.

Poi vieni a sapere di notizie come questa (o quest’altra che però è di due anni fa, o altre ancora dello stesso tenore) e pensi “be’, dopotutto con questi social network si riesce a fare anche qualcosa di buono”:

At her hospital bed at the University of Washington Medical Center, Allie Carr, 26, is recovering from surgery.  “I feel pretty good considering I just had a vital organ taken out of me,” she joked.

Carr donated her kidney to a man she met just five months ago on Facebook.

The man’s name was Dan Garrett – and the page read simply, “My husband needs a new kidney.”

Ricevere in donazione un rene da uno sconosciuto, grazie ad una richiesta pubblicata in uno di quei social network di cui tutti possono fare a meno, non è una cosa da tutti i giorni.

Buon 2012!

 
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Pubblicato da su 2 gennaio 2012 in news, News da Internet

 

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Facebook, la concorrenza spinge al miglioramento

Benché la concorrenza (Google+  in primis) sia ancora distante da Facebook (e questo gap non sia facile da superare), il social network guidato da Mark Zuckerberg percepisce sul proprio collo il fiato degli inseguitori. Lo dimostrano le nuove evoluzioni sulle modalità di condivisione dei contenuti e silla privacy.

 
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Pubblicato da su 24 agosto 2011 in business, Internet, news, News da Internet, privacy, social network

 

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Forse è un po’ tardi…

Non ho alcun pregiudizio su Google+, ma a mio avviso oggi non c’è alcuna necessità di avere un altro Facebook.

Soprattutto, non credo che Google abbia oggi la possibilità di contrastare in modo significativo il social network più vasto del mondo, nato nel 2004. Prevedo una rapida crescita iniziale, dovuta principalmente ad entusiasmo e curiosità, con un trend meno ripido nel breve-medio termine. In seguito, se Google+ non rappresenterà davvero qualcosa di nuovo, dubito che gli utenti sentiranno la necessità di gestire due account su due diversi social network, e dubito che chi si è insediato precedentemente su Facebook voglia migrare per fare le medesime cose su uno strumento simile.

Tra l’altro, Google+ sta nascendo ora e presenta gli stessi problemi di privacy: guardate ad esempio i post pubblicati dall’utente Sergey Brin o quelli dell’utente Larry Page, potete anche vedere chi è incluso nelle loro cerchie (sigh) con i relativi profili.

 
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Pubblicato da su 3 luglio 2011 in Internet, Life, Mondo, news, News da Internet, social network

 

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