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Siti web, il governo li vuole iscritti al ROC

19 Ott

Punto Informatico (più tardi gli farà eco Repubblica) stamattina ha messo in evidenza una questione assai spinosa, che non può essere ignorata da chi vanta – in un modo o nell’altro – una presenza in Rete attraverso un sito web:

In pieno agosto è stato sparato il siluro: una proposta normativa che se diverrà legge costringerà qualunque sito o prodotto editoriale, anche senza fini di lucro, a registrarsi al ROC. Il Consiglio dei Ministri ha già dato il via libera

Che cosa significa?

Come scrive Valentino Spataro su Civile.it “il web è libero nel mondo ma in Italia bisogna subordinarlo ad una iscrizione al Roc”. Cos’è il ROC? E’ il Registro degli operatori di Comunicazione, una sorta di anagrafe dei prodotti editoriali. Ma come si fa a capire se un sito web, o un blog, è qualificabile come prodotto editoriale? Per capirlo potrebbero essere sufficienti le seguenti frasi estrapolate dal testo del disegno di legge (evidenzio in grassetto ciò che può apparire più rilevante):

“Per prodotto editoriale si intende qualsiasi prodotto contraddistinto da finalità di informazione, di formazione, di divulgazione, di intrattenimento, che sia destinato alla pubblicazione, quali che siano la forma nella quale esso è realizzato e il mezzo con il quale esso viene diffuso”.

“Non costituiscono prodotti editoriali quelli destinati alla sola informazione aziendale, sia ad uso interno sia presso il pubblico”.

“La disciplina della presente legge non si applica ai prodotti discografici e audiovisivi”.

“Per attività editoriale si intende ogni attività diretta alla realizzazione e distribuzione di prodotti editoriali, nonché alla relativa raccolta pubblicitaria. L’esercizio dell’attività editoriale può essere svolto anche in forma non imprenditoriale per finalità non lucrative“.

Il testo non sembra lasciare vie di fuga: se la proposta passasse, diventando una norma a tutti gli effetti, anche un blog personale si trasformerebbe in prodotto editoriale e come tale sarebbe assoggettato alla normativa sulla stampa, con tutte le implicazioni relative alle responsabilità civile e penali in caso di denuncia. Alla stessa stregua di un giornale registrato al Tribunale. Ricardo Franco Levi, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e ideologo del provvedimento, dichiara però: “Lo spirito del nostro progetto non è certo questo. Non abbiamo interesse a toccare i siti amatoriali o i blog personali, non sarebbe praticabile”.

Ma quale sarebbe l’esigenza alla base di questo provvedimento concepito nello scorso mese di agosto? La chiave di lettura sembra essere qui:

Art. 7
(Attività editoriale su internet)
1. L’iscrizione al Registro degli operatori di comunicazione dei soggetti che
svolgono attività editoriale su internet rileva anche ai fini dell’applicazione
delle norme sulla responsabilità connessa ai reati a mezzo stampa.
2. Per le attività editoriali svolte su internet dai soggetti pubblici si considera
responsabile colui che ha il compito di autorizzare la pubblicazione delle
informazioni.

Paolo scrive su PI: “Senza contare la montagna di introiti extra che il Registro otterrebbe con questa manovra, ne consegue che la giustificazione che viene addotta a questo abominio nuovo provvedimento sia la necessità di tutelare dalla diffamazione. Come se fino ad oggi chiunque avesse avuto mano libera nel diffamare chiunque altro. Il che non è, tanto che più volte siti non professionali e altre pubblicazioni online, anche del tutto personali come dei blog, e anche senza alcuna finalità di lucro, si sono ritrovati coinvolti in un processo per diffamazione”. E aggiunge che questo provvedimento non andrà lontano. I suoi scopi sono altri, i primi articoli del testo sono scritti malissimo: verranno riscritti, è facile prevederlo, forse persino prima che il New York Times titoli qualcosa tipo “Italia nel Medioevo” come fece quando fu approvata la legge sulle staminali.

Speriamo in bene, ma sarà bene tenere d’occhio l’iter di approvazione di queso disegno di legge.

UPDATE: Paolo, sempre sul pezzo come pochi altri, è riuscito a fare due chiacchiere con Nicola D’Angelo, commissario dell’Authority delle Comunicazioni

“Questa esigenza di garanzia, di affermare una responsabilità per i reati a mezzo stampa non può tradursi nell’imporre misure burocratiche per aprire un blog. Il valore universalmente riconosciuto della rete è stato sempre quello di essere uno strumento aperto a tutti, pluralista. Anzi, la rete ha costituito l’elemento di più forte di pluralismo nell’informazione globale e in Italia”. Su tutto questo, spiega il commissario, “imporre regole che limitino la creatività e la dinamicità di un sistema di informazione alternativo e diverso è una cosa che va assolutamente evitata. Cosa si vuole fare? Costringere i blogger italiani ad andare all’estero? Il sistema deve rimanere aperto quanto più possibile”.

La riforma, dunque, è tutta da stabilire. Ma la Rete deve rimanere vigile.

 
6 commenti

Pubblicato da su 19 ottobre 2007 in news

 

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6 risposte a “Siti web, il governo li vuole iscritti al ROC

  1. Stefano Quintarelli

    19 ottobre 2007 at 13:47

    Offro, in cambio di piazzamento di piccolo adsense, pacchetto composto da : Piattaforma di blogging ospitata in Svezia, nome a dominio di secondo livello di paese extra-italiano a scelta, posta elettronica su server USA con 1 GB di spazio e proxu di anonimizzazione in messico. Astenersi perditempo.

     
  2. Stefano Quintarelli

    19 ottobre 2007 at 13:47

    p.s. ovviamente e’ fake…

     
  3. Ferd

    21 ottobre 2007 at 08:26

    No, fa niente se è fake, io ci sto 😉

     
  4. Samuel

    22 ottobre 2007 at 12:25

    Si ottimo, ora dobbiamo solo far sapere ai legislatori italiani che i blog non esistono solo in Italia.

     
  5. Michele

    25 ottobre 2007 at 11:31

    Trovo giusto che chiunque diffonda informazioni o opinioni in rete, facendo nomi e cognomi, manifestando critiche, apprezzamenti o quant’altro debba poter essere rintracciabile e, se il caso, perseguibile penalmente. E’ giusto che la rete consenta a tutti la libertà di esprimersi, ma è altrettanto giusto che chi si sente ingiustamente diffamato abbia la possiblità di difendersi legalmente. Altrimenti siamo alla giungla e all’anarchia più totale.

     
  6. Ferd

    25 ottobre 2007 at 14:51

    Michele,
    dimentichi che questo e’ possibile gia’ oggi, senza dover ricorrere a una normativa specifica. Come scrive Dario citando l’articolo di Punto Informatico:
    “più volte siti non professionali e altre pubblicazioni online, anche del tutto personali come dei blog, e anche senza alcuna finalità di lucro, si sono ritrovati coinvolti in un processo per diffamazione”.

     
 
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