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Di cognome Facebook

Novità per i componenti della famiglia Facebook: all’insegna di una maggiore trasparenza, Instagram e WhatsApp cambieranno nome. Nessuna rivoluzione, solo una aggiunta di cognome: si chiameranno Instagram from Facebook e WhatsApp from Facebook.

Già mi sembra di sentire in sottofondo un brusio a base di “chissenefrega” e “sticazzi”, ma la notizia è più significativa di quanto possa apparire in superficie, perché questa scelta conferma indirettamente una situazione già nell’aria, legata al declino di Facebook. L’aggiunta di quel “from Facebook” ai nomi delle due app – la cui popolarità è tuttora in crescita – appare infatti una sorta di “rivendicazione”, un po’ come se Mark Zuckerberg volesse segnare il territorio presso il pubblico delle piattaforme che fanno parte del suo gruppo.

Sento ancora il brusio degli annoiati. Ok non è tutto: in effetti la notizia, se la lasciassimo così, avrebbe ben poco di succoso, se non fosse per un altro aspetto. Questa formalità del “riconoscimento familiare” sarà il preludio ad un’evoluzione ben più consistente, cioè la fusione delle tre piattaforme in un unico hub, come preannunciato da Zuckerberg in occasione di F8. L’obiettivo del gruppo è unificare i sistemi di messaggistica e “farli parlare tra loro”, ovvero mettere in comunicazione tra loro gli utenti di Messenger, dei direct message di Instagram e di Whatsapp, abbattendo le barriere all’interoperabilità.

Il cantiere è già aperto da tempo e forse è proprio a causa di questi lavori in corso sulle piattaforme che, di tanto in tanto, le app sembrano soffrire di blocchi o rallentamenti generalizzati. L’ultimo disservizio sembra essersi verificato nel pomeriggio di ieri, come segnalato da utenti negli Stati Uniti e in Europa, e fa seguito ad altri episodi che si sono verificati alcune settimane fa e in marzo. L’obiettivo dell’unificazione sembra irrinunciabile, ma per la sua concretizzazione sarà necessario attendere.

Nel frattempo il marketing si muove su quel “from Facebook” che, nelle intenzioni dell’azienda, dovrebbe portare gli utenti di Instagram e WhatsApp a rivalutare Facebook, riconsiderandola come la piattaforma di riferimento. Ma non è da escludere che questa mossa possa essere controproducente: sapere che le due app fanno parte della stessa famiglia del social network che è stato al centro di scandali sulla compravendita di informazioni e dati personali (come nel caso che ha coinvolto Cambridge Analytica) potrebbe non essere una consapevolezza tranquillizzante.

 
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Pubblicato da su 5 agosto 2019 in comunicazione, news, social network

 

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Apple ferma il “gruppo di ascolto” di Siri

Apple ha diffuso un comunicato dichiarando di aver sospeso le attività di analisi delle registrazioni audio effettuate attraverso Siri (ne ho parlato due giorni fa), precisando che in occasione di uno dei prossimi update, agli utenti sarà proposta l’opzione di scegliere se partecipare o no al programma, che ha l’obiettivo di migliorare le prestazioni dell’assistente vocale. Ottima iniziativa. Ancor più apprezzabile se fosse accompagnata dalla cancellazione definitiva di tutti i contenuti audio raccolti finora all’insaputa degli utenti. Sarebbe un bel messaggio di attenzione alla privacy degli utenti e un esempio per Amazon e Google.

 
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Pubblicato da su 2 agosto 2019 in news, privacy

 

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Si chiamano assistenti perché assistono

Un assistente vocale è sempre all’ascolto: non è predisposto per attivarsi al primo suono che capta, ma in corrispondenza di una determinata frase. Quindi deve essere in grado di sceglierla, di distinguerla, di identificarla in mezzo al rumore, ad altri suoni e ad altre frasi. Non è difficile da capire: quando chiamiamo qualcuno per nome, da quel momento ci risponde e ci concede attenzione, ma le sue orecchie e il suo cervello erano già “accesi” da prima (…in condizioni normali, diciamo). Quindi, la prima cosa da capire e tenere presente quando si ha con sé (o in casa) un assistente vocale o virtuale, è questa: è in ascolto.

Ciò premesso, veniamo alle news: un servizio del Guardian rivela che per Siri – l’assistente vocale di Apple – sono impiegate persone incaricate di ascoltare l’audio raccolto per analizzarlo e catalogarne parole e frasi, allo scopo di migliorare il servizio fornito e le funzionalità della dettatura vocale. Apple dichiara che l’analisi viene effettuata su meno dell’1% delle richieste ricevute da Siri, di non associare queste registrazioni all’ID Apple degli utenti e che tutti i “revisori” sono tenuti al rispetto di rigidi vincoli di riservatezza”.

Perché anche Siri è sempre in ascolto. Ascolta i comandi che l’utente gli trasmette, ma anche le conversazioni. Può attivarsi “da solo”, perché capta una parola che assomiglia a “Hey Siri”. Se uno ha al polso un Apple Watch e alza il braccio mentre parla, anche in quel caso Siri può “svegliarsi”. L’articolo del Guardian riporta la preoccupazione di un dipendente per la gestione delle informazioni raccolte, perché possono consistere in dati personali e sensibili: “Ci sono stati innumerevoli casi di registrazioni contenenti colloqui privati tra medici e pazienti, trattative d’affari, discussioni su attività apparentemente criminali, incontri sessuali e così via. Queste registrazioni sono legate ai dati dell’utente e ne mostrano posizione, dettagli dei suoi contatti e dati relativi all’app”.

La privacy policy di Apple indica che Siri e la funzione Dettatura “non associano mai queste informazioni al tuo ID Apple, ma solo al tuo dispositivo tramite un identificatore casuale”. La fonte del Guardian però rimane perplessa per lo scarso controllo sulle persone che lavorano al servizio, per la mole di dati che possono analizzare in libertà e per la possibilità concreta di identificare comunque qualcuno in base ad alcuni dati forniti in modo accidentale: indirizzi, nomi, numeri telefonici sono i più semplici e, banalmente, possono facilmente essere riconducibili ad una persona.

Niente di diverso da ciò che accade con Alexa, assistente vocale di Amazon: come sappiamo da un rapporto pubblicato da Bloomberg, l’azienda ha un team di dipendenti e collaboratori che ascoltano e trascrivono ciò che viene captato. Analogo discorso vale anche per il Google Assistant. E, come ho avuto modo di ricordare su queste pagine un paio di mesi fa, le informazioni personali a disposizione di Google a questo proposito sono decisamente molte.

E’ sempre necessario che l’utente, per quanto riguarda i propri dati personali, sia correttamente e completamente informato sulla loro destinazione (di chi sono le mani e le orecchie in cui finiscono?) e sul loro utilizzo, sia esso di carattere tecnico, commerciale, politico o di qualsivoglia altra natura. E’ stato appurato che esistono aziende che hanno uno o più team di persone dedicate ad ascoltare e analizzare dati personali raccolti dal loro assistente vocale.Il fatto che questo si scopra solo attraverso un’inchiesta giornalistica – e non dalle condizioni del servizio – non è esattamente tranquillizzante, per chi ha a cuore la riservatezza delle proprie informazioni.

 
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Pubblicato da su 31 luglio 2019 in news, privacy

 

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La Luna 50 anni dopo

Questa è la Luna visibile oggi da dove vivo, esattamente cinquant’anni dopo il primo allunaggio avvenuto alle 22.17 (ora italiana) del 20 luglio 1969 con la missione Apollo 11, nell’ambito di quel programma spaziale nato (anche) dalla competizione tra USA e URSS (descritta sommariamente tempo fa nella mia Storia di Internet, insieme agli intrecci – non solo tecnologici – tra la nascita della rete delle reti e la corsa allo spazio nata in piena Guerra Fredda).

Fu così che iniziò l’esplorazione di un satellite – nato 4,5 miliardi di anni fa presumibilmente in seguito all’impatto tra la Terra e Theia, un oggetto di dimensioni paragonabili a quelle di Marte – con quel “piccolo passo per (un) uomo, un gigantesco balzo per l’umanità”.

Un traguardo impensabile era stato raggiunto, con le risorse e le tecnologie di cinquant’anni fa, con buona pace di chi ancora oggi ritiene si sia trattato di una fiction discretamente organizzata nonostante tutte le evidenze che ne dimostrano la veridicità, ma qui mi fermo perché preferisco evitare di entrare in un’area (un buco nero) che potrebbe accogliere anche i terrapiattisti, che dai complottisti lunari distano davvero poco, forse un momento.

All’epoca si pensava che il programma spaziale, nell’arco di alcuni anni, avrebbe consentito all’uomo di raggiungere anche Marte. Sappiamo però che dopo le missioni Apollo le cose sono andate diversamente, anche nel rapporto tra i vari Paesi, poi consolidatosi nella collaborazione in nuove missioni, che hanno portato ad esempio alla realizzazione della ISS (la Stazione Spaziale Internazionale).

Un traguardo prima impensabile e poi raggiunto è un sogno realizzato. E la proporzione di quel sogno divenuto realtà ci trasmette un messaggio molto chiaro sui sogni e le ambizioni, che sono realizzabili con passione, determinazione e impegno.

 
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Pubblicato da su 20 luglio 2019 in news

 

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FaceApp, tecnologia da utilizzare bene

L’app del momento è FaceApp. Esiste da due anni, ma recentemente ha beneficiato di alcuni aggiornamenti che ne hanno reso i risultati davvero realistici. Per chi ancora non la conoscesse, si tratta di un’applicazione per smartphone che – attraverso algoritmi di Intelligenza Artificiale – permette la realistica rielaborazione del ritratto di una persona, con la possibilità di modificare l’acconciatura, aggiungere un sorriso o una barba, fino al punto di farle cambiare sesso o invecchiarla.

Su FaceApp in questi giorni ho sentito di tutto, c’è anche qualcuno che la crede parte di Facebook (perché la radice del nome è la stessa, e perché ormai è opinione comune che le mani di Mark Zuckerberg possano arrivare ovunque, dal momento che anche anche Instagram e WhatsApp gravitano nell’orbita del più popolare social network del mondo). E invece no, la genesi di FaceApp è completamente diversa: lo sviluppo è stato curato da Wireless Lab, azienda russa di San Pietroburgo fondata da Yaroslav Goncharov (già collaboratore di Microsoft).

Approfondita la genesi di questa app che si basa su foto scattate al momento o attinte dalla gallery dello smartphone, se diamo un’occhiata alle condizioni di utilizzo e alle informazioni sulla riservatezza dei dati utilizzati, scopriamo che utilizzando FaceApp si accetta “che il Contenuto dell’utente possa essere utilizzato a fini commerciali”. In altre parole, la copia della foto oggetto di ritocco può essere utilizzata da persone a noi estranee per finalità a noi sconosciute. E cancellare una foto non serve a sottrarla alla loro disponibilità: “Il Contenuto caricato dall’utente rimosso dai Servizi può continuare a essere archiviato da FaceApp, incluso, senza limitazioni, il fine di rispettare determinati obblighi di legge”. La contropartita di vedersi più vecchi, più giovani, sorridenti o con una diversa acconciatura è quindi la consegna di una o più immagini all’azienda russa, a società del gruppo o a partner “affiliati”. Sull’App Store di Apple e sul Google Play Store, Faceapp si presenta con riferimenti USA (Wilmington, nel Delaware). Tutto sembra ignorare la regolamentazione sulla riservatezza dei dati in vigore a livello europeo, che vale anche per i trattamenti di dati acquisiti da aziende non europee che offrono servizi ad utenti sul suolo europeo.

Al netto di queste supposizioni: l’importante – come sempre – è essere consapevoli di queste condizioni di utilizzo prima di accettarle. Se questo non crea problemi, il gioco può anche essere divertente. Ma sapendo che ogni immagine può essere memorizzata e utilizzata per ulteriori sviluppi dei già efficaci algoritmi utilizzati per FaceApp, è importante che ognuno giochi con foto proprie, e non di altre persone ignare dell’utilizzo che qualche sconosciuto potrebbe fare di un loro ritratto.

Andando oltre al gioco: come dicevo inizialmente, è impressionante notare quanto siano realistici gli effetti dell’elaborazione di questa app. Forse ora sarà possibile, anche per Polizia e servizi di Intelligence, avere ritratti più verosimili dei ricercati latitanti da anni, per i quali si dispone di foto datate su cui sono stati composti identikit talvolta improbabili con volti sbilenchi e rielaborati in modo approssimativo. Il suggerimento è quello di mettere un sistema come FaceApp al servizio delle forze dell’ordine e della giustizia. Altro che giochino!

 
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Pubblicato da su 17 luglio 2019 in news

 

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Apple: ok, il prezzo è PRO

Io lo so che il nuovo Apple Mac Pro è destinato al mercato dei pro(fessionisti), per cui non mi dovrei stupire se il modello base costerà 5.999 dollari. Ugualmente non dovrei saltare sulla sedia leggendo che il monitor 6K pensato per il Mac Pro, cioè il Pro Display XDR, costerà 4.999 dollari (a cui se ne dovranno aggiungere 999 per il Pro Stand, che poi è il supporto che lo deve reggere, mentre l’adattatore VESA costerà 199 dollari). Risultato, per la configurazione completa la base di partenza sarà di 14mila dollari. Pardon: sarà di 13.997 dollari, vista l’insistente presenza di prezzi arrotondati strategicamente al 999 (ma c’è ancora qualcuno che cede all’illusione psicologica di pagare poco qualcosa che, anziché mille dollari, ne costa solo 999?). Per la versione top, probabilmente, si supereranno i 50mila.

Il design del computer è sicuramente moderno. Però è divisivo. E prima di capire che si tratta del nuovo Mac Pro, vedendolo superficialmente qualcuno potrebbe scambiarlo per un altro oggetto. E alle varie ipotesi alternative ispirate dalla sua vista frontale, mi rendo conto solo adesso che può sembrare anche una grattugia per il formaggio.

 
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Pubblicato da su 4 giugno 2019 in news

 

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Due o tre cose che Google sa dei suoi utenti

Quando avete un account Google e pensate di non avere nulla da nascondere, probabilmente non vi preoccupate di ciò che un’azienda di quel calibro può conoscere sul vostro conto. Tuttavia esiste più di un motivo per capire che, quantomeno, dovreste comunque esserne pienamente consapevoli.

Piccolo (e non esaustivo) elenco di ciò che viene registrato solo perché avete un account Google:

OK facciamo un esempio sul secondo punto, dove è possibile trovare qualcosa del genere:

Anche se avete dettato qualcosa a WhatsApp – app molto diffusa e amata – e sebbene quella app possa apparire estranea al mondo Google (perché parte della galassia Facebook, insieme a Instagram), in realtà tutto viene memorizzato. Con “tutto” non intendo solo la trascrizione, e quel “Riproduci” che vedete ne è la prova: vi permette di sentire la registrazione di ciò che avete detto e se cliccate su dettagli scoprite perché…

Quindi, se queste informazioni non vi scompongono, va bene così. Se foste invece infastiditi da questa costante registrazione… andate in Gestione attività (https://myaccount.google.com/activitycontrols) e disattivate tutti gli “interruttori”!

Diciamo che, in un mondo in cui non è raro apprendere notizie su violazioni di account, furto di password, vulnerabilità che permettono l’accesso non autorizzato ai dati personali di un account e altre criticità analoghe, forse tutta questa attività di acquisizione dati andrebbe tenuta presente, ecco.

 
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Pubblicato da su 24 maggio 2019 in news

 

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La foto che non è una foto, ma che ci ricorda una cosa importante

A tutti è piaciuto definirla foto, ma sarebbe più corretto parlare di immagine. Una foto fissa la visualizzazione di un oggetto, questa è un’immagine che deriva da una complessa elaborazione grafica di dati ricevuti via radio da otto radiotelescopi installati nel mondo. Il buco nero al centro dell’immagine, che si trova più o meno al centro della galassia Messier 87 distante da qui 55 milioni di anni luce (520 miliardi di miliardi di km), è il protagonista dell’immagine e, pur avendo un diametro di 38 mila miliardi di chilometri e una massa che è 6,5 miliardi e mezzo di volte quella del Sole, non si vede e deve la sua (in)visibilità alla materia che sembra circondarlo e che, in realtà, lui sta risucchiando.

  • 55 milioni di anni luce
  • 38mila miliardi di km di diametro
  • 6,5 miliardi e mezzo la massa del Sole

Ma quanto siamo piccoli e insignificanti nell’universo?

Onore al merito della ricercatrice Katie Bouman, grazie al cui lavoro è stato possibile sviluppare l’algoritmo utilizzato per ottenere l’immagine (http://news.mit.edu/2016/method-image-black-holes-0606)

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Pubblicato da su 11 aprile 2019 in news

 

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Google Plus, chiuso per inutilizzo? Non solo

Ha chiuso i battenti ieri la versione consumer (cioè quella “aperta al pubblico”) di Google Plus, ma in pochi si sono accorti di questa “dipartita”, perché in effetti pochi ne conoscevano o ricordavano l’esistenza. Google Plus, indicato anche come Google+ oppure G+, è stato l’ennesimo vano tentativo di inseguire Facebook con un social network che, non essendo mai realmente decollato, è stato “farcito” automaticamente di utenti grazie ad un legame automatico con gli account dell’universo Google, con l’inclusione “coatta” degli utenti degli smartphone con sistema operativo Android.

Insomma un social senz’anima, non desiderato e quindi ignorato, la cui fine era inevitabile. Ma non è nella sua scarsa vitalità il vero motivo che ne ha reso opportuna la chiusura. Un altro problema – ben più rilevante – ha spinto il gruppo a chiudere il capitolo Google Plus: un bug che ha reso accessibili al mondo i dati personali legati a 500mila account, una vulnerabilità che l’azienda conosceva da tempo, ma che era stata tenuta nascosta e ammessa solo in seguito ad un’inchiesta del Wall Street Journal.

La falla avrebbe reso potenzialmente consultabili agli sviluppatori di 488 app vari dati personali come nome, cognome, indirizzo civico e mail, sesso, data di nascita, professione. Una finestra aperta dal 2015 al 2018 e chiusa solo nel marzo dello scorso anno, quando Google ha individuato e risolto il problema. senza però renderlo noto. “Per via della limitata entità del problema” dirà poi l’azienda. Per evitare danni di immagine e pesanti sanzioni, pensiamo noi.

Solamente dopo la pubblicazione dell’inchiesta da parte del WSJ c’è stato l’annuncio da parte di Google dell’avvio di una serie di azioni intraprese a tutela delle informazioni degli utenti. La prima della lista? La chiusura di Google+.

 
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Pubblicato da su 3 aprile 2019 in news

 

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Pronti ai pesci d’aprile? Lo siamo tutto l’anno

“I pesci d’aprile hanno stufato”. E’ un po’ la sintesi dell’opinione di coloro che stanno cominciando a boicottarne la tradizione:

Ciao a tutti,

siamo in quel periodo dell’anno in cui le aziende tech cercano di mostrare la loro creatività per il giorno dei pesci d’aprile. A volte i risultati sono divertenti e a volte non lo sono. In entrambi i casi, i dati ci dicono che queste trovate hanno un impatto positivo limitato e possono effettivamente causare flussi di notizie indesiderati.

Considerando i venti contrari che l’industria tecnologica sta affrontando oggi, chiedo a tutti i team in Microsoft di non fare pesci d’aprile. Apprezzo che le persone abbiano dedicato tempo e risorse a queste attività, ma credo che abbiamo più da perdere che guadagnare tentando di essere divertenti in questo giorno.

Per favore estendete ai vostri team e propri partner interni, per assicurare che le persone siano a conoscenza della richiesta di smettere di fare pesci d’aprile.

Questa comunicazione è stata scritta da Chris Capossela, responsabile marketing di Microsoft, azienda che in passato si era mostrata molto attiva nell’organizzazione di scherzi e iniziative curiose (come il rilascio di MS-Dos per gli smartphone o la modifica dell’homepage del suo motore di ricerca Bing pubblicata con la grafica di Google), ma che da quest’anno ha deciso di porre fine alla propria partecipazione a questa tradizione.

Al di là dei risvolti legati a possibili vantaggi o svantaggi derivanti dall’aderire o meno a questa tradizione – che ha ormai 500 anni – le considerazioni potrebbero riguardare un altro aspetto. Pensandoci bene, in un’epoca come la nostra, in cui un’informazione potrebbe essere verificata agevolmente grazie all’uso intelligente di Internet, il pesce d’aprile ha poco senso. Pensandoci meglio, se questo uso intelligente di Internet fosse così conosciuto, bufale e fake news non esisterebbero. Tuttavia prosperano, nonostante il dichiarato impegno di molte aziende ad ostacolarne la diffusione.

Questo cosa ci porta a concludere?

Innanzitutto che il pesce d’aprile non ha più senso perché esiste tutto l’anno. O meglio, che il primo aprile è probabilmente l’unico giorno in cui una bufala può essere diffusa con l’intenzione di fare uno scherzo innocente. Per tutto il resto dell’anno vengono rese pubbliche notizie ingannevoli in malafede.

In secondo luogo possiamo concludere che, dopo decenni di esistenza di Internet e dei suoi servizi (dal World Wide Web in poi), gran parte degli utenti non ha ancora maturato un’esperienza attiva tale da permetterne un utilizzo virtuoso. Troviamo persone che sembrano saper utilizzare benissimo computer e smartphone perché trascorrono una marea di tempo su app e social network, ma che non riescono a spingersi appena poco oltre, perché non pensano di poter sfruttare un motore di ricerca per verificare un indirizzo o una qualsiasi informazione, reperibile sfruttando due briciole di cervello.

Sarebbe bello e auspicabile che, a partire dalla scuola, venisse trattato seriamente il tema dell’educazione digitale, con l’obiettivo di un uso corretto e intelligente delle risorse tecnologiche disponibili al giorno d’oggi. Un tema che si lega però alla già nota necessità di investimenti in infrastrutture pronte e insegnanti preparati, come ho già spiegato in precedenza.

Se tutto girasse nel verso giusto, esisterebbero solo i pesci d’aprile e non le fake news. Perché i primi sarebbero accettati “con spirito” e le seconde, a quest’ora, sarebbero già un ricordo a cui guardare con compatimento.

 
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Pubblicato da su 29 marzo 2019 in news

 

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Test sui social network, perché è meglio non cascarci

I test pubblicati attraverso i social network sono un espediente per carpire dati sugli utenti, verosimilmente a scopo di lucro e, comunque, alle spalle dei diretti interessati. Non è la prima volta che ne parlo e molto spesso l’attività dei loro autori è legata in primo luogo all’ecosistema di Facebook, che sulle informazioni personali vive e prospera.

Da qualche tempo a questa parte, però, sembra ci sia – almeno a livello di facciata – un’inversione di rotta ed ora è addirittura l’azienda di Mark Zuckerberg a dichiararsi parte lesa, da quanto si legge in una denuncia sporta nei confronti di Gleb Sluchevsky e Andrey Gorbachov: si tratta di due sviluppatori ucraini, che sono stati accusati di aver raccolto e analizzato dati personali di ignari utenti di Facebook, nonché di aver inserito pubblicità mirata “non autorizzata” nel loro feed di notizie, sfruttando un’app collegata alla piattaforma del social network.

Con la promessa di raccogliere un’entità limitata di informazioni, gli utenti sarebbero stati indotti all’installazione nel browser di un plug-in, in grado di accedere non solo ai dati dell’account, ma anche agli elenchi degli utenti “amici”, benché non pubblicamente visibili. Non è escluso che questa vicenda possa avere legami con un’altra violazione resa nota lo scorso autunno e relativa alla pubblicazione – da parte di un gruppo di hacker – dei messaggi privati di 81mila account Facebook, che a loro volta avevano portato alla diffusione delle informazioni relative a 176.000 profili (la punta di un iceberg, dal momento che il gruppo reo di questa operazione aveva dichiarato di possedere un database con dati di 120 milioni di account), tutte informazioni rivendibili sul mercato dei dati personali.

Quello che è certo è che almeno in un determinato periodo – tra il 2017 e il 2018 – i due ucraini hanno utilizzato il social network per pubblicare alcuni test sulla personalità, con titoli come “Di quale personaggio storico sei il sosia?”, “Hai sangue reale nelle vene?”, “Quanti veri amici hai?” o “Qual è il colore della tua aura?”. Domande decisamente poco esistenziali e soprattutto assolutamente inutili, ma abbastanza attraenti per qualche navigatore in cerca di passatempi senza impegno, pronti a cadere nel tranello in cambio di altri test e oroscopi “personalizzati”.

Dalla lettura della denuncia depositata venerdì scorso, tra le motivazioni sollevate l’azienda fa emergere per Facebook “un irreparabile danno alla reputazione”, con ripercussioni sugli utenti che avrebbero “effettivamente compromesso i propri browser” installando le estensioni richieste dalle app incriminate. Lo “schema” non avrebbe funzionato, tuttavia, se Facebook non avesse approvato l’iscrizione degli hacker – avvenuta con l’utilizzo di due pseudonimi – come sviluppatori autorizzati a sfruttare la feature legata all’accesso a Facebook. Su questa base Facebook punta il dito sui due sviluppatori per violazione del CFAA (Computer Fraud and Abuse Act). La scoperta dell’attività malevola sarebbe avvenuta in seguito ad “un’indagine sulle estensioni dannose” che sarebbero state poi notificate ai team di sviluppo dei browser interessati.

Questa azione legale – che segue di pochi giorni un’altra denuncia verso quattro aziende cinesi accusate da Facebook di aver venduto follower e like fasulli – permette a Facebook di attuare una strategia di difesa dalle denunce, che piovono da più parti nel mondo, in tema di violazione della privacy e della sicurezza delle informazioni. L’obiettivo è di far focalizzare l’attenzione di pubblico e media su hacker malintenzionati, spostandola dalle “debolezze” della piattaforma di social network emerse in casi precedenti, come quello di Cambridge Analytica.

Questo tipo di problema, però, è sorto anni fa e non è superfluo ricordare la denuncia, formulata qualche anno fa nei confronti di Facebook , di aver tracciato “con disinvoltura” le attività online di utenti iscritti e non iscritti al social network mediante i cookies attraverso una raccolta di dati attuata durante la lettura di post pubblici. In quell’occasione Facebook, aveva sostanzialmente ammesso la raccolta di informazioni, precisando che la causa era in un bug.

Se ancora oggi stiamo parlando di queste problematiche, la soluzione non è vicina. Ma, al netto di questa vicenda specifica, la domanda sorge spontanea: è proprio necessario cimentarsi in futili test sulla personalità dalla dubbia (inesistente) attendibilità? Certo, si tratta di giochi simili a quei test che si trovano su riviste da leggere in spiaggia sotto l’ombrellone o in una sala d’attesa. Ma almeno dietro a quelle pagine di carta non si nasconde nessuno pronto ad abbindolarci.

 
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Pubblicato da su 11 marzo 2019 in news

 

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Scuola, sul digitale c’è ancora moltissimo da fare

Educare Digitale è il titolo del report pubblicato oggi dall’Agcom sullo stato della digitalizzazione delle scuole italiane. Dallo studio emergono innanzitutto due lacune che le caratterizzano, relative a strumenti e competenze. E si deve trattare di carenze importanti, visto che l’Italia risulta essere in 25esima posizione (su 28 Paesi europei) nella “classifica” calcolata secondo l’indice DESI (Digital Economy and Society Index) che misura il grado di realizzazione degli obiettivi dell’Agenda Digitale.

Il rapporto presenta dati molto interessanti, ma è doveroso sottolineare alcuni aspetti fondamentali.

Il livello di infrastrutturazione digitale delle scuole non è uniforme: ci sono sistematiche differenze legate al territorio, al grado e alla dimensione degli istituti scolastici. E bisogna puntare di più sullo sviluppo di competenze e cultura digitali“.

Come si vede da questa rappresentazione grafica, tra le regioni meglio posizionate sui fronti dell’innovazione didattica e dei servizi di connettività spiccano le scuole dell’Emilia Romagna, seguite da quelle di Lombardia e Friuli-Venezia Giulia, che rientrano nel primo quadrante, seppur con livelli abbastanza vicini a quelli della media nazionale. Fanalini di coda le regioni del terzo quadrante: Basilicata, Calabria, Puglia, Abruzzo, Lazio e Veneto, regioni che sui due fronti presi in esame hanno scuole con valori al di sotto della media nazionale. Suscita meraviglia l’eterogeneità della situazione (oltre a regioni del Sud Italia troviamo anche Lazio e Veneto), da cui emerge un’urgente necessità di investimenti.

Su cosa è fondamentale investire tempo e risorse? Ovviamente sull’infrastruttura, per raggiungere almeno tre obiettivi: una connettività veloce, una rete che ne possa beneficiare, e sulle attività di aggiornamento e manutenzione. Ma anche le competenze richiedono attenzione: è impensabile avere una dotazione di strumenti e attrezzature all’avanguardia senza un’adeguata preparazione al loro utilizzo, che deve permettere lo sviluppo di metodi didattici basati sull’impiego di tecnologie digitali. Senza trascurare le capacità organizzative e manageriali, necessarie per una corretta pianificazione delle attività e degli stessi investimenti.

Chi ha interesse, tempo e voglia di leggere il report, può trovarlo a questo link: EDUCARE-DIGITALE_28-02-2019

 
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Pubblicato da su 28 febbraio 2019 in news

 

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Huawei Mate X e Nokia 210, gli antipodi della telefonia mobile

Huawei Mate X e Nokia 210 sono le due novità del MWC Barcelona che più mi hanno colpito finora, soprattutto perché sono due prodotti con funzionalità e target diametralmente opposti: il primo rappresenta la novità top del settore, il secondo è solo la novità degli entry-level.

Il Mate X è il primo smartphone con display pieghevole di Huawei, arriva dopo qualche giorno dalla presentazione del “collega” Samsung Galaxy Fold e ha una configurazione che lo rende simile al FlexPai presentato in anteprima lo scorso novembre, con quel suo display unico. Huawei però è riuscita contenere lo spessore del “dispositivo chiuso” in 11 millimetri con un display da 6,6 pollici. Aperto, lo spessore risulta dimezzato (5,4 millimetri) e il display diventa da 8,8 pollici. Prezzo di lancio da paura, 2.299 Euro. Dopo anni di display piatti o curvi, ma sempre rigidi, ecco una vera novità. Il trend dei foldable (pieghevoli) è ufficialmente inaugurato e potrebbe davvero rappresentare il futuro dei dispositivi mobili di cui sarà interessante verificare la robustezza e l’affidabilità nel tempo.

Il 210, è invece uno smartphone “semplice”. L’apparenza è quella di un telefonino old-style, con tastiera fisica e display di 2,4 pollici, provvisto di fotocamera. Perché chiamarlo smartphone? Perché oltre a permettere di telefonare, pur nella sua essenzialità, naviga in Internet, strizza l’occhio ai social con Facebook e permette di installare altre app dal Mobile store. Punti di forza: autonomia (fino a 20 giorni, stando a quanto dichiarato da Nokia) e prezzo, di circa 30 euro. Robustezza e affidabilità non dovrebbero essere in discussione per un apparecchio appetibile per chi vuole semplicemente un telefono.

 
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Pubblicato da su 26 febbraio 2019 in news

 

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Google Nest Guard, il microfono c’era, ma non si vedeva (e nessuno sapeva)

Nest Guard, sistema di sicurezza domestico, a inizio febbraio è stato aggiornato e Google ha pensato bene di rendere noto che l’update lo ha reso compatibile con il suo assistente vocale. “Strano – hanno pensato gli utenti – le specifiche tecniche non indicano la presenza di un microfono, come può funzionare?” Il problema è proprio nella sbadataggine di Google: non si era dimenticata di integrarlo nel sistema, ma di avvisare i propri ignari utenti che il microfono era già presente.

“Si è trattato di un errore da parte nostra” dicono da Google, riferendosi ovviamente al fatto di non averlo indicato in alcun documento, ma il microfono – sempre a detta loro – “non è mai stato acceso e viene attivato solo quando gli utenti abilitano specificamente l’opzione”. La sua presenza era stata prevista con la prospettiva di aggiungere nuove funzionalità di sicurezza, ad esempio la possibilità di rilevare rumori sospetti, come quello della rottura di un vetro.

La (dis)attenzione di Google per la privacy degli utenti non è una novità, ma l’attenzione degli utenti verso queste problematiche deve essere sempre alta: tutti i dispositivi legati al mondo di smart home e smart building sono connessi e quindi potenzialmente sempre più vulnerabili alle possibilità di sfruttamento remoto da parte di terzi. In assenza di adeguata protezione, queste soluzioni possono consentire a qualcuno non solo di carpire dati personali (come nel caso di un microfono nascosto), ma potrebbero essere utilizzati anche per prendere letteralmente il controllo di un’appartamento o di un edificio e permettere azioni ai danni del proprietario, a partire dalla disattivazione dei sistema di allarme e sorveglianza fino ad arrivare all’attivazione di elettrodomestici e impianti, o all’apertura di porte e finestre.

 

 
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Pubblicato da su 21 febbraio 2019 in news

 

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