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Apple: ok, il prezzo è PRO

Io lo so che il nuovo Apple Mac Pro è destinato al mercato dei pro(fessionisti), per cui non mi dovrei stupire se il modello base costerà 5.999 dollari. Ugualmente non dovrei saltare sulla sedia leggendo che il monitor 6K pensato per il Mac Pro, cioè il Pro Display XDR, costerà 4.999 dollari (a cui se ne dovranno aggiungere 999 per il Pro Stand, che poi è il supporto che lo deve reggere, mentre l’adattatore VESA costerà 199 dollari). Risultato, per la configurazione completa la base di partenza sarà di 14mila dollari. Pardon: sarà di 13.997 dollari, vista l’insistente presenza di prezzi arrotondati strategicamente al 999 (ma c’è ancora qualcuno che cede all’illusione psicologica di pagare poco qualcosa che, anziché mille dollari, ne costa solo 999?). Per la versione top, probabilmente, si supereranno i 50mila.

Il design del computer è sicuramente moderno. Però è divisivo. E prima di capire che si tratta del nuovo Mac Pro, vedendolo superficialmente qualcuno potrebbe scambiarlo per un altro oggetto. E alle varie ipotesi alternative ispirate dalla sua vista frontale, mi rendo conto solo adesso che può sembrare anche una grattugia per il formaggio.

 
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Pubblicato da su 4 giugno 2019 in news

 

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Due o tre cose che Google sa dei suoi utenti

Quando avete un account Google e pensate di non avere nulla da nascondere, probabilmente non vi preoccupate di ciò che un’azienda di quel calibro può conoscere sul vostro conto. Tuttavia esiste più di un motivo per capire che, quantomeno, dovreste comunque esserne pienamente consapevoli.

Piccolo (e non esaustivo) elenco di ciò che viene registrato solo perché avete un account Google:

OK facciamo un esempio sul secondo punto, dove è possibile trovare qualcosa del genere:

Anche se avete dettato qualcosa a WhatsApp – app molto diffusa e amata – e sebbene quella app possa apparire estranea al mondo Google (perché parte della galassia Facebook, insieme a Instagram), in realtà tutto viene memorizzato. Con “tutto” non intendo solo la trascrizione, e quel “Riproduci” che vedete ne è la prova: vi permette di sentire la registrazione di ciò che avete detto e se cliccate su dettagli scoprite perché…

Quindi, se queste informazioni non vi scompongono, va bene così. Se foste invece infastiditi da questa costante registrazione… andate in Gestione attività (https://myaccount.google.com/activitycontrols) e disattivate tutti gli “interruttori”!

Diciamo che, in un mondo in cui non è raro apprendere notizie su violazioni di account, furto di password, vulnerabilità che permettono l’accesso non autorizzato ai dati personali di un account e altre criticità analoghe, forse tutta questa attività di acquisizione dati andrebbe tenuta presente, ecco.

 
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Pubblicato da su 24 maggio 2019 in news

 

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La foto che non è una foto, ma che ci ricorda una cosa importante

A tutti è piaciuto definirla foto, ma sarebbe più corretto parlare di immagine. Una foto fissa la visualizzazione di un oggetto, questa è un’immagine che deriva da una complessa elaborazione grafica di dati ricevuti via radio da otto radiotelescopi installati nel mondo. Il buco nero al centro dell’immagine, che si trova più o meno al centro della galassia Messier 87 distante da qui 55 milioni di anni luce (520 miliardi di miliardi di km), è il protagonista dell’immagine e, pur avendo un diametro di 38 mila miliardi di chilometri e una massa che è 6,5 miliardi e mezzo di volte quella del Sole, non si vede e deve la sua (in)visibilità alla materia che sembra circondarlo e che, in realtà, lui sta risucchiando.

  • 55 milioni di anni luce
  • 38mila miliardi di km di diametro
  • 6,5 miliardi e mezzo la massa del Sole

Ma quanto siamo piccoli e insignificanti nell’universo?

Onore al merito della ricercatrice Katie Bouman, grazie al cui lavoro è stato possibile sviluppare l’algoritmo utilizzato per ottenere l’immagine (http://news.mit.edu/2016/method-image-black-holes-0606)

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Pubblicato da su 11 aprile 2019 in news

 

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Google Plus, chiuso per inutilizzo? Non solo

Ha chiuso i battenti ieri la versione consumer (cioè quella “aperta al pubblico”) di Google Plus, ma in pochi si sono accorti di questa “dipartita”, perché in effetti pochi ne conoscevano o ricordavano l’esistenza. Google Plus, indicato anche come Google+ oppure G+, è stato l’ennesimo vano tentativo di inseguire Facebook con un social network che, non essendo mai realmente decollato, è stato “farcito” automaticamente di utenti grazie ad un legame automatico con gli account dell’universo Google, con l’inclusione “coatta” degli utenti degli smartphone con sistema operativo Android.

Insomma un social senz’anima, non desiderato e quindi ignorato, la cui fine era inevitabile. Ma non è nella sua scarsa vitalità il vero motivo che ne ha reso opportuna la chiusura. Un altro problema – ben più rilevante – ha spinto il gruppo a chiudere il capitolo Google Plus: un bug che ha reso accessibili al mondo i dati personali legati a 500mila account, una vulnerabilità che l’azienda conosceva da tempo, ma che era stata tenuta nascosta e ammessa solo in seguito ad un’inchiesta del Wall Street Journal.

La falla avrebbe reso potenzialmente consultabili agli sviluppatori di 488 app vari dati personali come nome, cognome, indirizzo civico e mail, sesso, data di nascita, professione. Una finestra aperta dal 2015 al 2018 e chiusa solo nel marzo dello scorso anno, quando Google ha individuato e risolto il problema. senza però renderlo noto. “Per via della limitata entità del problema” dirà poi l’azienda. Per evitare danni di immagine e pesanti sanzioni, pensiamo noi.

Solamente dopo la pubblicazione dell’inchiesta da parte del WSJ c’è stato l’annuncio da parte di Google dell’avvio di una serie di azioni intraprese a tutela delle informazioni degli utenti. La prima della lista? La chiusura di Google+.

 
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Pubblicato da su 3 aprile 2019 in news

 

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Pronti ai pesci d’aprile? Lo siamo tutto l’anno

“I pesci d’aprile hanno stufato”. E’ un po’ la sintesi dell’opinione di coloro che stanno cominciando a boicottarne la tradizione:

Ciao a tutti,

siamo in quel periodo dell’anno in cui le aziende tech cercano di mostrare la loro creatività per il giorno dei pesci d’aprile. A volte i risultati sono divertenti e a volte non lo sono. In entrambi i casi, i dati ci dicono che queste trovate hanno un impatto positivo limitato e possono effettivamente causare flussi di notizie indesiderati.

Considerando i venti contrari che l’industria tecnologica sta affrontando oggi, chiedo a tutti i team in Microsoft di non fare pesci d’aprile. Apprezzo che le persone abbiano dedicato tempo e risorse a queste attività, ma credo che abbiamo più da perdere che guadagnare tentando di essere divertenti in questo giorno.

Per favore estendete ai vostri team e propri partner interni, per assicurare che le persone siano a conoscenza della richiesta di smettere di fare pesci d’aprile.

Questa comunicazione è stata scritta da Chris Capossela, responsabile marketing di Microsoft, azienda che in passato si era mostrata molto attiva nell’organizzazione di scherzi e iniziative curiose (come il rilascio di MS-Dos per gli smartphone o la modifica dell’homepage del suo motore di ricerca Bing pubblicata con la grafica di Google), ma che da quest’anno ha deciso di porre fine alla propria partecipazione a questa tradizione.

Al di là dei risvolti legati a possibili vantaggi o svantaggi derivanti dall’aderire o meno a questa tradizione – che ha ormai 500 anni – le considerazioni potrebbero riguardare un altro aspetto. Pensandoci bene, in un’epoca come la nostra, in cui un’informazione potrebbe essere verificata agevolmente grazie all’uso intelligente di Internet, il pesce d’aprile ha poco senso. Pensandoci meglio, se questo uso intelligente di Internet fosse così conosciuto, bufale e fake news non esisterebbero. Tuttavia prosperano, nonostante il dichiarato impegno di molte aziende ad ostacolarne la diffusione.

Questo cosa ci porta a concludere?

Innanzitutto che il pesce d’aprile non ha più senso perché esiste tutto l’anno. O meglio, che il primo aprile è probabilmente l’unico giorno in cui una bufala può essere diffusa con l’intenzione di fare uno scherzo innocente. Per tutto il resto dell’anno vengono rese pubbliche notizie ingannevoli in malafede.

In secondo luogo possiamo concludere che, dopo decenni di esistenza di Internet e dei suoi servizi (dal World Wide Web in poi), gran parte degli utenti non ha ancora maturato un’esperienza attiva tale da permetterne un utilizzo virtuoso. Troviamo persone che sembrano saper utilizzare benissimo computer e smartphone perché trascorrono una marea di tempo su app e social network, ma che non riescono a spingersi appena poco oltre, perché non pensano di poter sfruttare un motore di ricerca per verificare un indirizzo o una qualsiasi informazione, reperibile sfruttando due briciole di cervello.

Sarebbe bello e auspicabile che, a partire dalla scuola, venisse trattato seriamente il tema dell’educazione digitale, con l’obiettivo di un uso corretto e intelligente delle risorse tecnologiche disponibili al giorno d’oggi. Un tema che si lega però alla già nota necessità di investimenti in infrastrutture pronte e insegnanti preparati, come ho già spiegato in precedenza.

Se tutto girasse nel verso giusto, esisterebbero solo i pesci d’aprile e non le fake news. Perché i primi sarebbero accettati “con spirito” e le seconde, a quest’ora, sarebbero già un ricordo a cui guardare con compatimento.

 
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Pubblicato da su 29 marzo 2019 in news

 

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Test sui social network, perché è meglio non cascarci

I test pubblicati attraverso i social network sono un espediente per carpire dati sugli utenti, verosimilmente a scopo di lucro e, comunque, alle spalle dei diretti interessati. Non è la prima volta che ne parlo e molto spesso l’attività dei loro autori è legata in primo luogo all’ecosistema di Facebook, che sulle informazioni personali vive e prospera.

Da qualche tempo a questa parte, però, sembra ci sia – almeno a livello di facciata – un’inversione di rotta ed ora è addirittura l’azienda di Mark Zuckerberg a dichiararsi parte lesa, da quanto si legge in una denuncia sporta nei confronti di Gleb Sluchevsky e Andrey Gorbachov: si tratta di due sviluppatori ucraini, che sono stati accusati di aver raccolto e analizzato dati personali di ignari utenti di Facebook, nonché di aver inserito pubblicità mirata “non autorizzata” nel loro feed di notizie, sfruttando un’app collegata alla piattaforma del social network.

Con la promessa di raccogliere un’entità limitata di informazioni, gli utenti sarebbero stati indotti all’installazione nel browser di un plug-in, in grado di accedere non solo ai dati dell’account, ma anche agli elenchi degli utenti “amici”, benché non pubblicamente visibili. Non è escluso che questa vicenda possa avere legami con un’altra violazione resa nota lo scorso autunno e relativa alla pubblicazione – da parte di un gruppo di hacker – dei messaggi privati di 81mila account Facebook, che a loro volta avevano portato alla diffusione delle informazioni relative a 176.000 profili (la punta di un iceberg, dal momento che il gruppo reo di questa operazione aveva dichiarato di possedere un database con dati di 120 milioni di account), tutte informazioni rivendibili sul mercato dei dati personali.

Quello che è certo è che almeno in un determinato periodo – tra il 2017 e il 2018 – i due ucraini hanno utilizzato il social network per pubblicare alcuni test sulla personalità, con titoli come “Di quale personaggio storico sei il sosia?”, “Hai sangue reale nelle vene?”, “Quanti veri amici hai?” o “Qual è il colore della tua aura?”. Domande decisamente poco esistenziali e soprattutto assolutamente inutili, ma abbastanza attraenti per qualche navigatore in cerca di passatempi senza impegno, pronti a cadere nel tranello in cambio di altri test e oroscopi “personalizzati”.

Dalla lettura della denuncia depositata venerdì scorso, tra le motivazioni sollevate l’azienda fa emergere per Facebook “un irreparabile danno alla reputazione”, con ripercussioni sugli utenti che avrebbero “effettivamente compromesso i propri browser” installando le estensioni richieste dalle app incriminate. Lo “schema” non avrebbe funzionato, tuttavia, se Facebook non avesse approvato l’iscrizione degli hacker – avvenuta con l’utilizzo di due pseudonimi – come sviluppatori autorizzati a sfruttare la feature legata all’accesso a Facebook. Su questa base Facebook punta il dito sui due sviluppatori per violazione del CFAA (Computer Fraud and Abuse Act). La scoperta dell’attività malevola sarebbe avvenuta in seguito ad “un’indagine sulle estensioni dannose” che sarebbero state poi notificate ai team di sviluppo dei browser interessati.

Questa azione legale – che segue di pochi giorni un’altra denuncia verso quattro aziende cinesi accusate da Facebook di aver venduto follower e like fasulli – permette a Facebook di attuare una strategia di difesa dalle denunce, che piovono da più parti nel mondo, in tema di violazione della privacy e della sicurezza delle informazioni. L’obiettivo è di far focalizzare l’attenzione di pubblico e media su hacker malintenzionati, spostandola dalle “debolezze” della piattaforma di social network emerse in casi precedenti, come quello di Cambridge Analytica.

Questo tipo di problema, però, è sorto anni fa e non è superfluo ricordare la denuncia, formulata qualche anno fa nei confronti di Facebook , di aver tracciato “con disinvoltura” le attività online di utenti iscritti e non iscritti al social network mediante i cookies attraverso una raccolta di dati attuata durante la lettura di post pubblici. In quell’occasione Facebook, aveva sostanzialmente ammesso la raccolta di informazioni, precisando che la causa era in un bug.

Se ancora oggi stiamo parlando di queste problematiche, la soluzione non è vicina. Ma, al netto di questa vicenda specifica, la domanda sorge spontanea: è proprio necessario cimentarsi in futili test sulla personalità dalla dubbia (inesistente) attendibilità? Certo, si tratta di giochi simili a quei test che si trovano su riviste da leggere in spiaggia sotto l’ombrellone o in una sala d’attesa. Ma almeno dietro a quelle pagine di carta non si nasconde nessuno pronto ad abbindolarci.

 
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Pubblicato da su 11 marzo 2019 in news

 

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Scuola, sul digitale c’è ancora moltissimo da fare

Educare Digitale è il titolo del report pubblicato oggi dall’Agcom sullo stato della digitalizzazione delle scuole italiane. Dallo studio emergono innanzitutto due lacune che le caratterizzano, relative a strumenti e competenze. E si deve trattare di carenze importanti, visto che l’Italia risulta essere in 25esima posizione (su 28 Paesi europei) nella “classifica” calcolata secondo l’indice DESI (Digital Economy and Society Index) che misura il grado di realizzazione degli obiettivi dell’Agenda Digitale.

Il rapporto presenta dati molto interessanti, ma è doveroso sottolineare alcuni aspetti fondamentali.

Il livello di infrastrutturazione digitale delle scuole non è uniforme: ci sono sistematiche differenze legate al territorio, al grado e alla dimensione degli istituti scolastici. E bisogna puntare di più sullo sviluppo di competenze e cultura digitali“.

Come si vede da questa rappresentazione grafica, tra le regioni meglio posizionate sui fronti dell’innovazione didattica e dei servizi di connettività spiccano le scuole dell’Emilia Romagna, seguite da quelle di Lombardia e Friuli-Venezia Giulia, che rientrano nel primo quadrante, seppur con livelli abbastanza vicini a quelli della media nazionale. Fanalini di coda le regioni del terzo quadrante: Basilicata, Calabria, Puglia, Abruzzo, Lazio e Veneto, regioni che sui due fronti presi in esame hanno scuole con valori al di sotto della media nazionale. Suscita meraviglia l’eterogeneità della situazione (oltre a regioni del Sud Italia troviamo anche Lazio e Veneto), da cui emerge un’urgente necessità di investimenti.

Su cosa è fondamentale investire tempo e risorse? Ovviamente sull’infrastruttura, per raggiungere almeno tre obiettivi: una connettività veloce, una rete che ne possa beneficiare, e sulle attività di aggiornamento e manutenzione. Ma anche le competenze richiedono attenzione: è impensabile avere una dotazione di strumenti e attrezzature all’avanguardia senza un’adeguata preparazione al loro utilizzo, che deve permettere lo sviluppo di metodi didattici basati sull’impiego di tecnologie digitali. Senza trascurare le capacità organizzative e manageriali, necessarie per una corretta pianificazione delle attività e degli stessi investimenti.

Chi ha interesse, tempo e voglia di leggere il report, può trovarlo a questo link: EDUCARE-DIGITALE_28-02-2019

 
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Pubblicato da su 28 febbraio 2019 in news

 

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Huawei Mate X e Nokia 210, gli antipodi della telefonia mobile

Huawei Mate X e Nokia 210 sono le due novità del MWC Barcelona che più mi hanno colpito finora, soprattutto perché sono due prodotti con funzionalità e target diametralmente opposti: il primo rappresenta la novità top del settore, il secondo è solo la novità degli entry-level.

Il Mate X è il primo smartphone con display pieghevole di Huawei, arriva dopo qualche giorno dalla presentazione del “collega” Samsung Galaxy Fold e ha una configurazione che lo rende simile al FlexPai presentato in anteprima lo scorso novembre, con quel suo display unico. Huawei però è riuscita contenere lo spessore del “dispositivo chiuso” in 11 millimetri con un display da 6,6 pollici. Aperto, lo spessore risulta dimezzato (5,4 millimetri) e il display diventa da 8,8 pollici. Prezzo di lancio da paura, 2.299 Euro. Dopo anni di display piatti o curvi, ma sempre rigidi, ecco una vera novità. Il trend dei foldable (pieghevoli) è ufficialmente inaugurato e potrebbe davvero rappresentare il futuro dei dispositivi mobili di cui sarà interessante verificare la robustezza e l’affidabilità nel tempo.

Il 210, è invece uno smartphone “semplice”. L’apparenza è quella di un telefonino old-style, con tastiera fisica e display di 2,4 pollici, provvisto di fotocamera. Perché chiamarlo smartphone? Perché oltre a permettere di telefonare, pur nella sua essenzialità, naviga in Internet, strizza l’occhio ai social con Facebook e permette di installare altre app dal Mobile store. Punti di forza: autonomia (fino a 20 giorni, stando a quanto dichiarato da Nokia) e prezzo, di circa 30 euro. Robustezza e affidabilità non dovrebbero essere in discussione per un apparecchio appetibile per chi vuole semplicemente un telefono.

 
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Pubblicato da su 26 febbraio 2019 in news

 

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Google Nest Guard, il microfono c’era, ma non si vedeva (e nessuno sapeva)

Nest Guard, sistema di sicurezza domestico, a inizio febbraio è stato aggiornato e Google ha pensato bene di rendere noto che l’update lo ha reso compatibile con il suo assistente vocale. “Strano – hanno pensato gli utenti – le specifiche tecniche non indicano la presenza di un microfono, come può funzionare?” Il problema è proprio nella sbadataggine di Google: non si era dimenticata di integrarlo nel sistema, ma di avvisare i propri ignari utenti che il microfono era già presente.

“Si è trattato di un errore da parte nostra” dicono da Google, riferendosi ovviamente al fatto di non averlo indicato in alcun documento, ma il microfono – sempre a detta loro – “non è mai stato acceso e viene attivato solo quando gli utenti abilitano specificamente l’opzione”. La sua presenza era stata prevista con la prospettiva di aggiungere nuove funzionalità di sicurezza, ad esempio la possibilità di rilevare rumori sospetti, come quello della rottura di un vetro.

La (dis)attenzione di Google per la privacy degli utenti non è una novità, ma l’attenzione degli utenti verso queste problematiche deve essere sempre alta: tutti i dispositivi legati al mondo di smart home e smart building sono connessi e quindi potenzialmente sempre più vulnerabili alle possibilità di sfruttamento remoto da parte di terzi. In assenza di adeguata protezione, queste soluzioni possono consentire a qualcuno non solo di carpire dati personali (come nel caso di un microfono nascosto), ma potrebbero essere utilizzati anche per prendere letteralmente il controllo di un’appartamento o di un edificio e permettere azioni ai danni del proprietario, a partire dalla disattivazione dei sistema di allarme e sorveglianza fino ad arrivare all’attivazione di elettrodomestici e impianti, o all’apertura di porte e finestre.

 

 
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Pubblicato da su 21 febbraio 2019 in news

 

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Facebook e i social network? Gangster digitali, secondo il parlamento britannico

A pagina 42 del documento “Disinformation and ‘fake news’: Final Report” pubblicato dalla Commissione “Digital, Culture, Media and Sport” del parlamento britannico, c’è un pesante monito rivolto ai social network, con particolare riguardo a Facebook, per la sua condotta contraria alle norme su concorrenza e privacy. Il report presenta l’esito dell’inchiesta – durata 18 mesi – avviata in Gran Bretagna basata su documenti aziendali sia quelli ottenuti tramite un’azienda (Six4Three) che ha aperto un’azione legale in California contro Facebook e sulle risultanze delle indagini condotte in seguito al caso Cambridge Analytica.

Alle aziende come Facebook non dovrebbe essere permesso di comportarsi come “gangster digitali” nel mondo online, considerandosi al di sopra e al di fuori della legge.

Nel report viene inoltre stigmatizzata la mancanza di rispetto, da parte di Mark Zuckerberg, nei confronti del parlamento per non aver risposto ad alcuni quesiti posti nell’ambito dell’inchiesta, ed emerge la constatazione che il numero uno di Facebook non è in grado di esprimere la leadership e la responsabilità che ci si attenderebbe da chi è al vertice di una delle più grandi aziende del mondo. Non mancano avvertimenti sulla necessità di integrare le attuali leggi elettorali, ritenute vulnerabili e suscettibili di interferenze, e sulla pericolosità della disinformazione e la propaganda d’odio, mai seriamente ostacolate dalle aziende che operano nel mondo della tecnologia.

 

 
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Pubblicato da su 20 febbraio 2019 in news

 

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Rousseau e il sondaggio elettronico

Tocco solamente per aspetti tecnici l’argomento Rousseau, intendendo indicare con tale nome ovviamente la Piattaforma Rousseau, il “sistema operativo” del MoVimento 5 Stelle, utilizzato ieri dalle 10 del mattino per la consultazione popolare riguardo all’autorizzazione del tribunale di Catania a procedere nei confronti di Matteo Salvini, vicepresidente del consiglio e ministro dell’Interno, per l’accusa di sequestro di persona per il caso della Nave Diciotti.

Tecnicamente nella giornata di ieri sulla piattaforma sono stati rilevati svariati problemi tecnici, dalla lentezza alla vera e propria impossibilità ad accedere: inizialmente previste dalle 10 alle 19, le operazioni di consultazione sono state spostate di un’ora (e quindi aperte dalle 11 alle 20) per poi essere ulteriormente prorogate fino alle 21.30. Problemi dovuti verosimilmente ad una notevole affluenza – cioè ad un numero di richieste da parte degli utenti – sicuramente superiore alle capacità ricettive del sistema (problemi simili erano già stati rilevati in altre occasioni). Le difficoltà potrebbero anche essere state causate da un attacco informatico (anche qui ci sono dei precedenti, ricordiamo gli attacchi degli hacker EvaristeGalois e R0gue0, che era riuscito ad accedere alla piattaforma, prelevandone dati poi pubblicati), ma al momento l’ipotesi più accreditata è che si sia trattato di problemi dell’infrastruttura, apparentemente non in grado di sostenere operazioni di voto elettronico rivolte a decine di migliaia di utenti. Dopo le 15.30 è stata confermata l’operatività e la raggiungibilità del sistema.

Non mi interessa commentare le polemiche, rilevo solamente che – da quanto dichiarato ufficialmente – alle operazioni hanno partecipato 52.417 iscritti in una sola giornata. L’affluenza non deve rappresentare un problema in contesti simili. Se l’entità di questo riscontro costituisce realmente un problema per la piattaforma Rousseau, significa che la sua infrastruttura non è tecnicamente adeguata a gestire questo numero di richieste e utilizzarla per operazioni consultive, le definisco così senza parlare esplicitamente di “voto elettronico”, poiché ritengo che questo richieda ben altro livello di sicurezza per garantire certezza e anonimato, cioè oggettività che oggi non vedo raggiungibili, indipendentemente dalla tecnologia impiegata, neanche con la blockchain. Rimango dell’idea che operazioni di questo tipo possano essere definite “sondaggio”.

 

 
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Pubblicato da su 19 febbraio 2019 in news

 

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Frankestein virtuali grazie all’intelligenza artificiale

Se andate sul sito web ThisPersonDoesNotExist.com trovate il ritratto fotografico di una persona. Se ricaricate/aggiornate la pagina, la foto cambia e vi presenta un altro volto, e ad ogni aggiornamento il ritratto è diverso. Come dice il nome inglese del sito, questa persona non esiste: sono tutte immagini realizzate da una piattaforma di intelligenza artificiale in grado di generare il ritratto di una persona inesistente, come quelli che vedete nelle immagini riportate qui (“catturate” da me pochi minuti fa)

Al netto di alcune imperfezioni di composizione che si possono verificare, quasi tutti i ritratti proposti da questo sistema sono assolutamente credibili. L’articolo di The Verge che me l’ha fatto scoprire spiega che dietro questo “generatore di volti” c’è Philip Wang, un ingegnere che lavora per Uber, che ha realizzato questo sistema sfruttando – come lui stesso spiega – una tecnologia sviluppata da Nvidia (la stessa azienda che produce componenti, schede e processori grafici che si trovano in moltissimi dispositivi, computer e console). Alla base dell’algoritmo c’è un ricco archivio di immagini reali, da cui il software – che al dottor Viktor Frankestein sarebbe sicuramente piaciuto – attinge elementi per comporre i volti (per maggiori dettagli tecnici c’è uno specifico post su lyrn.ai).

La finalità di questa realizzazione è puramente dimostrativa e ci fa capire quanto sia possibile fare già oggi con l’intelligenza artificiale, ma anche intuire le possibili prospettive future. Abbiamo già visto l’anchorman virtuale del telegiornale cinese, clonato però da una persona in carne e ossa. Qui siamo un passo oltre e il percorso è in progressiva accelerazione. Attenzione, dunque, alle possibilità date da questi sistemi, da cui potrebbero uscire ad esempio le foto di profili di un social network, le immagini di un curriculum vitae, le fattezze dei personaggi di un film, fino ad arrivare alle immagini che documentano un evento, o anche un fatto di cronaca, con i suoi protagonisti eventualmente inesistenti. Dal mondo dell’entertainment a quello dell’informazione, i volti virtuali potranno essere pressoché ovunque.

 
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Pubblicato da su 15 febbraio 2019 in intelligenza artificiale, news

 

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SAR degli smartphone, classifica aggiornata ;-)

Conoscete il SAR del vostro smartphone? Lo so, ho già posto la stessa domanda qualche mese fa, ma credo che l’argomento sia degno di attenzione e di essere riproposto di tanto in tanto, considerando che il SAR (Specific Absorption Rate) indica il livello di onde elettromagnetiche a cui l’utilizzatore di un dispositivo viene esposto.

Su statista.com c’è la nuova classifica di “buoni” e “cattivi”. Vediamo innanzitutto questi ultimi:

E, di seguito, la lista dei “buoni”

Se non trovate i valori relativi al vostro smartphone, potete cercarli qui indicando marca e modello: http://www.bfs.de/SiteGlobals/Forms/Suche/BfS/DE/SARsuche_Formular.html

Ad oggi, è bene ricordarlo, non esiste una ricerca che dimostri con basi scientifiche i livelli di sicurezza effettivi di assorbimento di emissioni da smartphone e telefoni cellulari. Il rapporto tra salute e utilizzo di questi dispositivi è comunque un argomento molto serio, che è stato ed è tuttora oggetto di studio per moltissimi aspetti. Il Bundesamt für Strahlenschutz (L’Ente federale tedesco per la protezione dalle radiazioni) stila queste classifiche in base ad un criterio che considera due soglie di assorbimento, inferiore o superiore a 0,6 watt per kilogrammo.

Non è un valore finalizzato alla criminalizzazione dei dispositivi esaminati, ma un’indicazione in più per la nostra consapevolezza su ciò che comporta l’uso di uno smartphone, sempre più quotidiano e frequente non solo per comunicare. Tenuto in borsa, in tasca o accostato all’orecchio durante una telefonata, uno smartphone ci accompagna sempre.

 
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Pubblicato da su 15 febbraio 2019 in news

 

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And the winner is… 123456! (le peggiori password del 2018)

Anche quest’anno 123456 è in vetta alla classifica delle peggiori password più utilizzate al mondo! Lo riferisce SplashData, che ha elaborato un database di credenziali (5 milioni di utenze) formato da dati resi pubblici in seguito ad attacchi di varia natura, inclusi phishing e ransomware.

La classifica viene stilata da otto anni e 123456 vince per il quinto anno consecutivo. E’ evidente come, nonostante l’aumento degli attacchi e la crescita delle vulnerabilità rilevate, la consapevolezza degli utenti rimanga sempre allo stesso livello: scarso.

Ferma restando la certezza che nel mondo digitale nulla è sicuro al 100%, è ormai risaputo che una password solida deve rispondere ad alcuni requisiti minimi di complessità che la rendano difficilmente individuabile ed è necessario considerare che, per scoprirla, oltre ad espedienti ingannevoli per carpirle direttamente agli utenti, è possibile ricorrere a programmi che la trovano tentando ogni possibile combinazione di caratteri. Questi sistemi riescono in pochissimo tempo a scovare una password “semplice”: una frazione di secondo è sufficiente per rivelare una password che deriva da un termine presente nel dizionario, altrimenti – in caso di stringhe di caratteri prive di senso compiuto – pochi secondi bastano per individuare una password di sei caratteri, una decina di minuti per una da sette caratteri.

Molti utenti si demotivano a creare password sicure per due ragioni: il tempo e la memoria. Perché il tempo? Perché scegliere una nuova password è una seccatura, quindi spesso viene ideata di fretta perché accade ad esempio di doverne inventare una nuova alla scadenza di una password vecchia, e allora si ricorre ad una soluzione rapida per accedere velocemente a computer o dati. Ma si ha fretta anche quando la si deve digitare, perché anche scrivere una password lunga viene ritenuta una seccatura. A monte di tutto questo c’è la necessità di doversela ricordare – per questo parlavo di memoria – e una password semplice e breve è ovviamente più facile da ricordare di una complessa: si fa prima con “0000” oppure con “Qp5%èMa9C#”?

Però, onestamente, tra digitare una password di 4 zeri e una password complessa, pur composta da lettere, numeri e caratteri speciali, c’è una differenza di qualche secondo. E’ da considerare come un investimento di tempo, breve ma utile alla sicurezza delle informazioni che protegge. Per capire quanto è sicura una password, propongo una piccola verifica su uno di questi due siti web:

Entrambi assicurano di non tenere traccia di quanto digitato, ma in ogni caso non è indispensabile scrivere esattamente la password che intendete utilizzare: è possibile provarne una simile, con lo stesso numero di caratteri e composta con lo stesso criterio.

 
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Pubblicato da su 17 dicembre 2018 in news, security

 

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