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Telefonini di Stato: senza abusi risparmieremmo 1,5 milioni ogni anno

7,7 milioni di euro spesi – anzi, buttati – in servizi inutili, chiamate a numeri con sovrapprezzo, servizi di home banking, intrattenimento e televoto, dal 2012 al 2017. E’ il risultato dell’analisi effettuata dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla digitalizzazione dell’Amministrazione Pubblica sui 401.839 telefoni cellulari a carico dello Stato. L’analisi è stata condotta nel modo più semplice del mondo: analizzando il traffico telefonico.

Indubbiamente, come si verifica spesso a molti utenti, sarà capitato anche a molti dipendenti e funzionari pubblici di ritrovarsi casualmente abbonati a servizi come “Sexy Land”, “Video Hard Casalinghi”, oroscopo del giorno, ricette e quant’altro fa parte del fitto sottobosco dei business collaterali alla telefonia mobile. Un po’ meno inconsapevoli sono la partecipazione a operazioni di televoto, le donazioni attraverso sms e gli acquisti di beni e servizi: se possono essere considerate “ordinaria amministrazione” le chiamate ai call center di Alitalia o Trenitalia (auspicabilmente per viaggi di servizio), sono quantomeno dubbie quelle effettuate, ad esempio, a TicketOne per l’acquisto di biglietti per i concerti. E’ bello che qualcuno si impegni a non usare il contante a favore della moneta elettronica, ma qui si parla di acquisti fatti tramite cellulari di servizio in uso a dipendenti, funzionari, dirigenti di comuni, province, regioni, ministeri e altri enti pubblici.

Come già detto, questi numeri sono emersi analizzando il traffico telefonico e sarebbe sufficiente un controllo periodico di fatture e bollette per non arrivare a simili sprechi e a situazioni che dovrebbero portare a sanzioni, provvedimenti disciplinari, denunce per peculato. Inoltre, se è vero che una parte considerevole di questa vergogna è rappresentata da quei servizi a pagamento che potrebbero anche essere attivati in modo inconsapevole, perché nessuno ha mai pensato di chiederne il blocco preventivo o la disattivazione?

7,7 milioni in cinque anni, poco più di 1,5 milioni all’anno. Il denaro buttato in questo scempio è denaro pubblico. Non esce direttamente dalle nostre tasche – o dalle tasche di chi lo utilizza – ma è comunque denaro di tutti noi. Perché non impegnarsi a gestirlo con attenzione e impiegarlo in modo più proficuo?

 
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Pubblicato da su 8 agosto 2017 in cellulari & smartphone, news

 

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L’epoca del meteo percepito

Non scrivo spesso di meteo, benché la meteorologia sia una scienza per me molto interessante. Credo sia giusto che ne parlino – con cognizione di causa – persone competenti, in grado dare un valore aggiunto alle considerazioni che tutti noi possiamo formulare sul tempo. Parlare dei fenomeni atmosferici con termini roboanti e inappropriati fa parte del sensazionalismo e abbatte drasticamente la qualità dell’informazione, come scrivevo qualche anno fa, a proposito di meteo e influencer e degli effetti collaterali di previsioni di dubbia attendibilità. Per questo motivo mi trovo estremamente d’accordo con quanto dichiarato da Paolo Sottocorona nell’intervista pubblicata da Sapiens, che ben spiega – tra l’altro – il concetto di temperatura percepita, altro spauracchio da ridimensionare:

Dicendo “Ci sono 40°, ma siccome l’umidità è elevata, sulla pelle si percepiscono 50°” si dice una sciocchezza, una sciocchezza colossale. La temperatura percepita è un’altra cosa: è un indice di disagio, ci dice, se più alta della temperatura reale, che avremo un disagio dovuto all’umidità. Perché se l’aria è umida il sudore non evapora e il corpo accumula calore, ed ecco il malore, il colpo di calore, il malessere. Però attenzione, come si arriva ai famosi “50° percepiti“? Le faccio un esempio: intorno Roma stiamo vedendo i 42°, che non sono frequentissimi, ma l’umidità corrispondente alle ore in cui ci sono 42° è inferiore al 20%. L’aria quindi è secchissima, è un caldo torrido, non afoso, non c’è umidità. In questa situazione di conseguenza non c’è questo peggioramento: si soffrono i 42°, fine. Ma molti cosa fanno? Vanno a vedere l’umidità relativa della notte, che è molto più alta – l’umidità non è fissa, varia durante il giorno, quando ci sono 42° è 15/20%, durante la notte ci sono solo 24/25 con l’80% di umidità relativa – poi prendono 42° e 80% di umidità, ed ecco i 50°. Che non esistono!

Inutile dare credito alle sirene di certi servizi meteo poco attendibili, la cui unica vocazione è generare allarmismo. E’ meno dannoso seguire chi consiglia di bere molta acqua, preferire frutta e verdura, non uscire di casa nelle ore più calde o comunque frequentare luoghi con aria condizionata.

 

 
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Pubblicato da su 8 agosto 2017 in news

 

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Alice e Bob: niente panico

Sarà capitato anche a voi di sentire o leggere, in questi giorni, una notizia su due “robot” Alice e Bob dotati di intelligenza artificiale, che sarebbero stati spenti immediatamente dopo la scoperta che avevano iniziato a conversare in una lingua incomprensibile. La notizia è stata diffusa da più fonti in modo incontrollato, soprattutto da parte di chi non è stato in grado di comprenderne il reale significato, trasmettendo un allarmante messaggio sulla possibilità che due macchine dotate di intelligenza artificiale avessero inventato una propria forma di linguaggio per rendersi incomprensibili agli uomini che le hanno create e cospirare alle loro spalle, inducendo ad immaginare scenari futuribili a base di robot che si ribellano all’uomo, un po’ come Hal 9000 di 2001: Odissea nello spazio, se non Skynet di Terminator.

La verità è molto meno oscura e inquietante: chi ha scritto il codice utilizzato per Alice e Bob al FAIR – il laboratorio di Facebook che si occupa di ricerca sull’intelligenza artificiale – ha programmato la loro capacità di negoziazione (è su questo aspetto che verte il test che li coinvolge), ma non li ha vincolati ad esprimersi in un inglese corretto, di conseguenza le due macchine hanno cominciato a conversare liberi da regole (grammaticali, sintattiche e di qualunque altra natura). Tutto il resto sono congetture e speculazioni: non esiste traccia di intenti ribelli o indipendentisti da parte di queste macchine, spente (disattivate) prima di poter proseguire uno scambio che non ha avuto alcuna efficacia, ad eccezione di non essere compreso (se non dai due bot) e, quindi, di essere facilmente frainteso. Non erano arrivate nemmeno al livello di un TVUMDB.

Questa vicenda, che non ha alcun aspetto allarmistico, non ci deve però far dimenticare quanto sia opportuno – anzi, necessario – che lo sviluppo di tecnologie di intelligenza artificiale debba essere normato e mantenuto sotto uno stretto controllo affinché non si arrivi ai livelli di auto-coscienza ben descritti dal “Future of Life Institute”.

Foto tratta da un articolo di giugno di The Atlantic. Sì, giugno. Dopo questo post pubblicato da Facebook.

 

 

 
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Pubblicato da su 2 agosto 2017 in news

 

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Linate, imbarchi rallentati dall’acqua?

Nel 2017 abbiamo la possibilità di avere in tasca uno smartphone classificato IP68 (completamente stagno per la polvere e protetto dall’acqua per immersione fino ad un metro di profondità), ma le centraline Telecom Italia possono essere invase dall’acqua, come racconta il Corriere:

Il problema che ha improvvisamente mandato in tilt per gran parte della mattinata la rete Internet dell’aeroporto di Linate era sottoterra, nei pozzetti delle centraline Telecom di Novegro. Erano completamenti invasi dall’acqua, che i tecnici dell’azienda di telecomunicazioni ha aspirato con pompe idrovore, fino a riportare tutto alla normalità del ventunesimo secolo

È la prima volta che sento parlare di simili disagi allo scalo milanese e mi domando da dove provenga tutta quell’acqua che ha invaso i pozzetti di Novegro. Un nubifragio? Non pervenuto. Una perdita senza precedenti nella rete idrica? Qualcuno verificherà. E pensare che, proprio in questo periodo, il rischio di disagi ai passeggeri era stato considerato – ma escluso – per motivi completamente differenti:

 
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Pubblicato da su 13 luglio 2017 in news

 

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L’insegnamento di Petya, NotPetya, GoldenEye e affini

Dopo l’ondata di WannaCry, ecco arrivare quella della famiglia Petya (la chiamo così nella consapevolezza che il worm in propagazione in queste ore assomiglia a Petya per alcune parti del suo codice, ma non sembra condividerne altre). Che insieme alle infezioni – che colpiscono i computer – è foriera anche di qualche stranezza, come il titolo di un articolo di giornale che riporto nell’immagine, ma andiamo oltre.

Queste ondate ci fanno capire quanto sia pericoloso non mantenere aggiornati i sistemi che utilizziamo, dal momento che la propagazione avviene attraverso lo stesso exploit di WannaCry (EternalBlue) insieme a EternalRomance. La cancellazione della casella postale a cui gli utenti avrebbero dovuto rivolgersi rende pressoché impossibile procedere a confermare il pagamento del “riscatto”. Inoltre, per essere un ransomware, il piatto piange: i riscatti incassati finora ammontano a circa 4 bitcoin, più o meno 10mila dollari – 9mila euro (su blockchain.info si può verificarne l’aggiornamento). Per questo motivo si profila l’ipotesi che si tratti in realtà di un wiper, ossia un malware pensato per essere di rapida diffusione e dannoso, senza reali intenti estorsivi. Ma potrebbe anche essere un test che prelude ad un attacco di proporzioni maggiori.

Che si tratti di un ransomware, un wiper o qualsiasi altra diavoleria, resta fermo il fatto che provoca danni, forse con target ben determinati, dal momento che il novero delle vittime illustri include colossi come Mondelez, aziende del calibro di Merck, Saint-Gobain, Maersk, TNT e altre ancora. Pertanto è meglio fare in modo di non esserne vittime collaterali. Le falle di sistema sfruttate sono già state tappate da mesi da Microsoft. Quindi le parole chiave per non farsi travolgere sono:

E non è solamente una questione di tutela dei “dati personali”: l’esempio di un’azienda italiana la cui produzione rimane ferma è abbastanza eloquente. A rischio, oltre ai dati personali, ci sono quelli aziendali, legati al ciclo produttivo, al know-how, alle informazioni commerciali e di rilevanza amministrativa. A rischio – senza alcuna esagerazione – c’è il lavoro delle persone, la loro occupazione. La sicurezza assoluta non esiste, ma esiste la possibilità di fare del proprio meglio e quanto necessario per ridurre i rischi.

 
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Pubblicato da su 29 giugno 2017 in news

 

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Roaming europeo, addio

Da domani, giovedì 15 giugno 2017, nell’ambito dell’Unione Europea verranno eliminati i costi di roaming telefonico. In altre parole, i cittadini europei in viaggio negli Stati dell’Unione potranno effettuare con la propria utenza italiana telefonate, spedire messaggi e utilizzare traffico dati alle stesse tariffe del Paese d’origine.

Chi ha un piano tariffario che prevede minuti e Sms illimitati, lo vedrà rispettato anche fuori dall’Italia (ma non fuori dalla Unione Europea, va ricordato). E’ bene comunque tenere presente alcuni aspetti: ad esempio, ricevere chiamate dall’estero non comporterà costi aggiuntivi, ma chiamare dal proprio Stato un Paese estero sì (chiamare da casa non è roaming). Vale inoltre la pena ricordare che esistono realtà (ad esempio nell’ambito della Pubblica Amministrazione o grandi gruppi privati) che con le compagnie telefoniche possono avere contratti particolari (diversi dallo standard pubblicizzato a livello commerciale), e che potrebbero non essere applicati in sede di roaming (il gestore telefonico potrebbe applicare in tal caso il listino standard a consumo).

La nuova regolamentazione vale per chi viaggia per lavoro o turismo e non per chi si trasferisce in un altro Paese UE. Le compagnie telefoniche effettueranno un monitoraggio sugli utenti: se in un determinato periodo (almeno quattro mesi) l’utente risulterà comunque avere un’attività telefonica prevalentemente nel proprio Paese, non accadrà nulla. Se invece si sospetterà che questi si sia trasferito in un altro Paese UE, la compagnia indagherà con l’utente sul suo utilizzo di traffico telefonico (l’utente dovrà rispondere ai quesiti entro due settimane) e in seguito, se emergerà un utilizzo non corretto, potrà arrivare a praticargli una maggiorazione tariffaria (fino a 3,2 centesimi al minuto per le telefonate, un centesimo per ogni sms, 7,7 euro per ogni GB, il tutto IVA esclusa).

Chi vive vicino al confine di Stato, e ha un telefono che risente di frequenti agganci ad operatori stranieri, non dovrebbe perciò temere più nulla. A meno che lo Stato vicino sia ad esempio la Svizzera (che non fa parte dell’Unione Europea).

Sarà comunque necessario vigilare sulla corretta applicazione di questa riforma, soprattutto per quei piani tariffari integrati da opzioni “all inclusive”.

 
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Pubblicato da su 14 giugno 2017 in news

 

La Banca d’Italia e l’avviso sulla moneta scritturale

La Banca d’Italia si è vista costretta a pubblicare un avviso al pubblico per spiegare – a tutti, ma soprattutto a chi ha scritto e letto sul web notizie in materia – che l’unica forma di moneta legale è la moneta emessa dalla Banca Centrale Europea (BCE), pertanto la moneta scritturale che qualcuno ha pensato di poter creare in forma autonoma per utilizzarla come strumento di pagamento dei propri debiti ha più o meno lo stesso valore delle banconote di Monopoly, con buona pace di chi persegue l’obiettivo della sovranità monetaria individuale. Che è talmente individuale da non essere vincolante per il resto del mondo, più che libero di non riconoscere – e quindi non accettare – moneta generata da qualcuno che si trova al di fuori del sistema bancario.

Citare l’esempio di Barcellona – che sta avviando la sperimentazione di una moneta virtuale battuta direttamente dal Comune – appare improprio e non conferma la legittima possibilità di creare moneta, in quanto il test della città catalana fa parte di un progetto per stimolare l’economia “sociale e solidale”, coperto da uno stanziamento di 24 milioni di euro. L’idea è molto simile a quella che ha portato alla “coniazione” di altre monete come il Bristol Pound – moneta complementare riconosciuta dall’amministrazione comunale di Bristol ed emessa dalla banca locale – che non è creata dal nulla, in quanto la sua emissione è garantita da un corrispondente importo in sterline ufficiali depositato in un conto bancario. Lo scopo è il medesimo del progetto avviato a Barcellona: far girare l’economia locale, con particolare attenzione alle attività artigianali e commerciali, con l’utilizzo di una moneta che non sfugge al controllo e alla vigilanza di un istituto bancario, necessario all’estero come in Italia:

Beninteso: qui non si intende discutere in merito agli effetti nocivi del funzionamento del sistema bancario sul tessuto economico e sociale, si sta solo chiarendo che non è possibile aspettarci che qualcuno, a pagamento dei nostri debiti, accetti una banconota fatta da noi, o emessa da qualcuno che non è un istituto bancario.

 
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Pubblicato da su 14 giugno 2017 in news

 

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Pirateria e analfabetismo funzionale, il rapporto che non c’è

Ho stima di Gianluca Nicoletti, e ho letto con interesse – pur non condividendola – la sua tesi pubblicata da La Stampa in cui ipotizza l’esistenza di un rapporto tra pirateria e analfabetismo funzionale da social network:

Venti milioni circa d’italiani scaricano e guardano illegalmente film e serie tv. Lo dice il rapporto Ipsos voluto dalla Federazione per la tutela dei contenuti audiovisivi e multimediali. Sarebbe interessante scoprire quanto l’esercito dei ladri di opere audiovisive possa combaciare con gli analfabeti funzionali che si stanno impossessando dei social network. Sarebbe desolante una provata convergenza tra chi disprezza il concetto di proprietà di un’opera con chi si sente in diritto di distruggere il senso della condivisione costruttiva, che era alla base di ogni filosofia che ha dato origine alla rete. Entrambe le categorie sono espressione di subcultura digitale: i pirati mettono in crisi il mercato della creatività, in nome di una sorta di becera rivisitazione del concetto di proprietà. “È mio quello che riesco a prendermi”. Gli analfabeti funzionali fanno regredire il senso della partecipazione verso l’oscurantismo e la superstizione, in nome di una arrabattata teocrazia che proclama: “È vero, perché lo dice la Rete”.

E’ un tema più articolato di quanto venga presentato in queste righe e per questo ritengo non possa essere ridotto ad una criminalizzazione generalizzata. Quella che viene definita “pirateria” è, in buona parte, un effetto dell’evoluzione del mercato dei contenuti audiovisivi e multimediali e dei suoi canali di diffusione, in cui si muovono operatori che ancora oggi non riescono ad allinearsi a questa trasformazione. Il “problema” verrà affrontato seriamente – e la soluzione sarà sempre più vicina – quando il pubblico non verrà costretto a comprare, con abbonamenti onerosi, pacchetti con contenuti sovrabbondanti alle proprie esigenze, e sarà in condizioni di accedere al singolo contenuto che effettivamente desidera (una serie tv, una stagione, o anche un solo episodio), reso agevolmente disponibile sia doppiato che in lingua originale (opzione sempre più richiesta, ma non sempre adeguatamente accessibile).

Non sono affatto convinto che questa tematica di mercato si possa sovrapporre all’aumento dell’analfabetismo funzionale da social network, intendendo con questa etichetta identificare la declinazione social dell’italiota medio caratterizzato da spiccata ignoranza. Se esistesse questo legame, si potrebbe pensare che il contrasto a questo fenomeno sociale possa risolvere il problema della pirateria (!). In realtà mi sfugge anche come sia possibile quantificare gli italiani che scaricano e guardano illegalmente contenuti audiovisivi e multimediali. E’ vero, lo dice il rapporto Ipsos che, come non dimentica Nicoletti, è stato voluto dalla Fapav – Federazione per la tutela dei contenuti audiovisivi e multimediali – che lo ha commissionato “per avere una panoramica completa sul complesso fenomeno della pirateria audiovisiva e stimarne l’incidenza e i danni causati in Italia”.

Da una sintesi di questa stima di parte sembra emergere una trasformazione della pirateria, in calo per i film e in aumento per le serie tv, con una considerazione non trascurabile:

“Noi chiediamo solo che le norme vigenti vengano applicate”, chiede Federico Bagnoli Rossi, segretario generale della Fapav, facendo riferimento alle sanzioni penali che raramente vengono applicate. Bagnoli Rossi chiama in causa anche i servizi italiani di vendita online di film, Chili Tv tanto per citarne uno, che secondo lui aiuterebbero a combattere il fenomeno. Peccato che i prezzi applicati, da loro come da altri fra i quali iTunes della Apple, siano in genere talmente alti da rendere l’acquisto su digitale privo di senso. E peccato anche che l’offerta di servizi “accessibili e dai prezzi accettabili” che permetterebbe di combattere la pirateria sia arrivata da oltreoceano quando era chiaro da anni che sarebbe stata l’unica risposta praticabile.

In realtà, almeno dal mio punto di vista, laddove esisterà in modo diffuso un’offerta di servizi “accessibili e dai prezzi accettabili”, la pirateria non avrà ragione di esistere – o quantomeno avrà proporzioni molto limitate – e quindi non dovrà nemmeno essere combattuta. L’analfabetismo funzionale (e non solo da social network) invece deve assolutamente essere contrastato, con la cultura del rispetto e con la corretta informazione.

 
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Pubblicato da su 7 giugno 2017 in news

 

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Il dito sta alla luna come #Covfefe sta a…?

Mentre molti stanno a ridere e inventarsi visibilità riflessa per il tweet con cui Donald Trump ha scritto “Despite the constant negative press covfefe” (stampa inclusa, che sta dando ampio spazio a quel “covfefe” che appare come un evidente errore di digitazione), un più ristretto numero di osservatori rileva che il presidente americano sembra intenzionato a sfilare gli Stati Uniti dagli accordi di Parigi sul clima.

Gli accordi prevedono l’impegno, sottoscritto da circa 200 nazioni, alla graduale riduzione delle emissioni di gas serra, allo scopo di contenere l’aumento delle temperature medie globali «ben al di sotto dei 2 gradi centigradi». Gli USA, che rappresentano il secondo più importante attore inquinante al mondo (il primo è la Cina), avevano sottoscritto un obiettivo di riduzione – entro il 2025 – delle emissioni nocive del 26-28% dai livelli del 2005.

Quindi, volendo, quel “covfefe” può anche essere interpretato come interpretazione americana dell’impegno sottoscritto agli accordi di Parigi. Praticamente una supercazzola.

 
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Pubblicato da su 31 maggio 2017 in news

 

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Contro il terrorismo si possono lanciare anche spot pubblicitari

Esperimento notevole, quello della compagnia telefonica kuwaitiana Zain, che in uno spot pubblicitario destinato al Medio Oriente – realizzato con una produzione da vero e proprio video musicale – inserisce un’operazione di sensibilizzazione sul rapporto tra religione e atti terroristici.

Fra gli “attori”  compaiono persone sopravvissute ad attentati terroristici, ma nel video c’è anche un chiaro riferimento al piccolo Omran Daqneesh, estratto superstite dalle macerie di un palazzo colpito da un bombardamento ad Aleppo, in Siria. Questa “contaminazione” ha suscitato molte critiche perché il bambino non fu vittima di un attacco jihadista, tuttavia le “contaminazioni” non mancano nemmeno nell’ambito della guerra civile siriana, in cui – a fianco del Free Syrian Army (l’Esercito Siriano Libero formato dagli oppositori di Bashar al-Assad) – si sono schierati altri gruppi presuntamente fondamentalisti, come il fronte al-Nusra.

Al netto del suo carattere “pubblicitario”, iniziative come questa dovrebbero ispirare altre realtà o istituzioni ed essere prese come stimolo alla riflessione e alla discussione sul rapporto tra religione e terrorismo, oltre che sul coinvolgimento di innocenti, adulti o bambini che siano, in un contesto bellico condizionato da spinte presuntamente religiose e concretamente mosse da interessi molto più materiali. Il sogno da realizzare è vedere sempre più persone in grado di alzare la testa e prendere le distanze da quelle forme di radicalizzazione che portano ad uccidere e uccidersi in nome di una religione.

 
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Pubblicato da su 30 maggio 2017 in news

 

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Lo strano caso dei cataloghi di profili Facebook di donne single

Pubblicare un Catalogo profili Facebook di donne single della provincia (uno per Lecco e uno per Monza e Brianza) è stata – sotto ogni punto di vista – un’idea inopportuna ed infelice. Astenendomi in questa sede dall’esprimere giudizi di altro genere in proposito, non mi soffermo a discutere dell’effettivo intento che può aver spinto l’autore a comporlo e pubblicarlo: a lui spettano le spiegazioni, a noi decidere se credergli o meno. Accantono anche le motivazioni avanzate da alcune donne che denunciano una violazione dei propri diritti: in questo ambito la situazione è sicuramente tanto eterogenea quanto lo sono gli obiettivi di chi si dichiara single su Facebook (se è vero che esistono utenti che vogliono attirare l’attenzione, è altrettanto vero e comprensibile che non tutte gradiscano che questa condizione abbia una visibilità amplificata o globale).

Oggettivamente si tratta di una raccolta di informazioni personali reperibili su Facebook, relative a profili femminili di utenti che si sono dichiarate single, sia maggiorenni che minorenni: al social network è infatti consentita l’iscrizione ad utenti con età minima di 13 anni, ma – essendo facile eludere i controlli in merito – è possibile trovare iscrizioni di utenti ben più giovani. In ogni caso si tratta di una fascia di età delicata, in cui la maturità e la consapevolezza delle conseguenze di questa esposizione mediatica non sono affatto scontate e – indipendentemente dall’irresponsabilità altrui – una persona maggiorenne e vaccinata non può non tenerne conto, prima di far uso delle informazioni personali di altre persone.

Poco importa, quindi, che nell’introduzione si legga «Tutti i dati riportati erano presenti in pagine internet pubblicamente accessibili con la sola condizione di possedere un account Facebook». Questa raccolta di dati personali è stata messa in vendita, con il nome di “Catalogo” (che per sua natura è una pubblicazione da sfogliare e da cui “scegliere”), e che in copertina riporta la scritta «Al costo di un singolo drink! Quanto tempo impiegheresti per cercarle tutte?». Inoltre i profili sono corredati da foto, i cui diritti di utilizzo sono dell’utente e di Facebook, nella misura stabilita dall’utente nelle impostazioni che ha fissato per la pubblicazione e condivisione dei contenuti. Non facciamoci ingannare dal fatto che giornali e telegiornali attingono a piene mani dai profili Facebook delle persone di cui parlano in cronaca: la possibilità di diffondere informazioni non contempla ciò che è coperto da diritti di proprietà intellettuale degli utenti.

Testi e immagini condivisi su un social network rientrano a pieno titolo in questa fattispecie, come spiegato dalla giurisprudenza. Rassegnarsi e assuefarsi a questo abuso è sbagliato e rende moralmente complici di chi lo compie. L’articolo 167 del Codice della Privacy prevede fino a tre anni di reclusione per chi esercita un trattamento illecito di danni personali. Anche le Condizioni di uso di Facebook parlano chiaro: l’accesso ai dati condivisi in modalità “pubblica” è per chiunque, ma non è consentito raccogliere contenuti o informazioni degli utenti senza autorizzazione. Se non ne è consentita la raccolta e il trattamento, come potrebbe esserlo la diffusione in una pubblicazione indipendente?

 
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Pubblicato da su 12 maggio 2017 in news

 

Raccolta differenziata, vale anche per le notizie

“Il topo mangia baguette nel bar dell’aeroporto”: Corriere TV oggi ha corredato con queste parole un video già pubblicato da numerosi altri siti web, tutti concordi nel definirlo come un filmato girato al Terminal 3 dell’aeroporto di Fiumicino. Il TG5, nell’edizione odierna delle 20.00, arriva addirittura ad inserirlo in un servizio relativo al degrado in cui è caduta la Capitale: lo si vede prima nel sommario (00:51) e poi nell’ampio spazio dedicato allo “sfascio di Roma” (05:07), mentre la voce del giornalista Luca Gentile spiega “Chi atterra a Fiumicino può incontrare un topo che assaggia una baguette dalla vetrina di un bar”. Peccato che nessuno, tra coloro che lo hanno pubblicato, si sia accorto che quel video non è stato girato a Fiumicino. 

Nella vetrina, accanto al topolino intento a rosicchiare la baguette, sono presenti infatti i cartellini che descrivono i panini esposti. Il video non si sofferma sulle indicazioni, ma è sufficiente qualche rapida occhiata per scoprire che le scritte sono in francese. Su Quoidenews.fr si trova la versione originale, girata inequivocabilmente in una boulangerie francese. Nel 2015. Quindi il fatto che sia riferito all’aeroporto di Fiumicino è falso, nonché diffamatorio per le attività di ristorazione presenti.

Sia chiaro che questa bufala non alleggerisce nemmeno di un grammo il peso della situazione di una Capitale che ha necessità di ordine, ma appunto in quanto bufala non dovrebbe essere presa come riferimento informativo da nessuno, tantomeno da testate giornalistiche di livello nazionale.

Anche chi raccoglie informazioni deve saper differenziare tra materiale utile e inutile, tra merce pregiata e pattumiera. Se si mescola tutto insieme e lo si propina al pubblico senza il rispetto dei criteri minimi di attendibilità e autorevolezza, si contribuisce al degrado e si perde credibilità.

 
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Pubblicato da su 6 maggio 2017 in news

 

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WhatsDown e le crisi di astinenza da chat

Ieri sera, poco dopo le 22.00, WhatsApp ha iniziato a mostrare segni di cedimento che, poco dopo, si sono rivelati sintomi di un blackout che si è protratto per alcune ore. Ore di panico per alcuni e ore di pace per altri, dice questo articolo di Rai News, rilevando le reazioni degli utenti che hanno evidenziato il disservizio su Twitter, Facebook e altre applicazioni.
Indipendentemente dal fatto che esistano alternative che svolgono egregiamente la stessa funzione, il rilievo globale che questa notizia ha raggiunto ci dà la misura di quanto il mondo sia sempre più attento alle sciocchezze e sempre meno incline a dare il giusto peso a cose ed eventi.

Se WhatsApp smette di funzionare – temporaneamente o definitivamente – il mondo va avanti, la vita continua e le persone possono comunicare ugualmente. Gli unici legittimati a preoccuparsene sono Mark Zuckerberg e chi lavora con lui. Coloro che, da utenti, hanno legato la propria sorte ad un servizio di messaggistica, dovrebbero porsi qualche domanda e farsi aiutare a trovare le risposte giuste.

Comunque teniamo sempre presente che buona parte di noi ha un’ottima scorta di SMS inutilizzati.

 
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Pubblicato da su 4 maggio 2017 in Mondo, news, pessimismo & fastidio

 

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Facebook si attiva contro le notizie false, ora

Dopo aver sfruttato per anni la viralità dei contenuti condivisi dagli utenti, indipendentemente dalla loro attendibilità o ingannevolezza, Facebook ha varato una campagna contro la diffusione delle notizie false – o fake news – e a favore della loro individuazione. Ieri sera ho ricevuto la notifica di questo decalogo diffuso dal social network, che snocciola i suggerimenti da seguire per riconoscere una notizia falsa.

Niente che da queste parti non sia già stato detto, ma soprattutto niente che non riguardi il mondo dell’informazione nel suo complesso, e non semplicemente Facebook, che a queste conclusioni pare sia arrivata solo grazie alla collaborazione con MondoDigitale.org.

Meglio tardi che mai, ma l’operazione non annulla l’opportunismo di Facebook, che per anni ha fatto leva sulle dinamiche sociali che favoriscono la condivisione acritica di informazioni incontrollate, con l’obiettivo primario di accrescere il bacino di utenza funzionale al business legato alla raccolta pubblicitaria. Questa iniziativa lavacoscienza è un’apparente rinuncia, da parte di Facebook, ad una parte (cospicua) di quelle risorse che hanno reso grande il suo social network.

Evidentemente ora la necessità di mostrare un approccio etico alle problematiche dei social è molto più forte che in passato. Sarebbe il caso di applicarlo davvero anche – anzi, soprattutto – ai famosi standard della comunità, ossia quell’insieme di criteri che Facebook dichiara di applicare nel valutare ciò che viene pubblicato, spesso in modo opinabile.

 
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Pubblicato da su 14 aprile 2017 in news

 

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Cicale, formiche e primati di solidarietà che non esistono

Tutti a puntare il dito per giorni su una presunta offesa ai Paesi del sud dell’Europa e nessuno che rilevi l’infondata presunzione di solidarietà rivendicata (a torto) nella prima frase.

«Durante la crisi dell’euro i Paesi del Nord hanno dimostrato solidarietà con i Paesi più colpiti.

Come socialdemocratico attribuisco un’eccezionale importanza alla solidarietà, ma esistono anche degli obblighi, non si possono spendere tutti i soldi in alcol e donne e poi chiedere aiuto»

(Jeroen Dijsselbloem, ministro delle finanze e presidente dell’Eurogruppo)

A me non importa tanto dell’infelicità di quel “non si possono spendere tutti i soldi in alcol e donne e poi chiedere aiuto”, paragone utilizzato a sproposito per esemplificare un comportamento irresponsabile (eventualmente sarebbe stato più appropriato citare La cicala e la formica di Esopo, sebbene il problema sia complesso e non riducibile a mera irresponsabilità, ma le colpe non mancano). Ritengo molto più grave e ingannevole far passare il messaggio che sarebbero stati (solo) i Paesi del Nord ad aver dimostrato solidarietà ai più colpiti: gli aiuti a Cipro, Portogallo, Irlanda, Spagna e Grecia sono arrivati da tutta l’Unione Europea, perché le operazioni di salvataggio sono state finanziate – con svariate centinaia di miliardi – da ciò che è stato versato dai contribuenti di tutti i Paesi europei, poveri e ricchi, viziosi e virtuosi, cicale e formiche. In questo contesto non si può attribuire alcun primato di solidarietà ai Paesi del Nord.

 
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Pubblicato da su 23 marzo 2017 in news

 

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