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Zuckerberg in audizione, Facebook sotto la lente del Congresso

Nella loro disarmante ovvietà, le parole che il senatore John Kennedy ieri ha rivolto a Mark Zuckerberg dovrebbero ricordare a tutti un aspetto fondamentale, che va ben oltre il caso Cambridge Analytica e al di là di tutti i datagate:

Ecco cosa stanno cercando di dirvi tutti oggi, e lo dico con delicatezza: il vostro accordo con l’utente fa schifo.

Potete attribuirmi un quoziente d’intelligenza di 75 punti, se riesco a capirlo io, potete capirlo voi.

Lo scopo di questo accordo con l’utente è quello di coprire il didietro di Facebook, non quello di informare i vostri utenti sui loro diritti. Ora lo sapete voi, e lo so io.

Vi suggerisco di andare a casa e riscriverlo, e di dire al vostri avvocati da 1.200 dollari all’ora – senza mancanza di rispetto, sono bravi – che lo volete scritto in inglese, in non-swahili, così che l’utente americano medio possa capire.

Questo sarebbe un inizio.

Parlo di “disarmante ovvietà” perché il senatore ha sparato a salve, parlando a nome dell’utente (americano) medio, toccando una questione collaterale al problema che ha portato Zuckerberg alla prima delle audizioni al Congresso a cui si deve presentare. La realtà è che i termini di utilizzo di Facebook sono poco leggibili esattamente come la gran parte delle condizioni imposte da altri servizi (e non solo nel mondo digitale). Si tratta di vere e proprie condizioni contrattuali che regolano l’utilizzo di un servizio e, dal momento che a definirle è l’azienda che lo fornisce, sono ovviamente scritte per tutelare innanzitutto l’azienda. Più sono articolate e complesse, più l’utente medio sarà demotivato a leggerle e comprenderle, ma non abbastanza da non sottoscriverle, sorvolando sul fatto che – per un servizio non propriamente indispensabile, nel caso di Facebook – sta acconsentendo a consegnare a terzi informazioni personali, ignorando come verranno utilizzate.

Per spendere qualche riflessione sull’audizione del CEO di Facebook davanti alla Commissione Giustizia e Commercio del Senato USA, credo si possa dire che non ha suscitato grosse sorprese. Lasciato a Palo Alto il suo abituale look casual (in termini di abbigliamento, ma anche di contegno), Zuckerberg ha indossato abiti formali e una maschera di misurata tensione per affrontare la Commissione e i media, dando risposte sostanzialmente sospensive a gran parte delle questioni che gli sono state sottoposte. Non sono (affatto) mancate domande poste in modo apparentemente ingenuo, fuori tema o inadeguate, come ad esempio quella del senatore Orrin Hatch: “Come fate a sostenere un modello di business in cui gli utenti non pagano per il vostro servizio?”. “Senatore, pubblichiamo inserzioni” gli ha risposto Zuckerberg con un’altra disarmante ovvietà, che è però la madre di tutte le risposte in merito a questa vicenda.

Anche alcune domande del senatore Lindsey Graham – che lo ha incalzato sul tema della concorrenza – potrebbero essere sembrate mal poste o sbagliate (“Twitter fa ciò che fate voi”?), ma è opportuno considerare innanzitutto la formalità, l’ufficialità e i presupposti dell’audizione: non è stato un interrogatorio nell’ambito di un processo, ma si è comunque trattato di un contesto istruttorio in cui Zuckerberg è stato chiamato a rispondere su vari aspetti di un problema nato in seguito all’attività dell’azienda che rappresenta, fermo restando il principio che “ogni cosa che dirà potrà essere usata contro di lui”.

Se qualcuno si fosse chiesto “ci è o ci fa?”, suggerisco di osservare due cose:

  1. i suoi appunti (trascritti parola per parola su TheVerge): in quelle pagine c’è tutto ciò che Zuckerberg può dire e non deve dire; per tutto quanto non rientra nel canovaccio, le risposte sono quasi sempre “non so” e “devo controllare con il mio team”;
  2. la reazione – di Zuckerberg e dei presenti – suscitata alla domanda del senatore Graham relativa alla posizione di mercato di Facebook: “Non pensa di avere un monopolio?” Risposta: “Sicuramente a me non sembra”

Immutati i temi di fondo: Facebook non ha agito per tutelare gli utenti (87 milioni) i cui dati sono stati venduti, non solo a Cambridge Analytica, ma anche ad altre aziende, come confermato dallo stesso Zuckerberg. In seguito all’audizione i mercati finanziari hanno dato feedback favorevoli, ma ciò non toglie che la reputazione del social network abbia profondamente risentito dei recenti scandali: mentre c’è chi abbandona – o smette di aggiornare – la propria pagina Facebook in silenzio, c’è chi lo fa pubblicamente, come Samantha Cristoforetti:

Caro lettore,

da questo momento sospendo l’aggiornamento di questa pagina Facebook. Mi sto sentendo a disagio al pensiero che stia contribuendo ad attirare utenti su questa piattaforma. Il mio contributo è estremamente piccolo, ma è comunque mio e me ne sento responsabile.

Non mi è ancora chiaro in che misura questa piattaforma sia suscettibile di un abuso e fino a che punto tale abuso sia dannoso per i singoli individui e alle società aperte.

Continuerò a rifletterci sopra e mi sforzerò per documentarmi. Ti incoraggio a fare lo stesso. Se dovessi sentirmi rassicurata in futuro, riprenderò a postare su questa pagina. E’ altrettanto possibile che possa decidere di rimuovere completamente questa pagina. Mi prenderò tutto il tempo necessario per arrivare ad una decisione consapevole.

Si noti che questo è un messaggio personale, che non riflette la posizione dell’Agenzia Spaziale Europea.

Auguri di ogni bene,
Samantha

Nel frattempo, proprio in queste ore ha luogo la seconda audizione di Zuckerberg, davanti alla Commissione Energia e Commercio alla Camera.

Chissà se anche in quella sede, come ieri in Senato, si farà cenno ad una versione a pagamento, affiancata a quella free. Ma, soprattutto, chissà se si parlerà – nel contesto di un’istituzione USA – del GDPR (il nuovo Regolamento Europeo sulla protezione dei dati) come di un esempio di legge da seguire e applicare.

AGGIORNAMENTO

I deputati sono stati decisamente più “aggressivi” dei senatori, focalizzando l’audizione sulla vicenda Cambridge Analytica e sulla privacy degli utenti di Facebook. Poco importa (a noi, almeno), che Mark Zuckerberg abbia ammesso che i dati del suo account fossero tra quelli degli 87 milioni di interessati. Quando gli è stato chiesto “Voi raccogliete dati su persone che non sono utenti di Facebook, sì o no?”, una risposta chiara non c’è stata. Ammettere “raccogliamo dati di persone che non sono iscritte a Facebook per motivi di sicurezza, per prevenire le minacce” lascia comunque aperto un mondo di perplessità: non c’è infatti modo di sapere come avvenga la raccolta e la conservazione di quei dati, non se ne conosce il reale utilizzo e, soprattutto, non è dato sapere da chi e con quali criteri sia definito il grado di severità delle minacce di cui ha parlato Zuckerberg.

Il GDPR è stato menzionato anche in questa audizione (a riprova della positiva considerazione che gli USA sembrano avere del nuovo Regolamento Europeo) quando a Zuckerberg sono state poste domande sulla possibilità che Facebook, anche per gli utenti d’oltreoceano, ne applicasse i principi. La risposta è stata inizialmente affermativa, ma quando in seguito sono stati chiesti maggiori dettagli le argomentazioni sono rimaste poco chiare.

Vedremo se tutti quei “vi farò sapere” avranno un seguito.

 
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Pubblicato da su 11 aprile 2018 in news, social network

 

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Trump “andrà a comandare” anche in Rete?

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Non sono spaventato dal fatto che Donald Trump (pronto a prendere il posto di Barack Obama alla Casa Bianca) abbia poca dimestichezza con la tecnologia, ne’ per la sua manifesta avversione nei suoi confronti, anche se per alcuni aspetti trovo condivisibili le perplessità manifestate da molti addetti ai lavori sulle prospettive che potrebbero delinearsi. Certamente non spreco applausi, ne’ scuoto la testa, poiché semplicemente non so con certezza quali siano le reali prospettive all’orizzonte.

Trump ha raggiunto il suo obiettivo muovendosi con una campagna elettorale affatto diplomatica, ha riscosso un consenso mediatico pressoché nullo eppure ha vinto. E ora possiamo solo prevedere che il suo mandato possa riflettere la sua personalità, ma non possiamo sapere in che modo la sua attività presidenziale sarà condizionata dal suo entourage di staff e consiglieri. Certo, ciò che ha espresso finora non ha nulla a che vedere con l’approccio alla tecnologia manifestato da Hillary Clinton, testimoniato anche dall’appoggio ricevuto da molti grandi nomi del settore e dalla lettera aperta firmata contro Trump dalle stesse persone. Alcuni osservatori, inoltre, sottolineano quanto molte posizioni espresse da Trump, in materia di tecnologia (ma non solo) siano spesso contraddittorie.

Limitandomi ad un punto di vista tecnologico, tuttavia, constato che il World Wide Web ha visto la luce nei primissimi anni ’90, in seguito ad una proficua attività di ricerca, sviluppo e implementazione condotta nei decenni precedenti. Erano gli anni della presidenza di George Walker Bush (1989/1993), che come predecessore ebbe Ronald Reagan (1981/1989), repubblicani conservatori e non propriamente moderati. Di Reagan molti sottolinearono mediocrità e inadeguatezza, tuttavia l’evoluzione in corso non fu frenata dai suoi otto anni di presidenza. Non sto ovviamente esprimendo giudizi sul loro mandato in senso globale, ma rilevo che in quegli anni il mondo ha fatto passi da gigante e ha consolidato le basi di una tecnologia che oggi tutti conosciamo e utilizziamo.

Per questo auspico che l’apparente versione “trumpistica” di “Andiamo a comandare” vada a dissolversi e si trasformi nella convinzione che il percorso della tecnologia non possa essere fermato, ne’ fare inversione di marcia. “Facciamo il tifo perché abbia successo”, come ha detto Barack Obama nei confronti di Trump, confidando che non si tratti di un successo personale con vantaggi personali, ma di un successo a reale beneficio di coloro che è chiamato a rappresentare.

 

 
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Pubblicato da su 10 novembre 2016 in Mondo

 

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Cyber-attacco, ci sono rivendicazioni

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Per il cyber-attacco di venerdì ci sono due rivendicazioni: una arriva dal gruppo New World Hackers e compare in una intervista pubblicata sul sito Anonymous Intelligence Group. Qui alcuni passaggi (liberamente tradotti dal sottoscritto):

Ogni anno organizziamo un power test e questa volta il nostro bersaglio è la Russia. Testare la nostra potenza è il punto chiave, per vedere quanta banda viene saturata ad ogni attacco.

La nostra botnet è un supercomputer costituito da oltre 100.000 dispositivi IOT.

Cosa ha spinto questa dimostrazione di forza?

E’ per una buona causa… La Russia, dichiarandosi migliore degli USA nell’hackerare qualunque cosa, sembra sul punto di scatenare una guerra. Mostreremo loro com’è una guerra.

Pensate che la Russia risponderà dopo un attacco di questa potenza?

La Russia dovrebbe rispondere, ma si fottano. Il nostro messaggio al mondo è quello di imparare la lezione

L’altra rivendicazione – che potrebbe essere una semplice constatazione – è di Anonymous, che su Twitter cita un brano dei Bloodhound Gang:

The roof the roof the roof is on fire
We don’t need no water let the motherfucker burn
Burn motherfucker burn

Che più o meno significa: Il tetto, il tetto, il tetto va a fuoco, non abbiamo bisogno di acqua lasciate bruciare il figlio di p…… bruci, brucia figlio di p…. brucia

SI è letto da più parti, inoltre, che entrambi i gruppi motiverebbero l’attacco con l’intento di manifestare contro il governo dell’Ecuador, reo di aver posto dei vincoli all’accesso a Internet a Julian Assange, a sua volta ritenuto colpevole di ingerenze nella campagna elettorale USA dopo la pubblicazione delle mail riservate di Hillary Clinton.

Certo sarebbe interessante poter approfondire queste dichiarazioni, che – per come sono state rilasciate – non sono pienamente verificabili e quindi possono generare molte perplessità sulla loro attendibilità. Ma la possibilità che simili attacchi possano essere sferrati coinvolgendo dispositivi IoT è più che concreta.

 
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Pubblicato da su 24 ottobre 2016 in news

 

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Cyber-guerra? Non è una novità, ma richiede sempre attenzione

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La cyber-guerra tra Stati Uniti e Russia – quella di cui si parla molto in questi giorni – non è esattamente una novità: probabilmente è in corso da quando esiste Internet, o quantomeno da quando la rete è diventata strumento e canale di comunicazione. E’ infatti ovvio che i servizi di intelligence (di tutti i Paesi, ma soprattutto di quelli con più risorse) abbiano sempre sfruttato le opportunità di intercettazione delle comunicazioni elettroniche e di intrusione nei sistemi altrui: con il passare del tempo, gli obiettivi degli attacchi informatici hanno cambiato e ampliato orientamento, passando dai dati personali a quelli di realtà aziendali e governative. La corsa alle elezioni presidenziali attualmente in corso negli Stati Uniti ha semplicemente amplificato e messo in maggior luce una “problematica” che esiste da sempre e che, probabilmente, in questa occasione si è fatta particolarmente intensa.

Qualcuno leggerà queste notizie con sorpresa e con il distacco di chi pensa siano cose lontane da se’, ma non mancheranno reazioni di apprensione e preoccupazione. Ricordiamoci, comunque, che nel digitale la sicurezza assoluta non esiste (mentre il business correlato alla cyber security è in crescita) e teniamolo presente quando si parla di Internet of Things, l’Internet delle cose: alla rete è possibile collegare gli elettrodomestici, la tv e altri dispositivi, ma anche elementi e componenti degli impianti di una utility. Pensiamo a cosa potrebbe accadere se un attacco informatico avesse per obiettivo il sistema di gestione di una rete di trasporto pubblico, un acquedotto, un metanodotto, la rete elettrica.

 
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Pubblicato da su 17 ottobre 2016 in news

 

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Una Internet “europea”?

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Lo scandalo esploso l’anno scorso con il nome di Datagate continua a partorire conseguenze più o meno prevedibili. L’ultima – ma solo per ora, in ordine di tempo – è l’idea espressa da Angela Merkel di realizzare una rete di comunicazioni europea, separata dagli USA e non controllabile dai servizi di intelligence d’oltreoceano. La cancelliera intende approfondire questo progetto con il presidente francese Francois Hollande in occasione del loro incontro a Parigi, prefigurando la costituzione di una sorta di asse franco-tedesco che guidi l’Europa verso una Internet indipendente.

Al pari di quelle di molti altri rappresentanti di Stato, anche le conversazioni telefoniche di Angela Merkel sono state intercettate nell’ambito del programma PRISM lanciato dalla NSA, ma anche dal programma TEMPORA avviato dal GCHQ britannico. Una vicenda che ha fatto scroprire alla Merkel che una fetta enorme del traffico di telecomunicazioni generato dall’Europa passa dagli USA, per questioni fondamentalmente economiche, dato che in America esistono infrastrutture di telecomunicazioni che permettono di veicolare le informazioni a condizioni molto convenienti. E come riporta il settimanale tedesco Der Spiegel, la Germania – legittimamente – non può tollerare di essere in grado di assicurare alla giustizia un borseggiatore e di non riuscire neppure ad aprire un’indagine sulle intercettazioni al cellulare della cancelliera.

Da queste vicende (ma non solo) parte l’idea di realizzare una rete di telecomunicazioni europea, un progetto che però dovrà considerare di dover prendere una posizione nei confronti della Gran Bretagna, che non si trova oltreoceano e che è parte dell’Europa. Dovrà considerare anche gli accordi dell’intesa chiamata Safe Harbor, siglata tra Stati Uniti ed Europa, che alle aziende americane che operano su Internet con clienti europei offre una certa flessibilità sul rispetto delle normative privacy in vigore nel Vecchio Continente.

Inoltre non potrà trascurare che l’avvento delle moderne tecnologie di comunicazione, e quindi della Internet che conosciamo, quella per cui risulta più conveniente far passare dagli Stati Uniti persino un messaggio di posta elettronica spedito da Milano a Roma, ha abbattuto i confini geografici e cambiato il concetto di sicurezza nazionale. Soprattutto ha reso più complesso quello della sicurezza dei dati e delle informazioni: le operazioni di spionaggio da parte dei servizi di intelligence americani non costituiscono un problema esclusivamente europeo. Anche alcuni servizi europei vi hanno preso parte e gli spiati non sono solo europei. E ciò è stato reso possibile con la collaborazione più o meno volontaria delle aziende di cui tutti sfruttano i servizi di comunicazione, nonché grazie alla conoscenza di tecnologie per eludere o escludere i sistemi di sicurezza adottati sulle reti. Questi fattori si ripresenterebbero con la stessa criticità anche se venisse realizzata una rete di telecomunicazioni esclusivamente europea, pertanto il problema della sicurezza verrebbe trasferito, anzi “localizzato”, ma non eliminato.

Merkel e Hollande forse non conoscono personalmente questi aspetti, ma nel loro entourage annoverano sicuramente consiglieri ed esperti che li conoscono a fondo e che sono perfettamente consapevoli delle difficoltà tecniche, politiche ed economiche che questa idea incontrerà. Ma in questo momento, probabilmente, è più importante annunciare il progetto per dare alla cittadinanza europea l’impressione di un interessamento concreto. Sull’opportunità e sulla fattibilità dell’idea si ragionerà più avanti. Forse.

 
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Pubblicato da su 17 febbraio 2014 in Internet, istituzioni, news, security

 

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Un codice nucleare insospettabile

Minuteman

Quanto è sicura la password 00000000 (otto zeri)? Per nulla sicura, sembra uno di quei PIN predefiniti per sbloccare funzioni di un dispositivo qualunque (come 0000, 1234, 9999, eccetera). Eppure – riferisce Today I Found Out – nel periodo della Guerra Fredda e per almeno quindici anni (dal 1962 al 1977), quel codice è stato la password necessaria a sbloccare il lancio di cinquanta Minuteman, missili balistici intercontinentali con testata nucleare utilizzati dall’esercito USA per colpire bersagli distanti anche migliaia di km.

Il 1962 è l’anno in cui JFK firmò il National Security Action Memorandum 160, provvedimento che stabiliva che ogni arma nucleare utilizzata degli USA dovesse essere dotata di un PAL (Permissive Action Link), un piccolo dispositivo di blocco con un codice di sicurezza, un lucchetto blindato che potesse essere sbloccato, in caso di necessità estrema, solo dall’autorità competente. La presenza di questi missili in Paesi alleati al di fuori degli Stati Uniti costituiva una preoccupazione e il PAL sembrava la giusta misura di sicurezza per evitare utilizzi indesiderati e indebiti, in quanto era considerato particolarmente sicuro e pressoché impossibile da forzare.

Talmente sicuro che allo Strategic Air Command, allergici alle disposizioni impartite da Robert McNamara (segretario alla Difesa ai tempi della presidenza Kennedy), non appena questi lasciò l’incarico resettarono tutti i PAL  impostando su ognuno il codice 00000000, rendendo così inutile l’attesa di una conferma presidenziale. Il codice fu impostato correttamente solo nel 1977, dopo che Bruce Blair rivelò al mondo questa incongruenza e il conflitto tra norme di sicurezza e necessità belliche (i militari incaricati al presidio dei missili, in caso di guerra nucleare, sarebbero stati impossibilitati a lanciare i missili qualora non avessero potuto contattare nessuno all’esterno.

 

 
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Pubblicato da su 4 dicembre 2013 in news, security

 

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NSA, urgono ingegneri ed elettricisti

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Problemi elettrici per la NSA, l’Agenzia americana per la sicurezza nazionale che – dall’esplosione del Datagate ad opera di Edward Snowden– si è guadagnata la fama di Grande Fratello: il suo grande data center di Bluffdale, nello Utah, costato oltre un miliardo di dollari, ha l’impianto elettrico in tilt. Pare che guasti, incidenti ed episodi di corto circuito siano all’ordine del giorno, al punto che la struttura sarebbe pressoché inutilizzabile. I problemi sarebbero riconducibili ad una realizzazione non esattamente a regola d’arte, ma le imprese che hanno lavorato al cantiere – così come i tecnici dell’esercito – non sono ancora riuscite a venirne a capo.

Nel frattempo, però, potrebbero almeno modificare il messaggio di benvenuto che compare all’ingresso della struttura…

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Chi tiene alla propria privacy sarà contento, chi deve tenere alla tutela della sicurezza nazionale americana un po’ meno.

 
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Pubblicato da su 8 ottobre 2013 in news

 

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Snooping is business!

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Per quanto riguarda gli operatori USA, la tariffa di AT&T è di 325 dollari come contributo di attivazione, a cui va aggiunto un canone giornaliero di 10 dollari. Operatori più piccoli, come Cricket e U.S. Cellular chiedono solo 250 dollari per l’attivazione. Verizon chiede 775 dollari per il primo mese e 500 dollari per ogni mese successivo.

Ora qualcuno si chiederà: tariffe per quale servizio? Domanda pertinente, risposta inaspettata (forse): si tratta delle tariffe previste per le intercettazioni commissionate dall’intelligence USA agli operatori di telecomunicazioni. Molto care per quanto riguarda la telefonia, più economiche sul fronte dell’accesso ai messaggi di posta elettronica, per i quali Facebook non chiede nemmeno un dollaro, ma nonostante Microsoft, Yahoo e Google non rivelino il loro listino prezzi in proposito, secondo una stima della ACLU – American Civil Liberties Union –  l’accesso all’email costa circa 25 dollari.

Le cifre emergono da un articolo pubblicato su GlobalNews.ca, che riporta  quanto svelato dal deputato Edward Markey e dall’ACLU.

Questo, a grandi linee, è ciò che riguarda il mercato delle intercettazioni d’oltreoceano. E nel Vecchio Continente?

 
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Pubblicato da su 10 luglio 2013 in news

 

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Sostiene Snowden

L’ingresso di Edward Snowden nella famiglia WikiLeaks, anticipato nei giorni scorsi da Julian Assange, viene ora formalizzato dallo stesso Snowden con una dichiarazione pubblicata sul sito dell’organizzazione.

Dichiarazione da Edward Snowden a Mosca

Lunedi 1 luglio 21:40 UTC

Una settimana fa ho lasciato Hong Kong dopo che è apparso chiaro che la mia libertà e la mia sicurezza sono state sotto minaccia per aver rivelato la verità. Il mio attuale stato di libertà è dovuto agli sforzi di amici vecchi e nuovi, della mia famiglia, e di altri che non ho mai incontrato e probabilmente mai incontrerò. Ho messo la mia vita nelle loro mani e hanno trasformato quella fiducia in fede nei miei confronti, di cui sarò sempre grato.

Giovedì, il presidente Obama ha dichiarato di fronte al mondo che lui non avrebbe permesso “intrallazzi” diplomatico per il mio caso. Eppure ora viene riferito che, dopo aver promesso di non farlo, il presidente ha ordinato al suo vice presidente di fare pressione sui leader delle nazioni a cui ho chiesto protezione, per negare le mie suppliche di asilo.

Questo tipo di inganno da un leader mondiale non è giustizia, e nemmeno la punizione extralegale dell’esilio. Questi sono vecchi, brutti strumenti di aggressione politica. Il loro scopo è quello di spaventare, non me, ma chi potrebbe venire dopo di me.

Per decenni gli Stati Uniti d’America sono stati uno dei più forti difensori del diritto umano di chiedere asilo. Purtroppo, questo diritto, proposto e votato dagli Stati Uniti nell’articolo 14 della Dichiarazione universale dei diritti umani, ora viene respinto dal governo in carica nel mio Paese. L’amministrazione Obama ora ha adottato la strategia di usare la cittadinanza come arma. Nonostante non sia stato dichiarato colpevole di nulla, mi ha revocato unilateralmente il passaporto, lasciandomi apolide. Senza alcun provvedimento giudiziario, l’amministrazione ora cerca di impedirmi l’esercizio di un diritto fondamentale. Un diritto che appartiene a tutti. Il diritto di chiedere asilo.

Alla fine, l’amministrazione Obama non ha paura degli informatori come me, Bradley Manning o Thomas Drake. Siamo apolidi, reclusi o impotenti. No, l’amministrazione Obama ha paura di voi. Ha paura di una popolazione consapevole e arrabbiata che pretende il governo costituzionale che gli è stato promesso – e che tale dovrebbe essere.

Sono indomito nelle mie convinzioni e impressionato dagli sforzi compiuti da molti.

Edward Joseph Snowden

Lunedi 1 luglio 2013

A questa dichiarazione, WikiLeaks ha dato seguito con un comunicato di aggiornamento sulle richieste di asilo formulate da Snowden ad alcune nazioni, tra cui Austria, Bolivia, Brasile, Cina, Cuba, Finlandia, Francia, Germania, India, Irlanda, Italia, Nicaragua, Norvegia, Olanda, Polonia, Russia, Spagna, Svizzera e Venezuela, che si aggiungono a quelle già rivolte ad Ecuador e Islanda.

 
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Pubblicato da su 2 luglio 2013 in news

 

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Libero non significa gratis

usafreewifiIl Washington Post nei giorni scorsi ha dato notizia di un progetto, da parte della FCC – (agenzia governativa che regola le comunicazioni negli USA) per la realizzazione di una Super rete WiFi con copertura nazionale e gratuita, basata su un progetto per l’ampliamento dello spettro utilizzato nel WiFi che sembrerebbe poter convergere con un piano varato per dare ai gestori di telefonia mobile le frequenze TV non assegnate. L’articolo sul Post (che, come scrive Mante in un tweet, in realtà non dice niente), ha scatenato gli entusiasmi da parte della stampa e dela rete, che ne stanno parlando ancora adesso anche in Italia, con termini di paragone con il nostro Paese e con toni che potremmo sostanzialmente sintetizzare con “l’erba del vicino è sempre più verde”. Peccato che nessuno dia risalto alla dichiarazione – sostanzialmente una smentita – data dal portavoce della stessa FCC e raccolta da TechCrunch:

The FCC’s incentive auction proposal, launched in September of last year, would unleash substantial spectrum for licensed uses like 4G LTE. It would also free up unlicensed spectrum for uses including, but not limited to, next generation Wi-Fi. As the demand for mobile broadband continues to grow rapidly, we need to free up significant amounts of spectrum for commercial use, and both licensed and unlicensed spectrum must be part of the solution.

L’obiettivo sarebbe quindi di liberare frequenze per il 4G, la tecnologia broad band LTE utilizzata nelle reti mobili, e si potrebbe liberare spettro senza licenza per altri utilizzi, come il WiFi di prossima generazione, ma non in via esclusiva per quell’impiego. Dal momento che la domanda di banda larga mobile è in aumento, si rende necessario liberare spettro per utilizzi commerciali. E’ questo il significato della dichiarazione.

Tra l’altro, l’articolo del Post potrebbe basare le proprie certezze su un puro fraintendimento del significato della parola free, utilizzata anche da Julius Genachowski, capo della FCC (agenzia governativa che regola le comunicazioni negli USA) in questa dichiarazione, citata nella notizia:

Freeing up unlicensed spectrum is a vibrantly free-market approach that offers low barriers to entry to innovators developing the technologies of the future and benefits consumers.

Verrebbe da pensare che chi ha scritto l’articolo (ma soprattutto a chi l’ha rilanciato) abbia frainteso o sopravvalutato quel free, che in questo contesto non significa gratis, ma libero. In questa affermazione Genachowski osserva in realtà che liberare spettro non assegnato rappresenta un approccio vivace al libero mercato, che offre una riduzione delle barriere all’ingresso di quegli innovatori che sviluppano le tecnologie del futuro, e avvantaggia i consumatori. Ma il libero mercato è un mercato in cui operano più concorrenti in regime di concorrenza, non ha nulla a che vedere con il tutto gratis.

 
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Pubblicato da su 6 febbraio 2013 in cellulari & smartphone, Internet, WiFi

 

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