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Informiamoci per disintossicarci dai pregiudizi

Ma quando un paziente moriva dopo essersi sottoposto alla vaccinazione antinfluenzale, o successivamente ad un altro trattamento, dov’erano tutti coloro che oggi puntano il dito accusatorio contro AstraZeneca (ma tranquilli, già spuntano anche quelli contro Pfizer)?

Beninteso: è sempre necessario fare luce sulle cause di morte di un paziente, sia che si presumesse fosse sano, sia che avesse problemi di salute conosciuti. L’obiettivo è la salvaguardia della salute di tutti e solo con studio e ricerca è possibile migliorare, fatto salvo un principio granitico: la sicurezza assoluta non esiste e l’opportunità di una terapia deriva dall’analisi del rapporto tra i possibili benefici ed effetti dannosi conseguenti.

Certo – penseranno alcuni – al giorno d’oggi è possibile avere una mole di informazioni tempestive che un tempo non era così agevolmente accessibile. “Un tempo certe cose nemmeno si sapevano”, mentre oggi riceviamo frequentissime informazioni sui progressi della situazione sanitaria (tamponi, contagi, ricoveri, indici, rapporti, decessi, talvolta anche guarigioni), sulle evoluzioni dei vaccini (risultati dei ricercatori, nomi di aziende produttrici, percentuali di efficacia, numero di dosi disponibili), per non parlare delle parole di medici, esperti, addetti ai lavori e opinionisti che vengono interpellati da giornali, telegiornali, trasmissioni televisive e chiamati – anche tutti insieme – ad esprimersi su dati oggettivi e opinioni, non raramente in contrasto tra loro.

Questa è quella che io chiamo iperinformazione non gestita, ne’ da chi la genera, ne’ da chi la riceve: il risultato è un’eccessiva e scoordinata diffusione di informazioni, che genera confusione e disorientamento tra i cittadini che, di conseguenza, maturano una propria posizione sulla base di quei dati ricevuti in quantità altrettanto eccessiva e in modo altrettanto scoordinato. Colpa di Internet? Ancora una volta: no. Colpa della mancanza di obiettività e di senso critico: io sono ignorante in materia medica (posto che sia giusto esprimere così la mia mancanza di conoscenza al riguardo), ma non per questo devo maturare fiducia o diffidenza solamente sulla base di “notizie” e informazioni non argomentate che ricevo da qualunque fonte.

Se è vero che Internet agevola la diffusione di informazioni, dando voce a chiunque abbia la possibilità di esprimersi sull’argomento, è altrettanto vero che permette a chiunque verificare dati e informazioni. Ma se siamo ignoranti in materia – ossia se non abbiamo gli strumenti culturali a comprenderne tutti gli aspetti – non possiamo esprimere giudizi e spacciare certezze che non abbiamo. “Io non mi vaccino perché non so cosa c’è dentro” è una considerazione di una superficialità assurda (non volevo scrivere cazzata, ops), se espressa da una persona che non ha competenze e da chi, ad esempio, non si pone alcun problema a a cibarsi di schifezze o a fumare.

Visto che Internet offre la possibilità di informarsi, rimaniamo su una questione semplice, ampiamente argomentata e alla portata di tutti: il fumo da sigaretta (causa di 70/80mila vittime ogni anno nel nostro Paese). Con gli strumenti che ho a disposizione – gli stessi che chiunque può utilizzare per commentare sui social a ragione o a vanvera, per capirci – posso cercare informazioni e qualche dato riesco a trovarlo. E scopro che:

  • In una sigaretta ci sono tabacco, nitriti, nitrati, ammoniaca, acetaldeide
  • La combustione di una sigaretta sprigiona nicotina, monossido di carbonio, acido cianidrico, toluene, acetone, catrame, acroleina, acrilonitrile, cianuro di idrogeno, metilammina, formaldeide, benzene, cumene, arsenico, cadmio, cromo, berillio, nichel, ossido di etilene, cloruro di vinile e polonio-210.
  • Cinque sigarette inquinano quanto una locomotiva a vapore. 

Tornando alla vexata quaestio di partenza, sempre potendoci documentare grazie a Internet, scopriamo che:

  • in Gran Bretagna tra 11 milioni di persone “vaccinate Astrazeneca” sono stati riscontrati 45 casi di trombosi. Su 11 milioni di “vaccinati Pfizer” i casi rilevati sono stati 48; è un’incidenza dello 0,00045% (allineata a quella riscontrabile al di fuori della campagna vaccinale);
  • in Italia, ogni trimestre, su 100mila pazienti che assumono anticoagulanti orali muoiono 2mila persone per emorragia, spesso cerebrale; è un’incidenza del 2%, ma non per questo ne viene bloccata la prescrizione;
  • a Napoli il 13 gennaio una persona è stata colta da malore (e purtroppo è poi deceduta) pochi minuti prima di accedere alla sede vaccinale; fosse accaduto pochi minuti dopo la vaccinazione, la correlazione causa-effetto sarebbe rimasta infondata, ma l’avremmo pensata tutti;
  • ogni giorno muoiono 800 persone anziane che si sono vaccinate contro l’influenza, senza che esista alcun legame tra vaccino e decessi.

Non cerchiamo conforto nelle notizie che assecondano un pregiudizio che non ha basi oggettive. Non fermiamoci ad informazioni che non hanno fondatezza adeguatamente supportata. E’ vero, è accaduto in moltissime occasioni di leggere o sentire opinioni e informazioni contrastanti da medici e persone professionalmente competenti, e questo è dovuto a quella iperinformazione non gestita che sarebbe meglio non esistesse, non in quella forma scoordinata e raffazzonata. Ma che possiamo tentare di gestire con più senso critico, come quando vogliamo riconoscere bufale e fake news,  non diversamente da quello che dovremmo applicare di solito, non solo in questo periodo di emergenza, ma sempre.

NB: non si tratta di una difesa verso questo o quel vaccino, ma di una considerazione nei confronti delle motivazioni contrarie viste finora. E l’ultima cosa da fare è interrompere il percorso che può portare ad una soluzione favorevole.

 
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Pubblicato da su 17 marzo 2021 in news

 

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Sveglioni in bella mostra sui social

Scusate, ma davvero qualcuno pensava di non subire conseguenze per aver – poco furbamente – pubblicato sui social network foto e video di una festa di San Silvestro partecipata da 126 persone, in un periodo in cui in tutta Italia è in vigore la zona rossa con tutte, e dico tutte, le note restrizioni che tutti, e dico tutti, sono tenuti a rispettare?

Davvero c’è ancora qualcuno che pensa che pubblicare qualcosa sui social network sia come chiacchierare tra quattro amici al bar, senza arrivare a capire che ciò che viene condiviso può avere una platea ben più vasta?

, davvero!

E’ sempre indispensabile ricordare che ognuno, condividendo qualunque tipo di materiale – testo o immagini – assume a proprio nome la responsabilità di ciò che pubblica e, in caso i contenuti coinvolgano altre persone, non può permettersi di ignorare che possono verificarsi conseguenze collaterali, legate alla presenza di quelle persone nel materiale pubblicato: è banalmente possibile scoprire, ad esempio, dove si trovava una persona in un determinato momento, e non è detto che tale persona gradisca la diffusione di questa informazione, a maggior ragione se intendeva mantenere riservata la sua presenza.

Voglia di mostrarsi trasgressivi? Al di sopra di quanto previsto dalla legge? Vanità? Ne vale la pena?

Buon anno ragazzi, con l’augurio che il 2021 porti maggiore consapevolezza e senso di responsabilità.

 
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Pubblicato da su 1 gennaio 2021 in news

 

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Zone rosse, arancioni e gialle: ancora “annuncìte”

Al di là di ogni anticipazione diffusa a mezzo stampa, è sempre bene aspettare la pubblicazione ufficiale dei provvedimenti (decreti, ordinanze) per capire realmente cosa si può fare. Anche nelle scorse ore, però, le nostre istituzioni hanno continuato a manifestare sintomi di annuncìte, quel “disturbo” caratterizzato dal voler diffondere prima, anche a mezzo stampa, una serie di annunci (non sempre coerenti fra loro) per procedere solo in seguito con la pubblicazione vera e propria dei provvedimenti. Un esempio si è verificato nel pomeriggio di ieri, con alcuni comunicati del Ministero della Salute:

Comunicato n. 301
Data del comunicato 27 novembre 2020

Speranza firma nuova ordinanza: area arancione per Calabria, Lombardia e Piemonte, area gialla per Liguria e Sicilia

Il Ministro della Salute, Roberto Speranza, firmerà una nuova ordinanza con cui si dispone l’area arancione per le Regioni Calabria, Lombardia e Piemonte e l’area gialla per le Regioni Liguria e Sicilia. L’ordinanza sarà in vigore dal 29 novembre.

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Comunicato n. 302
Data del comunicato 27 novembre 2020

Speranza firma nuova ordinanza: rinnovate misure per Campania, Emilia Romagna, Friuli venezia Giulia, marche e Toscana

Il Ministro della Salute, Roberto Speranza, firmerà una nuova ordinanza con cui si rinnovano le misure restrittive vigenti relative alle Regioni Campania, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Marche e Toscana. L’ordinanza è valida fino al 3 dicembre 2020.

E l’ordinanza (o le ordinanze)? Al momento della diffusione di queste note, dei provvedimenti annunciati non si vedono tracce. I comunicati infatti nel titolo dicono “firma”, poi riportano “firmerà”. Non c’è ovviamente ragione di credere che nell’ordinanza ufficiale (o nelle ordinanze ufficiali) ci siano sorprese o contenuti differenti da quanto annunciato – d’altronde ciò che è consentito o vietato in funzione delle zone è sempre indicato negli scenari descritti nel DPCM 3 novembre 2020 – ma resta il fatto che i provvedimenti ufficiali arrivano sempre in seguito ad una serie di anticipazioni più o meno attendibili, che sembrano avere l’obiettivo di tastare il terreno presso esperti e opinione pubblica.

Di questo passo i cittadini riterranno sufficiente leggere le note, gli annunci, e non i provvedimenti di legge. Ma a livello comunicativo è un errore, perché con questa prassi si sottrae attenzione (e importanza) al provvedimento ufficiale, la cui ignoranza – per principio – non è ammessa. Per legge.

 
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Pubblicato da su 28 novembre 2020 in news

 

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Autocertificazione, semplificazione che complica

I pendolari che a fine giornata prendono il treno dalla Stazione Centrale di Milano rimangono in coda a causa delle autocertificazioni.

Per presentare un’autodichiarazione di “ritorno a casa”.

Uno strumento nato per semplificare la vita ai cittadini e allo Stato, che si rivela causa di rallentamento e di rischio di perdere il treno per tornare a casa.

In una sola sera, migliaia e migliaia di fogli di carta compilati e ritirati dalle forze dell’ordine.

Nel 2020.

Nell’era della digitalizzazione, della dematerializzazione.

Uno spreco di carta, di tempo, di risorse. Quando basterebbe che all’acquisto, il titolo di viaggio (il biglietto, l’abbonamento, eccetera) fosse legato ad un codice univoco (come il codice fiscale, ad esempio), con cui un cittadino potrebbe registrarsi in un portale e autodichiarare il motivo del proprio spostamento. Accedendo ai binari, il cittadino (che in Stazione Centrale è tenuto a presentare il proprio biglietto) verrebbe automaticamente registrato e sarebbe poi possibile incrociare il suo biglietto con l’autodichiarazione registrata.

 

 
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Pubblicato da su 7 novembre 2020 in news

 

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Immuni in crisi? Google Maps tenta altre strade

Oggi un articolo di Repubblica firmato da Riccardo Luna e intitolato “La fine di Immuni”, riferendosi alla conferenza stampa di annuncio del nuovo Dpcm, lamenta che ieri sera “è morta la app Immuni. Mai citata. Mai. Come se non esistesse. Come nella prima ondata. Quando però non esisteva davvero”. Ora, se è vero che Immuni è stata scaricata da circa 9 milioni di italiani e che le notifiche di contagio veicolate da questa app sono circa 500 – a fronte di un numero di contagi ben più elevato – è palese che qualcosa non abbia funzionato.

Ma è a dir poco tardivo accorgersi ora di criticità che erano chiare fin dalla nascita di Immuni: senza un’attività coordinata e sollecita per il tracciamento e il collegamento tra rilevazioni di contagio e notifiche, non è possibile pensare che l’iniziativa abbia successo. Ora si è pensato ad obbligare per legge le aziende sanitarie ad agire, inserendo le positività rilevate nel sistema centrale collegato con la app. Chissà se l’obbligo inserito nel testo definitivo del nuovo Dpcm riuscirà nell’intento di rianimarla:

“(…) al fine di rendere più efficace il contact tracing attraverso l’utilizzo dell’App Immuni, è fatto obbligo all’operatore sanitario del Dipartimento di prevenzione della azienda sanitaria locale, accedendo al sistema centrale di Immuni, di caricare il codice chiave in presenza di un caso di positività”.

Nel frattempo c’è chi tenta di sfruttare gli smartphone da un altro fronte: Google Maps prevede nuove funzionalità in grado di dare informazioni sui casi di Covid-19 individuati in una determinata zona.

Cliccando sull’icona Livelli e selezionando “Informazioni sul Covid-19”, sarà possibile avere le informazioni raccolte sulle rilevazioni di contagio, evidenziando un dato medio calcolato su una settimana. I dati vengono ricavati dalle informazioni diffuse da enti come i ministeri della salute, l’OMS e le aziende ospedaliere. Il nuovo Livello Covid-19, spiega Google, “mostra la media del numero di nuovi casi ogni 100.000 persone, calcolata su un periodo di 7 giorni. Indica inoltre se i casi sono in aumento o in diminuzione”. Questa la situazione nel nostro Paese in questo momento:

Inoltre, come anticipato nell’evento in streaming Search On 2020, sarà presto disponibile un servizio per dare informazioni in tempo reale sull’affollamento di negozi, ristoranti e altri luoghi pubblici. L’obiettivo dichiarato da Google è estendere la mole di informazioni sulle possibilità di affollamento di milioni di luoghi in tutto il mondo, in modo da informare l’utente mostrando queste informazioni sulla mappa, senza la necessità di cercare un luogo specifico per verificarne l’affollamento.

Mentre il Livello Covid-19 punta a mostrare dati a carattere globale basati su informazioni fornite da enti e istituzioni, i dati real time sull’affollamento dei luoghi pubblici si basano sulla rilevazione della presenza di utenti che hanno attivo il servizio di geolocalizzazione (lo stesso che consente a Maps di rilevare il traffico sulle strade). Anche in questo caso, quindi, il funzionamento del servizio si fonda sulle impostazioni che gli utenti hanno facoltà di attivare o disattivare, in funzione della propria propensione a fornire dati che molti, legittimamente, preferiscono non divulgare in nome della propria privacy. Con il tempo si vedrà quale sarà l’approccio vincente.

 
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Pubblicato da su 19 ottobre 2020 in news

 

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Social network contro Trump

Trattato come un cazzaro qualunque, Donald Trump si è visto cancellare un post da Facebook e addirittura sospendere da Twitter l’account @Trump2020, utilizzato dal suo staff per la campagna elettorale. Su entrambi i social network, gli account riconducibili al presidente avevano pubblicato un video in cui Trump, intervistato telefonicamente da alcuni giornalisti di Fox news, caldeggiava la riapertura delle scuole perché, a suo dire, i bambini sono praticamente immuni al Covid-19 perché “hanno un sistema immunitario molto più forte di noi, in qualche modo, per questo. E non hanno problemi. Semplicemente non hanno problemi”. Contenuti rimossi dalle due piattaforme social, per disinformazione.

C’era già stato un campanello d’allarme, poco più di due mesi fa, quando due tweet di Donald Trump erano stati indicati come non attendibili. Ora, dalla semplice notifica si è passati a provvedimento più drastici: Twitter ha deciso per la sospensione dell’account presidenziale fino a quando il post incriminato non sarà cancellato, mentre Facebook ha rimosso il post, che in circa quattro ora aveva registrato quasi 500mila visualizzazioni. Sorprendente, se si pensa che solo alcuni mesi fa non aveva fatto nulla per un altro video in cui Trump proponeva alla popolazione di bere candeggina per combattere il nuovo coronavirus.

La notizia ha due chiavi di lettura: la prima riguarda la scure del controllo sulla disinformazione che si abbatte anche su una figura di rilievo come il Presidente degli Stati Uniti. La seconda è legata al fatto che i social network sono intervenuti al posto dei giornalisti di Fox news, che per mestiere dovrebbero fare informazione, non contribuire alla disinformazione. Così facendo si assumono la responsabilità di veicolare messaggi errati o fuorvianti, semplicemente perché non alzano un dito – nemmeno a conversazione terminata – davanti al loro Presidente.

 

 
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Pubblicato da su 6 agosto 2020 in news

 

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SMS che infettano la fiducia dei cittadini

Era causato da un errore informatico l’sms inviato dalla ATS Milano per comunicare ad alcuni cittadini “lei risulta contatto di caso di Coronavirus”. Senza un perché, senza un contatto a cui rivolgersi, quel messaggio – francamente scritto anche in modo discutibile – forse non poteva essere scambiato per un tentativo di truffa, ma certamente qualcuno avrebbe potuto pensare ad uno scherzo (di cattivo gusto): il numero telefonico del mittente di un sms o di una telefonata può essere falsificato piuttosto facilmente ed “è un attimo” che qualche malintenzionato possa trarre ispirazione da questo “errore informatico” per attuare qualche idea ansiogena.

 
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Pubblicato da su 27 maggio 2020 in news

 

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Immuni, pronta a giugno? Per chi?

App Immuni, Paola Pisano: «L'ho scelta io assieme a Speranza ...

Immuni sarà pronta “per i primi di giugno”, parola del viceministro della Salute Pierpaolo Sileri, intervenuto durante la trasmissione 24Mattino in onda su Radio24, a proposito della app che, ha aggiunto Soleri, “è un tracing importantissimo e quando sarà attivo darà ulteriori informazioni su tracciamento e diffusione della malattia”. Non è tutto: a giugno sarà attiva – per una fase sperimentale – in tre regioni italiane: Liguria, Abruzzo, Puglia. Oltre a queste è prevista la partecipazione delle sedi Ferrari di Modena e Maranello, in cui è stato varato il progetto “Back on Track” (patrocinato dalla Regione Emilia Romagna) per il riavvio dell’attività produttiva in sicurezza.

Al netto di ogni critica sulle problematiche legate alla riservatezza dei dati personali degli utenti, nonché di tutte le criticità evidenziate dal Copasir, si può vedere con favore il fatto che sia stato adottato un approccio open, ma non si può fare a meno di constatare che un punto critico di questa app potrebbe essere proprio la sua efficacia: iniziare un test a giugno, dopo un’oggettiva fase di rallentamento, in contesti di contagio che escludono le zone maggiormente coinvolte, senza alcun obbligo di utilizzo (che non può essere introdotto), sono tutti fattori che abbassano le probabilità di successo.

Altro nodo da sciogliere: nel momento in cui la app dovrà agire con gli alert in seguito al rilievo di contatti con soggetti “positivi”, i vari sistemi sanitari (regionali) dovranno affrettarsi a correlare i tamponi effettuati (auspicabilmente numerosi) agli utenti da avvisare affinché si possa provvedere al loro opportuno isolamento, e alla conseguente attivazione di nuove analisi (nuovi tamponi) per chi a sua volta è entrato in contatto con i soggetti posti in isolamento. Per puntare alla maggiore efficacia si dovrebbe lavorare in modo che non esistano barriere tra le regioni, soprattutto perché – anche in una fase di ridotta mobilità – vanno considerati anche i contatti avvenuti tra persone di regioni diverse, scenario non infrequente, soprattutto se riguarda aree di confine. E’ necessario che le regioni, con le loro aziende sanitarie, siano pronte e sollecite a queste operazioni, altrimenti sarà tutto inutile. Già una sperimentazione mirata a sole tre aree – non in contatto tra loro – abbatte in partenza queste opportunità.

 
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Pubblicato da su 26 maggio 2020 in news

 

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INPS down, colpa degli hacker, anzi no: c’erano ma facevano altro

Se il portale INPS va in défaillance in un giorno in cui si collegano milioni di persone che accedono tutte insieme, ci dev’essere qualcosa che non va nell’impostazione della piattaforma o nell’organizzazione, oppure in entrambe. E al giorno d’oggi non si può escludere un sabotaggio, un attacco hacker. Sono tutte ipotesi emerse nelle ore successive a quando, il giorno 1 aprile, si è verificato il disservizio che ha portato alla sospensione volontaria del portale all’avvio della presentazione delle domande per il bonus destinato a professionisti e lavoratori autonomi.

Il presidente dell’INPS Pasquale Tridico aveva parlato in quelle ore di hacker, inducendo a individuare la causa dei problemi nel contesto di uno o più attacchi esterni. I dati emersi nelle ore successive hanno poi escluso che quel “macello” fosse dovuto ad attacchi hacker. Nessuno nega che siano stati sferrati, ma non c’è stata evidenza che fossero l’origine dei disservizi, come ha ammesso proprio lo stesso presidente Tridico nell’audizione informale di ieri alla Camera (riportata in questo video https://www.youtube.com/watch?v=hsXadfdhcac) dichiarando “non sto dicendo che questi attacchi hanno causato il data breach, o hanno causato la violazione della privacy del primo aprile”.

Non solo, ma avendo precisato che l’adozione della CDN (Content Delivery Network), implementata nella notte precedente, “ha portato a quelle disfunzioni, a quel data breach”, il presidente ha confermato anche le impressioni iniziali del sottoscritto: con tale soluzione una parte della richieste generate è stata messo in cache, facendo sì che un utente potesse accedere a dati altrui (come quelli del signor Luciano V.), non perché in quel momento stesse consultando i dati del sito INPS, ma perché stava accedendo ad una copia di quei dati, memorizzata dalla CDN per accelerare la dinamica del sito e dare risposte più rapide alle richieste.

 
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Pubblicato da su 21 aprile 2020 in news

 

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Immuni, l’app che divide ancor prima di esistere

Grafico App Immuni © Ansa

Questa grafica diffusa dall’ANSA contiene un sommario delle informazioni rese note al pubblico – su cui tutti stanno basando le proprie considerazioni, riflessioni e osservazioni – in riferimento a Immuni, la app per smartphone iOS e Android per il contact tracing dei cittadini risultati positivi al nuovo coronavirus, selezionata dalla task force istituita dal Ministero per l’Innovazione tecnologica e la Digitalizzazione e dal Ministero della Salute, responsabili della scelta.

Innanzitutto, c’è la contraddizione nel nome: si chiama “Immuni” e serve per individuare i soggetti infetti. Probabilmente la scelta di un nome più coerente come “Infetti” ne avrebbe minato l’attrattiva, perché in un nome – così come uno slogan – si deve evitare le negatività: “Positivi” per esempio sarebbe andato benissimo.

Digressioni a parte, il nome dell’app creata da Bending spoons compare sull’ordinanza datata 16 aprile in cui il commissario per l’emergenza Domenico Arcuri ha disposto la stipula del contratto di concessione gratuita della licenza d’uso e di appalto di servizio gratuito. Secondo quanto indicato dal Ministero della Salute, non sarà obbligatoria (ma già si legge di possibili limitazioni negli spostamenti per chi non la vorrà utilizzare) e funzionerà tramite bluetooth, registrando la prossimità tra gli smartphone delle persone con i quali l’utente è venuto a contatto tramite dati “non direttamente idonei” a rivelarne l’identità, che “rimarranno all’interno del cellulare fino all’eventuale diagnosi di contagio”. Escluso l’obiettivo della geolocalizzazione, il fine dell’app è “tracciare per un determinato periodo di tempo degli identificativi criptati dei cellulari con il quale il soggetto positivo al virus è entrato in stretto contatto. Questo accade solo se in entrambi i cellulari è presente l’applicazione di tracciamento”. Tre le informazioni contenute dal “registro dei contatti” della app:

  • dispositivo contattato
  • distanza del contatto
  • durata del contatto

L’elemento su cui convergono molte perplessità – e su cui al momento non sono disponibili dettagli tecnici – è in questo principio: i soggetti entrati in contatto con un utente risultato positivo al nuovo coronavirus, vengono informati di questo contatto con un alert dall’operatore medico autorizzato dal cittadino positivo (così spiega la nota del ministero).

Ma finché non saranno disponibili ulteriori informazioni concrete, inutile alimentare discussioni o fasciarsi la testa per qualcosa che potrebbe non essere di nostro gradimento o interesse. Meglio parlarne quando se ne saprà di più.

 
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Pubblicato da su 20 aprile 2020 in news

 

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INPS up! Bene… ma non benissimo

Uno dice: dopo quanto accaduto ieri, se oggi il sito INPS è di nuovo attivo sarà “a posto”! Giusto?

Pare di no: la ricostruzione curata da Gianmarco Vinciguerra su DR COMMODORE.it ci racconta un’altro problemino: dopo l’accesso al portale nella sezione del bonus baby-sitting, un utente si è trovato di fronte un pannello che sostanzialmente gli permetteva di leggere i dati di tutte le domande inserite in precedenza, con i dati personali dei richiedenti. Ma i dati non solo erano consultabili, ma anche modificabili:

 
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Pubblicato da su 2 aprile 2020 in Internet, istituzioni, news

 

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INPS down, colpa di un click day che non lo era

Chi ha provato oggi ad accedere al sito dell’INPS, dopo varie peripezie, potrebbe essersi imbattuto nel messaggio riportato nell’immagine (la faccina scoraggiata è mia). La stampa ha riferito dei molti problemi lamentati dagli utenti che nelle ultime ore hanno tentato di presentare online la domanda per i bonus baby-sitting e quello di 600 euro previsto dal decreto “Cura Italia” per alcune categorie di lavoratori autonomi e p.iva. A quanto pare si è verificato di tutto: c’è chi non è mai riuscito ad entrare e c’è chi è riuscito ad accedere, visualizzando però dati anagrafici di un altro utente (e ricaricando la pagina web, l’anagrafica cambiava e mostrava dati ancora differenti). Ad un certo punto, in seguito ai disservizi lamentati dagli utenti il sito è stato chiuso, con le dichiarazioni del presidente dell’INPS Pasquale Tridico che ha attribuito a un attacco hacker la causa dei problemi, attacco che – stando alle dichiarazioni – sarebbe stato ricevuto stamattina e anche nei giorni scorsi.

A livello di infrastruttura tecnologica, certamente non è un gioco da ragazzi prepararsi a ricevere milioni di contatti a pochi giorni dalla pubblicazione del decreto, e questa considerazione va a difesa dell’INPS e di chi ne gestisce il sistema deputato a ricevere eccezionalmente quei milioni di domande. Ciò premesso, alcune osservazioni mi sorgono spontanee:

  • faccio un po’ fatica a credere che oggi l’INPS abbia aperto al pubblico la ricezione delle domande per il bonus, nella consapevolezza di essere sotto attacco da giorni e di essere quindi vulnerabile, sottoponendosi al rischio di subire seri problemi;
  • il fatto che un utente abbia potuto accedere a un’anagrafica altrui (nonostante il suo accesso fosse autenticato) e il refresh della pagina lo abbia portato alla visualizzazione di altri dati, più che al pesce di aprile di un fantomatico hacker fa pensare ad un’errata impostazione, di indirizzamento dell’utente o di cache;
  • le idee non erano chiare già in partenza: se da un lato risultava evidente che il meccanismo era quello di un “click day” – che prevede l’accoglimento delle domande in ordine cronologico, per cui il “chi tardi arriva, male alloggia” impone che la domanda vada presentata al più presto possibile – dall’altro lato sul sito web si leggeva la rassicurante indicazione “Tutte le richieste saranno esitate. Vi preghiamo di non ingolfare il sito!”, contraddittoria rispetto al fatto che le coperture definite dal governo non erano sufficienti a soddisfare le domande. Ma lo dicono dall’Inps, quindi… tutti rassicurati.

I fatti sono comunque evidenti, il sito ha avuto problemi, si è ingolfato ed è stato chiuso. Durante l’ingolfamento si sono verificati però problemi di esposizione di dati personali altrui, dati ovviamente riservati e che andavano protetti e tutelati secondo la legge e questo obbliga l’INPS a comunicare entro 72 ore il data breach sia al Garante della Privacy che agli utenti interessati. “Dall’una di notte alle 8.30 circa, abbiamo ricevuto 300mila domande regolari” ha dichiarato il presidente dell’INPS. I problemi sono stati rilevati quando il traffico dati è aumentato

Si poteva risolvere diversamente? Sì, forse potenziando l’infrastruttura. Ma, come dicevo sopra, non è un gioco da ragazzi e il problema non si risolve installando qualche apparato e stendendo qualche cavo in più. Non avendo molto tempo a disposizione, si sarebbe potuto adottare fin dall’inizio la soluzione di scaglionare gli accessi.

Di sicuro non era possibile risolvere tutto con un’autodichiarazione.

PS: a proposito di attacchi… anche gli hacker prendono le distanze!

 
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Pubblicato da su 1 aprile 2020 in brutte figure, news, privacy

 

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Un piccolo problema delle app per tracciare gli spostamenti

Monitoraggio dei telefoni cellulari per contrastare la diffusione del nuovo coronavirus: Sì o no? Tra gli addetti ai lavori si fa sempre più caldo il dibattito su una app per tracciare gli spostamenti e contrappone chi considera le problematiche legate alla privacy dei cittadini a chi ritiene che l’obiettivo della salute pubblica giustifichi una minor attenzione alla riservatezza.

La app consisterebbe in pratica in uno strumento di geolocalizzazione – che con uno smartphone può essere attuata con l’ausilio del GPS (di cui sono dotati gli smartphone) e delle celle corrispondenti. E sull’affidabilità di queste rilevazioni mi vengono in mente due aspetti non trascurabili.

Il primo consiste nella concreta possibilità di far rilevare ad uno smartphone una posizione geografica fasulla, alterando il GPS per depistare le app che lo utilizzano; ok, non è un’operazione alla portata di chiunque, ma tenete presente che ci sono ragazzi che giocano a Pokemon Go che lo fanno per trovare i Pokemon in giro per il mondo.

La rilevazione attraverso le celle è utile più che altro ad accertare uno spostamento: in teoria, dalle antenne è possibile misurare la distanza da un certo terminale in base all’intensità del segnale e facendo una triangolazione tra celle è possibile essere più precisi. In pratica le celle possono avere conformazioni differenti, e soprattutto fuori città la triangolazione può essere anche molto approssimativa. Se l’obiettivo è individuare un contatto ravvicinato tra persone, potrebbe non essere il massimo dell’affidabililtà. Anche perché nell’ambito della rilevazione degli spostamenti di una persona si può arrivare ad un risultato simile a quello ottenuto dal tracking effettuato da Google e riprodotto nella figura sotto riportata: come si può osservare in questo dettaglio di un mio viaggio effettuato in una giornata, secondo la rilevazione io avrei tagliato per i campi e attraversato il fiume anziché percorrere la strada indicata in rosso (cosa che ho fatto in realtà sia in andata che al ritorno).

 

 

 
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Pubblicato da su 26 marzo 2020 in news

 

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Internet sotto stress

Questa mappa mostra come l’attuale emergenza sanitaria – con le obbligatorie restrizioni sugli spostamenti – stia esercitando una forte pressione sull’infrastruttura a banda larga attiva nel mondo. La crescita di e-learning, telelavoro e smart working, insieme alla maggiore fruizione di streaming HD e del gaming, mettono Internet sotto stress come mai prima d’ora.

Questa grafica è il risultato delle elaborazioni effettuate dal software sviluppato dalla società australiana KASPR Datahaus che raccoglie ogni giorno miliardi di dati sul traffico generato da attività svolte su Internet.

Bisogna pensare ad esempio che ogni streaming video (anche una videochiamata) è costituito da piccoli pacchetti di dati, che percorrono cavi di ​​rame e fibra ottica per lunghe distanze. Se tanti pacchetti percorrono questi cablaggi, il traffico si intensifica e può arrivare ad essere congestionato. In queste condizioni tutto si rallenta. La mappa evidenzia che nelle scorse settimane questo fenomeno si è intensificato particolarmente in Italia, Spagna, Svezia, Iran e Malesia. Nel Regno Unito è in crescita.

 

 
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Pubblicato da su 24 marzo 2020 in TLC

 

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Autodichiarazione sullo smartphone? Per la Polizia non è valida

Chi vi scrive non è esattamente un fan dell’autodichiarazione, intesa – in questo periodo di emergenza sanitaria – come quel documento cartaceo con cui è necessario motivare i propri spostamenti. Personalmente il ricorso a questa soluzione mi infastidisce per due aspetti (più uno):

  1. la contraddizione di fondo: l’autodichiarazione, o autocertificazione, è stata introdotta a suo tempo per semplificare e ridurre il peso burocratico, ossia la carta richiesta per le certificazioni richieste dagli enti, che troppo spesso complicano la vita del cittadino. Però per gli spostamenti in questo periodo (per necessità di famiglia, di salute o lavorativi), l’autodichiarazione è il pezzo di carta indispensabile a indicare perché non restiamo a casa;
  2. la potenziale pericolosità: utilizzare un modulo stampato, firmato, controfirmato e toccato con mano può farci partecipare attivamente alla diffusione del contagio;
  3. l’impossibilità di certificare di non essere risultato positivo al COVID-19: se il cittadino non è stato sottoposto al tampone, perché dovrebbe assumersi la responsabilità di dichiarare in modo formale un fatto mai accertato? Si tratta inoltre di un aspetto non verificabile dalle forse dell’ordine che ricevono questo documento.

“Perché non digitalizzarla?” si sono chiesti in molti. In effetti avere una versione digitale di questo documento risolverebbe i due aspetti indicati sopra. E qualcuno ci ha pensato e ha realizzato alcuni strumenti. C’è chi ha predisposto un programma che ne permette la compilazione online, agevolandone la stampa, ma sempre di carta si tratta, e c’è chi invece ha pensato di realizzare una app per realizzarla con lo smartphone e molti utenti hanno così pensato di poterla mantenere memorizzata sul dispositivo, per mostrarla dal display in caso di controllo.

Problema risolto? Niente affatto. Perché per legge il documento va stampato.  La Polizia di Stato, in un comunicato opportuno in quanto chiarificatore, dice testualmente che ricorrere ad applicazioni per smartphone, che sostituirebbero la autocertificazione cartacea, è in contrasto con le prescrizioni vigenti:

[…] L’autocertificazione deve infatti essere firmata sia dal cittadino sottoposto al controllo che dall’operatore di polizia, previa identificazione del dichiarante. L’autocertificazione va inoltre acquisita in originale dall’operatore che effettua il controllo, per le successive verifiche.

Sotto altro profilo, si evidenzia come il ricorso a servizi non ufficiali né autorizzati da Autorità pubbliche per la compilazione del modello di autodichiarazione, esponga i cittadini ad una ulteriore e non secondaria insidia, legata al rispetto della dimensione della loro privacy.

Si ricordi, infatti, come i dati contenuti nel modello di autodichiarazione consentano di rivelare non soltanto la frequenza e la tipologia dello spostamento dell’individuo ma altresì le ragioni – personali e riservate – che giustificano tale spostamento e che possono ricollegarsi ad informazioni sensibili quali lo stato di salute, le esigenze personali le circostanze lavorative.

L’acquisizione e la gestione di tali dati sensibili da parte di soggetti terzi, secondo quanto dispone il Regolamento Europeo sulla Protezione dei Dati (GDPR) e le prescrizioni nazionali in tema di diritto della privacy, sono sottoposte a precisi obblighi in tema, fra l’altro, di correttezza e trasparenza, consenso informato, limitazione del trattamento a specifiche finalità, aggiornamento e soprattutto integrità e riservatezza.

Tali obblighi sono posti a garanzia di tutti i cittadini contro potenziali e pericolosi abusi.

Dello stesso tenore il chiarimento pubblicato dal Ministero dell’Interno. Ergo: se c’è una norma deve essere applicata e fatta rispettare. Se la norma prevede che il documento debba essere cartaceo, la sua versione digitale non è valida. Il modello da utilizzare (che può essere compilato online prima di essere stampato) rimane quello pubblicato dal Ministero dell’Interno: https://www.interno.gov.it/it/notizie/aggiornato-modello-autodichiarazioni

A mio parere, inoltre, meglio non affidare ad altri soggetti i nostri dati online. Non per un sospetto di malafede, ma trasmettere i nostri dati personali a soggetti che non conosciamo a volte può non essere l’idea migliore, anche solo per il fatto che, con i nostri dati, qualcosa potrebbe non andare per il verso giusto. Come in questo caso:

 
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Pubblicato da su 18 marzo 2020 in news

 

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