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SMS che infettano la fiducia dei cittadini

Era causato da un errore informatico l’sms inviato dalla ATS Milano per comunicare ad alcuni cittadini “lei risulta contatto di caso di Coronavirus”. Senza un perché, senza un contatto a cui rivolgersi, quel messaggio – francamente scritto anche in modo discutibile – forse non poteva essere scambiato per un tentativo di truffa, ma certamente qualcuno avrebbe potuto pensare ad uno scherzo (di cattivo gusto): il numero telefonico del mittente di un sms o di una telefonata può essere falsificato piuttosto facilmente ed “è un attimo” che qualche malintenzionato possa trarre ispirazione da questo “errore informatico” per attuare qualche idea ansiogena.

 
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Pubblicato da su 27 maggio 2020 in news

 

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Immuni, pronta a giugno? Per chi?

App Immuni, Paola Pisano: «L'ho scelta io assieme a Speranza ...

Immuni sarà pronta “per i primi di giugno”, parola del viceministro della Salute Pierpaolo Sileri, intervenuto durante la trasmissione 24Mattino in onda su Radio24, a proposito della app che, ha aggiunto Soleri, “è un tracing importantissimo e quando sarà attivo darà ulteriori informazioni su tracciamento e diffusione della malattia”. Non è tutto: a giugno sarà attiva – per una fase sperimentale – in tre regioni italiane: Liguria, Abruzzo, Puglia. Oltre a queste è prevista la partecipazione delle sedi Ferrari di Modena e Maranello, in cui è stato varato il progetto “Back on Track” (patrocinato dalla Regione Emilia Romagna) per il riavvio dell’attività produttiva in sicurezza.

Al netto di ogni critica sulle problematiche legate alla riservatezza dei dati personali degli utenti, nonché di tutte le criticità evidenziate dal Copasir, si può vedere con favore il fatto che sia stato adottato un approccio open, ma non si può fare a meno di constatare che un punto critico di questa app potrebbe essere proprio la sua efficacia: iniziare un test a giugno, dopo un’oggettiva fase di rallentamento, in contesti di contagio che escludono le zone maggiormente coinvolte, senza alcun obbligo di utilizzo (che non può essere introdotto), sono tutti fattori che abbassano le probabilità di successo.

Altro nodo da sciogliere: nel momento in cui la app dovrà agire con gli alert in seguito al rilievo di contatti con soggetti “positivi”, i vari sistemi sanitari (regionali) dovranno affrettarsi a correlare i tamponi effettuati (auspicabilmente numerosi) agli utenti da avvisare affinché si possa provvedere al loro opportuno isolamento, e alla conseguente attivazione di nuove analisi (nuovi tamponi) per chi a sua volta è entrato in contatto con i soggetti posti in isolamento. Per puntare alla maggiore efficacia si dovrebbe lavorare in modo che non esistano barriere tra le regioni, soprattutto perché – anche in una fase di ridotta mobilità – vanno considerati anche i contatti avvenuti tra persone di regioni diverse, scenario non infrequente, soprattutto se riguarda aree di confine. E’ necessario che le regioni siano pronte a tutto questo, ma una sperimentazione mirata a tre aree non in contatto tra loro abbatte anche queste opportunità.

 
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Pubblicato da su 26 maggio 2020 in news

 

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INPS down, colpa degli hacker, anzi no: c’erano ma facevano altro

Se il portale INPS va in défaillance in un giorno in cui si collegano milioni di persone che accedono tutte insieme, ci dev’essere qualcosa che non va nell’impostazione della piattaforma o nell’organizzazione, oppure in entrambe. E al giorno d’oggi non si può escludere un sabotaggio, un attacco hacker. Sono tutte ipotesi emerse nelle ore successive a quando, il giorno 1 aprile, si è verificato il disservizio che ha portato alla sospensione volontaria del portale all’avvio della presentazione delle domande per il bonus destinato a professionisti e lavoratori autonomi.

Il presidente dell’INPS Pasquale Tridico aveva parlato in quelle ore di hacker, inducendo a individuare la causa dei problemi nel contesto di uno o più attacchi esterni. I dati emersi nelle ore successive hanno poi escluso che quel “macello” fosse dovuto ad attacchi hacker. Nessuno nega che siano stati sferrati, ma non c’è stata evidenza che fossero l’origine dei disservizi, come ha ammesso proprio lo stesso presidente Tridico nell’audizione informale di ieri alla Camera (riportata in questo video https://www.youtube.com/watch?v=hsXadfdhcac) dichiarando “non sto dicendo che questi attacchi hanno causato il data breach, o hanno causato la violazione della privacy del primo aprile”.

Non solo, ma avendo precisato che l’adozione della CDN (Content Delivery Network), implementata nella notte precedente, “ha portato a quelle disfunzioni, a quel data breach”, il presidente ha confermato anche le impressioni iniziali del sottoscritto: con tale soluzione una parte della richieste generate è stata messo in cache, facendo sì che un utente potesse accedere a dati altrui (come quelli del signor Luciano V.), non perché in quel momento stesse consultando i dati del sito INPS, ma perché stava accedendo ad una copia di quei dati, memorizzata dalla CDN per accelerare la dinamica del sito e dare risposte più rapide alle richieste.

 
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Pubblicato da su 21 aprile 2020 in news

 

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Immuni, l’app che divide ancor prima di esistere

Grafico App Immuni © Ansa

Questa grafica diffusa dall’ANSA contiene un sommario delle informazioni rese note al pubblico – su cui tutti stanno basando le proprie considerazioni, riflessioni e osservazioni – in riferimento a Immuni, la app per smartphone iOS e Android per il contact tracing dei cittadini risultati positivi al nuovo coronavirus, selezionata dalla task force istituita dal Ministero per l’Innovazione tecnologica e la Digitalizzazione e dal Ministero della Salute, responsabili della scelta.

Innanzitutto, c’è la contraddizione nel nome: si chiama “Immuni” e serve per individuare i soggetti infetti. Probabilmente la scelta di un nome più coerente come “Infetti” ne avrebbe minato l’attrattiva, perché in un nome – così come uno slogan – si deve evitare le negatività: “Positivi” per esempio sarebbe andato benissimo.

Digressioni a parte, il nome dell’app creata da Bending spoons compare sull’ordinanza datata 16 aprile in cui il commissario per l’emergenza Domenico Arcuri ha disposto la stipula del contratto di concessione gratuita della licenza d’uso e di appalto di servizio gratuito. Secondo quanto indicato dal Ministero della Salute, non sarà obbligatoria (ma già si legge di possibili limitazioni negli spostamenti per chi non la vorrà utilizzare) e funzionerà tramite bluetooth, registrando la prossimità tra gli smartphone delle persone con i quali l’utente è venuto a contatto tramite dati “non direttamente idonei” a rivelarne l’identità, che “rimarranno all’interno del cellulare fino all’eventuale diagnosi di contagio”. Escluso l’obiettivo della geolocalizzazione, il fine dell’app è “tracciare per un determinato periodo di tempo degli identificativi criptati dei cellulari con il quale il soggetto positivo al virus è entrato in stretto contatto. Questo accade solo se in entrambi i cellulari è presente l’applicazione di tracciamento”. Tre le informazioni contenute dal “registro dei contatti” della app:

  • dispositivo contattato
  • distanza del contatto
  • durata del contatto

L’elemento su cui convergono molte perplessità – e su cui al momento non sono disponibili dettagli tecnici – è in questo principio: i soggetti entrati in contatto con un utente risultato positivo al nuovo coronavirus, vengono informati di questo contatto con un alert dall’operatore medico autorizzato dal cittadino positivo (così spiega la nota del ministero).

Ma finché non saranno disponibili ulteriori informazioni concrete, inutile alimentare discussioni o fasciarsi la testa per qualcosa che potrebbe non essere di nostro gradimento o interesse. Meglio parlarne quando se ne saprà di più.

 
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Pubblicato da su 20 aprile 2020 in news

 

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INPS up! Bene… ma non benissimo

Uno dice: dopo quanto accaduto ieri, se oggi il sito INPS è di nuovo attivo sarà “a posto”! Giusto?

Pare di no: la ricostruzione curata da Gianmarco Vinciguerra su DR COMMODORE.it ci racconta un’altro problemino: dopo l’accesso al portale nella sezione del bonus baby-sitting, un utente si è trovato di fronte un pannello che sostanzialmente gli permetteva di leggere i dati di tutte le domande inserite in precedenza, con i dati personali dei richiedenti. Ma i dati non solo erano consultabili, ma anche modificabili:

 
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Pubblicato da su 2 aprile 2020 in Internet, istituzioni, news

 

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INPS down, colpa di un click day che non lo era

Chi ha provato oggi ad accedere al sito dell’INPS, dopo varie peripezie, potrebbe essersi imbattuto nel messaggio riportato nell’immagine (la faccina scoraggiata è mia). La stampa ha riferito dei molti problemi lamentati dagli utenti che nelle ultime ore hanno tentato di presentare online la domanda per i bonus baby-sitting e quello di 600 euro previsto dal decreto “Cura Italia” per alcune categorie di lavoratori autonomi e p.iva. A quanto pare si è verificato di tutto: c’è chi non è mai riuscito ad entrare e c’è chi è riuscito ad accedere, visualizzando però dati anagrafici di un altro utente (e ricaricando la pagina web, l’anagrafica cambiava e mostrava dati ancora differenti). Ad un certo punto, in seguito ai disservizi lamentati dagli utenti il sito è stato chiuso, con le dichiarazioni del presidente dell’INPS Pasquale Tridico che ha attribuito a un attacco hacker la causa dei problemi, attacco che – stando alle dichiarazioni – sarebbe stato ricevuto stamattina e anche nei giorni scorsi.

A livello di infrastruttura tecnologica, certamente non è un gioco da ragazzi prepararsi a ricevere milioni di contatti a pochi giorni dalla pubblicazione del decreto, e questa considerazione va a difesa dell’INPS e di chi ne gestisce il sistema deputato a ricevere eccezionalmente quei milioni di domande. Ciò premesso, alcune osservazioni mi sorgono spontanee:

  • faccio un po’ fatica a credere che oggi l’INPS abbia aperto al pubblico la ricezione delle domande per il bonus, nella consapevolezza di essere sotto attacco da giorni e di essere quindi vulnerabile, sottoponendosi al rischio di subire seri problemi;
  • il fatto che un utente abbia potuto accedere a un’anagrafica altrui (nonostante il suo accesso fosse autenticato) e il refresh della pagina lo abbia portato alla visualizzazione di altri dati, più che al pesce di aprile di un fantomatico hacker fa pensare ad un’errata impostazione, di indirizzamento dell’utente o di cache;
  • le idee non erano chiare già in partenza: se da un lato risultava evidente che il meccanismo era quello di un “click day” – che prevede l’accoglimento delle domande in ordine cronologico, per cui il “chi tardi arriva, male alloggia” impone che la domanda vada presentata al più presto possibile – dall’altro lato sul sito web si leggeva la rassicurante indicazione “Tutte le richieste saranno esitate. Vi preghiamo di non ingolfare il sito!”, contraddittoria rispetto al fatto che le coperture definite dal governo non erano sufficienti a soddisfare le domande. Ma lo dicono dall’Inps, quindi… tutti rassicurati.

I fatti sono comunque evidenti, il sito ha avuto problemi, si è ingolfato ed è stato chiuso. Durante l’ingolfamento si sono verificati però problemi di esposizione di dati personali altrui, dati ovviamente riservati e che andavano protetti e tutelati secondo la legge e questo obbliga l’INPS a comunicare entro 72 ore il data breach sia al Garante della Privacy che agli utenti interessati. “Dall’una di notte alle 8.30 circa, abbiamo ricevuto 300mila domande regolari” ha dichiarato il presidente dell’INPS. I problemi sono stati rilevati quando il traffico dati è aumentato

Si poteva risolvere diversamente? Sì, forse potenziando l’infrastruttura. Ma, come dicevo sopra, non è un gioco da ragazzi e il problema non si risolve installando qualche apparato e stendendo qualche cavo in più. Non avendo molto tempo a disposizione, si sarebbe potuto adottare fin dall’inizio la soluzione di scaglionare gli accessi.

Di sicuro non era possibile risolvere tutto con un’autodichiarazione.

PS: a proposito di attacchi… anche gli hacker prendono le distanze!

 
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Pubblicato da su 1 aprile 2020 in brutte figure, news, privacy

 

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Un piccolo problema delle app per tracciare gli spostamenti

Monitoraggio dei telefoni cellulari per contrastare la diffusione del nuovo coronavirus: Sì o no? Tra gli addetti ai lavori si fa sempre più caldo il dibattito su una app per tracciare gli spostamenti e contrappone chi considera le problematiche legate alla privacy dei cittadini a chi ritiene che l’obiettivo della salute pubblica giustifichi una minor attenzione alla riservatezza.

La app consisterebbe in pratica in uno strumento di geolocalizzazione – che con uno smartphone può essere attuata con l’ausilio del GPS (di cui sono dotati gli smartphone) e delle celle corrispondenti. E sull’affidabilità di queste rilevazioni mi vengono in mente due aspetti non trascurabili.

Il primo consiste nella concreta possibilità di far rilevare ad uno smartphone una posizione geografica fasulla, alterando il GPS per depistare le app che lo utilizzano; ok, non è un’operazione alla portata di chiunque, ma tenete presente che ci sono ragazzi che giocano a Pokemon Go che lo fanno per trovare i Pokemon in giro per il mondo.

La rilevazione attraverso le celle è utile più che altro ad accertare uno spostamento: in teoria, dalle antenne è possibile misurare la distanza da un certo terminale in base all’intensità del segnale e facendo una triangolazione tra celle è possibile essere più precisi. In pratica le celle possono avere conformazioni differenti, e soprattutto fuori città la triangolazione può essere anche molto approssimativa. Se l’obiettivo è individuare un contatto ravvicinato tra persone, potrebbe non essere il massimo dell’affidabililtà. Anche perché nell’ambito della rilevazione degli spostamenti di una persona si può arrivare ad un risultato simile a quello ottenuto dal tracking effettuato da Google e riprodotto nella figura sotto riportata: come si può osservare in questo dettaglio di un mio viaggio effettuato in una giornata, secondo la rilevazione io avrei tagliato per i campi e attraversato il fiume anziché percorrere la strada indicata in rosso (cosa che ho fatto in realtà sia in andata che al ritorno).

 

 

 
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Pubblicato da su 26 marzo 2020 in news

 

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Internet sotto stress

Questa mappa mostra come l’attuale emergenza sanitaria – con le obbligatorie restrizioni sugli spostamenti – stia esercitando una forte pressione sull’infrastruttura a banda larga attiva nel mondo. La crescita di e-learning, telelavoro e smart working, insieme alla maggiore fruizione di streaming HD e del gaming, mettono Internet sotto stress come mai prima d’ora.

Questa grafica è il risultato delle elaborazioni effettuate dal software sviluppato dalla società australiana KASPR Datahaus che raccoglie ogni giorno miliardi di dati sul traffico generato da attività svolte su Internet.

Bisogna pensare ad esempio che ogni streaming video (anche una videochiamata) è costituito da piccoli pacchetti di dati, che percorrono cavi di ​​rame e fibra ottica per lunghe distanze. Se tanti pacchetti percorrono questi cablaggi, il traffico si intensifica e può arrivare ad essere congestionato. In queste condizioni tutto si rallenta. La mappa evidenzia che nelle scorse settimane questo fenomeno si è intensificato particolarmente in Italia, Spagna, Svezia, Iran e Malesia. Nel Regno Unito è in crescita.

 

 
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Pubblicato da su 24 marzo 2020 in TLC

 

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Autodichiarazione sullo smartphone? Per la Polizia non è valida

Chi vi scrive non è esattamente un fan dell’autodichiarazione, intesa – in questo periodo di emergenza sanitaria – come quel documento cartaceo con cui è necessario motivare i propri spostamenti. Personalmente il ricorso a questa soluzione mi infastidisce per due aspetti (più uno):

  1. la contraddizione di fondo: l’autodichiarazione, o autocertificazione, è stata introdotta a suo tempo per semplificare e ridurre il peso burocratico, ossia la carta richiesta per le certificazioni richieste dagli enti, che troppo spesso complicano la vita del cittadino. Però per gli spostamenti in questo periodo (per necessità di famiglia, di salute o lavorativi), l’autodichiarazione è il pezzo di carta indispensabile a indicare perché non restiamo a casa;
  2. la potenziale pericolosità: utilizzare un modulo stampato, firmato, controfirmato e toccato con mano può farci partecipare attivamente alla diffusione del contagio;
  3. l’impossibilità di certificare di non essere risultato positivo al COVID-19: se il cittadino non è stato sottoposto al tampone, perché dovrebbe assumersi la responsabilità di dichiarare in modo formale un fatto mai accertato? Si tratta inoltre di un aspetto non verificabile dalle forse dell’ordine che ricevono questo documento.

“Perché non digitalizzarla?” si sono chiesti in molti. In effetti avere una versione digitale di questo documento risolverebbe i due aspetti indicati sopra. E qualcuno ci ha pensato e ha realizzato alcuni strumenti. C’è chi ha predisposto un programma che ne permette la compilazione online, agevolandone la stampa, ma sempre di carta si tratta, e c’è chi invece ha pensato di realizzare una app per realizzarla con lo smartphone e molti utenti hanno così pensato di poterla mantenere memorizzata sul dispositivo, per mostrarla dal display in caso di controllo.

Problema risolto? Niente affatto. Perché per legge il documento va stampato.  La Polizia di Stato, in un comunicato opportuno in quanto chiarificatore, dice testualmente che ricorrere ad applicazioni per smartphone, che sostituirebbero la autocertificazione cartacea, è in contrasto con le prescrizioni vigenti:

[…] L’autocertificazione deve infatti essere firmata sia dal cittadino sottoposto al controllo che dall’operatore di polizia, previa identificazione del dichiarante. L’autocertificazione va inoltre acquisita in originale dall’operatore che effettua il controllo, per le successive verifiche.

Sotto altro profilo, si evidenzia come il ricorso a servizi non ufficiali né autorizzati da Autorità pubbliche per la compilazione del modello di autodichiarazione, esponga i cittadini ad una ulteriore e non secondaria insidia, legata al rispetto della dimensione della loro privacy.

Si ricordi, infatti, come i dati contenuti nel modello di autodichiarazione consentano di rivelare non soltanto la frequenza e la tipologia dello spostamento dell’individuo ma altresì le ragioni – personali e riservate – che giustificano tale spostamento e che possono ricollegarsi ad informazioni sensibili quali lo stato di salute, le esigenze personali le circostanze lavorative.

L’acquisizione e la gestione di tali dati sensibili da parte di soggetti terzi, secondo quanto dispone il Regolamento Europeo sulla Protezione dei Dati (GDPR) e le prescrizioni nazionali in tema di diritto della privacy, sono sottoposte a precisi obblighi in tema, fra l’altro, di correttezza e trasparenza, consenso informato, limitazione del trattamento a specifiche finalità, aggiornamento e soprattutto integrità e riservatezza.

Tali obblighi sono posti a garanzia di tutti i cittadini contro potenziali e pericolosi abusi.

Dello stesso tenore il chiarimento pubblicato dal Ministero dell’Interno. Ergo: se c’è una norma deve essere applicata e fatta rispettare. Se la norma prevede che il documento debba essere cartaceo, la sua versione digitale non è valida. Il modello da utilizzare (che può essere compilato online prima di essere stampato) rimane quello pubblicato dal Ministero dell’Interno: https://www.interno.gov.it/it/notizie/aggiornato-modello-autodichiarazioni

A mio parere, inoltre, meglio non affidare ad altri soggetti i nostri dati online. Non per un sospetto di malafede, ma trasmettere i nostri dati personali a soggetti che non conosciamo a volte può non essere l’idea migliore, anche solo per il fatto che, con i nostri dati, qualcosa potrebbe non andare per il verso giusto. Come in questo caso:

 
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Pubblicato da su 18 marzo 2020 in news

 

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Bufale e fake news al tempo del coronavirus: le regole per difendersi sono sempre le stesse

Bufale e fake news riguardo al nuovo coronavirus – e a tutti gli argomenti possibilmente correlati – in questo periodo circolano davvero in abbondanza e si presentano con cadenza quotidiana: dal passaparola maldestro fino alle vere e proprie fandonie, c’è solo l’imbarazzo della scelta.

Fra le “notizie” più eclatanti di questi giorni troviamo quelle secondo cui il virus sarebbe stato creato da Bill Gates nell’ambito di un accordo con le case farmaceutiche (una grande azienda di questo settore però distribuirà gratuitamente un farmaco rivelatosi efficace nelle cure tentate dai medici), che i militari cinesi sparavano a vista contro chi non rispettava il coprifuoco (non ci sono evidenze nemmeno da cittadini italiani che si trovavano sul posto), anticipazioni contenute nei cartoni animati dei Simpsons (ma provate da immagini di recente realizzazione) e via di questo passo. Un elenco sarebbe davvero troppo lungo e probabilmente non sarebbe mai accurato come quello curato da David Puente, che potete trovare su Open.

Individuare bufale e fake news non sempre è facile, ma per questo argomento valgono alcune considerazioni fondamentali, ne ho scritto cinque anni fa, ma le ripropongo perché sono attualissime:

Ma è così difficile identificare una bufala? A volte sì, ma spesso no. Molte hanno caratteristiche ripetitive, che si ripetono di bufala in bufala. Ad esempio l’assenza delle fonti, la citazione di dichiarazioni inesistenti e non riscontrabili, l’utilizzo di termini gergali e poco attendibili. Quasi sempre trattano un argomento di forte impatto (salute, economia, politica) e toccano corde facili per catturare con immediatezza l’attenzione delle masse di lettori che – colpiti dall’argomento – contribuiscono a loro volta alla loro propagazione, condividendola quanto più possibile. Quelle verosimili sono più difficili da riconoscere, ma documentandosi si può arrivare a capire qualcosa di più.

Il problema sta nella condivisione acritica: c’è chi partecipa al passaparola semplicemente dopo aver letto un titolo ma non l’articolo, c’è chi lo legge – superficialmente o con attenzione – e poi lo condivide, e c’è chi lo diffonde aggiungendo proprie considerazioni. In moltissimi casi lo si fa ritenendo che la fonte sia attendibile e senza porsi domande. Per evitare di diventare complici inconsapevoli degli spacciatori di bufale talvolta è sufficiente porsi una prima domanda: da dove proviene ciò che sto leggendo? E’ una fonte attendibile? Cita fonti verificabili, oppure parla di qualcosa che può avere riscontri?

Ad esempio, io ho rilevato che se la notizia è vaga e racconta un aneddoto senza dettagli, quasi sempre è inattendibile. Se vi leggete “lo ha dichiarato il ministero …” oppure “lo ha reso noto l’ente…”, diventa abbastanza facile verificare (è sufficiente cercare l’argomento sul web, ad esempio sul sito web di quel ministero, o di quell’ente). Quindi, se ritenete giusto condividere una notizia perché l’argomento vi sta a cuore, è altrettanto giusto spendere qualche secondo in più per fare una prima verifica e capire se condividerla è un’azione utile alla collettività, oppure se è utile solo a chi l’ha pubblicata. Ritenete di non avere gli strumenti per verificare? Ve la faccio ancora più semplice: in un motore di ricerca, digitate la parola “bufala” seguita dal titolo della notizia roboante che state leggendo.

La bufala è sostanzialmente un amo, gettato da qualcuno che vuole solo pescare la maggior attenzione possibile. Alle spalle di questo primo obiettivo c’è il vero scopo: la ricerca della visibilità, del consenso politico, oppure del vantaggio economico (“cliccate sulle pubblicità presenti sulle mie pagine, tanto mi fanno guadagnare un tanto al click”). Abboccare all’amo significa diffondere informazioni fasulle favorendo interessi altrui, alimentati in modo ingannevole, senza ottenere alcun vantaggio reale. Vale la pena lavorare gratis per favorire altri, sacrificando la propria faccia?

Ricordiamo una cosa: Internet non è una fonte. E’ una rete che unisce reti di computer e grazie al World Wide Web – quel servizio che consente di navigare e approdare ovunque , nato giusto 31 anni fa si può arrivare a trovare notizie provenienti da fonti attendibili, così come senza fondamento. La rete è a disposizione di utenti di qualunque tipo e permette a chiunque, con poca spesa, di pubblicare qualunque tipo di informazione. Tra gli utenti di qualunque tipo troviamo chi si documenta, gli autori di Wikipedia, dell’Enciclopedia Britannica, della Treccani, ma anche della… Quattrogatti e di altre fonti che pubblicano bufale, notizie false e informazioni non controllate. Dalle testate giornalistiche autorevoli ai produttori professionisti della bufala.

Non possiamo più permetterci di credere ciecamente a ciò che troviamo su Internet, così come a ciò che apprendiamo da stampa, radio e tv. Prima ce ne rendiamo conto e meglio sarà per la qualità dell’informazione.

 
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Pubblicato da su 18 marzo 2020 in news

 

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Restate a casa, vi aumentano i Giga

Telelavoro, smart working e didattica a distanza – così come l’intrattenimento domestico – richiedono connettività o, per dirla in termini più pragmatici, richiedono disponibilità di gigabyte. Non tutti coloro che restano a casa, però, hanno una connessione flat con traffico illimitato, molti italiani anzi utilizzano prevalentemente la rete mobile e sfruttano lo smartphone, direttamente o come hotspot per collegare a Internet il proprio computer. E non è affatto scontato che tutti abbiano un piano tariffario adeguato alle nuove esigenze – non prevedibili fino a qualche giorno fa – di questo periodo di emergenza sanitaria e di restrizioni. Non tutti sono però a conoscenza che in questa situazione le compagnie telefoniche – ognuna a proprio modo – hanno… allargato i cordoni della borsa:

TIM

  • Clienti Privati: GB illimitati, chiamate illimitate per gli utenti di linea fissa, accesso gratuito a Tim Vision da rete fissa
  • Clienti Business: 100 GB per linea per 30 giorni, disponibili in Italia e in Europa, per professionisti e aziende

Vodafone

  • Studenti di scuole superiori e università: GB illimitati per un mese per gli studenti dai 14 ai 26 anni
  • Clienti Business: GB illimitati su tutte le SIM voce, per professionisti, aziende e istituzioni

WindTre

  • Clienti voce ricaricabili: dalla seconda metà di marzo, 100 GB gratuiti per sette giorni

Fastweb

  • per tutta la community di clienti mobile: 1 milione di GB gratuiti da condividere sino all’esaurimento del plafond, poi i clienti riprenderanno a utilizzare i dati inclusi nella loro offerta (offerta interessante, anche se poco controllabile per gli utenti, perché non prevede un bundle definito per ognuno, ma un serbatoio comunitario con GB disponibili fino a eusarimento)

Non è escluso che esistano – o vengano proposte a breve – altre offerte destinate alle necessità degli utenti in questo particolare momento, alcune di queste rientrano nell’iniziativa Solidarietà Digitale su cui ho scritto nei giorni scorsi e che prevede altre possibilità (non solo per quanto riguarda la connettività). Una chiamata al servizio clienti del vostro operatore sarà sicuramente più esaustiva.

 
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Pubblicato da su 13 marzo 2020 in news

 

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Bravata anti-decreto pubblicata sui social? Allora te la cerchi (la denuncia)

Sto cercando di andare a prendere la mia ragazza che è in quarantena… Ce la farò! Ho già preparato tutte le scuse di sto mondo… #Coronavirus!”

Pubblicare un post del genere sui social network dimostra solo dabbenaggine. Eppure un 30enne residente in Valtellina lo ha scritto, riprendendosi in un video postato su Instagram e Facebook, e ha orgogliosamente messo in atto il suo proposito.

Con la pubblicazione del post, oltre a dare visibilità al suo obiettivo, ha anche dato alle forze dell’ordine le informazioni necessarie a identificarlo. Risultato: i carabinieri lo hanno rintracciato, scoprendo così che effettivamente lui e la sua ragazza avevano violato il decreto ministeriale che impone restrizioni sugli spostamenti. E poco importa che la ragazza non fosse in quarantena, né risultata positiva al coronavirus. Entrambi sono stati denunciati per inosservanza ai decreti emanati in questo periodo e l’uomo ha ricevuto una denuncia anche per procurato allarme: ai Carabinieri avrebbe infatti motivato la pubblicazione del video con l’intenzione di farsi pubblicità per diventare un personaggio e spingere la propria carriera artistica. Ma forse anche questa spiegazione fa parte di “tutte le scuse di sto mondo”.

Video rimosso e denuncia da incorniciare. Ignoto il genere artistico in cui possa essere inquadrato l’impavido cavaliere. Vorrà dire che sentiremo parlare di lui per altri motivi. Forse.

 
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Pubblicato da su 12 marzo 2020 in news

 

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Solidarietà Digitale, perché qualcuno cambia idea?

Fa notizia il dietrofront di Amazon per l’offerta della visione gratuita di Prime Video nelle zone a rischio di contagio. Lanciata quando il DPCM dell’8 marzo indicava come “zone rosse” la Lombardia e le altre 14 province e proposta fino al 31 marzo, una volta estese le restrizioni a tutto il territorio italiano l’azienda ha deciso di ritirarla, come si può notare dall’elenco del portale Solidarietà Digitale. Motivo? Be’, innanzitutto è da considerare che il potenziale bacino di utenza di 15/16 milioni è quadruplicato dopo due giorni.

Va detto che Amazon non è l’unica ad aver ripensato la propria partecipazione al progetto Solidarietà Digitale, l’iniziativa del Ministero per l’Innovazione tecnologica e la Digitalizzazione per promuovere i servizi gratuiti che aziende e associazioni hanno messo a disposizione della cittadinanza colpita dall’emergenza sanitaria. Altri servizi sono comparsi e poi spariti: ai residenti delle zone interessate dal decreto ministeriale, ad esempio, il provider Eolo aveva offerto un mese di connettività gratuita (ritirato), mentre Mondadori aveva pensato di offrire gratuitamente un e-book gratis a tutti, poi limitato a 10mila copie, a cui però ha aggiunto 10mila abbonamenti digitali per tre mesi ad un magazine. Il Gruppo GEDI (editore de La Repubblica, La Stampa, Il Mattino di Padova) aveva offerto abbonamenti gratuiti per tre mesi alla popolazione della Lombardia e delle 14 province indicate nel provvedimento di domenica, salvo poi ridimensionare a 25mila il numero degli abbonamenti offerti a tutta l’Italia. Va anche detto, inoltre, che Amazon non si è ritirata completamente: è rimasta la proposta di webinar di formazione per docenti della scuola primaria e secondaria di I° grado. E c’è chi ha pensato addirittura di rilanciare, come Mediaset che ha deciso di raddoppiare l’offerta della piattaforma Infinity, passando da uno a due mesi gratuiti di prova del servizio.

Ma quanto sono disinteressate queste partecipazioni al progetto Solidarietà Digitale? A me questi dietrofront fanno pensare al fatto che – per certe aziende – l’allargamento del bacino di utenza abbia reso meno conveniente un’operazione con il retrogusto di un’iniziativa di marketing mirata ad accalappiare clienti, da consolidare successivamente con servizi a pagamento una volta superata (auspicabilmente) l’emergenza sanitaria.

Chapeau invece ad Armani, Esselunga, Eurospin, Unicredit, Intesa Sanpaolo e altre aziende, che hanno pensato direttamente a donazioni in denaro da destinare ad ospedali e all’acquisto di materiali utili all’emergenza. Certo, rendere note queste iniziative offre grande visibilità, ma trattandosi di aiuti concreti sono comunque da apprezzare. Last but not least, menzione d’onore per due gruppi di tifosi: gli ultrà dell’Atalanta avevano acquistato il biglietto per vedere la partita con il Valencia; la partita a porte chiuse ha impedito loro di partecipare, così hanno preferito devolvere il rimborso del biglietto all’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo. Stesso discorso per i tifosi della Roma, che dovendo rinunciare alla partita con il Siviglia, hanno deciso di girare il rimborso del biglietto all’Ospedale Spallanzani di Roma.

 
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Pubblicato da su 11 marzo 2020 in news

 

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Telelavoro, smart working, didattica a distanza. Ci voleva il coronavirus?

Necessità di limitare gli spostamenti, scuole chiuse, zone rosse, rischi di contagio: la diffusione epidemica del nuovo coronavirus obbliga ad alcuni cambiamenti nello stile di vita, resi necessari dalle varie misure di contenimento, adeguate giorno per giorno da chi ha la responsabilità di salute e ordine pubblico. Questi cambiamenti hanno portato alla “scoperta” di opportunità già esistenti, ma finora ignorate da molti per impreparazione o refrattarietà culturale, cioè il telelavoro, lo smart working e la formazione a distanza.

I primi due spesso sono confusi ed erroneamente identificati nello stesso concetto, ma anche se possono avere alcuni punti in comune, si tratta di due approcci diversi:

  • il telelavoro (lavoro a distanza) permette di lavorare altrove rispetto al posto di lavoro, solitamente a casa propria, con l’ausilio di strumenti tecnologici che consentono di mantenere un collegamento con la sede lavorativa, nel rispetto degli orari stabiliti dal datore di lavoro, che possono favorire anche la contemporaneità lavorativa con altri colleghi;
  • lo smart working permette di non essere legati ad un unico luogo in cui svolgere il proprio lavoro; può trattarsi di casa propria, di una sede staccata o anche di una panchina al parco; a differenza del telelavoro non ci sono obblighi sul rispetto dell’orario, ma obiettivi da raggiungere.

La recente crescita italiana di queste attività svincolate dal posto di lavoro è conseguenza dell’emergenza sanitaria di questo periodo. Certo non è sempre possibile avvalersi di queste possibilità in un Paese di piccole e medie imprese, molte delle quali con attività manifatturiera, ma con lo sviluppo dei servizi non è impensabile estenderne la diffusione. Fino allo scorso anno in Europa gli italiani che lavoravano in una di queste forme erano il 4,8%. Per fare un confronto rapido: nei Paesi Bassi si sfiora il 36% di lavoratori che sfruttano queste possibilità, in Svezia il 35%. Vedremo se e come evolverà la situazione in questo senso.

Ma anche il mondo dell’istruzione può – anzi deve – evolversi in questo senso, e qui credo che l’argomento meriti una migliore messa a fuoco. Le scuole chiuse stanno facendo emergere esigenze importanti, non solo perché gli studenti si devono mantenere in esercizio (e quindi gli insegnanti devono assegnare compiti a casa in modo alternativo a quello consueto), ma anche perché si deve seguire quella programmazione che la sospensione e la chiusura dell’attività scolastica hanno interrotto. In quest’ottica, le nuove tecnologie della comunicazione possono essere di supporto alla didattica a distanza. Ma le nostre scuole sono pronte a questo? Insegnanti e studenti sono dotati di risorse e strumenti adeguati?

Quando si è parlato dell’utilizzo degli smartphone a scuola ho avuto modo di evidenziare:

In buona parte delle nostre scuole oggi mancano infrastrutture tecnologicamente adeguate (soprattutto in termini di connettività – ad Internet e interna – e di attrezzature) e sul fronte degli insegnanti è necessario provvedere ad una formazione idonea all’acquisizione di competenze mirate in tal senso. Naturalmente attuare tutto questo non è possibile senza provvedere ai necessari investimenti in questa direzione, un presupposto fondamentale per porre le basi di un serio processo di alfabetizzazione digitale.

In mancanza d’altro, troviamo insegnanti volenterosi che inviano materiale didattico ai propri studenti tramite mail o messaggi WhatsApp, tentativo lodevole all’insegna del “si fa quel che si può”. Ma questa non può essere LA soluzione, anche se supera in modo rudimentale due considerevoli lacune: la mancanza di una piattaforma scolastica per la didattica a distanza e il digital divide culturale di una parte degli insegnanti e degli studenti (e no, nel 2020 la frase “non sono tecnologico” non ha più giustificazione: con uno smartphone sono tutti pronti a chattare e diventare leoni da tastiera, a scattarsi selfie, a pubblicare “stati” e “storie” con foto ritoccate e filtrate, a utilizzare app più o meno utili… ma nel momento in cui c’è una funzione seria e utile da imparare con pochi click, sembra che nessuno sia in grado di farlo).

Le scuole possono trovare una soluzione sfruttando vari supporti: il primo è quello del Ministero dell’Istruzione, che ha messo loro a disposizione la pagina web Didattica a distanza, che offre l’opportunità di utilizzare materiali multimediali Rai per la didattica, Treccani scuola, Fondazione Reggio Children – Centro Loris Malaguzzi e di piattaforme per la formazione a distanza.

Una proposta a mio avviso interessante è inoltre quella di INDIRE – Istituto Nazionale Documentazione Innovazione Ricerca Educativa: sul loro sito web è disponibile edmondo, che viene presentato come “un mondo virtuale 3D online, dedicato esclusivamente a docenti e studenti per l’innovazione della didattica in classe”. Una sorta di Second Life declinato al mondo della didattica, dove questo tipo di mondo virtuale può trovare un’applicazione sicuramente proficua.

Va però ricordato che Indire, inoltre, ha organizzato un’iniziativa di solidarietà tra scuole con il supporto delle reti Movimento “Avanguardie educative” e Movimento delle “Piccole Scuole”, che si presentano pronte alla collaborazione con docenti e dirigenti scolastici degli istituti scolastici che ne faranno richiesta per offrire la propria esperienza nell’utilizzo di tecniche didattiche e strumenti innovativi. L’iniziativa si chiama “La scuola per la scuola” e vi hanno già aderito molti istituti.

Non mancano le soluzioni offerte da due grandi aziende tecnologiche, come Google e Microsoft, attive in questo settore rispettivamente con GSuite for Education e Office 365 Education A1. In tutta onestà, però, sarei molto riluttante ad utilizzare la piattaforma di e-learning di Google: è un’azienda che ha come core business l’utilizzo di dati a scopo di profilazione, per cui non mi meraviglierei se sfruttasse i dati acquisiti dagli studenti italiani per le proprie attività. Verificherei bene le condizioni di utilizzo dei dati conferiti alla piattaforma, prima di avere sorprese.

Per questo motivo probabilmente punterei su una soluzione come Weschool, una validissima piattaforma per la didattica integrata, che consente a studenti e professori di condividere qualsiasi tipo di contenuto, collaborare a lavori di gruppo, giocare, fare esercizi e ottenere feedback in tempo reale. Nella piattaforma è possibile trovare integra video, articoli, corsi, video quiz, libri di testo, prodotti collaborativi, lavori di gruppo.

Per quanto riguarda “semplici” strumenti di condivisione di lezioni, si possono sicuramente citare ad esempio Jitsi.org , Zoom.us, Big Blue Button. Esistono inoltre risorse “pronte all’uso” come quelle reperibili su Risorsedidattiche.net e Redooc.

Sicuramente esistono altre soluzioni, tutto sta a vedere quali rappresentano meglio le esigenze di insegnanti e studenti. Questo spazio rimane disponibile per eventuali segnalazioni: si tratta di voler seriamente iniziare e proseguire un percorso. Forse il nuovo coronavirus ha dato lo stimolo per partire.

 
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Pubblicato da su 8 marzo 2020 in news

 

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Il business al tempo del coronavirus

Vanno oltre le ricadute sanitarie gli effetti collaterali della diffusione del nuovo coronavirus (enfatizzo “nuovo” perché il termine “coronavirus” indica un genere di virus scoperti da tempo, il nome corretto di questo virus identificato nel 2019 è SARS-CoV-2). Non essendo un virologo da tastiera non mi soffermerò certo su temi medici, ma solo su alcuni fatti specifici che ho rilevato finora, che inquadro in quello che qui chiamerò coronabusiness, ossia il legame tra la diffusione di questo virus e alcuni aspetti economico-sociali.

Una parte della cittadinanza sembra essere intenzionata a procacciarsi un po’ di tutto e si è lanciata all’assalto dei supermercati, che dallo scorso weekend stanno registrando sicuramente un fatturato inaspettato, ma si trovano anche in difficoltà nella gestione delle presenze del personale e nel riassortimento della merce (problema parzialmente evitabile limitando, per certi articoli, il quantitativo massimo acquistabile per cliente). Chi invece si è concentrato a procurarsi strumenti di prevenzione, ha assistito fin dai primi giorni all’exploit dei disinfettanti in gel come l’Amuchina, reperibile anche online a prezzi inspiegabilmente elevati (il medesimo prodotto è reperibile talvolta nello stesso marketplace a prezzi sensibilmente differenti). Anche la vendita delle mascherine sta registrando riscontri interessanti: si possono trovare sia presso improvvisati venditori ambulanti (visti anche a Milano nei pressi della stazione Centrale) che online, dove pullulano annunci pubblicitari mirati.

Sciacallaggio? Forse queste iniziative possono esserne una forma. Di sicuro sono sciacalli i malintenzionati che si spacciano per operatori sanitari a domicilio e, presentandosi per effettuare il test con il tampone o per fantomatiche verifiche sulla possibile contaminazione dell’acqua del rubinetto, entrano nelle case di cittadini spaventati per rubare denaro e oggetti di valore. Altra forma di sciacallaggio è la diffusione di fake news che, facendo leva su curiosità e ansia, giovano solo agli interessi di chi le pubblica, perché catturano l’attenzione dei lettori e fanno ottenere agli autori un guadagno dai click sugli articoli e sugli annunci pubblicitari che li corredano.

Una sfumatura di questo deplorevole fenomeno, a mio parere, è rappresentata da “furbate” come questa dell’Ansa, che sui social pubblica il lancio di una breaking news per annunciare la scomparsa dell’ex presidente Hosni Mubarak, premettendo senza fondate motivazioni l’hashtag del momento, che probabilmente assicura qualche click in più:

 
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Pubblicato da su 25 febbraio 2020 in business, news

 

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