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Facebook si attiva contro le notizie false, ora

Dopo aver sfruttato per anni la viralità dei contenuti condivisi dagli utenti, indipendentemente dalla loro attendibilità o ingannevolezza, Facebook ha varato una campagna contro la diffusione delle notizie false – o fake news – e a favore della loro individuazione. Ieri sera ho ricevuto la notifica di questo decalogo diffuso dal social network, che snocciola i suggerimenti da seguire per riconoscere una notizia falsa.

Niente che da queste parti non sia già stato detto, ma soprattutto niente che non riguardi il mondo dell’informazione nel suo complesso, e non semplicemente Facebook, che a queste conclusioni pare sia arrivata solo grazie alla collaborazione con MondoDigitale.org.

Meglio tardi che mai, ma l’operazione non annulla l’opportunismo di Facebook, che per anni ha fatto leva sulle dinamiche sociali che favoriscono la condivisione acritica di informazioni incontrollate, con l’obiettivo primario di accrescere il bacino di utenza funzionale al business legato alla raccolta pubblicitaria. Questa iniziativa lavacoscienza è un’apparente rinuncia, da parte di Facebook, ad una parte (cospicua) di quelle risorse che hanno reso grande il suo social network.

Evidentemente ora la necessità di mostrare un approccio etico alle problematiche dei social è molto più forte che in passato. Sarebbe il caso di applicarlo davvero anche – anzi, soprattutto – ai famosi standard della comunità, ossia quell’insieme di criteri che Facebook dichiara di applicare nel valutare ciò che viene pubblicato, spesso in modo opinabile.

 
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Pubblicato da su 14 aprile 2017 in news

 

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Anche del meteo di Facebook possiamo fare a meno

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Leggere che Facebook lancia una nuova funzione per visualizzare notizie sul meteo – che qualsiasi dispositivo, smartphone incluso, è in grado di fare attingendo alla medesima fonte weather.com – ci fa capire quanto l’azienda abbia l’obiettivo di realizzare un ambiente pronto ad integrare un numero sempre maggiore di funzionalità, per proporsi all’utente come unico punto di connessione e indurlo a non avere la necessità di uscire dal social network.

Possiamo farne a meno, anche perché la precisione delle informazioni che weather.com pubblica è tutt’altro che accurata ed esistono comunque altri servizi e siti web che possono assolvere meglio (ed egregiamente) lo stesso compito, senza costringere gli utenti a rimanere in un social network e sorbirsene il bombardamento pubblicitario.

 

 
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Pubblicato da su 10 febbraio 2017 in news

 

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Google Plus è ancora vivo, per chi non lo ricordasse

googleplus2017

E’ meraviglioso pensare all’affetto con cui viene tenuto in vita Google Plus (Google+), il social network di casa Google che vanta miliardi di membri (secondo alcuni si tratterebbe di oltre tre miliardi di account), molti dei quali inconsapevoli (avendo accettato l’iscrizione mentre configuravano il proprio account Android su tablet o smartphone, oppure mentre aderivano ad altri servizi del gruppo, da Gmail).googleunicoaccount

Nelle scorse ore sono state annunciate alcune novità: torneranno gli Eventi (ma solo al di fuori della G Suite dedicata al mondo business), i “commenti responsabili” (quelli ritenuti inutili verranno nascosti), la possibilità di applicare nuovi filtri alle immagini. A parte quest’ultima caratteristica, nulla di realmente sostanzioso, e d’altronde è già molto ricordarsi dell’esistenza di questo social network lasciato alla deriva (non sono parole mie, le ha scritte Chris Messina, uno dei suoi “padri”, avendovi lavorato come user experience designer).

Mi era già capitato di scriverne e lo ribadisco:

è nato troppo tardi per fare concorrenza a Facebook senza avere reali caratteristiche distintive e, per come è stato realizzato ed evoluto (poco), non può che rimanere molte lunghezze alle spalle del leader

 

 
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Pubblicato da su 20 gennaio 2017 in news

 

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Informarsi (solo) dai social è come credere al primo che passa

keepwiseanddontclickthebait

Oggi l’Ansa è uscita con una notizia-rivelazione:

Su web giovani non distinguono news vere

Maggioranza crede a tutto quello che legge su social

Dalla ricerca – condotta a Stanford su un campione di 7.804 studenti – sono emersi dati “sconcertanti”:

l’82% degli studenti non è in grado di distinguere tra una vera notizia e un contenuto sponsorizzato, mentre il 40% ha legato automaticamente una foto di un cerbiatto con malformazioni a una notizia su Fukushima, anche se nell’immagine non c’era nessun accenno a dove fosse stata scattata. Più di due terzi degli intervistati non ha trovato nessun motivo di dubitare di un post scritto da un dirigente bancario che affermava che i giovani hanno bisogno di piani finanziari, mentre solo un quarto del campione è stato in grado di distinguere il vero profilo Facebook di Fox News da uno fittizio.

Questa ricerca pubblicata dall’Università di Stanford non fa altro che confermare concetti ormai noti e consolidati, e non solo relativi ai giovani:

  1. è enormemente sbagliato e dannoso leggere e condividere in modo acritico
  2. è necessario porre attenzione a ciò che si legge su Internet. Sempre.
 
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Pubblicato da su 24 novembre 2016 in news

 

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Italia sempre più connessa e sempre più mobile

rapportoagcom2016

Non è vero che le Authority non servono a niente: un esempio è il rapporto “Il consumo di servizi di comunicazione: esperienze e prospettive”,  pubblicato dall’Agcom (Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni) in seguito ad un’indagine sugli strumenti di comunicazione (telefonia, Internet, servizi postali) che ha coinvolto utenti tra i 14 e 74 anni (male, conosco utenti in età più avanzata). Il risultato più evidente? La gente è sempre più connessa e, mentre i giovani conoscono molto bene ogni opportunità del settore, con l’aumentare dell’età diminuisce la dimestichezza con gli strumenti disponibili: solo il 33% dei Matures, formato da persone con età dai 65 ai 74 anni, dispone di un accesso Internet.

Altri aspetti molto rappresentativi sono quelli legati al mercato , con particolare riguardo a quello degli strumenti hardware (ossia i dispositivi) di connessione a Internet, sempre più mobile e quindi sempre più wireless:

internetitaliamercato2016

Il grafico ci fa capire dove si orientano e si orienteranno gli investimenti dei maggiori operatori del settore, sia in termini di infrastruttura che di sviluppo hardware e software. Intuendo una sempre più rilevante importanza del mobile, c’è un altro dato significativo e importante da sottolineare:

cellulariitaliamercato2016

L’attuale distribuzione degli utenti per compagnia telefonica mostra una leadership di TIM evidente, ma con un margine alquanto sottile. Nella prospettiva – in avvicinamento – della fusione tra Wind e H3G, appare chiaro come il nuovo operatore che ne nascerà conquisterà fin da subito una quota di mercato pari almeno al 35% (la somma dei clienti oggi vantati rispettivamente dalle due compagnie), superando Tim e Vodafone.

Operatori del settore e addetti ai lavori ringraziano l’Agcom per l’accurata indagine di mercato.

 
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Pubblicato da su 25 ottobre 2016 in news

 

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Google Home alla conquista del mondo

In Italia non arriverà subito, ma meglio essere pronti per quando sarà il momento: Google Home è già in procinto di raggiungere i mercati di alcuni paesi, al prezzo di 129 dollari. C’è un sistema di intelligenza artificiale alle spalle di questo smart speaker (ma soprattutto uno smart microphone), in grado di gestire i dispositivi connessi nell’ambito di una casa o di un ufficio, tramite comandi vocali, da impartire in modo naturale e – in futuro – personale, dato che è in fase di sviluppo una funzionalità che gli permette di capire chi sta parlando, riconoscendone la voce.

Avvertenza basata sul realismo: inserire Google Home a casa propria – ça va sans dire – significa aprire la propria abitazione ai server di Google, pronti ad ascoltare tutto ciò che si potrà sentire. Verosimilmente, all’ascolto seguirà una registrazione e un’elaborazione dei dati acquisiti attraverso questo nuovo canale. Il machine learning consentirà al sistema di raffinare le proprie prestazioni e migliorare la propria efficienza.

 
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Pubblicato da su 7 ottobre 2016 in news

 

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Facebook at Work, per un lavoro più “social” (attenzione: condividere responsabilmente!)

slidetwo-devices2x1

Tra pochi giorni arriverà Facebook at Work, una sorta di piattaforma di comunicazione interna dedicata al mondo delle aziende. In pratica l’obiettivo è quello di creare una sorta di social network interno all’azienda, in cui l’utente avrà un account lavorativo distinto dall’account standard di Facebook. Non sarà gratuito, ma non prevederà nemmeno un canone fisso per ogni azienda che lo utilizzerà: la tariffa sarà subordinata al numero dei dipendenti aziendali attivi.

Non sarà un competitor diretto di LinkedIn, che è e rimane un social network orientato al mondo del lavoro (ossia con molto meno cazzeggio) e trasversale, in quanto ha l’obiettivo di mettere in contatto tra loro i professionisti indipendentemente dalla realtà in cui lavorano, anche allo scopo di creare nuovi rapporti di collaborazione o di lavoro. Se troverà terreno fertile, è prevedibile che possa porsi come alternativa in azienda ai sistemi di comunicazione interna (l’e-mail innanzitutto, oltre a soluzioni come Yammer).

Considerazione non superflua: è necessario essere consapevoli che si tratta di un sottoinsieme di Facebook, prima di pensare di utilizzarlo per comunicare informazioni riservate. E’ una questione di sicurezza tutt’altro che trascurabile perché, sebbene l’utilizzo sia interno all’azienda, il livello di controllo esercitabile sulle operazioni compiute e sui dati memorizzati su quella piattaforma sarà sempre comunque inferiore a qualunque altro sistema amministrato internamente. Pertanto è bene porre la massima attenzione a non trasformarlo in un database di dati aziendali importanti, critici o sensibili. Per il bene vostro e della realtà per cui lavorate.

 

 
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Pubblicato da su 30 settembre 2016 in business, news

 

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WhatsApp e Facebook chiamate “a rapporto” dal Garante per la Privacy

whatsappsicurezza

Era prevedibile che il Garante per la Privacy volesse fare chiarezza sullo scambio automatico di dati tra WhatsApp e Facebook introdotto un mese fa sull’app di messaggistica. L’Authority ha aperto un’istruttoria e chiesto di sapere:

  • la  tipologia di dati che WhatsApp intende mettere a disposizione di Facebook;

  • le modalità per la acquisizione del consenso da parte degli utenti alla comunicazione dei dati;

  • le misure per garantire l’esercizio dei diritti riconosciuti dalla normativa italiana sulla privacy, considerato che dall’avviso inviato sui singoli device la revoca del consenso e il diritto di opposizione sembrano poter essere esercitati in un arco di tempo limitato.

Il Garante ha chiesto inoltre di chiarire se i dati riferiti agli utenti di WhatsApp, ma non di Facebook, siano anch’essi comunicati alla società di Menlo Park, e di fornire elementi riguardo al rispetto del principio di finalità, considerato che nell’informativa originariamente resa agli utenti  WhatsApp non faceva alcun riferimento alla finalità di marketing.

Per chi si fosse perso qualcosa, è bene ricordare che a fine agosto WhatsApp ha introdotto anche alcune modifiche al testo delle informazioni sulla privacy. In particolare, nella sezione Modalità di utilizzo delle Informazioni da parte di WhatsApp si legge:

privacyfacebookwhatsapp

”WhatsApp potrebbe offrire il marketing per i Servizi e per i servizi del gruppo di società di Facebook di cui fa ora parte”. E’ una frase che apre un mondo di possibilità. Di marketing.

Non importa che l’azienda dichiari :

Anche se ci coordineremo maggiormente con Facebook nei mesi a venire, i messaggi crittografati rimarranno privati e nessun altro potrà leggerli. Né WhatsApp, né Facebook, né nessun altro. Non invieremo né condivideremo il tuo numero di WhatsApp con altri, incluso su Facebook, e continueremo a non vendere, condividere, o dare il tuo numero di telefono agli inserzionisti.

Facebook – anzi, il gruppo di società di Facebook – non ha alcuna necessità di avere da WhatsApp il numero telefonico dell’utente. Sa con precisione da quali dispositivi si collega l’utente e ha tutti gli elementi per capire se un utente di Facebook lo è anche di WhatsApp e unire le due anagrafiche. Non gli serve trasmettere il numero telefonico agli inserzionisti: è Facebook a combinare inserzioni e utenti, in base alle informazioni che è in grado di raccogliere, e a mostrare agli utenti le pubblicità che più rispondono al profilo di ognuno.

E’ bene comunque tenere presente che WhatsApp, su ogni smartphone, ha un archivio contatti che viene costantemente confrontato con la rubrica presente sullo stesso dispositivo. Se un contatto personale è utente di WhatsApp, l’app lo aggiunge tra quelli disponibili: esiste quindi un flusso di informazioni che va dalla rubrica del dispositivo verso WhatsApp e da WhatsApp ai propri server (nonché viceversa). E’ in virtù di questo stesso flusso che ci viene mostrata l’icona di un utente che non conosciamo, ma che appartiene come noi ad un gruppo WhatsApp, nel quale compare con il proprio numero telefonico in chiaro, trasmettendoci quindi alcuni elementi dei suoi dati personali, inconsapevolmente.

E’ un bene che il Garante voglia vederci chiaro. E’ bene che gli utenti ci vedano chiaro e si rendano conto del significato di quel Condividi le informazioni del mio account.

 
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Pubblicato da su 28 settembre 2016 in news

 

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LinkedIn will be Microsoft

MicrosoftLinkedin

Quando Microsoft fa la spesa, fa le cose in grande. Adesso si accinge ad acquistare LinkedIn per 26 miliardi di dollari. A quanto mi risulta è l’operazione finanziaria più importante mai svolta da Microsoft, non solo dal punto di vista finanziario, poiché ci fa intuire che la sua strategia integrerà il social network, con i suoi 433 milioni di utenti, con le sue linee di business come gli applicativi Dynamics, Office 365, la comunicazione di Skype.

LinkedIn si è finora focalizzato sullo sviluppo di contatti professionali (mentre Facebook ha sempre mantenuto un approccio generalista). Resta da capire in che misura Microsoft intenderà valorizzarlo. O monetizzarlo.

 
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Pubblicato da su 13 giugno 2016 in business

 

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Windows 10 su 300 milioni di device (Microsoft, ti piace vincere facile eh?)

CatturaWin10

Grande soddisfazione per Microsoft aver raggiunto, con Windows 10, il considerevole traguardo dei 300 milioni di dispositivi che ne fanno uso… Grazie tante, ci sarei arrivato anch’io con l’aggiornamento che fa tutto da solo, talvolta senza chiedere nulla all’utente!

 
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Pubblicato da su 6 maggio 2016 in news, News da Internet

 

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Pronti all’Italian Internet Day, ricordando che 30 anni fa eravamo molto più avanti di oggi

lg_ItalianInternetDay[1]

“Banda ultrarlarga, competenze digitali, servizi digitali per tutti: è ora di accelerare. Come fecero 30 anni fa”

Che è ora di accelerare è vero, verissimo. Sono le parole che concludono la presentazione di ItalianInternetDay, un evento che avrà luogo il 29 aprile per ricordare coloro che, il 30 aprile 1986, hanno portato l’Italia alla prima connessione a Internet. L’evento sarà diffuso e collettivo, il sito invita tutti a prendervi parte:

Tutti possono celebrare i primi 30 anni di Internet in Italia. Tutti possono promuovere o organizzare un evento su Internet quel giorno. Tutti possono farlo e non ci sono limiti. Possono farlo le scuole, le imprese, le associazioni, i privati cittadini. Per farlo basta registrarsi su events.italianinternetday.it e  inserire tutti i dati relativi all’evento che, quando approvato, apparirà sulla nostra mappa.

Mi soffermo sull’invito rivolto ad ogni scuola (che gode del supporto del Ministero dell’Istruzione) a partecipare con un proprio evento. Leggo che “per agevolarne l’ideazione”, viene fornito un apposito “kit” con “alcune indicazioni, proposte e spunti utili”.

In Italia siamo eventi, non siamo avanti. Abbiamo una situazione talmente eterogenea da trovare località dotate di connessioni superveloci in fibra e, a pochi km, situazioni senza connessione a banda larga nemmeno su rame. Le scuole di queste zone forse saranno felici e contente di festeggiare un evento legato a Internet, ma per loro “Internet” sarà proprio un evento, perché non è ancora uno strumento che aiuta la loro realtà quotidiana. In Italia riusciamo ad essere talmente arretrati anche in questo ambito perché manca una cultura digitale, causata dalla mancanza di vere iniziative di alfabetizzazione, che non devono essere eventi, ma programmi ben organizzati e strutturati. Per quanto mi riguarda, l’evoluzione digitale e i progressi delle comunicazioni che hanno portato all’espansione di Internet dovrebbero essere un argomento di studio per far parte realmente della cultura di tutti. E non un evento visto da tutti ma sentito da pochi.

Intendiamoci: ogni iniziativa in questa direzione è assolutamente positiva. Ma non deve ridursi ad uno o qualche evento. Deve essere un punto di (ri)partenza di un percorso per tutti.

La cura dei dettagli dice molto:

  • Nel logo dell’iniziativa si vede un trend che si appiattisce dopo un importante impennata iniziale. E’ lo specchio della nostra situazione: stallo, calma piatta. Da anni.
  • All’inizio del mio post c’è proprio scritto “Banda ultrarlarga”, è vero, c’è una erre di troppo. Ho solo riportato quanto ho trovato lì (cliccate per ingrandire). Cattura
 
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Pubblicato da su 21 aprile 2016 in news

 

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Le carte di Panama

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Panama Papers è il nuovo esempio di giornalismo investigativo che raggiunge risultati che superano l’attività di forze di polizia e servizi segreti di tutto il mondo.

La novità, ovviamente, non è nella scoperta delle opportunità offerte da Panama in quanto paradiso fiscale, ma nella colossale fuga di informazioni relative agli interessi finanziari dei protagonisti, che si sono avvalsi dell’attività di collaborazione e consulenza di banche e società specializzate come Mossack Fonseca. Con il tempo si capirà se questa vicenda è un nuovo Watergate oppure uno scandalo a orologeria fatto esplodere in conseguenza di altri avvenimenti (il sospetto è forte, dato il rango politico/finanziario degli interessati). O entrambe le cose.

Il primo destinatario delle informazioni è stato il giornale tedesco Süddeutsche Zeitung, che dichiara di averle ricevute da un dipendente della Mossack Fonseca. Di certo, da parte di quest’ultima, è piuttosto semplicistico giustificare la fuga di notizie con “un’intrusione non autorizzata nei server di posta elettronica”, considerando che il periodo inquadrato parte dal 1977…

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Comunque, chi tra voi è onesto non deve demoralizzarsi: continuate a pretendere lo scontrino a ogni spesa!

 
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Pubblicato da su 4 aprile 2016 in news

 

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Agenzie di stampa che impazziscono

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Cosa sono le agenzie di stampa? Sono “imprese giornalistiche che raccolgono e forniscono – con varie forme di pagamento – notizie per mezzo di bollettini o fotografie di attualità a giornali, a servizi radio-televisivi e in genere a chiunque ne abbia interesse. Le a.di s., anche dette agenzie di informazione, possono essere private, statali o finanziate dallo Stato” (fonte: la prima definizione che ho trovato, tratta dall’Enciclopedia Treccani).

Gli esempi qui riportati, tutto sommato, mi sembrano conformi a questa definizione generale: in questi casi specifici, non forniscono notizie, ma diffondono fotografie di attualità (ma anche video, non dimentichiamolo) per raggiungere chiunque ne abbia interesse. In verità, di notizie non ne vedo.L’essenza di ogni esempio non è la foto in se’, ma le reazioni alla pubblicazione di immagini che scatenano ovazioni dei fan o, più frequentemente, fanno impazzire il web.

La notizia, quindi, sarebbe nel fatto che il web impazzisce per delle boiate incredibili. E stando a quanto pubblicano agenzie e giornali, questo accadrebbe molto spesso.

Più verosimilmente, a chi pubblica questo materiale interessa attirare l’attenzione dei lettori, e poco importa se non si tratta di notizie. L’importante è attirare i lettori, stuzzicarne la curiosità e indurli a cliccare, perché il business di queste imprese si fonda sulla visibilità di ciò che pubblicano e sulle dinamiche che legano audience e ricavi pubblicitari. La verità, in definitiva, è leggermente diversa: sono queste testate (e i loro editor) ad impazzire, appena vedono foto come queste sul web, perché sanno bene quanto può rendere pubblicarle, visto quanto è nutrito e affollato il parco buoi sempre pronto a cliccarle.

 
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Pubblicato da su 29 marzo 2016 in Buono a sapersi, business

 

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WhatsApp diventa gratuito. Ma tutto ha un prezzo

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WhatsApp elimina la tariffa di rinnovo e diventa gratuito. Cosa significa? Che il prodotto è l’utente:

Naturally, people might wonder how we plan to keep WhatsApp running without subscription fees and if today’s announcement means we’re introducing third-party ads. The answer is no. Starting this year, we will test tools that allow you to use WhatsApp to communicate with businesses and organizations that you want to hear from. That could mean communicating with your bank about whether a recent transaction was fraudulent, or with an airline about a delayed flight. We all get these messages elsewhere today – through text messages and phone calls – so we want to test new tools to make this easier to do on WhatsApp, while still giving you an experience without third-party ads and spam.

In altre parole: monetizzeranno il servizio con modi alternativi al solito banner pubblicitario, promuovendo una maggior interazione con le aziende di cui l’utente sfrutta i servizi, cosa che inevitabilmente porterà le stesse aziende a raccogliere un maggior volume di informazioni sugli utenti. WhatsApp, come gli altri membri della sua famiglia (Facebook e Instagram, tutti di proprietà dell’azienda che fa capo a Mark Zuckerberg) porterà così il proprio contributo alle varie attività di raccolta dati a scopo di profilazione degli utenti. Nulla di nuovo, ma è bene che l’utente ne sia sempre correttamente informato.

PS: però la primissima cosa che mi è venuta in mente quando ho letto la notizia è che finalmente nessuno potrà più fare il passaparola con fantasiose catene di messaggi sull’aumento della tariffa di WhatsApp, sul nuovo costo settimanale, mensile, ecc. ecc.

 
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Pubblicato da su 18 gennaio 2016 in news

 

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Fine dei Bitcoin?

bitcoin-logo

Secondo ciò che dice Mike Hearn, l’esperimento Bitcoin è fallito. Forse è solo questione di cambiargli nome, dato che – come si legge su Punto Informatico  – “Hearn, a ben vedere, prima di dichiarare “morto” il progetto Bitcoin è entrato a far parte del consorzio R3 che sta adattando la blockchain dei BTC per l’utilizzo da parte di 42 banche mondiali”.

 
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Pubblicato da su 18 gennaio 2016 in news

 

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