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Violata una chat segreta, le foto in rete. “Opera di hacker”? Ma de che?

Sarebbe ora che lo smartphone venisse utilizzato con consapevolezza dagli utenti di tutte le età:

Protagoniste e vittime sono una sessantina di liceali di Modena e Reggio Emilia, come racconta Qn/Il Resto del Carlino. La vicenda nasce in estate quando le minorenni decidono di creare con l’App per smartphone un contenitore segreto di immagini, dove si ritraggono nude. Ma il contenuto della chat “segreta” ha cominciato a circolare nei giorni scorsi tra i liceali modenesi. Le 60 protagoniste hanno scoperto che tutto il materiale, foto e video, era finito sul web. Hanno puntato il dito contro il fidanzato di una, il quale ha ammesso di aver scaricato le immagini, salvandole sul pc, ma giurando di non averle mai messe in rete, dando la colpa all’opera di hacker.

Al di là della non ottima idea di utilizzare – come “contenitore segreto” – una chat su WhatsApp in un contesto allargato ad una sessantina di ragazze, il primo aspetto di cui è fondamentale essere consapevoli è che è sempre la persona – e non la tecnologia – ad avere la responsabilità di fatti come quello descritto. In questa vicenda – stando a quanto si legge sul Resto del Carlino – all’estrema superficialità e leggerezza con cui le dirette interessate hanno trattato la propria immagine e le proprie immagini (dati personali e sensibili, in quanto intimi), si aggiunge il tradimento dell’implicito patto di segretezza da parte di qualcuno che ha pensato bene di raccogliere e catalogare le immagini, per poi agevolarne (forse inconsapevolmente) la diffusione via Internet. Dare la colpa “all’opera di hacker” è un puerile e patetico tentativo di mascherare superficialità e mancanza di rispetto (per non parlare di altre ben più ponderose questioni, legate alla conservazione abusiva di quelle che qui chiameremo “immagini intime” di sessanta liceali, ma che in altri ambienti, a seconda dell’età del soggetto ritratto, prendono il nome di “foto pedopornografiche”).

Nel paragrafo precedente ho scritto due volte “superficialità”, una volta “leggerezza” e “mancanza di rispetto”. Sono elementi ricorrenti in fenomeni come questo, che nascono piccoli e presto diventano più grandi dei loro protagonisti e ci devono far riflettere sul rapporto tra giovani e nuove tecnologie, o meglio sull’enorme necessità di alfabetizzazione digitale dei nostri ragazzi, che sono espertissimi nell’uso delle funzionalità offerte da Internet, smartphone e altri dispositivi digitali, ma ignorano completamente ogni aspetto di rischio conseguente alle loro azioni. Esiste inoltre un altro aspetto di cui c’è scarsissima consapevolezza: uno smartphone è legato ad un’utenza telefonica e una sim card può essere intestata anche ad un minore, ma genitori e tutori devono sapere che uso si fa di quell’utenza telefonica, perché il titolare è il minore di cui sono responsabili, pertanto i ragazzi non possono rivendicare alcun diritto alla privacy nei loro confronti.

A corollario di tutto quanto detto sopra: in rete e nel mondo esistono molti pedofili e pazzi. Non è la loro esistenza a doverci far desistere dal compiere certe azioni (come condividere foto intime in un gruppo di WhatsApp): ancor prima dovremmo ascoltare la voce del nostro cervello, quando ci chiede “Ehi aspetta, a cosa ca**o ti serve che tu condivida quel tipo di foto su WhatsApp?”. Per rimettersi in bolla basterebbe dare il giusto peso alla risposta. Poi, liberi tutti di fare tutto ciò che si vuole, ci mancherebbe solo che qualcuno si senta inibito a fare ciò che davvero ritiene importante. Ma solo con tutta la dovuta consapevolezza.

 
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Pubblicato da su 8 novembre 2017 in cellulari & smartphone

 

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WhatsDown e le crisi di astinenza da chat

Ieri sera, poco dopo le 22.00, WhatsApp ha iniziato a mostrare segni di cedimento che, poco dopo, si sono rivelati sintomi di un blackout che si è protratto per alcune ore. Ore di panico per alcuni e ore di pace per altri, dice questo articolo di Rai News, rilevando le reazioni degli utenti che hanno evidenziato il disservizio su Twitter, Facebook e altre applicazioni.
Indipendentemente dal fatto che esistano alternative che svolgono egregiamente la stessa funzione, il rilievo globale che questa notizia ha raggiunto ci dà la misura di quanto il mondo sia sempre più attento alle sciocchezze e sempre meno incline a dare il giusto peso a cose ed eventi.

Se WhatsApp smette di funzionare – temporaneamente o definitivamente – il mondo va avanti, la vita continua e le persone possono comunicare ugualmente. Gli unici legittimati a preoccuparsene sono Mark Zuckerberg e chi lavora con lui. Coloro che, da utenti, hanno legato la propria sorte ad un servizio di messaggistica, dovrebbero porsi qualche domanda e farsi aiutare a trovare le risposte giuste.

Comunque teniamo sempre presente che buona parte di noi ha un’ottima scorta di SMS inutilizzati.

 
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Pubblicato da su 4 maggio 2017 in Mondo, news, pessimismo & fastidio

 

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WhatsApp introduce nuove funzioni per la fotocamera

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Le nuove funzioni per la fotocamera introdotte da WhatsApp mi fanno pensare che ora nelle chat – anche e soprattutto di gruppo – sarà possibile prendersi in giro in modo molto più efficace. Però volete mettere? Ora sarà possibile scattare “selfie perfetti” (è scritto così) anche in condizioni di luce scarsa e al buio (il display si illuminerà, funzionando come un… flash leggero). Cose di cui non si poteva fare a meno, insomma…

 
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Pubblicato da su 4 ottobre 2016 in news

 

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WhatsApp e Facebook chiamate “a rapporto” dal Garante per la Privacy

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Era prevedibile che il Garante per la Privacy volesse fare chiarezza sullo scambio automatico di dati tra WhatsApp e Facebook introdotto un mese fa sull’app di messaggistica. L’Authority ha aperto un’istruttoria e chiesto di sapere:

  • la  tipologia di dati che WhatsApp intende mettere a disposizione di Facebook;

  • le modalità per la acquisizione del consenso da parte degli utenti alla comunicazione dei dati;

  • le misure per garantire l’esercizio dei diritti riconosciuti dalla normativa italiana sulla privacy, considerato che dall’avviso inviato sui singoli device la revoca del consenso e il diritto di opposizione sembrano poter essere esercitati in un arco di tempo limitato.

Il Garante ha chiesto inoltre di chiarire se i dati riferiti agli utenti di WhatsApp, ma non di Facebook, siano anch’essi comunicati alla società di Menlo Park, e di fornire elementi riguardo al rispetto del principio di finalità, considerato che nell’informativa originariamente resa agli utenti  WhatsApp non faceva alcun riferimento alla finalità di marketing.

Per chi si fosse perso qualcosa, è bene ricordare che a fine agosto WhatsApp ha introdotto anche alcune modifiche al testo delle informazioni sulla privacy. In particolare, nella sezione Modalità di utilizzo delle Informazioni da parte di WhatsApp si legge:

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”WhatsApp potrebbe offrire il marketing per i Servizi e per i servizi del gruppo di società di Facebook di cui fa ora parte”. E’ una frase che apre un mondo di possibilità. Di marketing.

Non importa che l’azienda dichiari :

Anche se ci coordineremo maggiormente con Facebook nei mesi a venire, i messaggi crittografati rimarranno privati e nessun altro potrà leggerli. Né WhatsApp, né Facebook, né nessun altro. Non invieremo né condivideremo il tuo numero di WhatsApp con altri, incluso su Facebook, e continueremo a non vendere, condividere, o dare il tuo numero di telefono agli inserzionisti.

Facebook – anzi, il gruppo di società di Facebook – non ha alcuna necessità di avere da WhatsApp il numero telefonico dell’utente. Sa con precisione da quali dispositivi si collega l’utente e ha tutti gli elementi per capire se un utente di Facebook lo è anche di WhatsApp e unire le due anagrafiche. Non gli serve trasmettere il numero telefonico agli inserzionisti: è Facebook a combinare inserzioni e utenti, in base alle informazioni che è in grado di raccogliere, e a mostrare agli utenti le pubblicità che più rispondono al profilo di ognuno.

E’ bene comunque tenere presente che WhatsApp, su ogni smartphone, ha un archivio contatti che viene costantemente confrontato con la rubrica presente sullo stesso dispositivo. Se un contatto personale è utente di WhatsApp, l’app lo aggiunge tra quelli disponibili: esiste quindi un flusso di informazioni che va dalla rubrica del dispositivo verso WhatsApp e da WhatsApp ai propri server (nonché viceversa). E’ in virtù di questo stesso flusso che ci viene mostrata l’icona di un utente che non conosciamo, ma che appartiene come noi ad un gruppo WhatsApp, nel quale compare con il proprio numero telefonico in chiaro, trasmettendoci quindi alcuni elementi dei suoi dati personali, inconsapevolmente.

E’ un bene che il Garante voglia vederci chiaro. E’ bene che gli utenti ci vedano chiaro e si rendano conto del significato di quel Condividi le informazioni del mio account.

 
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Pubblicato da su 28 settembre 2016 in news

 

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Google Allo, un saluto alla privacy

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Se ne parla poco, ma da qualche giorno Google ha lanciato Allo, un’applicazione di messaggistica per contrastare la concorrenza delle due app della famiglia Facebook, ossia Messenger e WhatsApp. Ad oggi, pare che sia stato installato e scaricato su un milione di dispositivi.

Dal momento che su questo tipo di app pende sempre il sospetto di uno scarso rispetto della privacy degli utenti, anche su Allo i dubbi non mancano: alla presentazione, infatti, era stato detto che Allo non avrebbe memorizzato alcun messaggio, mentre in realtà oggi si scopre che i messaggi vengono memorizzati sui server di Google per impostazione predefinita (a meno che non si utilizzi la navigazione anonima con la modalità “incognito”), condizione necessaria affinché i messaggi possano essere analizzati per il “miglior” funzionamento di Google Assistant.

Certo, un assistente virtuale preparato e in grado di rispondere coerentemente alle esigenze dell’utente è una comodità, ma se arriva gratis al solo costo della nostra privacy forse è bene esserne consapevoli. Non a caso Edward Snowden – che sulla riservatezza ha ormai costruito la propria filosofia di vita – non si dichiara esattamente un testimonial di Allo. Messaggi e conversazioni restano sui server di Google. Naturalmente l’utente li può cancellare tramite la app (ed è possibile impostare un timer per fissare una scadenza, oltre la quale vengono automaticamente rimossi), ma non esiste una reale garanzia che vengano eliminati anche dai database già storicizzati. Così come non si può escludere – visti i tempi che corrono – che questi database non vengano violati da qualche malintenzionato.

Per cui, volendo utilizzare Allo, il suggerimento è di non sfruttarlo per trasmettere informazioni personali da mantenere riservate. Perché – come già detto in altre occasioni – nel mondo digitale la sicurezza assoluta non esiste.

 

 
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Pubblicato da su 26 settembre 2016 in news

 

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Agcom prende le distanze dal mercato e dall’evoluzione

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Agli utenti la connessione ad Internet costa, sia da rete fissa che da rete mobile. Questo costo è ovviamente un introito per le compagnie telefoniche. Al di là degli aspetti legati all’equità delle tariffe applicate dalle varie aziende, il principio che prevede il pagamento di un certo prezzo a fronte di un servizio è logico, ovvio e sacrosanto, perché è alla base della sua sostenibilità. Per lo stesso principio, è illusorio pensare che un qualsiasi contenuto veicolato da Internet possa essere gratuito. Certo, esistono offerte commerciali che propongono qualcosa gratis, ma ciò avviene solo perché in determinati casi un soggetto non paga per avere un determinato servizio. Tuttavia la remunerazione di quel servizio passa obbligatoriamente per altri canali (inserzioni pubblicitarie pagate dagli inserzionisti, profilazione degli utenti per le medesime inserzioni pubblicitarie, compensazioni derivanti dal pagamento di altri servizi da parte di altri soggetti…).

Detto questo, non comprendo per quali motivi l’Agcom – nell’indagine “Servizi di comunicazione elettronica” – possa affermare, stando a quanto riporta il Corriere delle Comunicazioni, che le applicazioni di messaggistica come Whatsapp, Telegram, Messenger, BBM, Viber dovrebbero pagare una sorta di pedaggio (“equo, proporzionato, non discriminatorio”) per l’utilizzo della rete. Al traffico dati generato – anzi, consumato – dagli utenti si applicano tariffe e condizioni di utilizzo determinate dalle compagnie telefoniche. Se queste ultime dovessero far pagare una gabella anche a Facebook (che controlla Whatsapp e Messenger) ad esempio, si tirerebbero la zappa sui propri piedi.

Altro discorso, invece, è pensare che le aziende che stanno alle spalle di questi servizi debbano dotarsi di un titolo abilitativo, che le costringerebbe – per continuare ad operare nel nostro Paese – a sottostare alla nostra legislazione sulla privacy, arginando quindi la commercializzazione delle informazioni degli utenti (in prevalenza inconsapevoli), e aprendo le app alle chiamate verso i numeri di emergenza.

Il problema in realtà è a monte e sta proprio nelle possibilità di elusione delle norme sulla privacy: finché tali opportunità esistono e si affiancano alla mancanza di consapevolezza degli utenti, è inutile tentare di metterci una pezza legalizzandole con il pagamento di un “contributo” alle compagnie telefoniche, l’iscrizione a un albo o all’assegnazione di un “titolo abilitativo” (che comportano comunque il pagamento di una tariffa).

Davvero è necessario pensare all’alibi giusto per imporre una tassa sui messaggi istantanei? Di questo passo si potrebbe puntare al francobollo virtuale per ogni e-mail, o un canone per i servizi di streaming audio e video, un contributo da elargire per ogni servizio canalizzato da Internet. Si tratterebbe comunque di balzelli aggiuntivi, giacché – come detto sopra – la gratuità maschera sempre altre modalità di remunerazione. Non sarebbe invece opportuno escogitare qualcosa per favorire l’innovazione, riconoscerne ruolo e importanza (anche per quanto si riflette sul PIL), alfabetizzare gli utenti ed inquadrare in questi binari ogni aspetto, anche dal punto di vista normativo?

 

 

 

 
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Pubblicato da su 28 giugno 2016 in news

 

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WhatsApp ora ha la sua applicazione desktop per computer (purché con Windows e Mac OS X)

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Avviso a tutti gli aficionados di WhatsApp: ora c’è anche l’applicazione desktop disponibile per computer. WhatsApp la presenta come un nuovo modo per rimanere in contatto sempre e ovunque:

La nuova applicazione per computer è disponibile per Windows 8+ e Mac OS 10.9+ e viene sincronizzata con WhatsApp presente sul dispositivo mobile. Dato che l’applicazione funziona in modo nativo sul computer, è possibile ricevere le notifiche native del computer, usare gli shortcut della tastiera, e altro ancora.

L’unica novità apprezzabile è probabilmente il vantaggio della visualizzazione delle notifiche. Per il resto è pressoché identica alla web app lanciata l’anno scorso

 
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Pubblicato da su 11 maggio 2016 in news

 

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WhatsApp diventa gratuito. Ma tutto ha un prezzo

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WhatsApp elimina la tariffa di rinnovo e diventa gratuito. Cosa significa? Che il prodotto è l’utente:

Naturally, people might wonder how we plan to keep WhatsApp running without subscription fees and if today’s announcement means we’re introducing third-party ads. The answer is no. Starting this year, we will test tools that allow you to use WhatsApp to communicate with businesses and organizations that you want to hear from. That could mean communicating with your bank about whether a recent transaction was fraudulent, or with an airline about a delayed flight. We all get these messages elsewhere today – through text messages and phone calls – so we want to test new tools to make this easier to do on WhatsApp, while still giving you an experience without third-party ads and spam.

In altre parole: monetizzeranno il servizio con modi alternativi al solito banner pubblicitario, promuovendo una maggior interazione con le aziende di cui l’utente sfrutta i servizi, cosa che inevitabilmente porterà le stesse aziende a raccogliere un maggior volume di informazioni sugli utenti. WhatsApp, come gli altri membri della sua famiglia (Facebook e Instagram, tutti di proprietà dell’azienda che fa capo a Mark Zuckerberg) porterà così il proprio contributo alle varie attività di raccolta dati a scopo di profilazione degli utenti. Nulla di nuovo, ma è bene che l’utente ne sia sempre correttamente informato.

PS: però la primissima cosa che mi è venuta in mente quando ho letto la notizia è che finalmente nessuno potrà più fare il passaparola con fantasiose catene di messaggi sull’aumento della tariffa di WhatsApp, sul nuovo costo settimanale, mensile, ecc. ecc.

 
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Pubblicato da su 18 gennaio 2016 in news

 

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Domande sulla notizia del giorno

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Ma la notizia è l’inserimento in WhatsApp dell’emoticon con il dito medio, oppure la censura di questa primizia sui dispositivi Apple?

E perché nessuno, invece, parla degli aggiornamenti di Telegram, che si occupa di cose meno “aggressive”?

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Comunque molti ignorano BBM, che funziona benissimo e non si perde in queste stupidaggini.

Cattura

 

 

 

 
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Pubblicato da su 31 luglio 2015 in News da Internet

 

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WhatsApp, chiamate attive (ma evitate le bufale)

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Gli utenti di WhatsApp da oggi possono anche chiamarsi, almeno da smartphone Android (per gli altri è necessario pazientare ancora qualche giorno).

L’attivazione della nuova opzione è automatica e avviene con l’ultimo aggiornamento utile, non più su invito. Tutte le comunicazioni a catena che invitano a cliccare su link e a girar messaggi e inviti ad altri utenti sono bufale truffaldine, da cestinare senza remore.

P.S: a margine della notizia, vorrei smorzarne il carattere rivoluzionario ricordando – a chi oggi scopre il VoIP – che Skype, ad esempio, esiste dal 2002 e permette chat, chiamate e videochiamate. E prima di WhatsApp sulle chiamate erano arrivati da tempo Viber e soprattutto BBM (app BlackBerry con le medesime funzionalità, disponibile anche per iOS e Android)

 
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Pubblicato da su 1 aprile 2015 in telefonia, VoIP

 

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WhatSim, la SIM dedicata a WhatsApp (e nient’altro). Per me è NO!

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La notizia del lancio di WhatSim, SIM espressamente dedicata ai servizi WhatsApp, stuzzica sicuramente la curiosità di molti utenti più della recente apparizione della versione web di WhatsApp, che funziona solo con il browser Chrome.

In breve, e al netto di ogni altra opportuna considerazione già espressa in merito alla piattaforma WhatsApp: si tratta di una vera e propria utenza di telefonia mobile senza vincoli di utilizzo per quanto riguarda le reti delle compagnie telefoniche, ne’ in Italia, ne’ all’estero. Introducendo questa SIM in uno smartphone o tablet, l’utente potrà sfruttare WhatsApp senza essere vincolato alla copertura offerta dalla rete del proprio gestore o da una rete WiFi. Ovunque si trovi, l’apparecchio aggancerà in roaming la propria connessione dati alla rete mobile che troverà disponibile. Esattamente come avviene con le SIM del gestore Zeromobile, di cui WhatSim è figlio, dato che il servizio viene erogato sempre dalla Zeromobile srl. La SIM avrà un proprio numero telefonico europeo, non utilizzabile per altri servizi telefonici.

Questo plus, che potrebbe essere molto gradito a chi utilizza WhatsApp, a mio parere non compensa comunque i limiti di questo servizio, pur presentato come un abbattimento di vincoli. Alcuni sono evidenti, altri un po’ meno, altri ancora potrebbero essere probabilmente indicati come caratteristiche peculiari. Ma si tratta comunque di aspetti importanti, che un utente deve (ri)conoscere per capire se il servizio risponde davvero alle sue esigenze.

Partirò dalla presentazione web del servizio, da una frase che dice tutto e niente, ma che soprattutto è ingannevole:

È la prima Sim al mondo che ti fa chattare gratis e senza limiti con WhatsApp. In ogni angolo del pianeta.

Gratis significa senza sostenere costi di alcun tipo. Senza limiti significa tante cose, ma in questo caso un utente potrebbe pensare di poter sfruttare WhatsApp quanto e come vuole.

WhatSimNemmeno WhatsApp può essere definito un servizio gratuito, nonostante sia irrisorio un canone annuo di 0,89 euro. Naturalmente non lo è nemmeno WhatSim, dal momento che richiede la ricarica di un canone annuo di 10 euro, corrispondente a 2mila crediti. E non include il canone annuo di 0,89 euro, da pagare a WhatsApp (chiarimento datomi dallo staff WhatSim, riscontrabile nella chat riprodotta qui a destra).

Ma non è tutto: esiste un tariffario, suddiviso in zone di roaming (l’Italia è nel novero dei Paesi compresi nella “zona 1”), che evidenzia come ogni tipologia di messaggio multimediale inviato (foto, video, messaggi vocali) vada ad erodere il monte crediti disponibile, in misura diversa in funzione della zona in cui si trova l’utente di WhatSim.

Nel sito del servizio si legge un esempio:

Puoi ricaricare nella sezione Ricarica un importo minimo di 5 € (1000 Crediti) e un importo massimo di 50 € (10.000 Crediti).
I Video ed i Messaggi Vocali sono tariffati per una lunghezza standard di 10 secondi. Se hanno una lunghezza superiore sono tariffati a multipli di 10 secondi.
Esempio: con una ricarica di 5 € ottieni 1.000 Crediti con i quali in zona 1 puoi scambiare 50 Foto o 10 Video, oppure 200 Messaggi Vocali.

Nell’ambito di una chat è ormai normale scambiarsi messaggi di ogni tipo, di solo testo o multimediali, e l’utente di WhatsApp generalmente spedisce dal proprio smartphone o tablet messaggi testuali, foto, video e messaggi vocali, al costo richiesto da WhatsApp (89 centesimi all’anno), più quanto richiesto per la connessione (da rete mobile o WiFi), che consente di usufruire di tutti gli altri servizi Internet che conosciamo (web, e-mail, ma anche streaming e download di musica, video e altri contenuti multimediali, senza dimenticare la possibilità di scaricare e utilizzare app per utilizzare servizi che, a loro volta, si appoggiano a Internet, inclusi navigatori satellitari avanzati, giochi, social network e quant’altro è divenuto di abituale utilizzo).

L’apparecchio – smartphone o tablet – dotato di WhatSim, in assenza di segnale WiFi, ignora completamente tutti i servizi Internet sopra indicati (perché gli sono inibiti) e sfrutta la propria connessione per concentrarsi unicamente sul mondo WhatsApp, e le Faq lo dicono esplicitamente:

  • Posso usare altre applicazioni oltre a WhatsApp? No, con WhatSim funziona solo WhatsApp.

  • E posso telefonare, inviare sms o navigare su internet? No, con WhatSim puoi solo chattare con WhatsApp.

Soprattutto, WhatSim è una SIM che non permette in alcun modo di telefonare, esattamente come una SIM legata ad un piano solo dati, ma con il limite di non consentire altro tipo di interazione che non sia una chat di WhatsApp.

Conseguenza: utilizzare WhatSim equivale a trasformare uno smartphone o tablet in un WhatsApp Device, un dispositivo dedicato univocamente a WhatsApp, che costringe l’utente a spendere di più per utilizzare un servizio di chat. Per tutto il resto serve un altro smartphone o tablet. Oppure una rete WiFi. Però il WiFi libero non esiste ovunque. E nemmeno il WiFi non-libero è garantito che esista. WhatSim si prefigge appunto l’obiettivo di colmare questa lacuna di connettività, ma unicamente per l’uso di WhatsApp.

In base alle proprie esigenze, ogni utente sarà in grado di valutare l’opportunità di avvalersi del servizio.

 

 
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Pubblicato da su 21 gennaio 2015 in cellulari & smartphone, news, tablet

 

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WhatsApp, conferma di lettura facoltativa? Lo dice Softonic

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La roboante notizia che WhatsApp potrebbe rendere facoltativa la conferma di lettura introdotta solo pochi giorni fa (con buona pace degli pseudo-paladini della privacy) pare sia una notevole esclusiva del sito tedesco Softonic.de (sì, quello che distribuisce software con downloader che cercano di appiopparti anche una marea di toolbar e fuffe di varia natura insieme ad altri software non richiesti e opinabilmente proposti).

 
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Pubblicato da su 12 novembre 2014 in curiosità

 

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WhatsApp, da oggi è attiva la conferma di lettura

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Fine dei dubbi e degli equivoci nelle chat di WhatsApp: ora è attiva la conferma di lettura, colorata di azzurro. Ecco come appaiono da oggi i check (i segni di spunta) all’interno delle conversazioni, con il loro significato:

  • messaggio inviato con successo;
  • messaggio recapitato allo smartphone del destinatario;
  •  messaggio letto dal destinatario.

La novità riguarda anche le conversazioni di gruppo, in cui fino a ieri compariva solamente il check singolo: da oggi, il doppio check compare quando un messaggio ha raggiunto tutti i partecipanti, e diventa azzurra solamente quando tutti i partecipanti lo hanno letto.

Tenendo premuto il dito su un messaggio inviato e selezionando l’icona (i) è possibile avere i dettagli su invio e consegna (con l’orario in cui il messaggio è comparso sul destinatario).

P.S.: No, per ora non si può disattivare.

P.P.S: Sì, certo, se si ha UNA conversazione in corso è possibile leggere il messaggio nell’anteprima senza dare conferma di lettura, che verrà data solo aprendo effettivamente l’app. Ma quando si ricevono più messaggi in conversazioni diverse, non c’è anteprima. Al messimo potete disattivare la connessione dati dello smartphone prima di leggere il messaggio, se proprio non volete comunicare al vostro interlocutore l’orario di lettura. Ma prima o poi vi dimenticherete di adottare questo accorgimento, e vi accorgerete che appena il dispositivo torna online, la conferma parte comunque.

P.P.P.S: Mi è stato segnalato che è bene ricordare come il competitor Telegram abbia già da tempo la conferma di lettura. In effetti i suoi check hanno una finalità diversa: il primo significa “inviato al cloud Telegram con notifica al destinatario” (se consente le notifiche), mentre il secondo è “messaggio letto” (ossia il destinatario ha aperto Telegram e ha aperto anche la conversazione che contiene il messaggio). Manca un “recapitato al dispositivo del destinatario” (che in WhatsApp è il doppio check grigio). Il perché è presto spiegato: contrariamente a WhatsApp, Telegram può essere utilizzato dallo stesso utente su vari dispositivi, quindi una notifica di recapito non darebbe al mittente un’informazione significativa.

 
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Pubblicato da su 6 novembre 2014 in Buono a sapersi, cellulari & smartphone

 

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Molte app, molto potere

Molte app, molto potere

Ieri sera pensavo all’insistenza di Facebook nell’invitare i propri utenti ad utilizzare Facebook Messenger sul proprio smartphone. Ok, la comunicazione diffusa non è esattamente un invito:

Ciao, Desideriamo informarti che i messaggi verranno spostati dall’applicazione Facebook a Messenger, la nostra applicazione gratuita e più veloce, che rappresenta uno strumento affidabile per scambiarsi i messaggi quotidianamente.

All’orizzonte, in un prossimo futuro – secondo Marco Valerio Principato – si intravede l’intento di avere un’unica app, frutto dell’unione di WhatsApp (già acquistato da Facebook) con Messenger, che si appoggi ai contatti memorizzati sullo smartphone per servizi di comunicazione scritta e parlata, chat (già possibili su entrambe le applicazioni) e telefonate su Internet (oggi consentite solo da FB Messenger). E’ uno scenario più che verosimile per quanto riguarda la sfera delle comunicazioni dirette: anziché mantenere attive due applicazioni con funzionalità pressoché identiche, è possibile – e forse preferibile – unire le risorse di entrambe in un’unica soluzione, più performante e in grado di raccogliere il controllo di un maggior numero di utenti e di contatti.

Intanto, sullo smartphone, gli utenti si ritroveranno due app “di Facebook”: quella per gestire il profilo del social network e quella per la comunicazione diretta a uno o più amici, scorporata dall’app principale. Probabilmente si tratta anche di una necessità tecnologica: concentrando tante funzioni in se’, l’app principale di Facebook può rivelarsi esosa in termini di risorse e su uno smartphone può avere qualche difficoltà a funzionare sempre in modo efficiente.

Meglio quindi suddividere il “lavoro” in più app, scelta che aiuta anche a creare una sorta di ecosistema, come sembra di capire da LinkedIn (con le sue sei app) e Foursquare, dal momento in cui ha creato lo spin-off Swarm. “Molte app, molto potere” si potrebbe dire, e noi sappiamo che il mondo di Facebook non finisce lì: recentemente è stata lanciata anche Slingshot (altra app per lo scambio di messaggicon foto e video che si pone in concorrenza con Snapchat, su cui Zuckerberg non è riuscito a mettere le mani) e non dimentichiamo che anche Instagram ormai fa parte della famiglia.

Mi fermo alle app di successo o attualmente più promettenti (dovrei aggiungere anche Paper, aggregatore di news che non mi sembra abbia sfondato, però c’è) e ipotizzo una strategia di proliferazione di app allo scopo di conquistare sempre più il controllo degli utenti attraverso i loro smartphone, per svolgere una sempre più articolata attività di raccolta dati e di profilazione a scopo di marketing e pubblicità, business irrinunciabile perché vitale, dato che tutti questi servizi sono “gratuiti”.

 
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Pubblicato da su 31 luglio 2014 in news

 

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WhatsApp, uno script decifra le chat

L’olandese Bas Bosschert dice che basta un piccolo script e i dati delle chat di WhatsApp si decriptano con la stessa facilità con cui si apre un lucchetto aperto. Considerando che:

  • le chat sono memorizzate su alcuni file (msgstore.db, wa.db e msgstore.db.crypt) nella schedina microSD interna
  • per molte app è richiesto l’accesso ai dati sulla microSD

… a buon intenditor, poche parole 😉

 
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Pubblicato da su 12 marzo 2014 in security

 

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