RSS

Archivi tag: advertising

Il ritorno della telefonata che allunga la vita

Nel mio periodo di collaborazione con Punto Informatico ho citato in più di un articolo lo spot anni ’90 “Una telefonata allunga la vita” della SIP (poi ridenominata Telecom Italia e oggi nota come TIM) con protagonista Massimo Lopez, tornato alla ribalta televisiva in questi giorni in versione originale, cioè senza attualizzazioni, esattamente come veniva trasmesso all’epoca. Lo stesso Massimo Lopez a Natale ha anticipato questo amarcord ripubblicandolo in un post su Instagram per fare gli auguri citando questo ricordo del passato.

Considerando che stiamo parlando di uno spot di metà anni ’90 francamente non capisco come sia possibile che qualcuno, nel vederlo in tv nei rulli pubblicitari di vari canali televisivi, abbia pensato ad un “errore nei palinsesti”: le prime ritrasmissioni sono avvenute durante la cerimonia conclusiva delle Olimpiadi Invernali 2026, un’opportunità di grande audience, e sono proseguite nelle ore successive all’inizio della settimana del Festival di Sanremo di cui SIP TIM è main partner. La stessa TIM lo sta riproponendo sulle sue pagine FacebookInstagramTikTok.

Quindi: coincidenze? Non credo proprio 😉

Questa riproposizione è verosimilmente parte di una campagna di comunicazione varata per cavalcare un periodo di ampia visibilità pubblicitaria e nei prossimi giorni ne scopriremo gli sviluppi e che connessione c’è tra Sip e Tim.

Nel frattempo ci offre la possibilità di confrontare lo stile degli spot attuali con quello di trent’anni fa, che per l’occasione sfruttava una regia cinematografica (quella di Alessandro d’Alatri) per pubblicizzare non tanto un prodotto specifico, quanto il servizio telefonico nel suo complesso, raccontando una storia a episodi che centrava l’obiettivo di intercettare l’attenzione degli spettatori e che, proprio per questa caratteristica, ancora oggi fa parte della memoria collettiva.

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 23 Febbraio 2026 in news

 

Tag: , , , , , , , ,

Assistenti vocali, orecchie sempre in azione

Agli assistenti vocali come Alexa è possibile chiedere tante cose: le funzionalità si evolvono ogni giorno ma già nel loro standard permettono di fare ricerche sul web, impostare una sveglia, fissare appuntamenti, ascoltare un brano musicale in streaming, per non parlare della gestione dei dispositivi domestici “smart”. Ma, come scrivevo qualche tempo fa, si chiamano Assistenti perché assistono. Anzi: ascoltano, e lo fanno sempre, a scapito della privacy di chi li utilizza.

L’ultima notizia al riguardo viene dalla McKelvey School of Engineering della Washington University di St. Louis, le cui ricerche hanno confermato come Amazon utilizzi tutti i dati acquisiti tramite Alexa per profilare gli utenti e per destinare loro annunci pubblicitari mirati alle loro preferenze. Ma non è una novità: anni fa, da un rapporto pubblicato da Bloomberg è emersa l’esistenza di un team dedicato all’attività di ascolto e trascrizione di ciò che viene detto tramite lo smart speaker. Attività che oggi sono certamente automatizzate e che possono agire su una scala realmente ampia.

Non illudiamoci che questi dispositivi siano predisposti per attivarsi solamente in corrispondenza di una determinata frase. Certo, Alexa mostra di ascoltarci ed eseguire i comandi dopo che la chiamiamo per nome, esattamente come fanno anche Siri (Apple), Cortana (Microsoft), Google Assistant e altri assistenti vocali, come quelli a bordo delle auto. Ma per svolgere quel “compito”, l’assistente che si attiva con una determinata “parola magica” deve essere in grado di sceglierla, di distinguerla, di identificarla in mezzo al rumore, ad altri suoni… e ad altre frasi. Per rendere l’idea propongo sempre questo esempio: quando ci chiamano per nome, da quel momento rispondiamo e concediamo attenzione a chi ci ha chiamato, ma le nostre orecchie e il nostro cervello erano già “accesi” da prima.

Un assistente vocale non fa nulla di diverso e non ha alcuna difficoltà a rimanere sempre in ascolto e farsi microfono e portavoce di tutto quanto avviene tra le mura domestiche. All’insaputa di chi lo utilizza, che però dovrebbe sempre essere necessariamente informato di come vengono trattati i suoi dati personali: di chi sono le orecchie che li ascoltano? Per cosa verranno davvero impiegati? Verranno venduti ad altre organizzazioni a scopo statistico, commerciale, oppure politico?

Quanti di noi ne sono consapevoli?

 
1 Commento

Pubblicato da su 31 Ottobre 2023 in news

 

Tag: , , , , , , , , , , ,

Twitter, Musk entra e parte con la pulizia

Cosa portate con voi quando prendete possesso di un nuovo ufficio? Una foto da mettere sulla scrivania, un quadro da appendere alla parete, un fermacarte, un antistress oppure una lampada? Banali! Per segnare il territorio prendete esempio da Elon Musk che, facendo il suo ingresso nella sede di Twitter, è entrato portandosi un lavabo. Ma non ci sarà da attendere molto per capire il significato di questo gesto.

Ovviamente la notizia è che Musk ha messo le mani su Twitter, realizzando un obiettivo annunciato ad aprile, solo apparentemente accantonato poco tempo dopo e tornato alla ribalta ad inizio ottobre, confermato nelle scorse ore da rumors decisamente consistenti che hanno rivelato un piano di acquisizione da concretizzare entro oggi, venerdì 28 ottobre. Ma anche dallo status Chief Twit ostentato sul suo profilo e dal tweet in cui ha scritto “Let’s that sink in” pubblicando il video del suo ingresso nella sede dell’azienda.

Le novità di sostanza su come sarà Twitter e – forse – sul futuro dei social network non si vedranno oggi, giorno in sarà essere formalizzato l’accordo per l’acquisizione, ma da qui al 2023. Certamente i primi stravolgimenti saranno interni.

Il primo passo verso X, la everything app di cui Musk ha già parlato, è stato in ogni caso decisamente originale.

Il secondo passo è una lettera aperta pubblicata sui social per rassicurare gli inserzionisti, a cui promette che con lui Twitter sarà un luogo sicuro, ma anche la piattaforma pubblicitaria più rispettata al mondo. Dichiarazioni indispensabili per mantenere alto l’interesse degli investitori verso una realtà per cui si intravedono grossi cambiamenti all’orizzonte.

Il terzo passo sono i primi licenziamenti, a quanto pare già avvenuti, stando ai media d’oltreoceano. I silurati sono quattro top manager: il CEO Parag Agrawal, il CFO Ned Segal, il responsabile degli affari legali Vijaya Gadde e il general counsel Sean Edgett. La pulizia di Musk parte dai vertici e il suo tweet immediatamente successivo recita “L’uccellino è liberato”.

 
Commenti disabilitati su Twitter, Musk entra e parte con la pulizia

Pubblicato da su 28 Ottobre 2022 in news, social network

 

Tag: , , , , , , ,

Da Facebook a Meta, c’è solo un nome in più

Nel 2015 i fondatori di Google hanno creato una holding chiamata Alphabet per gestire tutte le società e i servizi del gruppo. Nel 2021 – oggi – Mark Zuckerberg ha reso noto che Facebook, Instagram, Messenger e WhatsApp (insieme a tutti i servizi dello stesso gruppo come Quest VR, Horizon VR e così via) faranno capo a una nuova società chiamata Meta, un nome che – nelle intenzioni dichiarate del fondatore – rappresenterà “l’attenzione della società sulla costruzione del metaverso“.

Un nuovo nome non cambia la sostanza e l’evoluzione di tutto quanto è nato da (e intorno a) una versione digitale dell’annuario scolastico (tale era l’origine di Facebook). Soprattutto non cancella quanto è emerso dai Facebook Files e da vicende come il caso Cambridge Analytica. Rinominare la holding come Meta è un’operazione di lifting di facciata e non è un caso che, dopo l’annuncio, in borsa i titoli legati al gruppo di Zuckerberg abbiano iniziato a galoppare.

Effetti concreti di questa “novità”: ciò che fino a ieri veniva identificato come Galassia Facebook, gruppo Facebook, famiglia Facebook verrà riunito sotto un unico cappello, un nuovo “cognome” che potrebbe comparire anche nelle schermate di apertura delle app (al posto di “from Facebook”).

 
2 commenti

Pubblicato da su 28 Ottobre 2021 in news

 

Tag: , , , , , , , , , , ,

Google News, l’approssimazione è strategica

Sfogliare Google News, scegliere la sezione Scienza e tecnologia e imbattersi in due “articoli” dal contenuto commerciale, dimostra – a mio parere – un’applicazione fin troppo approssimativa del concetto di fornire notizie. Capisco perfettamente che le dinamiche di ranking utilizzate possano essere eccessivamente inclusive: in pratica è come gettare nel mare dell’informazione una rete a strascico e raccogliere un po’ di tutto. Ma è un’approssimazione assolutamente intenzionale.

A quasi vent’anni dall’introduzione di Google News potrei non comprendere come in Scienza e tecnologia possa finire una “notizia” che già nel titolo contiene il nome di un supermercato e termini come “volantino” e “offerta”, anche se relativa a dispositivi tecnologici. Si tratta di Google, non cerchiamo attenuanti: è un’azienda che si sostiene sulla raccolta pubblicitaria e che è proprietaria di tecnologie in grado di individuare dati con precisione chirurgica, tanto sulle informazioni presenti in Internet, quanto sugli utenti che vi navigano.

Non facciamoci ingannare dalla dichiarazione diffusa nei giorni scorsi da David Temkin, (che ha la qualifica di Director of Product Management, Ads Privacy and Trust per il gruppo), stando alla quale Google dal 2022 non utilizzerà più tecnologie di tracciamento per vendere pubblicità, ossia i cookies, con l’obiettivo di una maggiore tutela della privacy. Perché l’attività di profilazione comportamentale verrà attuata ugualmente, ma con una tecnologia differente.

Via i cookies, è tempo di sfruttare un nuovo sistema chiamato FloC (Federated Learning of Cohorts), il cui obiettivo è permettere agli inserzionisti di effettuare attività di profilazione senza utilizzare i cookie, ma sfruttando il browser, abilitato a raccogliere informazioni sulle abitudini degli utenti che potranno quindi essere categorizzati in gruppi (le coorti) in funzione delle loro caratteristiche.

EFF (Electronic Frontier Foundation), organizzazione internazionale non profit di avvocati che tutela la libertà di espressione e i diritti digitali in ambito tecnologico, spiega:

FLoC è inteso come un nuovo modo per far fare al vostro browser la profilazione che i tracker di terze parti facevano da soli: in questo caso, riducendo la vostra recente attività di navigazione ad un’etichetta comportamentale, e poi condividendola con siti web e pubblicitari. La tecnologia eviterà i rischi per la privacy dei cookie di terze parti, ma ne creerà di nuovi nel processo. Può anche esacerbare molti dei peggiori problemi di non-privacy con gli annunci comportamentali, compresa la discriminazione e il targeting predatorio.

C’è un interessante approfondimento su FloC in questo articolo su Agenda Digitale. All’utente verrà dunque sottratta anche quella lieve forma di controllo che poteva avere sui cookie, perché si sfrutterà un’altra tecnologia ben più pervasiva. Di fatto, quindi, la precisione nell’attività di profilazione non diminuirà, ma aumenterà.

Ma quindi… se Google è in grado di ottenere informazioni a questo livello, possiamo pensare che non possa essere più raffinata nella sua attività di selezione delle news? Tutto è ovviamente intenzionale e mirato a veicolare il proprio business attraverso il maggior numero di canali possibili. Ed evidenziare le “notizie” di una testata che a sua volta ripubblica i banner di Google Ads all’interno dei propri articoli, è una forma come un’altra per catturare l’attenzione degli utenti e indurli a cliccare sulle sue stesse inserzioni pubblicitarie.

 
Commenti disabilitati su Google News, l’approssimazione è strategica

Pubblicato da su 10 Marzo 2021 in news

 

Tag: , , , , , , , , , , , ,

Clubhouse è “tutt’orecchi”

Io non so se Clubhouse sia l’evoluzione dei social network. Sicuramente il fatto che la comunicazione tra utenti avvenga solo via audio sovverte il paradigma classico delle piattaforme basate sulla condivisione di testi, link e immagini, che in questo periodo sono al centro dell’attenzione per questioni di moderazione o censura di contenuti se non di utenti. Disponibile (al momento) solo dall’App Store di Apple dalla scorsa primavera, ha cominciato ad “allargarsi” in questo inizio d’anno e la scorsa settimana nelle sue “stanze” erano presenti due milioni di utenti.

Riservato ai maggiorenni, prevede una registrazione da effettuare comunicando il proprio numero telefonico, ma l’account non viene attivato finché non si accetta l’invito di un utente già presente (che può inviarlo a due contatti) oppure su concessione della piattaforma. Una volta utenti si può accedere alle stanze o crearne di nuove, si tratta in pratica di chiamate di gruppo tematiche. Ci sono stanze open (aperte e tutti), social (accessibili da follower) o closed (su invito da parte di chi le ha aperte).

Niente di asincrono, niente podcast, tutto avviene solo in diretta e anche questo aspetto – che richiede disponibilità di tempo – lo distingue dagli altri social più visuali che permettono di consultare di nuovo, di riascoltare, leggere nuovi commenti, rispondere, eventualmente anche modificare quanto già scritto. Visto così, sembra un Discord in grado di farcela. L’impressione che ne traggo è quella di un palco con una platea dinamica: ok, la discussione può essere partecipata da tutti, ma un personaggio carismatico è sempre più attivo e ascoltato degli altri e tende ad essere protagonista nella stanza in cui si trova. Agli utenti, però, non è possibile conservare nulla perché non è possibile scaricare o condividere le conversazioni. Ovviamente non si può escludere che qualcuno possa registrarle con soluzioni esterne alla app.

A parte l’ultima osservazione personale, con questi presupposti la piattaforma appare privacy-friendly. Ma leggendone i terms of service (cosa che andrebbe sempre fatta) è possibile approfondire l’argomento scoprendo che:

Caricando qualsiasi Contenuto concedete e concederete ad Alpha Exploration Co. e alle sue società affiliate una licenza non esclusiva, mondiale, gratuita, interamente pagata, trasferibile, sublicenziabile, perpetua e irrevocabile per copiare, visualizzare, caricare, eseguire, distribuire, memorizzare, modificare e utilizzare in altro modo il vostro Contenuto in relazione al funzionamento del Servizio o alla promozione, pubblicità o marketing dello stesso, in qualsiasi forma, mezzo o tecnologia attualmente conosciuta o sviluppata successivamente.

Naturalmente la privacy policy va letta con attenzione perché, dopo aver chiarito tutte le varie tipologie di dati personali raccolti durante l’utilizzo da parte dell’utente, specifica il possibile utilizzo da parte dell’azienda (si noti l’assoluta mancanza di riferimenti al GDPR):

Possiamo aggregare i Dati Personali e utilizzare le informazioni aggregate per analizzare l’efficacia del nostro Servizio, per migliorare e aggiungere funzioni al nostro Servizio, e per altri scopi simili. Inoltre, di tanto in tanto, possiamo analizzare il comportamento generale e le caratteristiche degli utenti del nostro Servizio e condividere informazioni aggregate come le statistiche generali degli utenti con potenziali partner commerciali. Possiamo raccogliere informazioni aggregate attraverso il Servizio, attraverso i cookie e attraverso altri mezzi descritti nella presente Informativa sulla privacy.

E’ sicuramente verificabile che sui dispositivi degli utenti non venga memorizzato nulla, ma è altrettanto certo (in quanto è dichiarato) che Alpha Exploration – l’azienda che ha realizzato Clubhouse – raccolga tutte le informazioni possibili legate all’utilizzo della app (dati dell’utente, informazioni sullo smartphone, sulle interazioni con altre app, sulla geolocalizzazione dell’utente, eccetera), dati personali che – come si legge sopra – possono essere elaborati non solo ai fini del miglioramento del servizio, ma anche a scopi commerciali.

Non sembra quindi lontano dalla realtà la supposizione che gli audio possano essere ascoltati attentamente da sistemi di intelligenza artificiale in grado di analizzarne i contenuti con l’obiettivo di migliorare un altro servizio, ossia la profilazione dell’utente con finalità pubblicitarie o di indirizzamento delle opinioni. Sistemi molto simili a quelli che sono alle spalle dei numerosi assistenti vocali che ormai ben conosciamo.

In questo momento, però, vige una selezione all’ingresso determinata dal meccanismo su invito e, soprattutto, dalla disponibilità limitata solo agli utenti Apple. L’apertura verso Android cambierà tutto.

 
2 commenti

Pubblicato da su 29 Gennaio 2021 in news

 

Tag: , , , , , , , , , , , , , ,

Facebook fa la morale a Apple

Facebook ha avviato una campagna contro Apple acquistando intere pagine di giornale – su The New York Times, Wall Street Journal e Washington Post – alzando la voce per criticare con forza le nuove impostazioni relative alla privacy di iOS 14, il sistema operativo di prossima introduzione su iPhone. Le modifiche permetteranno agli utenti di non autorizzare (e quindi disattivare) la tracciabilità dei propri dati attraverso app e siti web, impedendo ai social network e ad altre aziende di raccogliere dati personali (interessi, preferenze, geolocalizzazione) per la profilazione dei consumatori. Il gruppo di Mark Zuckerberg promuove questa battaglia sostenendo che questa novità danneggerà le piccole imprese che perderanno visibilità pubblicitaria… che però è la base del fatturato di Facebook.

Andiamo con ordine: con iOS 14, ogni utente iPhone avrà la possibilità di bloccare la tracciabilità di ciò che fa su Internet. Di conseguenza sarà possibile scegliere di non trasmettere a nessuno i dati che riguardano l’attività svolta su Internet, cosa che avviene ad esempio quando fate una ricerca su un argomento o un prodotto, e in breve tempo – da siti web e pubblicità mostrate da app gratuite – si vedono banner pubblicitari che riguardano proprio l’oggetto di quella ricerca. Fra i maggiori attori sulla scena della raccolta pubblicitaria c’è proprio Facebook, che ovviamente è gratuito per gli utenti.

Sicuramente molti penseranno di utilizzare poco i social network e quindi di non essere il bersaglio ideale della pubblicità che veicola. Ma considerando che Facebook ha quasi 3 miliardi di utenti (e che il gruppo include anche Instagram e WhatsApp, su cui sono già in corso progetti pubblicitari), è certo che in questo insieme globale esista un mucchio di persone pronte a cliccare su banner pubblicitari e annunci sponsorizzati, dando linfa al suo business. Se una parte di questi iscritti smettesse improvvisamente di farsi tracciare e di condividere i dati sulle proprie attività in Internet, i numeri potrebbero cambiare parecchio: le inserzioni pubblicitarie generiche, non basate sulla profilazione degli utenti, generano il 60% in meno dei ricavi che invece vengono prodotti dagli annunci mirati ai consumatori (ossia, ad esempio, quelli che pubblicizzano pneumatici dopo che su Internet abbiamo usato un motore di ricerca per trovare informazioni su pneumatici, e visitato siti web di produttori di pneumatici o letto articoli pubblicati su siti web sull’automobilismo).

Facebook nelle proprie argomentazioni punta sempre a dichiarare che sarà Apple a beneficiare di queste iniziative: “Apple si sta comportando in modo anticoncorrenziale sfruttando il proprio controllo sull’App Store a vantaggio dei propri profitti, ai danni di artigiani e piccole imprese”. Proprio ad accuse di comportamento contrario alla leale concorrenza deve però rispondere la stessa Facebook, come è emerso nei giorni scorsi. Apple intende comunque andare avanti per la propria strada e difende la propria scelta, basata su un principio assolutamente condivisibile: gli utenti devono essere in condizioni di sapere quando i loro dati vengono raccolti e condivisi tra altre app e siti Web, e di scegliere se consentirlo oppure no.

Capito perché privacy non va d’accordo con gratuito? Perché la presunta gratuità in realtà si paga, ma con una diversa moneta: quella dei dati personali, che alimentano i consigli per gli acquisti a cui gli utenti vengono indotti, pagando di tasca propria. In conclusione: anche la gratuità ha un prezzo.

 
Commenti disabilitati su Facebook fa la morale a Apple

Pubblicato da su 17 Dicembre 2020 in news

 

Tag: , , , , , , , , , , , , , , , ,

Test sui social network, perché è meglio non cascarci

I test pubblicati attraverso i social network sono un espediente per carpire dati sugli utenti, verosimilmente a scopo di lucro e, comunque, alle spalle dei diretti interessati. Non è la prima volta che ne parlo e molto spesso l’attività dei loro autori è legata in primo luogo all’ecosistema di Facebook, che sulle informazioni personali vive e prospera.

Da qualche tempo a questa parte, però, sembra ci sia – almeno a livello di facciata – un’inversione di rotta ed ora è addirittura l’azienda di Mark Zuckerberg a dichiararsi parte lesa, da quanto si legge in una denuncia sporta nei confronti di Gleb Sluchevsky e Andrey Gorbachov: si tratta di due sviluppatori ucraini, che sono stati accusati di aver raccolto e analizzato dati personali di ignari utenti di Facebook, nonché di aver inserito pubblicità mirata “non autorizzata” nel loro feed di notizie, sfruttando un’app collegata alla piattaforma del social network.

Con la promessa di raccogliere un’entità limitata di informazioni, gli utenti sarebbero stati indotti all’installazione nel browser di un plug-in, in grado di accedere non solo ai dati dell’account, ma anche agli elenchi degli utenti “amici”, benché non pubblicamente visibili. Non è escluso che questa vicenda possa avere legami con un’altra violazione resa nota lo scorso autunno e relativa alla pubblicazione – da parte di un gruppo di hacker – dei messaggi privati di 81mila account Facebook, che a loro volta avevano portato alla diffusione delle informazioni relative a 176.000 profili (la punta di un iceberg, dal momento che il gruppo reo di questa operazione aveva dichiarato di possedere un database con dati di 120 milioni di account), tutte informazioni rivendibili sul mercato dei dati personali.

Quello che è certo è che almeno in un determinato periodo – tra il 2017 e il 2018 – i due ucraini hanno utilizzato il social network per pubblicare alcuni test sulla personalità, con titoli come “Di quale personaggio storico sei il sosia?”, “Hai sangue reale nelle vene?”, “Quanti veri amici hai?” o “Qual è il colore della tua aura?”. Domande decisamente poco esistenziali e soprattutto assolutamente inutili, ma abbastanza attraenti per qualche navigatore in cerca di passatempi senza impegno, pronti a cadere nel tranello in cambio di altri test e oroscopi “personalizzati”.

Dalla lettura della denuncia depositata venerdì scorso, tra le motivazioni sollevate l’azienda fa emergere per Facebook “un irreparabile danno alla reputazione”, con ripercussioni sugli utenti che avrebbero “effettivamente compromesso i propri browser” installando le estensioni richieste dalle app incriminate. Lo “schema” non avrebbe funzionato, tuttavia, se Facebook non avesse approvato l’iscrizione degli hacker – avvenuta con l’utilizzo di due pseudonimi – come sviluppatori autorizzati a sfruttare la feature legata all’accesso a Facebook. Su questa base Facebook punta il dito sui due sviluppatori per violazione del CFAA (Computer Fraud and Abuse Act). La scoperta dell’attività malevola sarebbe avvenuta in seguito ad “un’indagine sulle estensioni dannose” che sarebbero state poi notificate ai team di sviluppo dei browser interessati.

Questa azione legale – che segue di pochi giorni un’altra denuncia verso quattro aziende cinesi accusate da Facebook di aver venduto follower e like fasulli – permette a Facebook di attuare una strategia di difesa dalle denunce, che piovono da più parti nel mondo, in tema di violazione della privacy e della sicurezza delle informazioni. L’obiettivo è di far focalizzare l’attenzione di pubblico e media su hacker malintenzionati, spostandola dalle “debolezze” della piattaforma di social network emerse in casi precedenti, come quello di Cambridge Analytica.

Questo tipo di problema, però, è sorto anni fa e non è superfluo ricordare la denuncia, formulata qualche anno fa nei confronti di Facebook , di aver tracciato “con disinvoltura” le attività online di utenti iscritti e non iscritti al social network mediante i cookies attraverso una raccolta di dati attuata durante la lettura di post pubblici. In quell’occasione Facebook, aveva sostanzialmente ammesso la raccolta di informazioni, precisando che la causa era in un bug.

Se ancora oggi stiamo parlando di queste problematiche, la soluzione non è vicina. Ma, al netto di questa vicenda specifica, la domanda sorge spontanea: è proprio necessario cimentarsi in futili test sulla personalità dalla dubbia (inesistente) attendibilità? Certo, si tratta di giochi simili a quei test che si trovano su riviste da leggere in spiaggia sotto l’ombrellone o in una sala d’attesa. Ma almeno dietro a quelle pagine di carta non si nasconde nessuno pronto ad abbindolarci.

 
Commenti disabilitati su Test sui social network, perché è meglio non cascarci

Pubblicato da su 11 Marzo 2019 in news

 

Tag: , , , , , , , , , ,

Facebook si attiva contro le notizie false, ora

Dopo aver sfruttato per anni la viralità dei contenuti condivisi dagli utenti, indipendentemente dalla loro attendibilità o ingannevolezza, Facebook ha varato una campagna contro la diffusione delle notizie false – o fake news – e a favore della loro individuazione. Ieri sera ho ricevuto la notifica di questo decalogo diffuso dal social network, che snocciola i suggerimenti da seguire per riconoscere una notizia falsa.

Niente che da queste parti non sia già stato detto, ma soprattutto niente che non riguardi il mondo dell’informazione nel suo complesso, e non semplicemente Facebook, che a queste conclusioni pare sia arrivata solo grazie alla collaborazione con MondoDigitale.org.

Meglio tardi che mai, ma l’operazione non annulla l’opportunismo di Facebook, che per anni ha fatto leva sulle dinamiche sociali che favoriscono la condivisione acritica di informazioni incontrollate, con l’obiettivo primario di accrescere il bacino di utenza funzionale al business legato alla raccolta pubblicitaria. Questa iniziativa lavacoscienza è un’apparente rinuncia, da parte di Facebook, ad una parte (cospicua) di quelle risorse che hanno reso grande il suo social network.

Evidentemente ora la necessità di mostrare un approccio etico alle problematiche dei social è molto più forte che in passato. Sarebbe il caso di applicarlo davvero anche – anzi, soprattutto – ai famosi standard della comunità, ossia quell’insieme di criteri che Facebook dichiara di applicare nel valutare ciò che viene pubblicato, spesso in modo opinabile.

 
Commenti disabilitati su Facebook si attiva contro le notizie false, ora

Pubblicato da su 14 Aprile 2017 in news

 

Tag: , , , , , ,

WhatsApp e Facebook chiamate “a rapporto” dal Garante per la Privacy

whatsappsicurezza

Era prevedibile che il Garante per la Privacy volesse fare chiarezza sullo scambio automatico di dati tra WhatsApp e Facebook introdotto un mese fa sull’app di messaggistica. L’Authority ha aperto un’istruttoria e chiesto di sapere:

  • la  tipologia di dati che WhatsApp intende mettere a disposizione di Facebook;

  • le modalità per la acquisizione del consenso da parte degli utenti alla comunicazione dei dati;

  • le misure per garantire l’esercizio dei diritti riconosciuti dalla normativa italiana sulla privacy, considerato che dall’avviso inviato sui singoli device la revoca del consenso e il diritto di opposizione sembrano poter essere esercitati in un arco di tempo limitato.

Il Garante ha chiesto inoltre di chiarire se i dati riferiti agli utenti di WhatsApp, ma non di Facebook, siano anch’essi comunicati alla società di Menlo Park, e di fornire elementi riguardo al rispetto del principio di finalità, considerato che nell’informativa originariamente resa agli utenti  WhatsApp non faceva alcun riferimento alla finalità di marketing.

Per chi si fosse perso qualcosa, è bene ricordare che a fine agosto WhatsApp ha introdotto anche alcune modifiche al testo delle informazioni sulla privacy. In particolare, nella sezione Modalità di utilizzo delle Informazioni da parte di WhatsApp si legge:

privacyfacebookwhatsapp

”WhatsApp potrebbe offrire il marketing per i Servizi e per i servizi del gruppo di società di Facebook di cui fa ora parte”. E’ una frase che apre un mondo di possibilità. Di marketing.

Non importa che l’azienda dichiari :

Anche se ci coordineremo maggiormente con Facebook nei mesi a venire, i messaggi crittografati rimarranno privati e nessun altro potrà leggerli. Né WhatsApp, né Facebook, né nessun altro. Non invieremo né condivideremo il tuo numero di WhatsApp con altri, incluso su Facebook, e continueremo a non vendere, condividere, o dare il tuo numero di telefono agli inserzionisti.

Facebook – anzi, il gruppo di società di Facebook – non ha alcuna necessità di avere da WhatsApp il numero telefonico dell’utente. Sa con precisione da quali dispositivi si collega l’utente e ha tutti gli elementi per capire se un utente di Facebook lo è anche di WhatsApp e unire le due anagrafiche. Non gli serve trasmettere il numero telefonico agli inserzionisti: è Facebook a combinare inserzioni e utenti, in base alle informazioni che è in grado di raccogliere, e a mostrare agli utenti le pubblicità che più rispondono al profilo di ognuno.

E’ bene comunque tenere presente che WhatsApp, su ogni smartphone, ha un archivio contatti che viene costantemente confrontato con la rubrica presente sullo stesso dispositivo. Se un contatto personale è utente di WhatsApp, l’app lo aggiunge tra quelli disponibili: esiste quindi un flusso di informazioni che va dalla rubrica del dispositivo verso WhatsApp e da WhatsApp ai propri server (nonché viceversa). E’ in virtù di questo stesso flusso che ci viene mostrata l’icona di un utente che non conosciamo, ma che appartiene come noi ad un gruppo WhatsApp, nel quale compare con il proprio numero telefonico in chiaro, trasmettendoci quindi alcuni elementi dei suoi dati personali, inconsapevolmente.

E’ un bene che il Garante voglia vederci chiaro. E’ bene che gli utenti ci vedano chiaro e si rendano conto del significato di quel Condividi le informazioni del mio account.

 
Commenti disabilitati su WhatsApp e Facebook chiamate “a rapporto” dal Garante per la Privacy

Pubblicato da su 28 Settembre 2016 in news

 

Tag: , , , , , , , , , ,

Agenzie di stampa che impazziscono

Adkronos-LePerle

Cosa sono le agenzie di stampa? Sono “imprese giornalistiche che raccolgono e forniscono – con varie forme di pagamento – notizie per mezzo di bollettini o fotografie di attualità a giornali, a servizi radio-televisivi e in genere a chiunque ne abbia interesse. Le a.di s., anche dette agenzie di informazione, possono essere private, statali o finanziate dallo Stato” (fonte: la prima definizione che ho trovato, tratta dall’Enciclopedia Treccani).

Gli esempi qui riportati, tutto sommato, mi sembrano conformi a questa definizione generale: in questi casi specifici, non forniscono notizie, ma diffondono fotografie di attualità (ma anche video, non dimentichiamolo) per raggiungere chiunque ne abbia interesse. In verità, di notizie non ne vedo.L’essenza di ogni esempio non è la foto in se’, ma le reazioni alla pubblicazione di immagini che scatenano ovazioni dei fan o, più frequentemente, fanno impazzire il web.

La notizia, quindi, sarebbe nel fatto che il web impazzisce per delle boiate incredibili. E stando a quanto pubblicano agenzie e giornali, questo accadrebbe molto spesso.

Più verosimilmente, a chi pubblica questo materiale interessa attirare l’attenzione dei lettori, e poco importa se non si tratta di notizie. L’importante è attirare i lettori, stuzzicarne la curiosità e indurli a cliccare, perché il business di queste imprese si fonda sulla visibilità di ciò che pubblicano e sulle dinamiche che legano audience e ricavi pubblicitari. La verità, in definitiva, è leggermente diversa: sono queste testate (e i loro editor) ad impazzire, appena vedono foto come queste sul web, perché sanno bene quanto può rendere pubblicarle, visto quanto è nutrito e affollato il parco buoi sempre pronto a cliccarle.

 
1 Commento

Pubblicato da su 29 Marzo 2016 in Buono a sapersi, business

 

Tag: , , , , , , ,

Quando il mail marketing è peggio del phishing maldestro

MailTrading

Chi invia mail di phishing a volte è talmente maldestro da tentare di ingannare gli utenti con mail improbabili, ma ora anche chi invia mail di marketing – soprattutto per promuovere attività di trading online – si sta infilando nella stessa scia… a meno che non si tratti anche qui di phishing, gli indizi che inducono a crederlo non mancano: dal mittente farlocco (chi ha scritto la mail? Serena o Laura?) alla cifra scritta a caso (prima sono 1945 euro, poi 1495). La mancanza di cura del dettaglio spesso denota approssimazione e dilettantismo.

E’ necessario tenere presente che, nell’ambito del mail marketing, operano professionisti e aziende affidabili che lavorano per clienti seri. L’esempio che ho presentato non rientra in questo ambito e questi “operatori” rischiano di minare la fiducia nella categoria.

 
Commenti disabilitati su Quando il mail marketing è peggio del phishing maldestro

Pubblicato da su 2 Aprile 2014 in comunicazione, Life

 

Tag: , , , , ,

Occhio al futuro

GoogleGlassOculus

In questi ultimi tempi, nel settore della tecnologia, spiccano i business orientati alla wearable technology, la tecnologia indossabile che oggi è già realtà di serie per quanto riguarda gli smartwatch e altri accessori in uso da tempo, e che ora sta puntando dritta agli occhi degli utenti. In particolare si parla molto di due operazioni:

  • l’accordo siglato tra Luxottica e Google per il design dei Google Glass;
  • l’acquisto di Oculus da parte di Facebook.

I primi, per chi non ne avesse ancora sentito parlare sono occhiali per la realtà aumentata, con un piccolo display HD posto in prossimità dell’occhio (che equivale ad uno schermo da 25 pollici visto a due metri di distanza), audio a conduzione ossea, una fotocamera da 5 Megapixel (che può scattare foto e registrare video a 720p), connettività WiFi e Bluetooth e una memoria da 12 GB. Permettono di utilizzare funzionalità simili a quelle degli smartphone (chi li indossa può fare compiere le azioni più svariate). L’accordo con Luxottica rappresenta un matrimonio tra la loro tecnologia e il design, quindi presto potremmo vedere questa tecnologia su occhiali Ray-Ban o Oakley (marchi di proprietà di Luxottica), solo per citare i più sportivi.

Oculus ha progettato un visore per la realtà virtuale, apparentemente ideale per i videogame: indossato, il visore mostra due diverse immagini agli occhi dell’utilizzatore, offrendogli una visione 3D. Il dispositivo è dotato di sensori per rilevare e riprodurre gli eventuali movimenti della testa, e far reagire il “mondo virtuale” di conseguenza. Zuckerberg in questo visore ha visto altro, ossia la possibilità di immergere l’utente nel suo social network per trasformarne l’esperienza per quanto riguarda ogni forma di intrattenimento (per dare all’utente la sensazione di trovarsi dentro un film, nel mezzo di un evento sportivo, o di fronte al docente in un’aula universitaria).

Mirabolanti possibilità per gli utenti, ma soprattutto per le due aziende in campo, che negli ultimi tempi hanno fatto scuola in materia di invasione nella privacy degli iscritti ai loro servizi: questi attraenti dispositivi ampliano a dismisura le loro possibilità di business (e quelle dei loro inserzionisti). Se oggi ci profilano – mediante smartphone o computer – memorizzando i dati delle nostre ricerche, della navigazione e della nostra localizzazione per incrociarli al meglio con le offerte dei loro inserzionisti, domani – mediante un wearable device, dispositivo indossabile – potranno essere ancora più mirati, puntuali e precisi, perché godranno della massima attenzione dell’utente, ancor meno distratto da fattori esterni e quindi più concentrato su quanto percepisce. Il business non è (solo) nella vendita del dispositivo, ma si alimenta con l’indotto dei servizi accessori che gravitano attorno al dispositivo; il legame tra le due entità può non essere immediatamente visibile, ma in realtà è saldo e iindispensabile al buon andamento del mercato in cui si muovono queste grandi aziende.

Come ho avuto modo di dire in passato, la tecnologia non va frenata, ma è necessario conoscerne tutti gli aspetti affinché ognuno possa sfruttarla per perseguire i propri interessi e appia piena consapevolezza tanto dei rischi quanto delle opportunità derivanti dalle innovazioni.

 
Commenti disabilitati su Occhio al futuro

Pubblicato da su 26 Marzo 2014 in business, Life, news, wearable

 

Tag: , , , , , , , , , , ,

Utenti che lasciano tracce e campagne pubblicitarie che le raccolgono

CeresSoftAle

Come si lancia una campagna pubblicitaria efficace in modo da farla diventare virale? Ad esempio si crea un sito web ad hoc che pubblicizza un nuovo soft drink, con una bacheca in cui tutti possono scrivere ciò che vogliono, senza moderazione e quindi senza alcun tipo di filtro (unici paletti: un messaggio non più lungo di 80 caratteri, ossia mezzo SMS, ed essere utenti di Facebook , affinché si possa essere tracciati attraverso il profilo mantenuto sul social network). Da notare che nella homepage campeggia un conto alla rovescia che scade esattamente il primo aprile

Il rischio che i contenuti prendano una deriva becera è certo. Ma mentre molti si chiedono se il committente ci è o ci fa (la campagna è sfuggita di mano, o è stata appositamente concepita per renderla roboante e farne parlare il più possibile?) e altri si chiedono se sia tutto un pesce d’aprile (sì, non può che esserlo), la piattaforma continua imperterrita a raccogliere informazioni sugli utenti che ci cascano sentendosi liberi di scrivere ciò che più piace loro…

CeresSoftAle2

 

 
1 Commento

Pubblicato da su 24 Marzo 2014 in business, social network

 

Tag: , , , , , , , , , , , , , ,

Facebook parte con gli spot

FacebookCarosello

Facebook ha avviato in questi giorni la pubblicazione dei premium video ads, brevi spot pubblicitari che, almeno per il momento, vengono trasmessi senza audio e fino ad un massimo giornaliero di tre video per ogni utente. L’approccio di questo servizio è decisamente televisivo , ma soprattutto mirato: forte delle proprie potenzialità di profilazione degli utenti, il social network è in grado di proporre agli utenti questi spot con la stessa precisione dei box o banner pubblicitari.

Dal punto di vista pubblicitario, quindi, il valore aggiunto di queste inserzioni è molto elevato. Non a caso – spiega Bloomberg – il servizio viene offerto agli inserzionisti ad una tariffa giornaliera che può andare dal milione ai 2,5 milioni di dollari.

Per me è NO.

 
Commenti disabilitati su Facebook parte con gli spot

Pubblicato da su 18 Marzo 2014 in business, Internet, social network

 

Tag: , , , , , ,