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Slogan rappabile

“Io duro perché faccio. Non è che faccio perché duro”

(Romano Prodi, 29 dicembre 2007)

Questa nuova declinazione del celodurismo meriterebbe una traduzione musicale, ci starebbe bene anche un bel rap.

UPDATE: anche l’immagine che propone Mantellini, in chiave hard rock, non è niente male 😀

 
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Pubblicato da su 30 dicembre 2007 in Mondo, news

 

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Parole dette a caso

Ieri il Sun ha pubblicato un articolo, dando spazio al pensiero di sir Elton Hercules John, intitolato Why we must close the net (Perché dobbiamo chiudere la rete), che sta suscitando un polverone alquanto sproporzionato.

L‘EltonJohn-pensiero è espresso in modo nitido e categorico: con Internet la gente ha smesso di uscire di casa e socializzare, Internet sta distruggendo la buona musica, scendiamo in strada a marciare e protestare invece di starcene seduti a scrivere blog. Sembrerebbe quasi una riflessione sociologica. La frase che ha però suscitato maggior clamore è questa:

Sono convinto che sarebbe un incredibile esperimento spegnere l’intera Internet per cinque anni e vedere quale sorta di arte sarebbe prodotta in quel periodo.

Integralismo? Chiusura mentale? La proposta di chiudere Internet per cinque anni sembra suscitare interesse, al punto che il Corriere dedica all’argomento un utilissimo sondaggio (sto citando il sarcasmo di Mantellini), ma cosa spinge il cavaliere Elton John, (nato come Reginald Kenneth Dwight) a muoversi contro la rete?

Paura che Internet uccida il mercato? Forse sì, forse no: il concerto dato al Madison Square Garden di New York in occasione del suo 60esimo compleanno è stato trasmesso in streaming su Internet e qualche mese fa il cantante ha annunciato che l’intero catalogo delle sue produzioni precedenti sarebbe stato disponibile in download. Dunque lui e (soprattutto) la sua casa discografica sono consapevoli delle opportunità e delle potenzialità di business offerte dalla Rete…

Paura che l’arte perda qualità, dato che la capillarità di Internet permette a cani e porci di offrire la propria musica al vasto pubblico? Può darsi, ma sir Elton John è davvero così idealista? Sempre sul Sun si legge:

Le vendite dell’ultimo album di Elton, The Captain & The Kid, sono state deludenti – ha venduto a mala pena 100.000 copie.

Forse è poco rilevante il fatto che, in passato, sir Elt abbia osteggiato il download illegale della propria musica dalla rete. Forse è più rilevante il problema dei numeri che l’ultimo album non è riuscito a muovere. E forse questa boutade, che in realtà non ha nulla di sociologico, è solamente un modo come un altro per creare una cassa di risonanza. In parte è servita: io ad esempio non sapevo nemmeno dell’esistenza dell’ultimo album di Elton John. Ma non sarò il prossimo ad acquistarlo. E nemmeno lo scaricherò da Internet.

Detto questo, a mio avviso non c’è nulla di negativo in una Rete che permette a chiunque di esprimere la propria creatività e raggiungere un pubblico potenzialmente mondiale. Sulla scena di Internet c’è posto per tutti. Ma qualcuno ancora non se n’è reso conto.

 
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Pubblicato da su 2 agosto 2007 in Mondo, news

 

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Italia.it? Un’eredità

Quella di Italia.it è una vicenda nella quale il nuovo Governo ha una competenza ereditaria…

Così parlò Lelio Alfonso, responsabile della comunicazione istituzionale e del Governo, in un’intervista rilasciata a Punto Informatico. In cui si legge inoltre che il portalone della discordia Italia.it deve essere giudicato nel tempo e considerando tutte le scelte precedenti. Il Governo, come dimostra anche la gestione del portale principale, ha scelto la strada dell’economia e si prepara ad abbracciare, è una notizia che mi fa piacere dare, l’open source.

 
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Pubblicato da su 23 luglio 2007 in news

 

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WiMax, il ministro è fiducioso. Io sarei ansioso.

Dichiarazioni di alcuni giorni fa:

(ANSA) – RAVELLO (SALERNO), 16 GIU – Le gare per il WiMax partiranno entro l’estate. Lo ha assicurato il ministro per le Comunicazioni Paolo Gentiloni. “Bisogna garantire la banda larga su tutto il territorio nazionale, e noi lo faremo attraverso il WiMax”, spiega Gentiloni ribadendo la fiducia nella rete che portera’ il web ad alta velocita’ nelle aree del Paese ancora non cablate: “La banda larga e’ la sfida del futuro ed il sistema nervoso dell’economia”.

Tra parentesi, l’inizio dell’estate è questione di ore. Dire “entro l’estate” potrebbe significare, verosimilmente, entro la fine dell’estate, giusto? Ok. Leggiamo una dichiarazione di un mesetto fa:

Il Ministro Gentiloni ha confermato che sono in preparazione i bandi delle gare che dovrebbero partire a giugno, dichiarando che «al ministero si lavora intensamente per preparare i bandi di gara che faremo la prossima estate»

Sembra in sintonia con quanto dichiarato in febbraio (estraggo da un articolo di PI Telefonia del 16 febbraio):

Entro questa estate, entro giugno, partiranno i bandi di gara per l’assegnazione delle licenze WiMax, quelle che consentiranno agli operatori di offrire finalmente gli attesi servizi wireless broad band. lo ha affermato ieri il ministro delle Comunicazioni Paolo Gentiloni, spiegando che il WiMax può rivelarsi una risorsa indispensabile per abbattere il digital divide che affligge tuttora moltissimi italiani, in particolare nei comuni più piccoli. Una tesi condivisa anche dai molti che però sostengono la campagna contro le licenze WiMax italiane, secondo cui è necessario puntare anche su uno WiMax “libero”.

D’accordo, alla fine di giugno mancano ancora 10 giorni e tutto può succedere. Alla fine dell’estate mancano tre mesi e ancora tutto può succedere.

E’ il caso di fare un Toto-WiMax? Qualcuno si vuole sbilanciare e pronosticare qualche data in merito (aste, offerte commerciali, ecc)?

 
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Pubblicato da su 19 giugno 2007 in Mondo, news

 

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Insomma, un Gian Burrasca

Paolo riporta le dichiarazioni di un ex senatore che, qualche giorno fa, ha accusato un malore ed è stato soccorso da un’ambulanza. Durante il viaggio, grazie alle prodigiose cure dei paramedici si è prontamente ristabilito e, invece di andare al Pronto Soccorso per i doverosi accertamenti imposti dal caso, ha preferito non mancare un appuntamento televisivo e si è fatto accompagnare davanti agli studi de La7 per non dover chiamare un’auto blu.

Questa almeno è la versione ufficiale dell’abuso addebitato a Gustavo Selva (ovviamente già disponibile anche in versione wikipedica) che in merito ha dichiarato:

Ho spiegato mille volte che era un’auto ambulanza riservata esclusivamente a coloro che erano a Palazzo Chigi per la conferenza stampa di Bush e il presidente Prodi, quindi non ho sottratto assolutamente nessun mezzo pubblico a cittadini che ne avevano bisogno.

Non e’ stato un reato, quindi non so perche’ mi debba pentire di qualcosa che puo’ essere stata un gogliardata, una necessita’ che ho sentito, di poter arrivare all’impegno dato che non avevo trovato un taxi.

A parte il fatto che poi si è dimesso (evidentemente ne sentiva la necessità), effettivamente sarebbe bastato prendere possesso di una qualunque auto parcheggiata. Ad esempio quella di un commesso che finiva il turno alle 22… e quindi l’auto era disponibile fino a quell’ora: non avrebbe privato l’auto di nessuno, e avrebbe comunque soddisfatto una necessità che sentiva, cioè quella di fare una goliardata.

Ma si chiama Gustavo Selva o Giannino Stoppani?

P.S.: ehi, comunque tutto ciò che diciamo rimane a livello goliardico, s’intende.

 
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Pubblicato da su 13 giugno 2007 in Mondo

 

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Vodafone, moti di svalutazione

Tra i risultati finanziari resi pubblici da Vodafone per l’esercizio 2006-2007, emergono dati significativi: Clienti a 27,4 milioni (+ 13,8%), bene dati e multimedia (+8,4%), terminali UMTS 4,9 mln (+67%). Di seguito si legge anche:  Decreto Bersani pesa sul valore dell’azienda per 5,1 mld di euro.

Cifra considerevole. Anche per il fatto che il decreto Bersani (entrato in vigore a inizio marzo), sul bilancio di cui si sta parlando (chiuso a fine marzo), ha inciso per meno di un mese. A un profano o a un lettore poco attento, la frase “Decreto Bersani pesa sul valore dell’azienda per 5,1 mld di euro” può indurre a credere che quella cifra sia il mancato introito derivante dall’abolizione dei costi di ricarica. Nel comunicato, comunque, Vodafone si spiega meglio:

Il Decreto Bersani ha inciso solo sull’ultimo mese dell’anno fiscale. La misura ha invece significativamente ridotto il valore dell’azienda. A seguito della revisione del piano economico-finanziario di lungo periodo di Vodafone Italia, secondo i principi contabili internazionali (IFRS), il Gruppo Vodafone ha dovuto svalutare la sua partecipazione nell’azienda italiana per un importo di circa 5,1 mld di euro. (La revisione di valore segue quella già resa nota a novembre 2006 di 2,08 miliardi di euro dovuta al rialzo dei tassi di interesse).

La spiegazione sembra assumere qui un significato più comprensibile: per via delle ripercussioni future derivanti dal pacchetto sulle liberalizzazioni, il gruppo dichiara di vedersi costretto a svalutare Vodafone Italia. Ma è solo una questione di costi di ricarica? L’amministratore delegato Pietro Guindani lo conferma nelle dichiarazioni rilasciate in un’intervista pubblicata oggi su il Sole 24 Ore:

“La svalutazione è l’effetto del decreto Bersani per l’abolizione dei costi di ricarica. Una riduzione sul bilancio di 700 milioni di euro che pesa a livello sia economico che patrimoniale. Noi stiamo reagendo con una revisione della gestione dei costi, una razionalizzazione degli investimenti e un lavoro sulla crescita, come dimostra la performance dei ricavi da servizi. Il calo dell’ebidta è invece l’effetto della dicotomia tra l’incremento del traffico e la riduzione dei ricavi. Il business è sano e l’azienda è in crescita, ma gli effetti della regolazione e non solo della concorrenza riducono ricavi e margini. Il nostro è un business a due facce: salgono volumi e scendono i prezzi. L’abolizione del costo delle ricariche ha inciso proporzionalmente su tutti togliendo circa il 10 per cento dei ricavi e il 20 per cento dei margini a ogni operatore. Non ha senso dire che abbia penalizzato più gli uni degli altri perché sarebbe come sostenere che i costi per l’asta dell’Umts hanno colpito più un operatore piccolo come era allora Omnitel piuttosto che Tim. Noi non abbiamo mai ragionato così”.

Svalutare la partecipazione in un’azienda sana e in crescita (e il cui margine operativo lordo – come si vede dalla tabella sopra riportata – è il più alto tra quelli delle consociate europee) è una cosa seria. Persino il Ministero dello Sviluppo Economico ha voluto esprimersi in merito, con un comunicato in cui dice – in sostanza – che Vodafone offre spiegazioni inverosimili:

“E’ assolutamente stupefacente e incredibile attribuire al decreto Bersani, come nvece fa l’amministratore delegato di Vodafone Italia, Pietro Guindani, la riduzione del valore dell’azienda di telefonia di 5,1 mld. Il decreto Bersani, infatti, si è solo occupato di ricariche telefoniche”.

A me, peraltro, risultava che Vodafone avesse svalutato la propria partecipazione anche in altre filiali e Stefano Quintarelli lo conferma, citando notizie ufficiali che motivano la svalutazione considerando l’abolizione dei costi di ricarica, ma richiamando in primis l’aumento dei tassi di interesse a lungo termine (fattore che Vodafone Italia non evidenzia):

the Group recorded an impairment charge of £11,600 million (2006: £23,515 million) in relation to the carrying value of goodwill in the Group’s operations in Germany (£6,700 million) and Italy (£4,900 million). The impairment in Germany resulted from an increase in long term interest rates, which led to higher discount rates along with increased price competition and continued regulatory pressures in the German market.
The impairment in Italy resulted from an increase in long term interest rates and the estimated impact of legislation cancelling the fixed fees for the top up of prepaid cards and the related competitive response in the Italian market.

 
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Pubblicato da su 30 maggio 2007 in media, news

 

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Consultazione Agcom sulla separazione della rete

l’Italia si conferma uno dei paesi più avanzati in Europa nella definizione di regole che favoriscano al tempo stesso la concorrenza e gli investimenti.

E’ parola di Corrado Calabrò, presidente dell’Authority per le Garanzia nelle Comunicazioni (l’Agcom). La frase, che alle mie orecchie suona un tantino roboante e sproporzionata , è stata pronunciata oggi al termine del Consiglio, alla presentazione del documento di consultazione pubblica sulla separazione funzionale della rete Telecom. Sorprendentemente, il documento non trascura di descrivere – seppur brevemente – i vantaggi comportati da un’eventuale separazione societaria.

Che l’Agcom stia pensando davvero a dare il proprio contributo per gettare le basi di One Network? Al momento sono solo parole, ma l’importante è che:

  1. tutti i soggetti potenzialmente interessati partecipino attivamente e fattivamente alla consultazione pubblica;
  2. l’Agcom dia loro ascolto.
 
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Pubblicato da su 2 maggio 2007 in media, Mondo, news

 

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Italia.it, il Governo si spiega

Mentre ScandaloItaliano è in ibernazione, giunge la posizione ufficiale del Governo in merito alla bufera che si è scatenata su Italia.it, sotto forma di comunicato del Ministero della Funzione Pubblica, intitolato Chiarimenti sull’iniziativa del portale turistico Italia.it. Leggiamolo:

L’iniziativa del portale turistico Italia.it è stata accompagnata nelle ultime settimane da prese di posizione e polemiche che meritano alcuni doverosi chiarimenti.

Se appare scontato che il Governo si dovesse accorgere del malcontento generato dall’iniziativa (già il fatto che le sia stato dedicato un blog dal nome “Scandalo Italiano” non è che lasci molti dubbi sulla contrarietà dei pareri generati), a mio avviso è comunque un segnale positivo il fatto che la presa d’atto sia stata resa pubblica.

Il progetto originale di Italia.it risale, come noto, al precedente Governo che aveva impegnato risorse e preparato progetti mai realizzati.

Qui mi sembra si ricada nella nota abitudine di addebitare una colpa a chi ha occupato la poltrona in precedenza (non è una questione di colori politici, è un uso comune), che cozza con i toni di entusiasmo e soddisfazione con cui Romano Prodi e Francesco Rutelli avevano presentato al pubblico il portale.

Per non disperdere il lavoro comunque portato avanti e dare una corretta finalizzazione ai fondi  già stanziati e considerata anche l’importanza che il Governo Prodi ha ritenuto di attribuire al  Turismo, il Ministro Nicolais e il Vice Presidente Rutelli hanno deciso di procedere nel progetto, incentrato su una reale collaborazione con le Regioni e su un’ attività di promozione del sistema turistico italiano, che vedrà successivamente ampliate le aree dell’incoming e dell’informazione diretta.

Intenzione più che legittima quella di procedere con il progetto, appunto perché c’era già stato un cospicuo stanziamento di fondi. Quanti?

Per quanto riguarda l’impegno finanziario per il progetto, bisogna sottolineare che per la realizzazione del portale sono stati stanziati 9,5 milioni euro, così come previsto dalla gara europea aggiudicata nel luglio 2005, ridotti a 7,8 milioni di euro a seguito dei ribassi praticati in fase di gara. Tali fondi verranno erogati, dedotte le penali nel frattempo applicate, a stati di avanzamento.
Le cifre di cui si è parlato in questi giorni (45 milioni di euro) non sono, dunque, destinate esclusivamente alla realizzazione della piattaforma di Italia.it, ma saranno utilizzate per l’attuazione di un più ampio e strutturato programma di rilancio del settore turistico italiano attraverso l’uso delle nuove tecnologie e vanno, quindi, inquadrate nell’ottica di un impegno pluriennale, in buona parte ereditato, che esplicherà i suoi vantaggi nei prossimi anni.

Tutto bene, ma anche al netto degli sconti le cifre sono decisamente elevate. E la frase “in buona parte ereditato” fa pensare, più che a un progetto che va doverosamente portato avanti, ad un fardello che potrebbe comportare difficoltà, e per cui già si mettono le mani avanti.

In particolare, 21 milioni di euro saranno destinati alle Regioni per la  produzione e l’aggiornamento dei contenuti e per l’attivazione dei collegamenti con i portali regionali, mentre la parte rimanente sarà destinata al miglioramento continuo della piattaforma tecnologica e delle relative funzionalità, nonché alla sua promozione in Italia e all’estero.
Il Ministro Nicolais, in quanto titolare delle relative competenze, ha comunque istituito una commissione di indagine che dovrà, in tempi brevi, fare luce sulle criticità e sulle possibili omissioni che hanno accompagnato sinora lo sviluppo del programma.

In definitiva, mi sembra che questo comunicato non possa riscuotere neppure un cenno di assenso da parte di chi, finora, ha espresso posizioni critiche nei confronti dell’iniziativa: di fatto ha confermato le cifre relative agli stanziamenti (cifre che sono già emerse in precedenza, ma solo dopo le lagnanze di chi aveva evidenziato che per il progetto erano stati stimati costi realmente esorbitanti). E’ positiva l’istituzione di una commissione di indagine (anche se significa l’aggiunta di altro tempo perso investito attorno ad un progetto claudicante), e lo sarà davvero di più se in tempi brevi (ipse dixit) farà luce “sulle criticità e sulle possibili omissioni” finora rilevate nella realizzazione del progetto.

Occhi e orecchie vigili non mancheranno di rilevare le evoluzioni.

 
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Pubblicato da su 6 aprile 2007 in media, news

 

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COOPVoce, i dati

Come promesso ieri, dalla conferenza stampa di presentazione di COOPVoce sono emersi i dettagli ufficiali del servizio.

Già da aprile, ad un “campione rappresentativo di soci COOP” sarà offerta la possibilità di testarlo operativamente. Dopo la fase sperimentale, che durerà qualche settimana, i soci avranno la possibilità di acquistare SIM e ricariche nei punti vendita COOP e sul sito www.e-coop.it. I servizi offerti consistono in telefonate nazionali ed internazionali, SMS/MMS, traffico Internet e tutto ciò che può offrire un operatore mobile. Il servizio sarà fruibile dal territorio italiano e anche dall’estero.

Coop gestirà in autonomia i rapporti con la clientela, a cui saranno assegnati numeri telefonici specifici (3311 saranno le prime quattro cifre che contraddistingueranno gli utenti). Il call center di Coop risponderà al numero 188 (numerazione assegnata dal Ministero delle Comunicazioni).

Infine, un ipse dixit:

L’accordo concluso con COOP, oltre ad accrescere il valore degli asset infrastrutturali di Telecom Italia, rappresenta una risposta concreta alle aspettative delle istituzioni e dei consumatori. Questa intesa è infatti una ulteriore dimostrazione della competitività del mercato dell’accesso alle reti mobili ed è coerente con le esperienze di successo nei mercati europei” (Riccardo Ruggiero – Amministratore Delegato di Telecom Italia)

Detto questo, alzo la mano perché non ho capito una cosa letta su Tgfin (la metto in grassetto):

Quel che si sa, al momento, è che Coop non diventerà un gestore di rete, ma acquisterà traffico telefonico da Telecom e lo rivenderà ai propri soci e probabilmente anche ai loro clienti.

 
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Pubblicato da su 30 marzo 2007 in news

 

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Abbasso il DRM?

Dall’Ansa di stasera:

Musica: Jobs, vendite libere online
Proposto stop a limiti di riproduzione
(ANSA) – NEW YORK, 7 FEB – Il numero uno della Apple, Steve Jobs, auspica una liberalizzazione totale nelle vendite della musica online. Tutti i brani acquistati sul web, ha scritto in un articolo sul sito della Casa, dovrebbero poter essere riprodotti su qualsiasi lettore digitale. Jobs ha percio’ auspicato che si metta un termine ai sistemi di protezione, i cosidetti Drm, che limitano ad un solo tipo di lettore la riproduzione delle canzoni acquistate su siti web.

E’ vero: l’AppleMan-pensiero sta tutto in questo abstract, intitolato Thoughts on Music. Riassunto: sul bestseller iPod si può riprodurre musica sia DRM-protected che DRM-free. In media in un iPod, su mille canzoni, solo 22 sarebbero acquistate da iTunes e DRM-protected. Per cui gli utenti di iPod non hanno vincoli che li legano ad acquistare su iTunes. Chi ha voluto i DRM? Le major, per contrastare il fenomeno della pirateria. Ci sono riuscite? No. Quindi il DRM è inutile.

“Da qui – osserva oggi Punto Informatico, che continuo a citare nel seguito – Jobs esplora tre scenari possibili.

Il primo è quello del “rimane tutto com’è”, in cui ciascun produttore segue la propria strada, blindatissima, e al consumatore è lasciata solo la scelta del fornitore al quale rivolgersi, una scelta che oggi a dir la verità premia Apple su qualsiasi altro soggetto di questo mercato.

Il secondo è l’opzione per Apple di dare in licenza il sistema FairPlay. Ma questo, sottolinea Jobs, significherebbe dover trasmettere ad un nugolo di soggetti tutti i segreti del DRM Apple il che, “come insegna l’esperienza”, significherebbe che ben presto quei segreti diverrebbero pubblici, riducendo o azzerando le possibilità per la Mela di mantenere i propri accordi con le major, ovvero di trovare soluzioni ad eventuali exploit del sistema di protezione. Il che sarebbe tanto più difficile, dovendo passare ogni eventuale soluzione ad un numero così alto di soggetti, che finirebbe per comprendere anche tutti i consumatori e non solo i partner che utilizzano FairPlay. Impraticabile, dunque.

Il terzo scenario è abolire integralmente il DRM. “Immaginate un mondo – scrive – nel quale ogni negozio online venda musica senza DRM in formati aperti. In un mondo di questo tipo, qualsiasi player potrebbe riprodurre musica acquistata da qualsiasi negozio, e tutti i negozi venderebbero musica riproducibile su qualsiasi player. Questa è chiaramente la migliore alternativa per i consumatori, e Apple la abbraccerebbe subito“. Il problema? Sempre quello: “Se le quattro grandi società della musica (Sony BMG, Warner, Universal ed EMI, ndr.) fornissero a queste condizioni la loro musica ad Apple, noi trasformeremmo iTunes in un negozio privo di DRM”.

Jobs si rivolge alle major discografiche, alcune delle quali sono europee, e dice: “Convincere loro a dare in licenza la propria musica ad Apple e ad altri senza DRM darà vita ad un mercato musicale veramente interoperabile”.

“Apple – conclude Jobs – lo abbraccerebbe senza remore”. Forse c’è da credergli, ma non si è lontani dal vero nel ritenere che la rigidità e la chiusura del DRM sono stati, di fatto, i presupposti del successo della soluzione iPod (+iTunes).

Qual è, dunque, il motivo di questo dietro-front filosofico? E’ verosimile che Jobs abbia percepito un cambiamento di vento nel mercato, a partire dall’opinione pubblica per arrivare fino alle istituzioni, che non hanno mai digerito DRM e rootkit.

L’Europa ne sa qualcosa, ma non solo perché vi risiedono alcune major. Ripropongo un passaggio di quanto scritto dal patron di Apple:

“Molte delle preoccupazioni sui sistemi DRM sono emerse nei paesi europei. Forse, chi si duole per la situazione attuale dovrebbe redirigere le proprie energie nel persuadere le società discografiche a vendere la propria musica senza DRM”

Le preoccupazioni in Europa ci sono da qualche tempo. Due eclatanti esempi europei – non isolati – di Paesi allergici (o quantomeno poco inclini) alle rigidità dei DRM – soprattutto quelli non interoperabili – si chiamano Norvegia e Francia, che si sono mossi anche a livello istituzionale.

Concludo citando Leander Kahney di Wired, che con moderato azzardo (o estrema perspicacia?) vede un legame tra tutto questo e l’accordo siglato tra la Apple Inc. di Jobs e la Apple Corps, ossia la casa discografica dei Beatles. Interessante.

 
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Pubblicato da su 7 febbraio 2007 in media

 

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Il ministro Gentiloni sulle pagine di PI

La copertina di PI del 2 febbraio 2007

Domani su PI c’è un’intervista rilasciata dal Ministro delle Comunicazioni Gentiloni. Focus sul nuovo contratto di servizio RAI e tutto ciò che vi orbita attorno (diritti, accessbilità, net neutrality…). Questo dovrebbe essere il primo passo verso un servizio pubblico davvero aperto. La strada da fare, però, è ancora tanta.

Speriamo che si prosegua nella direzione giusta.

 
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Pubblicato da su 1 febbraio 2007 in media

 

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Aggeggi per l’intrattenimento

C’è un articolo che l’edizione italiana di The Inquirer ha pubblicato stasera, che mi lascia un po’ perplesso su una definizione:

Microsoft mette in guardia Apple sull’iPhone

MICROSOFT, il produttore di software, ha messo in guardia Apple, il costruttore di aggeggi per l’intrattenimento, del fatto che inondare il mercato con il suo iPhone potrebbe rivelarsi una trovata commerciale rischiosa.
(segue)

Ma allora il Mac cos’è, un trastullo per geek?

 
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Pubblicato da su 9 gennaio 2007 in media

 

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WiMax, prime licenze a giugno 2007

Il WiMax italiano, dal Natale 2006, sembra farsi ancora più vicino: i ministeri della Difesa e delle Comunicazioni hanno comunicato di aver approvato il percorso per l’introduzione del WiMax in Italia. “Con questa intesa, precisa una nota, a partire da giugno 2007, verranno resi disponibili più lotti di frequenze (nella banda Wi-Max 3.4÷3.6 GHz) per iniziali complessivi 35+35 MHz, ripartibili anche su più macroaree nazionali. L’intesa costituisce la prima fase di un progetto complessivo concordato tra le due Amministrazioni, che condurrà in un quinquennio a triplicare la suddetta prima assegnazione di frequenze per il WiMax”.

Entro il mese di febbraio verrà stilato un calendario operativo dal tavolo tecnico tra i Ministeri della Difesa e delle Comunicazioni, allo scopo dichiarato di avviare il servizio WiMax “per un più rapido sviluppo della diffusione della banda larga sul territorio, soprattutto nelle aree ove è più complessa la realizzazione di nuove infrastrutture”. Il richiamo è all’attuale condizione di digital divide, ossia di divario digitale, in cui versano molte zone che si trovano attualmente prive di connettività a banda larga.

La notizia fa seguito alla recente istituzione dell’attesa cabina di regia, ossia del Comitato per la diffusione della banda larga che, a sua volta, ha l’obiettivo dichiarato di garantire – entro la legislatura e quindi entro il 2011, l’accesso a tutti e ovunque della banda larga.

 
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Pubblicato da su 27 dicembre 2006 in Senza categoria

 

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La TV di domani

La tv di domani?

E’ già nata. E avrà poco a che vedere con quella di oggi. Si chiama IPTV e molti operatori puntano su di lei.

“La convergenza tra le tecnologie è una prospettiva ormai concreta, come per esempio tra telefoni, computer, televisioni e infrastrutture di rete. Su queste infrastrutture, oltre al traffico vocale ed a quello dati, transiteranno sempre più anche servizi televisivi. Noi abbiamo avuto già un aumento dei contenuti televisivi attraverso il digitale satellitare: prossimamente ne avremo uno ulteriore attraverso il digitale terrestre, che ha oltretutto il vantaggio di presentarsi con una formula gratuita e quindi socialmente importante, e avremo ancora un incremento di contenuti grazie alla televisione su protocollo internet che si diffondera’ nei prossimi anni”


Sono le parole del ministro delle comunicazioni Paolo Gentiloni, intervenuto in videoconferenza ad una tavola rotonda del Nokia Univerity Program.

Su un punto non mi sento molto d’accordo: sul continuare a credere nel digitale terrestre. L’intrattenimento televisivo sembra ormai intenzionato a migrare su Internet e sulla banda larga. Lo dimostra l’interesse degli operatori come Fastweb o Telecom Italia, lo dimostra l’orientamento della gente e il successo di YouTube e di MySpace. E ora sembra che anche Yahoo abbia messo gli occhi (e voglia metterci anche il portafogli) su un altro portale di social broadcasting, Facebook.

Ma in Italia non sembra esserci sufficiente maturità per pensare a questo. Il governo dichiara di pensarci, ma al momento non vediamo ancora nulla di concreto: la Rete è sfruttata da circa il 40% della popolazione. La banda larga conta 7,5 milioni di utenti, ma la rete attuale non è sufficiente all’allargamento del bacino di utenza. Ma finche’ il governo investe sul digitale terrestre, il processo di evoluzione rischia di essere piuttosto lento.
La chiave di volta che potrebbe fornire lo stimolo all’investimento potrebbe essere la pubblicità: l’advertising va dove lo porta il business e anche la TV, c’è da scommetterci, seguirà la stessa strada.

 
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Pubblicato da su 22 ottobre 2006 in media

 

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Comunicare ciò che interessa ai contribuenti

Chissà perché, fra i tanti provvedimenti interessati dalla nuova Finanziaria, la stampa non lesina spazio alla tanto discussa imposta (tassa, bollo, balzello insomma) sui SUV (Sport Utility Vehicle). C’è una lacuna nella comunicazione intorno a questi provvedimenti e, come sempre, la mancanza di precisione fa avventurare la mente delle persone là dove non dovrebbe o non sarebbe necessario andare.

Così si scopre che non esiste nemmeno una definizione formale di SUV. Ovvero, come si identificano questi veicoli?

Tutti i fuoristrada? Ok, ma allora anche una Fiat Panda 4×4 è un SUV.

Solo quelli che hanno una determinata cilindrata, potenza o massa a vuoto? Va bene, ma quali sono i paletti?
Secondo alcune indiscrezioni, il disegno di legge di Bilancio e il decreto legge parlano di “autovetture e autoveicoli per trasporto promiscuo di peso complessivo superiore a 2600 kg con esclusione di quelli aventi un numero di posti uguale o maggiore a 8 oppure una portata uguale o maggiore a 400 kg”. Vale a dire? Che auto rientrano in questa categoria?

Forse una Hummer sì. Ma una Porsche Cayenne, che è forse il SUV per antonomasia, no (la versione Turbo pesa circa 2.430 kg).

In ogni caso, secondo me vale la pena soffermarsi su altri argomenti, se si vuole discutere della Finanziaria. Infrastrutture, Ambiente, Sanità, Welfare.

Io intanto annoto questa tra i miei ipse dixit:

Dopo anni di difficoltà sarà il ceto medio a guadagnare con questa finanziaria (…) ci saranno meno imposte per chi guadagna fino a 40 mila euro l’anno. Il 90% dei contribuenti, quindi, avrà un calo delle imposte (Romano Prodi).

 
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Pubblicato da su 2 ottobre 2006 in Mondo

 

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