RSS

Archivi tag: consapevolezza

La tossicità dei social, spiegata (da Facebook)

Qualche settimana fa il Wall Street Journal ha pubblicato un’inchiesta per illustrare lo studio che Facebook ha commissionato ad un gruppo di propri ricercatori riguardo all’impatto di Instagram sui giovani utenti, che ha portato alla luce effetti particolarmente dannosi soprattutto per le ragazze nell’età dell’adolescenza. L’inchiesta, però, fa parte di un corposo dossier chiamato Facebook Files, focalizzato su documenti aziendali riservati che si concentrano su varie tematiche, che riguardano – oltre l’effetto di Instagram sull’utenza più giovane – le modalità di trattamento di opinioni controverse, gli utilizzi fraudolenti e l’approccio al tema “Covid 19 + Vaccini”.

Facebook Inc. è pienamente consapevole che le sue piattaforme sono piene di difetti che possono causano danni, spesso in modi che solo l’azienda comprende pienamente. Questa è la conclusione centrale di una serie del Wall Street Journal, basata sull’analisi di documenti interni di Facebook, inclusi rapporti di ricerca, discussioni online dei dipendenti e bozze delle presentazioni al senior management.

In più occasioni, i documenti mostrano che i ricercatori di Facebook hanno identificato gli effetti negativi della piattaforma. Nonostante le udienze del Congresso, le sue stesse promesse e numerose dichiarazioni attraverso i media, l’azienda non ha risolto nulla. I documenti offrono forse il quadro più chiaro finora di quanto i problemi di Facebook siano ampiamente noti all’interno della società, persino allo stesso amministratore delegato.

(dall’introduzione dell’inchiesta “The Facebook Files”)

Fra le fonti del Journal – lo si è scoperto in questi giorni – c’è Frances Haugen, ingegnere informatico che ha lavorato per l’azienda di Mark Zuckerberg per un paio d’anni, per poi uscirne dopo aver constatato che la sicurezza e la serenità degli utenti sono sempre state messe in secondo piano, per favorire il profitto:

Sono entrata in Facebook nel 2019 perché qualcuno a me vicino è stato radicalizzato online. Mi sono sentita in dovere di assumere un ruolo attivo nella creazione di un Facebook migliore e meno tossico. Durante il mio periodo in Facebook, prima lavorando come lead product manager per la Civic Misinformation e poi per il Counter-Espionage, ho avuto la possibilità di osservare come Facebook abbia ripetutamente affrontato conflitti tra i propri profitti e la nostra sicurezza. Facebook ha sempre risolto questi conflitti in favore dei propri profitti. Il risultato è stato un sistema che amplifica la divisione, l’estremismo e la polarizzazione e mina le società di tutto il mondo. In alcuni casi, questo pericoloso discorso online ha portato alla violenza reale che danneggia e addirittura uccide le persone. In altri casi, la loro macchina di ottimizzazione del profitto sta generando autolesionismo e odio verso se stessi – specialmente per gruppi vulnerabili, come le ragazze adolescenti. Questi problemi sono stati confermati ripetutamente dalla ricerca interna di Facebook.

Lo studio condotto su Instagram negli ultimi tre anni ha effettivamente evidenziato aspetti di rilevanza socio-psicologica come l’ansia e la depressione di cui soffrono molte ragazze, a causa del confronto con l’aspetto fisico ostentato da altre utenti. Per avere un’idea di quanto è emerso dalla ricerca si può partire da un dato alquanto emblematico, riportato da una slide pubblicata nel marzo 2020 nella bacheca interna di Facebook: “Il trentadue per cento delle ragazze adolescenti hanno detto che, quando si sentivano male per il loro corpo, Instagram le faceva sentire peggio”. I risultati della ricerca sarebbero ben noti internamente a Facebook (che ha acquisito Instagram nel 2012 per rimettere le mani sul bacino d’utenza che stava perdendo), per la quale i giovani utenti rappresentano una base fondamentale per il suo fatturato, che ammonta in un anno a oltre 100 miliardi di dollari e proviene dal business delle inserzioni pubblicitarie. Gli utenti fino ai 22 anni di età rappresentano oltre il 40% del totale degli iscritti. Le problematiche più serie rilevate nella ricerca – osservano gli autori nelle proprie conclusioni – riguardano soprattutto Instagram, e non altri social media come TikTok o Snapchat ad esempio, perché si focalizza sullo stile di vita e sul corpo degli utenti, per cui spinge al confronto sociale, cioè a quanto una persona valuta il proprio “valore” e lo rapporta agli altri sul piano del successo, della ricchezza economica e dell’attrattiva.

E’ necessario riportare che, sempre secondo lo stesso studio, la maggior parte degli utenti in età adolescenziale utilizza Instagram come strumento di comunicazione tra amici o per l’intrattenimento personale e, in tal modo, gli effetti dannosi non vengono percepiti, o comunque vengono gestiti ed evitati. Tuttavia i numeri delle “vittime” di questo fenomeno del confronto sociale, da una ricerca condotta tra gli utenti di Stati Uniti e Gran Bretagna, emerge che oltre su Instagram oltre il 40% degli utenti che hanno dichiarato di sentirsi “poco attraenti” ha confidato che tale sensazione è scaturita dall’utilizzo dell’app, da cui però non si staccano per un senso di dipendenza, che si è accentuato durante i periodi di isolamento nell’emergenza sanitaria.

L’obiettivo aziendale è favorire la proliferazione di post, commenti e reazioni, indipendentemente dall’argomento. E con questo presupposto il sistema è stato messo in grado di apprendere quali temi suscitano reazioni contrariate da parte di un utente (sulle quali è più propenso ad esprimersi, scatenando ulteriori reazioni), rendendo ancor più facile il gioco a vari influencer. La dirigenza di Facebook, dovendo scegliere, anziché agire e trovare una soluzione in grado di smorzare i toni per placare gli animi ha preferito lasciare che gli utenti potessero (virtualmente) azzuffarsi tra loro a favore della “crescita delle conversazioni”.

Sul fronte legato a Covid 19 e relativi vaccini, invece, Facebook si è proposta quale strumento di supporto per aiutare gli utenti a trovare il più vicino centro vaccinale e fornire ulteriori informazioni con il Covid Information Center per Instagram e una serie di chatbot attivati su WhatsApp, come dichiarato nel comunicato pubblicato lo scorso marzo. Nell’algoritmo di presentazione di contenuti agli utenti sono state inserite istruzioni per limitare al massimo i post con invito a non sottoporsi a vaccinazione, regola che però è andata a scontrarsi con tute le indicazioni che nell’algoritmo devono favorire la diffusione e la proliferazione di commenti da parte degli utenti. Risultato: ogni post “pro-vax” otteneva (e ottiene) per reazione una valanga di commenti e post contrari alla vaccinazione, reazione che in realtà è stata prevista e ben nota ai vertici dell’azienda. Non solo: tutto questo ha vanificato l’efficacia dei filtri posti a contrasto della diffusione di bufale e fake news. Contromisure? Nessuna.

Ora, un po’ di buon senso: come ho osservato tempo fa, nell’utilizzo dei social network da parte degli utenti più giovani è assolutamente necessario non essere abbandonati dagli adulti, che anzi devono mantenere quella vicinanza e quel supporto che, con il tempo, permettono di cogliere le opportunità creative e di intrattenimento, ma soprattutto contribuiscono alla crescita e la maturazione della consapevolezza delle proprie azioni, così come dei rischi a cui i ragazzi vanno incontro isolandosi in quella sfera virtuale in cui sono inevitabilmente soli, anche quando si illudono di mantenersi in contatto (superficiale) con tantissime persone. Affidare uno smartphone o un tablet a un figlio deve essere una scelta consapevole di tutto ciò che questa responsabilità comporta e non può essere limitata alla spinta del confronto sociale (concetto che ritorna, qui in altro aspetto), quel confronto trasmesso dal “ce l’hanno anche gli altri”, men che meno dalla presunta necessità di dargli uno strumento di intrattenimento per “tenerlo tranquillo”. Sicuramente è più semplice dirlo che concretizzarlo, ma non bisogna mai demordere.

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 7 ottobre 2021 in news

 

Tag: , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Phishing via SMS delle false Poste Italiane

Se ricevete un SMS con le caratteristiche indicate, cestinatelo. Io l’ho segnalato alla Polizia Postale e delle Comunicazioni: non è credibile che Poste Italiane mandi ai propri clienti un SMS simile, con un testo approssimativo e con un link palesemente inattendibile:

Gentile Cliente,Poste Italiane la informa che a causa anomalie la invitiamo a compilare il modulo per evitare il blocco al seguente link:https:/bit.ly/3lrHvUu

Come si vede dall’immagine, nel link effettivo il nome “Poste Italiane” è annegato in un indirizzo che nulla a che vedere con le Poste. Per dovere di cronaca, selezionando quell’indirizzo si approda ad una pagina web assolutamente fasulla, che invita ad inserire le credenziali dell’account Poste.it e, successivamente, i dati della carta di credito. Per poi utilizzarli alle spalle di chi li ha incautamente forniti, ovviamente.

Comunque si sono evoluti: una volta si presentavano come Poste Italiene: non ho mai capito se venissero da un altro mondo (it-aliene), o se fosse un fake dichiarato, da pronunciare con l’accento di Lino Banfi (italiène!)

P.S.: il numero telefonico che ha ricevuto quel messaggio non è legato ad alcun account di Poste.itAlmeno prendessero la mira, prima di sparare

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 18 marzo 2021 in truffe&bufale

 

Tag: , , , , , , , , ,

Informiamoci per disintossicarci dai pregiudizi

Ma quando un paziente moriva dopo essersi sottoposto alla vaccinazione antinfluenzale, o successivamente ad un altro trattamento, dov’erano tutti coloro che oggi puntano il dito accusatorio contro AstraZeneca (ma tranquilli, già spuntano anche quelli contro Pfizer)?

Beninteso: è sempre necessario fare luce sulle cause di morte di un paziente, sia che si presumesse fosse sano, sia che avesse problemi di salute conosciuti. L’obiettivo è la salvaguardia della salute di tutti e solo con studio e ricerca è possibile migliorare, fatto salvo un principio granitico: la sicurezza assoluta non esiste e l’opportunità di una terapia deriva dall’analisi del rapporto tra i possibili benefici ed effetti dannosi conseguenti.

Certo – penseranno alcuni – al giorno d’oggi è possibile avere una mole di informazioni tempestive che un tempo non era così agevolmente accessibile. “Un tempo certe cose nemmeno si sapevano”, mentre oggi riceviamo frequentissime informazioni sui progressi della situazione sanitaria (tamponi, contagi, ricoveri, indici, rapporti, decessi, talvolta anche guarigioni), sulle evoluzioni dei vaccini (risultati dei ricercatori, nomi di aziende produttrici, percentuali di efficacia, numero di dosi disponibili), per non parlare delle parole di medici, esperti, addetti ai lavori e opinionisti che vengono interpellati da giornali, telegiornali, trasmissioni televisive e chiamati – anche tutti insieme – ad esprimersi su dati oggettivi e opinioni, non raramente in contrasto tra loro.

Questa è quella che io chiamo iperinformazione non gestita, ne’ da chi la genera, ne’ da chi la riceve: il risultato è un’eccessiva e scoordinata diffusione di informazioni, che genera confusione e disorientamento tra i cittadini che, di conseguenza, maturano una propria posizione sulla base di quei dati ricevuti in quantità altrettanto eccessiva e in modo altrettanto scoordinato. Colpa di Internet? Ancora una volta: no. Colpa della mancanza di obiettività e di senso critico: io sono ignorante in materia medica (posto che sia giusto esprimere così la mia mancanza di conoscenza al riguardo), ma non per questo devo maturare fiducia o diffidenza solamente sulla base di “notizie” e informazioni non argomentate che ricevo da qualunque fonte.

Se è vero che Internet agevola la diffusione di informazioni, dando voce a chiunque abbia la possibilità di esprimersi sull’argomento, è altrettanto vero che permette a chiunque verificare dati e informazioni. Ma se siamo ignoranti in materia – ossia se non abbiamo gli strumenti culturali a comprenderne tutti gli aspetti – non possiamo esprimere giudizi e spacciare certezze che non abbiamo. “Io non mi vaccino perché non so cosa c’è dentro” è una considerazione di una superficialità assurda (non volevo scrivere cazzata, ops), se espressa da una persona che non ha competenze e da chi, ad esempio, non si pone alcun problema a a cibarsi di schifezze o a fumare.

Visto che Internet offre la possibilità di informarsi, rimaniamo su una questione semplice, ampiamente argomentata e alla portata di tutti: il fumo da sigaretta (causa di 70/80mila vittime ogni anno nel nostro Paese). Con gli strumenti che ho a disposizione – gli stessi che chiunque può utilizzare per commentare sui social a ragione o a vanvera, per capirci – posso cercare informazioni e qualche dato riesco a trovarlo. E scopro che:

  • In una sigaretta ci sono tabacco, nitriti, nitrati, ammoniaca, acetaldeide
  • La combustione di una sigaretta sprigiona nicotina, monossido di carbonio, acido cianidrico, toluene, acetone, catrame, acroleina, acrilonitrile, cianuro di idrogeno, metilammina, formaldeide, benzene, cumene, arsenico, cadmio, cromo, berillio, nichel, ossido di etilene, cloruro di vinile e polonio-210.
  • Cinque sigarette inquinano quanto una locomotiva a vapore. 

Tornando alla vexata quaestio di partenza, sempre potendoci documentare grazie a Internet, scopriamo che:

  • in Gran Bretagna tra 11 milioni di persone “vaccinate Astrazeneca” sono stati riscontrati 45 casi di trombosi. Su 11 milioni di “vaccinati Pfizer” i casi rilevati sono stati 48; è un’incidenza dello 0,00045% (allineata a quella riscontrabile al di fuori della campagna vaccinale);
  • in Italia, ogni trimestre, su 100mila pazienti che assumono anticoagulanti orali muoiono 2mila persone per emorragia, spesso cerebrale; è un’incidenza del 2%, ma non per questo ne viene bloccata la prescrizione;
  • a Napoli il 13 gennaio una persona è stata colta da malore (e purtroppo è poi deceduta) pochi minuti prima di accedere alla sede vaccinale; fosse accaduto pochi minuti dopo la vaccinazione, la correlazione causa-effetto sarebbe rimasta infondata, ma l’avremmo pensata tutti;
  • ogni giorno muoiono 800 persone anziane che si sono vaccinate contro l’influenza, senza che esista alcun legame tra vaccino e decessi.

Non cerchiamo conforto nelle notizie che assecondano un pregiudizio che non ha basi oggettive. Non fermiamoci ad informazioni che non hanno fondatezza adeguatamente supportata. E’ vero, è accaduto in moltissime occasioni di leggere o sentire opinioni e informazioni contrastanti da medici e persone professionalmente competenti, e questo è dovuto a quella iperinformazione non gestita che sarebbe meglio non esistesse, non in quella forma scoordinata e raffazzonata. Ma che possiamo tentare di gestire con più senso critico, come quando vogliamo riconoscere bufale e fake news,  non diversamente da quello che dovremmo applicare di solito, non solo in questo periodo di emergenza, ma sempre.

NB: non si tratta di una difesa verso questo o quel vaccino, ma di una considerazione nei confronti delle motivazioni contrarie viste finora. E l’ultima cosa da fare è interrompere il percorso che può portare ad una soluzione favorevole.

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 17 marzo 2021 in news

 

Tag: , , , , , , , , , , , , , , ,

Google News, l’approssimazione è strategica

Sfogliare Google News, scegliere la sezione Scienza e tecnologia e imbattersi in due “articoli” dal contenuto commerciale, dimostra – a mio parere – un’applicazione fin troppo approssimativa del concetto di fornire notizie. Capisco perfettamente che le dinamiche di ranking utilizzate possano essere eccessivamente inclusive: in pratica è come gettare nel mare dell’informazione una rete a strascico e raccogliere un po’ di tutto. Ma è un’approssimazione assolutamente intenzionale.

A quasi vent’anni dall’introduzione di Google News potrei non comprendere come in Scienza e tecnologia possa finire una “notizia” che già nel titolo contiene il nome di un supermercato e termini come “volantino” e “offerta”, anche se relativa a dispositivi tecnologici. Si tratta di Google, non cerchiamo attenuanti: è un’azienda che si sostiene sulla raccolta pubblicitaria e che è proprietaria di tecnologie in grado di individuare dati con precisione chirurgica, tanto sulle informazioni presenti in Internet, quanto sugli utenti che vi navigano.

Non facciamoci ingannare dalla dichiarazione diffusa nei giorni scorsi da David Temkin, (che ha la qualifica di Director of Product Management, Ads Privacy and Trust per il gruppo), stando alla quale Google dal 2022 non utilizzerà più tecnologie di tracciamento per vendere pubblicità, ossia i cookies, con l’obiettivo di una maggiore tutela della privacy. Perché l’attività di profilazione comportamentale verrà attuata ugualmente, ma con una tecnologia differente.

Via i cookies, è tempo di sfruttare un nuovo sistema chiamato FloC (Federated Learning of Cohorts), il cui obiettivo è permettere agli inserzionisti di effettuare attività di profilazione senza utilizzare i cookie, ma sfruttando il browser, abilitato a raccogliere informazioni sulle abitudini degli utenti che potranno quindi essere categorizzati in gruppi (le coorti) in funzione delle loro caratteristiche.

EFF (Electronic Frontier Foundation), organizzazione internazionale non profit di avvocati che tutela la libertà di espressione e i diritti digitali in ambito tecnologico, spiega:

FLoC è inteso come un nuovo modo per far fare al vostro browser la profilazione che i tracker di terze parti facevano da soli: in questo caso, riducendo la vostra recente attività di navigazione ad un’etichetta comportamentale, e poi condividendola con siti web e pubblicitari. La tecnologia eviterà i rischi per la privacy dei cookie di terze parti, ma ne creerà di nuovi nel processo. Può anche esacerbare molti dei peggiori problemi di non-privacy con gli annunci comportamentali, compresa la discriminazione e il targeting predatorio.

C’è un interessante approfondimento su FloC in questo articolo su Agenda Digitale. All’utente verrà dunque sottratta anche quella lieve forma di controllo che poteva avere sui cookie, perché si sfrutterà un’altra tecnologia ben più pervasiva. Di fatto, quindi, la precisione nell’attività di profilazione non diminuirà, ma aumenterà.

Ma quindi… se Google è in grado di ottenere informazioni a questo livello, possiamo pensare che non possa essere più raffinata nella sua attività di selezione delle news? Tutto è ovviamente intenzionale e mirato a veicolare il proprio business attraverso il maggior numero di canali possibili. Ed evidenziare le “notizie” di una testata che a sua volta ripubblica i banner di Google Ads all’interno dei propri articoli, è una forma come un’altra per catturare l’attenzione degli utenti e indurli a cliccare sulle sue stesse inserzioni pubblicitarie.

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 10 marzo 2021 in news

 

Tag: , , , , , , , , , , , ,

L’odio in rete ha nome e cognome

Sono stati identificati gli autori dei messaggi di odio razziale pubblicati nei confronti di Liliana Segre, a commento della notizia della vaccinazione a cui si è sottoposta lo scorso 18 febbraio.

Questo conferma due cose: innanzitutto che queste azioni vili e vergognose non rimangono “virtuali” o prive di significato, perché si tratta di violenza verbale di cui gli autori sono responsabili in prima persona (art. 27 della Costituzione: “La responsabilità penale è personale”). Scrivere nei commenti di un post condiviso su un social network ci espone al mondo, con tutte le debite conseguenze, e questo vale – come visto di recente – anche per l’eventuale “mandante”, ossia per colui che istiga altri utenti a supportarlo.

In secondo luogo, anche questa vicenda dimostra che spesso l’odio viene espresso con orgoglio: la nota diffusa dalla Polizia delle Comunicazioni indica le iniziali degli autori di quei commenti, che corrispondono ai nomi degli utenti che risultano dalla pubblicazione. Non si sono nascosti dietro uno pseudonimo o falso nome, ci hanno messo nome e cognome.

Una legge che obblighi gli utenti a presentare un documento di identità all’atto di iscrizione ad un social network, se l’obiettivo è combattere l’anonimato in rete, è decisamente inutile. I motivi – perché ne esiste più di uno – sono sempre gli stessi (cliccate qui per leggere il mio post precedente al riguardo): l’anonimato online non esiste in quanto un utente può essere rintracciato e perseguito, inoltre una carta di identità da presentare potrebbe essere falsificata agevolmente.

L’auspicio è che questa attività di identificazione venga svolta sempre, non solo in seguito ad un attacco ai danni di un personaggio con visibilità pubblica e indipendentemente dal colore politico o da qualsiasi altra causa scatenante. Per questo è necessario che ogni vittima denunci, se ha subìto azioni di questa portata. Necessario, inoltre, che sia pubblicizzata al massimo, per far capire ai leoni da tastiera la loro responsabilità e i rischi a cui si sottopongono, dal momento che sono refrattari ad ogni opera di sensibilizzazione su tematiche di questa serietà.

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 3 marzo 2021 in news

 

Tag: , , , , , , , ,

Clubhouse, abbiamo un problema. Di privacy

Clubhouse ha qualche problema di privacy. Nel nuovo audio social network, su cui già esistevano perplessità in materia di riservatezza, a un utente è stato infatti possibile condividere gli audio di una “stanza” e ritrasmetterli esternamente in streaming tramite un sito web. Il leak è stato confermato dalla Alpha Exploration (l’azienda che ha realizzato la piattaforma), ed è stato reso noto solo pochi giorni dopo la scoperta, da parte dello Stanford Internet Observatory (SIO), di una vera e propria falla nella sicurezza del sistema, foriera di intrusioni non autorizzate e trasmissioni di dati.

Secondo quanto rilevato, la piattaforma si basa su tecnologie sviluppate della società cinese Agora, che secondo i ricercatori del SIO potrebbe accedere agli audio degli utenti e fornirne i contenuti al governo cinese. A quanto pare, però, esiste una vulnerabilità che è stata sfruttata, appunto, da un utente che ha scoperto come condividere le conversazioni, rendendole accessibili anche a utenti non iscritti, semplicemente sfruttando un sito esterno, chiamato OpenClubhouse.

Secondo quanto riferito da Bloomberg, Clubhouse ci ha messo una pezza bannando l’utente e dichiarando di aver apportato opportune contromisure, azione che presso il SIO non viene ritenuta credibile. Un problema non da poco e indubbiamente da risolvere in modo concreto, considerando la crescita esponenziale registrata in queste ultime settimane, in cui il social ha raggiunto quota 8 milioni di download, grazie anche all’ingresso di numerosi personaggi come Elon Musk, Kanye West e Mark Zuckerberg, che hanno indubbiamente contribuito ad accrescerne la popolarità.

Ma senza un deciso cambio di rotta sul fronte della sicurezza, tanta popolarità dopo l’entusiasmo per l’app del momento potrebbe tradursi in un problema di cattiva reputazione, per risolvere il quale una pezza non può essere sufficiente.

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 26 febbraio 2021 in news

 

Tag: , , , , , , , , , , , ,

TikTok: controlli (formali) maggiori sui minori

TikTok informa sull’accordo con il Garante della Privacy: dal 9 febbraio gli utenti italiani saranno chiamati ad aggiornare le informazioni personali del proprio profilo, confermando la propria data di nascita. Saranno sospesi gli account che dichiareranno un’età inferiore ai 13 anni:

TikTok è un’app riservata a persone di età pari o superiore a 13 anni e abbiamo già una serie di misure in atto per rilevare e rimuovere utenti di età inferiore ai 13 anni. Dal 9 febbraio, attraverso un aggiornamento della nostra app, faremo passare nuovamente ogni utente in Italia attraverso il nostro processo di verifica dell’età. Solo gli utenti di età pari o superiore a 13 anni potranno continuare a utilizzare l’app dopo aver eseguito questo processo. Gli utenti che hanno più di 13 anni ma che, per errore, potrebbero immettere accidentalmente un’età sbagliata, potranno presentare ricorso mentre il loro account rimane sospeso.

L’aggiornamento – non apportato ai requisiti di iscrizione, già definiti in tal senso, ma alla app – arriva in seguito ad una tragedia collegata all’utilizzo di TikTok che ha riportato d’attualità il tema dell’utilizzo di Internet e social network da parte dei minori, e della necessità di controlli adeguati sugli utenti che vi si iscrivono.

Basterà? Le dinamiche di controllo descritte da TikTok non sono realmente nulla di eccezionale: certo, prima non esistevano, ma non essendo nemmeno impossibili da aggirare, di fatto sono un “bastoncino tra le ruote” che rende ancor più intenzionale l’eventuale mancanza di rispetto delle regole sull’età minima degli iscritti. E’ come usare un lucchettino per chiudere un armadietto: forzarlo può essere un gioco da ragazzi, ma richiede volontarietà, perché rende impossibile un accesso inconsapevole e questo offre al social network la possibilità di dimostrare di aver adottato una soluzione per prevenirne l’utilizzo indebito.

A questa soluzione si potrebbe aggiungere quanto accennato in una nota dal Garante:

Per identificare con ragionevole certezza gli utenti sotto i 13 anni successivamente a questa prima verifica, la società si è impegnata a valutare ulteriormente l’uso di intelligenza artificiale.

La risposta a quel “basterà?” rimane “no”, poiché anche in questo contesto si parla di tecniche aggirabili e il motivo è molto semplice: non è raro che i minori utilizzino account aperti da figure più adulte in famiglia, come genitori o sorelle/fratelli maggiori. Per questo motivo, la campagna di sensibilizzazione che TikTok ha promesso di aprire a beneficio di genitori e figli è necessaria soprattutto per genitori e tutori: è compito loro – nostro – applicare i principi di responsabilità e consapevolezza su questi aspetti, delicati e rilevanti allo stesso tempo. Come dicevo in un precedente post su questo argomento: gli unici a fare davvero la differenza siamo noi.

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 4 febbraio 2021 in news

 

Tag: , , , , , , ,

Clubhouse è “tutt’orecchi”

Io non so se Clubhouse sia l’evoluzione dei social network. Sicuramente il fatto che la comunicazione tra utenti avvenga solo via audio sovverte il paradigma classico delle piattaforme basate sulla condivisione di testi, link e immagini, che in questo periodo sono al centro dell’attenzione per questioni di moderazione o censura di contenuti se non di utenti. Disponibile (al momento) solo dall’App Store di Apple dalla scorsa primavera, ha cominciato ad “allargarsi” in questo inizio d’anno e la scorsa settimana nelle sue “stanze” erano presenti due milioni di utenti.

Riservato ai maggiorenni, prevede una registrazione da effettuare comunicando il proprio numero telefonico, ma l’account non viene attivato finché non si accetta l’invito di un utente già presente (che può inviarlo a due contatti) oppure su concessione della piattaforma. Una volta utenti si può accedere alle stanze o crearne di nuove, si tratta in pratica di chiamate di gruppo tematiche. Ci sono stanze open (aperte e tutti), social (accessibili da follower) o closed (su invito da parte di chi le ha aperte).

Niente di asincrono, niente podcast, tutto avviene solo in diretta e anche questo aspetto – che richiede disponibilità di tempo – lo distingue dagli altri social più visuali che permettono di consultare di nuovo, di riascoltare, leggere nuovi commenti, rispondere, eventualmente anche modificare quanto già scritto. Visto così, sembra un Discord in grado di farcela. L’impressione che ne traggo è quella di un palco con una platea dinamica: ok, la discussione può essere partecipata da tutti, ma un personaggio carismatico è sempre più attivo e ascoltato degli altri e tende ad essere protagonista nella stanza in cui si trova. Agli utenti, però, non è possibile conservare nulla perché non è possibile scaricare o condividere le conversazioni. Ovviamente non si può escludere che qualcuno possa registrarle con soluzioni esterne alla app.

A parte l’ultima osservazione personale, con questi presupposti la piattaforma appare privacy-friendly. Ma leggendone i terms of service (cosa che andrebbe sempre fatta) è possibile approfondire l’argomento scoprendo che:

Caricando qualsiasi Contenuto concedete e concederete ad Alpha Exploration Co. e alle sue società affiliate una licenza non esclusiva, mondiale, gratuita, interamente pagata, trasferibile, sublicenziabile, perpetua e irrevocabile per copiare, visualizzare, caricare, eseguire, distribuire, memorizzare, modificare e utilizzare in altro modo il vostro Contenuto in relazione al funzionamento del Servizio o alla promozione, pubblicità o marketing dello stesso, in qualsiasi forma, mezzo o tecnologia attualmente conosciuta o sviluppata successivamente.

Naturalmente la privacy policy va letta con attenzione perché, dopo aver chiarito tutte le varie tipologie di dati personali raccolti durante l’utilizzo da parte dell’utente, specifica il possibile utilizzo da parte dell’azienda (si noti l’assoluta mancanza di riferimenti al GDPR):

Possiamo aggregare i Dati Personali e utilizzare le informazioni aggregate per analizzare l’efficacia del nostro Servizio, per migliorare e aggiungere funzioni al nostro Servizio, e per altri scopi simili. Inoltre, di tanto in tanto, possiamo analizzare il comportamento generale e le caratteristiche degli utenti del nostro Servizio e condividere informazioni aggregate come le statistiche generali degli utenti con potenziali partner commerciali. Possiamo raccogliere informazioni aggregate attraverso il Servizio, attraverso i cookie e attraverso altri mezzi descritti nella presente Informativa sulla privacy.

E’ sicuramente verificabile che sui dispositivi degli utenti non venga memorizzato nulla, ma è altrettanto certo (in quanto è dichiarato) che Alpha Exploration – l’azienda che ha realizzato Clubhouse – raccolga tutte le informazioni possibili legate all’utilizzo della app (dati dell’utente, informazioni sullo smartphone, sulle interazioni con altre app, sulla geolocalizzazione dell’utente, eccetera), dati personali che – come si legge sopra – possono essere elaborati non solo ai fini del miglioramento del servizio, ma anche a scopi commerciali.

Non sembra quindi lontano dalla realtà la supposizione che gli audio possano essere ascoltati attentamente da sistemi di intelligenza artificiale in grado di analizzarne i contenuti con l’obiettivo di migliorare un altro servizio, ossia la profilazione dell’utente con finalità pubblicitarie o di indirizzamento delle opinioni. Sistemi molto simili a quelli che sono alle spalle dei numerosi assistenti vocali che ormai ben conosciamo.

In questo momento, però, vige una selezione all’ingresso determinata dal meccanismo su invito e, soprattutto, dalla disponibilità limitata solo agli utenti Apple. L’apertura verso Android cambierà tutto.

 
2 commenti

Pubblicato da su 29 gennaio 2021 in news

 

Tag: , , , , , , , , , , , , , ,

Internet e minori: l’età minima aiuta, ma non basta

La notizia drammatica della morte di una bambina per una sfida su TikTok, una delle tante challenge diffuse tramite social network, riporta l’attenzione pubblica sull’utilizzo di smartphone e tablet connessi a Internet da parte di minori e si assiste a richieste di introdurre per legge un’età minima per poterne usufruire, ma è bene premettere un dato di fatto: esiste già. E già da questo capiamo che non è una soluzione sufficiente.

L’età minima è stata stabilita per i servizi della “società dell’informazione” (connessione Internet, social network, servizi di messaggistica, eccetera): il Regolamento Europeo sulla Protezione dei Dati Personali (GDPR) indica 16 anni, lasciando però facoltà agli Stati UE di abbassare il vincolo di età (comunque mai al di sotto dei 13 anni). Avvalendosi di questa facoltà, l’Italia ha fissato l’età minima a 14 anni. In ogni caso, dai 13 anni l’iscrizione non è vietata, ma deve essere subordinata al consenso di genitori o tutori, chiamati ad esercitare una necessaria supervisione, oltre che a rispondere di eventuali condotte non adeguate. C’è anche un età minima per avere un’utenza cellulare, che è 8 anni, ma anche per questo serve il consenso di genitori e tutori che se ne assumono la responsabilità, dal momento che l’art.97 del Codice Penale stabilisce che “non è imputabile chi, nel momento in cui ha commesso il fatto, non aveva compiuto i quattordici anni”.

Quindi, ricapitolando: a 8 anni è possibile disporre di un telefono cellulare, utilizzabile per le telefonate. Dai 13 anni, con consenso dei genitori, è possibile accedere a servizi Internet, a cui è possibile iscriversi liberamente dal compimento dei 14 anni. Queste sono le regole che vengono evidentemente ignorate, come vengono aggirati i termini di utilizzo definiti dalle aziende che gestiscono i servizi, quando un bambino di 12 anni (o meno) è dotato di smartphone di ultima generazione con connessione Internet e iscrizione ai social network, effettuata dichiarando un’età non veritiera. E’ sicuramente possibile introdurre ulteriori “paletti” a livello tecnologico per rafforzare i meccanismi di controllo dell’età, onde evitare che un social network pensato per adolescenti o adulti sia accessibile ai bambini ed è auspicabile che le aziende del settore si muovano in questa direzione, ma anche questa non sarà mai una soluzione definitiva, perché la tecnologia non può risolvere tutto: applicazioni di controllo come Family Link possono essere di ulteriore aiuto, ma gli unici a fare davvero la differenza siamo noi.

Ciò che va considerato e messo in primissimo piano è la necessità di essere il più possibile a fianco dei minori per non far mai mancare quella vicinanza e quel supporto che permettono, con il tempo, di maturare la consapevolezza delle proprie azioni e dei rischi a cui possono andare incontro isolandosi in una sfera virtuale, in cui sono soli anche nell’illusione di mantenere un contatto (superficiale) con tantissime persone. Affidare uno smartphone o un tablet a un figlio deve essere una scelta consapevole di tutto ciò che questa responsabilità comporta e non può essere limitata alla spinta del confronto sociale trasmesso dal “ce l’hanno anche gli altri”, men che meno dalla presunta necessità di dargli uno strumento di intrattenimento per “tenerlo tranquillo”. Sicuramente è più semplice dirlo che concretizzarlo, ma non bisogna mai demordere.

 
2 commenti

Pubblicato da su 22 gennaio 2021 in news

 

Tag: , , , , , , , , , , , , ,

Non solo Signal

Elon Musk qualche giorno fa ha twittato “Use Signal, indicando questa app come alternativa a WhatsApp che, con le nuove condizioni di utilizzo, sta preoccupando molti utenti. Stabilito che per Unione Europea e Regno Unito le modalità di condivisione di informazioni con Facebook non cambieranno rispetto a quelle già in uso da qualche anno, è comunque legittimo guardarsi in giro, possibilmente nella direzione di servizi più rispettosi dei dati personali degli utenti. Ma in questo scenario esiste più di una soluzione.

Signal ha l’etichetta di app sicura perché non acquisisce la mole di dati che altre app raccolgono, oltre che per il suo sistema crittografico. L’organizzazione alle sue spalle, la Signal Foundation, è guidata da Matthew Rosenfeld, in arte Moxie Marlinspike, fra gli autori del Signal Protocol, un sistema di crittografia end-to-end che ha il vantaggio di essere open source e che è alla base dei sistemi di cifratura utilizzati da Skype, Messenger… e WhatsApp.

Un fattore che richiede attenzione sono i metadati: si tratta di informazioni relative agli interlocutori di una conversazione (con chi), ai dati temporali (a che ora e quanto tempo, quanto rimani al telefono, quanto sei online). Signal non li acquisisce, mentre WhatsApp sì. In verità li raccoglie anche Telegram che inoltre, al pari di Messenger, non applica la crittografia end-to-end in modalità predefinita (deve essere l’utente ad attivarla; Signal invece non permette neppure di disattivarla). Altro plus di Signal: la possibilità di avere messaggi che si autodistruggono.

Ma tra le app sicure disponibili ci sono anche Threema e Wire. L’utente che inizia ad utilizzare Threema rimarrà colpito dal fatto che questa app non utilizza il numero telefonico come identificatore, prassi invece seguita da WhatsApp e Signal, ad esempio. L’ID utente è una sequenza alfanumerica frutto dello scorrimento del dito della mano mentre sul display compare una matrice di lettere e numeri che cambiano continuamente. Contatti e gruppi rimangono memorizzati solo sul telefono (non nell’applicazione e quindi non vengono trasmessi al cloud). Un minus di Threema è che non è gratuita, è quindi da valutare l’investimento di Eur 3,99.

Anche Wire assicura la crittografia end-to-end (a chat e chiamate vocali e video, anche di gruppo), consente la condivisione del proprio schermo con un utente e un gruppo, e può essere utilizzata da otto dispositivi differenti (sincronizzati). Fra i suoi plus, chiamate di gruppo fino a 300 interlocutori e la possibilità – a pagamento – di invitare un non-utente (privo di account) in una room protetta, accessibile da browser. Minus: raccoglie i metadati.

 
2 commenti

Pubblicato da su 14 gennaio 2021 in news

 

Tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Un altro ecommerce “anonimo” a cui fare attenzione…

Realizzato sulla medesima piattaforma – con grafica identica – del fantomatico PesoloShop (sparito pochi giorni dopo la sua comparsa, ne avevo parlato qui: Black Friday, attenti agli ecommerce anonimi), si è materializzato in questo periodo il sito web Alme-shop.com, che si presenta come “una società di e-commerce specializzata nella vendita di prodotti di Informatica, Elettronica, Elettrodomestici, Giochi e Telefonia consegnati su tutto il territorio Europeo. Fondata nel 2017, è oggi uno dei primi e-tailer europei del settore high-tech”.

Fondata nel 2017, va bene… ma con un sito nato il 5 gennaio 2021, come risulta dai dati pubblici di registrazione:

Questo tipo di negozi online, come in altri casi già descritti, deve suscitare immediatamente diffidenza perché già da un’analisi superficiale si può notare che manca completamente l’indicazione dei dati obbligatori – come la ragione sociale e la partita Iva – così come non sono disponibili numeri telefonici o indirizzi geografici. Le uniche possibilità di contatto sono una chat e un form online (l’indicazione “rispondiamo immediatamente”, dopo un’attesa di circa 24 ore, mi sembra un tantino sovrastimata):

La novità che è possibile riscontrare in questo sito è una delle modalità di pagamento proposte, ossia il pagamento con bonifico bancario, per il quale l’acquirente – una volta ultimato l’inserimento dell’ordine – riceve online tutte le istruzioni:

Avrei anche un’ulteriore elemento da osservare con attenzione: esattamente come nel sito pesoloshop.com, anche in questo c’è la pagina “Garanzie sui prodotti” che è assolutamente identica a quella dell’altro sito, parola per parola. Unica eccezione, ovviamente, la diversa indicazione del nome del negozio online, che viene peraltro indicato con un indirizzo web errato, uno scivolone non ammissibile per “uno dei primi e-tailer europei del settore high-tech”:

Ribadisco quanto già detto in precedenza: sconsiglio caldamente di effettuare acquisti online da aziende non identificabili, ignorate i siti di ecommerce che non permettono l’identificazione dell’attività commerciale. Un venditore in buona fede non ha alcun problema a fornire i propri dati anagrafici e fiscali, magari fornendo anche un numero telefonico a cui può essere contattato, oltre ovviamente a mail, moduli online e altre forme di comunicazione rintracciabili.

AGGIORNAMENTO THE DAY AFTER: il sito è già sparito. Inesistente.

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 12 gennaio 2021 in news

 

Tag: , , , , , , , , , ,

Attacco al Congresso, colpa della Rete? Ma basta!

Siamo nel 2021 e c’è ancora molta – troppa – confusione sul rapporto tra eventi e Internet, perché ancora oggi non tutti sono in grado di rendersi conto che non esiste correlazione tra fatti e strumenti senza intervento umano e c’è sempre chi individua nella rete la causa, in un’analisi superficiale del rapporto causa-effetto che ha caratterizzato quanto avvenuto a Washington il 6 gennaio.

E’ fuori discussione che Internet – con i social network, che ne sono un sottoinsieme – sia uno strumento di comunicazione formidabile e che questo sia evidente in contesti di campagna elettorale. Per ogni strumento esistono stili e linguaggi per comunicare: siamo passati da giornali, radio e tv prima di arrivare alla rete e ai social, e lo stile comunicativo ad ogni passaggio si è semplificato e velocizzato. Ma si tratta pur sempre di strumenti di comunicazione che l’uomo ha adottato e utilizzato.

L’assalto e gli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine da dove sono nati? Dai social, sono stati pensati e fomentati dalla rete? Riflettendoci anche solo per un istante, si tratta di una conclusione superficiale e fuori strada: è come assistere a una protesta partecipata da una moltitudine di persone guidate da un capopopolo che parla con un megafono, e prendersela col megafono e con chi lo ha prodotto, per averlo reso così squillante.

I social network dovrebbero fermare prima la trasmissione di questi messaggi, per non rendersene veicolo? Questo aspetto non è affatto banale e va analizzato con attenzione, perché al momento non esiste una risposta assolutamente centrata: Facebook o Twitter, per nominare le realtà che hanno preso provvedimenti in seguito alla pubblicazione di alcuni messaggi da parte di Donald Trump, sono aziende private e non sono testate giornalistiche (che pure si appoggiano a Internet e ai social per sfruttarli come cassa di risonanza), non hanno un editore o un direttore responsabile dei contenuti pubblicati.

Dal momento che ogni utente è responsabile in proprio di ciò che pubblica (principio riconosciuto dalla legge), sicuramente le piattaforme non possono assumere un ruolo censorio, tuttavia non deve essere loro preclusa la possibilità di intervenire per evitare la diffusione di notizie false e campagne di odio e istigazione alla violenza. Il rischio che si corre parte proprio dalla natura privata di queste piattaforme e dalla loro possibilità di vietarne l’utilizzo ad un utente, unilateralmente.

Attenzione alle parole di Mark Zuckerberg: “Riteniamo che i rischi di consentire al Presidente di continuare a utilizzare il nostro servizio durante questo periodo siano semplicemente troppo grandi. Pertanto, stiamo estendendo il blocco che abbiamo posto sui suoi account Facebook e Instagram a tempo indeterminato e per almeno le prossime due settimane fino al completamento della transizione pacifica del potere”. Ma anche Twitter è drastica: “Dopo aver rivisto i recenti tweet da @realDonaldTrump, abbiamo deciso di sospendere permanentemente l’account per il rischio di ulteriore incitamento alla violenza”.

La situazione è eccezionale perché il blocco riguarda il presidente degli Stati Uniti (un utente che gode di visibilità mondiale con enormi capacità di influenzare chi lo segue) per l’utilizzo che ha fatto finora dei social network , ma situazioni di questo tipo potrebbero verificarsi nuovamente anche su fronti diversi e, se non regolamentate, potrebbero essere affidate al libero arbitrio di chi gestisce lo strumento.

Sullo sfondo è evidente la crisi dell’autorevolezza delle istituzioni e il rispetto nei loro confronti degenera ulteriormente quando l’utente abusa delle possibilità comunicative che i social network gli offrono, dimenticando che quanto scrive non è una chiacchierata fra quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo. Manca una preparazione culturale finalizzata ad un utilizzo virtuoso delle nuove tecnologie, di Internet e i social network, una preparazione che dovrebbe far parte dei programmi scolastici. L’ideale sarebbe che venisse impartita in un contesto educativo strutturato, per ridurre o abbattere il rischio che ci si trasformi prima in leoni da tastiera e poi in fomentatori di rivolte, approfittando di soggetti più vulnerabili o culturalmente deboli per spingerli ad azioni violente come quella di due giorni fa.

 
1 Commento

Pubblicato da su 8 gennaio 2021 in news

 

Tag: , , , , , , , , , , , , , ,

Ho. mobile, confermato il furto di dati personali

Ho. mobile, operatore del gruppo Vodafone, ha confermato di essere rimasto vittima di un attacco che ha portato la sottrazione dei dati personali “di parte degli utenti”, come è stato anticipato la scorsa settimana.

Il comunicato, da un lato, cerca di tranquillizzare la clientela:

L’azienda comunica che non sono stati in alcun modo sottratti dati relativi al traffico (sms, telefonate, attività web, etc.), né dati bancari o relativi a qualsiasi sistema di pagamento dei propri clienti.

Ma la conferma del tipo di dato sottratto all’azienda è nella risposta alla prima delle successive domande frequenti:

Quali dati sono stati sottratti?

Dalle ulteriori verifiche effettuate, che sono tuttora in corso, emerge che sono stati sottratti illegalmente alcuni dati di parte della base clienti con riferimento ai soli dati anagrafici (nome, cognome, numero di telefono, codice fiscale, email, data e luogo di nascita, nazionalità e indirizzo) e tecnici della SIM. NON sono stati in alcun modo sottratti dati relativi al traffico (telefonate, SMS, attività web, etc.) né dati bancari o relativi a qualsiasi sistema di pagamento dei propri clienti.

Come detto la scorsa settimana, è proprio con questi “soli dati anagrafici (…) e tecnici della SIM” che è possibile effettuare un’operazione di “sim swap”, che sostanzialmente permette di trasferire l’utenza su un’altra sim, quindi di clonarla… e questo non è meno preoccupante! Se ad esempio un utente avesse indicato quel numero telefonico come riferimento per ricevere OTP (One Time Password) per la conferma di pagamenti via bonifico o tramite carta di credito, un’eventuale clonazione della sua utenza consentirebbe ad altri di confermare transazioni a proprio beneficio. Prospettiva tutt’altro che rassicurante…

L’azienda comunque assicura che gli utenti i cui dati sono stati effettivamente copiati riceveranno una comunicazione personale con le indicazioni da seguire (simile a quella qui riportata). Ai clienti viene offerta inoltre la possibilità di chiedere gratuitamente la sostituzione della sim, che può essere effettuata solamente di persona presso un rivenditore autorizzato (la procedura prevede il riconoscimento fisico del cliente).

 
1 Commento

Pubblicato da su 4 gennaio 2021 in news

 

Tag: , , , , , , , , , , , ,

Sveglioni in bella mostra sui social

Scusate, ma davvero qualcuno pensava di non subire conseguenze per aver – poco furbamente – pubblicato sui social network foto e video di una festa di San Silvestro partecipata da 126 persone, in un periodo in cui in tutta Italia è in vigore la zona rossa con tutte, e dico tutte, le note restrizioni che tutti, e dico tutti, sono tenuti a rispettare?

Davvero c’è ancora qualcuno che pensa che pubblicare qualcosa sui social network sia come chiacchierare tra quattro amici al bar, senza arrivare a capire che ciò che viene condiviso può avere una platea ben più vasta?

, davvero!

E’ sempre indispensabile ricordare che ognuno, condividendo qualunque tipo di materiale – testo o immagini – assume a proprio nome la responsabilità di ciò che pubblica e, in caso i contenuti coinvolgano altre persone, non può permettersi di ignorare che possono verificarsi conseguenze collaterali, legate alla presenza di quelle persone nel materiale pubblicato: è banalmente possibile scoprire, ad esempio, dove si trovava una persona in un determinato momento, e non è detto che tale persona gradisca la diffusione di questa informazione, a maggior ragione se intendeva mantenere riservata la sua presenza.

Voglia di mostrarsi trasgressivi? Al di sopra di quanto previsto dalla legge? Vanità? Ne vale la pena?

Buon anno ragazzi, con l’augurio che il 2021 porti maggiore consapevolezza e senso di responsabilità.

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 1 gennaio 2021 in news

 

Tag: , , , , , , , , , , , , ,

Ho. mobile, violati i dati personali degli utenti?

Se siete clienti di ho. Mobile (l’operatore di telefonia mobile low cost di Vodafone) questa notizia potrebbe interessarvi: ieri sera su Twitter è comparsa la notizia di un attacco hacker ai suoi danni dell’azienda, che avrebbe ottenuto un database con i dati anagrafici di 2,5 milioni di utenti, il cui contenuto sarebbe in vendita sul dark web. Cosa contiene questo archivio? Per ogni cliente ci sarebbe nome, cognome, codice fiscale, data di nascita, numero di telefono, email, indirizzo di residenza completo e codice ICCID della scheda telefonica.

Con questi dati un hacker può fare un’operazione che si chiama “sim swap” (trasferire l’utenza su un’altra sim, quindi sostanzialmente clonarla). Per andare al sodo, ecco i rischi possibili e le contromisure:

  • se un giorno perdete il segnale e non capite il perché: ve l’hanno clonata, rivolgetevi a un punto vendita/centro assistenza e chiedete il “cambio carta” (vi daranno una nuova sim legata al vostro numero telefonico);
  • se usate quel numero di telefono per l’autenticazione a due fattori su qualche servizio (ad esempio: conferma disposizioni da internet banking con OTP, ossia un codice temporaneo inviato da sms), comunicate alla banca un numero telefonico diverso.

Vedremo se l’azienda confermerà l’attacco e il data breach. Se ci saranno aggiornamenti, saranno integrati in questo post 😉

AGGIORNAMENTO: breach confermato, come da comunicazione pubblicata in homepage sul sito dell’azienda all’indirizzo https://www.ho-mobile.it/comunicazione/

Ne parlo in questo post: https://blog.dariobonacina.net/2021/01/04/ho-mobile-confermato-il-furto-di-dati-personali/

 
1 Commento

Pubblicato da su 29 dicembre 2020 in news

 

Tag: , , , , , , , , , , , ,

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: