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WIFI4EU, l’euroflop che non si dovrà ripetere

Niente bando europeo per il WiFi gratuito per i comuni europei, almeno per il momento: WIFI4EU, iniziativa lanciata per offrire un voucher di 15mila euro da destinare alla copertura WiFi dei luoghi pubblici, è stata sospesa per “problemi tecnici” che hanno spinto la Commissione ad annullare la prima gara, rinviandola al prossimo autunno. Un bando europeo con obiettivi tecnologici sospeso per problemi tecnologici, ovvero una pessima figura per la Commissione Europea.

WIFI4EU è un programma comunitario da 120 milioni di euro, messi sul piatto per la creazione di connessioni Internet WIFI gratuite e senza condizioni discriminatorie, al fine di incrementare in tutta Europa la diffusione della connettività Wifi veloce e gratuita negli spazi pubblici. Un’opportunità che molti Comuni, anche in Italia, hanno legittimamente pensato di cogliere, partecipando alla prima fase di “registrazione” – aperta il 20 marzo scorso – per poi procedere all’inserimento vero e proprio della domanda di “iscrizione”, attuabile dal 15 maggio con una sorta di “click day”: il criterio di erogazione previsto per questi fondi è a sportello, secondo il principio “first come, first served”. In altre parole, chi primo arriva meglio alloggia, perché chi si iscrive prima ha la priorità sugli altri.

Cosa è andato storto? Secondo quanto riportato da New Europe a inizio giugno, la procedura di iscrizione aperta alle 13 del 15 maggio aveva registrato 3.500 domande di iscrizione nei primi cinque minuti, 11mila in tre ore. Ma proprio durante questa fase – rivelatasi caotica fin da subito – la Commissione sarebbe stata informata di due vulnerabilità critiche del sistema di registrazione: la prima avrebbe potuto aprire le porte ad un accesso non autorizzato ai dati personali inseriti (pessima prospettiva, trovandosi a soli 10 giorni dalla piena operatività del nuovo Regolamento Europeo della protezione dei dati personali); la seconda avrebbe permesso un’alterazione dell’orario di inserimento della domanda di iscrizione (nefasta prospettiva, per un bando ad “accettazione in ordine cronologico”). Il portale WIFI4Eu sarebbe quindi stato chiuso in tutta fretta, circa quattro ore dopo.

La commissaria UE al digitale Mariya Gabriel ha spiegato che, per i principi di equità, trasparenza e affidabilità della Commissione, “dal momento che i problemi tecnici hanno impedito alle municipalità di iscriversi a parità di condizioni, ho chiesto ai miei servizi di cancellare questo primo bando”, assicurando che i voucher saranno aggiunti al budget della prossima gara. Decisione notificata ai Comuni partecipanti solo il 14 giugno, praticamente un mese dopo l’avvio catastrofico della fase di iscrizione, un flop nel flop.

Non sarebbe male che coloro che ci rappresentano presso il Parlamento Europeo verificassero le responsabilità di quanto accaduto. Io non conosco il nome dell’azienda che si è aggiudicata l’appalto per fornire la piattaforma di registrazione delle iscrizioni, ma aveva un requisito fondamentale da soddisfare – garantire la corretta registrazione cronologica delle istanze presentate da ogni Comune – e non l’ha saputo rispettare (come si suol dire: “una cosa dovevi fare…”). Anche i cittadini possono chiedere conto di questa figura vergognosa, con un agevole form pubblicato a questa pagina: https://europa.eu/european-union/contact/write-to-us_en.

Si noti il paradosso sullo sfondo: quando siamo chiamati a fare qualcosa perché “l’Europa ce lo chiede”, dobbiamo eseguire il compito assegnato con cieca e solerte obbedienza, indipendentemente dal fatto che l’adempimento sia a portata di mano, oppure comporti sforzi e sacrifici. Quando invece siamo noi a chiedere qualcosa all’Europa, nel rispetto delle regole da essa stessa indicate, non esistono garanzie di risposta altrettanto immediata.

 
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Pubblicato da su 18 giugno 2018 in news

 

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Pronti all’Italian Internet Day, ricordando che 30 anni fa eravamo molto più avanti di oggi

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“Banda ultrarlarga, competenze digitali, servizi digitali per tutti: è ora di accelerare. Come fecero 30 anni fa”

Che è ora di accelerare è vero, verissimo. Sono le parole che concludono la presentazione di ItalianInternetDay, un evento che avrà luogo il 29 aprile per ricordare coloro che, il 30 aprile 1986, hanno portato l’Italia alla prima connessione a Internet. L’evento sarà diffuso e collettivo, il sito invita tutti a prendervi parte:

Tutti possono celebrare i primi 30 anni di Internet in Italia. Tutti possono promuovere o organizzare un evento su Internet quel giorno. Tutti possono farlo e non ci sono limiti. Possono farlo le scuole, le imprese, le associazioni, i privati cittadini. Per farlo basta registrarsi su events.italianinternetday.it e  inserire tutti i dati relativi all’evento che, quando approvato, apparirà sulla nostra mappa.

Mi soffermo sull’invito rivolto ad ogni scuola (che gode del supporto del Ministero dell’Istruzione) a partecipare con un proprio evento. Leggo che “per agevolarne l’ideazione”, viene fornito un apposito “kit” con “alcune indicazioni, proposte e spunti utili”.

In Italia siamo eventi, non siamo avanti. Abbiamo una situazione talmente eterogenea da trovare località dotate di connessioni superveloci in fibra e, a pochi km, situazioni senza connessione a banda larga nemmeno su rame. Le scuole di queste zone forse saranno felici e contente di festeggiare un evento legato a Internet, ma per loro “Internet” sarà proprio un evento, perché non è ancora uno strumento che aiuta la loro realtà quotidiana. In Italia riusciamo ad essere talmente arretrati anche in questo ambito perché manca una cultura digitale, causata dalla mancanza di vere iniziative di alfabetizzazione, che non devono essere eventi, ma programmi ben organizzati e strutturati. Per quanto mi riguarda, l’evoluzione digitale e i progressi delle comunicazioni che hanno portato all’espansione di Internet dovrebbero essere un argomento di studio per far parte realmente della cultura di tutti. E non un evento visto da tutti ma sentito da pochi.

Intendiamoci: ogni iniziativa in questa direzione è assolutamente positiva. Ma non deve ridursi ad uno o qualche evento. Deve essere un punto di (ri)partenza di un percorso per tutti.

La cura dei dettagli dice molto:

  • Nel logo dell’iniziativa si vede un trend che si appiattisce dopo un importante impennata iniziale. E’ lo specchio della nostra situazione: stallo, calma piatta. Da anni.
  • All’inizio del mio post c’è proprio scritto “Banda ultrarlarga”, è vero, c’è una erre di troppo. Ho solo riportato quanto ho trovato lì (cliccate per ingrandire). Cattura
 
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Pubblicato da su 21 aprile 2016 in news

 

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Abbiamo la Dichiarazione dei Diritti in Internet. E adesso?

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In Italia si parla da almeno una decina d’anni della necessità di una Carta dei Diritti della Rete. Fra i primi a farsene promotore fu Stefano Rodotà al termine del suo mandato di Presidente del Garante per la protezione dei dati personali, e ancora oggi – legittimamente – è suo il nome che maggiormente tra i fautori della Dichiarazione dei Diritti in Internet presentata ieri.

L’iter che ha portato a questo provvedimento ebbe inizio nel 2006 con la Dynamic Coalition on Internet Rights and Principles, un’iniziativa italiana varata a livello globale ad Atene in occasione dell’Internet Governance Forum. Prima dell’Italia, però, a dotarsi di una sorta di Costituzione per Internet è arrivato il Brasile, che ha approvato il Marco Civil da Internet ad aprile 2014, dopo un percorso di circa cinque anni e concluso in accelerazione (anche) in seguito a quanto emerso con il Datagate.

L’Italia, a livello istituzionale, si è mossa dopo: la Commissione di studio sui diritti e i doveri relativi ad Internet è stata istituita il 28 luglio 2014 e da lì sono partite audizioni di associazioni, esperti e soggetti istituzionali, nonché una consultazione pubblica durata cinque mesi. La carta italiana è stata presentata esattamente a un anno dall’istituzione della commissione, formata peraltro da professionisti seri e riconosciuti.

E’ nata da una Commissione di studio e, dal punto di vista dell’orientamento da prendere in tema di leggi in materia di Internet, questa carta appare come un buon punto di partenza. Contiene principi sacrosanti e condivisibili da tutti. Ma quando si dovrà legiferare su queste tematiche, il legislatore li rispetterà? E’ tenuto a farlo? Abbiamo una Costituzione che viene definita la più bella del mondo e sovente non viene rispettata, quindi chi può dare garanzia che la nuova Dichiarazione dei Diritti in Internet venga presa in considerazione?

Sarebbe opportuno che tutto questo impegno profuso in una carta si concretizzasse prima nell’obiettivo del migliore utilizzo possibile di Internet da parte di tutti gli utenti: tanto per fare un esempio, non è importante solo l’accessibilità, ma anche l’utilità e la fruibilità di ciò che Internet rende disponibile.

Possiamo avere una Pubblica Amministrazione dotata di tutte le piattaforme tecnologiche che vogliamo, pensare ad una scuola digitale e connessa a reale beneficio dell’attività didattica, puntare ad abbattere l’invadenza della burocrazia. Esistono milioni di applicazioni tecnologiche che possono migliorare la qualità della nostra vita… ma molte di queste soluzioni spesso si rivelano complesse e non alla portata di tutti, perché ciò che va abbattuto è quel digital divide che – lo dico spesso – è anche una questione culturale e non solo di dotazione tecnologica.

Per prima cosa, a tutti deve essere garantito il diritto di poter sfruttare la rete a proprio beneficio e nel rispetto dei diritti di chiunque altro. Per poterli salvaguardare è fondamentale puntare ad attività di alfabetizzazione (imparare ad usare gli strumenti) e alla massima usabilità dei servizi (da realizzare mettendosi dalla parte dell’utente). Ben venga, dunque, una Costituzione per Internet, ma che possa essere davvero utile ed efficace, e che possa davvero costituire un riferimento e una garanzia per tutti, e non solo una carta a livello simbolico.

Precisazione: Questo post parla di Internet nella stessa misura in cui ne parla il documento presentato ieri. Internet è uno strumento, un mezzo, e non un mondo parallelo che richiede una legislazione diversa dal mondo in cui viviamo. Ogni diritto e ogni legge già in vigore deve valere per ogni fattispecie, analogica o digitale che sia. Certo, laddove esistano lacune vanno colmate, ma solo a questo scopo ha senso parlare di necessità di salvaguardare diritti in Internet.

 
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Pubblicato da su 29 luglio 2015 in Internet, istituzioni

 

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Il digital divide colpisce ancora

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Dalla decima edizione dell’Annuario Scienza Tecnologia e Società di Observa Science in Society si apprende che in Italia il 37% della popolazione non ha mai usato Internet, ne’ un computer, mentre il consumo televisivo giornaliero è mediamente di 4,2 ore. Siamo non poco fuori dalla media europea, che indica i “tecnoesclusi” nel 20% della cittadinanza. I Paesi con più basso tasso di digital divide (almeno, in questo senso) sono la Svezia (in cui solo il 3% non ha un computer) e la Danimarca (4%).

Dall’agenzia Adnkronos: Flop digitale, 4 italiani su 10 non hanno mai usato internet e pc

Questi dati, sottolinea Saracino, “fanno emergere un’Italia che solo in una fascia specifica della popolazione, cioè i giovani under 40, accede alle nuove tecnologie, mentre registra un gap tecnologico ancora forte nelle fasce di età fra i 45-60 anni”. Un gap, continua Saracino, che “vede le donne maggiormente ‘tecnoescluse’ degli uomini”. Le donne, è l’analisi di Saracino, “usano meno le nuove tecnologie sia per la differente condizione occupazionale, cioè hanno un accesso inferiore al mondo del lavoro dove tipicamente si usano internet e pc, sia per il tipo di attività svolta, spesso lontana dalle tecnologie digitali”. Nel complesso, secondo Saracino, “dieci anni di dati ci dicono che il vero problema del gap digitale italiano non è l’assenza di una cultura scientifica”.

“Il nodo critico, in questi dieci anni, -osserva ancora Saracino – resta la fragilità di una cultura della scienza e della tecnologia nella società, di una cultura che sappia discutere e valutare i diversi sviluppi e le diverse implicazioni della scienza e della tecnologia evitando le opposte scorciatoie della chiusura pregiudiziale e dell’aspettativa miracolistica”.

Per “aprire le porte ad un maggiore accesso e uso delle tecnologie digitali -afferma la ricercarice- bisognerebbe spingere il nostro Paese verso una vera cultura scientifica” fasce ampie di popolazione.

E, riguardo la digitalizzazione ancora troppo lenta del nostro Paese, Saracino taglia corto: “L’apertura al digitale trova attenta solo la fascia giovanile degli italiani mentre un’ampia fascia di cittadini, i più ‘maturi’ non sembra alfabetizzata a sufficienza per utilizzare la rete al meglio delle possibilità”.

 
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Pubblicato da su 18 febbraio 2014 in computer, Internet, tecnologia

 

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Google dixit

Ora che Eric Schmidt – presidente del consiglio di amministrazione di Google – ha detto «Google investirà in Italia per sostenere le eccellenze del Paese, ma il Governo dovrà garantire la banda larga veloce ovunque, nulla può accadere senza questo», mi aspetto che il digital divide che colpisce le nostre infrastrutture di telecomunicazioni sia estinto entro il prossimo Natale. Almeno, a suon di dichiarazioni provenienti da ogni direzione, sia economica che politica.

Due considerazioni su questa dichiarazione:

  1. all’Italia serve l’esortazione di Google per trovare motivazioni per promuovere la banda larga? Non ci basta la consapevolezza che una rete veloce e capillarmente disponibile offre un contributo irrinunciabile alla ripresa e alla crescita?
  2. solo io vi leggo la localizzazione italiana di un promo per l’iniziativa A4AI, che ha il nobile obiettivo dichiarato di abbattere il digital divide nel mondo?
 
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Pubblicato da su 9 ottobre 2013 in news

 

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Decreto Fare e Disfare

Non siamo abituati a cotanto dinamismo legislativo in merito a tematiche tecnologiche: la settimana è iniziata con un certo fermento, generato dai pessimi emendamenti all’articolo 10 del Decreto Fare (che configuravano una liberalizzazione piena di lacune e perplessità), che nelle scorse ore sono stati sbianchettati da un intervento di Francesco Boccia, presidente della V Commissione Bilancio, Tesoro e Programmazione della Camera dei Deputati, che ha presentato un nuovo emendamento:

L’offerta di accesso alla rete internet al pubblico tramite rete WIFI non richiede l’identificazione personale degli utilizzatori. Quando l’offerta di accesso non costituisce l’attività commerciale prevalente del gestore del servizio, non trovano applicazione l’articolo 25 del codice delle comunicazioni elettroniche di cui al decreto legislativo 1° gennaio 2003, n.259 e successive modificazioni, e l’articolo 7 del decreto-legge 27 luglio2005, n. 144, convertito, con modificazioni, dalla legge 31 luglio 2005, n. 155, e successive modificazioni.

La rubrica, modificata di conseguenza, chiarisce che questo articolo del decreto riguarda la Liberalizzazione dell’accesso ad internet tramite tecnologia WIFI e dell’allacciamento dei terminali di comunicazione alle interfacce della rete pubblica. 

La nuova versione ha eliminato ogni vincolo e mette sullo stesso piano, a quanto pare, chiunque offra un servizio di connettività WiFI: manca infatti la distinzione tra operatori di telecomunicazioni che offrono tale servizio come attività principale e gli altri soggetti, quelli per cui è un servizio accessorio (bar, ristoranti, alberghi…). Rimosso anche ogni obbligo sull’identificazione degli utenti e sulla registrazione delle sessioni di navigazione, aspetto che però non costituisce una liberalizzazione e che potrebbe tra l’altro essere contestato, in virtù dell’esistenza di una Direttiva Europea – la Direttiva 2006/24/CE sulla conservazione di dati generati o trattati nell’ambito della fornitura di servizi dicomunicazione elettronica accessibili al pubblico o di reti pubbliche di comunicazione – che definisce i dati da ottenere e conservare “a fini di indagine, accertamento e perseguimento di reati gravi“.

Perplessità a parte, nel Decreto è stato trovato spazio per altre due novità, una cattiva e una buona: la cattiva è la decurtazione degli stanziamenti previsti per l’abbattimento del digital divide che da 150 milioni di euro passeranno a 130, poiché 20 milioni saranno girati alle TV locali (magari qualche broadcaster illuminato volesse destinarli a trasmissioni divulgative su temi legati al digitale!); la buona è l’eliminazione dell’assurdo obbligo di far installare apparati di rete ad installatori professionali. Al momento, insieme al fatto che gli esercenti non saranno più assoggettati alle autorizzazioni generali previste dal Garante per la Privacy, forse è questo l’obiettivo di liberalizzazione raggiunto.

 
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Pubblicato da su 24 luglio 2013 in news

 

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Dai lenzuoli elettorali al voto digitale

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Domenica e lunedì i cittadini di Roma Capitale saranno chiamati alle urne per esprimere la propria scelta tra 19 candidati a sindaco sostenuti da 40 liste su una scheda elettorale (azzurra) che misura ben 116 centimetri, a cui va aggiunta la scheda rosa per il rinnovo dei consigli dei 15 municipi (fortunatamente di dimensioni più ridotte). E’ verosimile pensare che le operazioni di voto possano svolgersi con qualche difficoltà.

Ancora una volta ritengo che, con serietà e senza pregiudizi, sarebbe tempo di pensare al voto digitale o voto elettronico, argomento di cui ho già parlato anche recentemente partendo da un ragionamento differente (l’uso della matita copiativa, stavolta invece parlo della carta utilizzata per le schede elettorali).

Nonostante il digital divide infrastrutturale e culturale che caratterizza il nostro Paese non si tratta di una strada impraticabile, infatti qualcuno ha già pensato di percorrerla: in due comuni in provincia di Lecce – Martignano e Melpignano – il 5 maggio ha preso il via una sperimentazione nell’ambito dell’iniziativa Salento eVoting. Nel primo step di questa sperimentazione (esiste già un nulla osta ministeriale per la realizzazione di una seconda prova, referendaria o elettorale, pienamente valida sotto il profilo legale), i cittadini maggiorenni sono stati chiamati alle urne elettroniche per esprimersi su un referendum.

La dinamica del sistema – di cui si trova spiegazione su salentoevoting.it – non è stata affatto complessa:

  • gli elettori si sono presentati ai seggi con un documento d’identità valido e la tessera elettorale
  • per ogni votante, dopo la registrazione (avvenuta come di consueto), con un telecomando il Presidente del seggio ha inserito nell’urna elettronica un codice di accesso, consentendo all’elettore le operazioni di voto “in cabina”
  • il voto, materialmente, consisteva nel selezionare su un’interfaccia touch screen la propria preferenza tra le opzioni disponibili, che nel caso del referendum dei due comuni salentini erano sì, no e scheda bianca. 

I dati raccolti non sono stati trasmessi tramite Internet, ma attraverso il Sistema pubblico di connettività. Questo fattore, unito all’utilizzo di seggi “tradizionali”, non ha rivoluzionato nulla in termini di voto uguale, libero e segreto (art. 48 della Costituzione Italiana), ma eliminato una considerevole quantità di carta e consentito risparmi interessanti nella gestione dei seggi elettorali.

Anche questo esempio andrebbe preso in considerazione per cominciare a pensare ad un progetto più ampio, valutando ovviamente tutti gli aspetti legati alla normativa, alle infrastrutture e a tutto quanto è necessario predisporre per passare ad una soluzione innovativa, con tutte le necessarie garanzie di funzionamento e sicurezza.

 
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Pubblicato da su 23 maggio 2013 in news

 

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CD rotto, giustizia è sfatta

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Un CD-ROM può diventare inutilizzabile? Assolutamente sì. Nel nostro Paese, però, può accadere che un CD-ROM contenente gli atti di un’inchiesta giudiziaria diventi illeggibile e per questo motivo i giudici, dal momento che non è possibile consultarne il contenuto, annullino un’ordinanza di custodia cautelare e rimettano in libertà gli indagati (poi tornati agli arresti per la riemessione dell’ordinanza, visti i gravi indizi di colpevolezza).

“La tecnologia non sempre aiuta e certamente l’uso del vecchio sistema cartaceo elimina questo tipo di inconvenienti”, aveva commentato uno dei difensori con una frase che farebbe rodere il fegato a chiunque conosca i concetti di copia e di backup, che dovrebbero essere prassi consueta soprattutto per chi gestisce informazioni importanti, sensibili o critiche, ma essere anche riconosciuti per legge. In questo caso non so se esista una norma che esclude l’ammissibilità degli atti contenuti in una copia del CD (che renderebbe vana ogni opportuna cautela eventualmente adottata), ma comunque da questa notizia emerge ancora una volta il digital divide culturale che regna nel nostro Paese. Perché – contrariamente a quanto osservato dall’avvocato – un uso consapevole della tecnologia, in realtà, avrebbe aiutato!

 
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Pubblicato da su 4 aprile 2013 in News da Internet, security, tecnologia

 

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Questa matita copiativa mi ha un po’ stancato

Matita

Ad ogni tornata elettorale si riaccende qua e là il dibattito sull’utilizzo di quell’obsoleto strumento che risponde al nome di matita copiativa, differente dalle comuni “matite da disegno” in quanto dotata di una mina composta non solo di grafite, ma anche di specifici pigmenti e coloranti derivati dall’anilina. Questo significa che ciò che viene tracciato con una mativa copiativa è sostanzialmente indelebile, cancellabile solo per abrasione (utilizzando una gomma si elimina solo la grafite, le tracce di pigmenti e coloranti restano, visibili anche in controluce), e comporta che un eventuale tentativo di cancellazione (con solventi, che però lasciano delle macchie) possa essere rilevato facilmente.

Il tratto di una matita precedentemente umettata può risultare più marcato, ma non è “più indelebile” di prima. Per quanto riguarda gli episodi rilevati alcuni anni fa (ma identici ad altri segnalati nelle scorse ore), relativi a matite che lasciavano un tratto cancellabile, è opportuno ricordare che non è mai stato appurato che le matite incriminate fossero realmente copiative, è anzi legittimo pensare che le mine di quelle matite fossero di sola grafite e che pertanto non dovessero far parte della dotazione dei seggi elettorali.

Tutto questo riguarda una scelta che risale al referendum con cui gli italiani hanno scelto tra monarchia e repubblica, ossia al 1946. Nel 2013 potremmo almeno cominciare a pensare al voto elettronico. Certo, tutti i cittadini dovrebbero essere dotati di una smart card e di un agevole accesso a Internet. Quindi dovrebbe anche esistere un’infrastruttura di telecomunicazioni tale da consentire a tutti di votare senza problemi attraverso una piattaforma idonea. Niente digital divide insomma, come in Estonia (tanto per citare un Paese dell’Unione Europea). Ma alla base di tutto questo il Paese dovrebbe aver adottato – o darsi una mossa ad adottare – una strategia adeguata a sfruttare la tecnologia a beneficio della popolazione, un piano costituito da un’insieme di iniziative che dovrebbe essere definito come agenda digitale. Quindi, purtroppo, è ancora molto presto.

 
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Pubblicato da su 25 febbraio 2013 in Internet, tecnologia

 

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Agenzia per l’Italia digitale

Una buona notizia e un cattivo segnale: la prima consiste nell’istituzione dell’Agenzia per l’Italia digitale, che – spiega il Sole 24 Ore citando il ministro Corrado Passera – “sarà un’unica semplificata entità e dovrà diventare il motore dei progetti che saranno messi in pista già da quest’estate – con l’atteso decreto Digitalia ormai quasi pronto – per ridurre il cosiddetto digital divide. Il secondo è che, a tuttoggi, ancora una volta siamo solo alle parole e non ai fatti.

 
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Pubblicato da su 17 giugno 2012 in istituzioni, Mondo, news

 

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Terremoti e altri eventi nell’era di Internet

Negli ultimi giorni, con il terremoto che ha colpito (e continua a colpire) la pianura padana e in particolare l’Emilia, emerge con molta energia anche l’informazione veicolata da Internet, soprattutto attraverso Twitter, i cui utenti danno aggiornamenti attraverso brevi messaggi. Anche l’INGV – il cui Centro Nazionale Terremoti ha un proprio sito web e recentemente ha aperto anche un blog – utilizza questo canale per comunicare, nel più breve tempo possibile, intensità e coordinate degli eventi che si verificano sul territorio.

Nell’enorme flusso di tweet contraddistinti dall’hashtag #terremoto c’è di tutto, da chi condivide informazioni utili nell’emergenza a chi scrive solo per richiamare su di se’ un po’ di attenzione. Nei primi istanti che seguono una scossa di rilievo, la maggior parte degli utenti scrive per verifica (chi si trova nelle vicinanze dell’epicentro non ha dubbi, mentre gli utenti più distanti chiedono conferme a chi li segue) e l’insieme dei primi messaggi alimenta mappe come questa (composta con Trendsmap), in cui le località che risultano maggiormente evidenti sono quelle in cui ricorre il maggior numero di messaggi contraddistinti dallo stesso hashtag (click per visualizzare l’ingrandimento in un’altra pagina web):

Al di là delle rappresentazioni grafiche, l’insieme dei dati utili veicolati da Twitter – al netto dei tweet più trascurabili – costituisce un utilissimo insieme di informazioni, assolutamente da raccogliere e conservare, anche per obiettivi pratici: alcune indicazioni e raccomandazioni che qualcuno ha trasmesso sono vere e proprie procedure da seguire in caso di emergenza.

In un eventualità come questa, con le reti di telecomunicazioni che possono risentire di difficoltà piuttosto serie, mi ha favorevolmente sorpreso constatare che alcune compagnie telefoniche – sempre da Twitter – hanno spiegato agli utenti come rimuovere le password di accesso ai loro router (per consentire l’accesso alle reti wireless a chiunque avesse necessità di comunicazione e fosse in grado di utilizzarle), suggerendo di posizionare gli apparati su davanzali o balconi per ampliarne le potenzialità.

Chi ha uno smartphone con fotocamera e modulo GPS ha anche la possibilità di collaborare con la Protezione Civile:

Da pochi giorni il team geoSDI ha reso disponibile in rete sul sito dedicato al progetto (www.geosdi.org) una applicazione Android geoSDIcollect che consente a chiunque abbia uno smartphone Android dotato di fotocamera e ricevitore GPS, di segnalare un punto di interesse (con il modello della scheda danno della regione) e quindi scattare una foto ed associare posizione e notizie relative (tipo di danno, numero coinvolti, note, etcc). L’applicativo permette di rilevare in pochi secondi un punto, di archiviarlo e di inviarlo (in tempo reale o dopo quando la connessione alla rete è disponibile) al sistema che lo pubblica e lo rende immediatamente visibile in mappa e quindi utile alla community. 

Coinvolgere la popolazione, i tecnici e ciunque abbia qualcosa da segnalare è un modo di porsi in modo proattivo nei confronti della macchina dell’emergenza e le attività che in questi giorni si stanno svolgendo nell’area del sisma hanno tanto bisogno di cooperazione, coordinamento e soprattutto di conoscere la reale situazione in modo sempre più specifico. 

Con questo progetto, l’IMAA (Istituto di metodologie per l’analisi ambientale) del CNR, attraverso il gruppo di ricercatori geoSDI, ha in pratica aperto al pubblico il proprio sistema informativo territoriale per la raccolta di informazioni. L’applicativo per smartphone Android è disponibile per il download dal sito www.geosdi.org/geoSDIcollect.apk 

Piccola riflessione a corollario dell’argomento: queste e altre possibilità si scontrano, ovviamente, con i limiti derivanti dal digital divide, ossia dallo squilibrio tecnologico che interessa il nostro Paese, in cui esistono aree dove le reti di telecomunicazioni (fissa e mobili) non offrono la possibilità di connessioni in banda larga. Come ho detto in altre occasioni, il Digital divide non è solo un fattore infrastrutturale: consiste anche nella diversa capacità di utilizzare le tecnologie disponibili da parte delle persone (c’è un gap molto evidente tra utenti esperti, o comunque “smaliziati”, e persone digiune di tecnologia, per propria volontà o per cause di forza maggiore).

Per questi e altri motivi, quando tra le problematiche che affliggono il nostro Paese si annoverano situazioni critiche e si parla anche di digital divide, nonché della necessità di investimenti per ridurlo (sia sul piano delle infrastrutture che su quello culturale), sarebbe opportuno che tutti – istituzioni in primis – non ne sottovalutassimo l’importanza.

 
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Pubblicato da su 4 giugno 2012 in comunicazione, Internet, Mondo, tecnologia

 

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Italia, urge una vera alfabetizzazione digitale

Ho parlato molte volte, qui e altrove, del digital divide come fenomeno culturale ancor prima che strutturale. Quel gap tra utenti avanzati (pochi) e non-utenti (troppi) che colpisce il nostro Paese – e rende necessaria un’alfabetizzazione digitale che dovrebbe coinvolgere tutti, cittadini e istituzioni – ora è particolarmente evidente nei rilievi che si trovano nel rapporto Eurostat Computer Skills in the EU27 in figures. Da cui emerge, sostanzialmente, che la strada da percorrere rimane ancora tanta, se alle nostre spalle abbiamo solo Bulgaria, Grecia e Romania: tutto il resto del Vecchio Continente è davanti al nostro… vecchio Paese.

 
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Pubblicato da su 16 aprile 2012 in news, tecnologia

 

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