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WIFI4EU, l’euroflop che non si dovrà ripetere

Niente bando europeo per il WiFi gratuito per i comuni europei, almeno per il momento: WIFI4EU, iniziativa lanciata per offrire un voucher di 15mila euro da destinare alla copertura WiFi dei luoghi pubblici, è stata sospesa per “problemi tecnici” che hanno spinto la Commissione ad annullare la prima gara, rinviandola al prossimo autunno. Un bando europeo con obiettivi tecnologici sospeso per problemi tecnologici, ovvero una pessima figura per la Commissione Europea.

WIFI4EU è un programma comunitario da 120 milioni di euro, messi sul piatto per la creazione di connessioni Internet WIFI gratuite e senza condizioni discriminatorie, al fine di incrementare in tutta Europa la diffusione della connettività Wifi veloce e gratuita negli spazi pubblici. Un’opportunità che molti Comuni, anche in Italia, hanno legittimamente pensato di cogliere, partecipando alla prima fase di “registrazione” – aperta il 20 marzo scorso – per poi procedere all’inserimento vero e proprio della domanda di “iscrizione”, attuabile dal 15 maggio con una sorta di “click day”: il criterio di erogazione previsto per questi fondi è a sportello, secondo il principio “first come, first served”. In altre parole, chi primo arriva meglio alloggia, perché chi si iscrive prima ha la priorità sugli altri.

Cosa è andato storto? Secondo quanto riportato da New Europe a inizio giugno, la procedura di iscrizione aperta alle 13 del 15 maggio aveva registrato 3.500 domande di iscrizione nei primi cinque minuti, 11mila in tre ore. Ma proprio durante questa fase – rivelatasi caotica fin da subito – la Commissione sarebbe stata informata di due vulnerabilità critiche del sistema di registrazione: la prima avrebbe potuto aprire le porte ad un accesso non autorizzato ai dati personali inseriti (pessima prospettiva, trovandosi a soli 10 giorni dalla piena operatività del nuovo Regolamento Europeo della protezione dei dati personali); la seconda avrebbe permesso un’alterazione dell’orario di inserimento della domanda di iscrizione (nefasta prospettiva, per un bando ad “accettazione in ordine cronologico”). Il portale WIFI4Eu sarebbe quindi stato chiuso in tutta fretta, circa quattro ore dopo.

La commissaria UE al digitale Mariya Gabriel ha spiegato che, per i principi di equità, trasparenza e affidabilità della Commissione, “dal momento che i problemi tecnici hanno impedito alle municipalità di iscriversi a parità di condizioni, ho chiesto ai miei servizi di cancellare questo primo bando”, assicurando che i voucher saranno aggiunti al budget della prossima gara. Decisione notificata ai Comuni partecipanti solo il 14 giugno, praticamente un mese dopo l’avvio catastrofico della fase di iscrizione, un flop nel flop.

Non sarebbe male che coloro che ci rappresentano presso il Parlamento Europeo verificassero le responsabilità di quanto accaduto. Io non conosco il nome dell’azienda che si è aggiudicata l’appalto per fornire la piattaforma di registrazione delle iscrizioni, ma aveva un requisito fondamentale da soddisfare – garantire la corretta registrazione cronologica delle istanze presentate da ogni Comune – e non l’ha saputo rispettare (come si suol dire: “una cosa dovevi fare…”). Anche i cittadini possono chiedere conto di questa figura vergognosa, con un agevole form pubblicato a questa pagina: https://europa.eu/european-union/contact/write-to-us_en.

Si noti il paradosso sullo sfondo: quando siamo chiamati a fare qualcosa perché “l’Europa ce lo chiede”, dobbiamo eseguire il compito assegnato con cieca e solerte obbedienza, indipendentemente dal fatto che l’adempimento sia a portata di mano, oppure comporti sforzi e sacrifici. Quando invece siamo noi a chiedere qualcosa all’Europa, nel rispetto delle regole da essa stessa indicate, non esistono garanzie di risposta altrettanto immediata.

 
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Pubblicato da su 18 giugno 2018 in news

 

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Cyber-guerra? Non è una novità, ma richiede sempre attenzione

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La cyber-guerra tra Stati Uniti e Russia – quella di cui si parla molto in questi giorni – non è esattamente una novità: probabilmente è in corso da quando esiste Internet, o quantomeno da quando la rete è diventata strumento e canale di comunicazione. E’ infatti ovvio che i servizi di intelligence (di tutti i Paesi, ma soprattutto di quelli con più risorse) abbiano sempre sfruttato le opportunità di intercettazione delle comunicazioni elettroniche e di intrusione nei sistemi altrui: con il passare del tempo, gli obiettivi degli attacchi informatici hanno cambiato e ampliato orientamento, passando dai dati personali a quelli di realtà aziendali e governative. La corsa alle elezioni presidenziali attualmente in corso negli Stati Uniti ha semplicemente amplificato e messo in maggior luce una “problematica” che esiste da sempre e che, probabilmente, in questa occasione si è fatta particolarmente intensa.

Qualcuno leggerà queste notizie con sorpresa e con il distacco di chi pensa siano cose lontane da se’, ma non mancheranno reazioni di apprensione e preoccupazione. Ricordiamoci, comunque, che nel digitale la sicurezza assoluta non esiste (mentre il business correlato alla cyber security è in crescita) e teniamolo presente quando si parla di Internet of Things, l’Internet delle cose: alla rete è possibile collegare gli elettrodomestici, la tv e altri dispositivi, ma anche elementi e componenti degli impianti di una utility. Pensiamo a cosa potrebbe accadere se un attacco informatico avesse per obiettivo il sistema di gestione di una rete di trasporto pubblico, un acquedotto, un metanodotto, la rete elettrica.

 
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Pubblicato da su 17 ottobre 2016 in news

 

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“La carta non muore”… ma non dimentichiamo che “il futuro è digitale”

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Il comunicato sindacale pubblicato oggi dall’assemblea dei giornalisti Conde’ Nast su Wired.it non lascia scampo:

  1. La periodicità del cartaceo passerà da dieci numeri l’anno a due, da affidare completamente a service esterni.
  2. Sei dei 12 giornalisti della redazione (il 50%) sono considerati esuberi.
  3. Al momento la redazione confermata sul progetto Wired Italia è, quindi, formata da sei giornalisti (di cui uno part-time).

Esprimo solidarietà ai giornalisti che dovranno lasciare Wired, ma anche – per motivi diversi – a chi resterà (non è facile rimanere in una realtà che ridimensiona le proprie risorse).

Dubbio di altro tenore: chi si è abbonato sottoscrivendo una (o due) annualità riceverà 12 numeri in sei anni (o 24 in dodici anni)?

Note:

“La carta non muore” viene dalle parole di Felice Usai (deputy managing director di Condé Nast Italia, editore di Wired, che due mesi fa, in un’intervista al Corriere della Sera, disse “Il digitale ci salverà, ma la carta non muore”).

“Il futuro è digitale” viene da una più datata affermazione di Nicholas Negroponte, che con Louis Rossetto ha fondato Wired nel 1993. Avevo già avuto modo di ricordarla all’esordio dell’edizione italiana nel 2009.

 
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Pubblicato da su 25 giugno 2015 in news

 

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E poi bisogna fidarsi del cloud

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«Se avete fotografie alle quali tenete realmente, crearne un’istanza fisica è probabilmente una buona idea. Stampatele, letteralmente»

Parola di Vint Cerf, uno dei padri dell’Internet che conosciamo. Parola che, per non spaventare, va compresa e messa in relazione con il tempo in cui viviamo e l’evoluzione tecnologica che lo caratterizza.

Quello delle fotografie è un ottimo esempio, che si può estendere a tutto ciò che viene definito “documento”. La sua efficacia è nella possibilità di visualizzarlo (vederlo, leggerlo) e il presupposto per farlo è che sia disponibile. Salvato su supporto digitale, può essere diffuso e riprodotto. Ma è necessario considerare l’evoluzione di software e hardware, per far sì che i dati che memorizziamo con gli strumenti di oggi possano essere disponibili anche domani.

Non è banale pensando che oggi, in un’epoca in cui gran parte delle informazioni può essere digitalizzato – è quantomeno difficile recuperare ciò che qualche anno fa è stato memorizzato su un floppy disk, mentre nel mondo esistono dati scritti che risalgono a migliaia di anni fa.

Scrive bene Marco Valerio Principato quando parla di amore della conoscenza e dei meccanismi che è necessario imparare e fare propri. Meccanismi che non sono altro che la declinazione digitale del tramandare la conoscenza, non solo ai posteri, ma ancor prima a se stessi, vista la velocità dell’evoluzione tecnologica e la concreta possibilità di perdere quella conoscenza, se abbandonata o trascurata.

Non è un concetto irraggiungibile: per dirla in termini semplici, ci è arrivato chi ha riversato i film dalle videocassette VHS ai DVD, e da questi nei più evoluti formati digitali. Lo stesso ragionamento va applicato a qualsiasi cosa a cui si tenga veramente, affinché possa rimanere disponibile, ancor prima che recuperabile.

I floppy non erano eterni. Non lo sono nemmeno hard disk, CD e DVD. Per non parlare delle chiavette e delle schede di memoria utilizzate in smartphone, tablet e fotocamere. Il succo è: salvare, copiare, travasare periodicamente tutto ciò a cui si tiene. Senza aver fatto almeno una stampa, il rischio di perdere qualcosa di caro, o di necessario, potrebbe essere molto concreto.

 
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Pubblicato da su 16 febbraio 2015 in cloud

 

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Riforme, il digitale si fa spazio nella Costituzione

Io non so come procederà realmente il cammino delle riforme intrapreso dal Governo in carica. Però ieri un passettino in avanti c’è stato. Anzi, forse i passettini sono stati due.

Il primo è dato dall’approvazione – avvenuta ieri, mentre una parte d’Italia si faceva di Sanremo – di un emendamento di Stefano Quintarelli e Paolo Coppola all’art. 117 della Costituzione, focalizzato sulla definizione e suddivisione delle materie di competenza tra Stato e Regioni. Fino a ieri stabiliva che lo Stato dovesse avere il coordinamento informatico dei dati della Pubblica Amministrazione. Con il nuovo provvedimento (se l’iter della riforma costituzionale procederà come sperato, passando dal Senato e poi ancora da Camera e Senato) le attività di coordinamento saranno estese a processi, infrastrutture e piattaforme informatiche. Non si dovrà perseguire solo uniformità nelle informazioni, ma anche negli strumenti che le gestiscono e nelle relative modalità di utilizzo, con conseguenze positive sull’interoperabilità dei sistemi (fondamentale ad esempio per Sistema Pubblico di Identità Digitale, Fascicolo Sanitario Elettronico, ecc.) e, quindi, su efficacia ed efficienza nel trattamento dei dati. Certo, anche con la favorevole prosecuzione di tutto l’iter legislativo, sarà la concretezza dei fatti a portare i veri risultati, ma la premessa costituzionale è il giusto punto di partenza del percorso.

Foto di S. Quintarelli

Foto di S. Quintarelli

Il secondo è dato dal carattere del risultato: un’approvazione unanime (368 presenti, 364 votanti, 364 favorevoli, 4 astenuti) conseguita da un provvedimento che, fino a pochi minuti prima, era diretto al cestino, poiché aveva ricevuto il parere negativo del Governo e della Commissione che aveva il compito di valutarlo. Su questo presupposto si è basata una tattica che si è rivelata vincente: dopo che Stefano Quintarelli ne aveva annunciato il ritiro, Antonio Palmieri ne ha invece sostenuto le argomentazioni, portando l’Aula ad un’inversione di marcia e aprendo la strada ad una serie di interventi da parte di tutti i gruppi parlamentari che hanno fatto proprio quel provvedimento ormai pronto ad essere accartocciato. Un Governo che ostenta impegno sull’innovazione e promuove l’Agenda Digitale non può far finta di niente di fronte ad una simile presa di posizione. Probabilmente per questo motivo il ministro Maria Elena Boschi – dopo alcune consultazioni – ha comunicato un riconvertito parere favorevole del Governo, precedendo una votazione plebiscitaria.

 
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Pubblicato da su 11 febbraio 2015 in PA

 

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Il digital divide colpisce ancora

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Dalla decima edizione dell’Annuario Scienza Tecnologia e Società di Observa Science in Society si apprende che in Italia il 37% della popolazione non ha mai usato Internet, ne’ un computer, mentre il consumo televisivo giornaliero è mediamente di 4,2 ore. Siamo non poco fuori dalla media europea, che indica i “tecnoesclusi” nel 20% della cittadinanza. I Paesi con più basso tasso di digital divide (almeno, in questo senso) sono la Svezia (in cui solo il 3% non ha un computer) e la Danimarca (4%).

Dall’agenzia Adnkronos: Flop digitale, 4 italiani su 10 non hanno mai usato internet e pc

Questi dati, sottolinea Saracino, “fanno emergere un’Italia che solo in una fascia specifica della popolazione, cioè i giovani under 40, accede alle nuove tecnologie, mentre registra un gap tecnologico ancora forte nelle fasce di età fra i 45-60 anni”. Un gap, continua Saracino, che “vede le donne maggiormente ‘tecnoescluse’ degli uomini”. Le donne, è l’analisi di Saracino, “usano meno le nuove tecnologie sia per la differente condizione occupazionale, cioè hanno un accesso inferiore al mondo del lavoro dove tipicamente si usano internet e pc, sia per il tipo di attività svolta, spesso lontana dalle tecnologie digitali”. Nel complesso, secondo Saracino, “dieci anni di dati ci dicono che il vero problema del gap digitale italiano non è l’assenza di una cultura scientifica”.

“Il nodo critico, in questi dieci anni, -osserva ancora Saracino – resta la fragilità di una cultura della scienza e della tecnologia nella società, di una cultura che sappia discutere e valutare i diversi sviluppi e le diverse implicazioni della scienza e della tecnologia evitando le opposte scorciatoie della chiusura pregiudiziale e dell’aspettativa miracolistica”.

Per “aprire le porte ad un maggiore accesso e uso delle tecnologie digitali -afferma la ricercarice- bisognerebbe spingere il nostro Paese verso una vera cultura scientifica” fasce ampie di popolazione.

E, riguardo la digitalizzazione ancora troppo lenta del nostro Paese, Saracino taglia corto: “L’apertura al digitale trova attenta solo la fascia giovanile degli italiani mentre un’ampia fascia di cittadini, i più ‘maturi’ non sembra alfabetizzata a sufficienza per utilizzare la rete al meglio delle possibilità”.

 
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Pubblicato da su 18 febbraio 2014 in computer, Internet, tecnologia

 

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Dai lenzuoli elettorali al voto digitale

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Domenica e lunedì i cittadini di Roma Capitale saranno chiamati alle urne per esprimere la propria scelta tra 19 candidati a sindaco sostenuti da 40 liste su una scheda elettorale (azzurra) che misura ben 116 centimetri, a cui va aggiunta la scheda rosa per il rinnovo dei consigli dei 15 municipi (fortunatamente di dimensioni più ridotte). E’ verosimile pensare che le operazioni di voto possano svolgersi con qualche difficoltà.

Ancora una volta ritengo che, con serietà e senza pregiudizi, sarebbe tempo di pensare al voto digitale o voto elettronico, argomento di cui ho già parlato anche recentemente partendo da un ragionamento differente (l’uso della matita copiativa, stavolta invece parlo della carta utilizzata per le schede elettorali).

Nonostante il digital divide infrastrutturale e culturale che caratterizza il nostro Paese non si tratta di una strada impraticabile, infatti qualcuno ha già pensato di percorrerla: in due comuni in provincia di Lecce – Martignano e Melpignano – il 5 maggio ha preso il via una sperimentazione nell’ambito dell’iniziativa Salento eVoting. Nel primo step di questa sperimentazione (esiste già un nulla osta ministeriale per la realizzazione di una seconda prova, referendaria o elettorale, pienamente valida sotto il profilo legale), i cittadini maggiorenni sono stati chiamati alle urne elettroniche per esprimersi su un referendum.

La dinamica del sistema – di cui si trova spiegazione su salentoevoting.it – non è stata affatto complessa:

  • gli elettori si sono presentati ai seggi con un documento d’identità valido e la tessera elettorale
  • per ogni votante, dopo la registrazione (avvenuta come di consueto), con un telecomando il Presidente del seggio ha inserito nell’urna elettronica un codice di accesso, consentendo all’elettore le operazioni di voto “in cabina”
  • il voto, materialmente, consisteva nel selezionare su un’interfaccia touch screen la propria preferenza tra le opzioni disponibili, che nel caso del referendum dei due comuni salentini erano sì, no e scheda bianca. 

I dati raccolti non sono stati trasmessi tramite Internet, ma attraverso il Sistema pubblico di connettività. Questo fattore, unito all’utilizzo di seggi “tradizionali”, non ha rivoluzionato nulla in termini di voto uguale, libero e segreto (art. 48 della Costituzione Italiana), ma eliminato una considerevole quantità di carta e consentito risparmi interessanti nella gestione dei seggi elettorali.

Anche questo esempio andrebbe preso in considerazione per cominciare a pensare ad un progetto più ampio, valutando ovviamente tutti gli aspetti legati alla normativa, alle infrastrutture e a tutto quanto è necessario predisporre per passare ad una soluzione innovativa, con tutte le necessarie garanzie di funzionamento e sicurezza.

 
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Pubblicato da su 23 maggio 2013 in news

 

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Agenzia per l’Italia digitale

Una buona notizia e un cattivo segnale: la prima consiste nell’istituzione dell’Agenzia per l’Italia digitale, che – spiega il Sole 24 Ore citando il ministro Corrado Passera – “sarà un’unica semplificata entità e dovrà diventare il motore dei progetti che saranno messi in pista già da quest’estate – con l’atteso decreto Digitalia ormai quasi pronto – per ridurre il cosiddetto digital divide. Il secondo è che, a tuttoggi, ancora una volta siamo solo alle parole e non ai fatti.

 
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Pubblicato da su 17 giugno 2012 in istituzioni, Mondo, news

 

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Italia, urge una vera alfabetizzazione digitale

Ho parlato molte volte, qui e altrove, del digital divide come fenomeno culturale ancor prima che strutturale. Quel gap tra utenti avanzati (pochi) e non-utenti (troppi) che colpisce il nostro Paese – e rende necessaria un’alfabetizzazione digitale che dovrebbe coinvolgere tutti, cittadini e istituzioni – ora è particolarmente evidente nei rilievi che si trovano nel rapporto Eurostat Computer Skills in the EU27 in figures. Da cui emerge, sostanzialmente, che la strada da percorrere rimane ancora tanta, se alle nostre spalle abbiamo solo Bulgaria, Grecia e Romania: tutto il resto del Vecchio Continente è davanti al nostro… vecchio Paese.

 
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Pubblicato da su 16 aprile 2012 in news, tecnologia

 

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Aspettando i fatti

A me fa ovviamente piacere se un governo si dota di un provvedimento mirato alla semplificazione e allo sviluppo del Paese. Però, prima di saltare di gioia e cantare Alleluja davanti a titoli come “Meno burocrazia, più Internet” (che comunque si riferiscono all’obiettivo – finalmente dichiarato – di puntare sul digitale), aspetterò di vedere i fatti, cioè la traduzione concreta di questi intenti dichiarati. Per il momento, incasso con soddisfazione l’eliminazione degli obblighi relativi al DPS per tutti i soggetti interessati.

 
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Pubblicato da su 30 gennaio 2012 in istituzioni, news, tecnologia

 

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Governo completo, adesso si vedrà qualcosa anche sulle strategie digitali. Vero?

Sciolte anche le riserve su vice-ministri e sottosegretari, il governo Monti proseguirà il suo cammino al completo. Interessante la sottolineatura dell’amico Ferd sull’assenza di un ministro, vice ministro o sottosegretario con delega “a Internet” e su un possibile e plausibile fraintendimento:

Non tragga in inganno l’incarico “Informazione e Comunicazione” assegnato a Paolo Peluffo, sottosegretario alla presidenza del consiglio: consulente del presidente del Consiglio per il 150º anniversario dell’unità d’Italia, nel suo curriculum vitae spiccano incarichi quali consigliere della Corte dei Conti, giornalista, capo dell’ufficio stampa di Palazzo Chigi con il Governo Ciampi (1993). Nel 1999 è stato nominato, sempre da Ciampi ma in veste di Presidente della Repubblica, “Consigliere per la Stampa e l’Informazione” del Presidente e si è dedicato al rilancio dell’identità nazionale, delle ritualità civili della Repubblica, della conservazione della memoria storica. L’incarico attuale potrebbe consistere in una prosecuzione di tale attività.

Chiarito che Paolo Peluffo non si occuperà di strategie digitali, se non dandone informazione sul fronte istituzionale, rimarrà la delusione di tutti coloro che auspicavano l’introduzione di un Ministro ad Internet. Ciò non deve significare che questo esecutivo eluderà la necessità di dare al Paese una strategia digitale: è semplicemente inverosimile pensare che questo governo non farà nulla per seguire l’agenda digitale europea, ignorando le indicazioni e i rimproveri di Neelie Kroes, commissario europeo per l’agenda digitale.

Se in Europa c’è un commissario europeo dedicato a questi argomenti, il governo non può che farli propri. Anche perché – come ricorda la stessa Kroes – non ci si può permettere di ignorare i benefici dello sviluppo della Rete e della banda larga: ”Aumentare la penetrazione del 10% puo’ corrispondere ad un aumento della crescita tra lo 0,9% e l’ 1,5%”.

L’Italia deve progredire su questo fronte per il proprio bene economico, altrimenti si darà ragione alle convinzioni di coloro che vedono la Rete come un passatempo e poco più. Non dimentichiamoci che, nel mondo, tra i Paesi che al 2010 avevano già (o stavano sviluppando) programmi e strategie sul digitale, l’Italia non figurava proprio (fonte).

 
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Pubblicato da su 29 novembre 2011 in Internet, istituzioni, Mondo, news, News da Internet, tecnologia, TLC

 

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E ora passiamo alle strategie

Oggi nasce il Governo Monti:

Questi i ministri con portafoglio:

  • Esteri, Giulio Terzi di Santagata
  • Interno, Anna Maria Cancellieri
  • Giustizia, Paola Severino
  • Difesa, Giampaolo di Paola
  • Sviluppo economico e Infrastrutture e Trasporti, Corrado Passera
  • Politiche Agricole, Mario Catania
  • Ambiente, Corrado Clini
  • Welfare e Pari opportunità, Elsa Fornero
  • Salute, Renato Balduzzi
  • Istruzione, Università e Ricerca, Francesco Profumo
  • Beni culturali, Lorenzo Ornaghi

Questi i ministri senza portafoglio:

  • Affari europei, Enzo Moavero
  • Turismo e sport, Piero Gnudi
  • Coesione territoriale, Fabrizio Barca
  • Rapporti con il parlamento, Piero Giarda
  • Cooperazione internazionale e integrazione, Andrea Riccardi

In occasione del primo consiglio dei ministri, Antonio Catricalà verrà proposto per l’incarico di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, così come avverrà per i viceministri per lo Sviluppo e l’Economia.

Sul Corriere di oggi leggo che Massimo Sideri considera e propone:

Il web è ormai il 2% del nostro Pil 
È ora di un ministro di Internet?

Il presupposto:

Secondo le più recenti analisi di McKinsey l’industria del web in Italia rappresenta ormai il 2% del Pil, cioè oltre 30 miliardi di euro, e per Marc Vos, managing director di Boston Consulting Group, si stima un solido 4% entro il 2015. Poco? Oggi l’Agricoltura – che ha un proprio ministero – rappresenta il 2,63% del Pil (dati Istat). E dunque è probabile che nella prossima legislatura avvenga il sorpasso: più Internet, meno cabernet, rielaborando un vecchio e famoso graffito popolare.

Io potrei anche essere d’accordo, perché – come scrive Sideri – “potrebbe essere una bella provocazione”. E anche se c’è chi ritiene che davvero possa essere opportuno avere un Ministro per Internet, mi limito ad una constatazione: oggi in Italia non c’è un ministero che si occupa (solo) di trasporti, non c’è un ministro per l’energia, non c’è (più) un ministro per l’Industria ne’ un ministro delle comunicazioni. C’è un ministero per Sviluppo Economico, Infrastrutture e Trasporti e nell’ambito di questo dicastero ritengo sia possibile individuare qualcuno a cui affidare un incarico specifico (in veste di sottosegretariato, pool interministeriale o altro) dedicato alla strategia digitale di cui questo Paese si deve dotare, di cui Internet è un elemento fondamentale.

L’argomento richiede attenzione e una figura di coordinamento. Aggiorniamo l’Italia, fin dalle sue Istituzioni per arrivare a tutte le infrastrutture, ne ha bisogno…

 
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Pubblicato da su 16 novembre 2011 in Internet, istituzioni, tecnologia

 

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Buttate il mouse

Se avessi parlato di TV avrei detto “Buttate il telecomando”, frase usata da Gerry Scotti per invitare i telespettatori a non cambiare canale durante le pause pubblicitarie. Ma ormai il futuro dell’advertising – e, a dire il vero, anche il presente – è in Rete:

Iab: l’adv digitale in Italia supera il miliardo di euro

Il mercato dell’advertising digitale cresce del 15,5% sul 2010 e rappresenta una quota del 14% degli investimenti pubblicitari del nostro Paese con un progresso di 10 punti in 5 anni. Cresce anche l’utenza pubblicitaria con oltre 3600 imprese attive
 
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Pubblicato da su 13 ottobre 2011 in Buono a sapersi, business, Internet, media, news, News da Internet

 

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