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Clubhouse è “tutt’orecchi”

Io non so se Clubhouse sia l’evoluzione dei social network. Sicuramente il fatto che la comunicazione tra utenti avvenga solo via audio sovverte il paradigma classico delle piattaforme basate sulla condivisione di testi, link e immagini, che in questo periodo sono al centro dell’attenzione per questioni di moderazione o censura di contenuti se non di utenti. Disponibile (al momento) solo dall’App Store di Apple dalla scorsa primavera, ha cominciato ad “allargarsi” in questo inizio d’anno e la scorsa settimana nelle sue “stanze” erano presenti due milioni di utenti.

Riservato ai maggiorenni, prevede una registrazione da effettuare comunicando il proprio numero telefonico, ma l’account non viene attivato finché non si accetta l’invito di un utente già presente (che può inviarlo a due contatti) oppure su concessione della piattaforma. Una volta utenti si può accedere alle stanze o crearne di nuove, si tratta in pratica di chiamate di gruppo tematiche. Ci sono stanze open (aperte e tutti), social (accessibili da follower) o closed (su invito da parte di chi le ha aperte).

Niente di asincrono, niente podcast, tutto avviene solo in diretta e anche questo aspetto – che richiede disponibilità di tempo – lo distingue dagli altri social più visuali che permettono di consultare di nuovo, di riascoltare, leggere nuovi commenti, rispondere, eventualmente anche modificare quanto già scritto. Visto così, sembra un Discord in grado di farcela. L’impressione che ne traggo è quella di un palco con una platea dinamica: ok, la discussione può essere partecipata da tutti, ma un personaggio carismatico è sempre più attivo e ascoltato degli altri e tende ad essere protagonista nella stanza in cui si trova. Agli utenti, però, non è possibile conservare nulla perché non è possibile scaricare o condividere le conversazioni. Ovviamente non si può escludere che qualcuno possa registrarle con soluzioni esterne alla app.

A parte l’ultima osservazione personale, con questi presupposti la piattaforma appare privacy-friendly. Ma leggendone i terms of service (cosa che andrebbe sempre fatta) è possibile approfondire l’argomento scoprendo che:

Caricando qualsiasi Contenuto concedete e concederete ad Alpha Exploration Co. e alle sue società affiliate una licenza non esclusiva, mondiale, gratuita, interamente pagata, trasferibile, sublicenziabile, perpetua e irrevocabile per copiare, visualizzare, caricare, eseguire, distribuire, memorizzare, modificare e utilizzare in altro modo il vostro Contenuto in relazione al funzionamento del Servizio o alla promozione, pubblicità o marketing dello stesso, in qualsiasi forma, mezzo o tecnologia attualmente conosciuta o sviluppata successivamente.

Naturalmente la privacy policy va letta con attenzione perché, dopo aver chiarito tutte le varie tipologie di dati personali raccolti durante l’utilizzo da parte dell’utente, specifica il possibile utilizzo da parte dell’azienda (si noti l’assoluta mancanza di riferimenti al GDPR):

Possiamo aggregare i Dati Personali e utilizzare le informazioni aggregate per analizzare l’efficacia del nostro Servizio, per migliorare e aggiungere funzioni al nostro Servizio, e per altri scopi simili. Inoltre, di tanto in tanto, possiamo analizzare il comportamento generale e le caratteristiche degli utenti del nostro Servizio e condividere informazioni aggregate come le statistiche generali degli utenti con potenziali partner commerciali. Possiamo raccogliere informazioni aggregate attraverso il Servizio, attraverso i cookie e attraverso altri mezzi descritti nella presente Informativa sulla privacy.

E’ sicuramente verificabile che sui dispositivi degli utenti non venga memorizzato nulla, ma è altrettanto certo (in quanto è dichiarato) che Alpha Exploration – l’azienda che ha realizzato Clubhouse – raccolga tutte le informazioni possibili legate all’utilizzo della app (dati dell’utente, informazioni sullo smartphone, sulle interazioni con altre app, sulla geolocalizzazione dell’utente, eccetera), dati personali che – come si legge sopra – possono essere elaborati non solo ai fini del miglioramento del servizio, ma anche a scopi commerciali.

Non sembra quindi lontano dalla realtà la supposizione che gli audio possano essere ascoltati attentamente da sistemi di intelligenza artificiale in grado di analizzarne i contenuti con l’obiettivo di migliorare un altro servizio, ossia la profilazione dell’utente con finalità pubblicitarie o di indirizzamento delle opinioni. Sistemi molto simili a quelli che sono alle spalle dei numerosi assistenti vocali che ormai ben conosciamo.

In questo momento, però, vige una selezione all’ingresso determinata dal meccanismo su invito e, soprattutto, dalla disponibilità limitata solo agli utenti Apple. L’apertura verso Android cambierà tutto.

 
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Pubblicato da su 29 gennaio 2021 in news

 

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Facebook fa la morale a Apple

Facebook ha avviato una campagna contro Apple acquistando intere pagine di giornale – su The New York Times, Wall Street Journal e Washington Post – alzando la voce per criticare con forza le nuove impostazioni relative alla privacy di iOS 14, il sistema operativo di prossima introduzione su iPhone. Le modifiche permetteranno agli utenti di non autorizzare (e quindi disattivare) la tracciabilità dei propri dati attraverso app e siti web, impedendo ai social network e ad altre aziende di raccogliere dati personali (interessi, preferenze, geolocalizzazione) per la profilazione dei consumatori. Il gruppo di Mark Zuckerberg promuove questa battaglia sostenendo che questa novità danneggerà le piccole imprese che perderanno visibilità pubblicitaria… che però è la base del fatturato di Facebook.

Andiamo con ordine: con iOS 14, ogni utente iPhone avrà la possibilità di bloccare la tracciabilità di ciò che fa su Internet. Di conseguenza sarà possibile scegliere di non trasmettere a nessuno i dati che riguardano l’attività svolta su Internet, cosa che avviene ad esempio quando fate una ricerca su un argomento o un prodotto, e in breve tempo – da siti web e pubblicità mostrate da app gratuite – si vedono banner pubblicitari che riguardano proprio l’oggetto di quella ricerca. Fra i maggiori attori sulla scena della raccolta pubblicitaria c’è proprio Facebook, che ovviamente è gratuito per gli utenti.

Sicuramente molti penseranno di utilizzare poco i social network e quindi di non essere il bersaglio ideale della pubblicità che veicola. Ma considerando che Facebook ha quasi 3 miliardi di utenti (e che il gruppo include anche Instagram e WhatsApp, su cui sono già in corso progetti pubblicitari), è certo che in questo insieme globale esista un mucchio di persone pronte a cliccare su banner pubblicitari e annunci sponsorizzati, dando linfa al suo business. Se una parte di questi iscritti smettesse improvvisamente di farsi tracciare e di condividere i dati sulle proprie attività in Internet, i numeri potrebbero cambiare parecchio: le inserzioni pubblicitarie generiche, non basate sulla profilazione degli utenti, generano il 60% in meno dei ricavi che invece vengono prodotti dagli annunci mirati ai consumatori (ossia, ad esempio, quelli che pubblicizzano pneumatici dopo che su Internet abbiamo usato un motore di ricerca per trovare informazioni su pneumatici, e visitato siti web di produttori di pneumatici o letto articoli pubblicati su siti web sull’automobilismo).

Facebook nelle proprie argomentazioni punta sempre a dichiarare che sarà Apple a beneficiare di queste iniziative: “Apple si sta comportando in modo anticoncorrenziale sfruttando il proprio controllo sull’App Store a vantaggio dei propri profitti, ai danni di artigiani e piccole imprese”. Proprio ad accuse di comportamento contrario alla leale concorrenza deve però rispondere la stessa Facebook, come è emerso nei giorni scorsi. Apple intende comunque andare avanti per la propria strada e difende la propria scelta, basata su un principio assolutamente condivisibile: gli utenti devono essere in condizioni di sapere quando i loro dati vengono raccolti e condivisi tra altre app e siti Web, e di scegliere se consentirlo oppure no.

Capito perché privacy non va d’accordo con gratuito? Perché la presunta gratuità in realtà si paga, ma con una diversa moneta: quella dei dati personali, che alimentano i consigli per gli acquisti a cui gli utenti vengono indotti, pagando di tasca propria. In conclusione: anche la gratuità ha un prezzo.

 
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Pubblicato da su 17 dicembre 2020 in news

 

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Trump all’attacco delle Big Tech

Donald Trump attacca le Big Tech, le grandi aziende del mondo della tecnologia, colpevoli a suo dire di attuare una censura nei suoi confronti, in vista delle elezioni presidenziali 2020. L’attacco del presidente USA alle Big Tech parte dalla app di Twitter sul suo iPhone.

Non deve aver digerito molto bene il bollino del fact checking che Twitter ha appiccicato ai suoi tweet sul Governatore della California e sul voto per corrispondenza: prima di questa dichiarazione, sempre tramite Twitter, aveva scritto:

Twitter sta interferendo con le elezioni presidenziali del 2020. Dicono che la mia dichiarazione sulle votazioni per corrispondenza, che porterà a una massiccia corruzione e frode, non è corretta, sulla base del controllo dei fatti da parte delle fake news di CNN e del Washington Post di Amazon. Twitter sta soffocando completamente la libertà di parola, e io, in qualità di Presidente, non permetterò che ciò accada!

Riaffiorano quindi anche i contrasti con Jeff Bezos, proprietario di Amazon e del Washington Post, già ai ferri corti dai tempi del bando per il progetto JEDI per la gestione dell’infrastruttura cloud del Pentagono.

La corsa elettorale americana si sta arroventando e Donald Trump passa ai provvedimenti di prevenzione censoria

 
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Pubblicato da su 28 Maggio 2020 in news

 

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Effetti collaterali del Coronavirus, Apple venderà meno iPhone

Con un comunicato stampa, Apple ha informato investitori e azionisti che in questo trimestre le vendite non raggiungeranno il livello previsto. I motivi sono due e sono entrambi conseguenza della diffusione del nuovo Coronavirus: in primo luogo il drastico ridimensionamento della disponibilità sul mercato, dovuto al rallentamento dei ritmi di produzione nelle fabbriche cinesi causato dai provvedimenti di quarantena e isolamento che hanno colpito intere città. Secondariamente, i minori ricavi saranno dovuti anche dal calo della domanda sul mercato cinese, a causa della chiusura totale o parziale dei rivenditori locali. Il primo nuovo prodotto a subire l’impatto dell’emergenza sanitaria potrebbe essere il nuovo modello iPhone – che potrebbe essere chiamato 9 o SE2 – che dovrebbe essere presentato a fine marzo e messo in vendita dal 3 aprile.

La flessione annunciata da Apple riguarda ovviamente altre grandi aziende i cui prodotti vengono fabbricati in Cina per poi essere venduti in tutto il mondo. Pare che il problema non colpisca più di tanto Samsung, che potrebbe avvantaggiarsi di questa situazione, dato che una buona parte della sua produzione proviene da stabilimenti situati in Vietnam, Paese in cui il Coronavirus ha avuto un minor impatto.

 
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Pubblicato da su 18 febbraio 2020 in cellulari & smartphone, news

 

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Si chiamano assistenti perché assistono

Un assistente vocale è sempre all’ascolto: non è predisposto per attivarsi al primo suono che capta, ma in corrispondenza di una determinata frase. Quindi deve essere in grado di sceglierla, di distinguerla, di identificarla in mezzo al rumore, ad altri suoni e ad altre frasi. Non è difficile da capire: quando chiamiamo qualcuno per nome, da quel momento ci risponde e ci concede attenzione, ma le sue orecchie e il suo cervello erano già “accesi” da prima (…in condizioni normali, diciamo). Quindi, la prima cosa da capire e tenere presente quando si ha con sé (o in casa) un assistente vocale o virtuale, è questa: è in ascolto.

Ciò premesso, veniamo alle news: un servizio del Guardian rivela che per Siri – l’assistente vocale di Apple – sono impiegate persone incaricate di ascoltare l’audio raccolto per analizzarlo e catalogarne parole e frasi, allo scopo di migliorare il servizio fornito e le funzionalità della dettatura vocale. Apple dichiara che l’analisi viene effettuata su meno dell’1% delle richieste ricevute da Siri, di non associare queste registrazioni all’ID Apple degli utenti e che tutti i “revisori” sono tenuti al rispetto di rigidi vincoli di riservatezza”.

Perché anche Siri è sempre in ascolto. Ascolta i comandi che l’utente gli trasmette, ma anche le conversazioni. Può attivarsi “da solo”, perché capta una parola che assomiglia a “Hey Siri”. Se uno ha al polso un Apple Watch e alza il braccio mentre parla, anche in quel caso Siri può “svegliarsi”. L’articolo del Guardian riporta la preoccupazione di un dipendente per la gestione delle informazioni raccolte, perché possono consistere in dati personali e sensibili: “Ci sono stati innumerevoli casi di registrazioni contenenti colloqui privati tra medici e pazienti, trattative d’affari, discussioni su attività apparentemente criminali, incontri sessuali e così via. Queste registrazioni sono legate ai dati dell’utente e ne mostrano posizione, dettagli dei suoi contatti e dati relativi all’app”.

La privacy policy di Apple indica che Siri e la funzione Dettatura “non associano mai queste informazioni al tuo ID Apple, ma solo al tuo dispositivo tramite un identificatore casuale”. La fonte del Guardian però rimane perplessa per lo scarso controllo sulle persone che lavorano al servizio, per la mole di dati che possono analizzare in libertà e per la possibilità concreta di identificare comunque qualcuno in base ad alcuni dati forniti in modo accidentale: indirizzi, nomi, numeri telefonici sono i più semplici e, banalmente, possono facilmente essere riconducibili ad una persona.

Niente di diverso da ciò che accade con Alexa, assistente vocale di Amazon: come sappiamo da un rapporto pubblicato da Bloomberg, l’azienda ha un team di dipendenti e collaboratori che ascoltano e trascrivono ciò che viene captato. Analogo discorso vale anche per il Google Assistant. E, come ho avuto modo di ricordare su queste pagine un paio di mesi fa, le informazioni personali a disposizione di Google a questo proposito sono decisamente molte.

E’ sempre necessario che l’utente, per quanto riguarda i propri dati personali, sia correttamente e completamente informato sulla loro destinazione (di chi sono le mani e le orecchie in cui finiscono?) e sul loro utilizzo, sia esso di carattere tecnico, commerciale, politico o di qualsivoglia altra natura. E’ stato appurato che esistono aziende che hanno uno o più team di persone dedicate ad ascoltare e analizzare dati personali raccolti dal loro assistente vocale.Il fatto che questo si scopra solo attraverso un’inchiesta giornalistica – e non dalle condizioni del servizio – non è esattamente tranquillizzante, per chi ha a cuore la riservatezza delle proprie informazioni.

 
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Pubblicato da su 31 luglio 2019 in news, privacy

 

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7 che vanno, 7 che vengono

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Il Samsung Galaxy Note 7 sta regalando molte soddisfazioni. Alla concorrenza, però: le notizie di batterie che prendono fuoco ed esplodono si propagano nel mondo hanno costretto a provvedimenti drastici, come il bando da parte della Federal Aviation Administration (il dipartimento dei trasporti aerei USA) e il ritiro dal mercato deciso dal produttore.

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Prospettiva poco favorevole per la reputazione di Samsung sul mercato, che emerge proprio mentre Apple calamita su di se’ molta attenzione per la presentazione dell’iPhone 7.

 
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Pubblicato da su 9 settembre 2016 in news

 

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Apple, rito rispettato

Annunciato da tempo attraverso le solite indiscrezioni che puntualmente ne anticipano alcune caratteristiche, è stato presentato oggi il nuovo iPhone 7, in versione base e plus, resistente ad acqua e polvere, con caratteristiche che ridefiniscono gli standard del settore, un design da urlo e fotocamere al top. E chi se ne importa del nuovo  Watch che ha il gps e va sott’acqua, del nuovo sistema iOS10 e di tutte le altre novità Apple? E del resto del mondo?

Coloro che si metteranno in fila fuori dagli Apple Store dal 16 settembre (o che si accamperanno  nei pressi ore o giorni prima) ci daranno anche quest’anno la misura di quanto questo possa essere una priorità per una parte della specie umana. 

PS: gli auricolari “solo wireless” hanno un design opinabile, ma probabilmente saranno il nuovo distintivo per gli utenti Apple senza se e senza ma.

 
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Pubblicato da su 7 settembre 2016 in cellulari & smartphone, news

 

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L’uomo che sussurrava all’ufficio brevetti

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Il signor Thomas Ross dalla Florida racconta che nel 1992 realizzò tre disegni tecnici in cui prefigurò design e caratteristiche che quindici anni dopo Apple avrebbe lanciato sui propri dispositivi mobili (iPod, iPhone, iPad). Ross afferma di aver depositato quei disegni a corredo di una domanda di registrazione di brevetto per un dispositivo con display tattile, ideato per comunicare, compilare un’agenda, memorizzare dati, leggere libri e riviste in formato elettronico e visualizzare immagini e video. La validità della domanda è però decaduta dopo il 1995, anno in cui il detentore cessò di pagare le relative tasse. Ora ha tentato di avviare un’azione legale, a suo dire a tutela dei propri diritti, per chiedere ad Apple 10 miliardi di dollari, praticamente una royalty pari all’1,5% di quanto ricavato dall’azienda per la vendita dei propri dispositivi mobili.

Due domande sorgono spontanee:

  1. Perché il signor Ross ha taciuto dal 2007 (anno di lancio dei primi iPhone e iPod touch) al 2014?
  2. E se fosse un patent troll?

 

 

 
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Pubblicato da su 30 giugno 2016 in news

 

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App precipitose

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Quando ho letto questa notizia diffusa dall’ANSA ho pensato che Am I Going Down, più che una app per prevedere gli incidenti aerei, potesse essere una bufala non controllata:

Basta inserire l’aeroporto e orario di partenza, quello di arrivo e l’aereo. Basando sui dati degli incidenti, viene calcolato il tasso di rischio per 10 milioni di voli di linea. Volando, per esempio, ogni giorno sulla tratta Francoforte – New York con un Aribus A380 il primo incidente si verificherebbe dopo 18.512 anni. A questo punto la paura sarà svanita.

Invece ho scoperto che l’app esiste veramente e può essere acquistata su iTunes.

Sicuramente, chi è costretto a prendere un aereo pur avendone paura, si precipiterà a scaricarla e sarà grato ad ANSA per la preziosa segnalazione.

 
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Pubblicato da su 4 febbraio 2015 in news

 

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Apple Show 2014

Apple Watch Presentation

In ordine di rilevanza – per il sottoscritto – e non di apparizione, ecco le novità presentate oggi da Apple.

  1. Songs of Innocence: l’ultimo album degli U2 viene rilasciato a costo zero a tutti gli utenti di iTunes fino al 13 ottobre. Tim Cook & U2Poi si paga, ovviamente, ma nel giro di un mese l’ultima fatica della band irlandese potrà raggiungere 500 milioni di utenti della piattaforma Apple. Certamente tutto avverrà in un arco di tempo più ristretto. Forse sarà necessario rivedere il concetto di riconoscimento sulle vendite espresso con i vari dischi (di diamante, di platino, d’oro e d’argento). Comunque si vocifera che ad Apple il giochino sia costato 100 milioni di dollari (al netto di altri eventuali compensi direttamente elargiti agli U2).
  2. Watch: lo smartwatch secondo Apple non si chiama iWatch, ma solo Watch. Accidenti. Design accattivante, materiali ricercati, tecnologia al top, una cospicua dote di funzioni, sistema operativo Watch OS. Il difetto più evidente, che relega anche questo smartwatch a ruolo di companion è la necessità di restare sincronizzato (e quindi vincolato) all’iPhone, a cui deve rimanere sempre appiccicato. La vera novità di questo settore – se e quando verrà presentata – sarà lo smartwatch indipendente da qualunque altro device, con nano-Sim integrata (tecnicamente già fattibile). Questo, intanto, arriverà sul mercato nel 2015. Dopo Natale. Che delusione.
  3. Pay: è la nuova piattaforma di pagamento basata su tecnologia NFC, a cui Apple – fino a due anni fa – non intendeva ricorrere, ma che la concorrenza ha già introdotto da tempo nei propri smartphone; qui c’è la differenza di poter pagare con un dito.
  4. iPhone 6 / Iphone 6 Plus: la nuova generazione dello smartphone più desiderato al mondo. Due modelli, con display di maggiori dimensioni rispetto alle generazioni precedenti (4,7 e 5,5 pollici), contraddistinti da un design sottile (quasi da iPhone Air), più potenti, iOS 8… Sicuramente il top della gamma, ma per le esigenze (reali o indotte) dell’utente, la concorrenza è a livelli comparabili. Non siamo più nel 2007, quando l’iPhone era… qualcosa di completamente diverso.

 

 
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Pubblicato da su 9 settembre 2014 in cellulari & smartphone, news, tecnologia

 

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The Fappening, un’altra lezione sulla protezione di dati e foto personali

icloud keys

Avete letto o sentito del furto e della diffusione di foto personali ai danni di alcune celebrità come Kirsten Dunst, Kim Kardashian, Selena Gomez, Bar Refaeli e Jennifer Lawrence? E, soprattutto, avete capito cos’è accaduto?

In breve: le foto, inizialmente memorizzate sui loro dispositivi personali (iPhone, iPad, Mac), erano poi sincronizzate su iCloud (un disco fisso virtuale, cioè un servizio per l’archiviazione di dati in Internet realizzato da Apple per i propri utenti). L’impostazione standard (modificabile, sapendolo) prevede il salvataggio automatico delle foto per poterle gestire su Mac con iPhoto. In seguito ad un attacco hacker, le immagini – prevalentemente intime – contenute in tali spazi sono state copiate dagli account di queste persone e diffuse via web sulla piattaforma 4chan e su Reddit. Pare che l’obiettivo iniziale fosse quello di metterle sul mercato e venderle all’industria del gossip, ma negli Stati Uniti questo genere di azioni è reato e non hanno suscitato l’interesse atteso: per questo sarebbero state distribuite sul web.

Si è ripresentato – su più vasta scala – il problema di violazione della privacy accaduto due anni fa a Scarlett Johansson. Christina Aguilera e Mila Kunis (il colpevole era stato trovato e condannato a scontare 10 anni di reclusione e al pagamento di una sanzione di 76mila dollari).

Ciò che è accaduto poteva essere prevenuto, evitato da chi voleva davvero tutelare la propria privacy? Assolutamente sì, in modi sia analogici che tecnologici, che esporrò in ordine di efficacia:

  1. non scattare foto di quel genere (ok è un po’ radicale, ma è la soluzione che offre maggiori certezze);
  2. conoscendo il valore che tali foto possono acquisire sul mercato dei bavosi, se proprio non è possibile trattenersi dallo scatto hot, sembra decisamente opportuno mantenerle conservate su un supporto di memorizzazione fisico di cui si possa avere il reale controllo (scheda di memoria, chiavetta USB, hard disk, CD, DVD…)
  3. pensare allo scopo per cui è stata scattata la foto… era da mostrare a una persona, a una platea ristretta o a chiunque? Ecco. In ogni caso, lasciarla lì o trasferirla via chiavetta;
  4. se proprio dovete utilizzare un servizio cloud, scegliete una password complessa, createne una diversa per ogni account e, se il servizio prevede il password reset attraverso alcune domande, impostate risposte non facilmente identificabili (esempio: “Qual è il cognome di tua madre da nubile?” Risposta possibile: “Lansbury”, oppure “Merkel” o anche “Jeeg”… insomma, non dev’essere necessariamente reale perché potrebbe essere ottenibile da malintenzionati)
  5. .

Intendiamoci: iCloud, così come Dropbox, GoogleDrive, OneDrive , non è affatto un sistema insicuro, la protezione dei dati che vengono memorizzati è assicurata da un algoritmo di cifratura AES a 128 bit. Ma è sufficiente arrivare a conoscere la password legata all’account per avere l’accesso. Come a dire: una cassaforte può essere ipersicura e a prova di qualunque scasso, ma basta averne la combinazione e il gioco è fatto. E ottenere la password dell’Apple ID (e quindi dell’account iCloud) di queste celebrità potrebbe non essere stato difficile, dato che – finché Apple non se n’è accorta – esisteva la possibilità di scovarla tramite un software. Il rischio aumenta quando la password è semplice e non è stata generata con gli opportuni criteri di complessità (ad esempio quelli illustrati nell’articolo Scegliere password più sicure su Mozilla Support, oppure in Creazione di una password forte a cura di Google Support). Oppure se il servizio di password reset è impostato con risposte prevedibili o facilmente reperibili.

Come già detto più volte in precedenza, nessuna soluzione tecnologica è in grado di garantire la sicurezza assoluta al 100% della propria efficacia. Quindi, meditate su questo aspetto.

Altri aspetti su cui è necessario meditare: l’accidentale (?) sacrificio della privacy in nome della vanità (le foto non sono state certo scattate per essere inviate al dermatologo per un controllo sommario) e – soprattutto – la diffusissima mancanza di consapevolezza dei rischi comportati da determinate azioni compiute attraverso Internet.

 
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Pubblicato da su 2 settembre 2014 in Internet, News da Internet, privacy, security

 

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Coming soon by Apple

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Apple si appresta ad una presentazione di novità e la anticipa alla sua maniera, ossia senza dire nulla, anche se… “vorremmo potervi dire di più”.

Che si tratti dell‘iPhone 6, del nuovo iWatch o di altro, non importa: la cerimonia sarà seguitissima, come sempre. Ma attenzione: la concorrenza incalza.

 
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Pubblicato da su 28 agosto 2014 in business, cellulari & smartphone, tecnologia

 

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Monitorato da un iPhone scarico

PedometroiPhoneArgus

Singolare – ma interessante – questo episodio spiegato su Reddit dall’utente Glarznak: in vacanza, ha lasciato il proprio iPhone 5S scarico per quattro giorni (non potendolo ricaricare perché aveva rotto il cavetto). Una volta tornato a casa, ha ricaricato lo smartphone, scoprendo che l’app Argus (permette di monitorare nutrizione, attività sportive e ha funzionalità di pedometro) era riuscita a registrare dati anche nei giorni in cui la batteria dell’iPhone era talmente a terra da non consentire nemmeno l’accensione.

A terra, ma non assolutamente scarica: aveva infatti mantenuto una minima energia residua che, benché non adeguata a sopportare lo stress dell’accensione, era comunque sufficiente all’irrisoria attività di monitoraggio effettuata con il supporto del chip M7 integrato nell’iPhone (evidentemente molto parco nei consumi). D’altro canto, non è un segreto che il processore consenta – ad esempio – la misurazione continua delle informazioni di movimento dell’utente e quindi il controllo costante di accelerometro, giroscopio e bussola…

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Si tratta di un dettaglio che comunque può sfuggire, in questo caso specifico si tratta di una funzionalità non allarmante perché non tiene traccia della posizione dell’utente, non essendo legata a modulo GPS o Cell-ID (che identifica la cella in cui si trova un utente di rete mobile). Ma rimane sempre valido il discorso che è bene conoscerne l’esistenza: dobbiamo sempre essere consapevoli delle potenzialità di uno strumento che utilizziamo, a maggior ragione in materia di informazioni personali (dovremmo sempre essere in condizioni di sapere che fine fanno, visto che sono nostre).

Le possibilità offerte dalla tecnologia sono molte e di esempi di monitoraggi inconsapevoli ne abbiamo già troppi (tra cui quello attuato da Google attraverso gli smartphone, abbastanza eclatante).

 
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Pubblicato da su 7 marzo 2014 in news

 

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E l’iPhone 6 come sarà? (Uffa)

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I nuovi modelli iPhone saranno venduti in Italia da venerdì 25 ottobre, ma c’è già chi lancia pronostici sul prossimo modello (sì, quello che uscirà tra un anno), che qualcuno prevede dotato di un display più ampio, come quello di alcuni modelli di smartphone di Samsung, Nokia, LG, Sony eccetera.

Per la prossime settimane si attendono indiscrezioni centellinate su altre caratteristiche: risoluzione del display e/o della fotocamera e/o del proiettore integrato, spessore, altezza, durata della batteria, impermeabilità e proprietà ignifughe della scocca, tasto rosso “help” per utenti non autosufficienti, capacità del serbatoio dell’acqua per la mini-macchinetta del caffé con slot per minicialde, eccetera.

 
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Pubblicato da su 10 ottobre 2013 in cellulari & smartphone, facezie

 

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America’, fàcce ride

Un simpatico estratto da un botta-e-risposta durante il Gartner Symposium ITxpo 2013 di Orlando:

David Willis (analista di Gartner):

Se intervistassimo persone di questo pubblico, direbbero che Google Android non è la loro piattaforma principale […] Quando si parla di Android, la gente dice “aspetta un minuto, Android non è sicuro”

Eric Schmidt (presidente di Google):

Non è sicuro? E ‘più sicuro di iPhone!

Hanno riso in molti. Ma c’era poco da ridere…

 
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Pubblicato da su 8 ottobre 2013 in news

 

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