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FaceApp, tecnologia da utilizzare bene

L’app del momento è FaceApp. Esiste da due anni, ma recentemente ha beneficiato di alcuni aggiornamenti che ne hanno reso i risultati davvero realistici. Per chi ancora non la conoscesse, si tratta di un’applicazione per smartphone che – attraverso algoritmi di Intelligenza Artificiale – permette la realistica rielaborazione del ritratto di una persona, con la possibilità di modificare l’acconciatura, aggiungere un sorriso o una barba, fino al punto di farle cambiare sesso o invecchiarla.

Su FaceApp in questi giorni ho sentito di tutto, c’è anche qualcuno che la crede parte di Facebook (perché la radice del nome è la stessa, e perché ormai è opinione comune che le mani di Mark Zuckerberg possano arrivare ovunque, dal momento che anche anche Instagram e WhatsApp gravitano nell’orbita del più popolare social network del mondo). E invece no, la genesi di FaceApp è completamente diversa: lo sviluppo è stato curato da Wireless Lab, azienda russa di San Pietroburgo fondata da Yaroslav Goncharov (già collaboratore di Microsoft).

Approfondita la genesi di questa app che si basa su foto scattate al momento o attinte dalla gallery dello smartphone, se diamo un’occhiata alle condizioni di utilizzo e alle informazioni sulla riservatezza dei dati utilizzati, scopriamo che utilizzando FaceApp si accetta “che il Contenuto dell’utente possa essere utilizzato a fini commerciali”. In altre parole, la copia della foto oggetto di ritocco può essere utilizzata da persone a noi estranee per finalità a noi sconosciute. E cancellare una foto non serve a sottrarla alla loro disponibilità: “Il Contenuto caricato dall’utente rimosso dai Servizi può continuare a essere archiviato da FaceApp, incluso, senza limitazioni, il fine di rispettare determinati obblighi di legge”. La contropartita di vedersi più vecchi, più giovani, sorridenti o con una diversa acconciatura è quindi la consegna di una o più immagini all’azienda russa, a società del gruppo o a partner “affiliati”. Sull’App Store di Apple e sul Google Play Store, Faceapp si presenta con riferimenti USA (Wilmington, nel Delaware). Tutto sembra ignorare la regolamentazione sulla riservatezza dei dati in vigore a livello europeo, che vale anche per i trattamenti di dati acquisiti da aziende non europee che offrono servizi ad utenti sul suolo europeo.

Al netto di queste supposizioni: l’importante – come sempre – è essere consapevoli di queste condizioni di utilizzo prima di accettarle. Se questo non crea problemi, il gioco può anche essere divertente. Ma sapendo che ogni immagine può essere memorizzata e utilizzata per ulteriori sviluppi dei già efficaci algoritmi utilizzati per FaceApp, è importante che ognuno giochi con foto proprie, e non di altre persone ignare dell’utilizzo che qualche sconosciuto potrebbe fare di un loro ritratto.

Andando oltre al gioco: come dicevo inizialmente, è impressionante notare quanto siano realistici gli effetti dell’elaborazione di questa app. Forse ora sarà possibile, anche per Polizia e servizi di Intelligence, avere ritratti più verosimili dei ricercati latitanti da anni, per i quali si dispone di foto datate su cui sono stati composti identikit talvolta improbabili con volti sbilenchi e rielaborati in modo approssimativo. Il suggerimento è quello di mettere un sistema come FaceApp al servizio delle forze dell’ordine e della giustizia. Altro che giochino!

 
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Pubblicato da su 17 luglio 2019 in news

 

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Google Plus, chiuso per inutilizzo? Non solo

Ha chiuso i battenti ieri la versione consumer (cioè quella “aperta al pubblico”) di Google Plus, ma in pochi si sono accorti di questa “dipartita”, perché in effetti pochi ne conoscevano o ricordavano l’esistenza. Google Plus, indicato anche come Google+ oppure G+, è stato l’ennesimo vano tentativo di inseguire Facebook con un social network che, non essendo mai realmente decollato, è stato “farcito” automaticamente di utenti grazie ad un legame automatico con gli account dell’universo Google, con l’inclusione “coatta” degli utenti degli smartphone con sistema operativo Android.

Insomma un social senz’anima, non desiderato e quindi ignorato, la cui fine era inevitabile. Ma non è nella sua scarsa vitalità il vero motivo che ne ha reso opportuna la chiusura. Un altro problema – ben più rilevante – ha spinto il gruppo a chiudere il capitolo Google Plus: un bug che ha reso accessibili al mondo i dati personali legati a 500mila account, una vulnerabilità che l’azienda conosceva da tempo, ma che era stata tenuta nascosta e ammessa solo in seguito ad un’inchiesta del Wall Street Journal.

La falla avrebbe reso potenzialmente consultabili agli sviluppatori di 488 app vari dati personali come nome, cognome, indirizzo civico e mail, sesso, data di nascita, professione. Una finestra aperta dal 2015 al 2018 e chiusa solo nel marzo dello scorso anno, quando Google ha individuato e risolto il problema. senza però renderlo noto. “Per via della limitata entità del problema” dirà poi l’azienda. Per evitare danni di immagine e pesanti sanzioni, pensiamo noi.

Solamente dopo la pubblicazione dell’inchiesta da parte del WSJ c’è stato l’annuncio da parte di Google dell’avvio di una serie di azioni intraprese a tutela delle informazioni degli utenti. La prima della lista? La chiusura di Google+.

 
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Pubblicato da su 3 aprile 2019 in news

 

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Test sui social network, perché è meglio non cascarci

I test pubblicati attraverso i social network sono un espediente per carpire dati sugli utenti, verosimilmente a scopo di lucro e, comunque, alle spalle dei diretti interessati. Non è la prima volta che ne parlo e molto spesso l’attività dei loro autori è legata in primo luogo all’ecosistema di Facebook, che sulle informazioni personali vive e prospera.

Da qualche tempo a questa parte, però, sembra ci sia – almeno a livello di facciata – un’inversione di rotta ed ora è addirittura l’azienda di Mark Zuckerberg a dichiararsi parte lesa, da quanto si legge in una denuncia sporta nei confronti di Gleb Sluchevsky e Andrey Gorbachov: si tratta di due sviluppatori ucraini, che sono stati accusati di aver raccolto e analizzato dati personali di ignari utenti di Facebook, nonché di aver inserito pubblicità mirata “non autorizzata” nel loro feed di notizie, sfruttando un’app collegata alla piattaforma del social network.

Con la promessa di raccogliere un’entità limitata di informazioni, gli utenti sarebbero stati indotti all’installazione nel browser di un plug-in, in grado di accedere non solo ai dati dell’account, ma anche agli elenchi degli utenti “amici”, benché non pubblicamente visibili. Non è escluso che questa vicenda possa avere legami con un’altra violazione resa nota lo scorso autunno e relativa alla pubblicazione – da parte di un gruppo di hacker – dei messaggi privati di 81mila account Facebook, che a loro volta avevano portato alla diffusione delle informazioni relative a 176.000 profili (la punta di un iceberg, dal momento che il gruppo reo di questa operazione aveva dichiarato di possedere un database con dati di 120 milioni di account), tutte informazioni rivendibili sul mercato dei dati personali.

Quello che è certo è che almeno in un determinato periodo – tra il 2017 e il 2018 – i due ucraini hanno utilizzato il social network per pubblicare alcuni test sulla personalità, con titoli come “Di quale personaggio storico sei il sosia?”, “Hai sangue reale nelle vene?”, “Quanti veri amici hai?” o “Qual è il colore della tua aura?”. Domande decisamente poco esistenziali e soprattutto assolutamente inutili, ma abbastanza attraenti per qualche navigatore in cerca di passatempi senza impegno, pronti a cadere nel tranello in cambio di altri test e oroscopi “personalizzati”.

Dalla lettura della denuncia depositata venerdì scorso, tra le motivazioni sollevate l’azienda fa emergere per Facebook “un irreparabile danno alla reputazione”, con ripercussioni sugli utenti che avrebbero “effettivamente compromesso i propri browser” installando le estensioni richieste dalle app incriminate. Lo “schema” non avrebbe funzionato, tuttavia, se Facebook non avesse approvato l’iscrizione degli hacker – avvenuta con l’utilizzo di due pseudonimi – come sviluppatori autorizzati a sfruttare la feature legata all’accesso a Facebook. Su questa base Facebook punta il dito sui due sviluppatori per violazione del CFAA (Computer Fraud and Abuse Act). La scoperta dell’attività malevola sarebbe avvenuta in seguito ad “un’indagine sulle estensioni dannose” che sarebbero state poi notificate ai team di sviluppo dei browser interessati.

Questa azione legale – che segue di pochi giorni un’altra denuncia verso quattro aziende cinesi accusate da Facebook di aver venduto follower e like fasulli – permette a Facebook di attuare una strategia di difesa dalle denunce, che piovono da più parti nel mondo, in tema di violazione della privacy e della sicurezza delle informazioni. L’obiettivo è di far focalizzare l’attenzione di pubblico e media su hacker malintenzionati, spostandola dalle “debolezze” della piattaforma di social network emerse in casi precedenti, come quello di Cambridge Analytica.

Questo tipo di problema, però, è sorto anni fa e non è superfluo ricordare la denuncia, formulata qualche anno fa nei confronti di Facebook , di aver tracciato “con disinvoltura” le attività online di utenti iscritti e non iscritti al social network mediante i cookies attraverso una raccolta di dati attuata durante la lettura di post pubblici. In quell’occasione Facebook, aveva sostanzialmente ammesso la raccolta di informazioni, precisando che la causa era in un bug.

Se ancora oggi stiamo parlando di queste problematiche, la soluzione non è vicina. Ma, al netto di questa vicenda specifica, la domanda sorge spontanea: è proprio necessario cimentarsi in futili test sulla personalità dalla dubbia (inesistente) attendibilità? Certo, si tratta di giochi simili a quei test che si trovano su riviste da leggere in spiaggia sotto l’ombrellone o in una sala d’attesa. Ma almeno dietro a quelle pagine di carta non si nasconde nessuno pronto ad abbindolarci.

 
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Pubblicato da su 11 marzo 2019 in news

 

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Il prezzo della gratuità al tempo dei social

Prima dell’avvento di Facebook, Instagram, Linkedin, Twitter e così via, il concetto di social network indicava essenzialmente, dal punto di vista sociologico, un gruppo di persone collegate tra loro da relazioni sociali, legami, interazioni. Le piattaforme di social network che conosciamo noi vorrebbero esserne la declinazione digitale, con tutti i pro e contro che ciò comporta, e che sono contaminati da un’illusione di fondo, più volte trattata anche dal sottoscritto: la presunta gratuità.

Facciamo un primo passo per definirla meglio e, anziché chiamarla gratuità, cominciamo ad inquadrarla come assenza di costi apparenti: effettivamente, i social network come altri servizi disponibili via Internet non richiedono costi di iscrizione o canoni di servizio. L’utente non riceve alcuna richiesta un esborso economico e questo aspetto, in qualche modo, lo induce ad alleggerire l’attenzione alle condizioni di utilizzo dei servizi che sottoscrive: si tratta di vere e proprie condizioni contrattuali, con clausole e particolari che impegnano le parti, ma dal momento che non esce nulla dal portafoglio o dal conto in banca, vengono spesso accettate nella superficiale consapevolezza di non subire danni patrimoniali (“male che vada, non perdo nulla perché non mi costa nulla”).

Nel caso dei social network, dal momento in cui si completa l’iscrizione si accetta di usufruire di quel servizio e si entra a far parte di un sistema, le cui dinamiche si basano sulla condivisione di informazioni (pensieri, opinioni, foto, video, audio) e di riscontri (i commenti, le risposte, i “mi piace” con le altre reazioni, le emoji, gli hashtag). Se la consapevolezza di ciò che si fa in quel sistema rimane superficiale, si entra a far parte di un gioco di cui non si arriva a comprendere le vere regole, molte delle quali sono sfruttare ai fini della profilazione pubblicitaria, tema che sfugge a chi si iscrive ad un social network per occuparsi di cazzeggio digitale, ma che è vitale per chi gestisce e mantiene la piattaforma.

Ciò che infatti agli utenti appare free – cioè senza costi apparenti – non è certo gratis per chi sta dall’altra parte di monitor e display: semplificando molto, tutto ciò che va dallo sviluppo software a tutta la parte hardware necessaria a mantenere in vita il tutto (computer, server, datacenter, energia elettrica, connettività), passando per la forza lavoro che muove il sistema, ha dei costi notevoli. Se questi costi non vengono pagati dai miliardi di utenti iscritti, come si sostengono i social network? Una piccola parte delle loro entrate è data da app e giochi, sviluppati da aziende che stipulano accordi commerciali con la piattaforma che le ospita. Ma la fetta più consistente dei ricavi arriva con l’advertising, ossia con la pubblicità, che sui social network colpisce in modo particolarmente efficace e mirato, proprio perché ogni utente – attraverso ogni condivisione e ogni riscontro – consegna un profilo di sé con dati anagrafici, gusti, posizioni, lavoro, hobby e legami con altre persone, che a loro volta hanno trasmesso il proprio profilo allo stesso modo.

Tutte queste informazioni vengono raccolte, memorizzate ed elaborate per rendere ancora più raffinato e ricco di particolari il profilo di ogni utente, allo scopo di proporgli inserzioni pubblicitarie aderenti alle sue preferenze ed esigenze. Per principio questo criterio potrebbe andare bene all’utente, che potrebbe ricevere solo informazioni pubblicitarie “su misura”. Il problema è che poco o nulla si sa riguardo all’effettivo utilizzo dei dati personali legati al suo profilo, a chi effettivamente li gestisce, e se ciò avviene solo per scopi legati all’advertising. Il caso Cambridge Analytica – la punta di un iceberg – ci ha dimostrato l’utilizzo politico e non dichiarato di queste informazioni. Ma al di là degli aspetti non trasparenti, esistono altre fattispecie che non consideriamo.

Fra le più eclatanti troviamo l’invadenza e la pervasività della pubblicità mirata, che arriva a bombardare l’utente fino a livelli inaspettati e, talvolta, devastanti. Non sto esagerando e un episodio che ne offre dimostrazione concreta è di questi giorni. La protagonista è Gillian Brockell, americana. Ha vissuto la propria gravidanza con legittimo entusiasmo, condiviso sui social network a colpi di post, foto e hashtag legati alla propria condizione, facendo ricerche sul web legate allo stesso argomento, e che hanno veicolato sul suo profilo – nonché sugli spazi pubblicitari dei siti web visitati – una lunga serie di pubblicità di prodotti per la gravidanza e per l’infanzia. Purtroppo perde il suo bimbo in grembo, ma nonostante questo trauma non si ferma il flusso di pubblicità di abbigliamento prémaman, cibi per neonati, lettini, passeggini, giochi, a cui lei stessa aveva aperto quelle porte che ora non riesce più a chiudere. Per questo ha scritto una lettera aperta alle “tech companies”:

“So che sapevate che fossi incinta. È colpa mia. Semplicemente non ho potuto resistere a quegli hashtag su Instagram #30weekspregnant, #babybump. Stupida! E ho persino cliccato una volta o due su pubblicità di abbigliamento da maternità che Facebook mi mostrava”

“Scommetto che Amazon vi ha anche detto la data prevista per la nascita – 24 gennaio – quando ho creato la lista nascita”.

Consapevole di aver seminato dettagli sulla propria gravidanza, metabolizzati dalle aziende che vivono di questi dati, Gillian Brockell sa comunque di aver proseguito a servirsi di motori di ricerca e social network per cercare informazioni sul fatto di non sentire più i movimenti del bambino, e di aver interrotto all’improvviso la sua compulsiva presenza su Internet, ripresa solo per scrivere nuovi post e nuovi hashtag, segnati però dal trauma dell’interruzione della gravidanza.

“Se siete abbastanza intelligenti da capire che sono incinta, siete sicuramente abbastanza intelligenti anche per capire che ho perso il mio bambino”.

Crediamo che il mondo abbia fatto progressi con l’intelligenza artificiale, ma l’asetticità dei sistemi che imbrigliano la versione digitale delle nostre vite dimostra che non siamo ancora arrivati alla sensibilità artificiale. Probabilmente – se raggiungibile – il percorso è ancora lungo. Nel frattempo possiamo imparare ad avere una maggiore consapevolezza su come si comportano le aziende che vivono sfruttando i nostri dati, e dedicare più tempo alla nostra vita reale e alle persone che ci circondano.

 
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Pubblicato da su 14 dicembre 2018 in news

 

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Più stalker che provider

Circa cinque anni fa ho scritto “Google è un grande follower”, per spiegare come fosse estremamente facile – per Google – tracciare tutti gli spostamenti degli utenti che avessero attivato sullo smartphone i servizi di posizionamento, per poi rivederli nella Location History (Cronologia delle posizioni). Allora la prassi di tracciare gli utenti – seguita dalle aziende attive su Internet – era ancora poco conosciuta (ben nota agli addetti ai lavori, ma non alla maggior parte degli utenti). Oggi le informazioni disponibili su questo argomento sono molte di più, tuttavia negli utenti non si riscontra maggiore consapevolezza. In parole povere, ancora oggi pochi si rendono conto di quanto siano estese e capillari le attività di monitoraggio e controllo delle persone che utilizzano servizi in rete. Naturalmente per “servizi” intendo tutto ciò che viaggia su Internet, dai social network ai sempre più diffusi assistenti vocali. È proprio a questo che è necessario porre massima attenzione, sia nei casi di utilizzo personale che in quelli legati a esigenze professionali e aziendali.

Le tracce appetibili che ognuno di noi lascia in rete sono tante, a partire dall’indirizzo IP, una coordinata univoca attribuita ad ogni computer collegato in rete, che permette l’identificazione e la localizzazione dell’hardware utilizzato. Le informazioni sul software, invece, le danno i browser (Chrome, Edge, Explorer, Firefox, Opera, Safari, eccetera) e altre applicazioni che naturalmente possono fornire dati interessanti, direttamente o attraverso i cookie. Tutti i servizi che orbitano ad esempio attorno a Google (il cui motore registra con accuratezza tutte le ricerche effettuate attraverso tutti i servizi ad esso collegati, da Maps a YouTube), nonché Chrome e il sistema operativo Android presente sugli smartphone, fanno largo uso di queste soluzioni che trattano informazioni preziose per chi ha un business che si regge sulla raccolta di inserzioni pubblicitarie e sulla profilazione degli utenti, a cui sottoporre banner pubblicitari e promozioni in modo sempre più preciso.

Certo indicare sul computer l’indirizzo 8.8.8.8 come server DNS preferito è già un consenso automatico e implicito alla trasmissione dei propri dati di navigazione a Google, ma anche il browser Firefox non ce la dice tutta, quando invia le query DNS degli utenti ai server Cloudflare. Se qualcuno non sapesse di cosa sto parlando, mi spiego in parole misere: i server DNS (Domain Name Server) consentono a tutti gli utenti di collegarsi ai siti Internet attraverso un nome, senza doverne conoscere l’indirizzo IP. Ogni computer, per collegarsi ad un servizio o ad un sito web qualunque, interroga di volta in volta il proprio server DNS di riferimento che traduce per lui un dominio (http://www.nomedelsito.it) nel corrispondente indirizzo IP. Chi è in grado di registrare queste operazioni può dunque fotografare l’attività in rete di un utente e comporne un profilo da memorizzare e studiare. Lo scopo potrebbe essere pubblicitario o politico, ma è importante capire che questi dati hanno un mercato.

Per comprendere quanto ci si possa spingere oltre, un esempio su tutti: quando Facebook è finita nell’occhio del ciclone per il caso Cambridge Analytica, il suo frontman Mark Zuckerberg è stato convocato in audizione al Congresso USA in merito ad una serie di questioni, alle quali – oltre alle (poche) spiegazioni immediate – ha risposto in un secondo momento con un report di 454 pagine. In buona parte il documento contiene le medesime informazioni che ognuno può leggere nelle condizioni di utilizzo del social network (sì, quelle di cui il senatore John Kennedy disse “fanno schifo”), ma in mezzo alla molta aria fritta sono emersi alcuni aspetti interessanti: in primis il fatto che Facebook raccoglie anche dati di utenti non iscritti al social network, attraverso app o siti web che utilizzano le sue tecnologie (il “like” o il “commenta” sotto un articolo, per esempio). Si tratta di dati che potrebbero riguardare le letture o gli acquisti effettuati tramite quei siti, ma soprattutto informazioni ottenute dal dispositivo utilizzato in quella connessione.

Questa ammissione va oltre ciò che è già noto da qualche anno e ciò che l’utente ignora è che tutto è registrabile: dalle caratteristiche tecniche di computer e smartphone connessi alle operazioni compiute dall’utente durante la navigazione (finestre mantenute in primo/secondo piano, movimenti del mouse, segnali Wi-Fi e di telefonia mobile, localizzazione, cookie, eccetera). E non mi riferisco ancora a ciò che potrebbe essere possibile acquisire con l’ausilio di assistenti vocali come Alexa, Cortana, Google Assistant, Siri.

Tutto ciò era in ogni caso già intuibile quando – sempre cinque anni fa – scoppiò il Datagate, lo scandalo che coinvolse la NSA, l’agenzia americana per la sicurezza nazionale, che tuttora intercetta le comunicazioni elettroniche e telefoniche che transitano dagli USA, come spiega The Intercept.

E giusto per chiudere in “tranquillità”: per queste attività di intercettazione – che l’agenzia svolge nell’ambito del programma Fairview – vengono utilizzati otto edifici della compagnia telefonica AT&T, dislocati in altrettante città degli Stati Uniti. Il controllo coinvolge ovviamente il traffico di altre compagnie telefoniche. Tra queste troviamo anche Telecom Italia:

Tutto questo per ricordarci quanto è importante un utilizzo consapevole degli strumenti di comunicazione.

 
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Pubblicato da su 3 luglio 2018 in news

 

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Violata una chat segreta, le foto in rete. “Opera di hacker”? Ma de che?

Sarebbe ora che lo smartphone venisse utilizzato con consapevolezza dagli utenti di tutte le età:

Protagoniste e vittime sono una sessantina di liceali di Modena e Reggio Emilia, come racconta Qn/Il Resto del Carlino. La vicenda nasce in estate quando le minorenni decidono di creare con l’App per smartphone un contenitore segreto di immagini, dove si ritraggono nude. Ma il contenuto della chat “segreta” ha cominciato a circolare nei giorni scorsi tra i liceali modenesi. Le 60 protagoniste hanno scoperto che tutto il materiale, foto e video, era finito sul web. Hanno puntato il dito contro il fidanzato di una, il quale ha ammesso di aver scaricato le immagini, salvandole sul pc, ma giurando di non averle mai messe in rete, dando la colpa all’opera di hacker.

Al di là della non ottima idea di utilizzare – come “contenitore segreto” – una chat su WhatsApp in un contesto allargato ad una sessantina di ragazze, il primo aspetto di cui è fondamentale essere consapevoli è che è sempre la persona – e non la tecnologia – ad avere la responsabilità di fatti come quello descritto. In questa vicenda – stando a quanto si legge sul Resto del Carlino – all’estrema superficialità e leggerezza con cui le dirette interessate hanno trattato la propria immagine e le proprie immagini (dati personali e sensibili, in quanto intimi), si aggiunge il tradimento dell’implicito patto di segretezza da parte di qualcuno che ha pensato bene di raccogliere e catalogare le immagini, per poi agevolarne (forse inconsapevolmente) la diffusione via Internet. Dare la colpa “all’opera di hacker” è un puerile e patetico tentativo di mascherare superficialità e mancanza di rispetto (per non parlare di altre ben più ponderose questioni, legate alla conservazione abusiva di quelle che qui chiameremo “immagini intime” di sessanta liceali, ma che in altri ambienti, a seconda dell’età del soggetto ritratto, prendono il nome di “foto pedopornografiche”).

Nel paragrafo precedente ho scritto due volte “superficialità”, una volta “leggerezza” e “mancanza di rispetto”. Sono elementi ricorrenti in fenomeni come questo, che nascono piccoli e presto diventano più grandi dei loro protagonisti e ci devono far riflettere sul rapporto tra giovani e nuove tecnologie, o meglio sull’enorme necessità di alfabetizzazione digitale dei nostri ragazzi, che sono espertissimi nell’uso delle funzionalità offerte da Internet, smartphone e altri dispositivi digitali, ma ignorano completamente ogni aspetto di rischio conseguente alle loro azioni. Esiste inoltre un altro aspetto di cui c’è scarsissima consapevolezza: uno smartphone è legato ad un’utenza telefonica e una sim card può essere intestata anche ad un minore, ma genitori e tutori devono sapere che uso si fa di quell’utenza telefonica, perché il titolare è il minore di cui sono responsabili, pertanto i ragazzi non possono rivendicare alcun diritto alla privacy nei loro confronti.

A corollario di tutto quanto detto sopra: in rete e nel mondo esistono molti pedofili e pazzi. Non è la loro esistenza a doverci far desistere dal compiere certe azioni (come condividere foto intime in un gruppo di WhatsApp): ancor prima dovremmo ascoltare la voce del nostro cervello, quando ci chiede “Ehi aspetta, a cosa ca**o ti serve che tu condivida quel tipo di foto su WhatsApp?”. Per rimettersi in bolla basterebbe dare il giusto peso alla risposta. Poi, liberi tutti di fare tutto ciò che si vuole, ci mancherebbe solo che qualcuno si senta inibito a fare ciò che davvero ritiene importante. Ma solo con tutta la dovuta consapevolezza.

 
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Pubblicato da su 8 novembre 2017 in cellulari & smartphone

 

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Il valore e i valori della vita non si riducono in un post

Non trovo nulla di sensato in questa storia raccontata dalla stampa (che richiamo nell’immagine qui riportata), in cui in seguito ad un incidente, una persona di passaggio vede una vittima e – come reazione immediata – si preoccupa solo di filmare la vicenda:

Non trovo nulla di sensato nemmeno nelle parole di questa dichiarazione raccolta dal Resto del Carlino:

«Ero sconvolto, sotto choc, volevo fare qualcosa per quel giovane a terra, mi hanno detto che non dovevo avvicinarmi, che stavano arrivando l’ambulanza e i carabinieri. Mi sono messo a filmarlo e a fare una diretta. Volevo condividere il mio dolore, mi sono sentito solo, nessuno che mi abbracciasse. Non cercavo lo scoop, giuro. Ora ho capito di aver sbagliato e chiedo scusa a tutti, alla famiglia soprattutto. Ma è anche colpa di questa società che vuole tutto in diretta e senza più valori. Ho chiamato in Vaticano per far dire una preghiera per Simone»

Non sono sconvolto dalle contraddizioni (“chi mi segue chiami aiuto” e “mi hanno detto che avevano già chiamato i soccorsi”), ne’ dalla “inversione di posizione” con la vittima (“mi sono sentito solo, nessuno che mi abbracciasse”), poiché comprendo che essere testimone di un incidente o delle sue immediate conseguenze possa generare un impatto sconvolgente: a colpirmi è il fatto che la prima reazione sia stata prendere lo smartphone e filmare l’accaduto in una diretta via Facebook.

In questa vicenda, la presunta necessità di condividere l’accadimento attraverso un social network ha sostituito gli istinti umani. Davanti a situazioni simili c’è chi corre a prestare aiuto, soccorso, protezione. C’è anche chi scappa, per istinto di sopravvivenza (propria), sentendosi incapace di sostenere una simile situazione. E c’è chi filma, perché c’è una società che vuole tutto in diretta. Il telefono va preso in mano per chiamare il 112, non per assecondare un’entità disumana a cui non interessiamo: questo nuovo istinto alla condivisione è frutto di una vera e propria intossicazione, un essere umano non può perdere di vista le priorità reali.

L’assurdità di questi istinti social ci viene confermata dall’esistenza di cartelli come questi, che sono lì a ricordarci – perché è diventato necessario che qualcuno ce lo ricordi – che il valore e i valori della vita non si riducono in un post.

 
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Pubblicato da su 23 ottobre 2017 in news

 

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Il test condiviso sui social? Potrebbe nascondere una trappola mangiasoldi

Si presentano come innocui giochini e passatempi sui social network, ma spesso nascondono delle vere e proprie trappole mangiasoldi: sono quei “test” apparentemente innocenti che vengono condivisi a catena da altri utenti, spesso mirati a carpire informazioni personali, ma basta davvero poco per cascare in un tranello ancor più difficile da scoprire e ritrovarsi abbonati (a propria insaputa) ad un servizio a pagamento, pronto ad estorcere immediatamente qualche euro al malcapitato utente. Tra gli incriminati di più recente pubblicazione troviamo quello della velocità visiva, quello che fa scoprire il significato del nome, quello sulle pettinature, quello che abbina i fiori ai segni zodiacali… In molti casi, chi ha provato a sottoporsi – per gioco e in assoluta buona fede – a questi test, si è ritrovato abbonato ad un servizio a valore aggiunto (per chi incassa), che prevede l’addebito di un canone di qualche euro, settimanale o mensile.

Al netto dell’inutilità di questi test, non riscontrando insidie da sottoscrivere, qualcuno – sempre per gioco – potrebbe trovare simpatico parteciparvi comunque, pensando che tanto non costa nulla, perché se fosse previsto l’addebito per un servizio, nelle condizioni e nei termini di utilizzo qualche indicazione dovrebbe essere prevista. Ma è veramente così?

Senza fare molti sforzi, ho dato una rapida occhiata alla mia home su Facebook per trovare qualche condivisione di questo tipo da parte dei miei contatti. In meno di un minuto ne ho trovate un paio che fanno capo ad un unico sito web, il cui nome è leggibile e ben indicato:

Visitando il sito (che sembra essere l’edizione italiana di un sito internazionale, visto quel .it iniziale), in fondo alla homepage si trova un link che porta alla sezione “Termini e condizioni”. Mi aspetterei quindi di trovare le informazioni che mi interessano, ma c’è qualcosa che non mi piace: portando il mouse sul collegamento noto che il browser, in basso a sinistra, indica che il link porta da un’altra parte, sul sito tedesco socialsweethearts.de.

Cliccando, approdo a una pagina in tedesco, di cui esiste anche la versione inglese. Altro elemento che non mi piace: niente che sia scritto in italiano, sebbene sia partito da un sito che propone un gioco/passatempo in italiano a utenti di ogni genere, non obbligati a conoscere una lingua straniera. Nel testo delle condizioni si parla genericamente di servizi che possono essere gratuiti e/o a pagamento, e coloro che avessero dubbi su una qualunque sezione di tali condizioni di utilizzo sono pregati “di consultare un professionista in campo legale prima di accedere e utilizzare il servizio” perché “accedendo o utilizzando il servizio, l’utente dichiara di aver letto, compreso e accettato questi termini”.

Quanto basta per non andare oltre, da qui in poi non serve davvero altro per capire che dietro al test c’è tutt’altro. Per sottoporsi a un test online sul significato del nome, o per sapere “che animale sei quando sei arrabbiata”, ci serve davvero tutto tutta ‘sta regolamentazione?

Se la domanda è troppo lunga la riduco, perché applicando correttamente la proprietà riassuntiva il risultato non cambia: un test online ci serve davvero?

 
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Pubblicato da su 20 marzo 2017 in news

 

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Google Plus è ancora vivo, per chi non lo ricordasse

googleplus2017

E’ meraviglioso pensare all’affetto con cui viene tenuto in vita Google Plus (Google+), il social network di casa Google che vanta miliardi di membri (secondo alcuni si tratterebbe di oltre tre miliardi di account), molti dei quali inconsapevoli (avendo accettato l’iscrizione mentre configuravano il proprio account Android su tablet o smartphone, oppure mentre aderivano ad altri servizi del gruppo, da Gmail).googleunicoaccount

Nelle scorse ore sono state annunciate alcune novità: torneranno gli Eventi (ma solo al di fuori della G Suite dedicata al mondo business), i “commenti responsabili” (quelli ritenuti inutili verranno nascosti), la possibilità di applicare nuovi filtri alle immagini. A parte quest’ultima caratteristica, nulla di realmente sostanzioso, e d’altronde è già molto ricordarsi dell’esistenza di questo social network lasciato alla deriva (non sono parole mie, le ha scritte Chris Messina, uno dei suoi “padri”, avendovi lavorato come user experience designer).

Mi era già capitato di scriverne e lo ribadisco:

è nato troppo tardi per fare concorrenza a Facebook senza avere reali caratteristiche distintive e, per come è stato realizzato ed evoluto (poco), non può che rimanere molte lunghezze alle spalle del leader

 

 
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Pubblicato da su 20 gennaio 2017 in news

 

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Leoni da tastiera, imparate a difendervi. Da voi stessi

Lo scorso 25 novembre, in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donneLaura Boldrini – attuale presidente della Camera – ha esemplificato la violenza riunendo in un tweet alcune tra le peggiori violenze verbali ricevute tramite social network nell’ultimo mese. Insulti senza senso che non necessitano di commento, scritti da persone che in propria difesa non possono addurre oggettivamente alcun tipo di giustificazione, indipendentemente dalla stima o dal disprezzo che possono nutrire verso la persona a cui sono rivolti. Nell’esporre quei messaggi così brutalmente offensivi, Laura Boldrini ha chiesto “Secondo voi questa è libertà di espressione?”

Dall’intervista all’autrice di uno di quei commenti emerge che gli insulti scritti con tanta ferocia erano uno “sfogo”:

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A tale proposito, questo problema mi ricorda il trattamento che Selvaggia Lucarelli riserva ad alcuni dei leoni da tastiera che la insultano su Facebook per ciò che scrive: li rintraccia telefonicamente e chiede loro conto di ciò che hanno scritto, mandando in onda la conversazione nella trasmissione radiofonica che conduce. Spesso la reazione dei malcapitati non è molto diversa da quella riportata sopra, ma questa è la realtà di molti fra quelli che vengono indicati come haters, quegli odiatori che esprimono il proprio astio verso persone che per loro rappresentano o impersonano il motivo della loro insoddisfazione: gente che non è in grado di cogliere la differenza tra uno sfogo inappropriato (quando non deprecabile) espresso in un contesto limitato come una chiacchierata tra quattro amici al bar, e un commento con le stesse parole scritte direttamente ad una persona tramite social network, quindi amplificato da uno strumento di comunicazione che offre una visibilità globale e scatena un effetto branco.

La domanda di Laura Boldrini “Secondo voi questa è libertà di espressione?” fa riferimento agli insulti, ma può anche essere riferirla a quello stesso tweet. E la risposta è no, per entrambe le chiavi di lettura. Libertà di espressione non è, ovviamente, avere la possibilità di scrivere insulti a chi pare a noi. Ma nemmeno mettere alla gogna gli autori di quelle violenze verbali lo è, nonostante sia un fenomeno da contrastare con fermezza e chi se ne rende colpevole meriti di comprendere la reale entità e pesantezza della violenza che commette. Si potrebbe pensare che mettere in mostra i loro nomi e cognomi, con ciò che hanno scritto, possa essere utile a questo obiettivo e in un certo senso lo è, perché quelle persone esprimeranno pentimento e vergogna. Ma questa reazione non avrà effetto su altri che continueranno a comportarsi nello stesso modo, eventualmente protetti da uno pseudonimo che ne renderà meno immediato il riconoscimento, comunque possibile alle forze dell’ordine che hanno facoltà di intervenire dopo aver ricevuto segnalazioni a questo proposito. E non frenerà lo spargimento di odio in Rete o il cyberbullismo.

Con queste reazioni, soprattutto, viene meno l’aspetto educativo: chi si rende colpevole di queste violenze trasmesse attraverso un social network non è altro che l’ennesimo esempio di utente ignaro che utilizza la Rete senza conoscerne tutti gli aspetti, senza consapevolezza alcuna delle conseguenze che possono avere le proprie azioni. Conseguenze che possono colpire altre persone in modo più feroce di quanto non si creda, ma che possono colpire come un boomerang anche lo stesso utente ignaro, nella sua veste di utonto, webete o leone da tastiera, che si espone con leggerezza e non pensa che potrebbe essere denunciato o esposto a sua volta al pubblico ludibrio. Perché nei social network, che sono sottoinsieme di Internet e – ancor più globalmente – del mondo concreto, ognuno è responsabile delle proprie azioni. Mai dimenticarlo.

Sopra ogni altra considerazione andrebbe sempre tenuto ben presente che chi sparge odio (in rete, ma non solo) non rispetta gli altri e non rispetta se stesso. Educhiamo chi ci sta vicino al rispetto. Cominciamo dalle piccole cose e non dimentichiamo di farlo sempre.

 
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Pubblicato da su 28 novembre 2016 in news

 

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Phishing poco furbo: l’account della procace ragazzotta

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Da qualche tempo non passa giorno senza che Instagram mi segnali l’account di una presunta procace ragazzotta che avrebbe iniziato a seguirmi. Parlo di persone a me completamente sconosciute, con nomi probabilmente inventati di sana pianta da persone che creano account ad hoc con foto ammiccanti – quando non provocanti – allo scopo di catturare a loro volta il maggior numero possibile di follower.

Non riesco a capire quanto sia vincente questa tattica di phishing, dal momento che nel giro di pochi minuti scopro che l’account non esiste più (nemmeno nella mia lista di follower), ma – se ne riceveste anche a voi – suggerisco di cancellare senza remore, prima di scoprire di aver seguito qualche account poco raccomandabile.

Forse è la declinazione social dei vecchi tentativi di aggancio via mail, che però – a mio avviso – potevano essere leggermente più efficaci:

Ciaoooo !! Mi chiamo *****a! Hai ricevuto le mie immagine? Ho letto il tuo lettera e ti replico subito. 
Spero che mi ricordi??? attendo una responso  con impazienza. Ho mandato a te qualche nuove foto. Esse ti sono piaciute? 
Saro contenta se mi manderai le tue nuove foto. Ho 35 anni, lo sai? Sono una donna sola e nubile. Non ho figli. 
abito con i genitori. Vorrei trovare l.altra meta per costituire una focolare... 

Ho cancellato il mio profile dal sito di amicizia.  Se mi risponderai, ti inviero piu mie foto. 
Aspetto una risposta  con impazienza.

Se mi risponderai, ti inviero piu mie foto. Scrivi a me la mia e-mail personale, che ho inviato la foto - 
r********@*****.com !!

Buona serata!! La tua *****a!!
 
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Pubblicato da su 22 novembre 2016 in truffe&bufale

 

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Facebook at Work ora si chiama Workplace

Con un colpo di scena assolutamente ininfluente, il già annunciato Facebook at Work è stato ribattezzato Workplace by Facebook.

Per il resto vale quanto già scritto nel mio post di fine settembre:

Considerazione non superflua: è necessario essere consapevoli che si tratta di un sottoinsieme di Facebook, prima di pensare di utilizzarlo per comunicare informazioni riservate. E’ una questione di sicurezza tutt’altro che trascurabile perché, sebbene l’utilizzo sia interno all’azienda, il livello di controllo esercitabile sulle operazioni compiute e sui dati memorizzati su quella piattaforma sarà sempre comunque inferiore a qualunque altro sistema amministrato internamente. Pertanto è bene porre la massima attenzione a non trasformarlo in un database di dati aziendali importanti, critici o sensibili. Per il bene vostro e della realtà per cui lavorate.

 
3 commenti

Pubblicato da su 11 ottobre 2016 in Internet, news

 

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Facebook at Work, per un lavoro più “social” (attenzione: condividere responsabilmente!)

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Tra pochi giorni arriverà Facebook at Work, una sorta di piattaforma di comunicazione interna dedicata al mondo delle aziende. In pratica l’obiettivo è quello di creare una sorta di social network interno all’azienda, in cui l’utente avrà un account lavorativo distinto dall’account standard di Facebook. Non sarà gratuito, ma non prevederà nemmeno un canone fisso per ogni azienda che lo utilizzerà: la tariffa sarà subordinata al numero dei dipendenti aziendali attivi.

Non sarà un competitor diretto di LinkedIn, che è e rimane un social network orientato al mondo del lavoro (ossia con molto meno cazzeggio) e trasversale, in quanto ha l’obiettivo di mettere in contatto tra loro i professionisti indipendentemente dalla realtà in cui lavorano, anche allo scopo di creare nuovi rapporti di collaborazione o di lavoro. Se troverà terreno fertile, è prevedibile che possa porsi come alternativa in azienda ai sistemi di comunicazione interna (l’e-mail innanzitutto, oltre a soluzioni come Yammer).

Considerazione non superflua: è necessario essere consapevoli che si tratta di un sottoinsieme di Facebook, prima di pensare di utilizzarlo per comunicare informazioni riservate. E’ una questione di sicurezza tutt’altro che trascurabile perché, sebbene l’utilizzo sia interno all’azienda, il livello di controllo esercitabile sulle operazioni compiute e sui dati memorizzati su quella piattaforma sarà sempre comunque inferiore a qualunque altro sistema amministrato internamente. Pertanto è bene porre la massima attenzione a non trasformarlo in un database di dati aziendali importanti, critici o sensibili. Per il bene vostro e della realtà per cui lavorate.

 

 
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Pubblicato da su 30 settembre 2016 in business, news

 

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Niente bandiere, solo un cartello: attenzione

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In rete e sui social network non espongo bandiere o simboli, e non perché in questi giorni sarebbe necessario esporne troppi, ma semplicemente perché il pretesto della solidarietà manifesta maschera una tecnica di profilazione e di marketing a cui non mi interessa sottopormi. Al netto del fatto che – per quanto accade ogni giorno nel mondo – le bandiere da esporre sarebbero moltissime e c’è chi le propone tutte insieme (iniziativa simbolicamente lodevole, ma che a mio avviso si svuota di significato), decido io come, quando e perché modificare il mio profilo. Facendolo con un’applicazione che mi viene offerta ad hoc, cedo solo alla lusinga di un servizio chiavi in mano, che comunica molte cose:

  1. agli amici comunica probabilmente la mia indignazione e la mia vicinanza alle vittime, e in qualche modo una mia posizione ideologica, umana o di altra natura;
  2. a chi mi ha offerto quel servizio comunica tutt’altro, cioè che sono una persona che reagisce ai loro stimoli, e che posso essere influenzabile anche in altri ambiti e contesti (anche pubblicitari, sì);
  3. al resto del mondo veicola la visibilità del messaggio terroristico (già abbondantemente pubblicizzato da patinate riviste).

Tutti coloro che hanno modificato il proprio profilo con la bandiera francese strategicamente offerta da Facebook lo hanno fatto per esternare i propri sentimenti e io non mi permetto di discuterne l’intento, ne’ di criticarlo, anzi… ma è bene sapere che dietro c’è molto di più.

In rete c’è anche chi condivide inconsapevolmente bufale, titoli di giornale un po’ sciacalli, e chi condivide le stesse cose consapevolmente, per condannare chi le ha diffuse. Il risultato è che in ogni caso la voce dei loro autori si sparge e si amplifica. 
Fate attenzione, là fuori. Fate il vostro gioco, non quello degli altri.

 
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Pubblicato da su 18 novembre 2015 in news

 

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Condividi responsabilmente (e occhio ai selfie)!

winning-ticket-melb-cup-628[1]Un’ennesima conferma dell’importanza di fare attenzione a ciò che si condivide e con chi lo si condivide sui social network. Ora l’ha avuta – avendolo imparato a proprie spese – la signorina Chantelle, che alla Melbourne Cup aveva scommesso 20 dollari su Prince of Penzance, vincendone 825. Per la felicità, prima di riscuotere la vincita, si è scattata un selfie mettendo in evidenza il ticket della scommessa. Quando si è presentata all’incasso, però, ha amaramente scoperto che la vincita era già stata riscossa da una persona che ha presentato il codice a barre corrispondente al ticket vincente. Uno dei suoi amici di Facebook l’aveva anticipata, non certo per farle un favore, ma per intascarsi gli 825 dollari!

 

 

 
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Pubblicato da su 6 novembre 2015 in privacy

 

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