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Più stalker che provider

Circa cinque anni fa ho scritto “Google è un grande follower”, per spiegare come fosse estremamente facile – per Google – tracciare tutti gli spostamenti degli utenti che avessero attivato sullo smartphone i servizi di posizionamento, per poi rivederli nella Location History (Cronologia delle posizioni). Allora la prassi di tracciare gli utenti – seguita dalle aziende attive su Internet – era ancora poco conosciuta (ben nota agli addetti ai lavori, ma non alla maggior parte degli utenti). Oggi le informazioni disponibili su questo argomento sono molte di più, tuttavia negli utenti non si riscontra maggiore consapevolezza. In parole povere, ancora oggi pochi si rendono conto di quanto siano estese e capillari le attività di monitoraggio e controllo delle persone che utilizzano servizi in rete. Naturalmente per “servizi” intendo tutto ciò che viaggia su Internet, dai social network ai sempre più diffusi assistenti vocali. È proprio a questo che è necessario porre massima attenzione, sia nei casi di utilizzo personale che in quelli legati a esigenze professionali e aziendali.

Le tracce appetibili che ognuno di noi lascia in rete sono tante, a partire dall’indirizzo IP, una coordinata univoca attribuita ad ogni computer collegato in rete, che permette l’identificazione e la localizzazione dell’hardware utilizzato. Le informazioni sul software, invece, le danno i browser (Chrome, Edge, Explorer, Firefox, Opera, Safari, eccetera) e altre applicazioni che naturalmente possono fornire dati interessanti, direttamente o attraverso i cookie. Tutti i servizi che orbitano ad esempio attorno a Google (il cui motore registra con accuratezza tutte le ricerche effettuate attraverso tutti i servizi ad esso collegati, da Maps a YouTube), nonché Chrome e il sistema operativo Android presente sugli smartphone, fanno largo uso di queste soluzioni che trattano informazioni preziose per chi ha un business che si regge sulla raccolta di inserzioni pubblicitarie e sulla profilazione degli utenti, a cui sottoporre banner pubblicitari e promozioni in modo sempre più preciso.

Certo indicare sul computer l’indirizzo 8.8.8.8 come server DNS preferito è già un consenso automatico e implicito alla trasmissione dei propri dati di navigazione a Google, ma anche il browser Firefox non ce la dice tutta, quando invia le query DNS degli utenti ai server Cloudflare. Se qualcuno non sapesse di cosa sto parlando, mi spiego in parole misere: i server DNS (Domain Name Server) consentono a tutti gli utenti di collegarsi ai siti Internet attraverso un nome, senza doverne conoscere l’indirizzo IP. Ogni computer, per collegarsi ad un servizio o ad un sito web qualunque, interroga di volta in volta il proprio server DNS di riferimento che traduce per lui un dominio (http://www.nomedelsito.it) nel corrispondente indirizzo IP. Chi è in grado di registrare queste operazioni può dunque fotografare l’attività in rete di un utente e comporne un profilo da memorizzare e studiare. Lo scopo potrebbe essere pubblicitario o politico, ma è importante capire che questi dati hanno un mercato.

Per comprendere quanto ci si possa spingere oltre, un esempio su tutti: quando Facebook è finita nell’occhio del ciclone per il caso Cambridge Analytica, il suo frontman Mark Zuckerberg è stato convocato in audizione al Congresso USA in merito ad una serie di questioni, alle quali – oltre alle (poche) spiegazioni immediate – ha risposto in un secondo momento con un report di 454 pagine. In buona parte il documento contiene le medesime informazioni che ognuno può leggere nelle condizioni di utilizzo del social network (sì, quelle di cui il senatore John Kennedy disse “fanno schifo”), ma in mezzo alla molta aria fritta sono emersi alcuni aspetti interessanti: in primis il fatto che Facebook raccoglie anche dati di utenti non iscritti al social network, attraverso app o siti web che utilizzano le sue tecnologie (il “like” o il “commenta” sotto un articolo, per esempio). Si tratta di dati che potrebbero riguardare le letture o gli acquisti effettuati tramite quei siti, ma soprattutto informazioni ottenute dal dispositivo utilizzato in quella connessione.

Questa ammissione va oltre ciò che è già noto da qualche anno e ciò che l’utente ignora è che tutto è registrabile: dalle caratteristiche tecniche di computer e smartphone connessi alle operazioni compiute dall’utente durante la navigazione (finestre mantenute in primo/secondo piano, movimenti del mouse, segnali Wi-Fi e di telefonia mobile, localizzazione, cookie, eccetera). E non mi riferisco ancora a ciò che potrebbe essere possibile acquisire con l’ausilio di assistenti vocali come Alexa, Cortana, Google Assistant, Siri.

Tutto ciò era in ogni caso già intuibile quando – sempre cinque anni fa – scoppiò il Datagate, lo scandalo che coinvolse la NSA, l’agenzia americana per la sicurezza nazionale, che tuttora intercetta le comunicazioni elettroniche e telefoniche che transitano dagli USA, come spiega The Intercept.

E giusto per chiudere in “tranquillità”: per queste attività di intercettazione – che l’agenzia svolge nell’ambito del programma Fairview – vengono utilizzati otto edifici della compagnia telefonica AT&T, dislocati in altrettante città degli Stati Uniti. Il controllo coinvolge ovviamente il traffico di altre compagnie telefoniche. Tra queste troviamo anche Telecom Italia:

Tutto questo per ricordarci quanto è importante un utilizzo consapevole degli strumenti di comunicazione.

 
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Pubblicato da su 3 luglio 2018 in news

 

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Violata una chat segreta, le foto in rete. “Opera di hacker”? Ma de che?

Sarebbe ora che lo smartphone venisse utilizzato con consapevolezza dagli utenti di tutte le età:

Protagoniste e vittime sono una sessantina di liceali di Modena e Reggio Emilia, come racconta Qn/Il Resto del Carlino. La vicenda nasce in estate quando le minorenni decidono di creare con l’App per smartphone un contenitore segreto di immagini, dove si ritraggono nude. Ma il contenuto della chat “segreta” ha cominciato a circolare nei giorni scorsi tra i liceali modenesi. Le 60 protagoniste hanno scoperto che tutto il materiale, foto e video, era finito sul web. Hanno puntato il dito contro il fidanzato di una, il quale ha ammesso di aver scaricato le immagini, salvandole sul pc, ma giurando di non averle mai messe in rete, dando la colpa all’opera di hacker.

Al di là della non ottima idea di utilizzare – come “contenitore segreto” – una chat su WhatsApp in un contesto allargato ad una sessantina di ragazze, il primo aspetto di cui è fondamentale essere consapevoli è che è sempre la persona – e non la tecnologia – ad avere la responsabilità di fatti come quello descritto. In questa vicenda – stando a quanto si legge sul Resto del Carlino – all’estrema superficialità e leggerezza con cui le dirette interessate hanno trattato la propria immagine e le proprie immagini (dati personali e sensibili, in quanto intimi), si aggiunge il tradimento dell’implicito patto di segretezza da parte di qualcuno che ha pensato bene di raccogliere e catalogare le immagini, per poi agevolarne (forse inconsapevolmente) la diffusione via Internet. Dare la colpa “all’opera di hacker” è un puerile e patetico tentativo di mascherare superficialità e mancanza di rispetto (per non parlare di altre ben più ponderose questioni, legate alla conservazione abusiva di quelle che qui chiameremo “immagini intime” di sessanta liceali, ma che in altri ambienti, a seconda dell’età del soggetto ritratto, prendono il nome di “foto pedopornografiche”).

Nel paragrafo precedente ho scritto due volte “superficialità”, una volta “leggerezza” e “mancanza di rispetto”. Sono elementi ricorrenti in fenomeni come questo, che nascono piccoli e presto diventano più grandi dei loro protagonisti e ci devono far riflettere sul rapporto tra giovani e nuove tecnologie, o meglio sull’enorme necessità di alfabetizzazione digitale dei nostri ragazzi, che sono espertissimi nell’uso delle funzionalità offerte da Internet, smartphone e altri dispositivi digitali, ma ignorano completamente ogni aspetto di rischio conseguente alle loro azioni. Esiste inoltre un altro aspetto di cui c’è scarsissima consapevolezza: uno smartphone è legato ad un’utenza telefonica e una sim card può essere intestata anche ad un minore, ma genitori e tutori devono sapere che uso si fa di quell’utenza telefonica, perché il titolare è il minore di cui sono responsabili, pertanto i ragazzi non possono rivendicare alcun diritto alla privacy nei loro confronti.

A corollario di tutto quanto detto sopra: in rete e nel mondo esistono molti pedofili e pazzi. Non è la loro esistenza a doverci far desistere dal compiere certe azioni (come condividere foto intime in un gruppo di WhatsApp): ancor prima dovremmo ascoltare la voce del nostro cervello, quando ci chiede “Ehi aspetta, a cosa ca**o ti serve che tu condivida quel tipo di foto su WhatsApp?”. Per rimettersi in bolla basterebbe dare il giusto peso alla risposta. Poi, liberi tutti di fare tutto ciò che si vuole, ci mancherebbe solo che qualcuno si senta inibito a fare ciò che davvero ritiene importante. Ma solo con tutta la dovuta consapevolezza.

 
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Pubblicato da su 8 novembre 2017 in cellulari & smartphone

 

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Il valore e i valori della vita non si riducono in un post

Non trovo nulla di sensato in questa storia raccontata dalla stampa (che richiamo nell’immagine qui riportata), in cui in seguito ad un incidente, una persona di passaggio vede una vittima e – come reazione immediata – si preoccupa solo di filmare la vicenda:

Non trovo nulla di sensato nemmeno nelle parole di questa dichiarazione raccolta dal Resto del Carlino:

«Ero sconvolto, sotto choc, volevo fare qualcosa per quel giovane a terra, mi hanno detto che non dovevo avvicinarmi, che stavano arrivando l’ambulanza e i carabinieri. Mi sono messo a filmarlo e a fare una diretta. Volevo condividere il mio dolore, mi sono sentito solo, nessuno che mi abbracciasse. Non cercavo lo scoop, giuro. Ora ho capito di aver sbagliato e chiedo scusa a tutti, alla famiglia soprattutto. Ma è anche colpa di questa società che vuole tutto in diretta e senza più valori. Ho chiamato in Vaticano per far dire una preghiera per Simone»

Non sono sconvolto dalle contraddizioni (“chi mi segue chiami aiuto” e “mi hanno detto che avevano già chiamato i soccorsi”), ne’ dalla “inversione di posizione” con la vittima (“mi sono sentito solo, nessuno che mi abbracciasse”), poiché comprendo che essere testimone di un incidente o delle sue immediate conseguenze possa generare un impatto sconvolgente: a colpirmi è il fatto che la prima reazione sia stata prendere lo smartphone e filmare l’accaduto in una diretta via Facebook.

In questa vicenda, la presunta necessità di condividere l’accadimento attraverso un social network ha sostituito gli istinti umani. Davanti a situazioni simili c’è chi corre a prestare aiuto, soccorso, protezione. C’è anche chi scappa, per istinto di sopravvivenza (propria), sentendosi incapace di sostenere una simile situazione. E c’è chi filma, perché c’è una società che vuole tutto in diretta. Il telefono va preso in mano per chiamare il 112, non per assecondare un’entità disumana a cui non interessiamo: questo nuovo istinto alla condivisione è frutto di una vera e propria intossicazione, un essere umano non può perdere di vista le priorità reali.

L’assurdità di questi istinti social ci viene confermata dall’esistenza di cartelli come questi, che sono lì a ricordarci – perché è diventato necessario che qualcuno ce lo ricordi – che il valore e i valori della vita non si riducono in un post.

 
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Pubblicato da su 23 ottobre 2017 in news

 

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Il test condiviso sui social? Potrebbe nascondere una trappola mangiasoldi

Si presentano come innocui giochini e passatempi sui social network, ma spesso nascondono delle vere e proprie trappole mangiasoldi: sono quei “test” apparentemente innocenti che vengono condivisi a catena da altri utenti, spesso mirati a carpire informazioni personali, ma basta davvero poco per cascare in un tranello ancor più difficile da scoprire e ritrovarsi abbonati (a propria insaputa) ad un servizio a pagamento, pronto ad estorcere immediatamente qualche euro al malcapitato utente. Tra gli incriminati di più recente pubblicazione troviamo quello della velocità visiva, quello che fa scoprire il significato del nome, quello sulle pettinature, quello che abbina i fiori ai segni zodiacali… In molti casi, chi ha provato a sottoporsi – per gioco e in assoluta buona fede – a questi test, si è ritrovato abbonato ad un servizio a valore aggiunto (per chi incassa), che prevede l’addebito di un canone di qualche euro, settimanale o mensile.

Al netto dell’inutilità di questi test, non riscontrando insidie da sottoscrivere, qualcuno – sempre per gioco – potrebbe trovare simpatico parteciparvi comunque, pensando che tanto non costa nulla, perché se fosse previsto l’addebito per un servizio, nelle condizioni e nei termini di utilizzo qualche indicazione dovrebbe essere prevista. Ma è veramente così?

Senza fare molti sforzi, ho dato una rapida occhiata alla mia home su Facebook per trovare qualche condivisione di questo tipo da parte dei miei contatti. In meno di un minuto ne ho trovate un paio che fanno capo ad un unico sito web, il cui nome è leggibile e ben indicato:

Visitando il sito (che sembra essere l’edizione italiana di un sito internazionale, visto quel .it iniziale), in fondo alla homepage si trova un link che porta alla sezione “Termini e condizioni”. Mi aspetterei quindi di trovare le informazioni che mi interessano, ma c’è qualcosa che non mi piace: portando il mouse sul collegamento noto che il browser, in basso a sinistra, indica che il link porta da un’altra parte, sul sito tedesco socialsweethearts.de.

Cliccando, approdo a una pagina in tedesco, di cui esiste anche la versione inglese. Altro elemento che non mi piace: niente che sia scritto in italiano, sebbene sia partito da un sito che propone un gioco/passatempo in italiano a utenti di ogni genere, non obbligati a conoscere una lingua straniera. Nel testo delle condizioni si parla genericamente di servizi che possono essere gratuiti e/o a pagamento, e coloro che avessero dubbi su una qualunque sezione di tali condizioni di utilizzo sono pregati “di consultare un professionista in campo legale prima di accedere e utilizzare il servizio” perché “accedendo o utilizzando il servizio, l’utente dichiara di aver letto, compreso e accettato questi termini”.

Quanto basta per non andare oltre, da qui in poi non serve davvero altro per capire che dietro al test c’è tutt’altro. Per sottoporsi a un test online sul significato del nome, o per sapere “che animale sei quando sei arrabbiata”, ci serve davvero tutto tutta ‘sta regolamentazione?

Se la domanda è troppo lunga la riduco, perché applicando correttamente la proprietà riassuntiva il risultato non cambia: un test online ci serve davvero?

 
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Pubblicato da su 20 marzo 2017 in news

 

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Google Plus è ancora vivo, per chi non lo ricordasse

googleplus2017

E’ meraviglioso pensare all’affetto con cui viene tenuto in vita Google Plus (Google+), il social network di casa Google che vanta miliardi di membri (secondo alcuni si tratterebbe di oltre tre miliardi di account), molti dei quali inconsapevoli (avendo accettato l’iscrizione mentre configuravano il proprio account Android su tablet o smartphone, oppure mentre aderivano ad altri servizi del gruppo, da Gmail).googleunicoaccount

Nelle scorse ore sono state annunciate alcune novità: torneranno gli Eventi (ma solo al di fuori della G Suite dedicata al mondo business), i “commenti responsabili” (quelli ritenuti inutili verranno nascosti), la possibilità di applicare nuovi filtri alle immagini. A parte quest’ultima caratteristica, nulla di realmente sostanzioso, e d’altronde è già molto ricordarsi dell’esistenza di questo social network lasciato alla deriva (non sono parole mie, le ha scritte Chris Messina, uno dei suoi “padri”, avendovi lavorato come user experience designer).

Mi era già capitato di scriverne e lo ribadisco:

è nato troppo tardi per fare concorrenza a Facebook senza avere reali caratteristiche distintive e, per come è stato realizzato ed evoluto (poco), non può che rimanere molte lunghezze alle spalle del leader

 

 
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Pubblicato da su 20 gennaio 2017 in news

 

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Leoni da tastiera, imparate a difendervi. Da voi stessi

Lo scorso 25 novembre, in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donneLaura Boldrini – attuale presidente della Camera – ha esemplificato la violenza riunendo in un tweet alcune tra le peggiori violenze verbali ricevute tramite social network nell’ultimo mese. Insulti senza senso che non necessitano di commento, scritti da persone che in propria difesa non possono addurre oggettivamente alcun tipo di giustificazione, indipendentemente dalla stima o dal disprezzo che possono nutrire verso la persona a cui sono rivolti. Nell’esporre quei messaggi così brutalmente offensivi, Laura Boldrini ha chiesto “Secondo voi questa è libertà di espressione?”

Dall’intervista all’autrice di uno di quei commenti emerge che gli insulti scritti con tanta ferocia erano uno “sfogo”:

boldrini25nov2016-c1

A tale proposito, questo problema mi ricorda il trattamento che Selvaggia Lucarelli riserva ad alcuni dei leoni da tastiera che la insultano su Facebook per ciò che scrive: li rintraccia telefonicamente e chiede loro conto di ciò che hanno scritto, mandando in onda la conversazione nella trasmissione radiofonica che conduce. Spesso la reazione dei malcapitati non è molto diversa da quella riportata sopra, ma questa è la realtà di molti fra quelli che vengono indicati come haters, quegli odiatori che esprimono il proprio astio verso persone che per loro rappresentano o impersonano il motivo della loro insoddisfazione: gente che non è in grado di cogliere la differenza tra uno sfogo inappropriato (quando non deprecabile) espresso in un contesto limitato come una chiacchierata tra quattro amici al bar, e un commento con le stesse parole scritte direttamente ad una persona tramite social network, quindi amplificato da uno strumento di comunicazione che offre una visibilità globale e scatena un effetto branco.

La domanda di Laura Boldrini “Secondo voi questa è libertà di espressione?” fa riferimento agli insulti, ma può anche essere riferirla a quello stesso tweet. E la risposta è no, per entrambe le chiavi di lettura. Libertà di espressione non è, ovviamente, avere la possibilità di scrivere insulti a chi pare a noi. Ma nemmeno mettere alla gogna gli autori di quelle violenze verbali lo è, nonostante sia un fenomeno da contrastare con fermezza e chi se ne rende colpevole meriti di comprendere la reale entità e pesantezza della violenza che commette. Si potrebbe pensare che mettere in mostra i loro nomi e cognomi, con ciò che hanno scritto, possa essere utile a questo obiettivo e in un certo senso lo è, perché quelle persone esprimeranno pentimento e vergogna. Ma questa reazione non avrà effetto su altri che continueranno a comportarsi nello stesso modo, eventualmente protetti da uno pseudonimo che ne renderà meno immediato il riconoscimento, comunque possibile alle forze dell’ordine che hanno facoltà di intervenire dopo aver ricevuto segnalazioni a questo proposito. E non frenerà lo spargimento di odio in Rete o il cyberbullismo.

Con queste reazioni, soprattutto, viene meno l’aspetto educativo: chi si rende colpevole di queste violenze trasmesse attraverso un social network non è altro che l’ennesimo esempio di utente ignaro che utilizza la Rete senza conoscerne tutti gli aspetti, senza consapevolezza alcuna delle conseguenze che possono avere le proprie azioni. Conseguenze che possono colpire altre persone in modo più feroce di quanto non si creda, ma che possono colpire come un boomerang anche lo stesso utente ignaro, nella sua veste di utonto, webete o leone da tastiera, che si espone con leggerezza e non pensa che potrebbe essere denunciato o esposto a sua volta al pubblico ludibrio. Perché nei social network, che sono sottoinsieme di Internet e – ancor più globalmente – del mondo concreto, ognuno è responsabile delle proprie azioni. Mai dimenticarlo.

Sopra ogni altra considerazione andrebbe sempre tenuto ben presente che chi sparge odio (in rete, ma non solo) non rispetta gli altri e non rispetta se stesso. Educhiamo chi ci sta vicino al rispetto. Cominciamo dalle piccole cose e non dimentichiamo di farlo sempre.

 
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Pubblicato da su 28 novembre 2016 in news

 

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Phishing poco furbo: l’account della procace ragazzotta

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Da qualche tempo non passa giorno senza che Instagram mi segnali l’account di una presunta procace ragazzotta che avrebbe iniziato a seguirmi. Parlo di persone a me completamente sconosciute, con nomi probabilmente inventati di sana pianta da persone che creano account ad hoc con foto ammiccanti – quando non provocanti – allo scopo di catturare a loro volta il maggior numero possibile di follower.

Non riesco a capire quanto sia vincente questa tattica di phishing, dal momento che nel giro di pochi minuti scopro che l’account non esiste più (nemmeno nella mia lista di follower), ma – se ne riceveste anche a voi – suggerisco di cancellare senza remore, prima di scoprire di aver seguito qualche account poco raccomandabile.

Forse è la declinazione social dei vecchi tentativi di aggancio via mail, che però – a mio avviso – potevano essere leggermente più efficaci:

Ciaoooo !! Mi chiamo *****a! Hai ricevuto le mie immagine? Ho letto il tuo lettera e ti replico subito. 
Spero che mi ricordi??? attendo una responso  con impazienza. Ho mandato a te qualche nuove foto. Esse ti sono piaciute? 
Saro contenta se mi manderai le tue nuove foto. Ho 35 anni, lo sai? Sono una donna sola e nubile. Non ho figli. 
abito con i genitori. Vorrei trovare l.altra meta per costituire una focolare... 

Ho cancellato il mio profile dal sito di amicizia.  Se mi risponderai, ti inviero piu mie foto. 
Aspetto una risposta  con impazienza.

Se mi risponderai, ti inviero piu mie foto. Scrivi a me la mia e-mail personale, che ho inviato la foto - 
r********@*****.com !!

Buona serata!! La tua *****a!!
 
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Pubblicato da su 22 novembre 2016 in truffe&bufale

 

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Facebook at Work ora si chiama Workplace

Con un colpo di scena assolutamente ininfluente, il già annunciato Facebook at Work è stato ribattezzato Workplace by Facebook.

Per il resto vale quanto già scritto nel mio post di fine settembre:

Considerazione non superflua: è necessario essere consapevoli che si tratta di un sottoinsieme di Facebook, prima di pensare di utilizzarlo per comunicare informazioni riservate. E’ una questione di sicurezza tutt’altro che trascurabile perché, sebbene l’utilizzo sia interno all’azienda, il livello di controllo esercitabile sulle operazioni compiute e sui dati memorizzati su quella piattaforma sarà sempre comunque inferiore a qualunque altro sistema amministrato internamente. Pertanto è bene porre la massima attenzione a non trasformarlo in un database di dati aziendali importanti, critici o sensibili. Per il bene vostro e della realtà per cui lavorate.

 
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Pubblicato da su 11 ottobre 2016 in Internet, news

 

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Facebook at Work, per un lavoro più “social” (attenzione: condividere responsabilmente!)

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Tra pochi giorni arriverà Facebook at Work, una sorta di piattaforma di comunicazione interna dedicata al mondo delle aziende. In pratica l’obiettivo è quello di creare una sorta di social network interno all’azienda, in cui l’utente avrà un account lavorativo distinto dall’account standard di Facebook. Non sarà gratuito, ma non prevederà nemmeno un canone fisso per ogni azienda che lo utilizzerà: la tariffa sarà subordinata al numero dei dipendenti aziendali attivi.

Non sarà un competitor diretto di LinkedIn, che è e rimane un social network orientato al mondo del lavoro (ossia con molto meno cazzeggio) e trasversale, in quanto ha l’obiettivo di mettere in contatto tra loro i professionisti indipendentemente dalla realtà in cui lavorano, anche allo scopo di creare nuovi rapporti di collaborazione o di lavoro. Se troverà terreno fertile, è prevedibile che possa porsi come alternativa in azienda ai sistemi di comunicazione interna (l’e-mail innanzitutto, oltre a soluzioni come Yammer).

Considerazione non superflua: è necessario essere consapevoli che si tratta di un sottoinsieme di Facebook, prima di pensare di utilizzarlo per comunicare informazioni riservate. E’ una questione di sicurezza tutt’altro che trascurabile perché, sebbene l’utilizzo sia interno all’azienda, il livello di controllo esercitabile sulle operazioni compiute e sui dati memorizzati su quella piattaforma sarà sempre comunque inferiore a qualunque altro sistema amministrato internamente. Pertanto è bene porre la massima attenzione a non trasformarlo in un database di dati aziendali importanti, critici o sensibili. Per il bene vostro e della realtà per cui lavorate.

 

 
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Pubblicato da su 30 settembre 2016 in business, news

 

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Niente bandiere, solo un cartello: attenzione

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In rete e sui social network non espongo bandiere o simboli, e non perché in questi giorni sarebbe necessario esporne troppi, ma semplicemente perché il pretesto della solidarietà manifesta maschera una tecnica di profilazione e di marketing a cui non mi interessa sottopormi. Al netto del fatto che – per quanto accade ogni giorno nel mondo – le bandiere da esporre sarebbero moltissime e c’è chi le propone tutte insieme (iniziativa simbolicamente lodevole, ma che a mio avviso si svuota di significato), decido io come, quando e perché modificare il mio profilo. Facendolo con un’applicazione che mi viene offerta ad hoc, cedo solo alla lusinga di un servizio chiavi in mano, che comunica molte cose:

  1. agli amici comunica probabilmente la mia indignazione e la mia vicinanza alle vittime, e in qualche modo una mia posizione ideologica, umana o di altra natura;
  2. a chi mi ha offerto quel servizio comunica tutt’altro, cioè che sono una persona che reagisce ai loro stimoli, e che posso essere influenzabile anche in altri ambiti e contesti (anche pubblicitari, sì);
  3. al resto del mondo veicola la visibilità del messaggio terroristico (già abbondantemente pubblicizzato da patinate riviste).

Tutti coloro che hanno modificato il proprio profilo con la bandiera francese strategicamente offerta da Facebook lo hanno fatto per esternare i propri sentimenti e io non mi permetto di discuterne l’intento, ne’ di criticarlo, anzi… ma è bene sapere che dietro c’è molto di più.

In rete c’è anche chi condivide inconsapevolmente bufale, titoli di giornale un po’ sciacalli, e chi condivide le stesse cose consapevolmente, per condannare chi le ha diffuse. Il risultato è che in ogni caso la voce dei loro autori si sparge e si amplifica. 
Fate attenzione, là fuori. Fate il vostro gioco, non quello degli altri.

 
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Pubblicato da su 18 novembre 2015 in news

 

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Condividi responsabilmente (e occhio ai selfie)!

winning-ticket-melb-cup-628[1]Un’ennesima conferma dell’importanza di fare attenzione a ciò che si condivide e con chi lo si condivide sui social network. Ora l’ha avuta – avendolo imparato a proprie spese – la signorina Chantelle, che alla Melbourne Cup aveva scommesso 20 dollari su Prince of Penzance, vincendone 825. Per la felicità, prima di riscuotere la vincita, si è scattata un selfie mettendo in evidenza il ticket della scommessa. Quando si è presentata all’incasso, però, ha amaramente scoperto che la vincita era già stata riscossa da una persona che ha presentato il codice a barre corrispondente al ticket vincente. Uno dei suoi amici di Facebook l’aveva anticipata, non certo per farle un favore, ma per intascarsi gli 825 dollari!

 

 

 
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Pubblicato da su 6 novembre 2015 in privacy

 

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Effetti social-collaterali di un fatto di cronaca

In seguito ad un fatto di cronaca si possono verificare cose senza senso, eventualità che – agli occhi di una persona dotata di senno -appaiono come incomprensibili. La strage al tribunale di Milano di ieri ha avuto qualche spiacevole effetto collaterale, favorito dai social network:

  • Al TG1 (la testata giornalistica del primo canale della TV di Stato) allo scopo di corredare i propri servizi con immagini pertinenti, hanno cercato su Facebook il ritratto del “killer”. Su cosa hanno basato la ricerca? Sul suo nome. Così hanno preso l’immagine del primo profilo personale che hanno trovato e l’hanno sbattuta in onda. La foto è stata poi ripresa anche da La vita in diretta (trasmissione di Rai Uno che si autodefinisce “rotocalco giornalistico serio ed effervescente di storie e facce”). Ah, la foto trovata su Facebook era il ritratto di un omonimo agente di polizia (applausi).
  • Altre persone, invece, hanno pensato bene di creare – sempre su Facebook – alcune discutibili  (diciamo così) pagine di discussione, riscuotendo consensi peraltro notevoli:PagineFBgiardiello

Ad entrambe le categorie di persone, auguro di trovare al più presto un lavoro appagante. Così almeno riusciranno a fare qualcosa di utile e smetteranno di utilizzare i social network per fare cretinate.

 
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Pubblicato da su 10 aprile 2015 in news

 

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Google Plus, Google Minus

Immagine originale tratta da: http://smallbiztrends.com

Nemmeno a Google tutte le ciambelle riescono col buco e il social network Google+ (Google Plus) non risulta appunto tra i progetti meglio riusciti del gruppo di Mountain View. i continui rimaneggiamenti del servizio ne sono la prova, ma le ultime notizie – a conferma di alcuni rumors in circolazione da tempo – sembrano preannunciarne la morte: le tre componenti Stream, Foto e Hangouts verranno presto scorporate per costituire servizi indipendenti.

Poco manca ad un annuncio di morte clinica di Google+. E non per dire ve l’avevo detto, ma in effetti ve l’avevo detto: è nato troppo tardi per fare concorrenza a Facebook senza avere reali caratteristiche distintive e, per come è stato realizzato ed evoluto (poco), non può che rimanere molte lunghezze alle spalle del leader, nonostante vanti comunque ammiratori che ne decantano intuitività e immediatezza (senza considerare che sono moltissimi gli utenti che risultano iscritti a Google+ senza nemmeno conoscerne l’esistenza, perché in molti si iscrivono ad un qualunque servizio Google acconsentendo ad agganciare il proprio account al social network).

 
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Pubblicato da su 12 marzo 2015 in news

 

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Utenti che lasciano tracce e campagne pubblicitarie che le raccolgono

CeresSoftAle

Come si lancia una campagna pubblicitaria efficace in modo da farla diventare virale? Ad esempio si crea un sito web ad hoc che pubblicizza un nuovo soft drink, con una bacheca in cui tutti possono scrivere ciò che vogliono, senza moderazione e quindi senza alcun tipo di filtro (unici paletti: un messaggio non più lungo di 80 caratteri, ossia mezzo SMS, ed essere utenti di Facebook , affinché si possa essere tracciati attraverso il profilo mantenuto sul social network). Da notare che nella homepage campeggia un conto alla rovescia che scade esattamente il primo aprile

Il rischio che i contenuti prendano una deriva becera è certo. Ma mentre molti si chiedono se il committente ci è o ci fa (la campagna è sfuggita di mano, o è stata appositamente concepita per renderla roboante e farne parlare il più possibile?) e altri si chiedono se sia tutto un pesce d’aprile (sì, non può che esserlo), la piattaforma continua imperterrita a raccogliere informazioni sugli utenti che ci cascano sentendosi liberi di scrivere ciò che più piace loro…

CeresSoftAle2

 

 
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Pubblicato da su 24 marzo 2014 in business, social network

 

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Facebook parte con gli spot

FacebookCarosello

Facebook ha avviato in questi giorni la pubblicazione dei premium video ads, brevi spot pubblicitari che, almeno per il momento, vengono trasmessi senza audio e fino ad un massimo giornaliero di tre video per ogni utente. L’approccio di questo servizio è decisamente televisivo , ma soprattutto mirato: forte delle proprie potenzialità di profilazione degli utenti, il social network è in grado di proporre agli utenti questi spot con la stessa precisione dei box o banner pubblicitari.

Dal punto di vista pubblicitario, quindi, il valore aggiunto di queste inserzioni è molto elevato. Non a caso – spiega Bloomberg – il servizio viene offerto agli inserzionisti ad una tariffa giornaliera che può andare dal milione ai 2,5 milioni di dollari.

Per me è NO.

 
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Pubblicato da su 18 marzo 2014 in business, Internet, social network

 

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