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Clubhouse, abbiamo un problema. Di privacy

Clubhouse ha qualche problema di privacy. Nel nuovo audio social network, su cui già esistevano perplessità in materia di riservatezza, a un utente è stato infatti possibile condividere gli audio di una “stanza” e ritrasmetterli esternamente in streaming tramite un sito web. Il leak è stato confermato dalla Alpha Exploration (l’azienda che ha realizzato la piattaforma), ed è stato reso noto solo pochi giorni dopo la scoperta, da parte dello Stanford Internet Observatory (SIO), di una vera e propria falla nella sicurezza del sistema, foriera di intrusioni non autorizzate e trasmissioni di dati.

Secondo quanto rilevato, la piattaforma si basa su tecnologie sviluppate della società cinese Agora, che secondo i ricercatori del SIO potrebbe accedere agli audio degli utenti e fornirne i contenuti al governo cinese. A quanto pare, però, esiste una vulnerabilità che è stata sfruttata, appunto, da un utente che ha scoperto come condividere le conversazioni, rendendole accessibili anche a utenti non iscritti, semplicemente sfruttando un sito esterno, chiamato OpenClubhouse.

Secondo quanto riferito da Bloomberg, Clubhouse ci ha messo una pezza bannando l’utente e dichiarando di aver apportato opportune contromisure, azione che presso il SIO non viene ritenuta credibile. Un problema non da poco e indubbiamente da risolvere in modo concreto, considerando la crescita esponenziale registrata in queste ultime settimane, in cui il social ha raggiunto quota 8 milioni di download, grazie anche all’ingresso di numerosi personaggi come Elon Musk, Kanye West e Mark Zuckerberg, che hanno indubbiamente contribuito ad accrescerne la popolarità.

Ma senza un deciso cambio di rotta sul fronte della sicurezza, tanta popolarità dopo l’entusiasmo per l’app del momento potrebbe tradursi in un problema di cattiva reputazione, per risolvere il quale una pezza non può essere sufficiente.

 
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Pubblicato da su 26 febbraio 2021 in news

 

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Parler cerca di cambiare immagine

Espulso a gennaio dalla piattaforma AWS (Amazon Web Services) in seguito all’accusa di essere uno dei principali canali di comunicazione utilizzati nell’organizzazione dell’attacco a Capitol Hill,  ecco di nuovo online il social network Parler, almeno come sito web: la app, infatti, non è ancora stata riammessa dall’App Store di Apple , né dal Play Store Google. L’inserimento nella lista nera delle big tech ha costretto l’azienda al trasloco – dai server Amazon a quelli di SkySilk – ma la nuova vita del social si annuncia anche con un logo completamente diverso e con una nuova guida, quella di Mark Meckler, che ha assunto la carica di CEO.

Un articolo del New York Times riferisce che il ritorno online di Parler è stato possibile grazie al supporto di un’azienda russa e di un partner di Seattle, già indicato come sostenitore di un sito neonazista. Piuttosto simile a Twitter, non ha però la stessa fluidità, anzi: dal momento che già quando si trovava su AWS si era rivelato alquanto lento, c’è da capire come sarà con il nuovo provider, un’azienda con dimensioni e risorse inferiori a quelle assicurate da Amazon.

Ferma restando la validità del principio di libertà di espressione, vedremo se il nuovo corso di Parler sarà veramente nuovo.

 
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Pubblicato da su 16 febbraio 2021 in news

 

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TikTok: controlli (formali) maggiori sui minori

TikTok informa sull’accordo con il Garante della Privacy: dal 9 febbraio gli utenti italiani saranno chiamati ad aggiornare le informazioni personali del proprio profilo, confermando la propria data di nascita. Saranno sospesi gli account che dichiareranno un’età inferiore ai 13 anni:

TikTok è un’app riservata a persone di età pari o superiore a 13 anni e abbiamo già una serie di misure in atto per rilevare e rimuovere utenti di età inferiore ai 13 anni. Dal 9 febbraio, attraverso un aggiornamento della nostra app, faremo passare nuovamente ogni utente in Italia attraverso il nostro processo di verifica dell’età. Solo gli utenti di età pari o superiore a 13 anni potranno continuare a utilizzare l’app dopo aver eseguito questo processo. Gli utenti che hanno più di 13 anni ma che, per errore, potrebbero immettere accidentalmente un’età sbagliata, potranno presentare ricorso mentre il loro account rimane sospeso.

L’aggiornamento – non apportato ai requisiti di iscrizione, già definiti in tal senso, ma alla app – arriva in seguito ad una tragedia collegata all’utilizzo di TikTok che ha riportato d’attualità il tema dell’utilizzo di Internet e social network da parte dei minori, e della necessità di controlli adeguati sugli utenti che vi si iscrivono.

Basterà? Le dinamiche di controllo descritte da TikTok non sono realmente nulla di eccezionale: certo, prima non esistevano, ma non essendo nemmeno impossibili da aggirare, di fatto sono un “bastoncino tra le ruote” che rende ancor più intenzionale l’eventuale mancanza di rispetto delle regole sull’età minima degli iscritti. E’ come usare un lucchettino per chiudere un armadietto: forzarlo può essere un gioco da ragazzi, ma richiede volontarietà, perché rende impossibile un accesso inconsapevole e questo offre al social network la possibilità di dimostrare di aver adottato una soluzione per prevenirne l’utilizzo indebito.

A questa soluzione si potrebbe aggiungere quanto accennato in una nota dal Garante:

Per identificare con ragionevole certezza gli utenti sotto i 13 anni successivamente a questa prima verifica, la società si è impegnata a valutare ulteriormente l’uso di intelligenza artificiale.

La risposta a quel “basterà?” rimane “no”, poiché anche in questo contesto si parla di tecniche aggirabili e il motivo è molto semplice: non è raro che i minori utilizzino account aperti da figure più adulte in famiglia, come genitori o sorelle/fratelli maggiori. Per questo motivo, la campagna di sensibilizzazione che TikTok ha promesso di aprire a beneficio di genitori e figli è necessaria soprattutto per genitori e tutori: è compito loro – nostro – applicare i principi di responsabilità e consapevolezza su questi aspetti, delicati e rilevanti allo stesso tempo. Come dicevo in un precedente post su questo argomento: gli unici a fare davvero la differenza siamo noi.

 
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Pubblicato da su 4 febbraio 2021 in news

 

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Clubhouse è “tutt’orecchi”

Io non so se Clubhouse sia l’evoluzione dei social network. Sicuramente il fatto che la comunicazione tra utenti avvenga solo via audio sovverte il paradigma classico delle piattaforme basate sulla condivisione di testi, link e immagini, che in questo periodo sono al centro dell’attenzione per questioni di moderazione o censura di contenuti se non di utenti. Disponibile (al momento) solo dall’App Store di Apple dalla scorsa primavera, ha cominciato ad “allargarsi” in questo inizio d’anno e la scorsa settimana nelle sue “stanze” erano presenti due milioni di utenti.

Riservato ai maggiorenni, prevede una registrazione da effettuare comunicando il proprio numero telefonico, ma l’account non viene attivato finché non si accetta l’invito di un utente già presente (che può inviarlo a due contatti) oppure su concessione della piattaforma. Una volta utenti si può accedere alle stanze o crearne di nuove, si tratta in pratica di chiamate di gruppo tematiche. Ci sono stanze open (aperte e tutti), social (accessibili da follower) o closed (su invito da parte di chi le ha aperte).

Niente di asincrono, niente podcast, tutto avviene solo in diretta e anche questo aspetto – che richiede disponibilità di tempo – lo distingue dagli altri social più visuali che permettono di consultare di nuovo, di riascoltare, leggere nuovi commenti, rispondere, eventualmente anche modificare quanto già scritto. Visto così, sembra un Discord in grado di farcela. L’impressione che ne traggo è quella di un palco con una platea dinamica: ok, la discussione può essere partecipata da tutti, ma un personaggio carismatico è sempre più attivo e ascoltato degli altri e tende ad essere protagonista nella stanza in cui si trova. Agli utenti, però, non è possibile conservare nulla perché non è possibile scaricare o condividere le conversazioni. Ovviamente non si può escludere che qualcuno possa registrarle con soluzioni esterne alla app.

A parte l’ultima osservazione personale, con questi presupposti la piattaforma appare privacy-friendly. Ma leggendone i terms of service (cosa che andrebbe sempre fatta) è possibile approfondire l’argomento scoprendo che:

Caricando qualsiasi Contenuto concedete e concederete ad Alpha Exploration Co. e alle sue società affiliate una licenza non esclusiva, mondiale, gratuita, interamente pagata, trasferibile, sublicenziabile, perpetua e irrevocabile per copiare, visualizzare, caricare, eseguire, distribuire, memorizzare, modificare e utilizzare in altro modo il vostro Contenuto in relazione al funzionamento del Servizio o alla promozione, pubblicità o marketing dello stesso, in qualsiasi forma, mezzo o tecnologia attualmente conosciuta o sviluppata successivamente.

Naturalmente la privacy policy va letta con attenzione perché, dopo aver chiarito tutte le varie tipologie di dati personali raccolti durante l’utilizzo da parte dell’utente, specifica il possibile utilizzo da parte dell’azienda (si noti l’assoluta mancanza di riferimenti al GDPR):

Possiamo aggregare i Dati Personali e utilizzare le informazioni aggregate per analizzare l’efficacia del nostro Servizio, per migliorare e aggiungere funzioni al nostro Servizio, e per altri scopi simili. Inoltre, di tanto in tanto, possiamo analizzare il comportamento generale e le caratteristiche degli utenti del nostro Servizio e condividere informazioni aggregate come le statistiche generali degli utenti con potenziali partner commerciali. Possiamo raccogliere informazioni aggregate attraverso il Servizio, attraverso i cookie e attraverso altri mezzi descritti nella presente Informativa sulla privacy.

E’ sicuramente verificabile che sui dispositivi degli utenti non venga memorizzato nulla, ma è altrettanto certo (in quanto è dichiarato) che Alpha Exploration – l’azienda che ha realizzato Clubhouse – raccolga tutte le informazioni possibili legate all’utilizzo della app (dati dell’utente, informazioni sullo smartphone, sulle interazioni con altre app, sulla geolocalizzazione dell’utente, eccetera), dati personali che – come si legge sopra – possono essere elaborati non solo ai fini del miglioramento del servizio, ma anche a scopi commerciali.

Non sembra quindi lontano dalla realtà la supposizione che gli audio possano essere ascoltati attentamente da sistemi di intelligenza artificiale in grado di analizzarne i contenuti con l’obiettivo di migliorare un altro servizio, ossia la profilazione dell’utente con finalità pubblicitarie o di indirizzamento delle opinioni. Sistemi molto simili a quelli che sono alle spalle dei numerosi assistenti vocali che ormai ben conosciamo.

In questo momento, però, vige una selezione all’ingresso determinata dal meccanismo su invito e, soprattutto, dalla disponibilità limitata solo agli utenti Apple. L’apertura verso Android cambierà tutto.

 
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Pubblicato da su 29 gennaio 2021 in news

 

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Odio in rete, il “mandante” è responsabile

I leoni da tastiera ancora convinti che sui social network sia possibile offendere, insultare e minacciare – con nome e cognome, o nascondendosi dietro un presunto anonimato – si trovano ora a dover fare i conti con un ennesimo promemoria: una pesante sentenza per diffamazione che colpisce chi ha invitato (e incitato) gli utenti ad esprimere dissenso nei confronti di altre persone, in una vicenda che ha visto protagonisti tre personaggi dello spettacolo – il Trio Medusa composto da Gabriele Corsi, Giorgio Daviddi e Furio Corsetti – vincere una causa con un provvedimento di importanza storica perché costituisce un precedente di rilievo sul tema dell’odio in Rete.

Il fatto è ben spiegato dagli stessi interessati, con il supporto dell’avvocato Francesco Donzelli intervenuto nella loro trasmissione radiofonica (Chiamate Roma Triuno Triuno – Radio Deejay), che spiegano quanto avvenuto nel 2013: in una puntata del loro programma era stato citato (ironicamente, ma senza particolari commenti) il tema del signoraggio bancario. In seguito all’episodio, il titolare di blog che a quell’argomento ha dedicato molti post, aveva scritto:

Alcuni lettori ci hanno segnalato che il Trio Medusa in una rubrica trasmessa su Radio Deejay ha screditato il tema del signoraggio bancario […] inoltre hanno denigrato coloro che ne parlano: dipinti, in pratica, come poveri pirla”. “Invitiamo tutti i nostri lettori ad esprimere – in modo civile – dissenso per la trasmissione in questione allo staff del Trio Medusa, direttamente sulla loro pagina Facebook chiedendo al Trio Medusa di ‘rettificare’ in merito ad una questione sicuramente molto seria, sulla quale c’è ben poco da ridere.

L’effetto di quell’invito ad esprimere dissenso – e non l’invito stesso, espresso con termini moderati – ricorda da vicino l’incitazione “Al mio segnale scatenate l’inferno” pronunciata dal generale Massimo Decimo Meridio (Il Gladiatore): da quel momento gli utenti si sono mobilitati in massa scrivendo volgarità, offese, e minacce nei confronti dei conduttori (e delle loro famiglie) sulle loro pagine social. Una mole di fango che li ha spinti ad agire ricorrendo alle vie legali, non solo per tutelarsi, ma per incoraggiare tutte le vittime dell’odio in rete a non avere paura di denunciare. L’esito dell’azione legale non poteva essere più significativo: la decisione del giudice non si limita a riconoscere la responsabilità di chi offende direttamente sui social, ma la attribuisce al mandante, cioè a chi ha invitato gli utenti – anche in modo indiretto e apparentemente civile – ad esporsi, letteralmente, su suo mandato. In questo caso specifico,

Tutto questo riguarda anche chi – come accennavo inizialmente – pensa di potersi nascondere dietro un presunto anonimato: scrivere su social network post o commenti con uno pseudonimo non mette nessuno al riparo dalle proprie responsabilità. Non parliamo poi di chi – anziché con un nickname di fantasia – scrive sotto mentite spoglie, ossia con nomi di altre persone realmente esistenti e ignare dei fatti, configurando – oltre alla diffamazione – il reato di furto di identità. Le forze dell’ordine sono in grado di rintracciare i dati per ogni pubblicazione, anche dopo eventuali cancellazioni.

Congratulazioni al Trio e all’avvocato Francesco Donzelli, che in trasmissione ha ringraziato pubblicamente il collega Daniele Biancifiori per il supporto.

 
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Pubblicato da su 26 gennaio 2021 in news

 

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Internet e minori: l’età minima aiuta, ma non basta

La notizia drammatica della morte di una bambina per una sfida su TikTok, una delle tante challenge diffuse tramite social network, riporta l’attenzione pubblica sull’utilizzo di smartphone e tablet connessi a Internet da parte di minori e si assiste a richieste di introdurre per legge un’età minima per poterne usufruire, ma è bene premettere un dato di fatto: esiste già. E già da questo capiamo che non è una soluzione sufficiente.

L’età minima è stata stabilita per i servizi della “società dell’informazione” (connessione Internet, social network, servizi di messaggistica, eccetera): il Regolamento Europeo sulla Protezione dei Dati Personali (GDPR) indica 16 anni, lasciando però facoltà agli Stati UE di abbassare il vincolo di età (comunque mai al di sotto dei 13 anni). Avvalendosi di questa facoltà, l’Italia ha fissato l’età minima a 14 anni. In ogni caso, dai 13 anni l’iscrizione non è vietata, ma deve essere subordinata al consenso di genitori o tutori, chiamati ad esercitare una necessaria supervisione, oltre che a rispondere di eventuali condotte non adeguate. C’è anche un età minima per avere un’utenza cellulare, che è 8 anni, ma anche per questo serve il consenso di genitori e tutori che se ne assumono la responsabilità, dal momento che l’art.97 del Codice Penale stabilisce che “non è imputabile chi, nel momento in cui ha commesso il fatto, non aveva compiuto i quattordici anni”.

Quindi, ricapitolando: a 8 anni è possibile disporre di un telefono cellulare, utilizzabile per le telefonate. Dai 13 anni, con consenso dei genitori, è possibile accedere a servizi Internet, a cui è possibile iscriversi liberamente dal compimento dei 14 anni. Queste sono le regole che vengono evidentemente ignorate, come vengono aggirati i termini di utilizzo definiti dalle aziende che gestiscono i servizi, quando un bambino di 12 anni (o meno) è dotato di smartphone di ultima generazione con connessione Internet e iscrizione ai social network, effettuata dichiarando un’età non veritiera. E’ sicuramente possibile introdurre ulteriori “paletti” a livello tecnologico per rafforzare i meccanismi di controllo dell’età, onde evitare che un social network pensato per adolescenti o adulti sia accessibile ai bambini ed è auspicabile che le aziende del settore si muovano in questa direzione, ma anche questa non sarà mai una soluzione definitiva, perché la tecnologia non può risolvere tutto: applicazioni di controllo come Family Link possono essere di ulteriore aiuto, ma gli unici a fare davvero la differenza siamo noi.

Ciò che va considerato e messo in primissimo piano è la necessità di essere il più possibile a fianco dei minori per non far mai mancare quella vicinanza e quel supporto che permettono, con il tempo, di maturare la consapevolezza delle proprie azioni e dei rischi a cui possono andare incontro isolandosi in una sfera virtuale, in cui sono soli anche nell’illusione di mantenere un contatto (superficiale) con tantissime persone. Affidare uno smartphone o un tablet a un figlio deve essere una scelta consapevole di tutto ciò che questa responsabilità comporta e non può essere limitata alla spinta del confronto sociale trasmesso dal “ce l’hanno anche gli altri”, men che meno dalla presunta necessità di dargli uno strumento di intrattenimento per “tenerlo tranquillo”. Sicuramente è più semplice dirlo che concretizzarlo, ma non bisogna mai demordere.

 
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Pubblicato da su 22 gennaio 2021 in news

 

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L’attacco al congresso ricostruito grazie a Parler

Parler è ancora in cerca di hosting, ma prima che finisse offline ad opera di Amazon, qualcuno ha fatto in tempo a raccogliere i video girati il 6 gennaio in occasione dell’attacco a Capitol Hill e pubblicati sulla piattaforma. Con questo materiale, un programmatore ha composto un archivio di circa 80 Terabyte e lo ha messo a disposizione delle forze dell’ordine. ProPublica ne ha pubblicati 500 in ordine cronologico, per tentare una ricostruzione, seppur parziale, di ciò che è accaduto quel giorno.

Nonostante il materiale sia molto, la videocronaca non è “Tutto l’attacco minuto per minuto”, ma è in grado di raccontare – dal punto di vista di chi era presente – un evento senza precedenti, che è e sarà ancora per molto tempo oggetto di analisi. Non è affatto escluso – anzi, è verosimile – che questo materiale finisca in una produzione cinematografica (film, docufilm, documentario…) proprio perché può offrire un enorme contributo a delineare gli eventi di quel giorno.

I video non sono certo l’ultima parola sull’argomento, ma nel loro complesso ci aiutano a rispondere a due domande chiave sull’assalto: chi erano e quali erano le loro motivazioni? Tra un decennio, gli storici continueranno a scrivere tesi di dottorato su queste domande, così come hanno fatto sulla folla che ha preso d’assalto la Bastiglia il 14 luglio 1789 o sulla folla nel putsch della birreria di Adolf Hitler. Ma questi video di Parler ci comprendere in modo più approfondito e ci fanno vedere oltre quel numero relativamente piccolo di persone che sono state accusate di reati.

Sullo sfondo c’è comunque da considerare che eventi simili, caratterizzati dalla partecipazione di un numero relativamente elevato di persone, saranno sempre più facilmente documentabili e analizzabili per via della prassi di girare filmati con lo smartphone, per la condivisione sui social network. E questo indipendentemente dall’eventualità che la piattaforma venga sospesa (come avvenuto per Parler): con sempre maggiore frequenza è possibile constatare che la memoria social sopravvive alla pubblicazione stessa e va oltre al testo, all’immagine o al filmato che viene tempestivamente cancellato. Ed è sempre più difficile farla franca per chi cerca di eliminare le prove di ciò che ha pubblicato e di cui poi, per vari motivi, si è pentito: l’esercito dello screenshot è sempre in agguato e pronto a colpire.

 
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Pubblicato da su 20 gennaio 2021 in news

 

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“Mi hanno hackerato” is the new “Al lupo! Al lupo!”

Stiamo facendo tutte le verifiche interne per accertare come sia potuta avvenire la pubblicazione di un simile contenuto. Non si esclude, al momento, l’ipotesi di un tentativo di hackeraggio da parte di qualcuno che in un momento così delicato come questo potrebbe aver agito intenzionalmente per danneggiare l’immagine del presidente.

Così ha dichiarato Dario Adamo, responsabile editoriale sito web e social media della Presidenza del Consiglio (come si legge nel decreto di nomina) in seguito alla pubblicazione su Facebook di una storia “anti-renziana”. La dichiarazione è ufficiale, pertanto si attenderà l’esito delle verifiche interne: se si fosse trattato di hackeraggio, il passaggio obbligato successivo sarebbe la denuncia alla Polizia delle Comunicazioni. Altrimenti, cosa potrebbe essere accaduto? Se si escludesse la pista della violazione dell’account, si dovrebbe guardare nella direzione di chi ha le credenziali per accedere al profilo del Presidente del Consiglio, il medesimo utilizzato per le conferenze stampa che vengono poi rilanciate dai canali ufficiali. Polithinks ne ha un’idea abbastanza chiara:

Troppe volte abbiamo assistito a gaffe pubblicate sui social network e poi ritrattate con la motivazione del profilo hackerato, episodi che poi non hanno avuto seguito, vale a dire che nulla si è più saputo sull’eventuale colpevole dell’hackeraggio. Al punto che ora c’è un crescente scetticismo di fronte a queste giustificazioni che, se oggi provengono da un’alta carica dello Stato, possono costituire un precedente utile per molti, che sui social possono pensare di ritrattare qualche scivolone con la dichiarazione scusante “il mio profilo è stato hackerato”. Con il rischio che nessuno creda più a dichiarazioni simili, neppure quando corrisponderanno al vero.

Come potrebbe avvenire per i 533 milioni di utenti di Facebook i cui dati personali sono stati trafugati e messi in vendita online attraverso un bot su Telegram, che consente di risalire al numero telefonico di una persona in base al suo ID, ma permette anche di ottenere altre informazioni. Brutta falla 😦

 
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Pubblicato da su 14 gennaio 2021 in news

 

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Vietato Parler?

Il ban di Donald Trump dai social network non è inopportuno per i suoi presupposti, ma deve esistere la sicurezza che simili sanzioni vengano inquadrate in un contesto regolamentato, non lasciate all’arbitrio e alla responsabilità di un soggetto privato, bensì fatte partire da un provvedimento – meglio se di una Authority – fondato su norme oggettive e valide per tutti. Altrimenti tanto vale riconoscere ad aziende come Facebook e Twitter, nell’ambito delle rispettive piattaforme, il ruolo di pubblico ufficiale, e questo vale anche per Apple, Google e Amazon per aver neutralizzato Parler, piattaforma senza particolare moderazione (in tutti i sensi), molto utilizzata da utenti appartenenti alla destra americana, anche – stando alla stampa americana – per organizzare l’attacco al Congresso del 6 gennaio.

I social network sono aziende private e pertanto per ognuna di esse potrebbe valere un principio di sovranità che conferirebbe loro l’autonomia di decidere come agire sui contenuti pubblicati degli utenti, o addirittura sugli account degli utenti stessi, al di à degli standard della comunità che già quotidianamente costituiscono un punto di riferimento per ciò che è consentito e ciò che non lo è. Tuttavia è da considerare con attenzione un aspetto non banale: il servizio offerto non è a circuito chiuso, ma è disponibile ad un pubblico molto vasto, dato il considerevole numero di iscritti (per non parlare del fatto che i contenuti condivisi come “pubblici” possono essere accessibili anche ai non iscritti) e la responsabilità di quanto pubblicato rimane dell’autore, dal momento che un social non è una testata giornalistica. Per questo si sta discutendo di questi provvedimenti in rapporto al principio della libertà di espressione.

Per quanto riguarda Facebook in particolare, suggerisco un interessante confronto (in modo aperto, critico e non superficiale) tra quanto fatto finora e il discorso che Mark Zuckerberg ha formulato alla Georgetown University sullo stesso argomento: Zuckerberg: Standing For Voice and Free Expression. Ripeto quanto scritto nell’introduzione di questo post: simili sanzioni su determinate persone devono essere considerate, ma inquadrandole da un punto di vista normativo comune a tutte le piattaforme, e fatte valere da chi ha l’autorità di procedere in tal senso. Se esistono già leggi che fanno valere questo principio, vanno fatte rispettare, ma se non esistono vanno promosse, perché non si tratta di un argomento di poca importanza.

Lo stesso discorso vale per quanto accaduto al social Parler, la cui app è stata rimossa dagli store di Apple e Google. Non solo: la piattaforma – accessibile da browser – è stata posta offline da Amazon, che la ospita sui propri server. Anche per questa facoltà di neutralizzazione serve una regolamentazione.

Riguardo a Facebook, sono convinto che le azioni di questi giorni non siano una retromarcia sulle proprie convinzioni sulla libertà di espressione, bensì una sorta di captatio benevolentiae nei confronti della nuova amministrazione americana, a cui strizza l’occhio dopo le accuse di monopolio e concorrenza sleale che hanno spinto alcune istituzioni a chiederne lo spacchettamento.

 
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Pubblicato da su 11 gennaio 2021 in news

 

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Attacco al Congresso, colpa della Rete? Ma basta!

Siamo nel 2021 e c’è ancora molta – troppa – confusione sul rapporto tra eventi e Internet, perché ancora oggi non tutti sono in grado di rendersi conto che non esiste correlazione tra fatti e strumenti senza intervento umano e c’è sempre chi individua nella rete la causa, in un’analisi superficiale del rapporto causa-effetto che ha caratterizzato quanto avvenuto a Washington il 6 gennaio.

E’ fuori discussione che Internet – con i social network, che ne sono un sottoinsieme – sia uno strumento di comunicazione formidabile e che questo sia evidente in contesti di campagna elettorale. Per ogni strumento esistono stili e linguaggi per comunicare: siamo passati da giornali, radio e tv prima di arrivare alla rete e ai social, e lo stile comunicativo ad ogni passaggio si è semplificato e velocizzato. Ma si tratta pur sempre di strumenti di comunicazione che l’uomo ha adottato e utilizzato.

L’assalto e gli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine da dove sono nati? Dai social, sono stati pensati e fomentati dalla rete? Riflettendoci anche solo per un istante, si tratta di una conclusione superficiale e fuori strada: è come assistere a una protesta partecipata da una moltitudine di persone guidate da un capopopolo che parla con un megafono, e prendersela col megafono e con chi lo ha prodotto, per averlo reso così squillante.

I social network dovrebbero fermare prima la trasmissione di questi messaggi, per non rendersene veicolo? Questo aspetto non è affatto banale e va analizzato con attenzione, perché al momento non esiste una risposta assolutamente centrata: Facebook o Twitter, per nominare le realtà che hanno preso provvedimenti in seguito alla pubblicazione di alcuni messaggi da parte di Donald Trump, sono aziende private e non sono testate giornalistiche (che pure si appoggiano a Internet e ai social per sfruttarli come cassa di risonanza), non hanno un editore o un direttore responsabile dei contenuti pubblicati.

Dal momento che ogni utente è responsabile in proprio di ciò che pubblica (principio riconosciuto dalla legge), sicuramente le piattaforme non possono assumere un ruolo censorio, tuttavia non deve essere loro preclusa la possibilità di intervenire per evitare la diffusione di notizie false e campagne di odio e istigazione alla violenza. Il rischio che si corre parte proprio dalla natura privata di queste piattaforme e dalla loro possibilità di vietarne l’utilizzo ad un utente, unilateralmente.

Attenzione alle parole di Mark Zuckerberg: “Riteniamo che i rischi di consentire al Presidente di continuare a utilizzare il nostro servizio durante questo periodo siano semplicemente troppo grandi. Pertanto, stiamo estendendo il blocco che abbiamo posto sui suoi account Facebook e Instagram a tempo indeterminato e per almeno le prossime due settimane fino al completamento della transizione pacifica del potere”. Ma anche Twitter è drastica: “Dopo aver rivisto i recenti tweet da @realDonaldTrump, abbiamo deciso di sospendere permanentemente l’account per il rischio di ulteriore incitamento alla violenza”.

La situazione è eccezionale perché il blocco riguarda il presidente degli Stati Uniti (un utente che gode di visibilità mondiale con enormi capacità di influenzare chi lo segue) per l’utilizzo che ha fatto finora dei social network , ma situazioni di questo tipo potrebbero verificarsi nuovamente anche su fronti diversi e, se non regolamentate, potrebbero essere affidate al libero arbitrio di chi gestisce lo strumento.

Sullo sfondo è evidente la crisi dell’autorevolezza delle istituzioni e il rispetto nei loro confronti degenera ulteriormente quando l’utente abusa delle possibilità comunicative che i social network gli offrono, dimenticando che quanto scrive non è una chiacchierata fra quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo. Manca una preparazione culturale finalizzata ad un utilizzo virtuoso delle nuove tecnologie, di Internet e i social network, una preparazione che dovrebbe far parte dei programmi scolastici. L’ideale sarebbe che venisse impartita in un contesto educativo strutturato, per ridurre o abbattere il rischio che ci si trasformi prima in leoni da tastiera e poi in fomentatori di rivolte, approfittando di soggetti più vulnerabili o culturalmente deboli per spingerli ad azioni violente come quella di due giorni fa.

 
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Pubblicato da su 8 gennaio 2021 in news

 

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Social network contro Trump

Trattato come un cazzaro qualunque, Donald Trump si è visto cancellare un post da Facebook e addirittura sospendere da Twitter l’account @Trump2020, utilizzato dal suo staff per la campagna elettorale. Su entrambi i social network, gli account riconducibili al presidente avevano pubblicato un video in cui Trump, intervistato telefonicamente da alcuni giornalisti di Fox news, caldeggiava la riapertura delle scuole perché, a suo dire, i bambini sono praticamente immuni al Covid-19 perché “hanno un sistema immunitario molto più forte di noi, in qualche modo, per questo. E non hanno problemi. Semplicemente non hanno problemi”. Contenuti rimossi dalle due piattaforme social, per disinformazione.

C’era già stato un campanello d’allarme, poco più di due mesi fa, quando due tweet di Donald Trump erano stati indicati come non attendibili. Ora, dalla semplice notifica si è passati a provvedimento più drastici: Twitter ha deciso per la sospensione dell’account presidenziale fino a quando il post incriminato non sarà cancellato, mentre Facebook ha rimosso il post, che in circa quattro ora aveva registrato quasi 500mila visualizzazioni. Sorprendente, se si pensa che solo alcuni mesi fa non aveva fatto nulla per un altro video in cui Trump proponeva alla popolazione di bere candeggina per combattere il nuovo coronavirus.

La notizia ha due chiavi di lettura: la prima riguarda la scure del controllo sulla disinformazione che si abbatte anche su una figura di rilievo come il Presidente degli Stati Uniti. La seconda è legata al fatto che i social network sono intervenuti al posto dei giornalisti di Fox news, che per mestiere dovrebbero fare informazione, non contribuire alla disinformazione. Così facendo si assumono la responsabilità di veicolare messaggi errati o fuorvianti, semplicemente perché non alzano un dito – nemmeno a conversazione terminata – davanti al loro Presidente.

 

 
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Pubblicato da su 6 agosto 2020 in news

 

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Bravata anti-decreto pubblicata sui social? Allora te la cerchi (la denuncia)

Sto cercando di andare a prendere la mia ragazza che è in quarantena… Ce la farò! Ho già preparato tutte le scuse di sto mondo… #Coronavirus!”

Pubblicare un post del genere sui social network dimostra solo dabbenaggine. Eppure un 30enne residente in Valtellina lo ha scritto, riprendendosi in un video postato su Instagram e Facebook, e ha orgogliosamente messo in atto il suo proposito.

Con la pubblicazione del post, oltre a dare visibilità al suo obiettivo, ha anche dato alle forze dell’ordine le informazioni necessarie a identificarlo. Risultato: i carabinieri lo hanno rintracciato, scoprendo così che effettivamente lui e la sua ragazza avevano violato il decreto ministeriale che impone restrizioni sugli spostamenti. E poco importa che la ragazza non fosse in quarantena, né risultata positiva al coronavirus. Entrambi sono stati denunciati per inosservanza ai decreti emanati in questo periodo e l’uomo ha ricevuto una denuncia anche per procurato allarme: ai Carabinieri avrebbe infatti motivato la pubblicazione del video con l’intenzione di farsi pubblicità per diventare un personaggio e spingere la propria carriera artistica. Ma forse anche questa spiegazione fa parte di “tutte le scuse di sto mondo”.

Video rimosso e denuncia da incorniciare. Ignoto il genere artistico in cui possa essere inquadrato l’impavido cavaliere. Vorrà dire che sentiremo parlare di lui per altri motivi. Forse.

 
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Pubblicato da su 12 marzo 2020 in news

 

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FaceApp, tecnologia da utilizzare bene

L’app del momento è FaceApp. Esiste da due anni, ma recentemente ha beneficiato di alcuni aggiornamenti che ne hanno reso i risultati davvero realistici. Per chi ancora non la conoscesse, si tratta di un’applicazione per smartphone che – attraverso algoritmi di Intelligenza Artificiale – permette la realistica rielaborazione del ritratto di una persona, con la possibilità di modificare l’acconciatura, aggiungere un sorriso o una barba, fino al punto di farle cambiare sesso o invecchiarla.

Su FaceApp in questi giorni ho sentito di tutto, c’è anche qualcuno che la crede parte di Facebook (perché la radice del nome è la stessa, e perché ormai è opinione comune che le mani di Mark Zuckerberg possano arrivare ovunque, dal momento che anche anche Instagram e WhatsApp gravitano nell’orbita del più popolare social network del mondo). E invece no, la genesi di FaceApp è completamente diversa: lo sviluppo è stato curato da Wireless Lab, azienda russa di San Pietroburgo fondata da Yaroslav Goncharov (già collaboratore di Microsoft).

Approfondita la genesi di questa app che si basa su foto scattate al momento o attinte dalla gallery dello smartphone, se diamo un’occhiata alle condizioni di utilizzo e alle informazioni sulla riservatezza dei dati utilizzati, scopriamo che utilizzando FaceApp si accetta “che il Contenuto dell’utente possa essere utilizzato a fini commerciali”. In altre parole, la copia della foto oggetto di ritocco può essere utilizzata da persone a noi estranee per finalità a noi sconosciute. E cancellare una foto non serve a sottrarla alla loro disponibilità: “Il Contenuto caricato dall’utente rimosso dai Servizi può continuare a essere archiviato da FaceApp, incluso, senza limitazioni, il fine di rispettare determinati obblighi di legge”. La contropartita di vedersi più vecchi, più giovani, sorridenti o con una diversa acconciatura è quindi la consegna di una o più immagini all’azienda russa, a società del gruppo o a partner “affiliati”. Sull’App Store di Apple e sul Google Play Store, Faceapp si presenta con riferimenti USA (Wilmington, nel Delaware). Tutto sembra ignorare la regolamentazione sulla riservatezza dei dati in vigore a livello europeo, che vale anche per i trattamenti di dati acquisiti da aziende non europee che offrono servizi ad utenti sul suolo europeo.

Al netto di queste supposizioni: l’importante – come sempre – è essere consapevoli di queste condizioni di utilizzo prima di accettarle. Se questo non crea problemi, il gioco può anche essere divertente. Ma sapendo che ogni immagine può essere memorizzata e utilizzata per ulteriori sviluppi dei già efficaci algoritmi utilizzati per FaceApp, è importante che ognuno giochi con foto proprie, e non di altre persone ignare dell’utilizzo che qualche sconosciuto potrebbe fare di un loro ritratto.

Andando oltre al gioco: come dicevo inizialmente, è impressionante notare quanto siano realistici gli effetti dell’elaborazione di questa app. Forse ora sarà possibile, anche per Polizia e servizi di Intelligence, avere ritratti più verosimili dei ricercati latitanti da anni, per i quali si dispone di foto datate su cui sono stati composti identikit talvolta improbabili con volti sbilenchi e rielaborati in modo approssimativo. Il suggerimento è quello di mettere un sistema come FaceApp al servizio delle forze dell’ordine e della giustizia. Altro che giochino!

 
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Pubblicato da su 17 luglio 2019 in news

 

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Google Plus, chiuso per inutilizzo? Non solo

Ha chiuso i battenti ieri la versione consumer (cioè quella “aperta al pubblico”) di Google Plus, ma in pochi si sono accorti di questa “dipartita”, perché in effetti pochi ne conoscevano o ricordavano l’esistenza. Google Plus, indicato anche come Google+ oppure G+, è stato l’ennesimo vano tentativo di inseguire Facebook con un social network che, non essendo mai realmente decollato, è stato “farcito” automaticamente di utenti grazie ad un legame automatico con gli account dell’universo Google, con l’inclusione “coatta” degli utenti degli smartphone con sistema operativo Android.

Insomma un social senz’anima, non desiderato e quindi ignorato, la cui fine era inevitabile. Ma non è nella sua scarsa vitalità il vero motivo che ne ha reso opportuna la chiusura. Un altro problema – ben più rilevante – ha spinto il gruppo a chiudere il capitolo Google Plus: un bug che ha reso accessibili al mondo i dati personali legati a 500mila account, una vulnerabilità che l’azienda conosceva da tempo, ma che era stata tenuta nascosta e ammessa solo in seguito ad un’inchiesta del Wall Street Journal.

La falla avrebbe reso potenzialmente consultabili agli sviluppatori di 488 app vari dati personali come nome, cognome, indirizzo civico e mail, sesso, data di nascita, professione. Una finestra aperta dal 2015 al 2018 e chiusa solo nel marzo dello scorso anno, quando Google ha individuato e risolto il problema. senza però renderlo noto. “Per via della limitata entità del problema” dirà poi l’azienda. Per evitare danni di immagine e pesanti sanzioni, pensiamo noi.

Solamente dopo la pubblicazione dell’inchiesta da parte del WSJ c’è stato l’annuncio da parte di Google dell’avvio di una serie di azioni intraprese a tutela delle informazioni degli utenti. La prima della lista? La chiusura di Google+.

 
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Pubblicato da su 3 aprile 2019 in news

 

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Test sui social network, perché è meglio non cascarci

I test pubblicati attraverso i social network sono un espediente per carpire dati sugli utenti, verosimilmente a scopo di lucro e, comunque, alle spalle dei diretti interessati. Non è la prima volta che ne parlo e molto spesso l’attività dei loro autori è legata in primo luogo all’ecosistema di Facebook, che sulle informazioni personali vive e prospera.

Da qualche tempo a questa parte, però, sembra ci sia – almeno a livello di facciata – un’inversione di rotta ed ora è addirittura l’azienda di Mark Zuckerberg a dichiararsi parte lesa, da quanto si legge in una denuncia sporta nei confronti di Gleb Sluchevsky e Andrey Gorbachov: si tratta di due sviluppatori ucraini, che sono stati accusati di aver raccolto e analizzato dati personali di ignari utenti di Facebook, nonché di aver inserito pubblicità mirata “non autorizzata” nel loro feed di notizie, sfruttando un’app collegata alla piattaforma del social network.

Con la promessa di raccogliere un’entità limitata di informazioni, gli utenti sarebbero stati indotti all’installazione nel browser di un plug-in, in grado di accedere non solo ai dati dell’account, ma anche agli elenchi degli utenti “amici”, benché non pubblicamente visibili. Non è escluso che questa vicenda possa avere legami con un’altra violazione resa nota lo scorso autunno e relativa alla pubblicazione – da parte di un gruppo di hacker – dei messaggi privati di 81mila account Facebook, che a loro volta avevano portato alla diffusione delle informazioni relative a 176.000 profili (la punta di un iceberg, dal momento che il gruppo reo di questa operazione aveva dichiarato di possedere un database con dati di 120 milioni di account), tutte informazioni rivendibili sul mercato dei dati personali.

Quello che è certo è che almeno in un determinato periodo – tra il 2017 e il 2018 – i due ucraini hanno utilizzato il social network per pubblicare alcuni test sulla personalità, con titoli come “Di quale personaggio storico sei il sosia?”, “Hai sangue reale nelle vene?”, “Quanti veri amici hai?” o “Qual è il colore della tua aura?”. Domande decisamente poco esistenziali e soprattutto assolutamente inutili, ma abbastanza attraenti per qualche navigatore in cerca di passatempi senza impegno, pronti a cadere nel tranello in cambio di altri test e oroscopi “personalizzati”.

Dalla lettura della denuncia depositata venerdì scorso, tra le motivazioni sollevate l’azienda fa emergere per Facebook “un irreparabile danno alla reputazione”, con ripercussioni sugli utenti che avrebbero “effettivamente compromesso i propri browser” installando le estensioni richieste dalle app incriminate. Lo “schema” non avrebbe funzionato, tuttavia, se Facebook non avesse approvato l’iscrizione degli hacker – avvenuta con l’utilizzo di due pseudonimi – come sviluppatori autorizzati a sfruttare la feature legata all’accesso a Facebook. Su questa base Facebook punta il dito sui due sviluppatori per violazione del CFAA (Computer Fraud and Abuse Act). La scoperta dell’attività malevola sarebbe avvenuta in seguito ad “un’indagine sulle estensioni dannose” che sarebbero state poi notificate ai team di sviluppo dei browser interessati.

Questa azione legale – che segue di pochi giorni un’altra denuncia verso quattro aziende cinesi accusate da Facebook di aver venduto follower e like fasulli – permette a Facebook di attuare una strategia di difesa dalle denunce, che piovono da più parti nel mondo, in tema di violazione della privacy e della sicurezza delle informazioni. L’obiettivo è di far focalizzare l’attenzione di pubblico e media su hacker malintenzionati, spostandola dalle “debolezze” della piattaforma di social network emerse in casi precedenti, come quello di Cambridge Analytica.

Questo tipo di problema, però, è sorto anni fa e non è superfluo ricordare la denuncia, formulata qualche anno fa nei confronti di Facebook , di aver tracciato “con disinvoltura” le attività online di utenti iscritti e non iscritti al social network mediante i cookies attraverso una raccolta di dati attuata durante la lettura di post pubblici. In quell’occasione Facebook, aveva sostanzialmente ammesso la raccolta di informazioni, precisando che la causa era in un bug.

Se ancora oggi stiamo parlando di queste problematiche, la soluzione non è vicina. Ma, al netto di questa vicenda specifica, la domanda sorge spontanea: è proprio necessario cimentarsi in futili test sulla personalità dalla dubbia (inesistente) attendibilità? Certo, si tratta di giochi simili a quei test che si trovano su riviste da leggere in spiaggia sotto l’ombrellone o in una sala d’attesa. Ma almeno dietro a quelle pagine di carta non si nasconde nessuno pronto ad abbindolarci.

 
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Pubblicato da su 11 marzo 2019 in news

 

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