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Vietato Parler?

Il ban di Donald Trump dai social network non è inopportuno per i suoi presupposti, ma deve esistere la sicurezza che simili sanzioni vengano inquadrate in un contesto regolamentato, non lasciate all’arbitrio e alla responsabilità di un soggetto privato, bensì fatte partire da un provvedimento – meglio se di una Authority – fondato su norme oggettive e valide per tutti. Altrimenti tanto vale riconoscere ad aziende come Facebook e Twitter, nell’ambito delle rispettive piattaforme, il ruolo di pubblico ufficiale, e questo vale anche per Apple, Google e Amazon per aver neutralizzato Parler, piattaforma senza particolare moderazione (in tutti i sensi), molto utilizzata da utenti appartenenti alla destra americana, anche – stando alla stampa americana – per organizzare l’attacco al Congresso del 6 gennaio.

I social network sono aziende private e pertanto per ognuna di esse potrebbe valere un principio di sovranità che conferirebbe loro l’autonomia di decidere come agire sui contenuti pubblicati degli utenti, o addirittura sugli account degli utenti stessi, al di à degli standard della comunità che già quotidianamente costituiscono un punto di riferimento per ciò che è consentito e ciò che non lo è. Tuttavia è da considerare con attenzione un aspetto non banale: il servizio offerto non è a circuito chiuso, ma è disponibile ad un pubblico molto vasto, dato il considerevole numero di iscritti (per non parlare del fatto che i contenuti condivisi come “pubblici” possono essere accessibili anche ai non iscritti) e la responsabilità di quanto pubblicato rimane dell’autore, dal momento che un social non è una testata giornalistica. Per questo si sta discutendo di questi provvedimenti in rapporto al principio della libertà di espressione.

Per quanto riguarda Facebook in particolare, suggerisco un interessante confronto (in modo aperto, critico e non superficiale) tra quanto fatto finora e il discorso che Mark Zuckerberg ha formulato alla Georgetown University sullo stesso argomento: Zuckerberg: Standing For Voice and Free Expression. Ripeto quanto scritto nell’introduzione di questo post: simili sanzioni su determinate persone devono essere considerate, ma inquadrandole da un punto di vista normativo comune a tutte le piattaforme, e fatte valere da chi ha l’autorità di procedere in tal senso. Se esistono già leggi che fanno valere questo principio, vanno fatte rispettare, ma se non esistono vanno promosse, perché non si tratta di un argomento di poca importanza.

Lo stesso discorso vale per quanto accaduto al social Parler, la cui app è stata rimossa dagli store di Apple e Google. Non solo: la piattaforma – accessibile da browser – è stata posta offline da Amazon, che la ospita sui propri server. Anche per questa facoltà di neutralizzazione serve una regolamentazione.

Riguardo a Facebook, sono convinto che le azioni di questi giorni non siano una retromarcia sulle proprie convinzioni sulla libertà di espressione, bensì una sorta di captatio benevolentiae nei confronti della nuova amministrazione americana, a cui strizza l’occhio dopo le accuse di monopolio e concorrenza sleale che hanno spinto alcune istituzioni a chiederne lo spacchettamento.

 
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Pubblicato da su 11 gennaio 2021 in news

 

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Attacco al Congresso, colpa della Rete? Ma basta!

Siamo nel 2021 e c’è ancora molta – troppa – confusione sul rapporto tra eventi e Internet, perché ancora oggi non tutti sono in grado di rendersi conto che non esiste correlazione tra fatti e strumenti senza intervento umano e c’è sempre chi individua nella rete la causa, in un’analisi superficiale del rapporto causa-effetto che ha caratterizzato quanto avvenuto a Washington il 6 gennaio.

E’ fuori discussione che Internet – con i social network, che ne sono un sottoinsieme – sia uno strumento di comunicazione formidabile e che questo sia evidente in contesti di campagna elettorale. Per ogni strumento esistono stili e linguaggi per comunicare: siamo passati da giornali, radio e tv prima di arrivare alla rete e ai social, e lo stile comunicativo ad ogni passaggio si è semplificato e velocizzato. Ma si tratta pur sempre di strumenti di comunicazione che l’uomo ha adottato e utilizzato.

L’assalto e gli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine da dove sono nati? Dai social, sono stati pensati e fomentati dalla rete? Riflettendoci anche solo per un istante, si tratta di una conclusione superficiale e fuori strada: è come assistere a una protesta partecipata da una moltitudine di persone guidate da un capopopolo che parla con un megafono, e prendersela col megafono e con chi lo ha prodotto, per averlo reso così squillante.

I social network dovrebbero fermare prima la trasmissione di questi messaggi, per non rendersene veicolo? Questo aspetto non è affatto banale e va analizzato con attenzione, perché al momento non esiste una risposta assolutamente centrata: Facebook o Twitter, per nominare le realtà che hanno preso provvedimenti in seguito alla pubblicazione di alcuni messaggi da parte di Donald Trump, sono aziende private e non sono testate giornalistiche (che pure si appoggiano a Internet e ai social per sfruttarli come cassa di risonanza), non hanno un editore o un direttore responsabile dei contenuti pubblicati.

Dal momento che ogni utente è responsabile in proprio di ciò che pubblica (principio riconosciuto dalla legge), sicuramente le piattaforme non possono assumere un ruolo censorio, tuttavia non deve essere loro preclusa la possibilità di intervenire per evitare la diffusione di notizie false e campagne di odio e istigazione alla violenza. Il rischio che si corre parte proprio dalla natura privata di queste piattaforme e dalla loro possibilità di vietarne l’utilizzo ad un utente, unilateralmente.

Attenzione alle parole di Mark Zuckerberg: “Riteniamo che i rischi di consentire al Presidente di continuare a utilizzare il nostro servizio durante questo periodo siano semplicemente troppo grandi. Pertanto, stiamo estendendo il blocco che abbiamo posto sui suoi account Facebook e Instagram a tempo indeterminato e per almeno le prossime due settimane fino al completamento della transizione pacifica del potere”. Ma anche Twitter è drastica: “Dopo aver rivisto i recenti tweet da @realDonaldTrump, abbiamo deciso di sospendere permanentemente l’account per il rischio di ulteriore incitamento alla violenza”.

La situazione è eccezionale perché il blocco riguarda il presidente degli Stati Uniti (un utente che gode di visibilità mondiale con enormi capacità di influenzare chi lo segue) per l’utilizzo che ha fatto finora dei social network , ma situazioni di questo tipo potrebbero verificarsi nuovamente anche su fronti diversi e, se non regolamentate, potrebbero essere affidate al libero arbitrio di chi gestisce lo strumento.

Sullo sfondo è evidente la crisi dell’autorevolezza delle istituzioni e il rispetto nei loro confronti degenera ulteriormente quando l’utente abusa delle possibilità comunicative che i social network gli offrono, dimenticando che quanto scrive non è una chiacchierata fra quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo. Manca una preparazione culturale finalizzata ad un utilizzo virtuoso delle nuove tecnologie, di Internet e i social network, una preparazione che dovrebbe far parte dei programmi scolastici. L’ideale sarebbe che venisse impartita in un contesto educativo strutturato, per ridurre o abbattere il rischio che ci si trasformi prima in leoni da tastiera e poi in fomentatori di rivolte, approfittando di soggetti più vulnerabili o culturalmente deboli per spingerli ad azioni violente come quella di due giorni fa.

 
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Pubblicato da su 8 gennaio 2021 in news

 

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Anche i ricchi laggano

Avete presente l’imbarazzante disagio che provate quando si interrompe il collegamento durante una videochiamata o una riunione online? Problemi di connessione possono capitare a tutti, soprattutto in questo periodo in cui si intensifica l’utilizzo di didattica online e soluzioni per il lavoro a distanza. E lo stesso problema è capitato a Mark Zuckerberg ieri, mentre stava testimoniando – in videoconferenza – davanti alla Commissione per il Commercio, insieme a Jack Dorsey e Sundar Pichai, i ceo rispettivamente di Twitter e Google, che insieme al “numero uno” di Facebook erano chiamati a rispondere in merito alle attività di moderazione che le loro piattaforme seguono per la pubblicazione dei contenuti da parte degli utenti. Pittoresco il racconto della vicenda pubblicato da Reuters:

“Non siamo in grado di entrare in contatto con il signor Mark Zuckerberg”, ha riferitoil senatore Roger Wicker, che presiede il comitato, accettando un ritardo di cinque minuti dopo che gli amministratori delegati di Twitter Inc e Google di Alphabet Inc avevano parlato. Facebook ha detto al comitato che Zuckerberg era solo. È riuscito a connettersi in un paio di minuti. “Ho potuto ascoltare le altre dichiarazioni di apertura. Stavo solo facendo fatica a connettermi “, ha detto Zuckerberg. Wicker ha risposto: “Conosco la sensazione del signor Zuckerberg”

Un attimo di foklore che ci dà modo di sapere che il Congresso americano ha ostentato una certa preoccupazione sul tema della moderazione dei contenuti pubblicati sui social media: nella discussione si è parlato del Communications Decency Act, normativa che nella sezione “230” regola le responsabilità dei provider di connettività e di servizi Internet e stabilisce che le “piattaforme”, in quanto tali, non sono prodotti editoriali e quindi non hanno responsabilità sui contenuti pubblicati dagli utenti. Questa legge è da tempo nel mirino di Donald Trump, che dopo essere stato in più occasioni moderato da Twitter, la scorsa primavera ha sottoscritto un ordine esecutivo per introdurre maggiori responsabilità nei confronti di forum e social network sui contenuti pubblicati. L’audizione di ieri è stata piuttosto articolata, considerando che l’interesse sull’argomento è direttamente proporzionale all’attenzione verso le elezioni presidenziali USA. Un articolo del New York Times ne offre una cronaca interessante.

Ma l’episodio, ancora una volta, ci ricorda quanto sia ricorrente l’esigenza di avere una connessione di buona qualità e con caratteristiche di stabilità. Non solo per seguire online le vostre serie preferite, di cui non potete fare a meno, ma soprattutto nei casi in cui – come accennavo inizialmente – rappresenta una necessità, per il lavoro o la didattica a distanza, o per altre eventualità ancor più importanti o solenni, come un’audizione in una sede istituzionale.

 
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Pubblicato da su 29 ottobre 2020 in news, social network

 

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Social network contro Trump

Trattato come un cazzaro qualunque, Donald Trump si è visto cancellare un post da Facebook e addirittura sospendere da Twitter l’account @Trump2020, utilizzato dal suo staff per la campagna elettorale. Su entrambi i social network, gli account riconducibili al presidente avevano pubblicato un video in cui Trump, intervistato telefonicamente da alcuni giornalisti di Fox news, caldeggiava la riapertura delle scuole perché, a suo dire, i bambini sono praticamente immuni al Covid-19 perché “hanno un sistema immunitario molto più forte di noi, in qualche modo, per questo. E non hanno problemi. Semplicemente non hanno problemi”. Contenuti rimossi dalle due piattaforme social, per disinformazione.

C’era già stato un campanello d’allarme, poco più di due mesi fa, quando due tweet di Donald Trump erano stati indicati come non attendibili. Ora, dalla semplice notifica si è passati a provvedimento più drastici: Twitter ha deciso per la sospensione dell’account presidenziale fino a quando il post incriminato non sarà cancellato, mentre Facebook ha rimosso il post, che in circa quattro ora aveva registrato quasi 500mila visualizzazioni. Sorprendente, se si pensa che solo alcuni mesi fa non aveva fatto nulla per un altro video in cui Trump proponeva alla popolazione di bere candeggina per combattere il nuovo coronavirus.

La notizia ha due chiavi di lettura: la prima riguarda la scure del controllo sulla disinformazione che si abbatte anche su una figura di rilievo come il Presidente degli Stati Uniti. La seconda è legata al fatto che i social network sono intervenuti al posto dei giornalisti di Fox news, che per mestiere dovrebbero fare informazione, non contribuire alla disinformazione. Così facendo si assumono la responsabilità di veicolare messaggi errati o fuorvianti, semplicemente perché non alzano un dito – nemmeno a conversazione terminata – davanti al loro Presidente.

 

 
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Pubblicato da su 6 agosto 2020 in news

 

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Truffa Bitcoin su Twitter, cos’hanno in comune i profili hackerati?

Cosa hanno in comune Barack Obama, Joe Biden, Bill Gates, Jeff Bezos, Elon Musk, Michael Bloomberg, Kanye West, Kim Karsashian? Dagli account Twitter di questi personaggi – insieme a quelli aziendali di Apple e Uber e moltissimi altri (tra Bitcoin, Coinbase o Binance) – ieri sono apparsi messaggi fasulli e truffaldini, che invitavano i follower a effettuare un pagamenti in Bitcoin con la promessa di vedersi riaccreditare un ammontare raddoppiato. Un’operazione attuata verosimilmente da hacker, che secondo Twitter hanno colpito prima l’account di uno o più dipendenti con credenziali di administrator e quindi con ampie possibilità di accesso a sistemi e strumenti utilizzati internamente per il controllo degli account (dettagli tecnici in un articolo di Joseph Cox su Vice).

Di questo hacking, tecnicamente, si occuperanno Twitter e chi è stato incaricato di indagare (ieri intanto tutti i “profili verificati” sono rimasti bloccati in attesa della messa in sicurezza dei sistemi). Certo, i messaggi truffaldini sono decisamente poco credibili, ma nei grandi numeri di Internet qualche boccalone può sempre cadere in trappola. Io però resto ancora senza risposta alla domanda iniziale: cos’hanno in comune, o meglio perché sono stati scelti, i profili Twitter di quei personaggi e quelle aziende per veicolare quei messaggi?

Oltre all’evidente visibilità data dalla loro popolarità nei campi della politica, del business e dello spettacolo, questi profili potrebbero avere in comune un certo obiettivo politico, non dimentichiamo l’imminenza delle elezioni presidenziali USA. Ma ancora più a monte, non deve sfuggire che questa operazione è stata un “dirottamento” di comunicazioni messo a segno ai danni di personaggi e aziende che, come detto sopra, hanno un’enorme visibilità. E se è stato possibile farlo con loro, chi può escludere che ciò possa avvenire anche per profili istituzionali o governativi, con conseguenze dall’impatto ancor più vasto e pericoloso?

Alla base di tutto, il problema è di Twitter e della dubbia efficacia dei sistemi di sicurezza a tutela degli account, comunque preoccupante, vista la portata delle conseguenze che possono avere queste criticità.

 
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Pubblicato da su 16 luglio 2020 in news

 

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Trump all’attacco delle Big Tech

Donald Trump attacca le Big Tech, le grandi aziende del mondo della tecnologia, colpevoli a suo dire di attuare una censura nei suoi confronti, in vista delle elezioni presidenziali 2020. L’attacco del presidente USA alle Big Tech parte dalla app di Twitter sul suo iPhone.

Non deve aver digerito molto bene il bollino del fact checking che Twitter ha appiccicato ai suoi tweet sul Governatore della California e sul voto per corrispondenza: prima di questa dichiarazione, sempre tramite Twitter, aveva scritto:

Twitter sta interferendo con le elezioni presidenziali del 2020. Dicono che la mia dichiarazione sulle votazioni per corrispondenza, che porterà a una massiccia corruzione e frode, non è corretta, sulla base del controllo dei fatti da parte delle fake news di CNN e del Washington Post di Amazon. Twitter sta soffocando completamente la libertà di parola, e io, in qualità di Presidente, non permetterò che ciò accada!

Riaffiorano quindi anche i contrasti con Jeff Bezos, proprietario di Amazon e del Washington Post, già ai ferri corti dai tempi del bando per il progetto JEDI per la gestione dell’infrastruttura cloud del Pentagono.

La corsa elettorale americana si sta arroventando e Donald Trump passa ai provvedimenti di prevenzione censoria

 
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Pubblicato da su 28 maggio 2020 in news

 

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Twitter etichetta come “non veritieri” due messaggi di Donald Trump

I follower di Donald Trump avranno notato che un paio di suoi tweet (il secondo è la continuazione del primo) riportano una segnalazione che li etichetta come “non veritieri”. Un tema scottante, dal momento che il 2020 negli USA è l’anno delle elezioni presidenziali e questa iniziativa potrebbe essere vista come una sorta di interferenza.

Il messaggio riguarda l’attendibilità dei Mail-In Ballots, cioè i voti per corrispondenza: Trump li reputa non veritieri perché la posta potrebbe essere rubata o falsificata, e perché il Governatore della California (un Democratico) spedisce schede elettorali a milioni di persone, senza curarsi di chi siano, e alle quali saranno date istruzioni su come e a chi dare il proprio voto. In calce ai tweet, Twitter ha collocato un dicitura in blu, ben evidente, con un punto esclamativo – che richiama l’attenzione del lettore – seguito dalla frase “Get the facts about mail-in ballots”, ossia “scopri i fatti sulle votazioni per corrispondenza”.

Una sorta di “leggi qui come stanno realmente le cose” dove il “qui” è una pagina del sito della CNN con un articolo di approfondimento sulle affermazioni del presidente che, su Twitter, vanta un’audience di oltre 80 milioni di utenti. Ma non c’è solo questo: Twitter per Trump è un vero e proprio megafono social, sul quale fino ad ora nessuno era mai intervenuto con provvedimenti censori o di richiamo. Un intervento di questo tipo, rivolto al presidente USA da parte di chi gestisce la piattaforma, è una novità molto significativa perché è mirato a smentire quanto dichiarato da Trump. L’iniziativa fa seguito ad altri tweet presidenziali di dubbia attendibilità, come quelli in cui Trump ha gettato un ombra su un membro del Congresso per la scomparsa, avvenuta nel 2001, di una sua collaboratrice.

Cade dunque la neutralità che Twitter ha sempre ostentato? Sicuramente ora è stata introdotta una sorta di moderazione ai contenuti pubblicati dai propri utenti. Che non risparmia nessuno, ma che non mancherà di suscitare reazioni: in quest’occasione, dopotutto, a farne le spese iè stato il presidente degli Stati Uniti d’America.

 
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Pubblicato da su 27 maggio 2020 in news

 

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Perché le fake news si diffondono più dei veri scoop

Krista Kennell / Stone / Catwalker / Shutterstock / The Atlantic

Perché le fake news si diffondono più rapidamente delle notizie vere? Perché ci piacciono “notizie inedite” o, in altri termini, cose nuove. Questa risposta che sembra basata sulle dinamiche della psicologia umana viene da un’analisi condotta su Twitter, uno dei più efficaci veicoli delle bufale, nell’ambito di una ricerca del MIT (Massachusetts Institute of Technology) che ha analizzato 126mila cascade (flussi di conversazioni) pubblicate tra il 2006 e il 2017 con oltre 4,5 milioni di retweet. Gli argomenti dei tweet che si propagano con maggiore facilità e rapidità sono la politica, le leggende metropolitane, gli affari, il terrorismo, la scienza, l’intrattenimento, le calamità naturali. E’ stato rilevato che le “bufale” hanno il 70% di probabilità in più di essere ritwittate e si diffondono sei volte più velocemente delle notizie vere.

Secondo le conclusioni a cui sono giunti gli autori di questa ricerca, sui social network, le persone che ottengono più facilmente attenzione sono coloro che per prime condividono informazioni precedentemente sconosciute – anche se probabilmente false – e chi condivide informazioni nuove è visto come più informato di altri, quindi conquista autorevolezza (anche se non supportata da reale attendibilità). Le fake news per loro natura sono caratterizzate da contenuti inediti (quando sono note è perché sono già state smascherate) e, dal momento che le persone tentano di catturare l’attenzione altrui per riscuotere like e retweet (che sono il “premio” di chi utilizza i social network alla ricerca di visibilità e popolarità), il loro sforzo nel diffonderle fa sì che si propaghino rapidamente.

Più o meno come avviene con uno scoop, inteso come “colpo giornalistico, cioè notizia sensazionale che un giornalista riesce ad avere e un giornale a pubblicare in esclusiva precedendo la concorrenza”. Ma in confronto allo scoop, la bufala riscuote maggiore successo perché intercetta i sentimenti del pubblico, assecondandoli. In altre parole, e generalizzando: molte persone diffondono le notizie che danno ragione alle loro aspettative e sono portate a non verificarle, perché intimamente hanno la certezza che siano vere. D’altronde, non esiste sicurezza migliore di quella che ci dà il nostro cuore.

 
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Pubblicato da su 10 marzo 2018 in news

 

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Basta un tweet di Kylie Jenner per far afflosciare le azioni di Snapchat

Cos’è un tweet, in fondo, se non un pensiero espresso in libertà? Tuttavia, se a pubblicarlo è Kylie Jenner dal suo account da 24,5 milioni di follower, la libertà di pensiero può avere impensabili conseguenze. Lo ha scoperto – letteralmente a proprie spese – Snapchat, che mercoledì scorso la Jenner ha citato in un messaggino in cui ha praticamente dichiarato di non utilizzarlo più. Uno potrebbe pensare “e chi se ne frega…”, ma guardate com’è andata in borsa alle azioni della società Snap Inc. a partire dal mattino dopo:

Quel giorno hanno chiuso con una perdita del 6%, avvicinandosi alla quotazione di 17 dollari, il valore del loro ingresso nel mercato azionario.

Ora uno potrebbe legittimamente chiedersi perché il messaggino di una ventenne può far bruciare in poche ore 1,3 miliardi di dollari ad una società quotata in borsa. E io condividerei questa perplessità, se non stessimo parlando del servizio di un social network talmente effimero da far durare i contenuti condivisi solamente 24 ore, che ha fondato la propria fortuna intrufolandosi tra gli strumenti di marketing ed è per sua natura legato alle mode tecnologiche del momento. Proprio per questo, anzi, è più che ovvio che un tweet di una influencer possa avere ricadute importanti. Già il trend delle azioni Snap Inc non era confortante, per via dello scarso gradimento del recente restyling dell’app. Il tweet di Kylie Jenner ha avuto l’effetto di un colpo di accetta.

Forse dovremmo riflettere sul fatto che una ventenne, per un pensiero, uno starnuto o una scoreggina, per via della sua vita sempre sotto i riflettori ha il potere di influenzare l’andamento di un titolo azionario. Certo, non si parla di quote di capitale di un’importante e strategica azienda industriale, ma di un più leggero servizio social, ma 1,3 miliardi di dollari non sono bruscolini.

Comunque Kylie Jenner per dirlo ha utilizzato Twitter. Quindi Twitter potrebbe essere considerato cool. Almeno per ora.

 

 
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Pubblicato da su 23 febbraio 2018 in social network

 

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Violata una chat segreta, le foto in rete. “Opera di hacker”? Ma de che?

Sarebbe ora che lo smartphone venisse utilizzato con consapevolezza dagli utenti di tutte le età:

Protagoniste e vittime sono una sessantina di liceali di Modena e Reggio Emilia, come racconta Qn/Il Resto del Carlino. La vicenda nasce in estate quando le minorenni decidono di creare con l’App per smartphone un contenitore segreto di immagini, dove si ritraggono nude. Ma il contenuto della chat “segreta” ha cominciato a circolare nei giorni scorsi tra i liceali modenesi. Le 60 protagoniste hanno scoperto che tutto il materiale, foto e video, era finito sul web. Hanno puntato il dito contro il fidanzato di una, il quale ha ammesso di aver scaricato le immagini, salvandole sul pc, ma giurando di non averle mai messe in rete, dando la colpa all’opera di hacker.

Al di là della non ottima idea di utilizzare – come “contenitore segreto” – una chat su WhatsApp in un contesto allargato ad una sessantina di ragazze, il primo aspetto di cui è fondamentale essere consapevoli è che è sempre la persona – e non la tecnologia – ad avere la responsabilità di fatti come quello descritto. In questa vicenda – stando a quanto si legge sul Resto del Carlino – all’estrema superficialità e leggerezza con cui le dirette interessate hanno trattato la propria immagine e le proprie immagini (dati personali e sensibili, in quanto intimi), si aggiunge il tradimento dell’implicito patto di segretezza da parte di qualcuno che ha pensato bene di raccogliere e catalogare le immagini, per poi agevolarne (forse inconsapevolmente) la diffusione via Internet. Dare la colpa “all’opera di hacker” è un puerile e patetico tentativo di mascherare superficialità e mancanza di rispetto (per non parlare di altre ben più ponderose questioni, legate alla conservazione abusiva di quelle che qui chiameremo “immagini intime” di sessanta liceali, ma che in altri ambienti, a seconda dell’età del soggetto ritratto, prendono il nome di “foto pedopornografiche”).

Nel paragrafo precedente ho scritto due volte “superficialità”, una volta “leggerezza” e “mancanza di rispetto”. Sono elementi ricorrenti in fenomeni come questo, che nascono piccoli e presto diventano più grandi dei loro protagonisti e ci devono far riflettere sul rapporto tra giovani e nuove tecnologie, o meglio sull’enorme necessità di alfabetizzazione digitale dei nostri ragazzi, che sono espertissimi nell’uso delle funzionalità offerte da Internet, smartphone e altri dispositivi digitali, ma ignorano completamente ogni aspetto di rischio conseguente alle loro azioni. Esiste inoltre un altro aspetto di cui c’è scarsissima consapevolezza: uno smartphone è legato ad un’utenza telefonica e una sim card può essere intestata anche ad un minore, ma genitori e tutori devono sapere che uso si fa di quell’utenza telefonica, perché il titolare è il minore di cui sono responsabili, pertanto i ragazzi non possono rivendicare alcun diritto alla privacy nei loro confronti.

A corollario di tutto quanto detto sopra: in rete e nel mondo esistono molti pedofili e pazzi. Non è la loro esistenza a doverci far desistere dal compiere certe azioni (come condividere foto intime in un gruppo di WhatsApp): ancor prima dovremmo ascoltare la voce del nostro cervello, quando ci chiede “Ehi aspetta, a cosa ca**o ti serve che tu condivida quel tipo di foto su WhatsApp?”. Per rimettersi in bolla basterebbe dare il giusto peso alla risposta. Poi, liberi tutti di fare tutto ciò che si vuole, ci mancherebbe solo che qualcuno si senta inibito a fare ciò che davvero ritiene importante. Ma solo con tutta la dovuta consapevolezza.

 
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Pubblicato da su 8 novembre 2017 in cellulari & smartphone

 

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Il dito sta alla luna come #Covfefe sta a…?

Mentre molti stanno a ridere e inventarsi visibilità riflessa per il tweet con cui Donald Trump ha scritto “Despite the constant negative press covfefe” (stampa inclusa, che sta dando ampio spazio a quel “covfefe” che appare come un evidente errore di digitazione), un più ristretto numero di osservatori rileva che il presidente americano sembra intenzionato a sfilare gli Stati Uniti dagli accordi di Parigi sul clima.

Gli accordi prevedono l’impegno, sottoscritto da circa 200 nazioni, alla graduale riduzione delle emissioni di gas serra, allo scopo di contenere l’aumento delle temperature medie globali «ben al di sotto dei 2 gradi centigradi». Gli USA, che rappresentano il secondo più importante attore inquinante al mondo (il primo è la Cina), avevano sottoscritto un obiettivo di riduzione – entro il 2025 – delle emissioni nocive del 26-28% dai livelli del 2005.

Quindi, volendo, quel “covfefe” può anche essere interpretato come interpretazione americana dell’impegno sottoscritto agli accordi di Parigi. Praticamente una supercazzola.

 
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Pubblicato da su 31 maggio 2017 in news

 

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WhatsDown e le crisi di astinenza da chat

Ieri sera, poco dopo le 22.00, WhatsApp ha iniziato a mostrare segni di cedimento che, poco dopo, si sono rivelati sintomi di un blackout che si è protratto per alcune ore. Ore di panico per alcuni e ore di pace per altri, dice questo articolo di Rai News, rilevando le reazioni degli utenti che hanno evidenziato il disservizio su Twitter, Facebook e altre applicazioni.
Indipendentemente dal fatto che esistano alternative che svolgono egregiamente la stessa funzione, il rilievo globale che questa notizia ha raggiunto ci dà la misura di quanto il mondo sia sempre più attento alle sciocchezze e sempre meno incline a dare il giusto peso a cose ed eventi.

Se WhatsApp smette di funzionare – temporaneamente o definitivamente – il mondo va avanti, la vita continua e le persone possono comunicare ugualmente. Gli unici legittimati a preoccuparsene sono Mark Zuckerberg e chi lavora con lui. Coloro che, da utenti, hanno legato la propria sorte ad un servizio di messaggistica, dovrebbero porsi qualche domanda e farsi aiutare a trovare le risposte giuste.

Comunque teniamo sempre presente che buona parte di noi ha un’ottima scorta di SMS inutilizzati.

 
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Pubblicato da su 4 maggio 2017 in Mondo, news, pessimismo & fastidio

 

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Cinguettii presidenziali

ObamaClintonIronico siparietto tra Barack Obama e Bill Clinton. Se Twitter fosse esistito negli anni ’90, quel @FLOTUS sarebbe stato di Hillary Clinton, che invece si candida ad accaparrarsi l’account @POTUS.

 

 
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Pubblicato da su 19 maggio 2015 in curiosità, News da Internet

 

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Cinguettare con rancore

Se ti chiami Paola, fai la giornalista e parli di sport, stai attenta a Twitter:

P.S: notevole la difesa di Massimo Gramellini nei confronti di Paola Saluzzi:

In ogni caso gli ha dato dell’imbecille su Twitter, non in televisione. E per lavoro non si occupa neanche di sport. In ogni caso gli ha dato dell’imbecille su Twitter, non in televisione. E per lavoro non si occupa neanche di sport. Il suo era il commento di un’utente tifosa, non di una giornalista nello svolgimento delle proprie funzioni, a meno di volere affermare che su Twitter ciascuno rimane incastrato al proprio ruolo pubblico: commerciante, notaio, dentista, artigiano.  

Era davvero un commento non giornalistico, ce ne siamo accorti tutti. Ma – per fortuna o purtroppo – su Twitter ognuno rimane ciò che è, e questo vale soprattutto per chi svolge un mestiere pubblico, da cui deriva una notevole visibilità. 64mila follower non sono un’enormità, ma nemmeno pochi: basta qualche retweet per moltiplicare la platea di un pensiero di 140 caratteri. E’ questa propagazione che può amplificare l’impatto di un tweet, trasformandolo in un boato che risuona anche in altri ambiti. Questo episodio ne è la dimostrazione.

 
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Pubblicato da su 13 aprile 2015 in news

 

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Twitter rientra nelle ricerche di Google

twitter-integration[1]

Accordo siglato tra Twitter e Google: Bloomberg News lo rivela prima della sua ufficializzazione spiegando che presto i tweet potranno comparire tra i risultati delle ricerche effettuate attraverso Google. La visualizzazione potrà avvenire as soon as they’re posted, quindi subito dopo la pubblicazione.

La partnership ripete una collaborazione già aperta nel 2009 e chiusa per insoddisfazione due anni dopo, mirata a veicolare i messaggi anche al di fuori da Twitter e che, a seconda dei punti di vista, per i risultati ottenuti nelle ricerche potrebbe essere sia una contaminazione che un arricchimento. Dal mio punto di vista non arricchiranno niente, solo Twitter, che verrà pagato da Google per l’accesso al database.

 
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Pubblicato da su 5 febbraio 2015 in news

 

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