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Perché le fake news si diffondono più dei veri scoop

Krista Kennell / Stone / Catwalker / Shutterstock / The Atlantic

Perché le fake news si diffondono più rapidamente delle notizie vere? Perché ci piacciono “notizie inedite” o, in altri termini, cose nuove. Questa risposta che sembra basata sulle dinamiche della psicologia umana viene da un’analisi condotta su Twitter, uno dei più efficaci veicoli delle bufale, nell’ambito di una ricerca del MIT (Massachusetts Institute of Technology) che ha analizzato 126mila cascade (flussi di conversazioni) pubblicate tra il 2006 e il 2017 con oltre 4,5 milioni di retweet. Gli argomenti dei tweet che si propagano con maggiore facilità e rapidità sono la politica, le leggende metropolitane, gli affari, il terrorismo, la scienza, l’intrattenimento, le calamità naturali. E’ stato rilevato che le “bufale” hanno il 70% di probabilità in più di essere ritwittate e si diffondono sei volte più velocemente delle notizie vere.

Secondo le conclusioni a cui sono giunti gli autori di questa ricerca, sui social network, le persone che ottengono più facilmente attenzione sono coloro che per prime condividono informazioni precedentemente sconosciute – anche se probabilmente false – e chi condivide informazioni nuove è visto come più informato di altri, quindi conquista autorevolezza (anche se non supportata da reale attendibilità). Le fake news per loro natura sono caratterizzate da contenuti inediti (quando sono note è perché sono già state smascherate) e, dal momento che le persone tentano di catturare l’attenzione altrui per riscuotere like e retweet (che sono il “premio” di chi utilizza i social network alla ricerca di visibilità e popolarità), il loro sforzo nel diffonderle fa sì che si propaghino rapidamente.

Più o meno come avviene con uno scoop, inteso come “colpo giornalistico, cioè notizia sensazionale che un giornalista riesce ad avere e un giornale a pubblicare in esclusiva precedendo la concorrenza”. Ma in confronto allo scoop, la bufala riscuote maggiore successo perché intercetta i sentimenti del pubblico, assecondandoli. In altre parole, e generalizzando: molte persone diffondono le notizie che danno ragione alle loro aspettative e sono portate a non verificarle, perché intimamente hanno la certezza che siano vere. D’altronde, non esiste sicurezza migliore di quella che ci dà il nostro cuore.

 
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Pubblicato da su 10 marzo 2018 in news

 

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Basta un tweet di Kylie Jenner per far afflosciare le azioni di Snapchat

Cos’è un tweet, in fondo, se non un pensiero espresso in libertà? Tuttavia, se a pubblicarlo è Kylie Jenner dal suo account da 24,5 milioni di follower, la libertà di pensiero può avere impensabili conseguenze. Lo ha scoperto – letteralmente a proprie spese – Snapchat, che mercoledì scorso la Jenner ha citato in un messaggino in cui ha praticamente dichiarato di non utilizzarlo più. Uno potrebbe pensare “e chi se ne frega…”, ma guardate com’è andata in borsa alle azioni della società Snap Inc. a partire dal mattino dopo:

Quel giorno hanno chiuso con una perdita del 6%, avvicinandosi alla quotazione di 17 dollari, il valore del loro ingresso nel mercato azionario.

Ora uno potrebbe legittimamente chiedersi perché il messaggino di una ventenne può far bruciare in poche ore 1,3 miliardi di dollari ad una società quotata in borsa. E io condividerei questa perplessità, se non stessimo parlando del servizio di un social network talmente effimero da far durare i contenuti condivisi solamente 24 ore, che ha fondato la propria fortuna intrufolandosi tra gli strumenti di marketing ed è per sua natura legato alle mode tecnologiche del momento. Proprio per questo, anzi, è più che ovvio che un tweet di una influencer possa avere ricadute importanti. Già il trend delle azioni Snap Inc non era confortante, per via dello scarso gradimento del recente restyling dell’app. Il tweet di Kylie Jenner ha avuto l’effetto di un colpo di accetta.

Forse dovremmo riflettere sul fatto che una ventenne, per un pensiero, uno starnuto o una scoreggina, per via della sua vita sempre sotto i riflettori ha il potere di influenzare l’andamento di un titolo azionario. Certo, non si parla di quote di capitale di un’importante e strategica azienda industriale, ma di un più leggero servizio social, ma 1,3 miliardi di dollari non sono bruscolini.

Comunque Kylie Jenner per dirlo ha utilizzato Twitter. Quindi Twitter potrebbe essere considerato cool. Almeno per ora.

 

 
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Pubblicato da su 23 febbraio 2018 in social network

 

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Violata una chat segreta, le foto in rete. “Opera di hacker”? Ma de che?

Sarebbe ora che lo smartphone venisse utilizzato con consapevolezza dagli utenti di tutte le età:

Protagoniste e vittime sono una sessantina di liceali di Modena e Reggio Emilia, come racconta Qn/Il Resto del Carlino. La vicenda nasce in estate quando le minorenni decidono di creare con l’App per smartphone un contenitore segreto di immagini, dove si ritraggono nude. Ma il contenuto della chat “segreta” ha cominciato a circolare nei giorni scorsi tra i liceali modenesi. Le 60 protagoniste hanno scoperto che tutto il materiale, foto e video, era finito sul web. Hanno puntato il dito contro il fidanzato di una, il quale ha ammesso di aver scaricato le immagini, salvandole sul pc, ma giurando di non averle mai messe in rete, dando la colpa all’opera di hacker.

Al di là della non ottima idea di utilizzare – come “contenitore segreto” – una chat su WhatsApp in un contesto allargato ad una sessantina di ragazze, il primo aspetto di cui è fondamentale essere consapevoli è che è sempre la persona – e non la tecnologia – ad avere la responsabilità di fatti come quello descritto. In questa vicenda – stando a quanto si legge sul Resto del Carlino – all’estrema superficialità e leggerezza con cui le dirette interessate hanno trattato la propria immagine e le proprie immagini (dati personali e sensibili, in quanto intimi), si aggiunge il tradimento dell’implicito patto di segretezza da parte di qualcuno che ha pensato bene di raccogliere e catalogare le immagini, per poi agevolarne (forse inconsapevolmente) la diffusione via Internet. Dare la colpa “all’opera di hacker” è un puerile e patetico tentativo di mascherare superficialità e mancanza di rispetto (per non parlare di altre ben più ponderose questioni, legate alla conservazione abusiva di quelle che qui chiameremo “immagini intime” di sessanta liceali, ma che in altri ambienti, a seconda dell’età del soggetto ritratto, prendono il nome di “foto pedopornografiche”).

Nel paragrafo precedente ho scritto due volte “superficialità”, una volta “leggerezza” e “mancanza di rispetto”. Sono elementi ricorrenti in fenomeni come questo, che nascono piccoli e presto diventano più grandi dei loro protagonisti e ci devono far riflettere sul rapporto tra giovani e nuove tecnologie, o meglio sull’enorme necessità di alfabetizzazione digitale dei nostri ragazzi, che sono espertissimi nell’uso delle funzionalità offerte da Internet, smartphone e altri dispositivi digitali, ma ignorano completamente ogni aspetto di rischio conseguente alle loro azioni. Esiste inoltre un altro aspetto di cui c’è scarsissima consapevolezza: uno smartphone è legato ad un’utenza telefonica e una sim card può essere intestata anche ad un minore, ma genitori e tutori devono sapere che uso si fa di quell’utenza telefonica, perché il titolare è il minore di cui sono responsabili, pertanto i ragazzi non possono rivendicare alcun diritto alla privacy nei loro confronti.

A corollario di tutto quanto detto sopra: in rete e nel mondo esistono molti pedofili e pazzi. Non è la loro esistenza a doverci far desistere dal compiere certe azioni (come condividere foto intime in un gruppo di WhatsApp): ancor prima dovremmo ascoltare la voce del nostro cervello, quando ci chiede “Ehi aspetta, a cosa ca**o ti serve che tu condivida quel tipo di foto su WhatsApp?”. Per rimettersi in bolla basterebbe dare il giusto peso alla risposta. Poi, liberi tutti di fare tutto ciò che si vuole, ci mancherebbe solo che qualcuno si senta inibito a fare ciò che davvero ritiene importante. Ma solo con tutta la dovuta consapevolezza.

 
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Pubblicato da su 8 novembre 2017 in cellulari & smartphone

 

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Il dito sta alla luna come #Covfefe sta a…?

Mentre molti stanno a ridere e inventarsi visibilità riflessa per il tweet con cui Donald Trump ha scritto “Despite the constant negative press covfefe” (stampa inclusa, che sta dando ampio spazio a quel “covfefe” che appare come un evidente errore di digitazione), un più ristretto numero di osservatori rileva che il presidente americano sembra intenzionato a sfilare gli Stati Uniti dagli accordi di Parigi sul clima.

Gli accordi prevedono l’impegno, sottoscritto da circa 200 nazioni, alla graduale riduzione delle emissioni di gas serra, allo scopo di contenere l’aumento delle temperature medie globali «ben al di sotto dei 2 gradi centigradi». Gli USA, che rappresentano il secondo più importante attore inquinante al mondo (il primo è la Cina), avevano sottoscritto un obiettivo di riduzione – entro il 2025 – delle emissioni nocive del 26-28% dai livelli del 2005.

Quindi, volendo, quel “covfefe” può anche essere interpretato come interpretazione americana dell’impegno sottoscritto agli accordi di Parigi. Praticamente una supercazzola.

 
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Pubblicato da su 31 maggio 2017 in news

 

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WhatsDown e le crisi di astinenza da chat

Ieri sera, poco dopo le 22.00, WhatsApp ha iniziato a mostrare segni di cedimento che, poco dopo, si sono rivelati sintomi di un blackout che si è protratto per alcune ore. Ore di panico per alcuni e ore di pace per altri, dice questo articolo di Rai News, rilevando le reazioni degli utenti che hanno evidenziato il disservizio su Twitter, Facebook e altre applicazioni.
Indipendentemente dal fatto che esistano alternative che svolgono egregiamente la stessa funzione, il rilievo globale che questa notizia ha raggiunto ci dà la misura di quanto il mondo sia sempre più attento alle sciocchezze e sempre meno incline a dare il giusto peso a cose ed eventi.

Se WhatsApp smette di funzionare – temporaneamente o definitivamente – il mondo va avanti, la vita continua e le persone possono comunicare ugualmente. Gli unici legittimati a preoccuparsene sono Mark Zuckerberg e chi lavora con lui. Coloro che, da utenti, hanno legato la propria sorte ad un servizio di messaggistica, dovrebbero porsi qualche domanda e farsi aiutare a trovare le risposte giuste.

Comunque teniamo sempre presente che buona parte di noi ha un’ottima scorta di SMS inutilizzati.

 
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Pubblicato da su 4 maggio 2017 in Mondo, news, pessimismo & fastidio

 

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Cinguettii presidenziali

ObamaClintonIronico siparietto tra Barack Obama e Bill Clinton. Se Twitter fosse esistito negli anni ’90, quel @FLOTUS sarebbe stato di Hillary Clinton, che invece si candida ad accaparrarsi l’account @POTUS.

 

 
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Pubblicato da su 19 maggio 2015 in curiosità, News da Internet

 

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Cinguettare con rancore

Se ti chiami Paola, fai la giornalista e parli di sport, stai attenta a Twitter:

P.S: notevole la difesa di Massimo Gramellini nei confronti di Paola Saluzzi:

In ogni caso gli ha dato dell’imbecille su Twitter, non in televisione. E per lavoro non si occupa neanche di sport. In ogni caso gli ha dato dell’imbecille su Twitter, non in televisione. E per lavoro non si occupa neanche di sport. Il suo era il commento di un’utente tifosa, non di una giornalista nello svolgimento delle proprie funzioni, a meno di volere affermare che su Twitter ciascuno rimane incastrato al proprio ruolo pubblico: commerciante, notaio, dentista, artigiano.  

Era davvero un commento non giornalistico, ce ne siamo accorti tutti. Ma – per fortuna o purtroppo – su Twitter ognuno rimane ciò che è, e questo vale soprattutto per chi svolge un mestiere pubblico, da cui deriva una notevole visibilità. 64mila follower non sono un’enormità, ma nemmeno pochi: basta qualche retweet per moltiplicare la platea di un pensiero di 140 caratteri. E’ questa propagazione che può amplificare l’impatto di un tweet, trasformandolo in un boato che risuona anche in altri ambiti. Questo episodio ne è la dimostrazione.

 
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Pubblicato da su 13 aprile 2015 in news

 

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Twitter rientra nelle ricerche di Google

twitter-integration[1]

Accordo siglato tra Twitter e Google: Bloomberg News lo rivela prima della sua ufficializzazione spiegando che presto i tweet potranno comparire tra i risultati delle ricerche effettuate attraverso Google. La visualizzazione potrà avvenire as soon as they’re posted, quindi subito dopo la pubblicazione.

La partnership ripete una collaborazione già aperta nel 2009 e chiusa per insoddisfazione due anni dopo, mirata a veicolare i messaggi anche al di fuori da Twitter e che, a seconda dei punti di vista, per i risultati ottenuti nelle ricerche potrebbe essere sia una contaminazione che un arricchimento. Dal mio punto di vista non arricchiranno niente, solo Twitter, che verrà pagato da Google per l’accesso al database.

 
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Pubblicato da su 5 febbraio 2015 in news

 

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Welcome on Twitter, @equitalia_it

EquitaliaTwitter

Equitalia ha annunciato ieri di aver aperto un proprio account su Twitter (unico canale ufficiale della società presente sui social media), che si aggiunge al nuovo sito web istituzionale. Il debutto è stato salutato con un coro di tweet, anche di benvenuto, a cui hanno fatto seguito altri non proprio benevoli che, verosimilmente, non hanno considerato con grande attenzione i contenuti della social media policy del gruppo, che correttamente dice:

Tutti gli utenti potranno esprimere la propria opinione nel rispetto degli altri; ognuno è responsabile di ciò che pubblica.

Tutti coloro che vorranno smentire eventuali contenuti sono pregati di accompagnare le proprie esternazioni con collegamenti a fonti di informazioni o attendibili. Siamo aperti a tutte le opinioni specialmente quando sono accompagnate da fatti verificabili.

Inoltre, per la tutela della privacy degli utenti, suggeriamo di non pubblicare dati personali (email, numero di telefono, codice fiscale etc.)

Seguire un account Twitter o inserirlo in liste di interesse non significa condividerne la linee di pensiero; lo stesso vale per i retweet, per i tweet preferiti e per i messaggi presenti sull’account pubblicati dagli utenti.

Tutte le offese rivolte a Equitalia, o a persone afferenti al Gruppo, verranno raccolte e comunicate direttamente agli uffici competenti che valuteranno se e come intervenire.

Per quanto riguarda la moderazione, la policy specifica inoltre che “la gestione dell’account avviene dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 18. Al di fuori di questi orari e nei giorni festivi il presidio non è garantito”. Anche l’orario indicato è assolutamente normale e specificarlo non è superfluo come potrebbe apparire, perché va a completare l’opportuna informativa diretta agli utenti.

Uomo avvisato mezzo salvato, dunque, soprattutto per quanto riguarda l’approccio da tenere nelle comunicazioni. E in realtà non c’è altro, perché Twitter verrà utilizzato come canale informativo. Le presenze web che richiedono attenzione, circospezione e consapevolezza sono altre.

P.S.: nulla vi vieta di eliminare da Twitter la foto del vostro yacht battente bandiera delle Cayman, comunque 😀

 
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Pubblicato da su 5 febbraio 2015 in news, social network

 

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Anche la madre degli imbecilli virtuali andrebbe sterilizzata

RobinZeldaWilliams

Dopo la scomparsa di Robin Williams, la figlia Zelda ha voluto ricordarlo pubblicando su web molti ricordi privati.

Com’era prevedibile, ha ricevuto moltissimi messaggi di cordoglio. Il mondo virtuale, però, è popolato dalla stessa varietà che affolla il mondo reale. Per cui, accanto a commenti, messaggi e tweet di chi ha voluto mostrarsi vicino a lei nel dolore (con sincero cordoglio o con l’opportunismo di chi tenta di avvicinarsi a persone in vista), la figlia dell’artista ha trovato innumerevoli messaggi di cattivo gusto, da lei stessa definiti offensivi, crudeli e inappropriati (si va da quelli di chi ha dichiarato di non rimpiangere il padre a immagini photoshoppate che lo ritraggono con ritocchi indegni), talmente sgradevoli da spingerla ad abbandonare Twitter e Instagram, come lei stessa ha dichiarato:

Non è una scelta da biasimare: non si tratta del classico caso di chi abbandona un social network per mancanza di argomenti o per diffidenza verso Internet. Qui una vicenda dolorosa è stata bersagliata dal cinismo di persone che si sono dimostrate senza ritegno. Troppe, per essere sopportate o ignorate come si converrebbe, perché hanno aggiunto amarezza e disgusto al dolore. Meglio starne lontano. Almeno per un po’.

 
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Pubblicato da su 15 agosto 2014 in news

 

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Strumenti da utilizzare bene: #AllertaMeteoSAR, #ForzaSardegna, #AiutoSardegna

AllertaMeteoSardegna

 

Quando qualcuno vi dice che Twitter non serve a niente, mostrategli tutte le informazioni e lo spiegamento di risorse scatenate dalla diffusione di hashtag come #AllertaMeteoSAR, #ForzaSardegna, oppure #AiutoSardegna.

 
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Pubblicato da su 19 novembre 2013 in news

 

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Risposte concrete

renziparmigianopesceTra l’altro – dal mio punto di vista – “Sul pesce no parmigiano” più che una regola generale è un pregiudizio.

 
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Pubblicato da su 12 novembre 2013 in social network

 

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Biz Stone suggerisce a Facebook l’account premium

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Biz Stone, co-fondatore di Twitter, suggerisce a Facebook di introdurre una tariffa mensile per offrire agli utenti un servizio premium senza pubblicità, per migliorare la user experience.

Dubito che il team di Facebook raccolga il suggerimento (con la pubblicità mirata si fanno molti più dollaroni).

Ma non escludo che nei prossimi giorni, sulla base di questa notizia, la catena-bufala su “Facebook che diventa a pagamento” possa prendere nuovo vigore.

 
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Pubblicato da su 26 luglio 2013 in business, social network

 

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Il giovane Snowden (una tweet-fiction)

Come segnala Massimo Mantellini, varie testate rilanciano una velina diffusa dall’ANSA che parla di un tweet scritto da Edward Snowden in cui si chiede al popolo dell’Ecuador di sollecitare il ministro degli esteri Patino ad accettare la sua richiesta di asilo.

Il tweet a cui fa riferimento la presunta notizia è questo:

SnowdenTweetMaybeHoax

Mante sottolinea il “meccanismo perverso per cui una notizia del tutto improbabile firmata Ansa possa rimbalzare su tutti i più autorevoli giornali italiani senza che nessuno si faccia la benché minima domanda”.

Uno, per esempio, potrebbe chiedersi “Ma è il vero Snowden o è una sòla?”

Il fatto che in questo profilo esistano quasi 1900 tweet e molti risalgano anche al 2011 induce a credere ad un account consolidato. Tuttavia, dando un’occhiata in rete e facendo due costruttive chiacchiere con Lobotomia, ho scoperto che – secondo Google – il primo tweet indicizzato risale a marzo 2013. Inoltre, in svariati post – anche datati – questo presunto Snowden risponde ad altri tweet che ha ricevuto. Però quei tweet non erano indirizzati a lui, bensì a Hatefiend. Qui riporto un esempio:

HatefiendSnowden

Considerando la non remota possibilità di una manipolazione di tweet e di nickname, ritengo questi presupposti sufficienti a rendere quantomeno dubbia l’attendibilità dell’accuont del presunto Snowden.

 
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Pubblicato da su 27 giugno 2013 in Blogroll

 

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Non è un Paese per Internet

Ai molti che, da qualche tempo a questa parte, osservano con sospetto e diffidenza Twitter, Facebook e altri servizi Internet che necessiterebbero di una regolamentazione specifica per arginare minacce, insulti, calunnie, diffamazioni e turpiloquio in genere espressi via web, vorrei ricordare che esistono già leggi in materia valide per chiunque, che non discriminano tra scritte sui muri, lettere anonime e commenti sui blog, e che il reo di questi misfatti è più facilmente identificabile se li pone in essere su Internet (mentre scritte sui muri e lettere anonime rendono molto più complesso risalire all’autore).

Dietro al cosiddetto mondo virtuale di Internet ci sono persone in carne ed ossa, che compiono azioni reali di cui sono responsabili indipendentemente dallo strumento che utilizzano. La Rete può essere vista come uno strumento di comunicazione, o come un luogo. Entrambe queste concezioni sono estranee al concetto di responsabilità.

Osservando la stampa internazionale, possiamo constatare che questa tematica è dibattuta praticamente solo in Italia. Il problema non è che solo gli italiani se ne preoccupano, il problema è il fatto stesso che qualcuno pensi ad una regolamentazione specifica, senza comprendere che le leggi vanno applicate e fatte rispettare.

 
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Pubblicato da su 13 maggio 2013 in news

 

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