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Anche i ricchi laggano

Avete presente l’imbarazzante disagio che provate quando si interrompe il collegamento durante una videochiamata o una riunione online? Problemi di connessione possono capitare a tutti, soprattutto in questo periodo in cui si intensifica l’utilizzo di didattica online e soluzioni per il lavoro a distanza. E lo stesso problema è capitato a Mark Zuckerberg ieri, mentre stava testimoniando – in videoconferenza – davanti alla Commissione per il Commercio, insieme a Jack Dorsey e Sundar Pichai, i ceo rispettivamente di Twitter e Google, che insieme al “numero uno” di Facebook erano chiamati a rispondere in merito alle attività di moderazione che le loro piattaforme seguono per la pubblicazione dei contenuti da parte degli utenti. Pittoresco il racconto della vicenda pubblicato da Reuters:

“Non siamo in grado di entrare in contatto con il signor Mark Zuckerberg”, ha riferitoil senatore Roger Wicker, che presiede il comitato, accettando un ritardo di cinque minuti dopo che gli amministratori delegati di Twitter Inc e Google di Alphabet Inc avevano parlato. Facebook ha detto al comitato che Zuckerberg era solo. È riuscito a connettersi in un paio di minuti. “Ho potuto ascoltare le altre dichiarazioni di apertura. Stavo solo facendo fatica a connettermi “, ha detto Zuckerberg. Wicker ha risposto: “Conosco la sensazione del signor Zuckerberg”

Un attimo di foklore che ci dà modo di sapere che il Congresso americano ha ostentato una certa preoccupazione sul tema della moderazione dei contenuti pubblicati sui social media: nella discussione si è parlato del Communications Decency Act, normativa che nella sezione “230” regola le responsabilità dei provider di connettività e di servizi Internet e stabilisce che le “piattaforme”, in quanto tali, non sono prodotti editoriali e quindi non hanno responsabilità sui contenuti pubblicati dagli utenti. Questa legge è da tempo nel mirino di Donald Trump, che dopo essere stato in più occasioni moderato da Twitter, la scorsa primavera ha sottoscritto un ordine esecutivo per introdurre maggiori responsabilità nei confronti di forum e social network sui contenuti pubblicati. L’audizione di ieri è stata piuttosto articolata, considerando che l’interesse sull’argomento è direttamente proporzionale all’attenzione verso le elezioni presidenziali USA. Un articolo del New York Times ne offre una cronaca interessante.

Ma l’episodio, ancora una volta, ci ricorda quanto sia ricorrente l’esigenza di avere una connessione di buona qualità e con caratteristiche di stabilità. Non solo per seguire online le vostre serie preferite, di cui non potete fare a meno, ma soprattutto nei casi in cui – come accennavo inizialmente – rappresenta una necessità, per il lavoro o la didattica a distanza, o per altre eventualità ancor più importanti o solenni, come un’audizione in una sede istituzionale.

 
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Pubblicato da su 29 ottobre 2020 in news, social network

 

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Quel brutto vizio di prendere foto da Facebook

E’ assolutamente necessario frenare la pessima prassi di prendere le foto di un profilo Facebook e renderle pubbliche per completare un servizio giornalistico: non si può fare! Ne parlo a proposito di un recente fatto di cronaca: per documentarlo, alcune testate pubblicano la foto di una persona, ritenendo che si tratti di un uomo deceduto in circostanze tragiche. La foto ritrae invece il cugino della vittima: lo stesso nome e lo stesso cognome hanno indotto alcuni giornalisti superficiali a non effettuare verifiche e a pubblicare l’immagine di una persona viva e vegeta, annunciandone la morte. Un errore madornale, con conseguenze decisamente sgradevoli, che si aggiungono al cordoglio della vicenda.

La foto è un dato personale: se, ad esempio, io pubblico una mia immagine sul profilo che ho in un social network, lo faccio con l’ovvio scopo di presentarmi all’interno di quel social network. Fine. Chiunque la acquisisca per un utilizzo diverso deve chiedere l’autorizzazione alla sua diffusione. Senza autorizzazione si verifica una violazione del diritto all’immagine, tutelato dall’articolo 10 del codice civile e dall’articolo 96 della Legge 633/41 sul diritto d’autore. L’articolo 6 del Regolamento Ue 2016/679 (Gdpr), inoltre, spiega chiaramente l’obbligatorietà del consenso per trattare dati personali. In sua assenza, la diffusione di quel tipo di immagini è reato.

Quindi, cari giornalisti che trovate comodo prendere foto dai social network senza curarvi di ottenere il necessario consenso, fate attenzione e tornate alle abitudini pre-social: chiedete l’autorizzazione. Non ve la concedono? Trovate un’altra soluzione, lecita. Va benissimo anche non usare foto. In primo luogo, per non commettere un reato. In secondo luogo, per non rischiare errori di persona che potrebbero avere molte conseguenze spiacevoli.

 
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Pubblicato da su 1 ottobre 2020 in news

 

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Social network contro Trump

Trattato come un cazzaro qualunque, Donald Trump si è visto cancellare un post da Facebook e addirittura sospendere da Twitter l’account @Trump2020, utilizzato dal suo staff per la campagna elettorale. Su entrambi i social network, gli account riconducibili al presidente avevano pubblicato un video in cui Trump, intervistato telefonicamente da alcuni giornalisti di Fox news, caldeggiava la riapertura delle scuole perché, a suo dire, i bambini sono praticamente immuni al Covid-19 perché “hanno un sistema immunitario molto più forte di noi, in qualche modo, per questo. E non hanno problemi. Semplicemente non hanno problemi”. Contenuti rimossi dalle due piattaforme social, per disinformazione.

C’era già stato un campanello d’allarme, poco più di due mesi fa, quando due tweet di Donald Trump erano stati indicati come non attendibili. Ora, dalla semplice notifica si è passati a provvedimento più drastici: Twitter ha deciso per la sospensione dell’account presidenziale fino a quando il post incriminato non sarà cancellato, mentre Facebook ha rimosso il post, che in circa quattro ora aveva registrato quasi 500mila visualizzazioni. Sorprendente, se si pensa che solo alcuni mesi fa non aveva fatto nulla per un altro video in cui Trump proponeva alla popolazione di bere candeggina per combattere il nuovo coronavirus.

La notizia ha due chiavi di lettura: la prima riguarda la scure del controllo sulla disinformazione che si abbatte anche su una figura di rilievo come il Presidente degli Stati Uniti. La seconda è legata al fatto che i social network sono intervenuti al posto dei giornalisti di Fox news, che per mestiere dovrebbero fare informazione, non contribuire alla disinformazione. Così facendo si assumono la responsabilità di veicolare messaggi errati o fuorvianti, semplicemente perché non alzano un dito – nemmeno a conversazione terminata – davanti al loro Presidente.

 

 
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Pubblicato da su 6 agosto 2020 in news

 

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Messaggi alla nazione via diretta Facebook. A quando su Instagram e TikTok? E tutti gli altri, niente?


Perplessità sparse sulla conferenza stampa diretta Facebook del presidente del Consiglio Giuseppe Conte andata in onda ieri sera alle 23.25 circa.

Feedback sulla comunicazione: perché il presidente del consiglio deve diffondere un “messaggio alla Nazione” attraverso la propria pagina Facebook, anziché utilizzare i canali istituzionali? Palazzo Chigi ha proprie pagine sui social network (anche su YouTube), per quale necessità Rai e altri canali di Stato (anche web) devono trasmettere una comunicazione istituzionale rilanciando una diretta partita dalla pagina privata “GiuseppeConte64” in un social network? Perché questo è ciò che è avvenuto, e non il contrario. Si vuole affidare a Facebook il ruolo di veicolo della comunicazione di Stato? Un social network che ha come attività il tracking dei propri utenti? Sia chiaro, non c’è nulla di eccepibile nell’utilizzo dei social network come veicolo del messaggio, che anzi si rivelano efficaci nell’intercettare un pubblico solitamente lontano dalle istituzioni, ma originare il messaggio da quella pagina privata è una caduta di stile istituzionale. La differenza per il pubblico è impercettibile, per cui perché non salvaguardare il principio del canale istituzionale come fonte primaria?

Feedback sui contenuti: diffusa incertezza su quanto illustrato. Quali sono le attività ritenute essenziali e, di conseguenza, quali non lo sono e sono soggette a chiusura? Il dubbio dovrebbe essere sciolto rendendo noti i settori che possono rimanere aperti in base ai codici ATECO (la classificazione delle attività economiche), ma finché il decreto non viene pubblicato l’informazione è monca. Era necessaria un’edizione straordinaria del TG1 per rilanciare una diretta Facebook dal contenuto approssimativo, da definire nelle ore successive e con entrerà in vigore probabilmente due giorni dopo? Un comunicato alle agenzie di stampa sarebbe stato sufficiente.

E qui si torna a questioni di opportunità. Onde evitare ogni alea, la prassi ha sempre seguito la logica: un provvedimento di legge va annunciato una volta che è stato definito (e, al massimo, si trova in corso di pubblicazione). In questo caso – e non è la prima volta – si è preferito annunciare in anticipo il sommario delle aree di intervento di una norma ancora in corso di redazione, dando adito ad ipotesi e previsioni, che però richiedono conferma. Nel frattempo gli organi di informazione pubblicano anticipazioni e speculazioni. Una volta pubblicata la norma, pubblicano articoli, che possono confermare o confutare le anticipazioni. Queste però rimangono pubblicate online. Risultato: confusione generale nella cittadinanza.

La sensazione, visto anche il canale comunicativo scelto, è che l’obiettivo di questi messaggi sia più che altro emozionale e mediatico.
 
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Pubblicato da su 22 marzo 2020 in comunicazione, news

 

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Di cognome Facebook

Novità per i componenti della famiglia Facebook: all’insegna di una maggiore trasparenza, Instagram e WhatsApp cambieranno nome. Nessuna rivoluzione, solo una aggiunta di cognome: si chiameranno Instagram from Facebook e WhatsApp from Facebook.

Già mi sembra di sentire in sottofondo un brusio a base di “chissenefrega” e “sticazzi”, ma la notizia è più significativa di quanto possa apparire in superficie, perché questa scelta conferma indirettamente una situazione già nell’aria, legata al declino di Facebook. L’aggiunta di quel “from Facebook” ai nomi delle due app – la cui popolarità è tuttora in crescita – appare infatti una sorta di “rivendicazione”, un po’ come se Mark Zuckerberg volesse segnare il territorio presso il pubblico delle piattaforme che fanno parte del suo gruppo.

Sento ancora il brusio degli annoiati. Ok non è tutto: in effetti la notizia, se la lasciassimo così, avrebbe ben poco di succoso, se non fosse per un altro aspetto. Questa formalità del “riconoscimento familiare” sarà il preludio ad un’evoluzione ben più consistente, cioè la fusione delle tre piattaforme in un unico hub, come preannunciato da Zuckerberg in occasione di F8. L’obiettivo del gruppo è unificare i sistemi di messaggistica e “farli parlare tra loro”, ovvero mettere in comunicazione tra loro gli utenti di Messenger, dei direct message di Instagram e di Whatsapp, abbattendo le barriere all’interoperabilità.

Il cantiere è già aperto da tempo e forse è proprio a causa di questi lavori in corso sulle piattaforme che, di tanto in tanto, le app sembrano soffrire di blocchi o rallentamenti generalizzati. L’ultimo disservizio sembra essersi verificato nel pomeriggio di ieri, come segnalato da utenti negli Stati Uniti e in Europa, e fa seguito ad altri episodi che si sono verificati alcune settimane fa e in marzo. L’obiettivo dell’unificazione sembra irrinunciabile, ma per la sua concretizzazione sarà necessario attendere.

Nel frattempo il marketing si muove su quel “from Facebook” che, nelle intenzioni dell’azienda, dovrebbe portare gli utenti di Instagram e WhatsApp a rivalutare Facebook, riconsiderandola come la piattaforma di riferimento. Ma non è da escludere che questa mossa possa essere controproducente: sapere che le due app fanno parte della stessa famiglia del social network che è stato al centro di scandali sulla compravendita di informazioni e dati personali (come nel caso che ha coinvolto Cambridge Analytica) potrebbe non essere una consapevolezza tranquillizzante.

 
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Pubblicato da su 5 agosto 2019 in comunicazione, news, social network

 

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Facebook e i social network? Gangster digitali, secondo il parlamento britannico

A pagina 42 del documento “Disinformation and ‘fake news’: Final Report” pubblicato dalla Commissione “Digital, Culture, Media and Sport” del parlamento britannico, c’è un pesante monito rivolto ai social network, con particolare riguardo a Facebook, per la sua condotta contraria alle norme su concorrenza e privacy. Il report presenta l’esito dell’inchiesta – durata 18 mesi – avviata in Gran Bretagna basata su documenti aziendali sia quelli ottenuti tramite un’azienda (Six4Three) che ha aperto un’azione legale in California contro Facebook e sulle risultanze delle indagini condotte in seguito al caso Cambridge Analytica.

Alle aziende come Facebook non dovrebbe essere permesso di comportarsi come “gangster digitali” nel mondo online, considerandosi al di sopra e al di fuori della legge.

Nel report viene inoltre stigmatizzata la mancanza di rispetto, da parte di Mark Zuckerberg, nei confronti del parlamento per non aver risposto ad alcuni quesiti posti nell’ambito dell’inchiesta, ed emerge la constatazione che il numero uno di Facebook non è in grado di esprimere la leadership e la responsabilità che ci si attenderebbe da chi è al vertice di una delle più grandi aziende del mondo. Non mancano avvertimenti sulla necessità di integrare le attuali leggi elettorali, ritenute vulnerabili e suscettibili di interferenze, e sulla pericolosità della disinformazione e la propaganda d’odio, mai seriamente ostacolate dalle aziende che operano nel mondo della tecnologia.

 

 
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Pubblicato da su 20 febbraio 2019 in news

 

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Facebook, 50 milioni di account compromessi da una falla. Sì, un’altra

Analitica

Il 2018 non è finito, e nemmeno i problemi di Facebook con i dati dei suoi utenti: secondo il New York Times, 90 milioni di loro in queste ore sono stati indotti ad autenticarsi per accedere di nuovo al social network, dopo l’attivazione di una procedura di sicurezza da parte dello staff guidato da Mark Zuckerberg, in seguito alla scoperta di una falla che ha compromesso la sicurezza dei dati personali relativi a 50 milioni di account.

Se anche a voi è capitato di dover accedere nuovamente tramite app o da browser, ecco spiegato il motivo. Nel frattempo è stato disattivato il servizio “Visualizza come…” (quello che permette all’utente di sapere come la sua timeline viene visualizzata da un determinato amico).

Le indagini sono tutt’ora in corso ed è probabile che a breve si possa capire qualcosa di più sul problema dichiarato. Cifre e versioni potrebbero cambiare. Ma sembra ormai assodato che, nonostante il caso Cambridge Analitica, Facebook continui a trattare i dati degli utenti con un’ingiustificabile disinvoltura e con un’attenzione inadeguata dal punto di vista della sicurezza delle informazioni.

Nel frattempo, la raccomandazione rimane sempre la stessa: non condividete su Facebook informazioni personali (sia nei dati del profilo che in testi, foto e video) che potrebbero essere sfruttate da malintenzionati. Più in generale, non cedete dati personali come contropartita di qualche servizio o beneficio apparentemente gratuito.

Mantenete sempre la consapevolezza del fatto che nel mondo digitale la sicurezza al 100% non esiste. La riservatezza di ciò che vi sta davvero a cuore non ha prezzo.

 
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Pubblicato da su 28 settembre 2018 in news

 

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Più stalker che provider

Circa cinque anni fa ho scritto “Google è un grande follower”, per spiegare come fosse estremamente facile – per Google – tracciare tutti gli spostamenti degli utenti che avessero attivato sullo smartphone i servizi di posizionamento, per poi rivederli nella Location History (Cronologia delle posizioni). Allora la prassi di tracciare gli utenti – seguita dalle aziende attive su Internet – era ancora poco conosciuta (ben nota agli addetti ai lavori, ma non alla maggior parte degli utenti). Oggi le informazioni disponibili su questo argomento sono molte di più, tuttavia negli utenti non si riscontra maggiore consapevolezza. In parole povere, ancora oggi pochi si rendono conto di quanto siano estese e capillari le attività di monitoraggio e controllo delle persone che utilizzano servizi in rete. Naturalmente per “servizi” intendo tutto ciò che viaggia su Internet, dai social network ai sempre più diffusi assistenti vocali. È proprio a questo che è necessario porre massima attenzione, sia nei casi di utilizzo personale che in quelli legati a esigenze professionali e aziendali.

Le tracce appetibili che ognuno di noi lascia in rete sono tante, a partire dall’indirizzo IP, una coordinata univoca attribuita ad ogni computer collegato in rete, che permette l’identificazione e la localizzazione dell’hardware utilizzato. Le informazioni sul software, invece, le danno i browser (Chrome, Edge, Explorer, Firefox, Opera, Safari, eccetera) e altre applicazioni che naturalmente possono fornire dati interessanti, direttamente o attraverso i cookie. Tutti i servizi che orbitano ad esempio attorno a Google (il cui motore registra con accuratezza tutte le ricerche effettuate attraverso tutti i servizi ad esso collegati, da Maps a YouTube), nonché Chrome e il sistema operativo Android presente sugli smartphone, fanno largo uso di queste soluzioni che trattano informazioni preziose per chi ha un business che si regge sulla raccolta di inserzioni pubblicitarie e sulla profilazione degli utenti, a cui sottoporre banner pubblicitari e promozioni in modo sempre più preciso.

Certo indicare sul computer l’indirizzo 8.8.8.8 come server DNS preferito è già un consenso automatico e implicito alla trasmissione dei propri dati di navigazione a Google, ma anche il browser Firefox non ce la dice tutta, quando invia le query DNS degli utenti ai server Cloudflare. Se qualcuno non sapesse di cosa sto parlando, mi spiego in parole misere: i server DNS (Domain Name Server) consentono a tutti gli utenti di collegarsi ai siti Internet attraverso un nome, senza doverne conoscere l’indirizzo IP. Ogni computer, per collegarsi ad un servizio o ad un sito web qualunque, interroga di volta in volta il proprio server DNS di riferimento che traduce per lui un dominio (http://www.nomedelsito.it) nel corrispondente indirizzo IP. Chi è in grado di registrare queste operazioni può dunque fotografare l’attività in rete di un utente e comporne un profilo da memorizzare e studiare. Lo scopo potrebbe essere pubblicitario o politico, ma è importante capire che questi dati hanno un mercato.

Per comprendere quanto ci si possa spingere oltre, un esempio su tutti: quando Facebook è finita nell’occhio del ciclone per il caso Cambridge Analytica, il suo frontman Mark Zuckerberg è stato convocato in audizione al Congresso USA in merito ad una serie di questioni, alle quali – oltre alle (poche) spiegazioni immediate – ha risposto in un secondo momento con un report di 454 pagine. In buona parte il documento contiene le medesime informazioni che ognuno può leggere nelle condizioni di utilizzo del social network (sì, quelle di cui il senatore John Kennedy disse “fanno schifo”), ma in mezzo alla molta aria fritta sono emersi alcuni aspetti interessanti: in primis il fatto che Facebook raccoglie anche dati di utenti non iscritti al social network, attraverso app o siti web che utilizzano le sue tecnologie (il “like” o il “commenta” sotto un articolo, per esempio). Si tratta di dati che potrebbero riguardare le letture o gli acquisti effettuati tramite quei siti, ma soprattutto informazioni ottenute dal dispositivo utilizzato in quella connessione.

Questa ammissione va oltre ciò che è già noto da qualche anno e ciò che l’utente ignora è che tutto è registrabile: dalle caratteristiche tecniche di computer e smartphone connessi alle operazioni compiute dall’utente durante la navigazione (finestre mantenute in primo/secondo piano, movimenti del mouse, segnali Wi-Fi e di telefonia mobile, localizzazione, cookie, eccetera). E non mi riferisco ancora a ciò che potrebbe essere possibile acquisire con l’ausilio di assistenti vocali come Alexa, Cortana, Google Assistant, Siri.

Tutto ciò era in ogni caso già intuibile quando – sempre cinque anni fa – scoppiò il Datagate, lo scandalo che coinvolse la NSA, l’agenzia americana per la sicurezza nazionale, che tuttora intercetta le comunicazioni elettroniche e telefoniche che transitano dagli USA, come spiega The Intercept.

E giusto per chiudere in “tranquillità”: per queste attività di intercettazione – che l’agenzia svolge nell’ambito del programma Fairview – vengono utilizzati otto edifici della compagnia telefonica AT&T, dislocati in altrettante città degli Stati Uniti. Il controllo coinvolge ovviamente il traffico di altre compagnie telefoniche. Tra queste troviamo anche Telecom Italia:

Tutto questo per ricordarci quanto è importante un utilizzo consapevole degli strumenti di comunicazione.

 
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Pubblicato da su 3 luglio 2018 in news

 

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Zuckerberg in audizione, Facebook sotto la lente del Congresso

Nella loro disarmante ovvietà, le parole che il senatore John Kennedy ieri ha rivolto a Mark Zuckerberg dovrebbero ricordare a tutti un aspetto fondamentale, che va ben oltre il caso Cambridge Analytica e al di là di tutti i datagate:

Ecco cosa stanno cercando di dirvi tutti oggi, e lo dico con delicatezza: il vostro accordo con l’utente fa schifo.

Potete attribuirmi un quoziente d’intelligenza di 75 punti, se riesco a capirlo io, potete capirlo voi.

Lo scopo di questo accordo con l’utente è quello di coprire il didietro di Facebook, non quello di informare i vostri utenti sui loro diritti. Ora lo sapete voi, e lo so io.

Vi suggerisco di andare a casa e riscriverlo, e di dire al vostri avvocati da 1.200 dollari all’ora – senza mancanza di rispetto, sono bravi – che lo volete scritto in inglese, in non-swahili, così che l’utente americano medio possa capire.

Questo sarebbe un inizio.

Parlo di “disarmante ovvietà” perché il senatore ha sparato a salve, parlando a nome dell’utente (americano) medio, toccando una questione collaterale al problema che ha portato Zuckerberg alla prima delle audizioni al Congresso a cui si deve presentare. La realtà è che i termini di utilizzo di Facebook sono poco leggibili esattamente come la gran parte delle condizioni imposte da altri servizi (e non solo nel mondo digitale). Si tratta di vere e proprie condizioni contrattuali che regolano l’utilizzo di un servizio e, dal momento che a definirle è l’azienda che lo fornisce, sono ovviamente scritte per tutelare innanzitutto l’azienda. Più sono articolate e complesse, più l’utente medio sarà demotivato a leggerle e comprenderle, ma non abbastanza da non sottoscriverle, sorvolando sul fatto che – per un servizio non propriamente indispensabile, nel caso di Facebook – sta acconsentendo a consegnare a terzi informazioni personali, ignorando come verranno utilizzate.

Per spendere qualche riflessione sull’audizione del CEO di Facebook davanti alla Commissione Giustizia e Commercio del Senato USA, credo si possa dire che non ha suscitato grosse sorprese. Lasciato a Palo Alto il suo abituale look casual (in termini di abbigliamento, ma anche di contegno), Zuckerberg ha indossato abiti formali e una maschera di misurata tensione per affrontare la Commissione e i media, dando risposte sostanzialmente sospensive a gran parte delle questioni che gli sono state sottoposte. Non sono (affatto) mancate domande poste in modo apparentemente ingenuo, fuori tema o inadeguate, come ad esempio quella del senatore Orrin Hatch: “Come fate a sostenere un modello di business in cui gli utenti non pagano per il vostro servizio?”. “Senatore, pubblichiamo inserzioni” gli ha risposto Zuckerberg con un’altra disarmante ovvietà, che è però la madre di tutte le risposte in merito a questa vicenda.

Anche alcune domande del senatore Lindsey Graham – che lo ha incalzato sul tema della concorrenza – potrebbero essere sembrate mal poste o sbagliate (“Twitter fa ciò che fate voi”?), ma è opportuno considerare innanzitutto la formalità, l’ufficialità e i presupposti dell’audizione: non è stato un interrogatorio nell’ambito di un processo, ma si è comunque trattato di un contesto istruttorio in cui Zuckerberg è stato chiamato a rispondere su vari aspetti di un problema nato in seguito all’attività dell’azienda che rappresenta, fermo restando il principio che “ogni cosa che dirà potrà essere usata contro di lui”.

Se qualcuno si fosse chiesto “ci è o ci fa?”, suggerisco di osservare due cose:

  1. i suoi appunti (trascritti parola per parola su TheVerge): in quelle pagine c’è tutto ciò che Zuckerberg può dire e non deve dire; per tutto quanto non rientra nel canovaccio, le risposte sono quasi sempre “non so” e “devo controllare con il mio team”;
  2. la reazione – di Zuckerberg e dei presenti – suscitata alla domanda del senatore Graham relativa alla posizione di mercato di Facebook: “Non pensa di avere un monopolio?” Risposta: “Sicuramente a me non sembra”

Immutati i temi di fondo: Facebook non ha agito per tutelare gli utenti (87 milioni) i cui dati sono stati venduti, non solo a Cambridge Analytica, ma anche ad altre aziende, come confermato dallo stesso Zuckerberg. In seguito all’audizione i mercati finanziari hanno dato feedback favorevoli, ma ciò non toglie che la reputazione del social network abbia profondamente risentito dei recenti scandali: mentre c’è chi abbandona – o smette di aggiornare – la propria pagina Facebook in silenzio, c’è chi lo fa pubblicamente, come Samantha Cristoforetti:

Caro lettore,

da questo momento sospendo l’aggiornamento di questa pagina Facebook. Mi sto sentendo a disagio al pensiero che stia contribuendo ad attirare utenti su questa piattaforma. Il mio contributo è estremamente piccolo, ma è comunque mio e me ne sento responsabile.

Non mi è ancora chiaro in che misura questa piattaforma sia suscettibile di un abuso e fino a che punto tale abuso sia dannoso per i singoli individui e alle società aperte.

Continuerò a rifletterci sopra e mi sforzerò per documentarmi. Ti incoraggio a fare lo stesso. Se dovessi sentirmi rassicurata in futuro, riprenderò a postare su questa pagina. E’ altrettanto possibile che possa decidere di rimuovere completamente questa pagina. Mi prenderò tutto il tempo necessario per arrivare ad una decisione consapevole.

Si noti che questo è un messaggio personale, che non riflette la posizione dell’Agenzia Spaziale Europea.

Auguri di ogni bene,
Samantha

Nel frattempo, proprio in queste ore ha luogo la seconda audizione di Zuckerberg, davanti alla Commissione Energia e Commercio alla Camera.

Chissà se anche in quella sede, come ieri in Senato, si farà cenno ad una versione a pagamento, affiancata a quella free. Ma, soprattutto, chissà se si parlerà – nel contesto di un’istituzione USA – del GDPR (il nuovo Regolamento Europeo sulla protezione dei dati) come di un esempio di legge da seguire e applicare.

AGGIORNAMENTO

I deputati sono stati decisamente più “aggressivi” dei senatori, focalizzando l’audizione sulla vicenda Cambridge Analytica e sulla privacy degli utenti di Facebook. Poco importa (a noi, almeno), che Mark Zuckerberg abbia ammesso che i dati del suo account fossero tra quelli degli 87 milioni di interessati. Quando gli è stato chiesto “Voi raccogliete dati su persone che non sono utenti di Facebook, sì o no?”, una risposta chiara non c’è stata. Ammettere “raccogliamo dati di persone che non sono iscritte a Facebook per motivi di sicurezza, per prevenire le minacce” lascia comunque aperto un mondo di perplessità: non c’è infatti modo di sapere come avvenga la raccolta e la conservazione di quei dati, non se ne conosce il reale utilizzo e, soprattutto, non è dato sapere da chi e con quali criteri sia definito il grado di severità delle minacce di cui ha parlato Zuckerberg.

Il GDPR è stato menzionato anche in questa audizione (a riprova della positiva considerazione che gli USA sembrano avere del nuovo Regolamento Europeo) quando a Zuckerberg sono state poste domande sulla possibilità che Facebook, anche per gli utenti d’oltreoceano, ne applicasse i principi. La risposta è stata inizialmente affermativa, ma quando in seguito sono stati chiesti maggiori dettagli le argomentazioni sono rimaste poco chiare.

Vedremo se tutti quei “vi farò sapere” avranno un seguito.

 
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Pubblicato da su 11 aprile 2018 in news, social network

 

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Cercasi dati (su Facebook) per campagne pubblicitarie e politiche

Cambridge Analytica uses data to change audience behavior

Cambridge Analytica usa i dati per cambiare il comportamento dell’audience“, è l’azienda stessa a dichiararlo nella sua homepage, non meravigliamoci dell’accaduto.
Quell’azienda che – come è stato svelato da testate come New York Times e Guardian – ha raccolto in modo “disinvolto” i dati personali di oltre 50 milioni di utenti di Facebook, violandone le condizioni di utilizzo.

Per catturare quei dati è stato fatto uso anche di applicazioni – diffuse sul social network – con test di intelligenza, questionari sulla personalità, eccetera. Un altro buon motivo per stare alla larga da simili inutili stupidaggini e utilizzare i social network in modo meno superficiale e, possibilmente, cum grano salis… la colpa non è della Rete ficcanaso, ma degli utenti inconsapevoli che le consegnano la loro vita.

 
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Pubblicato da su 19 marzo 2018 in news

 

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Violata una chat segreta, le foto in rete. “Opera di hacker”? Ma de che?

Sarebbe ora che lo smartphone venisse utilizzato con consapevolezza dagli utenti di tutte le età:

Protagoniste e vittime sono una sessantina di liceali di Modena e Reggio Emilia, come racconta Qn/Il Resto del Carlino. La vicenda nasce in estate quando le minorenni decidono di creare con l’App per smartphone un contenitore segreto di immagini, dove si ritraggono nude. Ma il contenuto della chat “segreta” ha cominciato a circolare nei giorni scorsi tra i liceali modenesi. Le 60 protagoniste hanno scoperto che tutto il materiale, foto e video, era finito sul web. Hanno puntato il dito contro il fidanzato di una, il quale ha ammesso di aver scaricato le immagini, salvandole sul pc, ma giurando di non averle mai messe in rete, dando la colpa all’opera di hacker.

Al di là della non ottima idea di utilizzare – come “contenitore segreto” – una chat su WhatsApp in un contesto allargato ad una sessantina di ragazze, il primo aspetto di cui è fondamentale essere consapevoli è che è sempre la persona – e non la tecnologia – ad avere la responsabilità di fatti come quello descritto. In questa vicenda – stando a quanto si legge sul Resto del Carlino – all’estrema superficialità e leggerezza con cui le dirette interessate hanno trattato la propria immagine e le proprie immagini (dati personali e sensibili, in quanto intimi), si aggiunge il tradimento dell’implicito patto di segretezza da parte di qualcuno che ha pensato bene di raccogliere e catalogare le immagini, per poi agevolarne (forse inconsapevolmente) la diffusione via Internet. Dare la colpa “all’opera di hacker” è un puerile e patetico tentativo di mascherare superficialità e mancanza di rispetto (per non parlare di altre ben più ponderose questioni, legate alla conservazione abusiva di quelle che qui chiameremo “immagini intime” di sessanta liceali, ma che in altri ambienti, a seconda dell’età del soggetto ritratto, prendono il nome di “foto pedopornografiche”).

Nel paragrafo precedente ho scritto due volte “superficialità”, una volta “leggerezza” e “mancanza di rispetto”. Sono elementi ricorrenti in fenomeni come questo, che nascono piccoli e presto diventano più grandi dei loro protagonisti e ci devono far riflettere sul rapporto tra giovani e nuove tecnologie, o meglio sull’enorme necessità di alfabetizzazione digitale dei nostri ragazzi, che sono espertissimi nell’uso delle funzionalità offerte da Internet, smartphone e altri dispositivi digitali, ma ignorano completamente ogni aspetto di rischio conseguente alle loro azioni. Esiste inoltre un altro aspetto di cui c’è scarsissima consapevolezza: uno smartphone è legato ad un’utenza telefonica e una sim card può essere intestata anche ad un minore, ma genitori e tutori devono sapere che uso si fa di quell’utenza telefonica, perché il titolare è il minore di cui sono responsabili, pertanto i ragazzi non possono rivendicare alcun diritto alla privacy nei loro confronti.

A corollario di tutto quanto detto sopra: in rete e nel mondo esistono molti pedofili e pazzi. Non è la loro esistenza a doverci far desistere dal compiere certe azioni (come condividere foto intime in un gruppo di WhatsApp): ancor prima dovremmo ascoltare la voce del nostro cervello, quando ci chiede “Ehi aspetta, a cosa ca**o ti serve che tu condivida quel tipo di foto su WhatsApp?”. Per rimettersi in bolla basterebbe dare il giusto peso alla risposta. Poi, liberi tutti di fare tutto ciò che si vuole, ci mancherebbe solo che qualcuno si senta inibito a fare ciò che davvero ritiene importante. Ma solo con tutta la dovuta consapevolezza.

 
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Pubblicato da su 8 novembre 2017 in cellulari & smartphone

 

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Alice e Bob: niente panico

Sarà capitato anche a voi di sentire o leggere, in questi giorni, una notizia su due “robot” Alice e Bob dotati di intelligenza artificiale, che sarebbero stati spenti immediatamente dopo la scoperta che avevano iniziato a conversare in una lingua incomprensibile. La notizia è stata diffusa da più fonti in modo incontrollato, soprattutto da parte di chi non è stato in grado di comprenderne il reale significato, trasmettendo un allarmante messaggio sulla possibilità che due macchine dotate di intelligenza artificiale avessero inventato una propria forma di linguaggio per rendersi incomprensibili agli uomini che le hanno create e cospirare alle loro spalle, inducendo ad immaginare scenari futuribili a base di robot che si ribellano all’uomo, un po’ come Hal 9000 di 2001: Odissea nello spazio, se non Skynet di Terminator.

La verità è molto meno oscura e inquietante: chi ha scritto il codice utilizzato per Alice e Bob al FAIR – il laboratorio di Facebook che si occupa di ricerca sull’intelligenza artificiale – ha programmato la loro capacità di negoziazione (è su questo aspetto che verte il test che li coinvolge), ma non li ha vincolati ad esprimersi in un inglese corretto, di conseguenza le due macchine hanno cominciato a conversare liberi da regole (grammaticali, sintattiche e di qualunque altra natura). Tutto il resto sono congetture e speculazioni: non esiste traccia di intenti ribelli o indipendentisti da parte di queste macchine, spente (disattivate) prima di poter proseguire uno scambio che non ha avuto alcuna efficacia, ad eccezione di non essere compreso (se non dai due bot) e, quindi, di essere facilmente frainteso. Non erano arrivate nemmeno al livello di un TVUMDB.

Questa vicenda, che non ha alcun aspetto allarmistico, non ci deve però far dimenticare quanto sia opportuno – anzi, necessario – che lo sviluppo di tecnologie di intelligenza artificiale debba essere normato e mantenuto sotto uno stretto controllo affinché non si arrivi ai livelli di auto-coscienza ben descritti dal “Future of Life Institute”.

Foto tratta da un articolo di giugno di The Atlantic. Sì, giugno. Dopo questo post pubblicato da Facebook.

 

 

 
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Pubblicato da su 2 agosto 2017 in news

 

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WhatsDown e le crisi di astinenza da chat

Ieri sera, poco dopo le 22.00, WhatsApp ha iniziato a mostrare segni di cedimento che, poco dopo, si sono rivelati sintomi di un blackout che si è protratto per alcune ore. Ore di panico per alcuni e ore di pace per altri, dice questo articolo di Rai News, rilevando le reazioni degli utenti che hanno evidenziato il disservizio su Twitter, Facebook e altre applicazioni.
Indipendentemente dal fatto che esistano alternative che svolgono egregiamente la stessa funzione, il rilievo globale che questa notizia ha raggiunto ci dà la misura di quanto il mondo sia sempre più attento alle sciocchezze e sempre meno incline a dare il giusto peso a cose ed eventi.

Se WhatsApp smette di funzionare – temporaneamente o definitivamente – il mondo va avanti, la vita continua e le persone possono comunicare ugualmente. Gli unici legittimati a preoccuparsene sono Mark Zuckerberg e chi lavora con lui. Coloro che, da utenti, hanno legato la propria sorte ad un servizio di messaggistica, dovrebbero porsi qualche domanda e farsi aiutare a trovare le risposte giuste.

Comunque teniamo sempre presente che buona parte di noi ha un’ottima scorta di SMS inutilizzati.

 
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Pubblicato da su 4 maggio 2017 in Mondo, news, pessimismo & fastidio

 

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