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WhatsDown e le crisi di astinenza da chat

Ieri sera, poco dopo le 22.00, WhatsApp ha iniziato a mostrare segni di cedimento che, poco dopo, si sono rivelati sintomi di un blackout che si è protratto per alcune ore. Ore di panico per alcuni e ore di pace per altri, dice questo articolo di Rai News, rilevando le reazioni degli utenti che hanno evidenziato il disservizio su Twitter, Facebook e altre applicazioni.
Indipendentemente dal fatto che esistano alternative che svolgono egregiamente la stessa funzione, il rilievo globale che questa notizia ha raggiunto ci dà la misura di quanto il mondo sia sempre più attento alle sciocchezze e sempre meno incline a dare il giusto peso a cose ed eventi.

Se WhatsApp smette di funzionare – temporaneamente o definitivamente – il mondo va avanti, la vita continua e le persone possono comunicare ugualmente. Gli unici legittimati a preoccuparsene sono Mark Zuckerberg e chi lavora con lui. Coloro che, da utenti, hanno legato la propria sorte ad un servizio di messaggistica, dovrebbero porsi qualche domanda e farsi aiutare a trovare le risposte giuste.

Comunque teniamo sempre presente che buona parte di noi ha un’ottima scorta di SMS inutilizzati.

 
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Pubblicato da su 4 maggio 2017 in Mondo, news, pessimismo & fastidio

 

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Facebook si attiva contro le notizie false, ora

Dopo aver sfruttato per anni la viralità dei contenuti condivisi dagli utenti, indipendentemente dalla loro attendibilità o ingannevolezza, Facebook ha varato una campagna contro la diffusione delle notizie false – o fake news – e a favore della loro individuazione. Ieri sera ho ricevuto la notifica di questo decalogo diffuso dal social network, che snocciola i suggerimenti da seguire per riconoscere una notizia falsa.

Niente che da queste parti non sia già stato detto, ma soprattutto niente che non riguardi il mondo dell’informazione nel suo complesso, e non semplicemente Facebook, che a queste conclusioni pare sia arrivata solo grazie alla collaborazione con MondoDigitale.org.

Meglio tardi che mai, ma l’operazione non annulla l’opportunismo di Facebook, che per anni ha fatto leva sulle dinamiche sociali che favoriscono la condivisione acritica di informazioni incontrollate, con l’obiettivo primario di accrescere il bacino di utenza funzionale al business legato alla raccolta pubblicitaria. Questa iniziativa lavacoscienza è un’apparente rinuncia, da parte di Facebook, ad una parte (cospicua) di quelle risorse che hanno reso grande il suo social network.

Evidentemente ora la necessità di mostrare un approccio etico alle problematiche dei social è molto più forte che in passato. Sarebbe il caso di applicarlo davvero anche – anzi, soprattutto – ai famosi standard della comunità, ossia quell’insieme di criteri che Facebook dichiara di applicare nel valutare ciò che viene pubblicato, spesso in modo opinabile.

 
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Pubblicato da su 14 aprile 2017 in news

 

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Anche del meteo di Facebook possiamo fare a meno

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Leggere che Facebook lancia una nuova funzione per visualizzare notizie sul meteo – che qualsiasi dispositivo, smartphone incluso, è in grado di fare attingendo alla medesima fonte weather.com – ci fa capire quanto l’azienda abbia l’obiettivo di realizzare un ambiente pronto ad integrare un numero sempre maggiore di funzionalità, per proporsi all’utente come unico punto di connessione e indurlo a non avere la necessità di uscire dal social network.

Possiamo farne a meno, anche perché la precisione delle informazioni che weather.com pubblica è tutt’altro che accurata ed esistono comunque altri servizi e siti web che possono assolvere meglio (ed egregiamente) lo stesso compito, senza costringere gli utenti a rimanere in un social network e sorbirsene il bombardamento pubblicitario.

 

 
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Pubblicato da su 10 febbraio 2017 in news

 

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“Pensa prima di condividere”. Per prevenire cyber-bullismo, ma anche altro

Siamo in molti a raccomandarlo da anni e finalmente l’invito viene anche da Facebook che, insieme al Ministero della Giustizia, ha presentato la campagna “Pensa prima di condividere”, che si concretizza in una “guida per la sicurezza online e per un uso consapevole dei social media”.

L’idea di partenza – va detto – non è originalissima: si tratta di un adattamento del testo canadese Think Before You Share del 2013, opportunamente integrato da contenuti curati dal Dipartimento per la Giustizia Minorile del Ministero della Giustizia e dall’Ifos, per offrire a tutti gli utenti alcune conoscenze di base utili a curare con attenzione la propria identità virtuale, i propri dati personali e a prevenire fenomeni come il cyber-bullismo. Pensare all’utilità e alle conseguenze di ciò che viene condiviso online è fondamentale per salvaguardare innanzitutto noi stessi, oltre a rispettare gli altri.

Nell’ambito dell’attività formativa e preventiva di questa campagna, però, manca – a mio avviso – un aspetto che sarebbe stato altrettanto coerente con il titolo della guida: la disinformazione. Spesso i social network vengono utilizzati come veicolo di diffusione di notizie false (le vere e proprie bufale) o quantomeno tendenziose e faziose (le verità parziali) che, condivise spesso in modo acritico, vengono propagate in modo esponenziale a contatti, follower, amici, amici di amici e così via, raggiungendo agevolmente migliaia o milioni di persone.Così agendo, si contribuisce a generare almeno tre effetti:

  1. il perdurare dell’ignoranza e della supponenza, supportata dalla falsa convinzione di sapere verità che altri non sanno (con conseguente svalutazione della propria reputazione);
  2. si fomenta odio verso altre persone partendo da presupposti infondati;
  3. si contribuisce a far guadagnare gli autori della disinformazione (avete mai notato quanti banner e inserzioni pubblicitarie acchiappa-click sono presenti nei loro siti?).

Non sarebbe male ricordarlo, ogni tanto.

 

 
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Pubblicato da su 4 novembre 2016 in news

 

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Facebook at Work, per un lavoro più “social” (attenzione: condividere responsabilmente!)

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Tra pochi giorni arriverà Facebook at Work, una sorta di piattaforma di comunicazione interna dedicata al mondo delle aziende. In pratica l’obiettivo è quello di creare una sorta di social network interno all’azienda, in cui l’utente avrà un account lavorativo distinto dall’account standard di Facebook. Non sarà gratuito, ma non prevederà nemmeno un canone fisso per ogni azienda che lo utilizzerà: la tariffa sarà subordinata al numero dei dipendenti aziendali attivi.

Non sarà un competitor diretto di LinkedIn, che è e rimane un social network orientato al mondo del lavoro (ossia con molto meno cazzeggio) e trasversale, in quanto ha l’obiettivo di mettere in contatto tra loro i professionisti indipendentemente dalla realtà in cui lavorano, anche allo scopo di creare nuovi rapporti di collaborazione o di lavoro. Se troverà terreno fertile, è prevedibile che possa porsi come alternativa in azienda ai sistemi di comunicazione interna (l’e-mail innanzitutto, oltre a soluzioni come Yammer).

Considerazione non superflua: è necessario essere consapevoli che si tratta di un sottoinsieme di Facebook, prima di pensare di utilizzarlo per comunicare informazioni riservate. E’ una questione di sicurezza tutt’altro che trascurabile perché, sebbene l’utilizzo sia interno all’azienda, il livello di controllo esercitabile sulle operazioni compiute e sui dati memorizzati su quella piattaforma sarà sempre comunque inferiore a qualunque altro sistema amministrato internamente. Pertanto è bene porre la massima attenzione a non trasformarlo in un database di dati aziendali importanti, critici o sensibili. Per il bene vostro e della realtà per cui lavorate.

 

 
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Pubblicato da su 30 settembre 2016 in business, news

 

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WhatsApp e Facebook chiamate “a rapporto” dal Garante per la Privacy

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Era prevedibile che il Garante per la Privacy volesse fare chiarezza sullo scambio automatico di dati tra WhatsApp e Facebook introdotto un mese fa sull’app di messaggistica. L’Authority ha aperto un’istruttoria e chiesto di sapere:

  • la  tipologia di dati che WhatsApp intende mettere a disposizione di Facebook;

  • le modalità per la acquisizione del consenso da parte degli utenti alla comunicazione dei dati;

  • le misure per garantire l’esercizio dei diritti riconosciuti dalla normativa italiana sulla privacy, considerato che dall’avviso inviato sui singoli device la revoca del consenso e il diritto di opposizione sembrano poter essere esercitati in un arco di tempo limitato.

Il Garante ha chiesto inoltre di chiarire se i dati riferiti agli utenti di WhatsApp, ma non di Facebook, siano anch’essi comunicati alla società di Menlo Park, e di fornire elementi riguardo al rispetto del principio di finalità, considerato che nell’informativa originariamente resa agli utenti  WhatsApp non faceva alcun riferimento alla finalità di marketing.

Per chi si fosse perso qualcosa, è bene ricordare che a fine agosto WhatsApp ha introdotto anche alcune modifiche al testo delle informazioni sulla privacy. In particolare, nella sezione Modalità di utilizzo delle Informazioni da parte di WhatsApp si legge:

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”WhatsApp potrebbe offrire il marketing per i Servizi e per i servizi del gruppo di società di Facebook di cui fa ora parte”. E’ una frase che apre un mondo di possibilità. Di marketing.

Non importa che l’azienda dichiari :

Anche se ci coordineremo maggiormente con Facebook nei mesi a venire, i messaggi crittografati rimarranno privati e nessun altro potrà leggerli. Né WhatsApp, né Facebook, né nessun altro. Non invieremo né condivideremo il tuo numero di WhatsApp con altri, incluso su Facebook, e continueremo a non vendere, condividere, o dare il tuo numero di telefono agli inserzionisti.

Facebook – anzi, il gruppo di società di Facebook – non ha alcuna necessità di avere da WhatsApp il numero telefonico dell’utente. Sa con precisione da quali dispositivi si collega l’utente e ha tutti gli elementi per capire se un utente di Facebook lo è anche di WhatsApp e unire le due anagrafiche. Non gli serve trasmettere il numero telefonico agli inserzionisti: è Facebook a combinare inserzioni e utenti, in base alle informazioni che è in grado di raccogliere, e a mostrare agli utenti le pubblicità che più rispondono al profilo di ognuno.

E’ bene comunque tenere presente che WhatsApp, su ogni smartphone, ha un archivio contatti che viene costantemente confrontato con la rubrica presente sullo stesso dispositivo. Se un contatto personale è utente di WhatsApp, l’app lo aggiunge tra quelli disponibili: esiste quindi un flusso di informazioni che va dalla rubrica del dispositivo verso WhatsApp e da WhatsApp ai propri server (nonché viceversa). E’ in virtù di questo stesso flusso che ci viene mostrata l’icona di un utente che non conosciamo, ma che appartiene come noi ad un gruppo WhatsApp, nel quale compare con il proprio numero telefonico in chiaro, trasmettendoci quindi alcuni elementi dei suoi dati personali, inconsapevolmente.

E’ un bene che il Garante voglia vederci chiaro. E’ bene che gli utenti ci vedano chiaro e si rendano conto del significato di quel Condividi le informazioni del mio account.

 
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Pubblicato da su 28 settembre 2016 in news

 

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Google Allo, un saluto alla privacy

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Se ne parla poco, ma da qualche giorno Google ha lanciato Allo, un’applicazione di messaggistica per contrastare la concorrenza delle due app della famiglia Facebook, ossia Messenger e WhatsApp. Ad oggi, pare che sia stato installato e scaricato su un milione di dispositivi.

Dal momento che su questo tipo di app pende sempre il sospetto di uno scarso rispetto della privacy degli utenti, anche su Allo i dubbi non mancano: alla presentazione, infatti, era stato detto che Allo non avrebbe memorizzato alcun messaggio, mentre in realtà oggi si scopre che i messaggi vengono memorizzati sui server di Google per impostazione predefinita (a meno che non si utilizzi la navigazione anonima con la modalità “incognito”), condizione necessaria affinché i messaggi possano essere analizzati per il “miglior” funzionamento di Google Assistant.

Certo, un assistente virtuale preparato e in grado di rispondere coerentemente alle esigenze dell’utente è una comodità, ma se arriva gratis al solo costo della nostra privacy forse è bene esserne consapevoli. Non a caso Edward Snowden – che sulla riservatezza ha ormai costruito la propria filosofia di vita – non si dichiara esattamente un testimonial di Allo. Messaggi e conversazioni restano sui server di Google. Naturalmente l’utente li può cancellare tramite la app (ed è possibile impostare un timer per fissare una scadenza, oltre la quale vengono automaticamente rimossi), ma non esiste una reale garanzia che vengano eliminati anche dai database già storicizzati. Così come non si può escludere – visti i tempi che corrono – che questi database non vengano violati da qualche malintenzionato.

Per cui, volendo utilizzare Allo, il suggerimento è di non sfruttarlo per trasmettere informazioni personali da mantenere riservate. Perché – come già detto in altre occasioni – nel mondo digitale la sicurezza assoluta non esiste.

 

 
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Pubblicato da su 26 settembre 2016 in news

 

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Facebook Safety Check: “utilità sociale” che supera le istituzioni

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Stamattina Facebook si è premurato di comunicarmi che alcuni tra i miei contatti, localizzati a Bruxelles, stanno bene. Lo strumento di comunicazione che origina questa possibilità è il Safety Check offerto dal social network in conseguenza di eventi analoghi agli attacchi terroristici di Bruxelles (era accaduto, tra l’altro, anche in occasione degli attentati di Parigi e di calamità naturali).

Per quanto riguarda i miei contatti, anche in questa vicenda la comunicazione di Facebook è arrivata dopo che, da quelle stesse persone, avevo già ricevuto conferma della loro incolumità (oggi, tra l’altro, pare che l’attivazione di questo servizio sia avvenuta in ritardo). Ma è vero che, in casi come quelli descritti, la telefonata o l’sms potrebbero non essere disponibili (e l’affidabilità delle reti mobili spesso potrebbe essere piú aleatoria di quella delle reti fisse), così come è vero che con pochi clic un iscritto a Facebook possa dare una comunicazione in modo rapido, con dei limiti che andrebbero superati con altre soluzioni da valutare a livello istituzionale e non privato, come è la natura di Facebook.

Il nocciolo della questione che sto ponendo è proprio in quei limiti: essendo riservato agli iscritti al social network (cosa che vale tanto per chi invia la comunicazione quanto per chi la riceve) è di fatto un servizio chiuso. Ma questo aspetto ne ridimensiona l’utilità sociale solo in parte, dal momento che il Safety Check in pratica raccoglie una delega delle istituzioni, che invitano all’utilizzo dei social network chi si può trovare in difficoltà con altri strumenti di comunicazione.
Un membro di Facebook che si trova a Bruxelles non potrebbe scrivere un aggiornamento del proprio status con un post che dice “Sono a Bruxelles e sto bene”? Certo, ma nel flusso dei vari aggiornamenti un post simile potrebbe sfuggire come molti altri, mentre una notifica diretta ai contatti, inviata consapevolmente, ha un impatto più immediato.

Pertanto è uno strumento di comunicazione tutt’altro che inutile, e questi motivi fanno passare in secondo piano l’aspetto business (pur dovendo mantenere la consapevolezza che è ben presente): certamente Facebook non agisce da missionario, ma nemmeno le compagnie telefoniche lo fanno in simili frangenti. Sono eventualmente Farnesina e Unità di crisi (doverosamente operative) a permettere di essere chiamare gratuitamente per ottenere informazioni (mediate e non immediate).

Sicuramente è una tematica da non affrontare con superficialità, ma da trattare con cognizione di causa.

 
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Pubblicato da su 22 marzo 2016 in news

 

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Niente bandiere, solo un cartello: attenzione

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In rete e sui social network non espongo bandiere o simboli, e non perché in questi giorni sarebbe necessario esporne troppi, ma semplicemente perché il pretesto della solidarietà manifesta maschera una tecnica di profilazione e di marketing a cui non mi interessa sottopormi. Al netto del fatto che – per quanto accade ogni giorno nel mondo – le bandiere da esporre sarebbero moltissime e c’è chi le propone tutte insieme (iniziativa simbolicamente lodevole, ma che a mio avviso si svuota di significato), decido io come, quando e perché modificare il mio profilo. Facendolo con un’applicazione che mi viene offerta ad hoc, cedo solo alla lusinga di un servizio chiavi in mano, che comunica molte cose:

  1. agli amici comunica probabilmente la mia indignazione e la mia vicinanza alle vittime, e in qualche modo una mia posizione ideologica, umana o di altra natura;
  2. a chi mi ha offerto quel servizio comunica tutt’altro, cioè che sono una persona che reagisce ai loro stimoli, e che posso essere influenzabile anche in altri ambiti e contesti (anche pubblicitari, sì);
  3. al resto del mondo veicola la visibilità del messaggio terroristico (già abbondantemente pubblicizzato da patinate riviste).

Tutti coloro che hanno modificato il proprio profilo con la bandiera francese strategicamente offerta da Facebook lo hanno fatto per esternare i propri sentimenti e io non mi permetto di discuterne l’intento, ne’ di criticarlo, anzi… ma è bene sapere che dietro c’è molto di più.

In rete c’è anche chi condivide inconsapevolmente bufale, titoli di giornale un po’ sciacalli, e chi condivide le stesse cose consapevolmente, per condannare chi le ha diffuse. Il risultato è che in ogni caso la voce dei loro autori si sparge e si amplifica. 
Fate attenzione, là fuori. Fate il vostro gioco, non quello degli altri.

 
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Pubblicato da su 18 novembre 2015 in news

 

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Condividi responsabilmente (e occhio ai selfie)!

winning-ticket-melb-cup-628[1]Un’ennesima conferma dell’importanza di fare attenzione a ciò che si condivide e con chi lo si condivide sui social network. Ora l’ha avuta – avendolo imparato a proprie spese – la signorina Chantelle, che alla Melbourne Cup aveva scommesso 20 dollari su Prince of Penzance, vincendone 825. Per la felicità, prima di riscuotere la vincita, si è scattata un selfie mettendo in evidenza il ticket della scommessa. Quando si è presentata all’incasso, però, ha amaramente scoperto che la vincita era già stata riscossa da una persona che ha presentato il codice a barre corrispondente al ticket vincente. Uno dei suoi amici di Facebook l’aveva anticipata, non certo per farle un favore, ma per intascarsi gli 825 dollari!

 

 

 
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Pubblicato da su 6 novembre 2015 in privacy

 

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Sentenza Facebook, niente di clamoroso

Leggete_meglio

Mi sono letto la sentenza della Corte Europea su Facebook e, a mio avviso, di clamoroso non ha proprio niente. In pratica decade quell’accordo denominato Safe Harbour e quindi ora un Garante della Privacy di uno stato UE può disporre la sospensione di un trattamento di dati personali effettuato negli Stati Uniti quando quel trattamento non è conforme alle norme europee. In realtà non so se questa sentenza abbia il potere di annullare quell’accordo, ma in ogni caso – finché non viene emesso un provvedimento di sospensione – un trattamento viene considerato conforme fino a prova contraria. Niente di spaziale, dunque, anche se probabilmente crea un precedente utile per future azioni legali che potrebbero essere aperte per casi specifici.

Per l’Italia non ci sarebbe nulla di nuovo, dato che in merito all’autorizzazione del 2001 derivante dal Safe Harbour, già all’epoca il Garante diceva appunto:

Sulla base dei principi fissati dalla Commissione europea, il Garante, preso atto della dichiarazione comunitaria di adeguatezza del livello di protezione garantito dalle organizzazioni aventi sede negli Stati Uniti d’America ed aderenti al c.d. accordo del “Safe Harbor”, ha autorizzato il trasferimento dei dati personali dall’Italia verso gli U.S.A.; il Garante si è riservato di svolgere i necessari controlli su trasferimenti di dati e su connesse operazioni di trattamento, nonché di adottare eventuali provvedimenti di blocco o di divieto di trasferimento.

Al netto di violazioni delle condizioni di utilizzo di un servizio, che ogni utente sottoscrive al momento dell’adesione, resta ferma la cacofonia concettuale di rivendicare il rigoroso rispetto della privacy verso chi gestisce una piattaforma di social network a scopo di lucro, il cui obiettivo di business si basa sul ricevimento e la condivisione di informazioni con privati e aziende.

 

 
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Pubblicato da su 8 ottobre 2015 in news

 

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Pseudonotizie

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Oggi l’ANSA (probabilmente insieme ad altre agenzie) fa tornare d’attualità la possibilità che Facebook introduca il pulsante non mi piace. Un’anticipazione ripetuta varie volte e mai concretizzata per le note perplessità espresse – anche stavolta – da Zuckerberg & C.
La notizia vera sarà l’attivazione effettiva, quando avverrà. Forse allora usciranno con titoli cubitali…

Nel frattempo Zuckerberg avrebbe spiegato che in realtà non stanno pensando a quello, ma a qualcosa che potrebbe essere un sorry, mi dispiace.

 
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Pubblicato da su 16 settembre 2015 in news

 

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M (non il boss di 007)

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Non sono stupito dal fatto che Facebook abbia lanciato la sperimentazione di M, il nuovo assistente virtuale: dopo Siri (di Apple), Google Now e Cortana (di Microsoft) era tempo che qualcun altro si muovesse nella stessa direzione.

Naturalmente M viene presentato come qualcosa di più degli assistenti offerti dai competitor, per ora si parla di un’applicazione di intelligenza artificiale calata in Messenger (risponderà via chat a chi lo contatterà, essendo disponibile in mezzo agli altri amici di Facebook), ma nel tempo forse potrebbe avvicinarsi alla Samantha del film Lei (Her).

Attenzione, però: lo scopo di Facebook non è certamente quello di fornire ai propri utenti un compagno virtuale in sostituzione di uno in carne ed ossa: dietro M non ci sono solo automatismi, ma anche molte risorse umane, impiegate sia nel suo sviluppo che nelle sue dinamiche funzionali. Prendetene nota… nel bene o nel male, presto se ne riparlerà, quantomeno per un aspetto fondamentale, ossia l’obiettivo dell’investimento profuso da Facebook.

Al di là degli aspetti scientifici e tecnologici inerenti gli sviluppi sull’intelligenza artificiale, l’azienda si aspetta senz’altro un ritorno economico. Non è difficile prevedere per quale strada sia possibile ottenerlo: i dati trasmessi dagli utenti a M verranno trasformati in informazioni utili ad una sempre più accurata profilazione sulle loro preferenze, da dare in pasto agli inserzionisti pubblicitari.

E, ancora una volta, è bene rendersi conto fin da subito dei possibili risvolti che una novità di questo peso può avere. Per farne uso con la dovuta consapevolezza.

 
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Pubblicato da su 27 agosto 2015 in news, social network, tecnologia

 

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Fidarsi è bene. Non fidarsi è un dovere

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Tra le news tecnologiche pubblicate in questi giorni, alcune spiccano perché riguardano vulnerabilità, privacy e altri problemi di sicurezza. E ci ricordano che nel mondo digitale la sicurezza assoluta non esiste.

  1. Scopre una falla in Messenger e gli revocano lo stage a Facebook: Aran Khanna avrebbe dovuto iniziare uno stage presso Facebook, ma prima ha pensato bene (male) di rendere pubblico una vulnerabilità di Messenger. Il giovane studente di Harvard si è reso conto che l’applicazione condivide automaticamente la localizzazione degli utenti delle chat e ha pubblicato Marauder’s Map, un’estensione per il browser Chrome che sfrutta questo problema per seguire amici e persone presenti in chat di gruppo. Facebook ha chiesto allo studente il silenzio e la rimozione dell’estensione, ma nonostante le richieste siano state esaudite, lo stage gli è stato revocato, poiché ciò che era stato pubblicato andava contro gli elevati standard etici dell’azienda. Qui, oltre alla notizia sulla falla in Messenger, ci sarebbe anche da approfondire l’applicazione degli elevati standard etici da parte di Facebook.
  2. Smascherati 32 milioni di utenti del sito di incontri clandestini Ashley Madison: un mese il sito americano fu saccheggiato del suo database con i dati dei suoi iscritti. Ora sono stati pubblicati: 10 GB di dati corrispondenti a 32 milioni di utenti. Tra i nomi degli iscritti figura anche un utente registrato con il nome di ‘Tony Blair’. Tra i dati trafugati, indirizzi residenziali ed e-mail, nonché tutte le informazioni relative a sette anni di transazioni e pagamenti online. Il sito Ashley Madison, per sua stessa definizione, è il più famoso sito d’incontri per adulteri. Da clandestini a pubblici.
  3. Ennesima falla identificata in Internet ExplorerMicrosoft ha pubblicato una patch (sì, una pezza) per tappare una nuova falla scoperta nel suo browser Internet Explorer. La scoperta anche in questo caso è stata portata alla luce da un estraneo, il ricercatore di sicurezza Clement Lecigne che lavora per Google: la vulnerabilità potrebbe consentire l’esecuzione di malware attraverso un sito web, a cui un utente potrebbe essere indotto ad approdare tramite messaggi e-mail fraudolenti. Il problema non affligge il nuovo browser Microsoft Edge.

Questi problemi di sicurezza ci riguardano da vicino. Pensate al caso Ashley Madison: senza considerare il particolare tipo di servizio che offre, si tratta di un saccheggio di dati da un sito che richiede un’iscrizione, come accade per molti altri servizi, anche più innocenti. In cui, ai dati conferiti all’iscrizione, vengono collegate altre informazioni. Dati personali, sensibili che possono essere utili alla profilazione degli utenti, a conoscerli meglio.

Al netto dei nostri usi e costumi, e del fatto che un utente può non avere nulla da nascondere, non sempre è gradito vedere le proprie informazioni personali esposte sulla pubblica piazza, per i più svariati motivi, e tutti legittimi, trattandosi di dati personali.
Ergo, vale sempre la consueta raccomandazione: anche in rete, fate un uso consapevole delle informazioni personali che trasmettete o condividete.
Navigate responsabilmente 😉

 
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Pubblicato da su 19 agosto 2015 in security

 

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Facebook: scusate, abbiamo tracciato anche chi non è nostro utente

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Non avevano tutti i torti, quei ricercatori dell’Agenzia Belga per la protezione dei dati personali, nel denunciare Facebook per aver tracciato con disinvoltura le attività online di utenti iscritti e non iscritti al social network mediante i cookies. I dati – hanno spiegato i ricercatori – venivano raccolti durante la lettura di post pubblici.

Facebook, con l’intento di smentire l’accusa di aver violato le leggi sulla privacy, ha sostanzialmente ammesso la raccolta di informazioni, precisando che la causa risiede in un bug. Be careful!

 
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Pubblicato da su 13 aprile 2015 in news

 

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