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Perché le scuole preferiscono Google e Microsoft?

Se consultiamo il sito del Ministero dell’Istruzione possiamo trovare l’indicazione di tre soluzioni per la didattica a distanza: Google Suite for Education, Microsoft Office 365 Education A1 e Weschool. Le stesse che venivano sostanzialmente proposte lo scorso marzo, quando tutti noi cercavamo di capire come affrontare il lockdown, e su cui molte scuole si sono indirizzate, per offrire ai propri insegnanti e studenti la possibilità di proseguire a casa l’attività didattica. Weschool è una realtà italiana su cui alcuni istituti hanno puntato, ma ad oggi la maggior parte delle scuole che hanno aderito all’iniziativa di solidarietà “La scuola per la scuola” si sono orientate sulle piattaforme di Microsoft e Google, mostrando una spiccata preferenza per quest’ultima. Tutto a posto? Non molto, in realtà.

Prendiamo ad esempio l’invasivo utilizzo di Google, con lezioni organizzate via Classroom e riunioni online convocate con Meet. Il presupposto è l’accessibilità con credenziali legate ad un account Google, infatti alcune scuole hanno dotato insegnanti e studenti di un indirizzo email, inducendoli a diventare utenti di Google, qualora già non lo fossero, per poter partecipare alle attività online. Un orientamento decisamente contrario alle prime indicazioni fornite dal Garante per la Privacy, che proprio lo scorso marzo aveva chiarito alcuni principi fondamentali da rispettare, ad esempio quello secondo il quale I gestori delle piattaforme non potranno condizionare la fruizione di questi servizi alla sottoscrizione di un contratto o alla prestazione del consenso (da parte dello studente o dei genitori) al trattamento dei dati per la fornitura di ulteriori servizi online, non collegati all’attività didattica. 

Altra raccomandazione largamente disattesa, nonché occasione persa, quella di utilizzare soluzioni open source, anche per il registro elettronico. Ne esistono? Sì, basta cercare:

Nel contesto attuale non biasimo i dirigenti scolastici che si orientano verso una soluzione di pronto utilizzo, dal momento che si trovano a dover fronteggiare altre difficili problematiche. Qualcuno però è riuscito a fare meglio di altri e sarebbe interessante conoscerne l’esperienza. Soprattutto, però, sarebbe stato necessario, da parte del Ministero dell’Istruzione, cogliere questa occasione per dare agli istituti scolastici le risorse e gli strumenti tecnici e culturali per fare un salto di qualità e consentire di farlo, anche con riguardo ai dati degli utenti, in tutta sicurezza.

 
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Pubblicato da su 8 ottobre 2020 in news

 

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Zoom, abbiamo un problema…

Molti utenti in questo periodo di isolamento o quarantena hanno conosciuto Zoom, una soluzione per videochiamate di gruppo che viene utilizzata da molti insegnanti per lo svolgimento di videolezioni, ma non è solo per la didattica, viene utilizzato anche a livello sportivo e professionale, contesto per il quale è stato pensato (è uno degli strumenti di cui parlavo un mese fa nel post su telelavoro, smart working e didattica a distanza). Gli utenti giornalieri attualmente sono circa 200 milioni, ma fino a dicembre non superavano i 10 milioni. L’impennata ha catturato l’attenzione di alcuni esperti di sicurezza, che si sono preoccupati di analizzarla. Risultato: bene, ma non benissimo.

Il Washington Post ha scoperto che su servizi come Amazon Web Services, Youtube e Vimeo si possono trovare moltissimi video di videochiamate registrate. Zoom permette infatti la registrazione dei meeting e in tal caso ogni partecipante viene avvisato dall’applicazione, quindi è all’utente che spetta gestire se mantenere la registrazione sul proprio computer oppure online e nulla gli impedisce di caricare i video su una piattaforma di suo gradimento. L’azienda si limita a raccomandare estrema cautela e chiede agli utenti di essere “trasparenti” con i partecipanti alle videochiamate (“ah tizio, ti avviso che la registrazione della nostra conversazione vorrei caricarla su Youtube”).
Da una ricerca di The Intercept emerge inoltre che in Zoom la crittografia sarebbe implementata solo tra utente e server della piattaforma, non tra gli utenti. E non è finita: The Verge ci informa che con il software zWarDial è stato possibile scovare in un giorno almeno 2.400 indirizzi di meeting organizzati con Zoom, e se per il meeting non è stata impostata una password… ci si può imbucare (da cui è nato il termine zoombombing). Niente di male per una trasmissione per cui si vuole intenzionalmente avere il maggior numero di partecipanti possibile, ma sarebbe una bella “scocciatura” per un meeting con scambio di informazioni riservate.
I vertici dell’azienda hanno dichiarato di voler risolvere tutti i problemi legati alla privacy, riconoscendo di non essere stati all’altezza delle aspettative degli utenti e di quanto richiesto in termini di sicurezza. Doveroso, ma questo tradisce la superficialità dell’approccio adottato per una piattaforma che si dichiara nata per il mondo enterprise, ma che ha un’intuitività di utilizzo che la rende adatta per il mondo dell’istruzione, oltre che per community di utenti privati.
In ogni caso, due raccomandazioni per quando si crea un meeting con Zoom:
  • se lo registrate, mantenetelo sul vostro computer e non salvatelo online (a meno che non si tratti di uno storage in cloud, vostro e adeguatamente protetto);
  • impostate una password per l’accesso al meeting (quest’ultima indicazione dovrebbe diventare o già essere un default, dato che Zoom pare aver recepito le numerose segnalazioni e lamentele)
 
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Pubblicato da su 6 aprile 2020 in news

 

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Telelavoro, smart working, didattica a distanza. Ci voleva il coronavirus?

Necessità di limitare gli spostamenti, scuole chiuse, zone rosse, rischi di contagio: la diffusione epidemica del nuovo coronavirus obbliga ad alcuni cambiamenti nello stile di vita, resi necessari dalle varie misure di contenimento, adeguate giorno per giorno da chi ha la responsabilità di salute e ordine pubblico. Questi cambiamenti hanno portato alla “scoperta” di opportunità già esistenti, ma finora ignorate da molti per impreparazione o refrattarietà culturale, cioè il telelavoro, lo smart working e la formazione a distanza.

I primi due spesso sono confusi ed erroneamente identificati nello stesso concetto, ma anche se possono avere alcuni punti in comune, si tratta di due approcci diversi:

  • il telelavoro (lavoro a distanza) permette di lavorare altrove rispetto al posto di lavoro, solitamente a casa propria, con l’ausilio di strumenti tecnologici che consentono di mantenere un collegamento con la sede lavorativa, nel rispetto degli orari stabiliti dal datore di lavoro, che possono favorire anche la contemporaneità lavorativa con altri colleghi;
  • lo smart working permette di non essere legati ad un unico luogo in cui svolgere il proprio lavoro; può trattarsi di casa propria, di una sede staccata o anche di una panchina al parco; a differenza del telelavoro non ci sono obblighi sul rispetto dell’orario, ma obiettivi da raggiungere. Per favore, però, evitiamo l’etichettatura lavoro agile: si tratta di una prestazione lavorativa (o collaborazione) gestita autonomamente.

La recente crescita italiana di queste attività svincolate dal posto di lavoro è conseguenza dell’emergenza sanitaria di questo periodo. Certo non è sempre possibile avvalersi di queste possibilità in un Paese di piccole e medie imprese, molte delle quali con attività manifatturiera, ma con lo sviluppo dei servizi non è impensabile estenderne la diffusione. Fino allo scorso anno in Europa gli italiani che lavoravano in una di queste forme erano il 4,8%. Per fare un confronto rapido: nei Paesi Bassi si sfiora il 36% di lavoratori che sfruttano queste possibilità, in Svezia il 35%. Vedremo se e come evolverà la situazione in questo senso.

Ma anche il mondo dell’istruzione può – anzi deve – evolversi in questo senso, e qui credo che l’argomento meriti una migliore messa a fuoco. Le scuole chiuse stanno facendo emergere esigenze importanti, non solo perché gli studenti si devono mantenere in esercizio (e quindi gli insegnanti devono assegnare compiti a casa in modo alternativo a quello consueto), ma anche perché si deve seguire quella programmazione che la sospensione e la chiusura dell’attività scolastica hanno interrotto. In quest’ottica, le nuove tecnologie della comunicazione possono essere di supporto alla didattica a distanza. Ma le nostre scuole sono pronte a questo? Insegnanti e studenti sono dotati di risorse e strumenti adeguati?

Quando si è parlato dell’utilizzo degli smartphone a scuola ho avuto modo di evidenziare:

In buona parte delle nostre scuole oggi mancano infrastrutture tecnologicamente adeguate (soprattutto in termini di connettività – ad Internet e interna – e di attrezzature) e sul fronte degli insegnanti è necessario provvedere ad una formazione idonea all’acquisizione di competenze mirate in tal senso. Naturalmente attuare tutto questo non è possibile senza provvedere ai necessari investimenti in questa direzione, un presupposto fondamentale per porre le basi di un serio processo di alfabetizzazione digitale.

In mancanza d’altro, troviamo insegnanti volenterosi che inviano materiale didattico ai propri studenti tramite mail o messaggi WhatsApp, tentativo lodevole all’insegna del “si fa quel che si può”. Ma questa non può essere LA soluzione, anche se supera in modo rudimentale due considerevoli lacune: la mancanza di una piattaforma scolastica per la didattica a distanza e il digital divide culturale di una parte degli insegnanti e degli studenti (e no, nel 2020 la frase “non sono tecnologico” non ha più giustificazione: con uno smartphone sono tutti pronti a chattare e diventare leoni da tastiera, a scattarsi selfie, a pubblicare “stati” e “storie” con foto ritoccate e filtrate, a utilizzare app più o meno utili… ma nel momento in cui c’è una funzione seria e utile da imparare con pochi click, sembra che nessuno sia in grado di farlo).

Le scuole possono trovare una soluzione sfruttando vari supporti: il primo è quello del Ministero dell’Istruzione, che ha messo loro a disposizione la pagina web Didattica a distanza, che offre l’opportunità di utilizzare materiali multimediali Rai per la didattica, Treccani scuola, Fondazione Reggio Children – Centro Loris Malaguzzi e di piattaforme per la formazione a distanza.

Una proposta a mio avviso interessante è inoltre quella di INDIRE – Istituto Nazionale Documentazione Innovazione Ricerca Educativa: sul loro sito web è disponibile edmondo, che viene presentato come “un mondo virtuale 3D online, dedicato esclusivamente a docenti e studenti per l’innovazione della didattica in classe”. Una sorta di Second Life declinato al mondo della didattica, dove questo tipo di mondo virtuale può trovare un’applicazione sicuramente proficua.

Va però ricordato che Indire, inoltre, ha organizzato un’iniziativa di solidarietà tra scuole con il supporto delle reti Movimento “Avanguardie educative” e Movimento delle “Piccole Scuole”, che si presentano pronte alla collaborazione con docenti e dirigenti scolastici degli istituti scolastici che ne faranno richiesta per offrire la propria esperienza nell’utilizzo di tecniche didattiche e strumenti innovativi. L’iniziativa si chiama “La scuola per la scuola” e vi hanno già aderito molti istituti.

Non mancano le soluzioni offerte da due grandi aziende tecnologiche, come Google e Microsoft, attive in questo settore rispettivamente con GSuite for Education e Office 365 Education A1. In tutta onestà, però, sarei molto riluttante ad utilizzare la piattaforma di e-learning di Google: è un’azienda che ha come core business l’utilizzo di dati a scopo di profilazione, per cui non mi meraviglierei se sfruttasse i dati acquisiti dagli studenti italiani per le proprie attività. Verificherei bene le condizioni di utilizzo dei dati conferiti alla piattaforma, prima di avere sorprese.

Per questo motivo – e vista la nulla attenzione al software libero, che le istituzioni dovrebbero invece promuovere – probabilmente punterei su una soluzione come Weschool, una validissima piattaforma per la didattica integrata, che consente a studenti e professori di condividere qualsiasi tipo di contenuto, collaborare a lavori di gruppo, giocare, fare esercizi e ottenere feedback in tempo reale. Nella piattaforma è possibile trovare video, articoli, corsi, video quiz, libri di testo, prodotti collaborativi, lavori di gruppo.

Per quanto riguarda “semplici” strumenti di condivisione di lezioni, si possono sicuramente citare ad esempio Jitsi.org , Zoom.us, Big Blue Button. Esistono inoltre risorse “pronte all’uso” come quelle reperibili su Risorsedidattiche.net e Redooc.

Sicuramente esistono altre soluzioni, tutto sta a vedere quali rappresentano meglio le esigenze di insegnanti e studenti. Questo spazio rimane disponibile per eventuali segnalazioni: si tratta di voler seriamente iniziare e proseguire un percorso. Forse il nuovo coronavirus ha dato lo stimolo per partire.

 
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Pubblicato da su 8 marzo 2020 in news

 

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Bullismo e cyberbullismo, due facce della stessa medaglia (violenta)

Se bullismo e cyberbullismo sono le minacce che un adolescente su tre teme di più dopo violenze sessuali e droga, è evidente come la tematica non meriti di essere sottovalutata, né derubricata con la falsa rassicurazione “a me non succede”. Anche perché i dati presentati dall’Osservatorio Indifesa meritano una lettura attenta:

Il cyberbullismo è una forma di bullismo, si tratta sempre di un comportamento violento di prevaricazione, oppressivo e offensivo, messo in atto con strumenti tecnologici (messaggi, social network). In questa rilevazione, le due forme di bullismo insieme raggiungono il 30,97%. Nello stesso “sondaggio”, è un valore comparabile a quello del timore di essere vittime di violenza sessuale. Da questi dati emerge quindi che due adolescenti su tre temono di essere vittime di una forma di violenza, di tipo fisico o verbale, e che nel cyberbullismo possono avere declinazioni più subdole.

Dedicare una giornata – domani, 7 febbraio –  a bullismo e cyberbullismo a scuola (che ne è il teatro principale, ma non esclusivo) può essere di aiuto a sensibilizzare sul problema. Ovviamente, come in qualunque altro contesto, l’attenzione non deve cadere al termine della giornata, ma deve essere mantenuta costante, perché la percezione del problema non è immediata e perché – nel caso del cyberbullismo – c’è scarsa consapevolezza e comprensione dell’impatto che può avere.

Con un sistema di messaggistica e i social si fa presto a minare la reputazione di una persona e, spesso, la soluzione per chi rischia di essere vittima consiste nel capire come gestire la situazione. Gestirla con ironia e contrastare gli attacchi con garbo e gentilezza è spesso la strategia vincente, ma tutto questo ovviamente non è facile, soprattutto per coloro che – per proprio carattere –  non riescono a reagire.

Per questo motivo ad un adolescente non deve mancare il supporto della famiglia. Il dialogo tra genitori e figli non deve mai mancare e gli adulti devono poter sapere ciò che avviene sui dispositivi dei propri figli, non esercitando una mera forma di controllo, ma educando i giovani a sentirsi liberi di condividere in modo consapevole queste informazioni. Il proibizionismo non è mai efficace quanto la condivisione e la consapevolezza.

 
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Pubblicato da su 6 febbraio 2020 in cellulari & smartphone, news

 

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Smartphone a scuola? No, “media education”

Quando Valeria Fedeli – due anni fa come Ministro dell’Istruzione – definì lo smartphone “uno strumento che facilita l’apprendimento, una straordinaria opportunità che deve essere governata” per sdoganarne l’impiego a scuola da parte degli studenti “per migliorare l’apprendimento ed incrementare l’efficienza”, avevo manifestato un certo scetticismo:

Esistono criticità da risolvere prima: in buona parte delle nostre scuole oggi mancano infrastrutture tecnologicamente adeguate (soprattutto in termini di connettività – ad Internet e interna – e di attrezzature) e sul fronte degli insegnanti è necessario provvedere ad una formazione idonea all’acquisizione di competenze mirate in tal senso. Naturalmente attuare tutto questo non è possibile senza provvedere ai necessari investimenti in questa direzione, un presupposto fondamentale per porre le basi di un serio processo di alfabetizzazione digitale.

Per questo apprendo con piacere che l’attuale ministro Lucia Azzolina ha un approccio diverso:

“Nativi digitali non significa saper usare con consapevolezza i media e i social media, gli studenti hanno bisogno di una bussola, devono essere guidati. La scuola ha questo compito, insieme alle Istituzioni, come la Polizia postale, di orientare e formare gli studenti al mondo digitale”.

Si spera che questo compito possa essere supportato da adeguati investimenti. Altrimenti, saranno altre parole al vento.

 
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Pubblicato da su 3 febbraio 2020 in news

 

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Scuola, sul digitale c’è ancora moltissimo da fare

Educare Digitale è il titolo del report pubblicato oggi dall’Agcom sullo stato della digitalizzazione delle scuole italiane. Dallo studio emergono innanzitutto due lacune che le caratterizzano, relative a strumenti e competenze. E si deve trattare di carenze importanti, visto che l’Italia risulta essere in 25esima posizione (su 28 Paesi europei) nella “classifica” calcolata secondo l’indice DESI (Digital Economy and Society Index) che misura il grado di realizzazione degli obiettivi dell’Agenda Digitale.

Il rapporto presenta dati molto interessanti, ma è doveroso sottolineare alcuni aspetti fondamentali.

Il livello di infrastrutturazione digitale delle scuole non è uniforme: ci sono sistematiche differenze legate al territorio, al grado e alla dimensione degli istituti scolastici. E bisogna puntare di più sullo sviluppo di competenze e cultura digitali“.

Come si vede da questa rappresentazione grafica, tra le regioni meglio posizionate sui fronti dell’innovazione didattica e dei servizi di connettività spiccano le scuole dell’Emilia Romagna, seguite da quelle di Lombardia e Friuli-Venezia Giulia, che rientrano nel primo quadrante, seppur con livelli abbastanza vicini a quelli della media nazionale. Fanalini di coda le regioni del terzo quadrante: Basilicata, Calabria, Puglia, Abruzzo, Lazio e Veneto, regioni che sui due fronti presi in esame hanno scuole con valori al di sotto della media nazionale. Suscita meraviglia l’eterogeneità della situazione (oltre a regioni del Sud Italia troviamo anche Lazio e Veneto), da cui emerge un’urgente necessità di investimenti.

Su cosa è fondamentale investire tempo e risorse? Ovviamente sull’infrastruttura, per raggiungere almeno tre obiettivi: una connettività veloce, una rete che ne possa beneficiare, e sulle attività di aggiornamento e manutenzione. Ma anche le competenze richiedono attenzione: è impensabile avere una dotazione di strumenti e attrezzature all’avanguardia senza un’adeguata preparazione al loro utilizzo, che deve permettere lo sviluppo di metodi didattici basati sull’impiego di tecnologie digitali. Senza trascurare le capacità organizzative e manageriali, necessarie per una corretta pianificazione delle attività e degli stessi investimenti.

Chi ha interesse, tempo e voglia di leggere il report, può trovarlo a questo link: EDUCARE-DIGITALE_28-02-2019

 
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Pubblicato da su 28 febbraio 2019 in news

 

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Giusto vietare le chat “insegnanti-genitori”?

Stop alle chat tra insegnanti e genitori: a Monte San Savino (AR) non sarà più possibile utilizzare WhatsApp come strumento di comunicazione con la scuola. Motivo: il continuo susseguirsi di messaggi di testo, note vocali, foto e video genera grande confusione. Pertanto si dovrà tornare al convenzionale rapporto con i rappresentanti di classe, su cui convergeranno le comunicazioni tra scuola e famiglie.

Bene, ma non benissimo. Per principio io sono contrario ai divieti di utilizzo della tecnologia a scuola, tanto più nella nostra scuola italiana, così bisognosa di investimenti in risorse nel digitale. Sono però altrettanto contrario all’utilizzo di strumenti tecnologici senza l’appropriata educazione ad un impiego virtuoso e utile. In questo senso, WhatsApp e qualunque altra app di messaggistica mainstream (medesimo discorso vale anche per Telegram, per dire) si prestano ad un uso indipendente e disinvolto perché sono strumenti di comunicazione diretta ampiamente diffusi presso tutte le categorie di utenti per la loro immediatezza, nonché per il fatto di essere gratuiti.

Certo, nel contesto di un gruppo “Insegnanti – famiglie” potrebbe essere sufficiente fissare e rispettare alcune regole basilari per limitare la dispersività delle conversazioni, ma la dinamica delle chat favorisce il superamento di quei limiti che dovrebbero permettere di mantenere il dialogo nell’ambito dei binari prefissati: è alquanto difficile pensare di stabilire quali siano gli argomenti trattabili e quelli da evitare, perché ognuno ha una personale concezione del buon senso (talvolta molto limitata) e in un gruppo eterogeneo di persone può essere sorprendentemente facile trasformare in pochi secondi una conversazione garbata in una caciara H24.

Senza rinunciare all’impiego virtuoso della tecnologia, esistono già strumenti utilizzabili nelle comunicazioni tra scuola e famiglia. Fra questi, ad esempio, c’è già il registro elettronico consultabile anche da app, in cui la scuola può agevolmente inserire comunicazioni da far pervenire direttamente ai genitori. Questo strumento potrebbe essere integrato con una piattaforma di messaggistica in grado di dare la possibilità agli insegnanti di inserire, sempre per fare un esempio, messaggi che non prevedano risposta (alla stessa stregua di un post con i “commenti chiusi”), oppure che diano la possibilità di rispondere o inserire altri messaggi in determinati orari (non di lezione).

In mancanza di serie alternative a quanto utilizzato in precedenza, il divieto stabilito rischia di scatenare la sotterraneità delle polemiche, con i genitori che proseguiranno ad utilizzare la chat senza la partecipazione degli insegnanti, anzi potendo parlare “tranquillamente” alle loro spalle. E con una tecnologia in attesa solo di essere sfruttata cum grano salis nel modo migliore possibile.

 
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Pubblicato da su 3 settembre 2018 in istruzione, scuola

 

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Smartphone a scuola, problema o opportunità?

Dichiarandosi favorevole all’utilizzo degli smartphone in classe da parte degli studenti, Valeria Fedeli – responsabile del Ministero dell’Istruzione – ha avviato una discussione ovviamente divisiva:

“Lo smartphone è uno strumento che facilita l’apprendimento, una straordinaria opportunità che deve essere governata. Se lasci un ragazzo solo con un tablet in mano è probabile che non impari nulla, che s’imbatta in fake news e scopra il cyberbullismo. Questo vale anche a casa. Se guidato da un insegnante preparato e da genitori consapevoli, quel ragazzo può imparare cose importanti attraverso un media che gli è familiare: internet. Quello che autorizzeremo non sarà un telefono con cui gli studenti si faranno i fatti loro, sarà un nuovo strumento didattico”

In merito a questo argomento io stesso sono stato interpellato dieci anni fa nell’ambito di un’inchiesta sul bullismo a scuola. I tempi sono cambiati e in questi dieci anni abbiamo assistito al passaggio epocale dal telefono cellulare allo smartphone, da uno strumento di comunicazione che poteva essere più che altro fonte di distrazione ad un dispositivo dotato di molteplici funzionalità.

Oggi come allora io non sono contrario alla presenza del telefonino in classe: le sue potenzialità non sono poi così lontane da quelle di un pc e, nell’ambito didattico, si potrebbe addirittura rivelare un utile sussidio. Per questo motivo ritengo che l’utilizzo virtuoso dello smartphone, attraverso un inserimento progressivo, possa essere insegnato nell’ambito scolastico, ovviamente – proprio come dice Valeria Fedeli – da insegnanti preparati in un contesto strutturato e agevolato da un ambiente familiare consapevole.

Ma ne sto parlando in prospettiva futura, perché in questo momento non ne vedo l’opportunità. A mio parere, anzi, favorire oggi l’uso dello smartphone a scuola è un po’ come tentare di costruire una casa partendo dal tetto: credo infatti sia indispensabile che la sua introduzione debba essere il risultato di un percorso basato su un progetto ben studiato, con premesse solide e mantenuto in costante aggiornamento. Esistono criticità da risolvere prima: in buona parte delle nostre scuole oggi mancano infrastrutture tecnologicamente adeguate (soprattutto in termini di connettività – ad Internet e interna – e di attrezzature) e sul fronte degli insegnanti è necessario provvedere ad una formazione idonea all’acquisizione di competenze mirate in tal senso. Naturalmente attuare tutto questo non è possibile senza provvedere ai necessari investimenti in questa direzione, un presupposto fondamentale per porre le basi di un serio processo di alfabetizzazione digitale.

E’ in questo tipo di percorso che deve essere inserito l’impiego dello smartphone a scuola, affinché la sua presenza non sia controproducente. Laddove viene lasciato al libero utilizzo da parte degli studenti diventa un freno: una ricerca pubblicata due anni fa dal «Centro per le performance economiche» della London School of Economics, in cui sono stati esaminati i risultati scolastici in 91 scuole superiori inglesi, ha confrontato i registri degli esami e le politiche sull’uso dei cellulari tra il 2001 e il 2013, rilevando che le classi in cui smartphone e gadget digitali erano banditi registravano voti migliori del 6,41% rispetto alle classi in cui non erano vietati, valore equivalente – secondo i ricercatori – a “un aumento della probabilità di passare gli esami finali del 2%”, lo stesso effetto “che si potrebbe ottenere con un’ora in più a settimana, o aggiungendo una settimana in più all’anno scolastico”.

Tornando, dunque, all’opportunità di avere infrastrutture pronte, insegnanti preparati e un ambiente familiare consapevole, credo che questo sia un obiettivo fondamentale da raggiungere, affinché le auspicate linee guida – di cui si occuperà la commissione ministeriale – possano essere seguite e applicate correttamente dai docenti e, di conseguenza, dagli studenti, con particolare attenzione (auguri!) a favorire un utilizzo intelligente e ad evitare che si verifichino fenomeni discriminatori o comunque sgradevoli.

Altrimenti meglio non parlarne neppure.

 
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Pubblicato da su 14 settembre 2017 in tecnologia

 

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Pronti all’Italian Internet Day, ricordando che 30 anni fa eravamo molto più avanti di oggi

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“Banda ultrarlarga, competenze digitali, servizi digitali per tutti: è ora di accelerare. Come fecero 30 anni fa”

Che è ora di accelerare è vero, verissimo. Sono le parole che concludono la presentazione di ItalianInternetDay, un evento che avrà luogo il 29 aprile per ricordare coloro che, il 30 aprile 1986, hanno portato l’Italia alla prima connessione a Internet. L’evento sarà diffuso e collettivo, il sito invita tutti a prendervi parte:

Tutti possono celebrare i primi 30 anni di Internet in Italia. Tutti possono promuovere o organizzare un evento su Internet quel giorno. Tutti possono farlo e non ci sono limiti. Possono farlo le scuole, le imprese, le associazioni, i privati cittadini. Per farlo basta registrarsi su events.italianinternetday.it e  inserire tutti i dati relativi all’evento che, quando approvato, apparirà sulla nostra mappa.

Mi soffermo sull’invito rivolto ad ogni scuola (che gode del supporto del Ministero dell’Istruzione) a partecipare con un proprio evento. Leggo che “per agevolarne l’ideazione”, viene fornito un apposito “kit” con “alcune indicazioni, proposte e spunti utili”.

In Italia siamo eventi, non siamo avanti. Abbiamo una situazione talmente eterogenea da trovare località dotate di connessioni superveloci in fibra e, a pochi km, situazioni senza connessione a banda larga nemmeno su rame. Le scuole di queste zone forse saranno felici e contente di festeggiare un evento legato a Internet, ma per loro “Internet” sarà proprio un evento, perché non è ancora uno strumento che aiuta la loro realtà quotidiana. In Italia riusciamo ad essere talmente arretrati anche in questo ambito perché manca una cultura digitale, causata dalla mancanza di vere iniziative di alfabetizzazione, che non devono essere eventi, ma programmi ben organizzati e strutturati. Per quanto mi riguarda, l’evoluzione digitale e i progressi delle comunicazioni che hanno portato all’espansione di Internet dovrebbero essere un argomento di studio per far parte realmente della cultura di tutti. E non un evento visto da tutti ma sentito da pochi.

Intendiamoci: ogni iniziativa in questa direzione è assolutamente positiva. Ma non deve ridursi ad uno o qualche evento. Deve essere un punto di (ri)partenza di un percorso per tutti.

La cura dei dettagli dice molto:

  • Nel logo dell’iniziativa si vede un trend che si appiattisce dopo un importante impennata iniziale. E’ lo specchio della nostra situazione: stallo, calma piatta. Da anni.
  • All’inizio del mio post c’è proprio scritto “Banda ultrarlarga”, è vero, c’è una erre di troppo. Ho solo riportato quanto ho trovato lì (cliccate per ingrandire). Cattura
 
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Pubblicato da su 21 aprile 2016 in news

 

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Studi sulla felicità… che ridere!

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Lecco è la provincia più felice! Lo dicono i titoli dei giornali.

Ma come ha fatto a rendersene conto la Scuola di Psicoterapia Erich Fromm, che ha reso noto questo status?

L’istituto ha calcolato l’indice di felicità  dei cittadini delle 110 province esistenti in Italia, interpellando un campione di 2mila persone, tra i 25 e i 70 anni. L’indice va da 1 a 100 e Lecco si posiziona al primo posto con un punteggio di 89 su 100: chi vive in provincia di Lecco apprezza la qualità della vita, i rapporti umani tra i cittadini e l’aria buona che si respira. L’ultima posizione spetta allaa provincia di Potenza con un indice di felicità di 5 su 100.

Peccato che l’Italia sia il Paese meno felice del mondo occidentale, almeno leggendo quanto emerge dai dati mondiali 2013 sul benessere stilati dall’ONU, che ci pongono al 45esimo posto, tra Slovacchia e Slovenia e molto lontani dalla vetta della classifica dove si trova la Danimarca, seguita da Norvegia, Svizzera, Olanda e Svezia. Comunque siamo anche alle spalle di Colombia (35esima posizione) e Suriname (40esima). Però attenzione: secondo il Happy Planet Index chi sta meglio è il Costa Rica. Ma quindi, come la mettiamo?

Gli studi si devono basare su dati attendibili e sondare un campione significativo e rappresentativo. Senza guardare alle ricerche sui dati mondiali, mi limito ad osservare che lo studio che vede sorridere Lecco è stato condotto su un campione totale di 2mila persone, prese fra tutte le 110 province di uno Stato che ha 60 milioni di abitanti. Significa che in media, per ogni provincia, sono state interpellate 18 persone.

Un bell’esercizio di ottimismo.

 
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Pubblicato da su 5 febbraio 2014 in Mondo

 

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Internet non è la scuola del terrore

InternetAwareness

Sul Giornale di oggi c’è un articolo intitolato “Internet è la vera scuola del terrore”, che esordendo con la frase “La maggiore scuola del terrore è il web, il fiore più carnoso della grande serra della democrazia” individua nel web la patria dell’indottrinamento dei due giovani” sospettati degli attentati di Boston.

Non dimenticando che su Internet è possibile trovare contenuti di varia natura, non è superfluo osservare che titolo e incipit di quell’articolo, ancor più del testo che li approfondisce, costituiscono una miope inquadratura di un problema con radici ben più profonde e distanti dal web che, come spesso accade – anziché strumento, quale è – viene invece erroneamente indicato come agente. Titolo e incipit sono fuorvianti perché fanno apparire Internet come una sorta di colpevole primario, demonizzandolo agli occhi di un lettore poco attento che potrebbe essere indotto ad evitarlo completamente, nonostante le sue numerose possibilità di utilizzo virtuoso. 

Dall’Internet “candidata al premio Nobel per la pace” fino all’accusa di essere “la vera scuola del terrore” possiamo trovare numerose posizioni e opinioni intermedie. Ma non va dimenticato che uno strumento – quando i suoi utilizzi sono molteplici – non può avere carattere negativo o positivo, mentre può averlo il contegno di chi lo utilizza, proprio per come lo utilizza, e parlando del web è opportuno (anzi, necessario) distinguere il mezzo dai contenuti e individuare correttamente le responsabilità

 
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Pubblicato da su 22 aprile 2013 in news

 

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