RSS

Archivi tag: scuola

IA in aula: serve una visione chiara

L’intelligenza artificiale è già seduta tra i banchi: nei compiti scritti con l’aiuto di ChatGPT, nei registri elettronici, nei sistemi di supporto alla valutazione, nelle piattaforme didattiche che suggeriscono esercizi personalizzati. L’ingresso dell’IA nel mondo dell’istruzione è ormai affermato e il tempo di chiedersi se sia giusto o meno è scaduto: ora è il momento di capire come farne un uso costruttivo e, soprattutto, con quali regole e con quali consapevolezze. Non spetta ovviamente al sottoscritto dare risposte definitive: il mio intento, umile ma spero utile, è quello di proporre qualche strumento di lettura critica su un fenomeno che riguarda tutti: studenti, docenti, famiglie, istituzioni.

Nell’agosto del 2025 il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha pubblicato le Linee guida per l’introduzione dell’Intelligenza Artificiale nelle scuole, parte della più ampia Strategia italiana per l’intelligenza artificiale 2024-2026 elaborata dall’AgID. Nel novembre dello stesso anno è arrivato un investimento di 100 milioni di euro destinati alla formazione del corpo docente e alla creazione di laboratori dedicati alla transizione digitale, risorse PNRR che segnalano quanto la questione sia ormai considerata prioritaria anche a livello di politica pubblica.

Il documento ministeriale afferma un principio chiaro: l’IA è uno strumento, non un fine. Deve essere messa al servizio della didattica e della crescita umana degli studenti, sempre nel rispetto dell’AI Act europeo e dei diritti fondamentali. La sorveglianza umana di insegnanti, dirigenti e famiglie resta insostituibile.

Il quadro italiano si inserisce in una riflessione più ampia. A gennaio 2026 l’OCSE ha pubblicato il suo rapporto sull’educazione digitale e l’IA generativa nell’istruzione, un documento che vale la pena leggere con attenzione, non perché offra ricette facili, ma proprio perché si guarda bene dal farlo. Il tono è volutamente sobrio: dopo anni di investimenti in tecnologia educativa in tutto il mondo, i risultati si sono rivelati disomogenei. Il digitale ha allargato opportunità in molti contesti, ma non ha automaticamente chiuso i gap di apprendimento, né innalzato in modo uniforme la qualità della didattica. La lezione principale è quasi controintuitiva: digitalizzare non significa migliorare. Non è sufficiente dotare le classi di dispositivi o piattaforme. Ciò che fa la differenza, secondo l’OCSE, è la preparazione pedagogica dei docenti, la coerenza tra strumenti digitali e obiettivi curricolari, insieme alla capacità di misurare davvero l’impatto di quello che si fa.

Anche il dibattito pubblico italiano si è intensificato: Il podcast Puntini sull’AI di Radio Radicale, nella puntata del gennaio 2026 dedicata alla scuola, ha esplorato cosa accade davvero quando gli algoritmi entrano nelle aule, non nella versione patinata dei convegni, ma nelle realtà quotidiane di chi insegna e di chi impara. E a questo proposito suggerisco anche la puntata di Intelligenze Artificiali che Matteo Flora ha dedicato all’IA nelle scuole, in cui ha esaminato i modi d’uso concreti dell’IA nel sistema scolastico italiano, evidenziando le tensioni tra potenziale innovativo e rischi sottovalutati.

Vale la pena guardare con onestà alle possibilità genuine che queste tecnologie aprono, senza cedere né all’entusiasmo acritico né al rifiuto pregiudiziale. Ogni studente ha tempi, modalità e punti di forza diversi. Gli strumenti di IA generativa possono adattare spiegazioni, esercizi e feedback alla fase in cui si trova ciascuno, cosa difficilissima da garantire in una classe di venticinque persone con un solo insegnante. E non si tratta solo di teoria: alcune sperimentazioni negli Stati Uniti citate nel rapporto OCSE 2026 mostrano che l’impiego di un tutor basato su IA generativa, progettato per stimolare il ragionamento attivo invece di limitarsi a fornire risposte, ha prodotto risultati di apprendimento superiori rispetto allo stesso corso tenuto in aula senza supporto algoritmico. Gli studenti hanno compreso di più e si sono mostrati più coinvolti. La differenza, però, stava nel come: l’IA era costruita con un preciso obiettivo pedagogico, non come scorciatoia.

Sempre nel rapporto OCSE si parla di un caso particolarmente interessante: docenti meno esperti che, grazie al supporto di strumenti di IA generativa, hanno migliorato la qualità delle loro strategie didattiche, con ricadute positive anche sugli apprendimenti degli studenti. Questo suggerisce che l’IA, se ben calibrata, può avere effetti positivi anche sul fronte dell’equità, aiutando a compensare le disuguaglianze legate alla qualità variabile dell’insegnamento.

Uno studente universitario che usa un assistente conversazionale per farsi spiegare un concetto in modi diversi, per testare la propria comprensione con domande simulate, o per organizzare la struttura di una tesi, sta sfruttando un potenziale reale. Questo non deve essere visto come un espediente per barare: è come avere un tutor disponibile a qualsiasi ora. Anche gli insegnanti possono farsi supportare dalla IA: le incombenze amministrative, la compilazione di registri, la preparazione di materiali standardizzati occupano una parte importante del loro tempo. Liberarli da queste attività tramite strumenti intelligenti significa restituire energia e attenzione alla parte più preziosa del lavoro: la relazione con gli studenti, la lettura delle loro difficoltà, la capacità di motivare.

Un articolo pubblicato su Nature a dicembre 2025, raccontando un’esperienza in corso a Sydney, proponeva la visione radicale (ma stimolante) dell’IA come infrastruttura di base di tutto il percorso accademico. In questo scenario, ogni fase (dall’orientamento iniziale alla personalizzazione dei contenuti, dalla valutazione dei progressi alla gestione amministrativa) verrebbe ripensata con l’IA come asse portante e il ruolo dei docenti cambierebbe di conseguenza: meno trasmissione frontale di nozioni, più mentorship, guida critica, accompagnamento umano. L’ateneo diventerebbe più flessibile, potenzialmente più capace di rispondere al calo delle iscrizioni e al disallineamento tra formazione e mercato del lavoro. In teoria, un sistema più accessibile e rilevante. In teoria.

Ma eccoci al punto in cui la prudenza è d’obbligo. Le opportunità appena descritte non sono automatiche: si realizzano solo in presenza di condizioni precise, e in loro assenza possono trasformarsi in danni. Il rischio più documentato e più insidioso è nel “miraggio della competenza”: il rapporto OCSE cita uno studio su studenti di matematica che, affidandosi a strumenti generici di IA generativa durante le esercitazioni, hanno mostrato un miglioramento apparente vicino al 50% nei compiti svolti con il supporto dell’algoritmo. Ma quando, all’esame, l’IA è stata rimossa, le loro prestazioni sono risultate sensibilmente peggiori rispetto a chi aveva studiato senza supporti artificiali. La tecnologia aveva prodotto un’illusione di padronanza: certo, migliorava l’output immediato, ma senza costruire comprensione reale. È una distinzione fondamentale, e dovrebbe far riflettere chiunque sia tentato di valutare l’efficacia di uno strumento solo dai risultati a breve termine.

Un altro rischio è il debito cognitivo: se deleghiamo all’IA la fatica del pensiero, cioè la ricerca delle parole giuste, la costruzione di un argomento, il ragionamento, rischiamo di non sviluppare quelle capacità. Come un muscolo che non viene allenato, il senso critico e analitico si atrofizza se non viene esercitato. L’articolo di Nature su Sydney avverte esplicitamente che un ricorso eccessivo all’IA può portare a plasmare studenti abituati a farsi condurre dagli algoritmi, con effetti negativi sull’autonomia intellettuale e sullo sviluppo del pensiero critico. E l’attendibilità delle fonti? I modelli di linguaggio generativo producono testi plausibili, ben scritti, convincenti… ma non necessariamente veri, lo sappiamo. A volte inventano citazioni, in altri casi falsificano dati e confondono dettagli storici con la stessa disinvoltura con cui producono contenuti accurati. Uno studente che non ha ancora sviluppato gli strumenti per verificare le fonti è particolarmente vulnerabile. L’IA non è un’enciclopedia: è uno strumento che richiede senso critico da parte di chi la usa.

Ma c’è anche un aspetto strutturale: le scuole con meno risorse, che spesso sono quelle che servono le comunità più fragili, rischiano di rimanere ai margini della transizione digitale, non potendo garantire connettività, dispositivi adeguati e docenti formati. Il rapporto OCSE è esplicito nel descrivere la possibilità che il digital divide si estenda: il digitale non riduce automaticamente le disuguaglianze e, in assenza di politiche mirate, può renderle ancora più evidenti. In Italia questo tema è particolarmente sensibile, dato il persistente divario tra Nord e Sud, ma anche tra aree urbane e periferiche.

C’è da considerare anche l’aspetto della governance dei dati. Sistemi di IA che tracciano i progressi degli studenti, ne analizzano le difficoltà e modellano i percorsi di apprendimento raccolgono dati straordinariamente sensibili. Chi li gestisce? Con quali garanzie? Se scuola e università si affidano a piattaforme proprietarie di grandi aziende tecnologiche, di fatto, cedono autonomia pedagogica. Le scelte su cosa insegnare, come valutare, quali contenuti privilegiare rischiano di migrare progressivamente verso pochi grandi attori privati con logiche e interessi propri.

Veniamo alla sostenibilità: In Italia il PNRR ha rappresentato, per chi è stato in grado di sfruttarlo, un’iniezione di risorse senza precedenti per la digitalizzazione educativa, con la nascita di Digital Educational Hub universitari e iniziative rivolte a scuole e fasce fragili della popolazione. Il quadro che emerge è quello di un sistema in rapida costruzione, capace di produrre esperienze di qualità. Ma molte di queste strutture restano dipendenti dai finanziamenti straordinari. La domanda che pochi si pongono apertamente è: cosa accadrà quando i fondi si esauriranno? Senza modelli istituzionali ed economici solidi, il rischio è che alcune di queste esperienze rimangano episodi brillanti ma isolati, incapaci di trasformarsi in patrimonio stabile del sistema educativo.

Ed è importante considerare l’importanza della relazione educativa: l’insegnamento non è un trasferimento di informazioni, ma una vera e propria relazione. La capacità di un docente di leggere lo stato emotivo di uno studente, di dargli forza nei momenti di scoraggiamento, di stimolarne la curiosità con un’osservazione inattesa, non è replicabile da nessun algoritmo. Se l’IA viene percepita come un sostituto dell’insegnante anziché come uno strumento di supporto, si rischia di sminuire qualcosa di irriducibile.

Il messaggio che emerge dalla riflessione più seria sul tema, dal rapporto OCSE, dalla ricerca accademica, dalle esperienze di chi insegna davvero, è che la tecnologia non funziona senza la pedagogia. Non basta introdurre uno strumento in classe per migliorare i risultati di apprendimento. Occorre chiedersi prima: perché? Con quali obiettivi? Come si valuta se funziona? Il vero salto di qualità, come scrive Adriana Agrimi su Agenda Digitale, non dipende dai device o dalle piattaforme, ma da scelte culturali e politiche coerenti nel tempo.

Da tutto questo si possono trarre alcune indicazioni utili, ricavate dall’esperienza di chi già lavora su questi temi:

Regole chiare e condivise. Ogni scuola, ogni ateneo dovrebbe definire in modo trasparente in quali contesti l’uso dell’IA va incoraggiato, consentito o vietato. Non per reprimere, ma per creare le condizioni di un uso consapevole.

Formare i docenti, davvero. Un insegnante che non conosce gli strumenti non può guidare gli studenti nel loro utilizzo critico. La formazione non può essere una tantum: deve essere continua, pratica, ancorata ai contesti reali. Il PNRR ha già finanziato percorsi importanti in questa direzione — il problema è che spesso si tratta di interventi a termine, non di cambiamenti strutturali.

Progettare con intenzione pedagogica. La differenza tra un tutor IA che “produce” apprendimento reale e uno che genera solo l’apparenza di competenza sta nel modo in cui è costruito e nel contesto in cui viene usato. Strumenti pensati per sollecitare il ragionamento, fare domande, stimolare la riflessione danno risultati diversi rispetto a quelli usati per ottenere risposte già pronte. La progettazione didattica deve precedere la scelta tecnologica.

Sviluppare l’AI literacy negli studenti. Capire come funziona un modello di linguaggio con i suoi limiti, i suoi meccanismi, ma anche con i suoi bias, deve essere considerato una competenza di cittadinanza. La scuola ha il compito di formare persone capaci di leggere criticamente i contenuti prodotti dall’IA, non solo di utilizzarla. Può aiutare a trovare risorse, a strutturare idee, a correggere bozze. Ma la valutazione critica, l’argomentazione originale, il giudizio autonomo devono restare compiti dello studente. Questo è il cuore dell’educazione.

Last but not least: non lasciare indietro nessuno. Qualsiasi politica di introduzione dell’IA nella scuola deve essere accompagnata da investimenti in infrastrutture e connettività, soprattutto nelle aree più svantaggiate. L’inclusione non è un optional.

L’intelligenza artificiale è uno specchio potente: riflette le scelte di chi la progetta, le aspettative di chi la usa, le condizioni strutturali in cui viene adottata. Ma è anche una spugna, perché assorbe le nozioni con cui viene addestrata. Nella scuola, come altrove, può fare molto bene o molto male, ma soprattutto può fare cose molto diverse a seconda di come viene introdotta e governata. L’IA può essere uno strumento straordinario al servizio di una visione educativa chiara: i problemi sorgono quando è la visione a mancare e si lascia che sia la tecnologia a colmare il vuoto.

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 12 febbraio 2026 in news

 

Tag: , , , , , , , , , , , , , ,

Anche la scuola può subire un attacco informatico

Disservizi, hacker, vulnerabilità. Ormai le notizie sulle violazioni di piattaforme online sono all’ordine del giorno e ci danno la misura di quanto la sicurezza informatica sia tanto sottovalutata quanto fondamentale. Se volete sapere qualcosa di più sul leak dei dati di 533 milioni di utenti di Facebook (già accennato in gennaio), seguite il video con lo spiegone definitivo di Matteo Flora, davvero il più esaustivo sul tema. Io invece pongo l’attenzione sul cosiddetto hackeraggio dei registri elettronici.

Non bastavano DAD e DID a rendere problematico l’anno scolastico: ci mancava anche un attacco informatico sferrato ai danni di Axios Italia, sulla cui piattaforma si appoggiano il 40% delle scuole italiane. Il Registro elettronico è in pratica la risorsa che mantiene traccia delle presenze degli studenti, delle attività svolte, delle valutazioni, di compiti e consegne. Ma è anche lo strumento in cui gli insegnanti trasmettono comunicazioni di servizio a studenti e famiglie. Una piattaforma informativa fondamentale.

L’attacco ha generato un disservizio che ha reso inaccessibili i server e di cui l’azienda, il 3 aprile, ha dato conto immediatamente:

Gentili Clienti, a seguito di un improvviso malfunzionamento tecnico occorso durante la notte, si è reso necessario un intervento di manutenzione straordinaria. Sarà nostra cura darVi comunicazione alla ripresa del servizio.

Lunedì 5, la precisazione:

Gentili Clienti, a seguito delle approfondite verifiche tecniche messe in atto da Sabato mattina in parallelo con le attività di ripristino dei servizi, abbiamo avuto conferma che il disservizio creatosi è inequivocabilmente conseguenza di un attacco ransomware portato alla nostra infrastruttura.

Dagli accertamenti effettuati, al momento, non ci risultano perdite e/o esfiltrazioni di dati. Stiamo lavorando per ripristinare l’infrastruttura nel più breve tempo possibile e contiamo di iniziare a rendere disponibili alcuni servizi a partire dalla giornata di mercoledì.

I disservizi si sono protratti fino ad oggi, giornata in cui molti studenti italiani (approssimativamente due terzi) hanno ripreso le lezioni “in presenza”.

Va riconosciuta ad Axios una prontezza di reazione che le ha consentito di tamponare l’emergenza, trasmettendo istruzioni ad hoc per la gestione del registro in questa situazione. Ma va riconosciuto innanzitutto l’aspetto più serio: un problema di cybersecurity – in questo caso un attacco ransomware – può colpire anche l’istruzione. Eventualità che era già possibile o prevedibile, ma la vicenda rende evidente che anche al mondo della scuola e delle piattaforme che ne offrono i servizi – come si è visto anche in Francia – tocca fare i conti con il problema della sicurezza e la protezione delle informazioni, in massima parte legate ad attività svolte da utenti di minore età.

 
Commenti disabilitati su Anche la scuola può subire un attacco informatico

Pubblicato da su 7 aprile 2021 in news

 

Tag: , , , , , , , , , , , ,

Perché le scuole preferiscono Google e Microsoft?

Se consultiamo il sito del Ministero dell’Istruzione possiamo trovare l’indicazione di tre soluzioni per la didattica a distanza: Google Suite for Education, Microsoft Office 365 Education A1 e Weschool. Le stesse che venivano sostanzialmente proposte lo scorso marzo, quando tutti noi cercavamo di capire come affrontare il lockdown, e su cui molte scuole si sono indirizzate, per offrire ai propri insegnanti e studenti la possibilità di proseguire a casa l’attività didattica. Weschool è una realtà italiana su cui alcuni istituti hanno puntato, ma ad oggi la maggior parte delle scuole che hanno aderito all’iniziativa di solidarietà “La scuola per la scuola” si sono orientate sulle piattaforme di Microsoft e Google, mostrando una spiccata preferenza per quest’ultima. Tutto a posto? Non molto, in realtà.

Prendiamo ad esempio l’invasivo utilizzo di Google, con lezioni organizzate via Classroom e riunioni online convocate con Meet. Il presupposto è l’accessibilità con credenziali legate ad un account Google, infatti alcune scuole hanno dotato insegnanti e studenti di un indirizzo email, inducendoli a diventare utenti di Google, qualora già non lo fossero, per poter partecipare alle attività online. Un orientamento decisamente contrario alle prime indicazioni fornite dal Garante per la Privacy, che proprio lo scorso marzo aveva chiarito alcuni principi fondamentali da rispettare, ad esempio quello secondo il quale I gestori delle piattaforme non potranno condizionare la fruizione di questi servizi alla sottoscrizione di un contratto o alla prestazione del consenso (da parte dello studente o dei genitori) al trattamento dei dati per la fornitura di ulteriori servizi online, non collegati all’attività didattica. 

Altra raccomandazione largamente disattesa, nonché occasione persa, quella di utilizzare soluzioni open source, anche per il registro elettronico. Ne esistono? Sì, basta cercare:

Nel contesto attuale non biasimo i dirigenti scolastici che si orientano verso una soluzione di pronto utilizzo, dal momento che si trovano a dover fronteggiare altre difficili problematiche. Qualcuno però è riuscito a fare meglio di altri e sarebbe interessante conoscerne l’esperienza. Soprattutto, però, sarebbe stato necessario, da parte del Ministero dell’Istruzione, cogliere questa occasione per dare agli istituti scolastici le risorse e gli strumenti tecnici e culturali per fare un salto di qualità e consentire di farlo, anche con riguardo ai dati degli utenti, in tutta sicurezza.

 
Commenti disabilitati su Perché le scuole preferiscono Google e Microsoft?

Pubblicato da su 8 ottobre 2020 in news

 

Tag: , , , , , , , , , , , ,

Zoom, abbiamo un problema…

Molti utenti in questo periodo di isolamento o quarantena hanno conosciuto Zoom, una soluzione per videochiamate di gruppo che viene utilizzata da molti insegnanti per lo svolgimento di videolezioni, ma non è solo per la didattica, viene utilizzato anche a livello sportivo e professionale, contesto per il quale è stato pensato (è uno degli strumenti di cui parlavo un mese fa nel post su telelavoro, smart working e didattica a distanza). Gli utenti giornalieri attualmente sono circa 200 milioni, ma fino a dicembre non superavano i 10 milioni. L’impennata ha catturato l’attenzione di alcuni esperti di sicurezza, che si sono preoccupati di analizzarla. Risultato: bene, ma non benissimo.

Il Washington Post ha scoperto che su servizi come Amazon Web Services, Youtube e Vimeo si possono trovare moltissimi video di videochiamate registrate. Zoom permette infatti la registrazione dei meeting e in tal caso ogni partecipante viene avvisato dall’applicazione, quindi è all’utente che spetta gestire se mantenere la registrazione sul proprio computer oppure online e nulla gli impedisce di caricare i video su una piattaforma di suo gradimento. L’azienda si limita a raccomandare estrema cautela e chiede agli utenti di essere “trasparenti” con i partecipanti alle videochiamate (“ah tizio, ti avviso che la registrazione della nostra conversazione vorrei caricarla su Youtube”).
Da una ricerca di The Intercept emerge inoltre che in Zoom la crittografia sarebbe implementata solo tra utente e server della piattaforma, non tra gli utenti. E non è finita: The Verge ci informa che con il software zWarDial è stato possibile scovare in un giorno almeno 2.400 indirizzi di meeting organizzati con Zoom, e se per il meeting non è stata impostata una password… ci si può imbucare (da cui è nato il termine zoombombing). Niente di male per una trasmissione per cui si vuole intenzionalmente avere il maggior numero di partecipanti possibile, ma sarebbe una bella “scocciatura” per un meeting con scambio di informazioni riservate.
I vertici dell’azienda hanno dichiarato di voler risolvere tutti i problemi legati alla privacy, riconoscendo di non essere stati all’altezza delle aspettative degli utenti e di quanto richiesto in termini di sicurezza. Doveroso, ma questo tradisce la superficialità dell’approccio adottato per una piattaforma che si dichiara nata per il mondo enterprise, ma che ha un’intuitività di utilizzo che la rende adatta per il mondo dell’istruzione, oltre che per community di utenti privati.
In ogni caso, due raccomandazioni per quando si crea un meeting con Zoom:
  • se lo registrate, mantenetelo sul vostro computer e non salvatelo online (a meno che non si tratti di uno storage in cloud, vostro e adeguatamente protetto);
  • impostate una password per l’accesso al meeting (quest’ultima indicazione dovrebbe diventare o già essere un default, dato che Zoom pare aver recepito le numerose segnalazioni e lamentele)
 
Commenti disabilitati su Zoom, abbiamo un problema…

Pubblicato da su 6 aprile 2020 in news

 

Tag: , , , , , , , , , , , ,

Telelavoro, smart working, didattica a distanza. Ci voleva il coronavirus?

Necessità di limitare gli spostamenti, scuole chiuse, zone rosse, rischi di contagio: la diffusione epidemica del nuovo coronavirus obbliga ad alcuni cambiamenti nello stile di vita, resi necessari dalle varie misure di contenimento, adeguate giorno per giorno da chi ha la responsabilità di salute e ordine pubblico. Questi cambiamenti hanno portato alla “scoperta” di opportunità già esistenti, ma finora ignorate da molti per impreparazione o refrattarietà culturale, cioè il telelavoro, lo smart working e la formazione a distanza.

I primi due spesso sono confusi ed erroneamente identificati nello stesso concetto, ma anche se possono avere alcuni punti in comune, si tratta di due approcci diversi:

  • il telelavoro (lavoro a distanza) permette di lavorare altrove rispetto al posto di lavoro, solitamente a casa propria, con l’ausilio di strumenti tecnologici che consentono di mantenere un collegamento con la sede lavorativa, nel rispetto degli orari stabiliti dal datore di lavoro, che possono favorire anche la contemporaneità lavorativa con altri colleghi;
  • lo smart working permette di non essere legati ad un unico luogo in cui svolgere il proprio lavoro; può trattarsi di casa propria, di una sede staccata o anche di una panchina al parco; a differenza del telelavoro non ci sono obblighi sul rispetto dell’orario, ma obiettivi da raggiungere. Per favore, però, evitiamo l’etichettatura lavoro agile: si tratta di una prestazione lavorativa (o collaborazione) gestita autonomamente.

La recente crescita italiana di queste attività svincolate dal posto di lavoro è conseguenza dell’emergenza sanitaria di questo periodo. Certo non è sempre possibile avvalersi di queste possibilità in un Paese di piccole e medie imprese, molte delle quali con attività manifatturiera, ma con lo sviluppo dei servizi non è impensabile estenderne la diffusione. Fino allo scorso anno in Europa gli italiani che lavoravano in una di queste forme erano il 4,8%. Per fare un confronto rapido: nei Paesi Bassi si sfiora il 36% di lavoratori che sfruttano queste possibilità, in Svezia il 35%. Vedremo se e come evolverà la situazione in questo senso.

Ma anche il mondo dell’istruzione può – anzi deve – evolversi in questo senso, e qui credo che l’argomento meriti una migliore messa a fuoco. Le scuole chiuse stanno facendo emergere esigenze importanti, non solo perché gli studenti si devono mantenere in esercizio (e quindi gli insegnanti devono assegnare compiti a casa in modo alternativo a quello consueto), ma anche perché si deve seguire quella programmazione che la sospensione e la chiusura dell’attività scolastica hanno interrotto. In quest’ottica, le nuove tecnologie della comunicazione possono essere di supporto alla didattica a distanza. Ma le nostre scuole sono pronte a questo? Insegnanti e studenti sono dotati di risorse e strumenti adeguati?

Quando si è parlato dell’utilizzo degli smartphone a scuola ho avuto modo di evidenziare:

In buona parte delle nostre scuole oggi mancano infrastrutture tecnologicamente adeguate (soprattutto in termini di connettività – ad Internet e interna – e di attrezzature) e sul fronte degli insegnanti è necessario provvedere ad una formazione idonea all’acquisizione di competenze mirate in tal senso. Naturalmente attuare tutto questo non è possibile senza provvedere ai necessari investimenti in questa direzione, un presupposto fondamentale per porre le basi di un serio processo di alfabetizzazione digitale.

In mancanza d’altro, troviamo insegnanti volenterosi che inviano materiale didattico ai propri studenti tramite mail o messaggi WhatsApp, tentativo lodevole all’insegna del “si fa quel che si può”. Ma questa non può essere LA soluzione, anche se supera in modo rudimentale due considerevoli lacune: la mancanza di una piattaforma scolastica per la didattica a distanza e il digital divide culturale di una parte degli insegnanti e degli studenti (e no, nel 2020 la frase “non sono tecnologico” non ha più giustificazione: con uno smartphone sono tutti pronti a chattare e diventare leoni da tastiera, a scattarsi selfie, a pubblicare “stati” e “storie” con foto ritoccate e filtrate, a utilizzare app più o meno utili… ma nel momento in cui c’è una funzione seria e utile da imparare con pochi click, sembra che nessuno sia in grado di farlo).

Le scuole possono trovare una soluzione sfruttando vari supporti: il primo è quello del Ministero dell’Istruzione, che ha messo loro a disposizione la pagina web Didattica a distanza, che offre l’opportunità di utilizzare materiali multimediali Rai per la didattica, Treccani scuola, Fondazione Reggio Children – Centro Loris Malaguzzi e di piattaforme per la formazione a distanza.

Una proposta a mio avviso interessante è inoltre quella di INDIRE – Istituto Nazionale Documentazione Innovazione Ricerca Educativa: sul loro sito web è disponibile edmondo, che viene presentato come “un mondo virtuale 3D online, dedicato esclusivamente a docenti e studenti per l’innovazione della didattica in classe”. Una sorta di Second Life declinato al mondo della didattica, dove questo tipo di mondo virtuale può trovare un’applicazione sicuramente proficua.

Va però ricordato che Indire, inoltre, ha organizzato un’iniziativa di solidarietà tra scuole con il supporto delle reti Movimento “Avanguardie educative” e Movimento delle “Piccole Scuole”, che si presentano pronte alla collaborazione con docenti e dirigenti scolastici degli istituti scolastici che ne faranno richiesta per offrire la propria esperienza nell’utilizzo di tecniche didattiche e strumenti innovativi. L’iniziativa si chiama “La scuola per la scuola” e vi hanno già aderito molti istituti.

Non mancano le soluzioni offerte da due grandi aziende tecnologiche, come Google e Microsoft, attive in questo settore rispettivamente con GSuite for Education e Office 365 Education A1. In tutta onestà, però, sarei molto riluttante ad utilizzare la piattaforma di e-learning di Google: è un’azienda che ha come core business l’utilizzo di dati a scopo di profilazione, per cui non mi meraviglierei se sfruttasse i dati acquisiti dagli studenti italiani per le proprie attività. Verificherei bene le condizioni di utilizzo dei dati conferiti alla piattaforma, prima di avere sorprese.

Per questo motivo – e vista la nulla attenzione al software libero, che le istituzioni dovrebbero invece promuovere – probabilmente punterei su una soluzione come Weschool, una validissima piattaforma per la didattica integrata, che consente a studenti e professori di condividere qualsiasi tipo di contenuto, collaborare a lavori di gruppo, giocare, fare esercizi e ottenere feedback in tempo reale. Nella piattaforma è possibile trovare video, articoli, corsi, video quiz, libri di testo, prodotti collaborativi, lavori di gruppo.

Per quanto riguarda “semplici” strumenti di condivisione di lezioni, si possono sicuramente citare ad esempio Jitsi.org , Zoom.us, Big Blue Button. Esistono inoltre risorse “pronte all’uso” come quelle reperibili su Risorsedidattiche.net e Redooc.

Sicuramente esistono altre soluzioni, tutto sta a vedere quali rappresentano meglio le esigenze di insegnanti e studenti. Questo spazio rimane disponibile per eventuali segnalazioni: si tratta di voler seriamente iniziare e proseguire un percorso. Forse il nuovo coronavirus ha dato lo stimolo per partire.

 
2 commenti

Pubblicato da su 8 marzo 2020 in news

 

Tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Bullismo e cyberbullismo, due facce della stessa medaglia (violenta)

Se bullismo e cyberbullismo sono le minacce che un adolescente su tre teme di più dopo violenze sessuali e droga, è evidente come la tematica non meriti di essere sottovalutata, né derubricata con la falsa rassicurazione “a me non succede”. Anche perché i dati presentati dall’Osservatorio Indifesa meritano una lettura attenta:

Il cyberbullismo è una forma di bullismo, si tratta sempre di un comportamento violento di prevaricazione, oppressivo e offensivo, messo in atto con strumenti tecnologici (messaggi, social network). In questa rilevazione, le due forme di bullismo insieme raggiungono il 30,97%. Nello stesso “sondaggio”, è un valore comparabile a quello del timore di essere vittime di violenza sessuale. Da questi dati emerge quindi che due adolescenti su tre temono di essere vittime di una forma di violenza, di tipo fisico o verbale, e che nel cyberbullismo possono avere declinazioni più subdole.

Dedicare una giornata – domani, 7 febbraio –  a bullismo e cyberbullismo a scuola (che ne è il teatro principale, ma non esclusivo) può essere di aiuto a sensibilizzare sul problema. Ovviamente, come in qualunque altro contesto, l’attenzione non deve cadere al termine della giornata, ma deve essere mantenuta costante, perché la percezione del problema non è immediata e perché – nel caso del cyberbullismo – c’è scarsa consapevolezza e comprensione dell’impatto che può avere.

Con un sistema di messaggistica e i social si fa presto a minare la reputazione di una persona e, spesso, la soluzione per chi rischia di essere vittima consiste nel capire come gestire la situazione. Gestirla con ironia e contrastare gli attacchi con garbo e gentilezza è spesso la strategia vincente, ma tutto questo ovviamente non è facile, soprattutto per coloro che – per proprio carattere –  non riescono a reagire.

Per questo motivo ad un adolescente non deve mancare il supporto della famiglia. Il dialogo tra genitori e figli non deve mai mancare e gli adulti devono poter sapere ciò che avviene sui dispositivi dei propri figli, non esercitando una mera forma di controllo, ma educando i giovani a sentirsi liberi di condividere in modo consapevole queste informazioni. Il proibizionismo non è mai efficace quanto la condivisione e la consapevolezza.

 
Commenti disabilitati su Bullismo e cyberbullismo, due facce della stessa medaglia (violenta)

Pubblicato da su 6 febbraio 2020 in cellulari & smartphone, news

 

Tag: , , , , , ,

Smartphone a scuola? No, “media education”

Quando Valeria Fedeli – due anni fa come Ministro dell’Istruzione – definì lo smartphone “uno strumento che facilita l’apprendimento, una straordinaria opportunità che deve essere governata” per sdoganarne l’impiego a scuola da parte degli studenti “per migliorare l’apprendimento ed incrementare l’efficienza”, avevo manifestato un certo scetticismo:

Esistono criticità da risolvere prima: in buona parte delle nostre scuole oggi mancano infrastrutture tecnologicamente adeguate (soprattutto in termini di connettività – ad Internet e interna – e di attrezzature) e sul fronte degli insegnanti è necessario provvedere ad una formazione idonea all’acquisizione di competenze mirate in tal senso. Naturalmente attuare tutto questo non è possibile senza provvedere ai necessari investimenti in questa direzione, un presupposto fondamentale per porre le basi di un serio processo di alfabetizzazione digitale.

Per questo apprendo con piacere che l’attuale ministro Lucia Azzolina ha un approccio diverso:

“Nativi digitali non significa saper usare con consapevolezza i media e i social media, gli studenti hanno bisogno di una bussola, devono essere guidati. La scuola ha questo compito, insieme alle Istituzioni, come la Polizia postale, di orientare e formare gli studenti al mondo digitale”.

Si spera che questo compito possa essere supportato da adeguati investimenti. Altrimenti, saranno altre parole al vento.

 
Commenti disabilitati su Smartphone a scuola? No, “media education”

Pubblicato da su 3 febbraio 2020 in news

 

Tag: , , , , , , , , ,

Scuola, sul digitale c’è ancora moltissimo da fare

Educare Digitale è il titolo del report pubblicato oggi dall’Agcom sullo stato della digitalizzazione delle scuole italiane. Dallo studio emergono innanzitutto due lacune che le caratterizzano, relative a strumenti e competenze. E si deve trattare di carenze importanti, visto che l’Italia risulta essere in 25esima posizione (su 28 Paesi europei) nella “classifica” calcolata secondo l’indice DESI (Digital Economy and Society Index) che misura il grado di realizzazione degli obiettivi dell’Agenda Digitale.

Il rapporto presenta dati molto interessanti, ma è doveroso sottolineare alcuni aspetti fondamentali.

Il livello di infrastrutturazione digitale delle scuole non è uniforme: ci sono sistematiche differenze legate al territorio, al grado e alla dimensione degli istituti scolastici. E bisogna puntare di più sullo sviluppo di competenze e cultura digitali“.

Come si vede da questa rappresentazione grafica, tra le regioni meglio posizionate sui fronti dell’innovazione didattica e dei servizi di connettività spiccano le scuole dell’Emilia Romagna, seguite da quelle di Lombardia e Friuli-Venezia Giulia, che rientrano nel primo quadrante, seppur con livelli abbastanza vicini a quelli della media nazionale. Fanalini di coda le regioni del terzo quadrante: Basilicata, Calabria, Puglia, Abruzzo, Lazio e Veneto, regioni che sui due fronti presi in esame hanno scuole con valori al di sotto della media nazionale. Suscita meraviglia l’eterogeneità della situazione (oltre a regioni del Sud Italia troviamo anche Lazio e Veneto), da cui emerge un’urgente necessità di investimenti.

Su cosa è fondamentale investire tempo e risorse? Ovviamente sull’infrastruttura, per raggiungere almeno tre obiettivi: una connettività veloce, una rete che ne possa beneficiare, e sulle attività di aggiornamento e manutenzione. Ma anche le competenze richiedono attenzione: è impensabile avere una dotazione di strumenti e attrezzature all’avanguardia senza un’adeguata preparazione al loro utilizzo, che deve permettere lo sviluppo di metodi didattici basati sull’impiego di tecnologie digitali. Senza trascurare le capacità organizzative e manageriali, necessarie per una corretta pianificazione delle attività e degli stessi investimenti.

Chi ha interesse, tempo e voglia di leggere il report, può trovarlo a questo link: EDUCARE-DIGITALE_28-02-2019

 
Commenti disabilitati su Scuola, sul digitale c’è ancora moltissimo da fare

Pubblicato da su 28 febbraio 2019 in news

 

Tag: , , , , , , ,

Giusto vietare le chat “insegnanti-genitori”?

Stop alle chat tra insegnanti e genitori: a Monte San Savino (AR) non sarà più possibile utilizzare WhatsApp come strumento di comunicazione con la scuola. Motivo: il continuo susseguirsi di messaggi di testo, note vocali, foto e video genera grande confusione. Pertanto si dovrà tornare al convenzionale rapporto con i rappresentanti di classe, su cui convergeranno le comunicazioni tra scuola e famiglie.

Bene, ma non benissimo. Per principio io sono contrario ai divieti di utilizzo della tecnologia a scuola, tanto più nella nostra scuola italiana, così bisognosa di investimenti in risorse nel digitale. Sono però altrettanto contrario all’utilizzo di strumenti tecnologici senza l’appropriata educazione ad un impiego virtuoso e utile. In questo senso, WhatsApp e qualunque altra app di messaggistica mainstream (medesimo discorso vale anche per Telegram, per dire) si prestano ad un uso indipendente e disinvolto perché sono strumenti di comunicazione diretta ampiamente diffusi presso tutte le categorie di utenti per la loro immediatezza, nonché per il fatto di essere gratuiti.

Certo, nel contesto di un gruppo “Insegnanti – famiglie” potrebbe essere sufficiente fissare e rispettare alcune regole basilari per limitare la dispersività delle conversazioni, ma la dinamica delle chat favorisce il superamento di quei limiti che dovrebbero permettere di mantenere il dialogo nell’ambito dei binari prefissati: è alquanto difficile pensare di stabilire quali siano gli argomenti trattabili e quelli da evitare, perché ognuno ha una personale concezione del buon senso (talvolta molto limitata) e in un gruppo eterogeneo di persone può essere sorprendentemente facile trasformare in pochi secondi una conversazione garbata in una caciara H24.

Senza rinunciare all’impiego virtuoso della tecnologia, esistono già strumenti utilizzabili nelle comunicazioni tra scuola e famiglia. Fra questi, ad esempio, c’è già il registro elettronico consultabile anche da app, in cui la scuola può agevolmente inserire comunicazioni da far pervenire direttamente ai genitori. Questo strumento potrebbe essere integrato con una piattaforma di messaggistica in grado di dare la possibilità agli insegnanti di inserire, sempre per fare un esempio, messaggi che non prevedano risposta (alla stessa stregua di un post con i “commenti chiusi”), oppure che diano la possibilità di rispondere o inserire altri messaggi in determinati orari (non di lezione).

In mancanza di serie alternative a quanto utilizzato in precedenza, il divieto stabilito rischia di scatenare la sotterraneità delle polemiche, con i genitori che proseguiranno ad utilizzare la chat senza la partecipazione degli insegnanti, anzi potendo parlare “tranquillamente” alle loro spalle. E con una tecnologia in attesa solo di essere sfruttata cum grano salis nel modo migliore possibile.

 
Commenti disabilitati su Giusto vietare le chat “insegnanti-genitori”?

Pubblicato da su 3 settembre 2018 in istruzione, scuola

 

Tag: , , , , , , , ,

Smartphone a scuola, problema o opportunità?

Dichiarandosi favorevole all’utilizzo degli smartphone in classe da parte degli studenti, Valeria Fedeli – responsabile del Ministero dell’Istruzione – ha avviato una discussione ovviamente divisiva:

“Lo smartphone è uno strumento che facilita l’apprendimento, una straordinaria opportunità che deve essere governata. Se lasci un ragazzo solo con un tablet in mano è probabile che non impari nulla, che s’imbatta in fake news e scopra il cyberbullismo. Questo vale anche a casa. Se guidato da un insegnante preparato e da genitori consapevoli, quel ragazzo può imparare cose importanti attraverso un media che gli è familiare: internet. Quello che autorizzeremo non sarà un telefono con cui gli studenti si faranno i fatti loro, sarà un nuovo strumento didattico”

In merito a questo argomento io stesso sono stato interpellato dieci anni fa nell’ambito di un’inchiesta sul bullismo a scuola. I tempi sono cambiati e in questi dieci anni abbiamo assistito al passaggio epocale dal telefono cellulare allo smartphone, da uno strumento di comunicazione che poteva essere più che altro fonte di distrazione ad un dispositivo dotato di molteplici funzionalità.

Oggi come allora io non sono contrario alla presenza del telefonino in classe: le sue potenzialità non sono poi così lontane da quelle di un pc e, nell’ambito didattico, si potrebbe addirittura rivelare un utile sussidio. Per questo motivo ritengo che l’utilizzo virtuoso dello smartphone, attraverso un inserimento progressivo, possa essere insegnato nell’ambito scolastico, ovviamente – proprio come dice Valeria Fedeli – da insegnanti preparati in un contesto strutturato e agevolato da un ambiente familiare consapevole.

Ma ne sto parlando in prospettiva futura, perché in questo momento non ne vedo l’opportunità. A mio parere, anzi, favorire oggi l’uso dello smartphone a scuola è un po’ come tentare di costruire una casa partendo dal tetto: credo infatti sia indispensabile che la sua introduzione debba essere il risultato di un percorso basato su un progetto ben studiato, con premesse solide e mantenuto in costante aggiornamento. Esistono criticità da risolvere prima: in buona parte delle nostre scuole oggi mancano infrastrutture tecnologicamente adeguate (soprattutto in termini di connettività – ad Internet e interna – e di attrezzature) e sul fronte degli insegnanti è necessario provvedere ad una formazione idonea all’acquisizione di competenze mirate in tal senso. Naturalmente attuare tutto questo non è possibile senza provvedere ai necessari investimenti in questa direzione, un presupposto fondamentale per porre le basi di un serio processo di alfabetizzazione digitale.

E’ in questo tipo di percorso che deve essere inserito l’impiego dello smartphone a scuola, affinché la sua presenza non sia controproducente. Laddove viene lasciato al libero utilizzo da parte degli studenti diventa un freno: una ricerca pubblicata due anni fa dal «Centro per le performance economiche» della London School of Economics, in cui sono stati esaminati i risultati scolastici in 91 scuole superiori inglesi, ha confrontato i registri degli esami e le politiche sull’uso dei cellulari tra il 2001 e il 2013, rilevando che le classi in cui smartphone e gadget digitali erano banditi registravano voti migliori del 6,41% rispetto alle classi in cui non erano vietati, valore equivalente – secondo i ricercatori – a “un aumento della probabilità di passare gli esami finali del 2%”, lo stesso effetto “che si potrebbe ottenere con un’ora in più a settimana, o aggiungendo una settimana in più all’anno scolastico”.

Tornando, dunque, all’opportunità di avere infrastrutture pronte, insegnanti preparati e un ambiente familiare consapevole, credo che questo sia un obiettivo fondamentale da raggiungere, affinché le auspicate linee guida – di cui si occuperà la commissione ministeriale – possano essere seguite e applicate correttamente dai docenti e, di conseguenza, dagli studenti, con particolare attenzione (auguri!) a favorire un utilizzo intelligente e ad evitare che si verifichino fenomeni discriminatori o comunque sgradevoli.

Altrimenti meglio non parlarne neppure.

 
1 Commento

Pubblicato da su 14 settembre 2017 in tecnologia

 

Tag: , , , , ,

Pronti all’Italian Internet Day, ricordando che 30 anni fa eravamo molto più avanti di oggi

lg_ItalianInternetDay[1]

“Banda ultrarlarga, competenze digitali, servizi digitali per tutti: è ora di accelerare. Come fecero 30 anni fa”

Che è ora di accelerare è vero, verissimo. Sono le parole che concludono la presentazione di ItalianInternetDay, un evento che avrà luogo il 29 aprile per ricordare coloro che, il 30 aprile 1986, hanno portato l’Italia alla prima connessione a Internet. L’evento sarà diffuso e collettivo, il sito invita tutti a prendervi parte:

Tutti possono celebrare i primi 30 anni di Internet in Italia. Tutti possono promuovere o organizzare un evento su Internet quel giorno. Tutti possono farlo e non ci sono limiti. Possono farlo le scuole, le imprese, le associazioni, i privati cittadini. Per farlo basta registrarsi su events.italianinternetday.it e  inserire tutti i dati relativi all’evento che, quando approvato, apparirà sulla nostra mappa.

Mi soffermo sull’invito rivolto ad ogni scuola (che gode del supporto del Ministero dell’Istruzione) a partecipare con un proprio evento. Leggo che “per agevolarne l’ideazione”, viene fornito un apposito “kit” con “alcune indicazioni, proposte e spunti utili”.

In Italia siamo eventi, non siamo avanti. Abbiamo una situazione talmente eterogenea da trovare località dotate di connessioni superveloci in fibra e, a pochi km, situazioni senza connessione a banda larga nemmeno su rame. Le scuole di queste zone forse saranno felici e contente di festeggiare un evento legato a Internet, ma per loro “Internet” sarà proprio un evento, perché non è ancora uno strumento che aiuta la loro realtà quotidiana. In Italia riusciamo ad essere talmente arretrati anche in questo ambito perché manca una cultura digitale, causata dalla mancanza di vere iniziative di alfabetizzazione, che non devono essere eventi, ma programmi ben organizzati e strutturati. Per quanto mi riguarda, l’evoluzione digitale e i progressi delle comunicazioni che hanno portato all’espansione di Internet dovrebbero essere un argomento di studio per far parte realmente della cultura di tutti. E non un evento visto da tutti ma sentito da pochi.

Intendiamoci: ogni iniziativa in questa direzione è assolutamente positiva. Ma non deve ridursi ad uno o qualche evento. Deve essere un punto di (ri)partenza di un percorso per tutti.

La cura dei dettagli dice molto:

  • Nel logo dell’iniziativa si vede un trend che si appiattisce dopo un importante impennata iniziale. E’ lo specchio della nostra situazione: stallo, calma piatta. Da anni.
  • All’inizio del mio post c’è proprio scritto “Banda ultrarlarga”, è vero, c’è una erre di troppo. Ho solo riportato quanto ho trovato lì (cliccate per ingrandire). Cattura
 
Commenti disabilitati su Pronti all’Italian Internet Day, ricordando che 30 anni fa eravamo molto più avanti di oggi

Pubblicato da su 21 aprile 2016 in news

 

Tag: , , , ,

Studi sulla felicità… che ridere!

smiles

Lecco è la provincia più felice! Lo dicono i titoli dei giornali.

Ma come ha fatto a rendersene conto la Scuola di Psicoterapia Erich Fromm, che ha reso noto questo status?

L’istituto ha calcolato l’indice di felicità  dei cittadini delle 110 province esistenti in Italia, interpellando un campione di 2mila persone, tra i 25 e i 70 anni. L’indice va da 1 a 100 e Lecco si posiziona al primo posto con un punteggio di 89 su 100: chi vive in provincia di Lecco apprezza la qualità della vita, i rapporti umani tra i cittadini e l’aria buona che si respira. L’ultima posizione spetta allaa provincia di Potenza con un indice di felicità di 5 su 100.

Peccato che l’Italia sia il Paese meno felice del mondo occidentale, almeno leggendo quanto emerge dai dati mondiali 2013 sul benessere stilati dall’ONU, che ci pongono al 45esimo posto, tra Slovacchia e Slovenia e molto lontani dalla vetta della classifica dove si trova la Danimarca, seguita da Norvegia, Svizzera, Olanda e Svezia. Comunque siamo anche alle spalle di Colombia (35esima posizione) e Suriname (40esima). Però attenzione: secondo il Happy Planet Index chi sta meglio è il Costa Rica. Ma quindi, come la mettiamo?

Gli studi si devono basare su dati attendibili e sondare un campione significativo e rappresentativo. Senza guardare alle ricerche sui dati mondiali, mi limito ad osservare che lo studio che vede sorridere Lecco è stato condotto su un campione totale di 2mila persone, prese fra tutte le 110 province di uno Stato che ha 60 milioni di abitanti. Significa che in media, per ogni provincia, sono state interpellate 18 persone.

Un bell’esercizio di ottimismo.

 
Commenti disabilitati su Studi sulla felicità… che ridere!

Pubblicato da su 5 febbraio 2014 in Mondo

 

Tag: , , , , , , , , ,

Internet non è la scuola del terrore

InternetAwareness

Sul Giornale di oggi c’è un articolo intitolato “Internet è la vera scuola del terrore”, che esordendo con la frase “La maggiore scuola del terrore è il web, il fiore più carnoso della grande serra della democrazia” individua nel web la patria dell’indottrinamento dei due giovani” sospettati degli attentati di Boston.

Non dimenticando che su Internet è possibile trovare contenuti di varia natura, non è superfluo osservare che titolo e incipit di quell’articolo, ancor più del testo che li approfondisce, costituiscono una miope inquadratura di un problema con radici ben più profonde e distanti dal web che, come spesso accade – anziché strumento, quale è – viene invece erroneamente indicato come agente. Titolo e incipit sono fuorvianti perché fanno apparire Internet come una sorta di colpevole primario, demonizzandolo agli occhi di un lettore poco attento che potrebbe essere indotto ad evitarlo completamente, nonostante le sue numerose possibilità di utilizzo virtuoso. 

Dall’Internet “candidata al premio Nobel per la pace” fino all’accusa di essere “la vera scuola del terrore” possiamo trovare numerose posizioni e opinioni intermedie. Ma non va dimenticato che uno strumento – quando i suoi utilizzi sono molteplici – non può avere carattere negativo o positivo, mentre può averlo il contegno di chi lo utilizza, proprio per come lo utilizza, e parlando del web è opportuno (anzi, necessario) distinguere il mezzo dai contenuti e individuare correttamente le responsabilità

 
2 commenti

Pubblicato da su 22 aprile 2013 in news

 

Tag: , , , , ,