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Zuckerberg in audizione, Facebook sotto la lente del Congresso

Nella loro disarmante ovvietà, le parole che il senatore John Kennedy ieri ha rivolto a Mark Zuckerberg dovrebbero ricordare a tutti un aspetto fondamentale, che va ben oltre il caso Cambridge Analytica e al di là di tutti i datagate:

Ecco cosa stanno cercando di dirvi tutti oggi, e lo dico con delicatezza: il vostro accordo con l’utente fa schifo.

Potete attribuirmi un quoziente d’intelligenza di 75 punti, se riesco a capirlo io, potete capirlo voi.

Lo scopo di questo accordo con l’utente è quello di coprire il didietro di Facebook, non quello di informare i vostri utenti sui loro diritti. Ora lo sapete voi, e lo so io.

Vi suggerisco di andare a casa e riscriverlo, e di dire al vostri avvocati da 1.200 dollari all’ora – senza mancanza di rispetto, sono bravi – che lo volete scritto in inglese, in non-swahili, così che l’utente americano medio possa capire.

Questo sarebbe un inizio.

Parlo di “disarmante ovvietà” perché il senatore ha sparato a salve, parlando a nome dell’utente (americano) medio, toccando una questione collaterale al problema che ha portato Zuckerberg alla prima delle audizioni al Congresso a cui si deve presentare. La realtà è che i termini di utilizzo di Facebook sono poco leggibili esattamente come la gran parte delle condizioni imposte da altri servizi (e non solo nel mondo digitale). Si tratta di vere e proprie condizioni contrattuali che regolano l’utilizzo di un servizio e, dal momento che a definirle è l’azienda che lo fornisce, sono ovviamente scritte per tutelare innanzitutto l’azienda. Più sono articolate e complesse, più l’utente medio sarà demotivato a leggerle e comprenderle, ma non abbastanza da non sottoscriverle, sorvolando sul fatto che – per un servizio non propriamente indispensabile, nel caso di Facebook – sta acconsentendo a consegnare a terzi informazioni personali, ignorando come verranno utilizzate.

Per spendere qualche riflessione sull’audizione del CEO di Facebook davanti alla Commissione Giustizia e Commercio del Senato USA, credo si possa dire che non ha suscitato grosse sorprese. Lasciato a Palo Alto il suo abituale look casual (in termini di abbigliamento, ma anche di contegno), Zuckerberg ha indossato abiti formali e una maschera di misurata tensione per affrontare la Commissione e i media, dando risposte sostanzialmente sospensive a gran parte delle questioni che gli sono state sottoposte. Non sono (affatto) mancate domande poste in modo apparentemente ingenuo, fuori tema o inadeguate, come ad esempio quella del senatore Orrin Hatch: “Come fate a sostenere un modello di business in cui gli utenti non pagano per il vostro servizio?”. “Senatore, pubblichiamo inserzioni” gli ha risposto Zuckerberg con un’altra disarmante ovvietà, che è però la madre di tutte le risposte in merito a questa vicenda.

Anche alcune domande del senatore Lindsey Graham – che lo ha incalzato sul tema della concorrenza – potrebbero essere sembrate mal poste o sbagliate (“Twitter fa ciò che fate voi”?), ma è opportuno considerare innanzitutto la formalità, l’ufficialità e i presupposti dell’audizione: non è stato un interrogatorio nell’ambito di un processo, ma si è comunque trattato di un contesto istruttorio in cui Zuckerberg è stato chiamato a rispondere su vari aspetti di un problema nato in seguito all’attività dell’azienda che rappresenta, fermo restando il principio che “ogni cosa che dirà potrà essere usata contro di lui”.

Se qualcuno si fosse chiesto “ci è o ci fa?”, suggerisco di osservare due cose:

  1. i suoi appunti (trascritti parola per parola su TheVerge): in quelle pagine c’è tutto ciò che Zuckerberg può dire e non deve dire; per tutto quanto non rientra nel canovaccio, le risposte sono quasi sempre “non so” e “devo controllare con il mio team”;
  2. la reazione – di Zuckerberg e dei presenti – suscitata alla domanda del senatore Graham relativa alla posizione di mercato di Facebook: “Non pensa di avere un monopolio?” Risposta: “Sicuramente a me non sembra”

Immutati i temi di fondo: Facebook non ha agito per tutelare gli utenti (87 milioni) i cui dati sono stati venduti, non solo a Cambridge Analytica, ma anche ad altre aziende, come confermato dallo stesso Zuckerberg. In seguito all’audizione i mercati finanziari hanno dato feedback favorevoli, ma ciò non toglie che la reputazione del social network abbia profondamente risentito dei recenti scandali: mentre c’è chi abbandona – o smette di aggiornare – la propria pagina Facebook in silenzio, c’è chi lo fa pubblicamente, come Samantha Cristoforetti:

Caro lettore,

da questo momento sospendo l’aggiornamento di questa pagina Facebook. Mi sto sentendo a disagio al pensiero che stia contribuendo ad attirare utenti su questa piattaforma. Il mio contributo è estremamente piccolo, ma è comunque mio e me ne sento responsabile.

Non mi è ancora chiaro in che misura questa piattaforma sia suscettibile di un abuso e fino a che punto tale abuso sia dannoso per i singoli individui e alle società aperte.

Continuerò a rifletterci sopra e mi sforzerò per documentarmi. Ti incoraggio a fare lo stesso. Se dovessi sentirmi rassicurata in futuro, riprenderò a postare su questa pagina. E’ altrettanto possibile che possa decidere di rimuovere completamente questa pagina. Mi prenderò tutto il tempo necessario per arrivare ad una decisione consapevole.

Si noti che questo è un messaggio personale, che non riflette la posizione dell’Agenzia Spaziale Europea.

Auguri di ogni bene,
Samantha

Nel frattempo, proprio in queste ore ha luogo la seconda audizione di Zuckerberg, davanti alla Commissione Energia e Commercio alla Camera.

Chissà se anche in quella sede, come ieri in Senato, si farà cenno ad una versione a pagamento, affiancata a quella free. Ma, soprattutto, chissà se si parlerà – nel contesto di un’istituzione USA – del GDPR (il nuovo Regolamento Europeo sulla protezione dei dati) come di un esempio di legge da seguire e applicare.

AGGIORNAMENTO

I deputati sono stati decisamente più “aggressivi” dei senatori, focalizzando l’audizione sulla vicenda Cambridge Analytica e sulla privacy degli utenti di Facebook. Poco importa (a noi, almeno), che Mark Zuckerberg abbia ammesso che i dati del suo account fossero tra quelli degli 87 milioni di interessati. Quando gli è stato chiesto “Voi raccogliete dati su persone che non sono utenti di Facebook, sì o no?”, una risposta chiara non c’è stata. Ammettere “raccogliamo dati di persone che non sono iscritte a Facebook per motivi di sicurezza, per prevenire le minacce” lascia comunque aperto un mondo di perplessità: non c’è infatti modo di sapere come avvenga la raccolta e la conservazione di quei dati, non se ne conosce il reale utilizzo e, soprattutto, non è dato sapere da chi e con quali criteri sia definito il grado di severità delle minacce di cui ha parlato Zuckerberg.

Il GDPR è stato menzionato anche in questa audizione (a riprova della positiva considerazione che gli USA sembrano avere del nuovo Regolamento Europeo) quando a Zuckerberg sono state poste domande sulla possibilità che Facebook, anche per gli utenti d’oltreoceano, ne applicasse i principi. La risposta è stata inizialmente affermativa, ma quando in seguito sono stati chiesti maggiori dettagli le argomentazioni sono rimaste poco chiare.

Vedremo se tutti quei “vi farò sapere” avranno un seguito.

 
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Pubblicato da su 11 aprile 2018 in news, social network

 

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Il telefono cellulare compie 45 anni. Grazie, Star Trek!

La data del 3 aprile 1973 è storica, perché in quel giorno è avvenuta la prima chiamata da un telefono portatile. l’apparecchio era il prototipo Motorola DynaTac (Dynamic Adaptive Total Area Coverage), maneggevole, ma non paragonabile ai successivi telefonini: era più ingombrante di un walkie-talkie, non aveva un display, pesava oltre un kg e poteva contare su un’autonomia di 35 minuti, ottenuti con una ricarica di circa 10 ore. L’esordio commerciale è però avvenuto 10 anni dopo con il DynaTac 8000X.

Oggi quella Motorola pioniera dei microprocessori e della comunicazione mobile non esiste più: a livello societario, erede della storica azienda può essere considerata Motorola Solutions (che sviluppa tecnologie per le comunicazioni radio), mentre Motorola Mobility – sorta dal ramo d’azienda che si occupava di telefonia mobile – nel 2011 è stata venduta a Google che, nel 2014, l’ha venduta a sua volta a Lenovo.

Martin Cooper, uno dei “padri” della telefonia mobile e responsabile del progetto del primo DynaTac, raccontò di essere stato ispirato dalla serie Star Trek, in cui il capitano Kirk utilizzava il communicator, un dispositivo portatile per comunicare con l’equipaggio dell’Enterprise.

 
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Pubblicato da su 3 aprile 2018 in news

 

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Cercasi dati (su Facebook) per campagne pubblicitarie e politiche

Cambridge Analytica uses data to change audience behavior

Cambridge Analytica usa i dati per cambiare il comportamento dell’audience“, è l’azienda stessa a dichiararlo nella sua homepage, non meravigliamoci dell’accaduto.
Quell’azienda che – come è stato svelato da testate come New York Times e Guardian – ha raccolto in modo “disinvolto” i dati personali di oltre 50 milioni di utenti di Facebook, violandone le condizioni di utilizzo.

Per catturare quei dati è stato fatto uso anche di applicazioni – diffuse sul social network – con test di intelligenza, questionari sulla personalità, eccetera. Un altro buon motivo per stare alla larga da simili inutili stupidaggini e utilizzare i social network in modo meno superficiale e, possibilmente, cum grano salis… la colpa non è della Rete ficcanaso, ma degli utenti inconsapevoli che le consegnano la loro vita.

 
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Pubblicato da su 19 marzo 2018 in news

 

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Innovazione a basso livello di grammatica

Per il rilascio della carta d’identità elettronica, il cittadino – qualora il suo Comune sia abilitato al rilascio – deve prenotare un appuntamento presso l’ufficio anagrafe attraverso l’agenda predisposta nell’apposito sito web del Ministero dell’Interno. Selezionando il proprio Comune, il cittadino ha la possibilità di scorrere tale agenda – settimana per settimana – per individuare date e orari disponibili, fissare l’appuntamento e inserire i propri dati per la prenotazione. Ad un certo punto dell’iter, si imbatte in una schermata con queste indicazioni:

Qualora si ha l’esigenza di richiedere più carte di identità deve essere compilata necessariamente una prenotazione per ogni soggetto richiedente.

Chiaramente ritengo importante che finalmente la carta d’identità elettronica stia diventando realtà, ma l’innovazione non deve far perdere di vista il migliore utilizzo della lingua italiana. A meno che l’autore del testo non si chiami Petrarca o Boccaccio:

 
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Pubblicato da su 12 marzo 2018 in news

 

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Perché le fake news si diffondono più dei veri scoop

Krista Kennell / Stone / Catwalker / Shutterstock / The Atlantic

Perché le fake news si diffondono più rapidamente delle notizie vere? Perché ci piacciono “notizie inedite” o, in altri termini, cose nuove. Questa risposta che sembra basata sulle dinamiche della psicologia umana viene da un’analisi condotta su Twitter, uno dei più efficaci veicoli delle bufale, nell’ambito di una ricerca del MIT (Massachusetts Institute of Technology) che ha analizzato 126mila cascade (flussi di conversazioni) pubblicate tra il 2006 e il 2017 con oltre 4,5 milioni di retweet. Gli argomenti dei tweet che si propagano con maggiore facilità e rapidità sono la politica, le leggende metropolitane, gli affari, il terrorismo, la scienza, l’intrattenimento, le calamità naturali. E’ stato rilevato che le “bufale” hanno il 70% di probabilità in più di essere ritwittate e si diffondono sei volte più velocemente delle notizie vere.

Secondo le conclusioni a cui sono giunti gli autori di questa ricerca, sui social network, le persone che ottengono più facilmente attenzione sono coloro che per prime condividono informazioni precedentemente sconosciute – anche se probabilmente false – e chi condivide informazioni nuove è visto come più informato di altri, quindi conquista autorevolezza (anche se non supportata da reale attendibilità). Le fake news per loro natura sono caratterizzate da contenuti inediti (quando sono note è perché sono già state smascherate) e, dal momento che le persone tentano di catturare l’attenzione altrui per riscuotere like e retweet (che sono il “premio” di chi utilizza i social network alla ricerca di visibilità e popolarità), il loro sforzo nel diffonderle fa sì che si propaghino rapidamente.

Più o meno come avviene con uno scoop, inteso come “colpo giornalistico, cioè notizia sensazionale che un giornalista riesce ad avere e un giornale a pubblicare in esclusiva precedendo la concorrenza”. Ma in confronto allo scoop, la bufala riscuote maggiore successo perché intercetta i sentimenti del pubblico, assecondandoli. In altre parole, e generalizzando: molte persone diffondono le notizie che danno ragione alle loro aspettative e sono portate a non verificarle, perché intimamente hanno la certezza che siano vere. D’altronde, non esiste sicurezza migliore di quella che ci dà il nostro cuore.

 
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Pubblicato da su 10 marzo 2018 in news

 

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News: la scheda elettorale avrà il tagliando antifrode

Forse non tutti sanno che domenica prossima presso i seggi elettorali debutterà il tagliando antifrode, novità prevista dal Rosatellum (Legge 165/2017) allo scopo di impedire il “voto di scambio” con l’utilizzo di schede già votate. Come spiega il tutorial pubblicato dal Ministero dell’Interno, l’elettore che si presenta al seggio riceve una scheda con un codice alfanumerico univoco, riportato su un tagliando allegato alla scheda. Il codice deve essere annotato sul registro prima dell’operazione di voto. Uscito dalla cabina, l’elettore deve consegnare la matita e la scheda elettorale opportunamente chiusa (piegata) al presidente di seggio, al quale spetta il compito di staccare il tagliando dalla scheda per procedere al confronto del codice con quello annotato sul registro. Verificata la corrispondenza del codice, è il presidente a inserire la scheda nell’urna, come indicato dall’articolo 58 della legge 361/1957, aggiornato appunto con quanto previsto dal Rosatellum:

L’elettore consegna al presidente la scheda chiusa e la matita. Il presidente constata la chiusura della scheda e, ove questa non sia chiusa, invita l’elettore a chiuderla, facendolo rientrare in cabina; ne verifica l’identita’ esaminando la firma e il bollo, e confrontando il numero scritto sull’appendice con quello scritto sulla lista; ne distacca l’appendice seguendo la linea tratteggiata, stacca il tagliando antifrode dalla scheda, controlla che il numero progressivo sia lo stesso annotato prima della consegna e, successivamente, pone la scheda senza tagliando nell’urna.

Il presidente deve accertare che la scheda sia chiusa per non compromettere l’anonimato del voto: da quando l’elettore esce dalla cabina a quando la scheda elettorale viene inserita nell’urna, infatti, il voto è riconducibile all’elettore che lo ha espresso. È quindi importante che l’elettore non stacchi il tagliando, altrimenti altererebbe la scheda, e che non inserisca la scheda nell’urna.

Sicuramente i nuovi piccoli step aggiunti alle operazioni di voto richiedono attenzione e non mancheranno di suscitare perplessità più o meno giustificate: annotare il numero della scheda sul registro, staccare il tagliando, verificare che il codice stampigliato corrisponda all’annotazione, conservare il tagliando insieme agli altri (avendo eventualmente cura di non creare correnti d’aria impreviste che potrebbero farli svolazzare via) sono fasi che andranno ad allungare l’iter di voto perché dovranno essere attuate per ogni scheda restituita dagli elettori. Queste considerazioni non valgono per la scheda relativa alle elezioni regionali, per cui non è previsto tagliando.

Rimarrà deluso chi – in Lombardia – sperava di tornare ai seggi con il voto elettronico, tuttora non previsto dalla Legge Italiana per le elezioni politiche e amministrative: era stato introdotto in occasione del referendum sulle autonomie, ma si trattava di una consultazione pubblica non disciplinata da tutte le normative previste per un’operazione elettorale. Non dimentichiamo in ogni caso che, ad oggi, non esiste procedura di voto elettronico che possa garantire i requisiti fondamentali di anonimato e sicurezza (per eventuali approfondimenti vi rimando ai contenuti del podcast di una puntata di 2024, in cui Enrico Pagliarini ne ha parlato diffusamente con Matteo Flora).

Il tutorial del Ministero dell’Interno:

 
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Pubblicato da su 26 febbraio 2018 in news

 

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Basta un tweet di Kylie Jenner per far afflosciare le azioni di Snapchat

Cos’è un tweet, in fondo, se non un pensiero espresso in libertà? Tuttavia, se a pubblicarlo è Kylie Jenner dal suo account da 24,5 milioni di follower, la libertà di pensiero può avere impensabili conseguenze. Lo ha scoperto – letteralmente a proprie spese – Snapchat, che mercoledì scorso la Jenner ha citato in un messaggino in cui ha praticamente dichiarato di non utilizzarlo più. Uno potrebbe pensare “e chi se ne frega…”, ma guardate com’è andata in borsa alle azioni della società Snap Inc. a partire dal mattino dopo:

Quel giorno hanno chiuso con una perdita del 6%, avvicinandosi alla quotazione di 17 dollari, il valore del loro ingresso nel mercato azionario.

Ora uno potrebbe legittimamente chiedersi perché il messaggino di una ventenne può far bruciare in poche ore 1,3 miliardi di dollari ad una società quotata in borsa. E io condividerei questa perplessità, se non stessimo parlando del servizio di un social network talmente effimero da far durare i contenuti condivisi solamente 24 ore, che ha fondato la propria fortuna intrufolandosi tra gli strumenti di marketing ed è per sua natura legato alle mode tecnologiche del momento. Proprio per questo, anzi, è più che ovvio che un tweet di una influencer possa avere ricadute importanti. Già il trend delle azioni Snap Inc non era confortante, per via dello scarso gradimento del recente restyling dell’app. Il tweet di Kylie Jenner ha avuto l’effetto di un colpo di accetta.

Forse dovremmo riflettere sul fatto che una ventenne, per un pensiero, uno starnuto o una scoreggina, per via della sua vita sempre sotto i riflettori ha il potere di influenzare l’andamento di un titolo azionario. Certo, non si parla di quote di capitale di un’importante e strategica azienda industriale, ma di un più leggero servizio social, ma 1,3 miliardi di dollari non sono bruscolini.

Comunque Kylie Jenner per dirlo ha utilizzato Twitter. Quindi Twitter potrebbe essere considerato cool. Almeno per ora.

 

 
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Pubblicato da su 23 febbraio 2018 in social network

 

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Una rapida occhiata al mercato degli smartphone

Questa è la classifica mondiale – in migliaia di unità – delle vendite di smartphone suddivise per produttore nel 2017. La leadership di Samsung è evidente, seppur in flessione. Quella che segue – sempre espressa in migliaia di unità – è invece la stessa classifica suddivisa per sistema operativo. Qui spicca il primato di Android.

Poi non dite di non sapere quanta gente è nelle mani di Google (che di Android è il papà).

 
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Pubblicato da su 23 febbraio 2018 in telefonia

 

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Minori, Internet e privacy cum grano salis

Nell’era delle illusorie e superficiali convinzioni che su Internet “tutto è accessibile, libero e gratuito” e chi non ha nulla da nascondere “può pubblicare ciò che gli pare”, in vista della prossima entrata in vigore del GDPR – il nuovo Regolamento europeo in materia di protezione dei dati personali –  è opportuno fare chiarezza su alcuni aspetti, in primo luogo per comprendere che in questo ambito esistono diritti e doveri per tutti: pensare infatti che la questione “privacy” riguardi solamente i doveri delle aziende che trattano dati e i diritti degli utenti, senza pensare che anche per questi ultimi esistano dei doveri, significa avere una visione limitata dell’argomento, soprattutto in un contesto di utilizzo di servizi Internet da parte degli utenti di minore età, con particolare riguardo a social network, servizi di messaggistica e di condivisione di contenuti.

Le condizioni di servizio di molte piattaforme (cito ad esempio non esaustivo Facebook, Snapchat, Instagram, WhatsApp, Youtube, Ask.fm, Musical.ly) attualmente permettono l’iscrizione a minori con età di almeno 13 anni, che nel caso di Musical.ly devono comunque essere autorizzati da un genitore o tutore. Fa eccezione al momento ThisCrush, che prevede un’età minima di 18 anni (in caso di età inferiore, l’account deve essere creato e supervisionato dal genitore/tutore). Il limite dei 13 anni deriva dall’origine di questi servizi, nati prevalentemente negli USA, in cui vige il “COPPA” (Children’s Online Privacy Protection Act), una legge federale che vieta alle aziende private la raccolta di dati e informazioni personali a persone di età inferiore ai 13 anni e impone il consenso all’utilizzo di un servizio da parte di chi esercita la patria potestà.

Perché inizialmente ho citato il nuovo Regolamento Europeo? Perché in questo contesto la nuova norma – che entrerà in vigore il 25 maggio 2018, quindi tra quattro mesi – prevede un principio molto chiaro che consiste nell’età di 16 anni come limite minimo per l’iscrizione a servizi offerti dalla società dell’informazione, vale a dire social network e servizi di messaggistica, a meno che genitori o tutori non manifestino il consenso all’iscrizione di soggetti di età minore (ma comunque non inferiore ai 13 anni). Quindi, laddove non arrivasse il buon senso – quel buon senso che dovrebbe spingere ogni genitore alla consapevolezza di ciò che fanno i figli di cui sono responsabili – arriva una legge per ricordare ai genitori di interessarsi e occuparsi responsabilmente anche dell’attività svolta online dai propri figli (dal momento che ciò che fanno offline, cioè nel cosiddetto “mondo reale”, è oggettivamente e indiscutibilmente di loro interesse e responsabilità).

Il nuovo Regolamento lascia facoltà agli Stati UE di abbassare il vincolo di età (anche in questo caso comunque non sotto i 13 anni). In assenza di provvedimenti specifici da parte dei singoli Stati, per gli utenti tra i 13 e i 16 anni di età l’iscrizione a social network e servizi di messaggistica dovrà dunque essere subordinata al consenso di genitori o tutori, che saranno quindi chiamati non solo ad esercitare una ragionevole supervisione, ma anche a rispondere di eventuali condotte non adeguate, un’attenzione quantomai opportuna in un’epoca caratterizzata da fenomeni come il cyberbullismo (variante online del bullismo, ma da deprecare senza attenuanti, avendo anzi l’aggravante della possibilità, per il bullo, di agire dietro uno schermo e non de visu), che saranno gestiti dal Garante della Privacy a cui potranno pervenire segnalazioni dirette, come stabilito dalla legge 71/2017, in cui sono inoltre previste misure di prevenzione ed educazione nelle scuole.

Non va inoltre dimenticato che i minori, talvolta, devono essere tutelati anche dalle azioni compiute dagli stessi genitori, quando ad esempio pubblicano sui social network certe loro immagini (magari in situazioni o pose imbarazzanti) o scrivono in modo esageratamente dettagliato racconti di episodi o avvenimenti famigliari, generando delle vere e proprie interferenze nella loro vita privata. Da alcune foto si possono ottenere dati personali e sensibili: nomi, indirizzi, abitudini, hobby e altre informazioni che possono rendere rintracciabili i soggetti ritratti. Spesso si tratta di superficialità e sottovalutazione di un problema che può avere risvolti ampiamente inaspettati. Sto parlando naturalmente di chi pubblica contenuti senza alcun tipo di precauzione nella scelta di cosa condividere o nei confronti del pubblico che potrebbe vederle, abitudine che può derivare da moti di vanità e orgoglio che in molti casi sarebbe opportuno reprimere: i rischi vanno dall’utilizzo indebito delle immagini altrui (con derive sgradevoli) fino al grooming (l’adescamento effettuato su Internet). E non si tratta certo di un’esagerazione, ne’ di una questione di lana caprina, se un giudice è arrivato al punto di stabilire la necessità del consenso di entrambi i genitori in casi come questo, in cui sono state rilevate violazioni a numerose leggi (art. 10 del Codice Civile, artt 4,7,8 e 145 del Codice della Privacy, gli artt. 1 e 16, I comma, della Convenzione di New York sui diritti del fanciullo, che l’Italia ha ratificato con la Legge 176/1991).

La consapevolezza delle possibili conseguenze e implicazioni delle azioni compiute da genitori e figli (in rete e fuori) non deve mai mancare.

 

 
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Pubblicato da su 25 gennaio 2018 in news, privacy

 

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Amazon Go, la soluzione ideale per “far girare l’economia”

Il nuovo convenience store Amazon Go aperto a Seattle sulla Settima Strada ha il suo punto di forza nell’assenza delle casse e nell’utilizzo avanzato della tecnologia. Il funzionamento dal punto di vista del cliente è molto semplice: entra, preleva i prodotti scelti, li ripone in caso di errore o ripensamento e, una volta completato il suo percorso nel punto vendita, può uscire liberamente.

Presupposti: essere titolare di un account Amazon e aver installato l’apposita app sullo smartphone. Entrando in negozio, si prende lo smartphone e lo si posa sui tornelli di controllo (senza app non si può entrare). Dal quel momento può avere inizio la spesa e ogni articolo prelevato viene automaticamente inserito in un carrello virtuale. A fine spesa la app presenta il conto, addebitato sull’account del cliente.

La medaglia ha due facce: quella positiva è data dal carrello virtuale che si aggiorna ogni volta che si prende un prodotto, quindi si può mantenere il controllo della spesa in tempo reale. La faccia negativa è costituita dal rischio opposto, quello di perdere il controllo della spesa: se si ha fretta e non si tiene d’occhio il carrello virtuale, nemmeno dopo l’uscita, il cliente non si rende conto dell’ammontare che gli verrà addebitato. Già il pagamento differito con carta di credito attenua la percezione della spesa, se viene meno addirittura l’operazione fisica del pagamento, la percezione rischia praticamente di annullarsi.

Come sempre, il consumatore accorto saprà come sfruttare al meglio questa possibilità, mentre chi farà acquisti con superficialità… ne farà le spese, letteralmente. Ma aiutando a far girare l’economia! 😉

 
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Pubblicato da su 25 gennaio 2018 in news

 

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Offerte incredibili. Appunto

È davvero incredibile che ancora oggi Vodafone si ricordi di me, sette anni dopo aver migrato ad un altro operatore mobile uno dei miei numeri telefonici. Incredibile che si ricordi di me, che mi rivoglia indietro – come il padre misericordioso della parabola del figliol prodigo – e che, per riavermi, sia disposta a formularmi offerte sempre più vantaggiose! Ma non è ancora tutto: il giorno dopo la scadenza di un’offerta speciale (ma quanto sono stato sprovveduto a non acchiapparla subito?), me la ripropone – solo per me – raddoppiando addirittura i Giga! A questo punto, se continuo a fare il prezioso ancora per un po’ di tempo, andrà a finire che mi pagherà pur di riavermi!?

Questo è quello che potrei pensare se fossi un utente ingenuo e sprovveduto. Tra le righe degli sms che descrivono queste offerte “speciali” si legge una realtà ben diversa, di un mercato che è peggio di una giungla e che per spregiudicatezza fa a gara sia con il mercato degli pneumatici – non ci meravigliamo più se un gommista ci pratica uno sconto minimo del 55% sul prezzo di listino di quattro gomme nuove – che con quello dei divani di Poltronesofà, che in questo periodo pubblicizza i suoi “doppi saldi” su tutta la collezione, mentre per tutto l’anno formula offerte promozionali “valide fino a domenica”.

Naturalmente, quanto a pelo sullo stomaco, vincono le compagnie telefoniche (io sto citando Vodafone solo per esperienza personale, ma potrebbe trattarsi di un altro operatore) che si permettono di proporre “modifiche contrattuali unilaterali” senza chiedere nemmeno un parere alle Authority competenti, pur muovendosi in un mercato regolamentato. In questo caso specifico, da tempo viene applicato il famigerato periodo di fatturazione di 28 giorni, che ha sollevato prima polemiche e poi provvedimenti sanzionatori nei confronti delle compagnie telefoniche, per mancanza di trasparenza verso i consumatori e per sopraggiunta illegittimità. Ma proprio a proposito di Vodafone, il ritorno della fatturazione mensile è stato annunciato lo scorso ottobre, come si legge in fondo a questa intervista concessa dall’amministratore delegato Aldo Bisio al Corriere:

“Abbiamo dunque deciso che ritorneremo al ciclo di fatturazione precedente (…) e lo faremo rapidamente”

L’illegittimità del periodo di fatturazione di 28 giorni è arrivata due settimane dopo queste parole, a metà novembre, attraverso un emendamento al decreto legge fiscale, che ha dato alle compagnie telefoniche 120 giorni di tempo per adeguarsi. Sono passati “solo” due mesi e le offerte promozionali che riceviamo, io e altri utenti, parlano ancora di canoni addebitati “ogni quattro settimane”, pertanto la frase “lo faremo rapidamente” sembra in realtà sovrapporsi ai quattro mesi concessi dal provvedimento di novembre, anziché essere un’iniziativa aziendale.

Se e quando si applicherà nuovamente la fatturazione mensile, nessuno potrà comunque cantare vittoria: fatturare ogni 28 giorni significa riscuotere tredici canoni annuali. Tornare a dodici mensilità fatturabili significa rinunciare a quel +8,6% di ricavi che le compagnie telefoniche avevano ottenuto ed è verosimile prevedere, in seguito, nuove rimodulazioni tariffarie che, ça va sans dire, ritoccheranno al rialzo i costi sostenuti dagli utenti.

AGGIORNAMENTO: Nel sito web aziendale – sezione Vodafone Informa – l’azienda ha annunciato l’atteso ritorno della fatturazione mensile (dal 28 marzo per i clienti con ricaricabile prepagata, dal 5 aprile per gli abbonamenti di telefonia fissa e mobile). Come volevasi dimostrare, la sostanza non cambia:

Il numero dei cicli di fatturazione si riduce da 13 a 12 e di conseguenza l’importo mensile delle offerte aumenterà dell’8,6%. Per avere maggiori informazioni puoi contattare il 42590.

 
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Pubblicato da su 18 gennaio 2018 in cellulari & smartphone, news, telefonia, TLC

 

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Office365 in panne

Se siete utenti di Microsoft Office365 e questo pomeriggio avete riscontrato qualche piccolo problema, sappiate che non siete soli…

 
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Pubblicato da su 18 gennaio 2018 in news

 

Anno nuovo, abitudini vecchie

“Stai ricevendo questa email perché il tuo indirizzo è in forma pubblica nel web”

Al netto dell’infondatezza della giustficazione (l’indirizzo del destinatario che ha ricevuto quel messaggio non è pubblico), nel 2018 questo tipo di disinvoltura nell’utilizzo degli indirizzi mail altrui senza consenso è inaccettabile: secondo l’articolo 130 del Codice della Privacy – attualmente in vigore – non è possibile inviare mail pubblicitarie senza il preventivo consenso del destinatario interessato. Il mittente dovrà renderne conto al Garante della Privacy, a cui è stato debitamente segnalato.

La segnalazione è più efficace di quanto non possiate pensare… se vi imbattete in abusi simili, segnalate a 

 
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Pubblicato da su 8 gennaio 2018 in news

 

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Violata una chat segreta, le foto in rete. “Opera di hacker”? Ma de che?

Sarebbe ora che lo smartphone venisse utilizzato con consapevolezza dagli utenti di tutte le età:

Protagoniste e vittime sono una sessantina di liceali di Modena e Reggio Emilia, come racconta Qn/Il Resto del Carlino. La vicenda nasce in estate quando le minorenni decidono di creare con l’App per smartphone un contenitore segreto di immagini, dove si ritraggono nude. Ma il contenuto della chat “segreta” ha cominciato a circolare nei giorni scorsi tra i liceali modenesi. Le 60 protagoniste hanno scoperto che tutto il materiale, foto e video, era finito sul web. Hanno puntato il dito contro il fidanzato di una, il quale ha ammesso di aver scaricato le immagini, salvandole sul pc, ma giurando di non averle mai messe in rete, dando la colpa all’opera di hacker.

Al di là della non ottima idea di utilizzare – come “contenitore segreto” – una chat su WhatsApp in un contesto allargato ad una sessantina di ragazze, il primo aspetto di cui è fondamentale essere consapevoli è che è sempre la persona – e non la tecnologia – ad avere la responsabilità di fatti come quello descritto. In questa vicenda – stando a quanto si legge sul Resto del Carlino – all’estrema superficialità e leggerezza con cui le dirette interessate hanno trattato la propria immagine e le proprie immagini (dati personali e sensibili, in quanto intimi), si aggiunge il tradimento dell’implicito patto di segretezza da parte di qualcuno che ha pensato bene di raccogliere e catalogare le immagini, per poi agevolarne (forse inconsapevolmente) la diffusione via Internet. Dare la colpa “all’opera di hacker” è un puerile e patetico tentativo di mascherare superficialità e mancanza di rispetto (per non parlare di altre ben più ponderose questioni, legate alla conservazione abusiva di quelle che qui chiameremo “immagini intime” di sessanta liceali, ma che in altri ambienti, a seconda dell’età del soggetto ritratto, prendono il nome di “foto pedopornografiche”).

Nel paragrafo precedente ho scritto due volte “superficialità”, una volta “leggerezza” e “mancanza di rispetto”. Sono elementi ricorrenti in fenomeni come questo, che nascono piccoli e presto diventano più grandi dei loro protagonisti e ci devono far riflettere sul rapporto tra giovani e nuove tecnologie, o meglio sull’enorme necessità di alfabetizzazione digitale dei nostri ragazzi, che sono espertissimi nell’uso delle funzionalità offerte da Internet, smartphone e altri dispositivi digitali, ma ignorano completamente ogni aspetto di rischio conseguente alle loro azioni. Esiste inoltre un altro aspetto di cui c’è scarsissima consapevolezza: uno smartphone è legato ad un’utenza telefonica e una sim card può essere intestata anche ad un minore, ma genitori e tutori devono sapere che uso si fa di quell’utenza telefonica, perché il titolare è il minore di cui sono responsabili, pertanto i ragazzi non possono rivendicare alcun diritto alla privacy nei loro confronti.

A corollario di tutto quanto detto sopra: in rete e nel mondo esistono molti pedofili e pazzi. Non è la loro esistenza a doverci far desistere dal compiere certe azioni (come condividere foto intime in un gruppo di WhatsApp): ancor prima dovremmo ascoltare la voce del nostro cervello, quando ci chiede “Ehi aspetta, a cosa ca**o ti serve che tu condivida quel tipo di foto su WhatsApp?”. Per rimettersi in bolla basterebbe dare il giusto peso alla risposta. Poi, liberi tutti di fare tutto ciò che si vuole, ci mancherebbe solo che qualcuno si senta inibito a fare ciò che davvero ritiene importante. Ma solo con tutta la dovuta consapevolezza.

 
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Pubblicato da su 8 novembre 2017 in cellulari & smartphone

 

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Digitale terrestre, nuovo switch-off (e nuove tv) per il 2022?

Italia, 2012: il 4 luglio cessano definitivamente le trasmissioni terrestri della televisione analogica, la prima tecnologia di trasmissione utilizzata nel mondo (dal 1928 negli USA, dal 1954 nel nostro Paese con le prime trasmissioni regolari). Da quel giorno la TV terrestre ricevibile da antenna è fruibile solo con la tecnologia digitale DVB-T, dopo una transizione iniziata tecnicamente nel 2006 e formalmente nel 2004 (con la famosa Legge 112/2004, nota anche come Legge Gasparri).

Italia, 2022: il 30 giugno cesseranno definitivamente le trasmissioni DVB-T, al termine di una transizione iniziata nel gennaio 2020. Il nuovo switch-off è previsto nel testo della Finanziaria 2018 che, nel lungo art. 89, indica le varie fasi del passaggio alla nuova tecnologia DVB-T2.

Dal titolo dell’art. 89 – “Uso efficiente dello spettro e transizione alla tecnologia 5G” – emerge il motivo dello swicth-off, che cerco di riassumere: una normativa europea ha stabilito che la banda dei 700MHz (tra 694MHz e 790MHz) dal 2020 debba essere destinata alla connettività su rete mobile, al 5G appunto. In questo momento, in Italia, per le trasmissioni tv digitali terrestri viene utilizzata anche la banda dei 700MHz. Se non potrà più essere utilizzata a quello scopo, ci saranno meno risorse utilizzabili in termini di frequenze, quindi i multiplex diminuiranno e per questo motivo lo spettro dovrà essere utilizzato in modo efficiente: i canali televisivi dovranno… stringersi un po’. e per questo sarà necessario cambiare tecnologia.

Lasciando perdere l’impatto (e i problemi) che questa novità porterà alle emittenti televisive, dal lato degli utenti una domanda nasce spontanea: saranno necessari nuovi decoder, nuovi televisori? Per molti italiani sì, almeno da ciò che si legge tra le righe di una nota del Ministero per lo Sviluppo Economico che – nel tentativo di tranquillizzarci – rivela qualcosa che la legge non dice:

Contrariamente a quanto emerso in alcuni articoli di stampa, la tecnologia T2-HEVC sarà introdotta solo nel 2022 quando nello switch off saranno coinvolte tutte le emittenti nazionali. Per quella data si prevede che il naturale ricambio dei televisori con le nuove tecnologie avviato con 5 anni e mezzo di anticipo sarà sufficiente a garantire la transizione senza particolari problemi per le famiglie.

Il codec e le tempistiche emergono ora, ma la necessità del cambiamento era nota: la legge prevede già che dal 2017 in Italia possano essere commercializzati solo televisori di nuova generazione con tecnologia DVB-T2 con codec HEVC, quindi il problema della compatibilità dell’apparecchio televisivo non si pone per chi deve acquistarne uno, o l’ha acquistato nel corso di quest’anno. Il mercato degli apparecchi televisivi prevede mediamente un ciclo di vita che va dagli otto ai dieci anni, mentre per il Ministero in pratica è di 5 anni e mezzo. Un articolo su DDAY.it spiega che, da stime attendibili, nel 2022 i televisori non idonei saranno almeno 10 milioni. Secondo quanto riportato dal Corriere delle Comunicazioni, invece, dal momento che in Italia si sostituiscono in media 5 milioni di televisori l’anno, per il 2022 gli apparecchi non compatibili dovrebbero ridursi ad una quota che potrebbe essere minoritaria, considerando un parco televisori “principali” di 30 milioni di apparecchi. In Italia, però, i televisori attivi sono almeno 45 milioni, cifra che – lasciando invariato il turnover indicato – rende verosimile la stima indicativa di 10 milioni di tv che risulteranno “forzatamente” obsoleti al momento dello switch-off. 

Certo, non sono escluse proroghe e slittamenti (come per lo switch-off precedente), ma anche in questo caso l’avvicendamento tecnologico ci sarà e il Ministero, assicurando di aver previsto il costante monitoraggio della diffusione dei televisori di nuova generazione, ha definito gli incentivi destinati a questa operazione: 25 milioni di euro all’anno, dal 2019 al 2022 (non è molto).

Tutte queste considerazioni non tengono ovviamente conto dello sviluppo che avrà in parallelo il mercato della TV diffusa via Internet, verosimilmente non ancora capillare per l’orizzonte fissato al 2022, ma auspicabilmente in crescita e comunque già oggi “pericoloso” per la tv digitale satellitare.

 
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Pubblicato da su 3 novembre 2017 in Tv & WebTV

 

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