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Apple e Google multate. Cambierà qualcosa?

10 milioni di euro per Apple e altrettanti per Google “per uso dei dati degli utenti a fini commerciali”: due multine, per un totale di 20 milioni, decise in seguito a due istruttorie parallele che hanno portato l’AntitrustAutorità Garante della Concorrenza e del Mercato – a colpire i due gruppi con la massima sanzione possibile dopo aver accertato, per ognuno, due violazioni del Codice del Consumo: una per “carenze informative” e un’altra per “pratiche aggressive legate all’acquisizione e all’utilizzo dei dati dei consumatori a fini commerciali”. Multine, dicevo, e più avanti vi spiegherò perché.

Le carenze informative riguardano l’uso dei dati personali degli utenti:

  • è noto che per usufruire dei servizi offerti da Google è necessario sottoscrivere un account (e questo avviene ad esempio per tutti coloro che attivano uno smartphone Android): sia in fase di creazione dell’account, che nell’utilizzo degli stessi servizi, l’azienda non trasmette all’utente informazioni importanti per consentirgli di essere consapevole del fatto che i suoi dati personali vengano raccolti e utilizzati con finalità commerciali;
  • analogamente anche Apple, tanto in occasione della creazione dell’ID Apple, quanto mentre l’utente accede a servizi come App Store, iTunes Store e Apple Books, non informa l’utente in modo chiaro e immediato della raccolta di dati e relativo utilizzo con finalità commerciali, premurandosi però di evidenziare che le informazioni ottenute servono a “migliorare l’esperienza del consumatore e la fruizione dei servizi”.

La pratica “aggressiva” viene applicata da Google fin dalla creazione dell’account, per il quale l’azienda prevede per default (cioè in modalità predefinita) che l’utente acconsenta al trasferimento e/o all’utilizzo dei propri dati per fini commerciali. Questa accettazione iniziale permette a Google di acquisire e utilizzare i dati senza la richiesta di conferme successive. Apple invece applica la pratica aggressiva nell’ambito delle attività promozionali, in cui è prevista l’acquisizione del consenso all’uso dei dati degli utenti a fini commerciali senza dare all’utente consumatore la possibilità di scegliere preventivamente se e in che condividere i propri dati. In entrambe le situazioni l’utente cede informazioni personali senza averne la necessaria consapevolezza.

Inutile dire che sia Apple che Google, non essendo disposte ad accettare queste sanzioni, hanno dichiarato di voler presentare ricorso, ritenendosi nel giusto. Ma pensando a quanto fatturano queste due aziende, quanto possono rimanere anche solamente “impensierite” per aver ricevuto, ognuna, una sanzione di 10 milioni di euro? L’importo rappresenta una cifra minima, se rapportata al loro fatturato. Potrebbe essere tranquillamente messa a bilancio come voce relativa alle spese da sostenere per l’ampliamento dei propri database.

Utile però concludere – almeno, lo penso io – che l’accertata acquisizione di dati senza la necessaria consapevolezza dimostra quanto queste due aziende (e non solo loro, basti pensare ai social network) siano in grado di schedare e tracciare gli utenti in modo molto capillare ed efficace. Più di qualunque soluzione complottisticamente ritenuta pericolosa perché presuntamente destinata a tracciare la cittadinanza. Capire a che scopo, poi, è sempre difficile.

 
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Pubblicato da su 26 novembre 2021 in news

 

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Certificati anagrafici: dobbiamo ancora stamparli?

Ottima mossa, quella di scegliere come testimonial il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella per l’annuncio della nuova piattaforma informatica che consente ai cittadini di ottenere i certificati anagrafici senza il pagamento di competenze o marche da bollo. E indubbiamente l’attivazione online dell’Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente (ANPR) rappresenta una tappa importante nel percorso verso la vera digitalizzazione della pubblica amministrazione e dei servizi per la collettività. L’importante è che non si tratti solo di un’inversione di ruolo per quanto riguarda chi stampa il certificato, perché finché qualcuno avrà ancora bisogno del “pezzo di carta stampato”, il traguardo della vera digitalizzazione non sarà raggiunto.

Andando con ordine: da oggi, lunedì 15 novembre, è possibile ottenere dal sito anagrafenazionale.gov.it – in modo gratuito e autonomo – pressoché tutti i certificati che fino alla scorsa settimana erano ottenibili solamente presso l’ufficio anagrafe del proprio comune. Dal punto di vista del cittadino si tratta già di un cambio di passo considerevole perché non deve più recarsi presso gli uffici del municipio, non ci saranno più attese né orari di sportello da rispettare (talvolta con la necessità di chiedere ferie o permessi al datore di lavoro). L’importante è che il cittadino sia dotato di SPID (Sistema Pubblico di Identità Digitale) il sistema di identificazione e di autenticazione digitale utile all’accesso a molti servizi pubblici, oppure di CIE (Carta di Identità Elettronica) o di CNS (Carta Nazionale dei Servizi), la tessera sanitaria che abbiamo tutti insomma, che però va abilitata e utilizzata con un apposito lettore da collegare al computer. Il certificato può anche essere richiesto per un componente del nucleo famigliare.

Osservando il sistema dall’alto, sarebbe molto importante raggiungere il traguardo dell’inutilità della stampa del certificato: vedere il Presidente Mattarella stampare e prendere in mano il suo certificato numero uno mi ha fatto piacere, perché in pochi secondi ha trasmesso il messaggio di un servizio attivo e facilmente fruibile a tutti i cittadini (purché dotati di connettività e di CIE o SPID, va ricordato), ma nel contempo penso al fatto che si tratta di un documento nato digitale con un proprio QR Code univoco e per il quale la necessità di stamparlo dovrebbe essere superata, dal momento che è già possibile mantenerlo digitale, scaricandolo o ricevendolo via e-mail e, di conseguenza, è altrettanto possibile ritrasmetterlo via e-mail o caricarlo in un sito web, per non parlare del fatto che – grazie a questo sistema digitalizzato – le informazioni anagrafiche potrebbero essere ottenute direttamente e immediatamente dalle Pubbliche Amministrazioni che le dovessero richiedere. Mi aspetterei inoltre, a breve, di poter accedere a questa stessa piattaforma attraverso i servizi disponibili sulla app IO (attraverso la quale, a proposito di certificati anagrafici, il mio comune di residenza al momento offre solo il pagamento dei diritti di segreteria).

Sicuramente ci arriveremo a breve, o almeno è auspicabile. Tornando allo stato attuale: che certificati si possono ottenere? Quelli normalmente ottenibili presso l’ufficio anagrafe: nascita, matrimonio, residenza, cittadinanza, esistenza in vita, stato di famiglia, stato civile, di residenza in convivenza, di stato di famiglia con rapporti di parentela, di stato libero, di unione civile e di contratto di convivenza. La disponibilità dipende dal profilo del cittadino e dai suoi dati registrati presso l’anagrafe del proprio comune, pertanto se un cittadino non è in una determinata condizione non potrà ottenere il certificato corrispondente a tale condizione (ad esempio un “coniugato” non avrà modo di richiedere un certificato di unione civile).

Nota dolente, ma anche questa auspicabilmente di breve – anzi brevissima – durata: all’appello dell’ANPR mancano ad oggi ancora 63 comuni italiani, i cui cittadini non potranno accedere alla nuova piattaforma finché il loro comune non avrà completato l’iter di adesione. L’elenco aggiornato è disponibile presso il sito web dell’anagrafe nazionale, ma per una ricerca più immediata basta digitare il nome di una località nel box “A che punto è il tuo comune?” alla pagina https://www.anagrafenazionale.interno.it/.

 
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Pubblicato da su 15 novembre 2021 in news

 

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Fake news: non punibile se non è credibile?

Ricordate la bufala dell’arresto di J-AX e Fedez per possesso di sostanze stupefacenti? La notizia – rivelatasi falsa – in poche ore fece il giro del web e per questo i due interessati sporsero denuncia per diffamazione nei confronti dell’autore. La Procura di Milano – è notizia delle scorse ore – ha chiesto l’archiviazione dell’inchiesta perché la diffusione di quella falsa notizia (segue citazione della motivazione) «si colloca nel contesto della disinformazione che spesso caratterizza l’ambito delle notizie dedicate al cosiddetto gossip con la spettacolarizzazione del pettegolezzo» e perché l’autore, notoriamente, non è credibile. E’ una buona notizia? No, non lo è per nessuno, nemmeno per il “non credibile” autore.

Breve riassunto della vicenda: la “cosa” fu pubblicata e diffusa mediante il sito Rollingstone.live, il cui nome e logo inducevano a identificarlo con l’edizione italiana di Rolling Stone, ma con la quale non aveva nulla da spartire. L’autore era Ermes Maiolica, nome ampiamente conosciuto nel mondo delle fake news, che aveva firmato quella pubblicazione come Pikkolo Angielo. A quale scopo? La spiegazione l’aveva data lui stesso proprio all’edizione legittima di Rolling Stones, lo scopo era lo stesso delle altre bufale: pubblicare notizie palesemente fasulle “per ridicolizzare quelle realistiche, per vaccinarci un po’ tutti contro il fenomeno delle fake news”. Chiaro? Probabilmente sì. Condivisibile? No, ma di questo – poco dopo – se ne è reso conto anche lo stesso Maiolica, che ha definito il suo articolo “un esperimento sociale fatto coi piedi”, come si legge in un articolo pubblicato da Open.

A oltre quattro anni di distanza da quell’episodio, il fenomeno delle fake news non si è affatto ridimensionato, direi anzi che si è mantenuto stabile e alimenta un business considerevole. Le proporzioni sono tali da aver indotto la Commissione Europea a pensare alla realizzazione di uno specifico Osservatorio (European Digital Media Observatory). Coloro che prima non cadevano nelle trappole della disinformazione, continuano a non cascarci perché sanno fare buon uso di quegli strumenti (culturali e personali) che già prima impedivano loro di abboccare, mentre chi ci credeva continua semplicemente a farlo ancora oggi. La presunta missione di “vaccinatore” (che molti hanno tentato di condurre in buona fede e con grandi speranze) non ha avuto successo e chi ha tentato di portarla avanti, creando notizie false ritenendole palesemente confutabili, non ha fatto i conti proprio con l’aspetto della credibilità e quello della viralità.

Prendendo l’esempio di questo specifico episodio, se un lettore viene raggiunto da una notizia pubblicata con il logo di una rivista conosciuta e di una certa autorevolezza nel settore, il primo fattore che spicca è l’ingannevolezza della presentazione che, così “confezionata”, supera i confini di quella satira che invece si può esprimere con elementi di differenza (ad esempio con una testata che avrebbe potuto presentarsi come FakingStone, oppure RollingFake). Certo, chi legge non dovrebbe limitarsi al titolo, ma approfondire. Ma non sono sicuramente poche le persone che, anche leggendo l’articolo, per buona fede o ingenuità non si renderanno conto che si tratta di una notizia falsa e quindi credere che sia vera.

Questi aspetti ci fanno capire quanto l’argomento sia dunque da trattare con una certa attenzione: questa vicenda si focalizza sull’interpretazione della non-credibilità dell’autore di una notizia e chi ritiene che il tema dell’informazione vada affrontato con serietà non può accettare che possa costituire un precedente, importante al punto da mettere in discussione un fenomeno così rilevante e trasversale. Ritengo inoltre che finora sia stato ampiamente sottovalutato un dato di fatto: le dinamiche dei social network sono un volano efficacissimo per rendere virale la diffusione di una notizia che, senza il loro supporto, rimarrebbe confinata ad un numero limitato di lettori.

Ermes Maiolica non è più autore di fake news “educative”, ora si occupa di spiegare le dinamiche della disinformazione nelle università in veste di docente di comunicazione a contratto e ha ricevuto un riconoscimento accademico dall’Università “La Sapienza” di Roma. Ma, come dicevo inizialmente, la richiesta di archiviazione non è ancora una buona notizia per lui: il magistrato ha precisato che, benché per l’atto la procura non intenda procedere a livello penale, rimane «il diritto al risarcimento del danno» con un’azione da proseguire in sede civile. Non resta quindi che i due interessati si convincano della sua buona fede e del genuino pentimento che ha espresso in più occasioni per ritirare ogni denuncia. In bocca al lupo!

 
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Pubblicato da su 8 novembre 2021 in news, truffe&bufale

 

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Da Facebook a Meta, c’è solo un nome in più

Nel 2015 i fondatori di Google hanno creato una holding chiamata Alphabet per gestire tutte le società e i servizi del gruppo. Nel 2021 – oggi – Mark Zuckerberg ha reso noto che Facebook, Instagram, Messenger e WhatsApp (insieme a tutti i servizi dello stesso gruppo come Quest VR, Horizon VR e così via) faranno capo a una nuova società chiamata Meta, un nome che – nelle intenzioni dichiarate del fondatore – rappresenterà “l’attenzione della società sulla costruzione del metaverso“.

Un nuovo nome non cambia la sostanza e l’evoluzione di tutto quanto è nato da (e intorno a) una versione digitale dell’annuario scolastico (tale era l’origine di Facebook). Soprattutto non cancella quanto è emerso dai Facebook Files e da vicende come il caso Cambridge Analytica. Rinominare la holding come Meta è un’operazione di lifting di facciata e non è un caso che, dopo l’annuncio, in borsa i titoli legati al gruppo di Zuckerberg abbiano iniziato a galoppare.

Effetti concreti di questa “novità”: ciò che fino a ieri veniva identificato come Galassia Facebook, gruppo Facebook, famiglia Facebook verrà riunito sotto un unico cappello, un nuovo “cognome” che potrebbe comparire anche nelle schermate di apertura delle app (al posto di “from Facebook”).

 
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Pubblicato da su 28 ottobre 2021 in news

 

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Green Pass tutti da rifare?

Risulta valido – agli occhi della app VerificaC19 – il QR Code corrispondente al Green Pass legato al nome di Adolf Hitler con data di nascita 01/01/1930, diffuso in rete nelle scorse ore. Al netto delle palesi incongruenze che questa “certificazione” può presentare – fra le quali quella di minore importanza è la data di nascita non attendibile – questa “validità” dimostra che qualcuno ha preso possesso delle chiavi private utili a generare Green Pass formalmente validi, portando alla luce un rilevante problema di sicurezza.

Raid Forums è la fonte in cui è comparso il primo QR Code “intestato” al Führer, con i dati di una vaccinazione somministrata in Francia in data 11/07/2021 con una dose del vaccino Janssen (Johnson & Johnson). E’ fuori discussione che si tratti di una contraffazione e nel forum un utente che si presenta come przedsiebiorca dichiara di poter realizzare – per 300 dollari – Green Pass rilevati come validi dalle app autorizzate a leggerne i QR Code.

Assodato che un normale cittadino europeo non può aver accesso al sistema in grado di generare i Green Pass, non è affatto detto che il pittoresco caso del certificato intestato ad Adolf Hitler sia un esempio isolato di un’iniziativa dimostrativa, tant’è che ne esistono varie versioni (anche con data di nascita 01/01/1900 ad esempio). E se la possibilità di emettere un Green Pass è in mani sbagliate – eventualità che nessuno ora può escludere – è verosimile pensare che esistano molti certificati fasulli, ma formalmente ritenuti validi dai sistemi abilitati a verificarli. Questo renderebbe necessario:

  • annullare la validità di tutti i certificati emessi con le chiavi finora utilizzate
  • cambiare le chiavi
  • riemettere con tali chiavi nuovi certificati per i cittadini già in legittimo possesso di un Green Pass (che in tal caso se lo vedranno revocare e sostituire)

Ovviamente, in parallelo a quel “cambiare le chiavi” è assolutamente necessario capire in che modo sia avvenuto l’utilizzo abusivo delle chiavi e adottare tutte le soluzioni per risolvere il problema e fare in modo che l’eventualità non si ripresenti.

Aggiornamento (28/10/2021): il QR Code legato al nome di Adolf Hitler ora non risulta più “valido”

 
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Pubblicato da su 27 ottobre 2021 in news

 

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Provaci ancora, Trump!

Dite la verità: non vedevate l’ora della presentazione di un nuovo social, esattamente come quando si aspetta con trepidazione di essere inseriti in un nuovo gruppo WhatsApp. Ma non sia mai detto che Donald Trump non è uomo di parola, lo aveva promesso e ora intende dimostrare al mondo di aver concretizzato il suo proposito, comunicando la realizzazione della sua nuova piattaforma, chiamata TRUTH Social. L’obiettivo? Che domande… “Opporsi alla tirannia delle società Big Tech” perché “viviamo in un mondo in cui i talebani hanno un’enorme presenza su Twitter” – da cui Trump è stato bandito, dopo l’assalto al congresso dello scorso gennaio, ndb – “ma il vostro presidente americano preferito è stato messo a tacere. Questo è inaccettabile”.

La roadmap del nuovo progetto è definita: sull’App store, la app è già disponibile alla prenotazione e dal prossimo novembre la piattaforma accoglierà i primi utenti su invito (a cui si può ambire iscrivendosi su http://www.truthsocial.com), per consentire a Trump di riaprire in chiave digitale il dialogo con i propri sostenitori interrotto in seguito alla sospensione forzata a cui l’ex presidente americano è stato costretto a causa del bando ricevuto dai principali social network e dopo un primo tentativo dai risultati non esaltanti rappresentato da quella “scrivania a forma di blog” chiusa dopo poche settimane).

Il social network, però, è il primo dei tre obiettivi prefissati. Al lancio di TRUTH seguiranno altre due iniziative, più profittevoli: l’offerta di un servizio di distribuzione contenuti video on-demand chiamato TMTG+ con intrattenimento, notizie e podcast, e la realizzazione di una piattaforma cloud che punta porsi in competizione con AWS-Amazon Web Services e Google Cloud.

Alle spalle di questi obiettivi c’è una verosimile volontà di The Donald di ripresentarsi alle prossime elezioni presidenziali con un adeguato supporto sia finanziario che mediatico, ruolo che in questo progetto sarà sostenuto dalla nuova società Trump Media and Technology Group, che nascerà dalla fusione tra l’attuale società di Trump e DWA – Digital World Acquisition Group, per la quale è già prevista la quotazione in borsa.

Informazione accessoria: l’attuale numero uno di DWA è Patrick F. Orlando, CEO della società Yunhong International, costituita nelle Isole Cayman ma con sede a Wuhan, in Cina (dati di Bloomberg).

 
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Pubblicato da su 21 ottobre 2021 in news

 

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La tossicità dei social, spiegata (da Facebook)

Qualche settimana fa il Wall Street Journal ha pubblicato un’inchiesta per illustrare lo studio che Facebook ha commissionato ad un gruppo di propri ricercatori riguardo all’impatto di Instagram sui giovani utenti, che ha portato alla luce effetti particolarmente dannosi soprattutto per le ragazze nell’età dell’adolescenza. L’inchiesta, però, fa parte di un corposo dossier chiamato Facebook Files, focalizzato su documenti aziendali riservati che si concentrano su varie tematiche, che riguardano – oltre l’effetto di Instagram sull’utenza più giovane – le modalità di trattamento di opinioni controverse, gli utilizzi fraudolenti e l’approccio al tema “Covid 19 + Vaccini”.

Facebook Inc. è pienamente consapevole che le sue piattaforme sono piene di difetti che possono causano danni, spesso in modi che solo l’azienda comprende pienamente. Questa è la conclusione centrale di una serie del Wall Street Journal, basata sull’analisi di documenti interni di Facebook, inclusi rapporti di ricerca, discussioni online dei dipendenti e bozze delle presentazioni al senior management.

In più occasioni, i documenti mostrano che i ricercatori di Facebook hanno identificato gli effetti negativi della piattaforma. Nonostante le udienze del Congresso, le sue stesse promesse e numerose dichiarazioni attraverso i media, l’azienda non ha risolto nulla. I documenti offrono forse il quadro più chiaro finora di quanto i problemi di Facebook siano ampiamente noti all’interno della società, persino allo stesso amministratore delegato.

(dall’introduzione dell’inchiesta “The Facebook Files”)

Fra le fonti del Journal – lo si è scoperto in questi giorni – c’è Frances Haugen, ingegnere informatico che ha lavorato per l’azienda di Mark Zuckerberg per un paio d’anni, per poi uscirne dopo aver constatato che la sicurezza e la serenità degli utenti sono sempre state messe in secondo piano, per favorire il profitto:

Sono entrata in Facebook nel 2019 perché qualcuno a me vicino è stato radicalizzato online. Mi sono sentita in dovere di assumere un ruolo attivo nella creazione di un Facebook migliore e meno tossico. Durante il mio periodo in Facebook, prima lavorando come lead product manager per la Civic Misinformation e poi per il Counter-Espionage, ho avuto la possibilità di osservare come Facebook abbia ripetutamente affrontato conflitti tra i propri profitti e la nostra sicurezza. Facebook ha sempre risolto questi conflitti in favore dei propri profitti. Il risultato è stato un sistema che amplifica la divisione, l’estremismo e la polarizzazione e mina le società di tutto il mondo. In alcuni casi, questo pericoloso discorso online ha portato alla violenza reale che danneggia e addirittura uccide le persone. In altri casi, la loro macchina di ottimizzazione del profitto sta generando autolesionismo e odio verso se stessi – specialmente per gruppi vulnerabili, come le ragazze adolescenti. Questi problemi sono stati confermati ripetutamente dalla ricerca interna di Facebook.

Lo studio condotto su Instagram negli ultimi tre anni ha effettivamente evidenziato aspetti di rilevanza socio-psicologica come l’ansia e la depressione di cui soffrono molte ragazze, a causa del confronto con l’aspetto fisico ostentato da altre utenti. Per avere un’idea di quanto è emerso dalla ricerca si può partire da un dato alquanto emblematico, riportato da una slide pubblicata nel marzo 2020 nella bacheca interna di Facebook: “Il trentadue per cento delle ragazze adolescenti hanno detto che, quando si sentivano male per il loro corpo, Instagram le faceva sentire peggio”. I risultati della ricerca sarebbero ben noti internamente a Facebook (che ha acquisito Instagram nel 2012 per rimettere le mani sul bacino d’utenza che stava perdendo), per la quale i giovani utenti rappresentano una base fondamentale per il suo fatturato, che ammonta in un anno a oltre 100 miliardi di dollari e proviene dal business delle inserzioni pubblicitarie. Gli utenti fino ai 22 anni di età rappresentano oltre il 40% del totale degli iscritti. Le problematiche più serie rilevate nella ricerca – osservano gli autori nelle proprie conclusioni – riguardano soprattutto Instagram, e non altri social media come TikTok o Snapchat ad esempio, perché si focalizza sullo stile di vita e sul corpo degli utenti, per cui spinge al confronto sociale, cioè a quanto una persona valuta il proprio “valore” e lo rapporta agli altri sul piano del successo, della ricchezza economica e dell’attrattiva.

E’ necessario riportare che, sempre secondo lo stesso studio, la maggior parte degli utenti in età adolescenziale utilizza Instagram come strumento di comunicazione tra amici o per l’intrattenimento personale e, in tal modo, gli effetti dannosi non vengono percepiti, o comunque vengono gestiti ed evitati. Tuttavia i numeri delle “vittime” di questo fenomeno del confronto sociale, da una ricerca condotta tra gli utenti di Stati Uniti e Gran Bretagna, emerge che oltre su Instagram oltre il 40% degli utenti che hanno dichiarato di sentirsi “poco attraenti” ha confidato che tale sensazione è scaturita dall’utilizzo dell’app, da cui però non si staccano per un senso di dipendenza, che si è accentuato durante i periodi di isolamento nell’emergenza sanitaria.

L’obiettivo aziendale è favorire la proliferazione di post, commenti e reazioni, indipendentemente dall’argomento. E con questo presupposto il sistema è stato messo in grado di apprendere quali temi suscitano reazioni contrariate da parte di un utente (sulle quali è più propenso ad esprimersi, scatenando ulteriori reazioni), rendendo ancor più facile il gioco a vari influencer. La dirigenza di Facebook, dovendo scegliere, anziché agire e trovare una soluzione in grado di smorzare i toni per placare gli animi ha preferito lasciare che gli utenti potessero (virtualmente) azzuffarsi tra loro a favore della “crescita delle conversazioni”.

Sul fronte legato a Covid 19 e relativi vaccini, invece, Facebook si è proposta quale strumento di supporto per aiutare gli utenti a trovare il più vicino centro vaccinale e fornire ulteriori informazioni con il Covid Information Center per Instagram e una serie di chatbot attivati su WhatsApp, come dichiarato nel comunicato pubblicato lo scorso marzo. Nell’algoritmo di presentazione di contenuti agli utenti sono state inserite istruzioni per limitare al massimo i post con invito a non sottoporsi a vaccinazione, regola che però è andata a scontrarsi con tute le indicazioni che nell’algoritmo devono favorire la diffusione e la proliferazione di commenti da parte degli utenti. Risultato: ogni post “pro-vax” otteneva (e ottiene) per reazione una valanga di commenti e post contrari alla vaccinazione, reazione che in realtà è stata prevista e ben nota ai vertici dell’azienda. Non solo: tutto questo ha vanificato l’efficacia dei filtri posti a contrasto della diffusione di bufale e fake news. Contromisure? Nessuna.

Ora, un po’ di buon senso: come ho osservato tempo fa, nell’utilizzo dei social network da parte degli utenti più giovani è assolutamente necessario non essere abbandonati dagli adulti, che anzi devono mantenere quella vicinanza e quel supporto che, con il tempo, permettono di cogliere le opportunità creative e di intrattenimento, ma soprattutto contribuiscono alla crescita e la maturazione della consapevolezza delle proprie azioni, così come dei rischi a cui i ragazzi vanno incontro isolandosi in quella sfera virtuale in cui sono inevitabilmente soli, anche quando si illudono di mantenersi in contatto (superficiale) con tantissime persone. Affidare uno smartphone o un tablet a un figlio deve essere una scelta consapevole di tutto ciò che questa responsabilità comporta e non può essere limitata alla spinta del confronto sociale (concetto che ritorna, qui in altro aspetto), quel confronto trasmesso dal “ce l’hanno anche gli altri”, men che meno dalla presunta necessità di dargli uno strumento di intrattenimento per “tenerlo tranquillo”. Sicuramente è più semplice dirlo che concretizzarlo, ma non bisogna mai demordere.

 
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Pubblicato da su 7 ottobre 2021 in news

 

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Social detox

La pausa di riflessione (ah no, è stato un black-out) delle piattaforme social e di messaggistica della “Famiglia Facebook” che ha avuto inizio dal pomeriggio di oggi (lunedì 4 ottobre) potrebbe rivelarsi provvidenziale per dare consapevolezza – almeno ad una certa fascia di utenti – che nel mondo c’è altro. Sicuramente questo incidente non ha impensierito gli irriducibili di TikTok, ma il silenzio totale che per sette ore ha colpito Facebook, WhatsApp, Messenger e Instagram ha fatto sogghignare i fan di altre piattaforme come Telegram e Signal.

Chi si ostina a sognare una transumanza di utenti verso queste app di comunicazione resterà però deluso, più o meno come chi pensa di convertire alla realtà chi abbocca alle fake news: la verità è che influencers e influenced legati ai canali Instagram e Facebook non hanno alcuna intenzione di mollare quella parte di mondo virtuale a cui sono particolarmente affezionati e anzi, come negli episodi precedenti, sono rimasti in trepidante e fiduciosa attesa di poter sfogare appena possibile la propria socialità digitale repressa. Senza rendersi conto che questi episodi di imprevista pace digitale sono ottime occasioni di disintossicazione e di riscoperta della socialità reale, con buona pace del Codacons che in precedenza ha già tentato di dare eccessiva importanza a questo tipo di disservizio.

Ma cos’è accaduto in questa giornata di Facebookdown, MessengerDown, InstagramDown e WhatsappDown, in cui molti hanno riesumato il proprio account Twitter e riscoperto gli SMS, inutilmente illimitati in molti piani tariffari? Tech Crunch attribuisce l’incidente a un problema di DNS (“Domain Name Server”, il sistema che abbina i nomi dei siti web agli indirizzi IP corrispondenti), il cui disorientamento avrebbe comportato un (serio) problema di raggiungibilità dei siti web stessi. Escludendo l’eventualità di un attacco ricevuto dall’esterno (che verosimilmente avrebbe mirato su una delle piattaforme e non su tutte), l’inconveniente tecnico resta l’ipotesi più accreditabile.

 
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Pubblicato da su 4 ottobre 2021 in news

 

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Squid Game, non solo gioie per Netflix

Bridgerton? La Casa di Carta? Briciole! Il titolo della serie più vista al momento è Squid Game, che dalla Corea del Sud si è imposto sugli schermi degli utenti Netflix di tutto il mondo. Un successone che tuttavia si sta rivelando foriero di imprevisti. Primo fra tutti: il sovraccarico del traffico di rete, che ha già spinto qualcuno a battere cassa.

Uscita venerdì 17 settembre, la serie in pochi giorni ha fatto registrare un picco senza precedenti nel traffico streaming (complice anche un enorme passaparola veicolato da social network come TikTok), al punto che il provider sudcoreano SK Broadband ha aperto un’azione legale contro Netflix allo scopo di ottenere un risarcimento – o quantomeno un cospicuo contributo economico – per le conseguenze derivanti dall’incremento nel traffico di rete, che oltre all’aumento nel consumo di banda ha portato ad accresciute esigenze di costi di manutenzione e di gestione dell’infrastruttura di rete del Paese.

Per Netflix non si tratta di un fulmine a ciel sereno: secondo quanto riferito da The Korea Herald, già nello scorso giugno il tribunale si era espresso a favore delle richieste di SK Broadband, attribuendo a Netflix la responsabilità della lievitazione del volume di contenuti trasmessi dalla rete del provider. Per il solo 2020 si parla di un “contributo” stimato in circa 23 milioni di dollari – che dovrebbe essere pagato a favore di SK – dovuto ai nuovi costi di gestione e di mantenimento dell’infrastruttura di rete, aspetti su cui Netflix (al pari di Google per il traffico di YouTube, altro leader del mercato streaming del Paese) non ha mai pensato di contribuire, come invece Facebook, Amazon ed Apple già fanno in Corea del Sud.

Un risarcimento, per il momento, Netflix sa già di doverlo pagare per una svista nel copione: nel primo episodio della serie – in cui 456 persone in difficoltà economiche partecipano ad un pericoloso gioco di sopravvivenza – compare un numero telefonico, che è quello che permette ai personaggi della fiction di iscriversi e partecipare al gioco. Peccato che quel numero esista veramente e che corrisponda all’utenza di un privato cittadino che vive nella provincia sudcoreana di Gyenoggi, sommerso da migliaia di telefonate da tutto il mondo fin dal primo giorno di trasmissione della serie.

In attesa di capire se sarà davvero costretta a pagare di tasca propria le conseguenze del proprio successo, Netflix dallo scorso weekend ha pensato bene di ritoccare due dei suoi tre piani tariffari: si tratta dell’abbonamento Standard, che offre streaming HD fruibile da due dispositivi, che passa da 11,99 a 12,99 euro al mese, e del piano Premium, che consente la visione 4K da quattro dispositivi, da 15,99 a 17,99 euro. Non è invece previsto alcun aumento al piano Base (utilizzabile con un solo dispositivo e senza HD).

 
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Pubblicato da su 4 ottobre 2021 in news

 

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Amazon Astro, il “follower” elettronico

Si chiama Astro ed è stato presentato ieri da Amazon come un simpatico robot domestico, che gira per casa come un cucciolo curioso, muovendosi grazie alle sue tre ruote e con la sua testa – uno schermo – con due occhioni che cercano di dargli espressività. In pratica è un Echo Show con il “dono” della mobilità, che in più può “obbedire” al comando di spostarsi verso una determinata posizione della casa e riconoscere una persona (che Astro può identificare con un sistema di riconoscimento facciale), per portarle un oggetto, oppure per interagire attivando videochiamate o ancora trasmettere avvisi e allarmi relativi a compiti di videosorveglianza.

Al netto del design – più simpatico che sofisticato – sono però emerse molte perplessità sul “prodotto”, evidenziate da Motherboard: l’importanza del riconoscimento facciale per il suo funzionamento è nel mirino di coloro che sono più attenti alla tutela della riservatezza dei dati personali (per gli amici, la privacy) e lo stesso vale per le informazioni che Astro raccoglie in merito al comportamento dell’utente. Soprattutto perché, a quanto pare, questo “cucciolo elettronico” soffre di alcuni “problemi di gioventù” tutt’altro che trascurabili.

Tra le funzionalità che avrebbero necessità di migliorie, se non di un upgrade di rilievo, ci sarebbe innanzitutto il sistema di riconoscimento delle persone (che analizza e memorizza i volti di ogni persona rilevata nell’ambiente in cui si trova), che sarebbe “decisamente difettoso” e renderebbe quindi non affidabili alcune caratteristiche, come le funzioni di videosorveglianza. Altri aspetti critici consisterebbero nella possibilità di identificare ostacoli o pericoli sul suo percorso, per la presunta incapacità di Astro di riconoscere correttamente una scala e, quindi, di muoversi con il banale rischio di cadere. Quindi, stando a quanto dicono su Motherboard, vede poco e rischia di fare danni.

Vedremo in seguito se Amazon sarà in grado di risolvere i dubbi (non di poco conto) sollevati. Per quanto riguarda le perplessità sulla riservatezza, non c’è nulla di nuovo o diverso da quanto scritto da me in un post di due anni fa, dal titolo: si chiamano assistenti vocali perché assistono.

Si chiamano assistenti perché assistono

 
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Pubblicato da su 29 settembre 2021 in news

 

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Regione Lazio, un attacco informatico da approfondire

Da quanto tempo si parla di ransomware? E di phishing? Nel 2005 si parlava già di ransomware sui telefoni cellulari, pertanto si tratta di argomenti sufficientemente maturi per essere conosciuti dagli addetti ai lavori o da chi utilizza tecnologie digitali di comunicazione (dall’e-mail ai sistemi di messaggistica), quindi non è più il caso di spalancare occhi e bocca di fronte a notizie come quella dell’attacco informatico alla Regione Lazio.

Sulla vicenda abbiamo letto di tutto: virus, hacker, ipotesi terroristiche, coinvolgimento dell’FBI. All’origine di tutto, per l’ennesima volta, ci sarebbe stato un episodio di imprudenza: un dipendente (in smart working, ma questo dovrebbe essere un particolare poco rilevante) ha incautamente cliccato su un link pericoloso contenuto in un messaggio di posta elettronica ritenuto innocuo, portandosi in casa uno di quei ransomware che ha crittografato e blindato i dati dei sistemi informatici della Regione, mettendoli in ginocchio e bloccando il sistema di gestione delle vaccinazioni, delle prenotazioni e delle certificazioni. Le indagini di Polizia Postale e FBI metteranno in luce particolari sicuramente interessanti, per capire in che tempistiche si è verificato l’attacco (il clic avventato, secondo alcune fonti, sarebbe avvenuto settimane fa) e come è stato concretamente attuato.

Certo, è auspicabile che siano state adeguate le tecnologie utilizzate nella realizzazione del piano di disaster recovery di qualche anno fa. Ne riporto un estratto nell’immagine, onde evitare che la fonte istituzionale non renda più disponibili queste informazioni, che includono anche l’ammontare di denaro pubblico investito a suo tempo:

Indubbiamente il numero di episodi legati a questo tipo di attacchi è in crescita e il fatto che il bersaglio sia un servizio di primaria importanza e di pubblica utilità rende ancora più evidente la necessità di soluzioni di sicurezza idonee a proteggere le informazioni gestite da un sistema. Il rapporto Clusit 2021, ha evidenziato che gli “attacchi gravi di dominio pubblico” (quelli che hanno avuto conseguente importanti su economia, società e politica) tra il 2019 e il 2020 sono aumentati del 12%, in buona parte originati da un’organizzazione criminale.

 
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Pubblicato da su 4 agosto 2021 in news

 

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Green Pass, qualche informazione

L’estate 2021 verrà ricordata (anche) per l’introduzione dell’obbligo del Green Pass, (che formalmente non è un obbligo, ma poco cambia se una legge vieta l’accesso a determinati luoghi, servizi o eventi in assenza di questo requisito).  In questa sede non ne discuterò l’opportunità o le caratteristiche vincolanti, ma illustrerò informazioni utile per coloro che fossero interessati all’argomento, partendo da quanto pubblicato nel sito dedicato alla Certificazione Verde Vovid-19: https://www.dgc.gov.it/web/.

Il certificato non è una patente di immunità, ma serve ad attestare che un cittadino (con età a partire dai 12 anni):

  • si è sottoposto a vaccinazione anti COVID-19 (in Italia il Green Pass viene emessa sia dopo la prima dose che al completamento del ciclo vaccinale);
  • è negativo ad un test molecolare o antigenico effettuato nelle ultime 48 ore;
  • è guarito dal COVID-19 negli ultimi sei mesi.

La sua utilità deriva dal fatto che uno di questi tre requisiti permetterà, dal 6 agosto 2021, l’accesso a questi contesti:

  • Servizi per la ristorazione svolti da qualsiasi esercizio per consumo al tavolo al chiuso
  • Spettacoli aperti al pubblico, eventi e competizioni sportivi
  • Musei, altri istituti e luoghi della cultura e mostre;
  • Piscine, centri natatori, palestre, sport di squadra, centri benessere, anche all’interno di strutture ricettive, limitatamente alle attività al chiuso;
  • Sagre e fiere, convegni e congressi;
  • Centri termali, parchi tematici e di divertimento;
  • Centri culturali, centri sociali e ricreativi, limitatamente alle attività al chiuso e con esclusione dei centri educativi per l’infanzia, i centri estivi e le relative attività di ristorazione;
  • Attività di sale gioco, sale scommesse, sale bingo e casinò;
  • Concorsi pubblici.

Questi contesti sono stabiliti dal Decreto-Legge 23 luglio 2021, n. 105, ma non è escluso che vengano definiti ulteriori aggiornamenti su nuovi ambiti, come ad esempio i trasporti. Al momento, comunque, il requisito del Green Pass riguarda solamente le fasce d’età che possono sottoporsi a vaccinazione contro il Covid, per questo motivo non è necessario se non si hanno 12 anni d’età.

Come ottenerlo? Per averlo esistono iter differenti: chi possiede un’identità digitale con SPID o CIE (Carta d’Identità Elettronica) ha più opportunità, chi ancora non ne è provvisto dovrà seguire un’altra strada e partirò proprio da questa, supponendo che le maggiori difficoltà siano legate alla mancanza di questo presupposto dell’identità digitale, sempre più necessaria per non essere tagliati fuori dalla possibilità di usufruire di vari servizi.

Chi non ha ricevuto il codice AUTHCODE (trasmesso ad esempio via sms a chi si è sottoposto alla vaccinazione) può chiamare a qualunque ora il numero 1500 che offre informazioni e, dal 12 luglio 2021, consente anche il recupero del codice che sblocca la possibilità di ottenere la certificazione. Oltre all’Authcode, è possibile ottenerla anche con uno dei codici univoci ricevuti con il tampone molecolare (CUN), il tampone antigenico rapido (NRFE) o il certificato di guarigione (NUCG). Per coloro che non hanno la possibilità di fare da se’ via web, il Ministero della Salute ha previsto la possibilità di chiedere supporto al medico e il farmacista che, accedendo con le proprie credenziali al Sistema Tessera Sanitaria, potranno recuperare la Certificazione verde COVID-19.

Per quanto riguarda invece le possibilità digitali per ottenere il certificato, ecco i canali disponibili:

Naturalmente per procedere è necessario avere le informazioni riportate sulla propria tessera sanitaria e, come visto sopra, uno dei codici univoci ricevuti in seguito a tampone o a guarigione, oppure il codice autorizzativo (AUTHCODE) ricevuto via e-mail o SMS ai recapiti comunicati in sede di prestazione sanitaria

 
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Pubblicato da su 24 luglio 2021 in news, PA

 

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Traduzioni automatiche? Watch out!

Affidarsi ciecamente alle traduzioni automatiche non è una buona idea. L’esempio riportato nella figura – con traduzione offerta da Google – rende l’idea di quanto sia facile fraintendere una sigla o un termine. Se il testo viene rilevato in modo asettico e letterale, la qualità di traduzione risulta solo di poco inferiore a quella (pessima) che potremmo ottenere noi, ignorando la lingua e utilizzando un vocabolario per tradurre meccanicamente ogni singola parola di una frase. Anche a un occhio superficiale le iniziali dei nomi William e Catherine non possono diventare WC per colpa di un traduttore inutilmente zelante.

Rimanendo su servizi free da usare al volo, DeepL funziona meglio (ad esempio nel caso di W & C, semplicemente non traduce). Ma potete divertirvi anche con Bing Translator e Reverso.

 
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Pubblicato da su 14 Maggio 2021 in news

 

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Microsoft Defender, un bug intasa l’hard disk

Ritrovarsi con l’hard disk pieno di file inutili e sapere che il problema è causato da un bug di Microsoft Defender, il software integrato in Windows, è la prova del nove del fatto che quel software non è una soluzione di security sufficiente. In realtà si allontana anche dal concetto di sicurezza, perché se questo problema può generare – come si legge su Reddit – milioni di file superflui occupando decine di GB in modo incontrollato, significa che improvvisamente pc e server possono improvvisamente bloccarsi. Se questo accade su computer con applicazioni importanti o critiche, è facile immaginare quali problemi potrebbero presentarsi.

Negli aggiornamenti periodici di Windows sono previsti anche quelli di Defender e questo automatismo, ad alcuni utenti, risponde a due esigenze principali:

  1. essere “a norma” (in quanto un sistema di antivirus aggiornato è una misura di sicurezza prevista per legge);
  2. avere uno strumento di sicurezza informatica che mette al riparo dagli inconvenienti

Se la prima di queste può dirsi soddisfatta, la seconda viene smontata dalla notizia che il software può riempire l’hard disk di fuffa, oltre che dal fatto che si tratta di uno strumento notoriamente molto light e di limitata efficacia. Sinceramente è poco consolante che con un nuovo aggiornamento sia possibile risolvere il problema con la versione 1.1.18100.6, del motore di Defender (gli utenti che hanno ancora la versione 1.1.18100.5 possono fare manualmente le pulizie cancellando i file che si trovano in questo percorso: C:\ProgramData\Microsoft\Windows Defender\Scans\History\Store).

La reputazione non eccelsa di questa applicazione ha ricevuto un altro colpo che dovrebbe spingere il produttore stesso a correre i ripari. Se siete utenti Microsoft, e per la sicurezza del vostro computer finora vi siete limitati ad affidarvi alla dotazione di serie, è tempo di pensare a qualcosa di più robusto. Le soluzioni, anche gratuite, non mancano e per aiutarvi a scegliere potete consultare fonti come Virus Bullettin o AV Comparatives.

Le soluzioni free più diffuse sono

Naturalmente il discorso vale anche per gli utenti Mac, che non sono esenti da inconvenienti, anche se gli attacchi puntano al mondo Microsoft che – come riferisce Netmarketshare, – rappresenta una quota del 87,5% del mercato mondiale (quella di MacOS è pari al 9,7%). Va soprattutto considerato che il sistema operativo di Apple include in partenza un maggior numero di funzioni e soluzioni di sicurezza, che vanno da XProtect (un antivirus essenziale che rimane pressoché invisibile all’utente) a Gatekeeper (che verifica l’affidabilità dei software scaricati), senza dimenticare altre funzionalità come la Library Randomization e l’adozione di una partizione nascosta (e in sola lettura) per i file di sistema.

In conclusione, è paradossale che un sistema di difesa e sicurezza, nato per permettere agli utenti di lavorare serenamente, generi problemi e inconvenienti. Ma d’altronde il contesto è caratterizzato da un altro paradosso, ben più famoso: nel mondo digitale, l’unica cosa di cui possiamo essere assolutamente sicuri al 100% è che la sicurezza assoluta al 100% non esiste.

 
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Pubblicato da su 7 Maggio 2021 in news

 

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Trump riparte dal blog (aspettando il social)

Con colpevole ritardo mi accorgo solo ora che Donald Trump ha mantenuto la sua promessa di tornare online con una propria “piattaforma di comunicazione”. Per carità, non chiamiamolo social media perché il sito From the desk of Donald J Trump ha tutte le caratteristiche di un blog, quindi non si tratta affatto – come si legge in rete – di una sfida lanciata a Facebook, Instagram e Twitter, ma di un “piano B” per ovviare al piccolo inconveniente della cacciata di Trump dalle popolari piattaforme. Dell’annunciato “nuovo social” si riparlerà quando se ne avranno notizie.

Anche se il sito si presenta già popolato da post pubblicati in precedenza, la sua presenza online è stata resa nota solo ieri, proprio un giorno prima dell’annuncio, da parte dell’Oversight Board di Facebook (il Consiglio di Vigilanza), della decisione (rivedibile in futuro) di mantenere Donald Trump fuori da Facebook e Instagram, dopo il blocco previsto in seguito all’attacco al Campidoglio del 6 gennaio.

Sospensione che è invece già permanente per Twitter e che costituisce comunque una distorsione, dal momento che si tratta di provvedimenti inibitori stabiliti non da un’istituzione, bensì da entità private. Certo, si tratta dei proprietari di spazi aperti al pubblico. Ma proprio in quanto disponibili a chiunque altro, vietarne l’accesso in assenza di un’ordinanza o di un provvedimento istituzionale di altro tipo, rappresenta un’iniziativa discriminatoria, indipendentemente dalle legittime motivazioni che sarebbero invece l’ideale presupposto di una vera e propria ordinanza restrittiva, che potrebbe avere anche maggiore efficacia e riguardare ogni piattaforma di comunicazione online.

Tornando al nuovo progetto web di Trump, osserviamo un dettaglio non trascurabile: nel blog che si presenta come “a place to speak freely and safely” (un posto per parlare liberamente e in sicurezza), i commenti ai post sono disattivati. Ergo, può parlare liberamente e in sicurezza solo l’autore, che – essendo il padrone di casa – ovviamente può fare come meglio crede, ci mancherebbe altro. Ma non si osi pensare che gli “obiettivi social” siano stati accantonati: ai follower è permesso interagire, perché possono cliccare sui pulsantini presenti ad ogni post, per condividerlo (dove? Su Facebook e Twitter, ovviamente) o esprimere il proprio “like” cliccando sul cuoricino (che tenerezza).

 
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Pubblicato da su 5 Maggio 2021 in news

 

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