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X.com, l’intrigante minimalismo di Elon Musk

Il minimalismo scelto da Elon Musk per il sito x.com è stupefacente. Pubblicizzato con un tweet, il sito è legato al dominio che lo stesso Musk registrò nel 1999 per la propria società di servizi finanziari online che, dopo essere confluita in Confinity, legò il servizio alla sua PayPal. Musk non ne è più azionista da 15 anni e il 3 luglio ha ricomprato l’amato dominio da PayPal. Quale sia il suo obiettivo non è ancora dato saperlo, ma in questo momento è probabilmente il sito web più essenziale che esista (anche per l’essenzialità del codice sorgente).

 
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Pubblicato da su 17 luglio 2017 in curiosità

 

Linate, imbarchi rallentati dall’acqua?

Nel 2017 abbiamo la possibilità di avere in tasca uno smartphone classificato IP68 (completamente stagno per la polvere e protetto dall’acqua per immersione fino ad un metro di profondità), ma le centraline Telecom Italia possono essere invase dall’acqua, come racconta il Corriere:

Il problema che ha improvvisamente mandato in tilt per gran parte della mattinata la rete Internet dell’aeroporto di Linate era sottoterra, nei pozzetti delle centraline Telecom di Novegro. Erano completamenti invasi dall’acqua, che i tecnici dell’azienda di telecomunicazioni ha aspirato con pompe idrovore, fino a riportare tutto alla normalità del ventunesimo secolo

È la prima volta che sento parlare di simili disagi allo scalo milanese e mi domando da dove provenga tutta quell’acqua che ha invaso i pozzetti di Novegro. Un nubifragio? Non pervenuto. Una perdita senza precedenti nella rete idrica? Qualcuno verificherà. E pensare che, proprio in questo periodo, il rischio di disagi ai passeggeri era stato considerato – ma escluso – per motivi completamente differenti:

 
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Pubblicato da su 13 luglio 2017 in news

 

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In arrivo il telefono cellulare “respiriano”

Un gruppo di ricercatori della University of Washington ha sviluppato un prototipo di telefono cellulare che funziona senza batteria e si alimenta con energia ricavata da risorse disponibili nell’ambiente, come la luce solare e le onde radio, e dalle vibrazioni generate nell’altoparlante e nel microfono durante una conversazione:

University of Washington researchers have invented a cellphone that requires no batteries — a major leap forward in moving beyond chargers, cords and dying phones. Instead, the phone harvests the few microwatts of power it requires from either ambient radio signals or light.

The team also made Skype calls using its battery-free phone, demonstrating that the prototype made of commercial, off-the-shelf components can receive and transmit speech and communicate with a base station.

E’ ovviamente molto presto per pensare che una tecnologia battery-free possa essere adottata sui dispositivi di utilizzo quotidiano, ma è sicuramente l’inizio di una ricerca che va nella giusta direzione. L’obiettivo è renderla disponibile a livello commerciale entro tre anni.

 
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Pubblicato da su 10 luglio 2017 in cellulari & smartphone

 

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Stockisti e Console Planet, superprezzi o superevasione?

“Abbiamo i superprezzi” recita lo slogan de Gli Stockisti e sono effettivamente super i prezzi degli articoli di elettronica venduti online su stockisti.com, sito web conosciuto da molti utenti per acquisti di telefonia, tablet, televisori, smartwatch (queste le quattro sezioni dello store). Stando alle notizie di questi giorni, però, la ragione di questi imbattibili superprezzi è piuttosto semplice: le indagini di Polizia e Agenzia delle Dogane di Roma avrebbero portato alla luce una consistente evasione di Iva, oltre 50 milioni di euro, in seguito alla quale sono stati emessi 18 ordinanze di custodia cautelare (10 gli arresti eseguito finora):

Gli accertamenti hanno consentito di accertare un’evasione di oltre 50 milioni. Gli investigatori della Polizia Postale e degli uomini dell’ufficio delle Dogane hanno anche scoperto che la società maltese che gestiva il sito ha operato dal 2012 nominando ogni anno una diversa società concessionaria esclusiva per l’Italia che, in realtà, era una via di mezzo tra una società ‘cartiera’ e una scatola vuota che aveva l’unico scopo di rendere difficili i controlli dell’amministrazione fiscale italiana. Compito, questo, svolto con modalità diverse da tre commercialisti e un collaboratore fiscale (il Sole 24 Ore)

La Polizia Postale ha disposto l’oscuramento dei siti web legati alla società maltese STK Europe (del cui gruppo fanno parte stockisti.com e consoleplanet.it, dedicato al mondo di console e videogame, e apparentemente legata ad un’altra società di diritto maltese, Beauty Holding Ltd, intestataria del dominio .it legato al sito web), che ora non sono visibili per chi naviga in Internet utilizzando DNS di provider che operano in Italia e hanno ricevuto dalla Polizia l’ordinanza di inibirne l’accessibilità. Rimangono invece navigabili – almeno per il momento – per chi utilizza servizi alternativi, ad esempio quelli di OpenDNS, SecureDNS, Tunlr, OpenNIC Project, Google, UnoDNS (a pagamento).

Ora è verosimile che qualcuno sia preoccupato per gli acquisti online effettuati su questi siti, e ne ha ben donde. Sulla pagina Facebook dell’azienda si moltiplicano i messaggi che si esprimono in questi termini, ma nelle ultime ore non si leggono più risposte tanto rassicuranti come quelle date inizialmente:

Tuttavia – come riporta l’Agi – anche il dirigente della Polizia Postale Nicola Zupo tranquillizza gli utenti:

“Non abbiamo sequestrato l’azienda, ma fatto oscurare il sito. Per cui chi ha già fatto un ordine lo vedrà evaso regolarmente”

A mio avviso possono essere tranquilli gli acquisti effettuati prima che le Forze di Polizia rendessero noto il reato addebitato. Ora che si tratta di una notizia di dominio pubblico avrei “qualche” perplessità sulla validità dell’acquisto da effettuare – che potrebbe essere inquadrato come incauto acquisto – e sulla possibilità di avvalermi della garanzia che il rivenditore è obbligato per legge a concedere all’acquirente, cosa possibile solo finché la società è attiva.

Attraverso una semplice ricerca con Internet Archive è inoltre possibile scoprire i riferimenti utilizzati da questa organizzazione di e-commerce. Stockisti.com, presente sul web anche come glistockisti.it, in circa sei anni di vita ha infatti pubblicato, in fondo alla propria homepage, sei differenti ragioni sociali. Un dinamismo impressionante.

 
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Pubblicato da su 7 luglio 2017 in e-commerce

 

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Verba volant, chat manent

Tutto ciò che scriverete potrà essere usato contro di voi (ma anche a vostro favore), anche in chat, non importa quanto pubbliche o private possano essere. Così ha stabilito la Corte di Cassazione con una recente sentenza, ben descritta da Fulvio Sarzana su Nova, in cui si riconosce la possibilità di acquisire agli atti il testo di una chat, senza che sia necessario “il sequestro di dati informatici presso fornitori di servizi informatici, telematici e di telecomunicazioni, potendo invece quei dati essere liberamente acquisibili, anche quando gli stessi siano residenti su server esteri, e ciò senza il bisogno nemmeno del ricorso allo strumento della rogatoria internazionale”.

Si parla di dati acquisiti dal server di chi ha fornito il servizio di comunicazione, quindi senza la necessità di intercettare in tempo reale o di requisire l’apparecchio telefonico (inutile quindi anche l’eventuale cancellazione dallo smartphone dei messaggi scambiati in chat). Da notare inoltre che “è valida l’acquisizione dei contenuti effettuata attraverso la tecnica del “copia e incolla” delle chat,  in quanto “Trattandosi di un flusso di messaggi telematici, materialmente composti da una serie di valori numerici binari (i c.d. “bit” raggruppati in “bytes”) registrati su supporti magnetici (facilmente riproducibili mediante operazioni di copia e incolla effettuate utilizzando l’apposito software fornito dal sistema operativo)”, ne diviene semplice l’acquisizione, senza particolari accorgimenti tecnici atti a garantire la genuinità ed inalterabilità dei dati”.

 

 
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Pubblicato da su 6 luglio 2017 in diritto

 

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L’insegnamento di Petya, NotPetya, GoldenEye e affini

Dopo l’ondata di WannaCry, ecco arrivare quella della famiglia Petya (la chiamo così nella consapevolezza che il worm in propagazione in queste ore assomiglia a Petya per alcune parti del suo codice, ma non sembra condividerne altre). Che insieme alle infezioni – che colpiscono i computer – è foriera anche di qualche stranezza, come il titolo di un articolo di giornale che riporto nell’immagine, ma andiamo oltre.

Queste ondate ci fanno capire quanto sia pericoloso non mantenere aggiornati i sistemi che utilizziamo, dal momento che la propagazione avviene attraverso lo stesso exploit di WannaCry (EternalBlue) insieme a EternalRomance. La cancellazione della casella postale a cui gli utenti avrebbero dovuto rivolgersi rende pressoché impossibile procedere a confermare il pagamento del “riscatto”. Inoltre, per essere un ransomware, il piatto piange: i riscatti incassati finora ammontano a circa 4 bitcoin, più o meno 10mila dollari – 9mila euro (su blockchain.info si può verificarne l’aggiornamento). Per questo motivo si profila l’ipotesi che si tratti in realtà di un wiper, ossia un malware pensato per essere di rapida diffusione e dannoso, senza reali intenti estorsivi. Ma potrebbe anche essere un test che prelude ad un attacco di proporzioni maggiori.

Che si tratti di un ransomware, un wiper o qualsiasi altra diavoleria, resta fermo il fatto che provoca danni, forse con target ben determinati, dal momento che il novero delle vittime illustri include colossi come Mondelez, aziende del calibro di Merck, Saint-Gobain, Maersk, TNT e altre ancora. Pertanto è meglio fare in modo di non esserne vittime collaterali. Le falle di sistema sfruttate sono già state tappate da mesi da Microsoft. Quindi le parole chiave per non farsi travolgere sono:

E non è solamente una questione di tutela dei “dati personali”: l’esempio di un’azienda italiana la cui produzione rimane ferma è abbastanza eloquente. A rischio, oltre ai dati personali, ci sono quelli aziendali, legati al ciclo produttivo, al know-how, alle informazioni commerciali e di rilevanza amministrativa. A rischio – senza alcuna esagerazione – c’è il lavoro delle persone, la loro occupazione. La sicurezza assoluta non esiste, ma esiste la possibilità di fare del proprio meglio e quanto necessario per ridurre i rischi.

 
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Pubblicato da su 29 giugno 2017 in news

 

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Roaming europeo, addio

Da domani, giovedì 15 giugno 2017, nell’ambito dell’Unione Europea verranno eliminati i costi di roaming telefonico. In altre parole, i cittadini europei in viaggio negli Stati dell’Unione potranno effettuare con la propria utenza italiana telefonate, spedire messaggi e utilizzare traffico dati alle stesse tariffe del Paese d’origine.

Chi ha un piano tariffario che prevede minuti e Sms illimitati, lo vedrà rispettato anche fuori dall’Italia (ma non fuori dalla Unione Europea, va ricordato). E’ bene comunque tenere presente alcuni aspetti: ad esempio, ricevere chiamate dall’estero non comporterà costi aggiuntivi, ma chiamare dal proprio Stato un Paese estero sì (chiamare da casa non è roaming). Vale inoltre la pena ricordare che esistono realtà (ad esempio nell’ambito della Pubblica Amministrazione o grandi gruppi privati) che con le compagnie telefoniche possono avere contratti particolari (diversi dallo standard pubblicizzato a livello commerciale), e che potrebbero non essere applicati in sede di roaming (il gestore telefonico potrebbe applicare in tal caso il listino standard a consumo).

La nuova regolamentazione vale per chi viaggia per lavoro o turismo e non per chi si trasferisce in un altro Paese UE. Le compagnie telefoniche effettueranno un monitoraggio sugli utenti: se in un determinato periodo (almeno quattro mesi) l’utente risulterà comunque avere un’attività telefonica prevalentemente nel proprio Paese, non accadrà nulla. Se invece si sospetterà che questi si sia trasferito in un altro Paese UE, la compagnia indagherà con l’utente sul suo utilizzo di traffico telefonico (l’utente dovrà rispondere ai quesiti entro due settimane) e in seguito, se emergerà un utilizzo non corretto, potrà arrivare a praticargli una maggiorazione tariffaria (fino a 3,2 centesimi al minuto per le telefonate, un centesimo per ogni sms, 7,7 euro per ogni GB, il tutto IVA esclusa).

Chi vive vicino al confine di Stato, e ha un telefono che risente di frequenti agganci ad operatori stranieri, non dovrebbe perciò temere più nulla. A meno che lo Stato vicino sia ad esempio la Svizzera (che non fa parte dell’Unione Europea).

Sarà comunque necessario vigilare sulla corretta applicazione di questa riforma, soprattutto per quei piani tariffari integrati da opzioni “all inclusive”.

 
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Pubblicato da su 14 giugno 2017 in news

 

La Banca d’Italia e l’avviso sulla moneta scritturale

La Banca d’Italia si è vista costretta a pubblicare un avviso al pubblico per spiegare – a tutti, ma soprattutto a chi ha scritto e letto sul web notizie in materia – che l’unica forma di moneta legale è la moneta emessa dalla Banca Centrale Europea (BCE), pertanto la moneta scritturale che qualcuno ha pensato di poter creare in forma autonoma per utilizzarla come strumento di pagamento dei propri debiti ha più o meno lo stesso valore delle banconote di Monopoly, con buona pace di chi persegue l’obiettivo della sovranità monetaria individuale. Che è talmente individuale da non essere vincolante per il resto del mondo, più che libero di non riconoscere – e quindi non accettare – moneta generata da qualcuno che si trova al di fuori del sistema bancario.

Citare l’esempio di Barcellona – che sta avviando la sperimentazione di una moneta virtuale battuta direttamente dal Comune – appare improprio e non conferma la legittima possibilità di creare moneta, in quanto il test della città catalana fa parte di un progetto per stimolare l’economia “sociale e solidale”, coperto da uno stanziamento di 24 milioni di euro. L’idea è molto simile a quella che ha portato alla “coniazione” di altre monete come il Bristol Pound – moneta complementare riconosciuta dall’amministrazione comunale di Bristol ed emessa dalla banca locale – che non è creata dal nulla, in quanto la sua emissione è garantita da un corrispondente importo in sterline ufficiali depositato in un conto bancario. Lo scopo è il medesimo del progetto avviato a Barcellona: far girare l’economia locale, con particolare attenzione alle attività artigianali e commerciali, con l’utilizzo di una moneta che non sfugge al controllo e alla vigilanza di un istituto bancario, necessario all’estero come in Italia:

Beninteso: qui non si intende discutere in merito agli effetti nocivi del funzionamento del sistema bancario sul tessuto economico e sociale, si sta solo chiarendo che non è possibile aspettarci che qualcuno, a pagamento dei nostri debiti, accetti una banconota fatta da noi, o emessa da qualcuno che non è un istituto bancario.

 
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Pubblicato da su 14 giugno 2017 in news

 

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Il malware viaggia (anche) grazie ai social network

Il collettivo di hacker Turla – ritenuto legato ai servizi di intelligence russi – ha trovato un originale veicolo per diffondere e testare un nuovo malware: l’area commenti dell’account Instagram di Britney Spears.

Secondo Eset si tratterebbe di un classico malware che, appoggiato ad un’estensione di Firefox (che si presenta come un’opzione di sicurezza realizzata da un’azienda svizzera), crea sul computer una backdoor che consente l’accesso da remoto, ma l’aspetto interessante della vicenda è l’utilizzo di un social network per contattare i server che lo controllano, una strategia subdola che rende difficile identificare il traffico pericoloso.

 
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Pubblicato da su 9 giugno 2017 in security, social network

 

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Pirateria e analfabetismo funzionale, il rapporto che non c’è

Ho stima di Gianluca Nicoletti, e ho letto con interesse – pur non condividendola – la sua tesi pubblicata da La Stampa in cui ipotizza l’esistenza di un rapporto tra pirateria e analfabetismo funzionale da social network:

Venti milioni circa d’italiani scaricano e guardano illegalmente film e serie tv. Lo dice il rapporto Ipsos voluto dalla Federazione per la tutela dei contenuti audiovisivi e multimediali. Sarebbe interessante scoprire quanto l’esercito dei ladri di opere audiovisive possa combaciare con gli analfabeti funzionali che si stanno impossessando dei social network. Sarebbe desolante una provata convergenza tra chi disprezza il concetto di proprietà di un’opera con chi si sente in diritto di distruggere il senso della condivisione costruttiva, che era alla base di ogni filosofia che ha dato origine alla rete. Entrambe le categorie sono espressione di subcultura digitale: i pirati mettono in crisi il mercato della creatività, in nome di una sorta di becera rivisitazione del concetto di proprietà. “È mio quello che riesco a prendermi”. Gli analfabeti funzionali fanno regredire il senso della partecipazione verso l’oscurantismo e la superstizione, in nome di una arrabattata teocrazia che proclama: “È vero, perché lo dice la Rete”.

E’ un tema più articolato di quanto venga presentato in queste righe e per questo ritengo non possa essere ridotto ad una criminalizzazione generalizzata. Quella che viene definita “pirateria” è, in buona parte, un effetto dell’evoluzione del mercato dei contenuti audiovisivi e multimediali e dei suoi canali di diffusione, in cui si muovono operatori che ancora oggi non riescono ad allinearsi a questa trasformazione. Il “problema” verrà affrontato seriamente – e la soluzione sarà sempre più vicina – quando il pubblico non verrà costretto a comprare, con abbonamenti onerosi, pacchetti con contenuti sovrabbondanti alle proprie esigenze, e sarà in condizioni di accedere al singolo contenuto che effettivamente desidera (una serie tv, una stagione, o anche un solo episodio), reso agevolmente disponibile sia doppiato che in lingua originale (opzione sempre più richiesta, ma non sempre adeguatamente accessibile).

Non sono affatto convinto che questa tematica di mercato si possa sovrapporre all’aumento dell’analfabetismo funzionale da social network, intendendo con questa etichetta identificare la declinazione social dell’italiota medio caratterizzato da spiccata ignoranza. Se esistesse questo legame, si potrebbe pensare che il contrasto a questo fenomeno sociale possa risolvere il problema della pirateria (!). In realtà mi sfugge anche come sia possibile quantificare gli italiani che scaricano e guardano illegalmente contenuti audiovisivi e multimediali. E’ vero, lo dice il rapporto Ipsos che, come non dimentica Nicoletti, è stato voluto dalla Fapav – Federazione per la tutela dei contenuti audiovisivi e multimediali – che lo ha commissionato “per avere una panoramica completa sul complesso fenomeno della pirateria audiovisiva e stimarne l’incidenza e i danni causati in Italia”.

Da una sintesi di questa stima di parte sembra emergere una trasformazione della pirateria, in calo per i film e in aumento per le serie tv, con una considerazione non trascurabile:

“Noi chiediamo solo che le norme vigenti vengano applicate”, chiede Federico Bagnoli Rossi, segretario generale della Fapav, facendo riferimento alle sanzioni penali che raramente vengono applicate. Bagnoli Rossi chiama in causa anche i servizi italiani di vendita online di film, Chili Tv tanto per citarne uno, che secondo lui aiuterebbero a combattere il fenomeno. Peccato che i prezzi applicati, da loro come da altri fra i quali iTunes della Apple, siano in genere talmente alti da rendere l’acquisto su digitale privo di senso. E peccato anche che l’offerta di servizi “accessibili e dai prezzi accettabili” che permetterebbe di combattere la pirateria sia arrivata da oltreoceano quando era chiaro da anni che sarebbe stata l’unica risposta praticabile.

In realtà, almeno dal mio punto di vista, laddove esisterà in modo diffuso un’offerta di servizi “accessibili e dai prezzi accettabili”, la pirateria non avrà ragione di esistere – o quantomeno avrà proporzioni molto limitate – e quindi non dovrà nemmeno essere combattuta. L’analfabetismo funzionale (e non solo da social network) invece deve assolutamente essere contrastato, con la cultura del rispetto e con la corretta informazione.

 
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Pubblicato da su 7 giugno 2017 in news

 

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Il dito sta alla luna come #Covfefe sta a…?

Mentre molti stanno a ridere e inventarsi visibilità riflessa per il tweet con cui Donald Trump ha scritto “Despite the constant negative press covfefe” (stampa inclusa, che sta dando ampio spazio a quel “covfefe” che appare come un evidente errore di digitazione), un più ristretto numero di osservatori rileva che il presidente americano sembra intenzionato a sfilare gli Stati Uniti dagli accordi di Parigi sul clima.

Gli accordi prevedono l’impegno, sottoscritto da circa 200 nazioni, alla graduale riduzione delle emissioni di gas serra, allo scopo di contenere l’aumento delle temperature medie globali «ben al di sotto dei 2 gradi centigradi». Gli USA, che rappresentano il secondo più importante attore inquinante al mondo (il primo è la Cina), avevano sottoscritto un obiettivo di riduzione – entro il 2025 – delle emissioni nocive del 26-28% dai livelli del 2005.

Quindi, volendo, quel “covfefe” può anche essere interpretato come interpretazione americana dell’impegno sottoscritto agli accordi di Parigi. Praticamente una supercazzola.

 
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Pubblicato da su 31 maggio 2017 in news

 

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Contro il terrorismo si possono lanciare anche spot pubblicitari

Esperimento notevole, quello della compagnia telefonica kuwaitiana Zain, che in uno spot pubblicitario destinato al Medio Oriente – realizzato con una produzione da vero e proprio video musicale – inserisce un’operazione di sensibilizzazione sul rapporto tra religione e atti terroristici.

Fra gli “attori”  compaiono persone sopravvissute ad attentati terroristici, ma nel video c’è anche un chiaro riferimento al piccolo Omran Daqneesh, estratto superstite dalle macerie di un palazzo colpito da un bombardamento ad Aleppo, in Siria. Questa “contaminazione” ha suscitato molte critiche perché il bambino non fu vittima di un attacco jihadista, tuttavia le “contaminazioni” non mancano nemmeno nell’ambito della guerra civile siriana, in cui – a fianco del Free Syrian Army (l’Esercito Siriano Libero formato dagli oppositori di Bashar al-Assad) – si sono schierati altri gruppi presuntamente fondamentalisti, come il fronte al-Nusra.

Al netto del suo carattere “pubblicitario”, iniziative come questa dovrebbero ispirare altre realtà o istituzioni ed essere prese come stimolo alla riflessione e alla discussione sul rapporto tra religione e terrorismo, oltre che sul coinvolgimento di innocenti, adulti o bambini che siano, in un contesto bellico condizionato da spinte presuntamente religiose e concretamente mosse da interessi molto più materiali. Il sogno da realizzare è vedere sempre più persone in grado di alzare la testa e prendere le distanze da quelle forme di radicalizzazione che portano ad uccidere e uccidersi in nome di una religione.

 
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Pubblicato da su 30 maggio 2017 in news

 

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Don’t WannaCry

Se quest’immagine non vi è nuova – perché è comparsa su un vostro computer – probabilmente avete già familiarizzato con il nuovo incubo informatico WannaCry, in cui le vittime vengono colpite da un ransomware (un software malevolo che, una volta installatosi, cripta i file presenti sul computer, che possono essere “liberati” solo dietro pagamento di un riscatto, il ransom appunto). Dentro WannaCry c’è l’exploit di vulnerabilità Eternal Blue, sviluppato dalla NSA, l’intelligence americana, e in seguito trafugato da un gruppo che si cela sotto il nome Shadow Brokers. Alla base c’è quindi la possibilità di sfruttare una vulnerabilità dei sistemi Windows, che però Microsoft aveva già scoperto e “tappato” con alcuni aggiornamenti, disponibili online.

Di conseguenza, i computer infetti sono macchine Windows non adeguatamente aggiornate. E là fuori esistono ancora tanti, troppi computer ancora dotati di Windows XP, escluso dagli aggiornamenti Microsoft da tre anni, ma ciò nonostante ancora pesantemente presente nel mondo, tanto da “costringere” il produttore a pubblicare – insieme agli update per i sistemi supportati – un aggiornamento di sicurezza straordinario anche per chi non ha ancora abbandonato questo sistema operativo in circolazione dall’ottobre 2001.

Aggiornate i vostri computer, effettuate backup, aggiornateli con la maggior frequenza possibile e conservateli in sicurezza. Saranno la vostra ancora di salvezza in caso di infezione. L’altro consiglio, a monte, è a carattere preventivo: non cliccate su link o allegati veicolati da mail di cui non siete assolutamente sicuri.

E’ questo ciò che accade quando si sottovaluta l’importanza degli aggiornamenti e la vetustà di sistemi che non vengono adeguati perché “finora ha sempre funzionato bene così”.

 
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Pubblicato da su 13 maggio 2017 in security

 

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Lo strano caso dei cataloghi di profili Facebook di donne single

Pubblicare un Catalogo profili Facebook di donne single della provincia (uno per Lecco e uno per Monza e Brianza) è stata – sotto ogni punto di vista – un’idea inopportuna ed infelice. Astenendomi in questa sede dall’esprimere giudizi di altro genere in proposito, non mi soffermo a discutere dell’effettivo intento che può aver spinto l’autore a comporlo e pubblicarlo: a lui spettano le spiegazioni, a noi decidere se credergli o meno. Accantono anche le motivazioni avanzate da alcune donne che denunciano una violazione dei propri diritti: in questo ambito la situazione è sicuramente tanto eterogenea quanto lo sono gli obiettivi di chi si dichiara single su Facebook (se è vero che esistono utenti che vogliono attirare l’attenzione, è altrettanto vero e comprensibile che non tutte gradiscano che questa condizione abbia una visibilità amplificata o globale).

Oggettivamente si tratta di una raccolta di informazioni personali reperibili su Facebook, relative a profili femminili di utenti che si sono dichiarate single, sia maggiorenni che minorenni: al social network è infatti consentita l’iscrizione ad utenti con età minima di 13 anni, ma – essendo facile eludere i controlli in merito – è possibile trovare iscrizioni di utenti ben più giovani. In ogni caso si tratta di una fascia di età delicata, in cui la maturità e la consapevolezza delle conseguenze di questa esposizione mediatica non sono affatto scontate e – indipendentemente dall’irresponsabilità altrui – una persona maggiorenne e vaccinata non può non tenerne conto, prima di far uso delle informazioni personali di altre persone.

Poco importa, quindi, che nell’introduzione si legga «Tutti i dati riportati erano presenti in pagine internet pubblicamente accessibili con la sola condizione di possedere un account Facebook». Questa raccolta di dati personali è stata messa in vendita, con il nome di “Catalogo” (che per sua natura è una pubblicazione da sfogliare e da cui “scegliere”), e che in copertina riporta la scritta «Al costo di un singolo drink! Quanto tempo impiegheresti per cercarle tutte?». Inoltre i profili sono corredati da foto, i cui diritti di utilizzo sono dell’utente e di Facebook, nella misura stabilita dall’utente nelle impostazioni che ha fissato per la pubblicazione e condivisione dei contenuti. Non facciamoci ingannare dal fatto che giornali e telegiornali attingono a piene mani dai profili Facebook delle persone di cui parlano in cronaca: la possibilità di diffondere informazioni non contempla ciò che è coperto da diritti di proprietà intellettuale degli utenti.

Testi e immagini condivisi su un social network rientrano a pieno titolo in questa fattispecie, come spiegato dalla giurisprudenza. Rassegnarsi e assuefarsi a questo abuso è sbagliato e rende moralmente complici di chi lo compie. L’articolo 167 del Codice della Privacy prevede fino a tre anni di reclusione per chi esercita un trattamento illecito di danni personali. Anche le Condizioni di uso di Facebook parlano chiaro: l’accesso ai dati condivisi in modalità “pubblica” è per chiunque, ma non è consentito raccogliere contenuti o informazioni degli utenti senza autorizzazione. Se non ne è consentita la raccolta e il trattamento, come potrebbe esserlo la diffusione in una pubblicazione indipendente?

 
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Pubblicato da su 12 maggio 2017 in news

 

Raccolta differenziata, vale anche per le notizie

“Il topo mangia baguette nel bar dell’aeroporto”: Corriere TV oggi ha corredato con queste parole un video già pubblicato da numerosi altri siti web, tutti concordi nel definirlo come un filmato girato al Terminal 3 dell’aeroporto di Fiumicino. Il TG5, nell’edizione odierna delle 20.00, arriva addirittura ad inserirlo in un servizio relativo al degrado in cui è caduta la Capitale: lo si vede prima nel sommario (00:51) e poi nell’ampio spazio dedicato allo “sfascio di Roma” (05:07), mentre la voce del giornalista Luca Gentile spiega “Chi atterra a Fiumicino può incontrare un topo che assaggia una baguette dalla vetrina di un bar”. Peccato che nessuno, tra coloro che lo hanno pubblicato, si sia accorto che quel video non è stato girato a Fiumicino. 

Nella vetrina, accanto al topolino intento a rosicchiare la baguette, sono presenti infatti i cartellini che descrivono i panini esposti. Il video non si sofferma sulle indicazioni, ma è sufficiente qualche rapida occhiata per scoprire che le scritte sono in francese. Su Quoidenews.fr si trova la versione originale, girata inequivocabilmente in una boulangerie francese. Nel 2015. Quindi il fatto che sia riferito all’aeroporto di Fiumicino è falso, nonché diffamatorio per le attività di ristorazione presenti.

Sia chiaro che questa bufala non alleggerisce nemmeno di un grammo il peso della situazione di una Capitale che ha necessità di ordine, ma appunto in quanto bufala non dovrebbe essere presa come riferimento informativo da nessuno, tantomeno da testate giornalistiche di livello nazionale.

Anche chi raccoglie informazioni deve saper differenziare tra materiale utile e inutile, tra merce pregiata e pattumiera. Se si mescola tutto insieme e lo si propina al pubblico senza il rispetto dei criteri minimi di attendibilità e autorevolezza, si contribuisce al degrado e si perde credibilità.

 
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Pubblicato da su 6 maggio 2017 in news

 

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