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Meta AI Glasses: tutto ok?

Bloomberg ha pubblicato un’interessante inchiesta sulla partnership tra Meta e EssilorLuxottica, i due colossi che insieme hanno dato vita ai Ray-Ban con intelligenza artificiale integrata, solleva il sipario su un sodalizio apparentemente idilliaco, che nasconde però tensioni ricorrenti su prezzi, volumi e visione di mercato.

Il servizio, firmato dall’ottimo Daniele Lepido e basato su fonti interne, ricostruisce anni di negoziati difficili tra le due aziende, con lunghe catene di messaggi e discussioni trascinate per giorni. Il cuore del problema è semplice da enunciare ma difficile da risolvere: mentre Meta vuole abbassare i prezzi per conquistare massa critica, EssilorLuxottica vuole proteggere i margini del lusso.

Un esempio concreto: nel 2021, prima del lancio dei Ray-Ban Stories, Mark Zuckerberg aveva proposto un prezzo di circa 250 dollari. EssilorLuxottica si era opposta e, dopo settimane di trattative, raggiunsero un compromesso a 299 dollari. Nel 2023, Meta spinse per includere i nuovi Ray-Ban Meta negli sconti del Black Friday; il partner europeo rifiutò, ritenendo controproducente svalutare così presto il prodotto.

Nonostante le frizioni, i risultati commerciali parlano chiaro: nel 2025 sono stati venduti oltre 7 milioni di occhiali smart tra Ray-Ban e Oakley, con un’accelerazione nella seconda metà dell’anno. Meta ha già suggerito al partner di portare la capacità produttiva a 20 o persino 30 milioni di unità l’anno. Quello che sorprende di più nell’inchiesta non sono le tensioni in sé, ma la divergenza strategica tra due aziende che hanno costruito assieme il prodotto di punta di un mercato emergente. Con qualche colpo di scena.

Primo colpo di scena: i margini di EssilorLuxottica stanno soffrendo. Il margine lordo rettificato è calato di 2,6 punti percentuali nel 2025, e circa due terzi di quell’impatto è attribuibile proprio agli occhiali AI. Un dato che stride con l’immagine trionfante che entrambe le aziende proiettano verso l’esterno. EssilorLuxottica, paradossalmente, è penalizzata dal successo del prodotto che ha contribuito a creare.

Secondo colpo di scena: la partnership con Prada. L’inchiesta rivela che Meta e EssilorLuxottica starebbero trattando con il gruppo Prada e Zuckerberg è atteso a una sfilata di Prada a Milano con la moglie Priscilla Chan, dettaglio che dimostrerebbe quanto la posta in gioco si sia fatta alta anche sul piano simbolico e culturale.

Terzo colpo di scena: Meta è socio in EssilorLuxottica. Non tutti sanno che nel 2024 Meta ha rilevato una quota di almeno il 3% della società francese. Quella che sembrava una semplice partnership commerciale si è trasformata in un’integrazione proprietaria, con tutto quello che questo comporta in termini di potere negoziale e di tensioni.

Quarto colpo di scena: il problema del “killer use case” resta irrisolto. Nonostante milioni di unità vendute e dichiarazioni entusiastiche di Zuckerberg, che vede negli occhiali i futuri eredi degli smartphone, gli esperti sollevano un interrogativo fondamentale: a cosa servono davvero, nella vita quotidiana? Secondo Alfonso Fuggetta, professore al Politecnico di Milano ed esperto di innovazione digitale, non è ancora chiaro quale esigenza ricorrente e di massa venga soddisfatta da questi dispositivi: scattare foto senza tirare fuori il telefono, fare chiamate in vivavoce e ricevere informazioni vocali sono comodità apprezzate da una minoranza, non c’è ancora la killer application in grado di creare dipendenza e di spingere gli utenti a utilizzarli più volte nell’arco della giornata.

L’inchiesta arriva in un momento in cui il vantaggio competitivo di Meta è in fase di ridimensionamento: Apple ha accelerato lo sviluppo dei propri occhiali IA, Google è rientrata nel mercato attraverso una partnership con Warby Parker e anche OpenAI ja un proprio progetto a cui sta lavorando con Jony Ive (storico designer dell’iPhone). E i produttori asiatici, Xiaomi in testa, stanno entrando a prezzi aggressivi. In questo scenario le tensioni interne tra Meta e EssilorLuxottica non sono un dettaglio marginale: sono il riflesso di due filosofie di business che devono trovare, e al più presto, una sintesi per non perdere il vantaggio del primo entrante.

La partnership reggerà alla pressione competitiva? I margini di EssilorLuxottica torneranno a crescere con i modelli premium e le lenti graduate? E soprattutto: gli occhiali AI troveranno la loro funzione “killer” prima che un concorrente rubi la scena? Al momento Meta e EssilorLuxottica hanno costruito qualcosa di reale perché 7 milioni di paia di occhiali venduti non sono un’illusione. Ma costruire un mercato è diverso dal dominarlo nel lungo periodo. E tra i due partner, su come farlo, il dibattito è tutt’altro che chiuso.

 
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Pubblicato da su 24 febbraio 2026 in news

 

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Attenzione al phishing camuffato da Booking (e non solo)

Febbraio e marzo sono i mesi in cui milioni di italiani iniziano a organizzare le vacanze di Pasqua, i ponti di aprile e maggio, ma soprattutto le ferie estive. Lo sappiamo noi e lo sanno ancor meglio i cybercriminali: la Polizia Postale ha lanciato in questi giorni un nuovo allarme su una campagna di phishing mirata specificamente a chi ha già prenotato un viaggio tramite piattaforme online come Booking, Airbnb e altre.

Il meccanismo si basa su un dettaglio preciso: l’importo indicato nel messaggio fraudolento coincide esattamente con la cifra realmente versata per il viaggio. Ed è proprio questa corrispondenza a rendere la truffa particolarmente credibile.

La comunicazione può arrivare via mail o messaggi WhatsApp. Il mittente si presenta sotto le mentite spoglie della piattaforma scelta per la prenotazione e comunica che il pagamento non è andato a buon fine, oppure è ancora in verifica, con l’invito a effettuare un “pagamento prioritario” o un “riaccredito necessario” verso un conto che, ovviamente, è nelle mani dei truffatori.

Attenzione all’aspetto anche grafico dell’e-mail, che spesso è realmente molto simile a quello ufficiale. Grazie anche all’intelligenza artificiale generativa, i criminali riescono a creare messaggi e siti quasi identici a quelli originali, includendo persino chatbot automatizzati che imitano l’assistenza clienti.

Questi sono i testi tipici che devono far scattare un campanello d’allarme immediato:

  • “Il pagamento precedentemente effettuato non risulta accreditato”
  • “Il suo pagamento è in verifica, è necessario un riaccredito urgente”
  • “Effettui un pagamento prioritario per confermare la prenotazione”
  • Qualsiasi messaggio che crei senso di urgenza e spinga ad agire in fretta, senza dare il tempo di verificare

Quindi, come non cascare nella trappola?

  1. Non cliccare mai sui link contenuti in e-mail o messaggi sospetti, anche se la grafica sembra autentica.
  2. Digitate voi stessi l’indirizzo della piattaforma nel browser per verificare lo stato della vostra prenotazione.
  3. Controllate il mittente dell’e-mail: spesso differisce di una sola lettera da quello reale, o ha un dominio insolito (es. .today, .info).
  4. Non effettuate mai un secondo pagamento prima di aver verificato direttamente sulla piattaforma ufficiale.
  5. Diffidate dei siti che accettano solo carta di credito e rifiutano metodi come PayPal: è un possibile segnale di truffa.
  6. Se avete già pagato, contattate subito la banca per bloccare il bonifico o contestare l’addebito.

Anche se non avete effettuato nessun pagamento, segnalate il tentativo di truffa tramite il portale della Polizia Postale su commissariatodips.it. Ogni segnalazione contribuisce a monitorare il fenomeno e a proteggere chi prenota dopo di voi.

Questa notizia non deve farvi diffidare degli operatori turistici online, ma ricordate: i truffatori puntano proprio sulla fretta e sull’emozione del momento. Un minuto di verifica in più può salvarvi da una brutta sorpresa.

 
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Pubblicato da su 24 febbraio 2026 in news

 

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Il ritorno della telefonata che allunga la vita

Nel mio periodo di collaborazione con Punto Informatico ho citato in più di un articolo lo spot anni ’90 “Una telefonata allunga la vita” della SIP (poi ridenominata Telecom Italia e oggi nota come TIM) con protagonista Massimo Lopez, tornato alla ribalta televisiva in questi giorni in versione originale, cioè senza attualizzazioni, esattamente come veniva trasmesso all’epoca. Lo stesso Massimo Lopez a Natale ha anticipato questo amarcord ripubblicandolo in un post su Instagram per fare gli auguri citando questo ricordo del passato.

Considerando che stiamo parlando di uno spot di metà anni ’90 francamente non capisco come sia possibile che qualcuno, nel vederlo in tv nei rulli pubblicitari di vari canali televisivi, abbia pensato ad un “errore nei palinsesti”: le prime ritrasmissioni sono avvenute durante la cerimonia conclusiva delle Olimpiadi Invernali 2026, un’opportunità di grande audience, e sono proseguite nelle ore successive all’inizio della settimana del Festival di Sanremo di cui SIP TIM è main partner. La stessa TIM lo sta riproponendo sulle sue pagine FacebookInstagramTikTok.

Quindi: coincidenze? Non credo proprio 😉

Questa riproposizione è verosimilmente parte di una campagna di comunicazione varata per cavalcare un periodo di ampia visibilità pubblicitaria e nei prossimi giorni ne scopriremo gli sviluppi e che connessione c’è tra Sip e Tim.

Nel frattempo ci offre la possibilità di confrontare lo stile degli spot attuali con quello di trent’anni fa, che per l’occasione sfruttava una regia cinematografica (quella di Alessandro d’Alatri) per pubblicizzare non tanto un prodotto specifico, quanto il servizio telefonico nel suo complesso, raccontando una storia a episodi che centrava l’obiettivo di intercettare l’attenzione degli spettatori e che, proprio per questa caratteristica, ancora oggi fa parte della memoria collettiva.

 
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Pubblicato da su 23 febbraio 2026 in news

 

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L’IA programmerà al nostro posto?

Negli ultimi mesi i generatori di codice basati sull’intelligenza artificiale hanno fatto passi da gigante. Strumenti come Codex di OpenAI o Claude Code di Anthropic permettono oggi di realizzare applicazioni in una frazione del tempo che sarebbe stato necessario solo qualche anno fa. Questa accelerazione scatena timori diffusi: i programmatori verranno rimpiazzati in massa? E dopo di loro, toccherà ad altre categorie di lavoratori? Qualche indizio ci permette di dire che non sarà proprio così, quantomeno non accadrà così in fretta e non in modo così devastante.

Un articolo del New York Times illustra alcuni esempi che ci fanno capire un aspetto importante: Perry Metzger racconta di aver realizzato in due giorni un elaboratore di testi online che, senza l’ausilio della IA, avrebbe richiesto almeno due mesi di lavoro; la velocità non va però di pari passo con l’affidabilità: “Bisogna tenere d’occhio ciò che sta facendo e assicurarsi che non commetta errori, oltre a creare metodi per testare il codice, ma è possibile procedere a una velocità che in passato era inimmaginabile”. Anche Matt Schlicht – sempre con l’aiuto dell’IA – ha lanciato in breve tempo un social network dedicato ai bot, Moltbook, che in pochi giorni ha attirato migliaia di iscritti. Peccato che nella fretta fosse rimasta aperta una vulnerabilità che esponeva i dati privati degli utenti.

Uno studio pubblicato a fine gennaio dalla Carnegie Mellon University evidenzia che i code generator sono molto utili per accelerare lo sviluppo nel breve termine, ma tendono anche a peggiorare la qualità complessiva del software, accumulando “debito tecnico”, cioè quell’insieme di problemi generati dalla fretta di rispettare scadenze o dall’inesperienza, che comportano maggiori necessità di manutenzione e rallentamento dello sviluppo. Si tratta di un importante effetto collaterale che si verifica quando si delegano decisioni a uno strumento che non è concretamente in grado di capire ciò che sta costruendo.

Se la competenza e l’esperienza rimangono elementi irrinunciabili, i più esposti ad un rischio di sostituzione sono i professionisti alle prime armi, perché con gli strumenti di IA è possibile svolgere gli stessi compiti che generalmente vengono appunto delegati a coloro che stanno ancora imparando il mestiere. Gli esperti vedono invece l’intelligenza artificiale come un moltiplicatore delle proprie capacità e non come un sostituto, per cui ne fanno uso per alzare l’asticella affrontando progetti più ambiziosi, senza però perdere il controllo su ciò che viene sviluppato. Per realizzare e mantenere applicazioni complesse serviranno sempre competenze, esperienza e visione che nessun generatore di codice possiede.

Quello che è chiaro è che il settore sta cambiando rapidamente e chi lavora in questo contesto deve capire in che modo dovrà adattarsi al cambiamento. Quello che è meno chiaro è la velocità di questo cambiamento: tra tre o cinque anni, questi strumenti potrebbero essere molto più autonomi. O potrebbero aver raggiunto il loro limite.

Io però ricordo una cosa: nel 1990, quando studiavo informatica a scuola, c’era la diffusa convinzione che “non vi servirà a niente programmare, perché quando uscirete da qui ogni esigenza sarà coperta dai software disponibili in commercio”. E nel 2026 siamo ancora qui a parlarne.

Va be’, arriviamo alla conclusione: in tutti i casi, la regola d’oro è non fidarsi ciecamente di ciò che proviene dall’intelligenza artificiale.

 
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Pubblicato da su 20 febbraio 2026 in news

 

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Make America eat again

Il Dipartimento della Salute USA guidato dal celebre RFK Jr. ha lanciato realfood.gov, un sito dotato di chatbot AI dedicato alla nutrizione che offre supporto per pianificare i pasti, fare una spesa intelligente e cucinare in modo semplice. Preparatissimo, risponde a tutto. Anzi a troppo: quando un utente ha chiesto consigli su quali alimenti inserire nel retto, la risposta “da nutrizionista” è stata: banane “sode, non troppo mature, leggermente verdi”, cetrioli e carote “con il gambo dritto, l’estremità stretta per l’inserimento e quella più larga come base”.

Spoiler numero uno: il chatbot reindirizza direttamente a Grok (l’AI di Elon Musk) ed evidentemente non ha filtri molto efficaci. Non contento, il chatbot governativo si è anche cimentato nel consigliare la parte del corpo umano più nutriente da mangiare (spoiler numero due: è il fegato, se ve lo state chiedendo).

Ora io capisco che vogliano rivoluzionare le linee guida alimentari (d’altronde hanno già ridisegnato la piramide alimentare per andare incontro alle lobby della carne bovina), ma prima di affidare la salute pubblica americana a un’AI comprata a scatola chiusa da Musk (notoriamente allergica al politically correct quanto RFK Jr. lo è ai vaccini) forse varrebbe la pena tenere sotto controllo le risposte che può dare. Il “bello” è che tutto questo è accaduto su un sito ufficiale del governo degli Stati Uniti dedicato a un servizio istituzionale, promosso da un ex campione di pugilato durante il Super Bowl e gestito con la cura artigianale di chi ha più voglia di fare rumore che di promuovere politiche sanitarie serie.

 
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Pubblicato da su 16 febbraio 2026 in news

 

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Amazon Leo rincorre a razzo Starlink

Si chiama Amazon Leo (già noto fino a novembre 2025 come Project Kuiper) il piano di Amazon per portare connettività internet ad alta velocità in ogni angolo del pianeta, attraverso una costellazione di oltre 3.200 satelliti in orbita terrestre bassa (LEO – Low Earth Orbit), a un’altitudine compresa tra 590 e 630 km. L’ottava missione del programma è partita ieri a bordo di un razzo Ariane 64 di Arianespace, dalla base spaziale europea di Kourou, in Guyana Francese.

Il programma ha ottenuto l’autorizzazione dalla FCC nel luglio 2020 per mettere in orbita 3.236 satelliti, con l’obbligo di averne operativi almeno la metà entro il 30 luglio 2026 e il resto entro il 2029. Un calendario serrato per iniziare seriamente ad entrare in competizione con Starlink di SpaceX, che al momento domina il mercato con i suoi 9mila satelliti lanciati (oltre 3mila dei quali solo nel 2025). Quella di Amazon è un’autentica rincorsa e l’obiettivo è di colmare il ritardo con un investimento da oltre 10 miliardi di dollari. Ci sono altri attori sulla scena: la Cina sta pianificando il lancio di 13mila satelliti con il progetto GuoWang, mentre l’Unione Europea svilupperà il progetto IRIS con circa 170 satelliti e altri operatori come Telesat (Canada) e Rivada (Germania) puntano rispettivamente a 300 e 600 satelliti.

Il settore dell’internet satellitare sta rapidamente diventando un’infrastruttura strategica globale. Secondo Markets and Markets, il valore del comparto passerà dagli 11,81 miliardi di dollari del 2025 ai 20,69 miliardi entro il 2030, con un tasso di crescita annuo dell’11,9%. Sul fronte consumer la promessa è quella di portare connettività ad alta velocità ovunque, incluse aree rurali e remote storicamente escluse dalla banda larga. La vera sfida, però, sarà quella dei prezzi: il kit di connessione e il canone mensile restano oggi ancora a livelli troppo alti per diventare un servizio di massa e la competizione con Starlink potrebbe essere la leva che abbasserà le tariffe nei prossimi anni.

Sul fronte business le opportunità sono ancora più ampie: dall’agricoltura di precisione all’intelligenza artificiale, dal fintech alla gestione delle emergenze, i satelliti in orbita bassa diventano sempre più essenziali. Gli eserciti preferiscono i satelliti LEO per comunicazioni tattiche e osservazione in tempo reale, soprattutto per la loro natura dual use. In ambito civile, gestione delle emergenze e monitoraggio climatico beneficiano di immagini ad alta risoluzione cruciali per azioni rapide. Per le aziende, la connettività satellitare si sta integrando nelle infrastrutture IT aziendali e Amazon, con il suo ecosistema AWS già rodato, è in posizione privilegiata per offrire soluzioni end-to-end in cui rete spaziale e cloud viaggiano insieme. Non a caso le prime partnership concrete vanno in questa direzione: accordi come quello tra Amazon e il provider australiano NBN mostrano come la copertura satellitare sia già pensata per estendere e potenziare quella terrestre, non per sostituirla.

Entro il 2030 ci si aspetta un duopolio nel broadband LEO tra SpaceX Starlink e Amazon Leo, ciascuno potenzialmente con decine di milioni di abbonati in tutto il mondo. La posta in gioco, però, va oltre i numeri di mercato: chi controllerà queste reti controllerà un pezzo fondamentale dell’infrastruttura digitale del pianeta.

 
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Pubblicato da su 13 febbraio 2026 in news

 

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IA in aula: serve una visione chiara

L’intelligenza artificiale è già seduta tra i banchi: nei compiti scritti con l’aiuto di ChatGPT, nei registri elettronici, nei sistemi di supporto alla valutazione, nelle piattaforme didattiche che suggeriscono esercizi personalizzati. L’ingresso dell’IA nel mondo dell’istruzione è ormai affermato e il tempo di chiedersi se sia giusto o meno è scaduto: ora è il momento di capire come farne un uso costruttivo e, soprattutto, con quali regole e con quali consapevolezze. Non spetta ovviamente al sottoscritto dare risposte definitive: il mio intento, umile ma spero utile, è quello di proporre qualche strumento di lettura critica su un fenomeno che riguarda tutti: studenti, docenti, famiglie, istituzioni.

Nell’agosto del 2025 il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha pubblicato le Linee guida per l’introduzione dell’Intelligenza Artificiale nelle scuole, parte della più ampia Strategia italiana per l’intelligenza artificiale 2024-2026 elaborata dall’AgID. Nel novembre dello stesso anno è arrivato un investimento di 100 milioni di euro destinati alla formazione del corpo docente e alla creazione di laboratori dedicati alla transizione digitale, risorse PNRR che segnalano quanto la questione sia ormai considerata prioritaria anche a livello di politica pubblica.

Il documento ministeriale afferma un principio chiaro: l’IA è uno strumento, non un fine. Deve essere messa al servizio della didattica e della crescita umana degli studenti, sempre nel rispetto dell’AI Act europeo e dei diritti fondamentali. La sorveglianza umana di insegnanti, dirigenti e famiglie resta insostituibile.

Il quadro italiano si inserisce in una riflessione più ampia. A gennaio 2026 l’OCSE ha pubblicato il suo rapporto sull’educazione digitale e l’IA generativa nell’istruzione, un documento che vale la pena leggere con attenzione, non perché offra ricette facili, ma proprio perché si guarda bene dal farlo. Il tono è volutamente sobrio: dopo anni di investimenti in tecnologia educativa in tutto il mondo, i risultati si sono rivelati disomogenei. Il digitale ha allargato opportunità in molti contesti, ma non ha automaticamente chiuso i gap di apprendimento, né innalzato in modo uniforme la qualità della didattica. La lezione principale è quasi controintuitiva: digitalizzare non significa migliorare. Non è sufficiente dotare le classi di dispositivi o piattaforme. Ciò che fa la differenza, secondo l’OCSE, è la preparazione pedagogica dei docenti, la coerenza tra strumenti digitali e obiettivi curricolari, insieme alla capacità di misurare davvero l’impatto di quello che si fa.

Anche il dibattito pubblico italiano si è intensificato: Il podcast Puntini sull’AI di Radio Radicale, nella puntata del gennaio 2026 dedicata alla scuola, ha esplorato cosa accade davvero quando gli algoritmi entrano nelle aule, non nella versione patinata dei convegni, ma nelle realtà quotidiane di chi insegna e di chi impara. E a questo proposito suggerisco anche la puntata di Intelligenze Artificiali che Matteo Flora ha dedicato all’IA nelle scuole, in cui ha esaminato i modi d’uso concreti dell’IA nel sistema scolastico italiano, evidenziando le tensioni tra potenziale innovativo e rischi sottovalutati.

Vale la pena guardare con onestà alle possibilità genuine che queste tecnologie aprono, senza cedere né all’entusiasmo acritico né al rifiuto pregiudiziale. Ogni studente ha tempi, modalità e punti di forza diversi. Gli strumenti di IA generativa possono adattare spiegazioni, esercizi e feedback alla fase in cui si trova ciascuno, cosa difficilissima da garantire in una classe di venticinque persone con un solo insegnante. E non si tratta solo di teoria: alcune sperimentazioni negli Stati Uniti citate nel rapporto OCSE 2026 mostrano che l’impiego di un tutor basato su IA generativa, progettato per stimolare il ragionamento attivo invece di limitarsi a fornire risposte, ha prodotto risultati di apprendimento superiori rispetto allo stesso corso tenuto in aula senza supporto algoritmico. Gli studenti hanno compreso di più e si sono mostrati più coinvolti. La differenza, però, stava nel come: l’IA era costruita con un preciso obiettivo pedagogico, non come scorciatoia.

Sempre nel rapporto OCSE si parla di un caso particolarmente interessante: docenti meno esperti che, grazie al supporto di strumenti di IA generativa, hanno migliorato la qualità delle loro strategie didattiche, con ricadute positive anche sugli apprendimenti degli studenti. Questo suggerisce che l’IA, se ben calibrata, può avere effetti positivi anche sul fronte dell’equità, aiutando a compensare le disuguaglianze legate alla qualità variabile dell’insegnamento.

Uno studente universitario che usa un assistente conversazionale per farsi spiegare un concetto in modi diversi, per testare la propria comprensione con domande simulate, o per organizzare la struttura di una tesi, sta sfruttando un potenziale reale. Questo non deve essere visto come un espediente per barare: è come avere un tutor disponibile a qualsiasi ora. Anche gli insegnanti possono farsi supportare dalla IA: le incombenze amministrative, la compilazione di registri, la preparazione di materiali standardizzati occupano una parte importante del loro tempo. Liberarli da queste attività tramite strumenti intelligenti significa restituire energia e attenzione alla parte più preziosa del lavoro: la relazione con gli studenti, la lettura delle loro difficoltà, la capacità di motivare.

Un articolo pubblicato su Nature a dicembre 2025, raccontando un’esperienza in corso a Sydney, proponeva la visione radicale (ma stimolante) dell’IA come infrastruttura di base di tutto il percorso accademico. In questo scenario, ogni fase (dall’orientamento iniziale alla personalizzazione dei contenuti, dalla valutazione dei progressi alla gestione amministrativa) verrebbe ripensata con l’IA come asse portante e il ruolo dei docenti cambierebbe di conseguenza: meno trasmissione frontale di nozioni, più mentorship, guida critica, accompagnamento umano. L’ateneo diventerebbe più flessibile, potenzialmente più capace di rispondere al calo delle iscrizioni e al disallineamento tra formazione e mercato del lavoro. In teoria, un sistema più accessibile e rilevante. In teoria.

Ma eccoci al punto in cui la prudenza è d’obbligo. Le opportunità appena descritte non sono automatiche: si realizzano solo in presenza di condizioni precise, e in loro assenza possono trasformarsi in danni. Il rischio più documentato e più insidioso è nel “miraggio della competenza”: il rapporto OCSE cita uno studio su studenti di matematica che, affidandosi a strumenti generici di IA generativa durante le esercitazioni, hanno mostrato un miglioramento apparente vicino al 50% nei compiti svolti con il supporto dell’algoritmo. Ma quando, all’esame, l’IA è stata rimossa, le loro prestazioni sono risultate sensibilmente peggiori rispetto a chi aveva studiato senza supporti artificiali. La tecnologia aveva prodotto un’illusione di padronanza: certo, migliorava l’output immediato, ma senza costruire comprensione reale. È una distinzione fondamentale, e dovrebbe far riflettere chiunque sia tentato di valutare l’efficacia di uno strumento solo dai risultati a breve termine.

Un altro rischio è il debito cognitivo: se deleghiamo all’IA la fatica del pensiero, cioè la ricerca delle parole giuste, la costruzione di un argomento, il ragionamento, rischiamo di non sviluppare quelle capacità. Come un muscolo che non viene allenato, il senso critico e analitico si atrofizza se non viene esercitato. L’articolo di Nature su Sydney avverte esplicitamente che un ricorso eccessivo all’IA può portare a plasmare studenti abituati a farsi condurre dagli algoritmi, con effetti negativi sull’autonomia intellettuale e sullo sviluppo del pensiero critico. E l’attendibilità delle fonti? I modelli di linguaggio generativo producono testi plausibili, ben scritti, convincenti… ma non necessariamente veri, lo sappiamo. A volte inventano citazioni, in altri casi falsificano dati e confondono dettagli storici con la stessa disinvoltura con cui producono contenuti accurati. Uno studente che non ha ancora sviluppato gli strumenti per verificare le fonti è particolarmente vulnerabile. L’IA non è un’enciclopedia: è uno strumento che richiede senso critico da parte di chi la usa.

Ma c’è anche un aspetto strutturale: le scuole con meno risorse, che spesso sono quelle che servono le comunità più fragili, rischiano di rimanere ai margini della transizione digitale, non potendo garantire connettività, dispositivi adeguati e docenti formati. Il rapporto OCSE è esplicito nel descrivere la possibilità che il digital divide si estenda: il digitale non riduce automaticamente le disuguaglianze e, in assenza di politiche mirate, può renderle ancora più evidenti. In Italia questo tema è particolarmente sensibile, dato il persistente divario tra Nord e Sud, ma anche tra aree urbane e periferiche.

C’è da considerare anche l’aspetto della governance dei dati. Sistemi di IA che tracciano i progressi degli studenti, ne analizzano le difficoltà e modellano i percorsi di apprendimento raccolgono dati straordinariamente sensibili. Chi li gestisce? Con quali garanzie? Se scuola e università si affidano a piattaforme proprietarie di grandi aziende tecnologiche, di fatto, cedono autonomia pedagogica. Le scelte su cosa insegnare, come valutare, quali contenuti privilegiare rischiano di migrare progressivamente verso pochi grandi attori privati con logiche e interessi propri.

Veniamo alla sostenibilità: In Italia il PNRR ha rappresentato, per chi è stato in grado di sfruttarlo, un’iniezione di risorse senza precedenti per la digitalizzazione educativa, con la nascita di Digital Educational Hub universitari e iniziative rivolte a scuole e fasce fragili della popolazione. Il quadro che emerge è quello di un sistema in rapida costruzione, capace di produrre esperienze di qualità. Ma molte di queste strutture restano dipendenti dai finanziamenti straordinari. La domanda che pochi si pongono apertamente è: cosa accadrà quando i fondi si esauriranno? Senza modelli istituzionali ed economici solidi, il rischio è che alcune di queste esperienze rimangano episodi brillanti ma isolati, incapaci di trasformarsi in patrimonio stabile del sistema educativo.

Ed è importante considerare l’importanza della relazione educativa: l’insegnamento non è un trasferimento di informazioni, ma una vera e propria relazione. La capacità di un docente di leggere lo stato emotivo di uno studente, di dargli forza nei momenti di scoraggiamento, di stimolarne la curiosità con un’osservazione inattesa, non è replicabile da nessun algoritmo. Se l’IA viene percepita come un sostituto dell’insegnante anziché come uno strumento di supporto, si rischia di sminuire qualcosa di irriducibile.

Il messaggio che emerge dalla riflessione più seria sul tema, dal rapporto OCSE, dalla ricerca accademica, dalle esperienze di chi insegna davvero, è che la tecnologia non funziona senza la pedagogia. Non basta introdurre uno strumento in classe per migliorare i risultati di apprendimento. Occorre chiedersi prima: perché? Con quali obiettivi? Come si valuta se funziona? Il vero salto di qualità, come scrive Adriana Agrimi su Agenda Digitale, non dipende dai device o dalle piattaforme, ma da scelte culturali e politiche coerenti nel tempo.

Da tutto questo si possono trarre alcune indicazioni utili, ricavate dall’esperienza di chi già lavora su questi temi:

Regole chiare e condivise. Ogni scuola, ogni ateneo dovrebbe definire in modo trasparente in quali contesti l’uso dell’IA va incoraggiato, consentito o vietato. Non per reprimere, ma per creare le condizioni di un uso consapevole.

Formare i docenti, davvero. Un insegnante che non conosce gli strumenti non può guidare gli studenti nel loro utilizzo critico. La formazione non può essere una tantum: deve essere continua, pratica, ancorata ai contesti reali. Il PNRR ha già finanziato percorsi importanti in questa direzione — il problema è che spesso si tratta di interventi a termine, non di cambiamenti strutturali.

Progettare con intenzione pedagogica. La differenza tra un tutor IA che “produce” apprendimento reale e uno che genera solo l’apparenza di competenza sta nel modo in cui è costruito e nel contesto in cui viene usato. Strumenti pensati per sollecitare il ragionamento, fare domande, stimolare la riflessione danno risultati diversi rispetto a quelli usati per ottenere risposte già pronte. La progettazione didattica deve precedere la scelta tecnologica.

Sviluppare l’AI literacy negli studenti. Capire come funziona un modello di linguaggio con i suoi limiti, i suoi meccanismi, ma anche con i suoi bias, deve essere considerato una competenza di cittadinanza. La scuola ha il compito di formare persone capaci di leggere criticamente i contenuti prodotti dall’IA, non solo di utilizzarla. Può aiutare a trovare risorse, a strutturare idee, a correggere bozze. Ma la valutazione critica, l’argomentazione originale, il giudizio autonomo devono restare compiti dello studente. Questo è il cuore dell’educazione.

Last but not least: non lasciare indietro nessuno. Qualsiasi politica di introduzione dell’IA nella scuola deve essere accompagnata da investimenti in infrastrutture e connettività, soprattutto nelle aree più svantaggiate. L’inclusione non è un optional.

L’intelligenza artificiale è uno specchio potente: riflette le scelte di chi la progetta, le aspettative di chi la usa, le condizioni strutturali in cui viene adottata. Ma è anche una spugna, perché assorbe le nozioni con cui viene addestrata. Nella scuola, come altrove, può fare molto bene o molto male, ma soprattutto può fare cose molto diverse a seconda di come viene introdotta e governata. L’IA può essere uno strumento straordinario al servizio di una visione educativa chiara: i problemi sorgono quando è la visione a mancare e si lascia che sia la tecnologia a colmare il vuoto.

 
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Pubblicato da su 12 febbraio 2026 in news

 

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Arriva il Trump Phone “made in Usa” (o quasi)

Fonte: The Verge

 

L’esclusiva di The Verge ha sollevato il velo su uno dei progetti tecnologici più polarizzanti dell’ultimo anno: il Trump Phone T1, lo smartphone che ha l’obiettivo dichiarato di portare “i valori americani” nel palmo della mano. Dietro la retorica patriottica e le finitura dorate di questo feticcio politico, tuttavia, si nasconde una realtà molto più complessa.

Partiamo dall’inizio: il progetto è nato nel giugno 2025 come estensione del brand Trump nel settore digitale. Ah, Trump è un brand? Certo, ve lo può confermare Eric Trump, vicepresidente esecutivo della Trump Organization e terzo figlio di Donald Trump, che ha presentato l’iniziativa come la risposta a un’esigenza specifica: offrire agli americani un servizio wireless e un dispositivo che riflettessero i loro valori, in contrapposizione ai giganti tech percepiti come troppo “liberal”.

Il nome Trump Mobile deriva dalla T1 Mobile LLC, azienda che opera in veste di MVNO (operatore mobile virtuale) con l’appoggio tecnologico della rete T-Mobile. Nell’offerta di questa azienda c’è un particolare curioso ed egoriferito: il piano tariffario di punta si chiama The 47 Plan e costa 47,45 dollari al mese, in omaggio al fatto che Donald Trump è sia il 45° che il 47° Presidente degli Stati Uniti.

Il design dello smartphone si distingue per la finitura dorata e la bandiera americana, non esattamente un’icona di classe e raffinatezza (credo che “pacchiano” sia il termine più appropriato per definirlo), mentre tra le specifiche tecniche spiccano:

  • Processore Qualcomm Snapdragon serie 7
  • Display curvo “waterfall” da 6,78 pollici (refresh rate a 120Hz)
  • Batteria da 5.000 mAh
  • 512GB di storage interno, espandibile fino a 1TB tramite microSD
  • Doppia fotocamera da 50MP (frontale e posteriore)

La caratterizzazione patriottica di questo device trova riscontro nella fabbricazione? Non proprio: nonostante la pubblicità diffusa inizialmente parlasse di un prodotto realizzato negli Stati Uniti, è stato confermato che la produzione avverrà quasi interamente fuori dagli States. Solo l’assemblaggio finale avverrà a Miami, una scelta che non soddisfa i rigorosi standard della FTC (Federal Trade Commission) per l’etichetta “made in USA” e che alimenta le critiche di chi vede una contraddizione tra il messaggio “America First” e la realtà produttiva.

Il lancio è previsto per fine marzo 2026, con prezzi a due livelli: 499 dollari per chi ha già versato il deposito di 100 dollari durante la prevendita, ma per il momento del lancio si parla di un prezzo tra i 500 e i mille dollari, un livello ambizioso che posiziona il T1 in diretta competizione con prodotti ben più affermati sul mercato.

Il mercato è pieno di alternative con specifiche tecniche simili se non superiori e a prezzi più competitivi: per tentare di conquistare una posizione di rilievo potrà far leva sui sostenitori di Donald Trump, per i quali il T1 rappresenterà un distintivo ideologico e di appartenenza politica, più che uno smartphone. Ma quanti consumatori saranno disposti a pagare quel prezzo per un dispositivo che non offre concretamente niente di nuovo? La risposta arriverà alla fine di marzo, quando sarà possibile misurare il successo di questo strumento di merchandising politico.

 
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Pubblicato da su 10 febbraio 2026 in news

 

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La Sapienza vince sui ransomware


L’incubo per l’Università La Sapienza di Roma è iniziato ieri, quando sono diventati irraggiungibili sia il sito web del più grande ateneo italiano che Infostud, la piattaforma utilizzata dagli studenti per prenotare gli esami, consultare i voti e pagare le tasse, operazioni che già domenica sera non era possibile portare a termine con i sistemi compromessi. L’università ha confermato di aver subìto un attacco ransomware che è stato rivendicato da cybercriminali russi.

Un’immagine rapida per chi non sapesse o non ricordasse il significato della parola ransomware: immaginate di trovarvi davanti alla porta di casa vostra e scoprire che qualcuno ha cambiato la serratura. La chiave che avete in tasca non funziona più, e sul portone trovate un biglietto: “Vuoi rientrare? Pagami”. Il ransomware fa questo, ma con i dati: è un software malevolo che, una volta penetrato in un sistema informatico, si attiva criptando documenti, foto e database, rendendoli completamente inutilizzabili senza una chiave segreta. Che ovviamente ha un costo.

L’università ha ricevuto una comunicazione con un link che porta a un sito nel dark web dove si può negoziare il riscatto. La cifra richiesta non è stata resa pubblica, ma è verosimile che si tratti di alcuni milioni di euro, da pagare in criptovalute. L’ultimatum è di 72 ore e la minaccia è presto spiegata: se il pagamento non viene effettuato entro il termine stabilito, oltre a non fornire la chiave per sbloccare i file, gli aggressori diffonderanno pubblicamente tutti i dati sottratti dai server prima dell’attacco (doppia estorsione).

La Sapienza ha scelto di non cedere al ricatto, forte della possibilità di ripristinare i sistemi attraverso i backup che le permetteranno di tornare online a partire dai servizi essenziali, per andare incontro alle esigenze degli studenti e quindi dando priorità alla piattaforma Infostud, dal momento che l’attacco è arrivato alla fine della sessione invernale.

Poche ore dopo, un altro attacco ha colpito la Galleria degli Uffizi, che ha immediatamente attivato il ripristino da backup dei dati compromessi.

Episodi come questo ci ricordano quanto siamo diventati dipendenti dai sistemi digitali e quanto sia fondamentale proteggerli in modo adeguato. L’insegnamento che ci portiamo a casa è chiaro: nel mondo digitale la prevenzione vale molto più della cura, perché la sicurezza al 100% non esiste. E il riscatto non è mai la soluzione.

 
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Pubblicato da su 3 febbraio 2026 in news

 

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Cosa dimostra l’indagine nata dal servizio di Report su Microsoft ECM

L’indagine aperta per l’ipotesi di accesso abusivo a sistema informatico nei confronti di un tecnico ministeriale del distretto torinese, per come la vedo io, ha già avuto un effetto di rilievo: confermare le lacune nella gestione del sistema finito sotto la lente di Report. Le notizie diffuse nelle scorse ore, infatti, evidenziano che il ministero si è reso conto di quegli accessi solo dopo averne avuto notizia dalla trasmissione televisiva, e non da un alert interno.

Osservatori ed esperti del settore lo hanno evidenziato in tutti i modi: Microsoft ECM non è una cimice o un software-spia (definizioni errate date da alcuni), è uno standard di Endpoint Management, un prodotto regolarmente disponibile sul mercato e utilizzato in tutto il mondo per normalissime e necessarie operazioni di monitoraggio dello stato di un computer, distribuzione di aggiornamenti di sicurezza, installazione di software, supporto tecnico da remoto.

I vertici del Ministero hanno dichiarato che non può essere utilizzato per attività di controllo remoto senza il consenso degli utenti, ma questo non è un impedimento tecnico, poiché è stato riscontrato che notifiche e richieste di consenso agli utenti possono effettivamente essere disattivate. Certo, queste disattivazioni lasciano tracce che possono essere rilevate, ma il punto è proprio questo: vengono effettivamente rilevate?

Stiamo parlando dell’infrastruttura informatica del Ministero della Giustizia, di cui fanno parte i computer di magistrati che trattano dati molto riservati: se fosse attivo un controllo sulla disattivazione di notifiche e richieste di consenso, con l’invio dei relativi alert a figure responsabili della sicurezza dell’infrastruttura, dovrebbero scattare immediatamente le necessarie procedure di verifica, dando prova dell’efficacia della governance del sistema. In questo caso, invece, l’indagine della Procura è scattata in seguito a un esposto del Ministero della Giustizia datato 24 gennaio, dopo la pubblicazione – avvenuta il 21 gennaio da parte di Report – del video in cui il GIP di Alessandria Aldo Tirone spiega di aver consapevolmente fatto effettuare alcune prove con il supporto di tecnici informatici.

Queste evidenze, purtroppo, non trasmettono solo la smentita dell’impossibilità di disattivare notifiche e richieste di consenso all’utente, ma vanno ad un livello più alto, escludendo l’esistenza di un controllo efficace su eventuali disattivazioni non dichiarate. In questo momento, quindi, nell’occhio del ciclone sta finendo chi ha segnalato una seria vulnerabilità organizzativa, mentre l’attenzione dovrebbe puntare ad individuare e affrontare i problemi che l’hanno generata

 
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Pubblicato da su 1 febbraio 2026 in news

 

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HAPS: il 2026 sarà l’anno giusto per internet stratosferico?

Se vivessimo in cima ad una montagna o su un’isoletta sperduta, senza il collegamento Internet a cui siamo abituati, vivremmo nelle condizioni in cui oggi si trovano ancora oltre due miliardi di persone nel mondo. Il 2026, però, potrebbe essere l’anno della svolta, grazie a una tecnologia semplicemente… stratosferica.

L’idea è semplice, per cui provo a spiegarla in modo non tecnico: invece di piazzare antenne ovunque o lanciare migliaia di satelliti nello spazio, perché non mettere delle torri volanti molto in alto nel cielo? Parliamo di enormi dirigibili gonfi di elio e aerei senza pilota (quindi UAV – Unmanned Aerial Vehicle, altrimenti detti “droni”) che volano a oltre 20 chilometri di altezza, cioè davvero nella stratosfera (quella zona dell’atmosfera in cui volano anche gli aerei di linea, ma molto più su): questi “palloni intelligenti” stazionano sopra un’area sparando internet super veloce direttamente sui dispositivi, senza la necessità di altre antenne. Questa tecnologia si chiama HAPS (High-Altitude Platform Station, cioè “piattaforme ad alta quota”) e delle sue evoluzioni ne parla Technology Review: in questi mesi la stanno testando diverse aziende che sono pronte a darne dimostrazione nei cieli giapponesi e indonesiani.

La novità sta nella concretizzazione, non nell’idea: Google ci aveva provato già anni fa con un progetto chiamato Loon, basato sull’uso di palloni aerostatici. L’iniziativa ha chiuso i battenti nel 2021 per problemi di sostenibilità: i palloni continuavano a essere spinti via dal vento e per questo motivo era necessario sostituirli lanciandone sempre di nuovi. Le aziende oggi attive su HAPS dichiarano di aver trovato la soluzione: dirigibili mossi da motorini elettrici alimentati da pannelli solari, in grado di stabilizzarli anche in presenza di venti contrari, e aerei senza pilota che possono volare per più di due mesi consecutivi senza mai scendere!

In tutto questo si potrebbe obiettare che esiste già Starlink – la soluzione satellitare di Elon Musk – che comunque, dal punto di vista degli utenti, fa la stessa cosa. Vero, ma con un limite: più persone si collegano nella stessa zona, più la connessione rallenta (come quando a casa vostra usate Netflix tutti contemporaneamente e “il Wi-Fi va a rilento”). I dirigibili stratosferici invece permettono di servire molte più persone, perché sono molto più vicini a noi rispetto ai satelliti.

Gli analisti del settore ricordano che di queste promesse ne hanno già sentite tante: da Analysis Mason, l’esperto Dallas Kasaboski osserva che “il mercato HAPS è stato molto lento e difficile da sviluppare” e che molte aziende hanno intrapreso questa direzione con entusiasmo, ma poi i progetti sono naufragati. I numeri sono chiari: le stime indicano che il mercato degli HAPS raggiungerà appena 1,9 miliardi di dollari entro il 2033, mentre quello dei satelliti internet arriverà a 33 miliardi già nel 2030. Le mega-costellazioni di satelliti come Starlink hanno già conquistato il mercato con investimenti di miliardi di dollari.

Recuperare terreno adesso non sarà facile. È un po’ come aprire un nuovo negozio di smartphone in una città dove tutti hanno già comprato l’iPhone e sono felici: anche se il tuo telefono funziona benissimo e costa meno, convincere la gente a cambiare può essere complesso. Per questo i prossimi test in Giappone e Indonesia saranno cruciali: o dimostrano che questa tecnologia funziona davvero – e funziona meglio – oppure rischia di fare la fine di Google Loon e di tanti altri progetti caduti nell’oblìo.

 
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Pubblicato da su 29 gennaio 2026 in news

 

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Gemini entra in Siri e conquista… il mondo Mobile

A volte anche le big tech hanno bisogno di una mano. È quello che è successo ad Apple che, dopo svariati tentativi con risultati poco convincenti nel campo dell’intelligenza artificiale, per migliorare Siri ha deciso di chiedere il supporto di Google. La prossima versione dell’assistente vocale dell’iPhone – in arrivo entro alcuni mesi – sarà infatti basata su Gemini.

L’accordo vale un miliardo di dollari l’anno e “chiude” un percorso a cui Apple è arrivata battendo varie strade: prima ha tentato lo sviluppo di un proprio sistema AI proprietario con esiti poco incoraggianti, poi ha pensato ad alcuni partner (Anthropic e OpenAI), infine ha visto in Google la soluzione ai suoi problemi.

Questa scelta di Apple ricorda in parte quello che fece Microsoft qualche anno fa con il suo browser Edge: dopo aver constatato che il proprio motore di rendering non riusciva a competere con la concorrenza, nel 2019 decise di abbandonare la tecnologia proprietaria e di basare Edge su Chromium, lo stesso sistema open source che sta alla base di Google Chrome. Una strada difficile da imboccare per Microsoft, che dopo l’era di Internet Explorer aveva cercato di mantenere il controllo completo del proprio browser, ma possiamo considerarla un’onorevole ammissione dei limiti emersi nel progetto.

Questo accordo consente a Apple di recuperare il terreno perduto e mantenersi competitiva, mentre per Google rappresenta un’importante risultato in termini di visibilità e influenza, perché vede riconosciuta da un competitor la superiorità della propria tecnologia AI che diventa lo standard de-facto dell’AI conversazionale su miliardi di dispositivi mobili (Android + iOS).

Siri fa indubbiamente un upgrade, da assistente vocale limitato a vero assistente conversazionale integrato nel sistema operativo, in grado di gestire contesto, ragionamento e task complessi in modo nativo, grazie al supporto di un’intelligenza artificiale potente “di default” integrata nel sistema e non relegata a servizio esterno da aprire separatamente.

In questo contesto OpenAI appare lo “sconfitto” del gruppo, perché rimanendo fuori dal mondo Apple perde il treno che avrebbe potuto portare la sua AI generativa all’integrazione sistemica e alla distribuzione di massa.

 
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Pubblicato da su 27 gennaio 2026 in news

 

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Ministero della Giustizia e Microsoft ECM sotto la lente di Report

Il servizio anticipato da Report nei giorni scorsi sul software di controllo installato nei computer del Ministero della Giustizia ha suscitato perplessità e preoccupazioni nei magistrati, sul fronte politico e nell’opinione pubblica. Prima di esprimermi ho atteso la messa in onda del servizio, per vederne il contenuto e formarmi un’opinione basata su informazioni più complete. Risultato: il vero problema non è tanto il software, quanto la mancanza di informazioni – o di chiarezza – sulla sua governance.

Le premesse, agli occhi e alle orecchie di un tecnico informato estraneo alla vicenda, indicavano essenzialmente che, per la gestione centralizzata di tutti i computer del Ministero, viene utilizzato Microsoft ECM, un software che per sua natura è utile, legittimo e regolarmente utilizzato in molte organizzazioni sia pubbliche che private, descrizione che i giornalisti di Report hanno dato correttamente, specificando che non si tratta di un software-spia, anche se alcune testimonianze nel servizio lo hanno etichettato in modo errato e fuorviante con termini come “cimice” e “trojan di Stato”.

Per inciso: quando dico “tutti i computer del Ministero” parlo di circa 40mila computer utilizzati da tutti coloro che lavorano alle dipendenze del Ministero. Un contesto in cui è necessario gestire l’inventario di hardware e software, avere il controllo delle licenze, programmare ed eseguire tutti i dovuti aggiornamenti per la sicurezza ed effettuare operazioni di helpdesk. Un’infrastruttura di grandi dimensioni richiede una gestione centralizzata di queste esigenze: per comprensibili difficoltà logistiche, non è pensabile che questa gestione sia affidata a un tecnico, ma sarebbe complesso anche per un team di tecnici pronti a intervenire fisicamente su ogni singolo pc.

Microsoft ECM consente di superare questi limiti e, tra le varie funzionalità, prevede quella di Remote Control, ad esempio, progettata ovviamente per effettuare assistenza tecnica da un altro dispositivo. Generalmente, prima di un intervento effettuato da remoto, è previsto che l’utente dia il consenso all’attività e accetti il collegamento. Tuttavia, è effettivamente possibile impostare un’opzione che permette di avviare quel collegamento anche senza consenso e questo è chiarito dalla stessa Microsoft che, nella documentazione tecnica, spiega esplicitamente che lo strumento “può anche monitorare gli utenti senza il loro permesso o consapevolezza” a seconda di come viene configurato.

Il software include anche strumenti di Software Metering per raccogliere dati sull’uso del computer (è possibile rilevare quali applicazioni vengono aperte, per quanto tempo e da quale utente, in background e senza notifiche all’utente) e permette di effettuare, sempre senza interazioni con l’utente, attività approfondite di ispezione su configurazione di sistema, utenti, file a scopo di inventario di hardware e software, così come l’esecuzione di script e comandi da remoto per estrarre informazioni o file senza che appaia nulla sullo schermo dell’utente.

I vertici del Ministero dichiarano che Microsoft ECM non può essere utilizzato per attività di controllo remoto senza il consenso degli utenti, ma questo è un impedimento procedurale e non tecnico, poiché è stato riscontrato che le notifiche e le richieste di consenso agli utenti possono effettivamente essere disattivate. Le possibilità di accesso “stealth” ad un pc dipendono dalla disattivazione intenzionale di questi controlli e di tutte queste operazioni, ovviamente, resta traccia. A quanto pare, tuttavia, nessuno rileva queste tracce, ne’ chiede conto di queste operazioni, come è stato dimostrato dai test effettuati da un giudice – il gip di Alessandria Aldo Tirone – con la collaborazione di un tecnico informatico interno, che per mesi e in più occasioni ha effettuato varie prove di collegamento remoto senza riscontrare alcun tipo di alert e, in seguito, senza ricevere alcuna segnalazione da chi dovrebbe avere la governance del sistema.

Occorre dunque considerare un aspetto importante: queste caratteristiche di Microsoft ECM, se non vincolate, lo rendono più adatto alla gestione dei dispositivi di organizzazioni che, per loro natura, trattano dati meno riservati e sensibili. Pensiamo ad esempio ai computer collegati ai display che mostrano i dati di arrivi e partenze presenti in aeroporti e stazioni ferroviarie, oppure a totem informativi o pubblicitari: in sintesi, è lo strumento ideale per la gestione di postazioni non presidiate (e che quindi non hanno un utilizzatore che deve dare un consenso alle attività di aggiornamento o manutenzione).

Sorgono quindi di conseguenza almeno due domande. La prima: per quale motivo, nel 2019, per la gestione e la manutenzione software dei computer del Ministero della Giustizia a tutti i livelli – da quelli amministrativi fino a quelli in uso ai magistrati – la scelta è caduta su Microsoft ECM? La seconda: come vengono gestite le informazioni relative alle operazioni effettuate senza trasmettere segnalazioni agli utenti?

Ricevere risposta a tali quesiti potrebbe, forse, contribuire a rendere meno fondate le perplessità sorte su questo software e a trasmettere la percezione di un Ministero che ha il controllo della situazione. Sicuramente una soluzione che consenta una gestione ottimale delle attività di supporto, manutenzione e aggiornamento è necessaria ad una realtà come quella del Ministero della Giustizia, soprattutto pensando alla sicurezza dei dati e ricordando che in un recente passato ci sono stati episodi allarmanti come l’attacco messo in atto nel 2024 dall’hacker Carmelo Miano, che riuscì a violare i server del Ministero della Giustizia, della Guardia di Finanza e di Telespazio, non con software di controllo remoto, ma utilizzando credenziali reali di magistrati e personale amministrativo carpite grazie a un malware trasmesso ai pc di due dipendenti del Ministero. Probabilmente privi di aggiornamenti o adeguate protezioni.

 
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Pubblicato da su 26 gennaio 2026 in news

 

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MIA, l’intelligenza artificiale che aiuta i medici

Immaginate di farvi visitare dal vostro medico di famiglia e di scoprire che può contare su un assistente digitale sempre aggiornato. Non si tratta di ChatGPT, Gemini o Perplexity, ma di MIAMedicina e Intelligenza Artificiale – cioè la nuova piattaforma sviluppata dall’Agenas (Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali) che sta per entrare negli studi di 1500 medici di base italiani, e che in pratica è uno strumento digitale che affianca (non sostituisce) il medico di famiglia durante il suo lavoro quotidiano.

Pensate a MIA come a un collega esperto sempre disponibile: il medico può porle domande e ricevere suggerimenti basati su evidenze scientifiche verificate. La piattaforma utilizza solo dati certificati e fonti attendibili, per garantire che le informazioni siano sempre corrette e aggiornate. Il medico può consultare MIA attraverso un’interfaccia semplice e intuitiva, più o meno come quando fa una ricerca su internet. I risultati però sono molto più affidabili e specifici.

La piattaforma può dare supporto in tre aree principali:

  • Diagnosi e terapia: quando il medico si trova di fronte a sintomi poco chiari o sospetta una malattia rara, MIA può suggerire possibili diagnosi, indicare quali esami fare e proporre percorsi terapeutici iniziali. Questo è particolarmente utile per quelle patologie che un medico potrebbe incontrare raramente nella sua pratica.
  • Gestione delle malattie croniche: per i pazienti con diabete, ipertensione o altre patologie che richiedono un monitoraggio costante, MIA offre strumenti per una gestione personalizzata, suggerendo quando intervenire e come ottimizzare le cure.
  • Prevenzione: la piattaforma può identificare quali pazienti potrebbero beneficiare di programmi di screening o vaccinazioni, visualizzando le campagne attive e fornendo suggerimenti personalizzati in base ai fattori di rischio individuali.

L’Agenas prevede che l’uso di MIA possa dare una serie di vantaggi in termini concreti:

  • ridurre il tempo necessario per le attività diagnostiche di routine
  • aiutare a prescrivere i farmaci giusti al momento giusto
  • migliorare l’adesione dei pazienti alle terapie
  • ridurre i ricoveri ospedalieri che potrebbero essere evitati
  • aumentare la partecipazione ai programmi di screening e vaccinazione.

Non mancano comunque alcune questioni pratiche da risolvere: la piattaforma deve integrarsi bene con gli strumenti informatici già presenti negli studi come le cartelle cliniche digitali e il fascicolo sanitario elettronico. Inoltre dovrebbe anche aiutare a ridurre i carichi burocratici, non ad aumentarli. Ma soprattutto: fino a che punto possiamo fidarci dell’intelligenza artificiale in campo medico?

Come sempre, è necessario essere consapevoli della sua natura di supporto: non è un sostituto, è uno strumento di cui si deve approfittare perché completa le competenze del professionista e semplifica i processi decisionali. Altra consapevolezza che si deve sempre avere: non esiste intelligenza artificiale che possa sostituire l’esperienza clinica, l’intuizione, l’empatia e la capacità di valutare il paziente nella sua globalità. Il medico conosce la vostra storia, sa interpretare i sintomi nel contesto della vostra vita, può cogliere segnali che vanno oltre i dati oggettivi. MIA si limita a fornire dati, informazioni e suggerimenti, ma è il medico che li valuta, li contestualizza e prende la decisione terapeutica. Ogni paziente è unico: ciò che statisticamente può funzionare nella maggior parte dei casi, potrebbe non essere la scelta migliore per voi. Ecco perché il giudizio del medico, che vi conosce e può personalizzare le cure, rimane fondamentale.

Un aspetto interessante di MIA è che potrebbe contribuire a ridurre le disuguaglianze nell’accesso alle cure: non tutti i medici di base hanno la stessa esperienza in tutte le patologie, e non tutti lavorano vicino a grandi centri specialistici. Con MIA, anche un medico in un’area remota può avere accesso allo stesso livello di informazioni aggiornate di un collega in una grande città, offrendo ai propri pazienti un livello di cura più uniforme.

Questa piattaforma rappresenta un esempio di come l’intelligenza artificiale, se integrata con visione e responsabilità, possa migliorare concretamente la sanità. Non si tratta di scegliere tra il medico e la macchina, ma di dare al medico uno strumento di conoscenza: mentre la macchina può elaborare enormi quantità di dati e fornire suggerimenti basati sull’evidenza, il medico mette la sua esperienza, la sua umanità e la sua capacità di giudizio al servizio del paziente.

 
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Pubblicato da su 24 gennaio 2026 in news

 

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Il phishing scorre su LinkedIn

Anche LinkedIn, con la sua messaggistica interna, può essere usato come canale di distribuzione di malware. Lo ha reso noto Reliaquest spiegando la dinamica dell’attacco: gli utenti del social network vengono contattati da falsi recruiter o colleghi, con l’obiettivo di ottenere fiducia e convincere la vittima a scaricare un file, apparentemente innocuo che si presenta come un archivio compresso WinRAR che contiene un lettore PDF open source, una libreria DLL dannosa, un interprete Python e un file RAR di copertura.

La questione richiede particolare attenzione per un motivo molto semplice: generalmente la messaggistica privata di un social network non è sotto il controllo dei sistemi di sicurezza aziendali e questo la rende un canale ideale per i criminali informatici.

Per agire in modo nascosto gli attaccanti utilizzano una tecnica chiamata DLL side-loading: quando la vittima apre il lettore PDF legittimo, viene caricata automaticamente anche la libreria dannosa, camuffata da file legittimo e innocuo. Con questo malware i malintenzionati ottengono accesso remoto al computer colpito e da questo possono ricavare i dati personali e sensibili memorizzati, oltre ad avere la possibilità di mantenere il controllo del sistema.

Raccomandazioni d’obbligo: diffidate dei messaggi inattesi che chiedono di scaricare un file, anche se sembrano provenienti da persone conosciute e verificate l’identità del mittente (sfruttando altri canali, ad esempio via mail, WhatsApp o qualunque altra forma di comunicazione con cui potete mettervi in contatto), perché per un’opportunità professionale seria e legittima nessuno chiederà mai di scaricare file sospetti o di bypassare le procedure di sicurezza. Last but not least: mantenete aggiornati antivirus e sistema operativo e attivate l’autenticazione a due fattori.

È necessario tenere presente che il phishing non è più confinato solo alla posta elettronica e i social media sono terreno di caccia per i cybercriminali, anche quelli professionali come LinkedIn. La prima ldifesa, anche questo va ricordato, è la consapevolezza: se qualcosa sembra troppo bello per essere vero o mette fretta, probabilmente è un tentativo di truffa.

 
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Pubblicato da su 21 gennaio 2026 in news

 

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