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Anche la scuola può subire un attacco informatico

Disservizi, hacker, vulnerabilità. Ormai le notizie sulle violazioni di piattaforme online sono all’ordine del giorno e ci danno la misura di quanto la sicurezza informatica sia tanto sottovalutata quanto fondamentale. Se volete sapere qualcosa di più sul leak dei dati di 533 milioni di utenti di Facebook (già accennato in gennaio), seguite il video con lo spiegone definitivo di Matteo Flora, davvero il più esaustivo sul tema. Io invece pongo l’attenzione sul cosiddetto hackeraggio dei registri elettronici.

Non bastavano DAD e DID a rendere problematico l’anno scolastico: ci mancava anche un attacco informatico sferrato ai danni di Axios Italia, sulla cui piattaforma si appoggiano il 40% delle scuole italiane. Il Registro elettronico è in pratica la risorsa che mantiene traccia delle presenze degli studenti, delle attività svolte, delle valutazioni, di compiti e consegne. Ma è anche lo strumento in cui gli insegnanti trasmettono comunicazioni di servizio a studenti e famiglie. Una piattaforma informativa fondamentale.

L’attacco ha generato un disservizio che ha reso inaccessibili i server e di cui l’azienda, il 3 aprile, ha dato conto immediatamente:

Gentili Clienti, a seguito di un improvviso malfunzionamento tecnico occorso durante la notte, si è reso necessario un intervento di manutenzione straordinaria. Sarà nostra cura darVi comunicazione alla ripresa del servizio.

Lunedì 5, la precisazione:

Gentili Clienti, a seguito delle approfondite verifiche tecniche messe in atto da Sabato mattina in parallelo con le attività di ripristino dei servizi, abbiamo avuto conferma che il disservizio creatosi è inequivocabilmente conseguenza di un attacco ransomware portato alla nostra infrastruttura.

Dagli accertamenti effettuati, al momento, non ci risultano perdite e/o esfiltrazioni di dati. Stiamo lavorando per ripristinare l’infrastruttura nel più breve tempo possibile e contiamo di iniziare a rendere disponibili alcuni servizi a partire dalla giornata di mercoledì.

I disservizi si sono protratti fino ad oggi, giornata in cui molti studenti italiani (approssimativamente due terzi) hanno ripreso le lezioni “in presenza”.

Va riconosciuta ad Axios una prontezza di reazione che le ha consentito di tamponare l’emergenza, trasmettendo istruzioni ad hoc per la gestione del registro in questa situazione. Ma va riconosciuto innanzitutto l’aspetto più serio: un problema di cybersecurity – in questo caso un attacco ransomware – può colpire anche l’istruzione. Eventualità che era già possibile o prevedibile, ma la vicenda rende evidente che anche al mondo della scuola e delle piattaforme che ne offrono i servizi – come si è visto anche in Francia – tocca fare i conti con il problema della sicurezza e la protezione delle informazioni, in massima parte legate ad attività svolte da utenti di minore età.

 
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Pubblicato da su 7 aprile 2021 in news

 

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Lombardia, vaccini prenotati con Poste Italiane

New entry nel sistema di prenotazione delle Vaccinazioni Anti-Covid per la Regione Lombardia, il portale “Powered by Poste Italiane” è operativo da oggi e ancora non si è levato il coro di lamentele a cui siamo abituati quando viene attivato un servizio online di questo tipo. In realtà chi vi scrive ha riscontrato un sistema efficiente. Niente code online, nessuna titubanza. Tutto fattibile in pochi minuti, almeno stamattina.

Va anche detto che il nuovo sistema di prenotazione è distribuito su tre soluzioni: online, agli sportelli Postamat e tramite i portalettere che sono stati abilitati al servizio. Una scelta che va incontro alle esigenze dei cittadini che, in ogni caso, ricevono una conferma tempestiva dopo aver scelto luogo, data e ora dell’appuntamento, informazioni di cui in precedenza – nel sistema di prenotazione disponibile agli over 80, tuttora online – si rimaneva in attesa, essendo gestite e imposte dal sistema, con le criticità di cui si è molto discusso nei giorni scorsi e che ora si sperano superate.

 

 
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Pubblicato da su 2 aprile 2021 in news

 

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Mai lasciare un pc incustodito

Il Comando Strategico dell’Esercito USA domenica ha pubblicato un tweet con questo messaggio:

 ;l;;gmlxzssaw,

Non è il nuovo nome del vaccino anti covid-19 di AstraZeneca e non ci sarebbe nulla di allarmante, se non fosse uscito da uno dei centri di comando del dipartimento americano della difesa, che controlla l’intero arsenale nucleare delle forze armate, comanda la difesa missilistica e svolge altre attività strategiche. Visto il peso dell’ente, messa da parte l’idea di un’incomprensibile violazione da parte di gruppi hacker malintenzionati, le ipotesi che si sono susseguite sono state le più disparate: violazione dell’account da parte di ignoti? Un improbabile messaggio in codice inviato a destinatari altrettanto ignoti? Il tweet poi è sparito, ma il mistero sulla sua pubblicazione è rimasto per qualche ora, finché non ne è stata chiarita la natura: si era trattato semplicemente di un messaggio senza senso, colpa di un’incauta gestione del telelavoro.

“Il gestore Twitter del comando, mentre si trovava in telelavoro, ha lasciato momentaneamente l’account Twitter del comando aperto e incustodito. Il suo giovanissimo figlio ha approfittato della situazione e ha iniziato a giocare con i tasti e purtroppo, inconsapevolmente, ha pubblicato il tweet“.

Questa è la risposta ufficiale data dal Comando a Mikael Thalen, che ne ha scritto su DailyDot, sgombrando il campo da ulteriori congetture nefaste o complottiste. Quindi non è stato il Comando Strategico dell’Esercito USA a pubblicare quel tweet, ma un innocente bambino.

L’aneddoto è utile a mettere a fuoco il tema dell’attenzione richiesta nel lavoro svolto da casa nelle sue varie declinazioni, dal telelavoro allo smart working (che non sono la stessa cosa, ma si inseriscono in un contesto di attività fuori sede che include anche dad o did). In questo caso non è accaduto assolutamente nulla di grave o irreparabile: il rischio comportato dalla leggerezza di lasciare per qualche istante – a casa propria – un computer incustodito con l’account Twitter aperto, mentre per casa si aggira un bambino curioso, è abbastanza irrisorio.

Lo scenario cambierebbe parecchio se il computer rimanesse disponibile e aperto su applicazioni con informazioni più critiche, annullabili da un delete (tasto di cancellazione) o dalla chiusura accidentale di un programma senza aver salvato nulla, o su un messaggio di posta elettronica ancora da correggere prima di essere spedito. Beninteso: probabilmente l’ambiente domestico è foriero di imprevisti meno gravi di quelli che potrebbero verificarsi in un ufficio o un laboratorio in cui un computer possa essere lasciato “aperto” con informazioni sensibili lasciate in bella mostra. Per non parlare del problema che si ripropone quando vengono lasciate incustodite le password. Rimane il fatto che, onde evitare spiacevoli inconvenienti, quando si lascia momentaneamente un computer, anche per pochi istanti, è opportuno bloccarne lo schermo:

  • Ambiente Windows: tasto Windows + L
  • Ambiente Mac: tasti CMD + CTRL + Q
  • Ambienti Linux: una possibilità passa dai tasti CTRL + ALT + L (ma esistono altre possibilità, dovreste saperlo meglio di me!)
 
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Pubblicato da su 31 marzo 2021 in news

 

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Didattica online, sabotatori identificati (ovvio)

Già l’istruzione è un settore enormemente penalizzato dall’emergenza sanitaria che – tra l’altro – ha spinto all’adozione di Dad (Didattica a distanza) e Did (Didattica integrata digitale), ma la situazione può solo peggiorare se a rincarare la dose arrivano i cosiddetti “Sabotatori della Dad” che io, per sbagliare meno, definirei Sabotatori della didattica online. A farne le spese (serve dirlo?) sono ovviamente gli studenti.

Chiariamo un punto: questi sabotatori non possono essere chiamati hacker, come invece ho letto nei titoli di alcune news, perché per loro sarebbe un complimento inappropriato. Un hacker si avvale delle proprie competenze informatiche per analizzare approfonditamente un sistema allo scopo di scovarne le vulnerabilità e metterne in luce le debolezze o le potenzialità non note. Stando però a quanto riportato dalla stampa, alcune persone (finora ne sarebbero state identificate tre) avrebbero avuto accesso alle credenziali di accesso alle videolezioni (fornite da studenti conniventi) per creare disturbo e sabotare verifiche o interrogazioni. Senza curarsi di mettere in atto i reati di interruzione di pubblico servizio e accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico.

Senza avere concrete responsabilità, anche lo youtuber Bibo è stato coinvolto nelle indagini, sulla base delle prove di alcune innocenti incursioni messe in atto un anno fa in alcune videolezioni. Fatte “solo per salutare”, considerando che “le hanno fatte in tantissimi”, ma non si può ignorare il fatto che, benché quelli di Bibo (e di altri come lui) fossero episodi senza malafede (effettuati magari in pause o “ore buche”), le sue azioni online sono state prese in esame insieme a molte altre operazioni abusive, svolte fondamentalmente nello stesso modo, grazie alla complicità di studenti che comunicavano le modalità per accedere alle videolezioni ai sabotatori, nella falsa sicurezza di apparire anonimi e non rintracciabili, per irrompere durante le interrogazioni.

La regola della didattica online è semplice e chiara: i codici devono essere noti solo agli insegnanti e ai loro studenti. Chiunque altro li utilizza compie un abuso, anche se non ha obiettivi malevoli. Non è complesso da capire: uno che trova le chiavi di accesso a casa mia (o alla classe di una scuola) non è certo autorizzato ad entrare e curiosare, no? Quindi, Bibo & company, ora sanno – se già non fosse stato chiaro prima – che nelle videolezioni possono entrare solo se prima li autorizza l’insegnante (esattamente come andare in una scuola di persona)… altrimenti è reato.

“C’è il penale” (cit.): vale la pena fare una bravata?

 
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Pubblicato da su 23 marzo 2021 in news

 

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Donald Trump Social Club

Cacciato da tutti i principali social network, Donald Trump sembra pronto a tornare online. Come? Con una piattaforma tutta sua, secondo quanto riferito a #MediaBuzz (Fox News) dal suo collaboratore Jason Miller:

Penso che vedremo il presidente Trump tornare sui social media probabilmente tra due o tre mesi, con una sua piattaforma.

E questo è qualcosa che penso sarà la novità più calda nei social media, ridefinirà completamente il gioco, e tutti aspetteranno e guarderanno per vedere esattamente cosa fa il presidente Trump.

Sarebbero numerose, secondo Miller, le aziende del settore che avrebbero avvicinato Trump in questo periodo. L’obiettivo potrebbe essere quello di attirare l’attenzione dei repubblicani e preparare – con largo anticipo – la strada per la campagna per le elezioni del 2024.

L’annuncio di Miller sembra più che altro un teaser pubblicitario, funzionale a creare una certa attesa verso questa novità “social”, che quasi sicuramente dovrà fare i conti con il rifiuto, da parti di aziende del calibro di Microsoft e Amazon, di offrire supporto tecnologico a Trump e ai suoi seguaci in seguito all’attacco a Capitol Hill, un problema già affrontato da Parler che ha dovuto migrare su altri lidi, pagando lo scotto di una presenza sul web tecnicamente poco performante.

Per confrontarsi con Mark Zuckerberg, numero uno del social più grande del mondo, a Trump converrà avere la sicurezza di presentarsi con una piattaforma solida, potente e in grado di attirare pubblico. Possibilmente qualcosa di più di un social blog, perché se anch’essa dovesse distinguersi per “scarsa navigabilità”, rischierebbe di confermarsi solo come zimbello del web.

 
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Pubblicato da su 22 marzo 2021 in news

 

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WhatsAppDown, Codacons spara richieste di danni

Francamente queste richieste di danni futili del Codacons hanno un po’ stancato. L’ultima è di ieri, in seguito al “down” di circa un’ora da parte di WhatsApp, Instagram e Facebook. Cito dal loro comunicato stampa (aggiungo il grassetto nelle frasi più “pregne”):

In un momento in cui milioni di italiani sono costretti a lavorare in smartworking, disservizi come quello odierno causano pesanti disagi e rallentano l’attività dei cittadini, impendendo di inviare messaggi anche importanti – spiega il Codacons – Anche Instagram risulterebbe coinvolto nei disagi, ma è soprattutto il down di Whatsapp a scatenare le ire degli utenti e a creare i maggiori problemi.
Non è la prima volta che in Italia si registrano simili black out, che in questo periodo di emergenza sanitaria e di smartworking forzato appaiono ancora più gravi – prosegue l’associazione – Per questo chiediamo a Facebook, proprietaria di WhatsApp e Instagram, di risarcire in modo automatico tutti gli utenti italiani coinvolti nel disservizio odierno, studiando assieme al Codacons le forme di indennizzo più adeguate.

E non è la prima volta nemmeno per una richiesta di danni del Codacons a WhatsApp. Lo ha fatto anche nel 2017, ritenendo che l’azienda dovesse “risarcire i propri utenti (…) perché il danno per i consumatori è stato evidente. In tal senso chiediamo a WhatsApp di studiare forme di indennizzo automatico in favore degli utenti italiani coinvolti nel blocco del servizio registrato mercoledì 3 maggio”. Notare la ricorrenza di queste richieste di “indennizzo automatico”. Chi ricorda l’entità dell’indennizzo ottenuto per il “down” del 2017 sa già l’entità del risarcimento che si potrà ottenere per il disservizio di ieri. Chi non lo ricorda può arrivare agevolmente alla medesima conclusione.

Un risarcimento (automatico mi raccomando, ammesso che sia dimostrabile un automatismo da applicare ad un servizio che ognuno usa a propria discrezione) è dovuto quando si verifica una violazione alle condizioni di utilizzo e ai termini di servizio che l’utente ha sottoscritto, magari pagando un canone. WhatsApp però è gratuito e i termini di servizio sono molto asciutti in questo senso:

Non forniamo rimborsi per i nostri Servizi, fatti salvi i casi in cui è richiesto dalla legge.

Le parti di WhatsApp non saranno responsabili nei confronti dell’utente per lucro cessante o danni consequenziali, speciali, punitivi, indiretti o accidentali relativi a, derivanti da o legati ai nostri termini, a noi o ai nostri servizi (comunque causati e in base a qualsiasi ipotesi di responsabilità, compresa la colpa), anche nel caso in cui le parti di whatsapp fossero state avvisate dell’eventualità del verificarsi di tali danni.

Un risarcimento – o rimborso – implica che in precedenza vi sia stato un “esborso”, un pagamento per un servizio. Se non usufruito, il valore va rimborsato. Gli utenti di WhatsApp hanno versato zero. Per cui l’entità di un “rimborso automatico” è presto calcolata.

 
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Pubblicato da su 20 marzo 2021 in news

 

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Phishing via SMS delle false Poste Italiane

Se ricevete un SMS con le caratteristiche indicate, cestinatelo. Io l’ho segnalato alla Polizia Postale e delle Comunicazioni: non è credibile che Poste Italiane mandi ai propri clienti un SMS simile, con un testo approssimativo e con un link palesemente inattendibile:

Gentile Cliente,Poste Italiane la informa che a causa anomalie la invitiamo a compilare il modulo per evitare il blocco al seguente link:https:/bit.ly/3lrHvUu

Come si vede dall’immagine, nel link effettivo il nome “Poste Italiane” è annegato in un indirizzo che nulla a che vedere con le Poste. Per dovere di cronaca, selezionando quell’indirizzo si approda ad una pagina web assolutamente fasulla, che invita ad inserire le credenziali dell’account Poste.it e, successivamente, i dati della carta di credito. Per poi utilizzarli alle spalle di chi li ha incautamente forniti, ovviamente.

Comunque si sono evoluti: una volta si presentavano come Poste Italiene: non ho mai capito se venissero da un altro mondo (it-aliene), o se fosse un fake dichiarato, da pronunciare con l’accento di Lino Banfi (italiène!)

P.S.: il numero telefonico che ha ricevuto quel messaggio non è legato ad alcun account di Poste.itAlmeno prendessero la mira, prima di sparare

 
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Pubblicato da su 18 marzo 2021 in truffe&bufale

 

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Informiamoci per disintossicarci dai pregiudizi

Ma quando un paziente moriva dopo essersi sottoposto alla vaccinazione antinfluenzale, o successivamente ad un altro trattamento, dov’erano tutti coloro che oggi puntano il dito accusatorio contro AstraZeneca (ma tranquilli, già spuntano anche quelli contro Pfizer)?

Beninteso: è sempre necessario fare luce sulle cause di morte di un paziente, sia che si presumesse fosse sano, sia che avesse problemi di salute conosciuti. L’obiettivo è la salvaguardia della salute di tutti e solo con studio e ricerca è possibile migliorare, fatto salvo un principio granitico: la sicurezza assoluta non esiste e l’opportunità di una terapia deriva dall’analisi del rapporto tra i possibili benefici ed effetti dannosi conseguenti.

Certo – penseranno alcuni – al giorno d’oggi è possibile avere una mole di informazioni tempestive che un tempo non era così agevolmente accessibile. “Un tempo certe cose nemmeno si sapevano”, mentre oggi riceviamo frequentissime informazioni sui progressi della situazione sanitaria (tamponi, contagi, ricoveri, indici, rapporti, decessi, talvolta anche guarigioni), sulle evoluzioni dei vaccini (risultati dei ricercatori, nomi di aziende produttrici, percentuali di efficacia, numero di dosi disponibili), per non parlare delle parole di medici, esperti, addetti ai lavori e opinionisti che vengono interpellati da giornali, telegiornali, trasmissioni televisive e chiamati – anche tutti insieme – ad esprimersi su dati oggettivi e opinioni, non raramente in contrasto tra loro.

Questa è quella che io chiamo iperinformazione non gestita, ne’ da chi la genera, ne’ da chi la riceve: il risultato è un’eccessiva e scoordinata diffusione di informazioni, che genera confusione e disorientamento tra i cittadini che, di conseguenza, maturano una propria posizione sulla base di quei dati ricevuti in quantità altrettanto eccessiva e in modo altrettanto scoordinato. Colpa di Internet? Ancora una volta: no. Colpa della mancanza di obiettività e di senso critico: io sono ignorante in materia medica (posto che sia giusto esprimere così la mia mancanza di conoscenza al riguardo), ma non per questo devo maturare fiducia o diffidenza solamente sulla base di “notizie” e informazioni non argomentate che ricevo da qualunque fonte.

Se è vero che Internet agevola la diffusione di informazioni, dando voce a chiunque abbia la possibilità di esprimersi sull’argomento, è altrettanto vero che permette a chiunque verificare dati e informazioni. Ma se siamo ignoranti in materia – ossia se non abbiamo gli strumenti culturali a comprenderne tutti gli aspetti – non possiamo esprimere giudizi e spacciare certezze che non abbiamo. “Io non mi vaccino perché non so cosa c’è dentro” è una considerazione di una superficialità assurda (non volevo scrivere cazzata, ops), se espressa da una persona che non ha competenze e da chi, ad esempio, non si pone alcun problema a a cibarsi di schifezze o a fumare.

Visto che Internet offre la possibilità di informarsi, rimaniamo su una questione semplice, ampiamente argomentata e alla portata di tutti: il fumo da sigaretta (causa di 70/80mila vittime ogni anno nel nostro Paese). Con gli strumenti che ho a disposizione – gli stessi che chiunque può utilizzare per commentare sui social a ragione o a vanvera, per capirci – posso cercare informazioni e qualche dato riesco a trovarlo. E scopro che:

  • In una sigaretta ci sono tabacco, nitriti, nitrati, ammoniaca, acetaldeide
  • La combustione di una sigaretta sprigiona nicotina, monossido di carbonio, acido cianidrico, toluene, acetone, catrame, acroleina, acrilonitrile, cianuro di idrogeno, metilammina, formaldeide, benzene, cumene, arsenico, cadmio, cromo, berillio, nichel, ossido di etilene, cloruro di vinile e polonio-210.
  • Cinque sigarette inquinano quanto una locomotiva a vapore. 

Tornando alla vexata quaestio di partenza, sempre potendoci documentare grazie a Internet, scopriamo che:

  • in Gran Bretagna tra 11 milioni di persone “vaccinate Astrazeneca” sono stati riscontrati 45 casi di trombosi. Su 11 milioni di “vaccinati Pfizer” i casi rilevati sono stati 48; è un’incidenza dello 0,00045% (allineata a quella riscontrabile al di fuori della campagna vaccinale);
  • in Italia, ogni trimestre, su 100mila pazienti che assumono anticoagulanti orali muoiono 2mila persone per emorragia, spesso cerebrale; è un’incidenza del 2%, ma non per questo ne viene bloccata la prescrizione;
  • a Napoli il 13 gennaio una persona è stata colta da malore (e purtroppo è poi deceduta) pochi minuti prima di accedere alla sede vaccinale; fosse accaduto pochi minuti dopo la vaccinazione, la correlazione causa-effetto sarebbe rimasta infondata, ma l’avremmo pensata tutti;
  • ogni giorno muoiono 800 persone anziane che si sono vaccinate contro l’influenza, senza che esista alcun legame tra vaccino e decessi.

Non cerchiamo conforto nelle notizie che assecondano un pregiudizio che non ha basi oggettive. Non fermiamoci ad informazioni che non hanno fondatezza adeguatamente supportata. E’ vero, è accaduto in moltissime occasioni di leggere o sentire opinioni e informazioni contrastanti da medici e persone professionalmente competenti, e questo è dovuto a quella iperinformazione non gestita che sarebbe meglio non esistesse, non in quella forma scoordinata e raffazzonata. Ma che possiamo tentare di gestire con più senso critico, come quando vogliamo riconoscere bufale e fake news,  non diversamente da quello che dovremmo applicare di solito, non solo in questo periodo di emergenza, ma sempre.

NB: non si tratta di una difesa verso questo o quel vaccino, ma di una considerazione nei confronti delle motivazioni contrarie viste finora. E l’ultima cosa da fare è interrompere il percorso che può portare ad una soluzione favorevole.

 
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Pubblicato da su 17 marzo 2021 in news

 

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Google News, l’approssimazione è strategica

Sfogliare Google News, scegliere la sezione Scienza e tecnologia e imbattersi in due “articoli” dal contenuto commerciale, dimostra – a mio parere – un’applicazione fin troppo approssimativa del concetto di fornire notizie. Capisco perfettamente che le dinamiche di ranking utilizzate possano essere eccessivamente inclusive: in pratica è come gettare nel mare dell’informazione una rete a strascico e raccogliere un po’ di tutto. Ma è un’approssimazione assolutamente intenzionale.

A quasi vent’anni dall’introduzione di Google News potrei non comprendere come in Scienza e tecnologia possa finire una “notizia” che già nel titolo contiene il nome di un supermercato e termini come “volantino” e “offerta”, anche se relativa a dispositivi tecnologici. Si tratta di Google, non cerchiamo attenuanti: è un’azienda che si sostiene sulla raccolta pubblicitaria e che è proprietaria di tecnologie in grado di individuare dati con precisione chirurgica, tanto sulle informazioni presenti in Internet, quanto sugli utenti che vi navigano.

Non facciamoci ingannare dalla dichiarazione diffusa nei giorni scorsi da David Temkin, (che ha la qualifica di Director of Product Management, Ads Privacy and Trust per il gruppo), stando alla quale Google dal 2022 non utilizzerà più tecnologie di tracciamento per vendere pubblicità, ossia i cookies, con l’obiettivo di una maggiore tutela della privacy. Perché l’attività di profilazione comportamentale verrà attuata ugualmente, ma con una tecnologia differente.

Via i cookies, è tempo di sfruttare un nuovo sistema chiamato FloC (Federated Learning of Cohorts), il cui obiettivo è permettere agli inserzionisti di effettuare attività di profilazione senza utilizzare i cookie, ma sfruttando il browser, abilitato a raccogliere informazioni sulle abitudini degli utenti che potranno quindi essere categorizzati in gruppi (le coorti) in funzione delle loro caratteristiche.

EFF (Electronic Frontier Foundation), organizzazione internazionale non profit di avvocati che tutela la libertà di espressione e i diritti digitali in ambito tecnologico, spiega:

FLoC è inteso come un nuovo modo per far fare al vostro browser la profilazione che i tracker di terze parti facevano da soli: in questo caso, riducendo la vostra recente attività di navigazione ad un’etichetta comportamentale, e poi condividendola con siti web e pubblicitari. La tecnologia eviterà i rischi per la privacy dei cookie di terze parti, ma ne creerà di nuovi nel processo. Può anche esacerbare molti dei peggiori problemi di non-privacy con gli annunci comportamentali, compresa la discriminazione e il targeting predatorio.

C’è un interessante approfondimento su FloC in questo articolo su Agenda Digitale. All’utente verrà dunque sottratta anche quella lieve forma di controllo che poteva avere sui cookie, perché si sfrutterà un’altra tecnologia ben più pervasiva. Di fatto, quindi, la precisione nell’attività di profilazione non diminuirà, ma aumenterà.

Ma quindi… se Google è in grado di ottenere informazioni a questo livello, possiamo pensare che non possa essere più raffinata nella sua attività di selezione delle news? Tutto è ovviamente intenzionale e mirato a veicolare il proprio business attraverso il maggior numero di canali possibili. Ed evidenziare le “notizie” di una testata che a sua volta ripubblica i banner di Google Ads all’interno dei propri articoli, è una forma come un’altra per catturare l’attenzione degli utenti e indurli a cliccare sulle sue stesse inserzioni pubblicitarie.

 
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Pubblicato da su 10 marzo 2021 in news

 

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L’odio in rete ha nome e cognome

Sono stati identificati gli autori dei messaggi di odio razziale pubblicati nei confronti di Liliana Segre, a commento della notizia della vaccinazione a cui si è sottoposta lo scorso 18 febbraio.

Questo conferma due cose: innanzitutto che queste azioni vili e vergognose non rimangono “virtuali” o prive di significato, perché si tratta di violenza verbale di cui gli autori sono responsabili in prima persona (art. 27 della Costituzione: “La responsabilità penale è personale”). Scrivere nei commenti di un post condiviso su un social network ci espone al mondo, con tutte le debite conseguenze, e questo vale – come visto di recente – anche per l’eventuale “mandante”, ossia per colui che istiga altri utenti a supportarlo.

In secondo luogo, anche questa vicenda dimostra che spesso l’odio viene espresso con orgoglio: la nota diffusa dalla Polizia delle Comunicazioni indica le iniziali degli autori di quei commenti, che corrispondono ai nomi degli utenti che risultano dalla pubblicazione. Non si sono nascosti dietro uno pseudonimo o falso nome, ci hanno messo nome e cognome.

Una legge che obblighi gli utenti a presentare un documento di identità all’atto di iscrizione ad un social network, se l’obiettivo è combattere l’anonimato in rete, è decisamente inutile. I motivi – perché ne esiste più di uno – sono sempre gli stessi (cliccate qui per leggere il mio post precedente al riguardo): l’anonimato online non esiste in quanto un utente può essere rintracciato e perseguito, inoltre una carta di identità da presentare potrebbe essere falsificata agevolmente.

L’auspicio è che questa attività di identificazione venga svolta sempre, non solo in seguito ad un attacco ai danni di un personaggio con visibilità pubblica e indipendentemente dal colore politico o da qualsiasi altra causa scatenante. Per questo è necessario che ogni vittima denunci, se ha subìto azioni di questa portata. Necessario, inoltre, che sia pubblicizzata al massimo, per far capire ai leoni da tastiera la loro responsabilità e i rischi a cui si sottopongono, dal momento che sono refrattari ad ogni opera di sensibilizzazione su tematiche di questa serietà.

 
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Pubblicato da su 3 marzo 2021 in news

 

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Clubhouse, abbiamo un problema. Di privacy

Clubhouse ha qualche problema di privacy. Nel nuovo audio social network, su cui già esistevano perplessità in materia di riservatezza, a un utente è stato infatti possibile condividere gli audio di una “stanza” e ritrasmetterli esternamente in streaming tramite un sito web. Il leak è stato confermato dalla Alpha Exploration (l’azienda che ha realizzato la piattaforma), ed è stato reso noto solo pochi giorni dopo la scoperta, da parte dello Stanford Internet Observatory (SIO), di una vera e propria falla nella sicurezza del sistema, foriera di intrusioni non autorizzate e trasmissioni di dati.

Secondo quanto rilevato, la piattaforma si basa su tecnologie sviluppate della società cinese Agora, che secondo i ricercatori del SIO potrebbe accedere agli audio degli utenti e fornirne i contenuti al governo cinese. A quanto pare, però, esiste una vulnerabilità che è stata sfruttata, appunto, da un utente che ha scoperto come condividere le conversazioni, rendendole accessibili anche a utenti non iscritti, semplicemente sfruttando un sito esterno, chiamato OpenClubhouse.

Secondo quanto riferito da Bloomberg, Clubhouse ci ha messo una pezza bannando l’utente e dichiarando di aver apportato opportune contromisure, azione che presso il SIO non viene ritenuta credibile. Un problema non da poco e indubbiamente da risolvere in modo concreto, considerando la crescita esponenziale registrata in queste ultime settimane, in cui il social ha raggiunto quota 8 milioni di download, grazie anche all’ingresso di numerosi personaggi come Elon Musk, Kanye West e Mark Zuckerberg, che hanno indubbiamente contribuito ad accrescerne la popolarità.

Ma senza un deciso cambio di rotta sul fronte della sicurezza, tanta popolarità dopo l’entusiasmo per l’app del momento potrebbe tradursi in un problema di cattiva reputazione, per risolvere il quale una pezza non può essere sufficiente.

 
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Pubblicato da su 26 febbraio 2021 in news

 

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Clickbaiting, uno sport che non tramonta

Con questo post rimango in tema “spaziale” solo perché mi viene offerta l’occasione di evidenziare un esempio di clickbait, termine che “indica un contenuto web la cui principale funzione è di attirare il maggior numero possibile d’internauti, per generare rendite pubblicitarie online” (definizione wikipedica).

L’acchiappaclic in questo caso è un articolo pubblicato ieri online dal Corriere dello Sport, che legittimamente estende la propria funzione di informazione anche ad altri ambiti. Ed effettivamente, parlando di un satellite che “sfiorerà la terra”, precisando con enfasi apocalittica “la data è vicina, c’è un pericolo”, il giornale diretto dall’eclettico e professionale Ivan Zazzaroni sembra adempiere alla sua vocazione di fornire anche informazioni di pubblico interesse. E invece no.

Lì c’è un articolo che dice poco o niente, perché annuncia un “pericolo” senza minimamente descriverlo, ne’ motivarlo. “C’è un pericolo” significa “preoccupatevi”. Di cosa? Silenzio cosmico. Eppure chi dà un’informazione, soprattutto di questo tenore, dovrebbe farlo in modo completo. Magari non esaustivo – non si tratta di una testata scientifica – ma con un articolo che abbia sia capo che coda.

E che dica, ad esempio, che asteroidi come quello descritto – identificato come 231937 (2001 FO32) – vengono classificati dalla Nasa come “potenzialmente pericolosi” perché hanno orbite che si avvicinano a quella della Terra: a motivo dell’attrazione gravitazionale di diversi pianeti, i percorsi seguiti dagli asteroidi sono in continua evoluzione ed esiste la possibilità che, nel corso dei secoli e dei millenni, questi cambiamenti di orbita possano portarli a incrociare l’orbita del nostro pianeta.

Un giorno lontano. Ma per ora, come dicono la Nasa e altre testate specializzate, niente panico.

 

 
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Pubblicato da su 25 febbraio 2021 in (dis)informazione, news

 

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Perché Marte? Per andare oltre, anche sulla Terra

Il rover Perseverance su Marte

Il rover Perseverance su Marte – Fonte: NASA via Astronautinews.it

Ogni missione spaziale compiuta dall’uomo, parallelamente a reazioni di emozione ed entusiasmo, suscita in molte persone perplessità sull’utilità e sull’opportunità degli investimenti – sempre considerevoli – profusi in queste iniziative. La sintesi di questo scetticismo è ben riassunta in una domanda che ho sentito, ancora una volta, questa mattina: “Non sarebbe più opportuno destinare altrove il denaro investito in queste missioni, con tutti i problemi che ci sono nel mondo, come la fame, l’inquinamento, eccetera?”

Massimo Russo, in questo articolo su Esquire, sintetizza – in modo diretto ed efficace – il motivo per cui anche la nuova missione su Marte non deve essere considerata solamente per gli obiettivi legati all’esplorazione del “pianeta rosso”:

Ancora più importante, tuttavia, è l’onda lunga dei dividendi che verranno dai progressi della scienza e della tecnologia legate alla missione. Per capirci, dalla stagione delle esplorazioni lunari di Apollo, negli anni ‘60 del secolo scorso, sono derivate la tomografia assiale computerizzata (Tac), che ha portato enormi benefici alla diagnostica medica; progressi nelle batterie, a cominciare da quelle che equipaggiano gli utensili senza filo che abbiamo a casa; l’accelerazione nello sviluppo dei chip, che ha portato alla nascita dei personal computer e degli smartphone. E, ancora, tessuti isolanti e teflon, fertilizzanti, videocamere ad alta risoluzione, cibo liofilizzato, alcune tipologie di calcestruzzo, materiali plastici e ignifughi. Sono oltre 30mila gli oggetti e le tecnologie che hanno un debito con quelle missioni. Il ritorno, in alcuni casi, è stato pari a sette volte l’investimento.

Ernst Stuhlinger – direttore scientifico associato del Marshall Space Flight Center dal ’68 al ’75 – nel 1970 ricevette una lettera da una religiosa in missione in Zambia, Suor Mary Jucunda, che gli chiedeva come fosse possibile proporre progetti che puntavano allo Spazio, mentre nel mondo milioni di persone morivano di fame. Stuhlinger – che proprio in quell’epoca lanciò la proposta di effettuare alcune ricerche sulla possibilità di arrivare su Marte – sinceramente colpito dalla richiesta, le scrisse una lettera molto argomentata, che ancora oggi viene citata per rispondere a domande dello stesso tenore.

Indipendentemente dal concordare o meno con quanto spiega, merita di essere letta. Ne riporto una traduzione, il testo originale lo potete ottenere da varie fonti, tra cui il libro Space_among_us, di pubblico dominio. Potete scaricarlo cliccando sul titolo, la lettera inizia a pag. 120 (pag. 132 del file pdf).

Cara Suor Mary Jucunda,

la sua lettera è una delle tante che mi giungono ogni giorno, ma mi ha toccato più profondamente di tutte le altre, perché proviene dal profondo di una mente che cerca e di un cuore compassionevole. Cercherò di rispondere alla sua domanda nel miglior modo possibile.

Prima, però, vorrei esprimere la mia grande ammirazione per lei, e per le molte sue consorelle coraggiose, perché sta dedicando la sua vita alla causa più nobile dell’uomo: l’aiuto al prossimo che si trova nel bisogno.

Nella sua lettera mi ha chiesto come abbia potuto suggerire la spesa di miliardi di dollari per un viaggio su Marte, in un momento in cui molti bambini di questa Terra stanno morendo di fame. So che non si aspetta una risposta del tipo: “Oh, non sapevo che ci fossero bambini che muoiono di fame, ma d’ora in poi desisterò da qualsiasi tipo di ricerca spaziale finché l’umanità non avrà risolto questo problema!” In effetti, ho saputo di bambini affamati molto prima di sapere che un viaggio sul pianeta Marte fosse tecnicamente fattibile. Tuttavia, come molti dei miei amici, credo che viaggiare verso la Luna, ed eventualmente verso Marte e altri pianeti, sia un’impresa che dovremmo intraprendere ora, e credo persino che questo progetto, a lungo termine, contribuirà maggiormente alla soluzione dei gravi problemi che stiamo affrontando qui sulla Terra rispetto a molti altri potenziali progetti di aiuto che vengono dibattuti e discussi ,anno dopo anno, e che sono così estremamente lenti nel dare risultati tangibili.

Prima di cercare di descrivere più in dettaglio come il nostro programma spaziale stia contribuendo alla soluzione dei nostri problemi terrestri, vorrei raccontare brevemente una storia presumibilmente vera, che può aiutare a sostenere l’argomento. Circa 400 anni fa, in una piccola città della Germania viveva un conte. Era un nobile benevolo, che dava gran parte del suo reddito ai poveri della sua città. Questo era molto apprezzato, perché la povertà era abbondante durante il Medioevo, e c’erano epidemie di peste che devastavano frequentemente il paese. Un giorno, il conte incontrò un uomo strano. Aveva un banco di lavoro e un piccolo laboratorio nella sua casa, e lavorava duramente durante il giorno per potersi permettere qualche ora ogni sera per lavorare nel suo laboratorio. Macinava piccole lenti da pezzi di vetro; montava le lenti in tubi, e usava questi aggeggi per guardare oggetti molto piccoli. Il conte era particolarmente affascinato dalle piccole creazioni che si potevano osservare con il forte ingrandimento, e che non aveva mai visto prima. Lo invitò a trasferirsi con il suo laboratorio al castello, a diventare un membro della sua famiglia e da quel momento in poi gli consentì di dedicare tutto il suo tempo allo sviluppo e al perfezionamento dei suoi strumenti ottici come dipendente speciale del conte.

I cittadini, tuttavia, si arrabbiarono quando si resero conto che il conte stava sprecando il suo denaro, come pensavano, per un capriccio senza un obiettivo. “Noi soffriamo per la peste”, dissero, “mentre lui paga quell’uomo per un passatempo inutile! Ma il conte rimase fermo sulla sua posizione. “Vi do quanto posso permettermi”, disse, “ma sosterrò anche quest’uomo e il suo lavoro, perché sono convinto che un giorno ne verrà fuori qualcosa di interessante!”

Infatti, qualcosa di interessante uscì da quel lavoro, e anche da un lavoro simile fatto da altri in altri posti: il microscopio. È noto che il microscopio ha contribuito più di qualsiasi altra invenzione al progresso della medicina, e che l’eliminazione della peste e di molte altre malattie infettive dalla maggior parte del mondo è in gran parte un risultato degli studi resi possibili dall’utilizzo del microscopio.

Il conte, conservando parte del suo denaro per la ricerca e la scoperta, ha contribuito molto di più al sollievo della sofferenza umana di quanto avrebbe potuto fare dando tutto quello che poteva risparmiare alla sua comunità afflitta dalla peste.

La situazione che affrontiamo oggi è simile sotto molti aspetti. Il presidente degli Stati Uniti spende circa 200 miliardi di dollari nel suo bilancio annuale. Questo denaro è destinato alla salute, all’educazione, al benessere, al rinnovamento urbano, alle autostrade, ai trasporti, agli aiuti esteri, alla difesa, alla conservazione del territorio, alla scienza, all’agricoltura e a molte installazioni dentro e fuori il paese. Circa l’1,6% di questo budget nazionale è stato assegnato all’esplorazione spaziale quest’anno. Il programma spaziale comprende il Progetto Apollo e molti altri progetti minori in fisica spaziale, astronomia spaziale, biologia spaziale, progetti planetari, progetti sulle risorse della Terra e ingegneria spaziale. Per rendere possibile questa spesa per il programma spaziale, il contribuente americano medio con 10.000 dollari di reddito all’anno paga circa 30 dollari di tasse per lo spazio. Il resto del suo reddito, 9.970 dollari, rimane per la sua sussistenza, il suo tempo libero, i suoi risparmi, le sue altre tasse e tutte le altre spese.

Probabilmente ora chiederà: “Perché non prendete 5 o 3 o 1 dollaro da quei 30 dollari spaziali che il contribuente medio americano paga, e mandate questi dollari ai bambini affamati?” Per rispondere a questa domanda, devo spiegare brevemente come funziona l’economia di questo Paese. La situazione è molto simile in altri paesi. Il governo è composto da una serie di dipartimenti (Interni, Giustizia, Salute, Educazione e Benessere, Trasporti, Difesa e altri) e da uffici (National Science Foundation, National Aeronautics and Space Administration e altri). Tutti loro preparano i loro bilanci annuali in base alle missioni loro assegnate, e ognuno di loro deve difendere il suo bilancio dal controllo estremamente severo delle commissioni del Congresso, e dall pesante pressione per l’economia da parte dell’Ufficio del Bilancio e del Presidente. Quando i fondi vengono finalmente stanziati dal Congresso, possono essere spesi solo per le voci specificate e approvate nel bilancio.

Il bilancio della National Aeronautics and Space Administration, naturalmente, può contenere solo voci direttamente collegate all’aeronautica e allo spazio. Se questo bilancio non fosse approvato dal Congresso, i fondi proposti per esso non sarebbero disponibili per qualcos’altro; semplicemente non sarebbero prelevati dai contribuenti, a meno che uno degli altri bilanci non abbia ottenuto l’approvazione per un aumento specifico che assorbirebbe quindi i fondi non spesi per lo spazio. Da questa breve spiegazione, si renderà conto che il sostegno ai bambini affamati, o meglio un sostegno in aggiunta a quello alla degnissima causa a cui gli Stati Uniti stanno già contribuendo sotto forma di aiuto estero, può essere ottenuto solo se il dipartimento appropriato presenta una voce di bilancio per questo scopo, e se questa voce viene poi approvata dal Congresso.

Potrebbe ora chiedermi se io personalmente sia a favore di una tale mossa da parte del nostro governo. La mia risposta è un enfatico sì. Infatti, non mi dispiacerebbe affatto che le mie tasse annuali fossero aumentate di un certo numero di dollari allo scopo di nutrire i bambini affamati, ovunque essi vivano.

So che tutti i miei amici la pensano allo stesso modo. Tuttavia, non potremmo dar vita ad un tale programma semplicemente desistendo dal fare progetti per missioni su Marte. Al contrario credo addirittura che, lavorando per il programma spaziale, possa dare qualche contributo per alleviare ed eventualmente risolvere problemi così gravi come la povertà e la fame sulla Terra. Alla base del problema della fame ci sono due funzioni: la produzione di cibo e la distribuzione del cibo. La produzione di cibo – attraverso l’agricoltura, l’allevamento di bestiame, la pesca oceanica e altre operazioni su larga scala – è efficiente in alcune parti del mondo, ma drasticamente carente in molte altre. Per esempio, grandi aree territoriali potrebbero essere utilizzate molto meglio se venissero applicati metodi efficienti di controllo degli spartiacque, uso di fertilizzanti, previsioni meteorologiche, valutazione della fertilità, programmazione delle piantagioni, selezione dei campi, abitudini di semina, tempi di coltivazione, rilevamento delle colture e pianificazione del raccolto.

Lo strumento migliore per il miglioramento di tutte queste funzioni, senza dubbio, è il satellite artificiale. Girando intorno al globo ad alta quota, può schermare ampie aree di terreno in breve tempo; può osservare e misurare una grande varietà di fattori che indicano lo stato e le condizioni delle colture, del suolo, della siccità, delle piogge, della copertura nevosa, ecc. e può trasmettere via radio queste informazioni alle stazioni a terra, per un uso appropriato. È stato stimato che anche un modesto sistema di satelliti equipaggiati con risorse terrestri e sensori, lavorando all’interno di un programma di miglioramento agricolo mondiale, aumenterebbe i raccolti annuali di un equivalente di molti miliardi di dollari.

La distribuzione del cibo ai bisognosi è un problema completamente diverso. La questione non è tanto quella del volume delle spedizioni, ma quella della cooperazione internazionale. Chi governa una piccola nazione può sentirsi molto a disagio alla prospettiva di avere grandi quantità di cibo spedite nel suo paese da una grande nazione, semplicemente perché teme che insieme al cibo ci possa essere anche un’importazione di influenza e potere straniero. Un efficace sollievo dalla fame, temo, non arriverà prima che i confini tra le nazioni siano diventati meno divisivi di quanto lo siano oggi. Non credo che il volo spaziale realizzerà questo miracolo in una notte. Tuttavia, il programma spaziale è certamente tra gli agenti più promettenti e potenti che lavorano in questa direzione.

Mi lasci solo ricordare la recente tragedia mancata dell’Apollo 13. Quando si avvicinò il momento del cruciale rientro degli astronauti, l’Unione Sovietica interruppe tutte le trasmissioni radio russe nelle bande di frequenza utilizzate dal progetto Apollo per evitare ogni possibile interferenza, e le navi russe stazionarono nel Pacifico e nell’Oceano Atlantico nel caso fosse stato necessario un salvataggio di emergenza. Se la capsula dell’astronauta fosse ammarata vicino ad una nave russa, i russi si sarebbero indubbiamente adoperati nel salvataggio come se si fosse trattato di cosmonauti russi tornati da un viaggio nello spazio. Se astronauti russi dovessero mai trovarsi in una situazione di emergenza simile, gli americani farebbero lo stesso senza alcun dubbio.

Una maggiore produzione di cibo grazie al rilevamento e alla valutazione effettuate in orbita, e una migliore distribuzione del cibo grazie al miglioramento delle relazioni internazionali, sono solo due esempi di quanto profondamente il programma spaziale possa avere un impatto sulla vita sulla Terra. Vorrei citare altri due esempi: la stimolazione dello sviluppo tecnologico e la generazione di conoscenza scientifica.

I requisiti di alta precisione e di estrema affidabilità che devono essere imposti ai componenti di un veicolo spaziale diretto sulla Luna non hanno precedenti nella storia dell’ingegneria. Lo sviluppo di sistemi che soddisfano questi severi requisiti ci ha fornito un’opportunità unica per trovare nuovi materiali e metodi, per inventare sistemi tecnici migliori, per le procedure di fabbricazione, per allungare la vita degli strumenti e persino per scoprire nuove leggi della natura.

Tutte queste nuove conoscenze tecniche acquisite sono disponibili anche per l’applicazione alle tecnologie terrestri. Ogni anno, circa un migliaio di innovazioni tecniche generate nel programma spaziale trovano il loro destino nella nostra tecnologia terrestre, portando a realizzare migliori elettrodomestici da cucina e attrezzature agricole, migliori macchine da cucire e radio, migliori navi e aeroplani, migliori previsioni del tempo e avvisi di tempesta, migliori comunicazioni, migliori strumenti medici, migliori utensili e strumenti per la vita quotidiana. Presumibilmente, si chiederà ora perché dobbiamo sviluppare prima un sistema di supporto vitale per i nostri astronauti che vanno sulla Luna, prima di poter costruire un sistema di sensori di lettura a distanza per i malati di cuore. La risposta è semplice: un progresso significativo nella soluzione dei problemi tecnici è spesso realizzato non con un approccio diretto, ma fissando prima un obiettivo di alta sfida che offre una forte motivazione per il lavoro innovativo, che accende l’immaginazione e sprona gli uomini a spendere i loro migliori sforzi, e che agisce come un catalizzatore includendo catene di altre reazioni.

Il volo spaziale, senza alcun dubbio, svolge esattamente questo ruolo. Il viaggio verso Marte non sarà certamente una fonte diretta di cibo per gli affamati. Tuttavia, porterà a così tante nuove tecnologie e capacità che le ricadute di questo progetto da sole varranno molte volte il costo della sua realizzazione.

Oltre alla necessità di nuove tecnologie, c’è un continuo bisogno di nuove conoscenze di base nelle scienze se vogliamo migliorare le condizioni della vita umana sulla Terra. Abbiamo bisogno di più conoscenze nella fisica e nella chimica, nella biologia e nella fisiologia, e in particolare nella medicina, per far fronte a tutti questi problemi che minacciano la vita dell’uomo: fame, malattie, contaminazione del cibo e dell’acqua, inquinamento dell’ambiente.

Abbiamo bisogno di più giovani uomini e donne che scelgano la scienza come carriera e abbiamo bisogno di un sostegno migliore per quegli scienziati che hanno il talento e la determinazione per impegnarsi in un lavoro di ricerca fruttuoso. Devono essere disponibili obiettivi di ricerca stimolanti e deve essere fornito un sostegno sufficiente ai progetti di ricerca. Di nuovo, il programma spaziale con le sue meravigliose opportunità di impegnarsi in studi di ricerca veramente magnifici su lune e pianeti, di fisica e astronomia, di biologia e medicina è un catalizzatore quasi ideale che induce la reazione tra la motivazione per il lavoro scientifico, le opportunità di osservare fenomeni eccitanti della natura e il supporto materiale necessario per portare avanti lo sforzo di ricerca.

Tra tutte le attività dirette, controllate e finanziate dal governo americano, il programma spaziale è certamente la più visibile e probabilmente la più discussa, sebbene consumi solo l’1,6% del bilancio nazionale totale e il 3 per mille (meno di un terzo dell’1%) del prodotto nazionale lordo. Come stimolo e catalizzatore per lo sviluppo di nuove tecnologie, e per la ricerca nelle scienze di base, non è paragonabile a nessun’altra attività. In questo senso, possiamo dire che il programma spaziale sta assumendo una funzione che per tre o quattromila anni è stata la triste prerogativa delle guerre.

Quanta sofferenza umana potrebbe essere evitata se le nazioni, invece di investire in aerei e razzi che sganciano bombe, si mettessero in competizione con le loro navi spaziali per andare sulla Luna! Questa competizione è piena di promesse di brillanti vittorie, ma non lascia spazio all’amaro destino dei vinti, che non genera altro che vendetta e nuove guerre.

Anche se il nostro programma spaziale sembra portarci lontano dalla nostra Terra e verso la luna, il sole, i pianeti e le stelle, credo che nessuno di questi oggetti celesti troverà tanta attenzione e studio da parte degli scienziati spaziali quanto la nostra Terra. Diventerà una Terra migliore, non solo per tutte le nuove conoscenze tecnologiche e scientifiche che applicheremo per migliorare la vita, ma anche perché stiamo sviluppando un apprezzamento molto più profondo della nostra Terra, della vita e dell’uomo.

La fotografia che allego a questa lettera mostra una veduta della nostra Terra vista dall’Apollo 8 quando orbitò intorno alla Luna nel Natale del 1968. Di tutti i meravigliosi risultati del programma spaziale fino ad ora, questa foto è forse la più importante. Ci ha aperto gli occhi sul fatto che la nostra Terra è una bellissima e preziosissima isola in un vuoto sconfinato, e che non c’è altro posto in cui vivere se non il sottile strato superficiale del nostro pianeta, delimitato dal tetro nulla dello spazio. Mai prima d’ora così tante persone avevano riconosciuto quanto limitata sia la nostra Terra, e quanto pericoloso sarebbe manomettere il suo equilibrio ecologico. Da quando questa immagine è stata pubblicata per la prima volta, molte voci si sono fatte più forti per avvertire dei gravi problemi che l’uomo dei nostri tempi deve affrontare: inquinamento, fame, povertà, vita urbana, produzione di cibo, controllo delle acque, sovrappopolazione. Non è certo un caso che ora si comincino a vedere i tremendi compiti che ci aspettano in un momento in cui la giovane era spaziale ci ha fornito il primo sguardo buono sul nostro pianeta.

Molto fortunatamente, però, l’era spaziale non solo ci offre uno specchio in cui possiamo vedere noi stessi, ma ci fornisce anche le tecnologie, la sfida, la motivazione e persino l’ottimismo per affrontare questi compiti con fiducia. Ciò che impariamo nel nostro programma spaziale, credo che sostenga pienamente ciò che Albert Schweitzer aveva in mente quando disse: “Guardo al futuro con preoccupazione, ma con buona speranza”.

I miei migliori auguri saranno sempre con lei e con i suoi bambini.

Con sincera cordialità,

Ernst Stuhlinger

 
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Pubblicato da su 19 febbraio 2021 in news

 

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Facebook, multa di 7 milioni di euro: solletico

Fa piacere sapere che l’Antitrust (Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato – AGCM) eserciti la sua vigilanza sulle multinazionali IT bacchettandole in caso di scorrettezze. Ed è giusto che un’azienda venga sanzionata per aver indotto “ingannevolmente gli utenti a registrarsi sulla sua piattaforma non informandoli subito e in modo adeguato – durante l’attivazione dell’account – dell’attività di raccolta, con intento commerciale, dei dati da loro forniti e, più in generale, delle finalità remunerative sottese al servizio, enfatizzandone viceversa la gratuità”.

Ma se quell’azienda è Facebook, che ha un fatturato annuo di oltre 70 miliardi di dollari e un utile di oltre 18 miliardi (dati 2019, il consuntivo 2020 non è ancora noto), sapere che a causa di tale comportamento ingannevole è stata multata per 7 milioni di euro (8,4 milioni di dollari) non è consolante, dal momento che siamo intorno allo 0,012% del fatturato e allo 0.05% dell’utile. Anzi, constatando che l’Antitrust aveva già vietato la pratica definita ingannevole e ammonito l’azienda invitandola a provvedere a una rettifica mai realizzata, il tutto ha un sapore di una beffa bella e buona.

Dal Comunicato Stampa dell’Autorità:

L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha sanzionato per complessivi 7 milioni di euro Facebook Ireland Ltd. e la sua controllante Facebook Inc., per non aver attuato quanto prescritto nel provvedimento emesso nei loro confronti nel novembre 2018.

In particolare, con tale decisione, l’Autorità aveva accertato che Facebook induceva ingannevolmente gli utenti a registrarsi sulla sua piattaforma non informandoli subito e in modo adeguato – durante l’attivazione dell’account – dell’attività di raccolta, con intento commerciale, dei dati da loro forniti e, più in generale, delle finalità remunerative sottese al servizio, enfatizzandone viceversa la gratuità.

Per l’Antitrust, inoltre, le informazioni fornite da Facebook risultavano generiche e incomplete e non fornivano una adeguata distinzione tra l’utilizzo dei dati necessario per la personalizzazione del servizio (con l’obiettivo di facilitare la socializzazione con altri utenti) e l’utilizzo dei dati per realizzare campagne pubblicitarie mirate.

Oltre a sanzionare Facebook per 5 milioni di euro, l’Autorità aveva vietato l’ulteriore diffusione della pratica ingannevole e disposto la pubblicazione di una dichiarazione rettificativa sulla homepage del sito internet aziendale per l’Italia, sull’app Facebook e sulla pagina personale di ciascun utente italiano registrato.

La presente istruttoria ha permesso di accertare che le due società non hanno pubblicato la dichiarazione rettificativa e non hanno cessato la pratica scorretta accertata: pur avendo eliminato il claim di gratuità in sede di registrazione alla piattaforma, ancora non si fornisce un’immediata e chiara informazione sulla raccolta e sull’utilizzo a fini commerciali dei dati degli utenti. Secondo l’Autorità, si tratta di informazioni di cui il consumatore necessita per decidere se aderire al servizio, alla luce del valore economico assunto per Facebook dai dati ceduti dall’utente, che costituiscono il corrispettivo stesso per l’utilizzo del servizio.

Continuando di questo passo, motiveremo queste grandi aziende a proseguire con la loro condotta e sanzioni irrisorie come questa, per loro, saranno tranquillamente registrabili alla voce spese pubblicitarie. Niente male per un gruppo che ha nell’advertising il proprio core business, dal momento che costituisce il 98% del suo fatturato.

 
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Pubblicato da su 17 febbraio 2021 in social network

 

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Parler cerca di cambiare immagine

Espulso a gennaio dalla piattaforma AWS (Amazon Web Services) in seguito all’accusa di essere uno dei principali canali di comunicazione utilizzati nell’organizzazione dell’attacco a Capitol Hill,  ecco di nuovo online il social network Parler, almeno come sito web: la app, infatti, non è ancora stata riammessa dall’App Store di Apple , né dal Play Store Google. L’inserimento nella lista nera delle big tech ha costretto l’azienda al trasloco – dai server Amazon a quelli di SkySilk – ma la nuova vita del social si annuncia anche con un logo completamente diverso e con una nuova guida, quella di Mark Meckler, che ha assunto la carica di CEO.

Un articolo del New York Times riferisce che il ritorno online di Parler è stato possibile grazie al supporto di un’azienda russa e di un partner di Seattle, già indicato come sostenitore di un sito neonazista. Piuttosto simile a Twitter, non ha però la stessa fluidità, anzi: dal momento che già quando si trovava su AWS si era rivelato alquanto lento, c’è da capire come sarà con il nuovo provider, un’azienda con dimensioni e risorse inferiori a quelle assicurate da Amazon.

Ferma restando la validità del principio di libertà di espressione, vedremo se il nuovo corso di Parler sarà veramente nuovo.

 
1 Commento

Pubblicato da su 16 febbraio 2021 in news

 

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