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Il vero problema è l’ignoranza

Mi sbaglierò, ma temo che le “Giornate Internazionali” dedicate alle buone cause servano a poco. Disturba infatti leggere certe opinioni alla vigilia del 25 novembre – Giornata internazionale contro la violenza sulle donne – espresse da un ex giornalista dalle pagine del giornale da lui fondato (che beneficia di cospicui contributi pubblici). Addolora che certe parole grevi, scelte dall’autore dell’articolo per comunicare la propria inopinata visione su una tremenda vicenda, vadano a colpire indifferentemente vittima e carnefice, esercitando però sulla vittima una nuova violenza, in questo caso verbale e non fisica. Spiace che si sia persa, ancora una volta, l’occasione per fermarsi: fermarsi a riflettere, prima di dare aria alla bocca e moto alle dita, che persino su Twitter hanno ripetuto i colpi già inferti attraverso la carta stampata. Rincresce constatare che una persona che può vantare un’esperienza giornalistica di tutto rispetto preferisca fregiarsi del titolo di “uomo di mondo” snocciolando becere certezze come “si fa fatica a scopare una che te la dà volentieri, figuratevi una che non ci sta”.

La libertà di esprimere il proprio pensiero deve essere sempre salvaguardata, ma la violenza verbale non è un’opinione. E se non si capisce che quelle parole sono violenza verbale si soffre di un limite molto serio che nasce da ignoranza sociale. La stessa che è alla base delle parole di chi dice “se l’è cercata” e delle azioni compiute dal carnefice che ha usato violenza sulla sua vittima. La necessità di una Giornata internazionale contro la violenza sulle donne è quotidiana. Ma finché nessuno ferma chi si esprime in quei termini, tanto per la strada quanto dalle pagine di un giornale, venduto in edicola, sostenuto da contributi pubblici e dalle entrate delle inserzioni pubblicitarie, la Giornata contro la violenza rischia di essere solamente un’iniziativa di scarsa efficacia.

 
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Pubblicato da su 24 novembre 2020 in news

 

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Black Friday, attenti agli ecommerce anonimi

Tanto per riprendere un argomento che ha suscitato parecchio interesse, ho trovato un altro sito di ecommerce degno di attenzione. Uno che, al grido di “Black Friday e arrivato!” (sì, hanno scritto proprio “e arrivato”, non “è arrivato”) propone la vendita di articoli di varie categorie: “home, computer, console e videogiochi, elettrodomestici, fotocamera [sigh], telefonia, TV e home cinema”. Nel settore console e videogiochi non poteva mancare la PS5 in vendita da oggi, offerta – manco a dirlo – a un prezzo concorrenzialissimo.

La tempestività con cui compare sul mercato, guarda caso in concomitanza con l’uscita di un prodotto molto ricercato, è più che sospetta: tanto più se si tratta di un negozio legato ad un sito che non dà riferimenti identificativi (mancano indicazioni su contatti, nome della società, p.iva o altro, tutti dati obbligatori per una società attiva sul mercato italiano, e non ditemi che è un sito .com e che può essere straniero… è in italiano e si rivolge a una clientela italiana). Non basta scrivere “Pesolo Shop è una società di e-commerce specializzata nella vendita di prodotti di Informatica, Elettronica, Elettrodomestici, Giochi e Telefonia consegnati su tutto il territorio Europeo. Fondata nel 2009, è oggi uno dei primi e-tailer europei del settore high-tech” se il nome a dominio è registrato da due giorni:

Il nome sembra ispirato a quello di un’altra azienda (seria) che opera sul mercato e che ha già denunciato l’utilizzo indebito del proprio nome. La differenza tra quella esistente e quella inesistente è seria e palese: quella vera ha un sito vero ed è legata ad un noto brand di negozi specializzati. Questa ha delle condizioni di Garanzia che non riportano nemmeno la ragione sociale dell’azienda:

Anche qui valgono le stesse considerazioni espresse nel post di inizio ottobre:

Personalmente sconsiglio caldamente di dare fiducia (e denaro) ad aziende non identificabili, e raccomando di ignorare quei siti di ecommerce che non permettono l’identificazione dell’attività commerciale. Un venditore in buona fede non ha alcun problema a fornire i propri dati anagrafici e fiscali, magari fornendo anche un numero telefonico a cui può essere contattato, oltre ovviamente a mail, moduli online e altre forme di comunicazione rintracciabili.

UPDATE: Esattamente come è avvenuto con il sito che ho segnalato in ottobre, dopo due giorni la homepage dello shop – che precedentemente era ricca di offerte allettanti – si trova in questo stato. Uno spiacevole déjà vu… 

 
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Pubblicato da su 19 novembre 2020 in news

 

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Banda ultralarga, tablet e pc: via al voucher, ma…

Non chiamatelo bonus pc, perché non è solo quello: si apre oggi la fase 1 del piano voucher, mirato a favorire la diffusione di connessioni a banda ultralarga – dove disponibili, ovviamente – e l’utilizzo di nuovi dispositivi come pc o tablet. Non si assisterà al calvario vissuto per il bonus mobilità, perché la richiesta dovrà essere effettuata con modalità completamente diverse. Per accedere al bonus, infatti, è necessario rivolgersi a uno degli operatori accreditati che fanno parte dell’elenco pubblicato da Infratel in fondo a questa pagina: https://www.infratelitalia.it/archivio-news/notizie/piano-voucher-aggiornamenti (sono elencati in ordine sparsissimo, ma tranquilli: è una tabella xls, quindi potete quantomeno riordinarla in ordine alfabetico).

A questa fase 1 possono accedere le famiglie che hanno un ISEE non superiore ai 20mila euro, aderendo ad un’offerta che include l’abbonamento per almeno un anno ad un servizio di connettività a banda ultralarga (almeno 30 Mpbs in download e 15 in upload), a cui si aggiunge un dispositivo, da ottenere in comodato d’uso e che potrà diventare di proprietà del richiedente dopo un anno. Gli aspiranti beneficiari dovranno presentare all’operatore accreditato la domanda di ammissione al contributo, compilata con i propri dati e con la dichiarazione, oltre a quella del valore dell’Isee, di non essere già utenti di una connessione a banda ultralarga.

Non mancano gli aspetti critici:

  • l’AIRES (Associazione Italiana Retailer Elettrodomestici Specializzati), insieme ai rivenditori di prodotti informatici, ha lamentato che questo voucher favorirebbe i provider di servizi di connettività, escludendo peraltro i venditori di tablet e pc, togliendo alle famiglie la libertà di scelta sul prodotto;
  • come si vede dal sito Infratel, i residenti di alcuni comuni, appartenenti ad alcune regioni, sono stati esclusi dalla possibilità di partecipare. Alcune associazioni lamentano inoltre che – mentre a Lombardia e Lazio sono stati destinati rispettivamente il 4,3 % e il 2,64% delle risorse disponibili – il 20% dei fondi andrà invece a beneficio della Sicilia, il 18,6% alla Campania e il 14% alla Puglia;
  • le risorse sono limitate, pertanto – oltre alla ripartizione territoriale – per l’ammissione conterà anche l’ordine cronologico di presentazione delle domande agli operatori.

Non trascurabili, per quanto riguarda l’ultimo aspetto, alcune contraddizioni, una fra tutte: chi si rivolge online agli operatori accreditati potrebbe rivelarsi più tempestivo, e quindi riuscire a ottenere il voucher, a scapito di quelle famiglie digital divise non dotate di risorse adeguate per effettuare questa operazione online, ma che in realtà potrebbero essere quelle più bisognose di un aiuto per dotarsi delle tecnologie previste.

Altro aspetto da considerare – qui come per qualsiasi altro “aiuto di Stato” – è la possibilità concreta che il bonus venga ottenuto da chi non ha affatto problemi economici, ma sia in grado di ottenere formalmente un Isee basso, per condizioni ufficiali diverse da quelle effettive, sottraendo risorse a famiglie realmente bisognose. Ma questi problemi ovviamente si legano a concetti legati a valori come onestà, coscienza ed etica, che alcune persone spesso fingono di rivendicare, senza mai averli fatti propri.

 
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Pubblicato da su 9 novembre 2020 in news

 

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USA 2020, Trump ha “non vinto” (cit.)

A commento del risultato elettorale delle presidenziali USA, richiamo l’immagine di una cosuccia decisamente poco rispettosa che Borat fece nel suo primo viaggio negli States. E chissà che il frutto di quell’episodio non sia stato metaforicamente “concime” per le radici della sconfitta (o non vittoria) di Donald Trump e della vittoria (o non sconfitta) di Joe Biden, dal momento che il sequel Borat – seguito di film cinema, oltre a citare quell’episodio, non ha certo avuto mano leggera quando si è occupato del presidente americano e dei suoi collaboratori, Rudolph Giuliani in primis.

Impossibile non constatare la mancanza di una scelta netta da parte dell’elettorato che, pur desideroso di esprimersi (vista l’affluenza), non è stato capace di schiodarsi da una condizione di evidente indecisione, dimostrata anche da un fatto innegabile: dall’election day all’esito “matematico” sono trascorsi ben quattro giorni.

In tutto questo comunque manca uno slogan “rappresentativo”: per parafrasare quello utilizzato nel 2016 e volgendo lo sguardo a Biden, potremmo dire… Make America Grey Again.

 
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Pubblicato da su 7 novembre 2020 in news

 

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Autocertificazione, semplificazione che complica

I pendolari che a fine giornata prendono il treno dalla Stazione Centrale di Milano rimangono in coda a causa delle autocertificazioni.

Per presentare un’autodichiarazione di “ritorno a casa”.

Uno strumento nato per semplificare la vita ai cittadini e allo Stato, che si rivela causa di rallentamento e di rischio di perdere il treno per tornare a casa.

In una sola sera, migliaia e migliaia di fogli di carta compilati e ritirati dalle forze dell’ordine.

Nel 2020.

Nell’era della digitalizzazione, della dematerializzazione.

Uno spreco di carta, di tempo, di risorse. Quando basterebbe che all’acquisto, il titolo di viaggio (il biglietto, l’abbonamento, eccetera) fosse legato ad un codice univoco (come il codice fiscale, ad esempio), con cui un cittadino potrebbe registrarsi in un portale e autodichiarare il motivo del proprio spostamento. Accedendo ai binari, il cittadino (che in Stazione Centrale è tenuto a presentare il proprio biglietto) verrebbe automaticamente registrato e sarebbe poi possibile incrociare il suo biglietto con l’autodichiarazione registrata.

 

 
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Pubblicato da su 7 novembre 2020 in news

 

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Avete voluto la bicicletta? Mettetevi in coda

Scegliere il meccanismo del click day per erogare un bonus è veramente un’assurdità e la modalità scelta per il tanto atteso bonus mobilità ne è l’ennesima dimostrazione. Per quanto possa essere rapido lo smaltimento della coda, indurre i cittadini ad accorrere a sovraccaricare un sito web non porta altro che a un appesantimento del traffico dati e rappresenta, a tutti gli effetti, un approccio discriminatorio nei confronti di coloro che hanno ridotte possibilità digitali, considerando che il digital divide può derivare da impreparazione personale o da scarsa disponibilità di risorse indispensabili (come una connessione broad band di buona qualità, ad esempio), pertanto non deve essere un fattore di esclusione.

La soluzione dell’appuntamento unico, scelta per questa e per altre iniziative precedenti, è la peggiore: se si vuole andare incontro ai cittadini le alternative esistono. E’ possibile organizzarsi per scaglionare gli utenti, andando per ordine alfabetico o per localizzazione geografica, ad esempio. Oppure – come è stato fatto per i bonus erogati ai collaboratori sportivi di associazioni e società riconosciute dal Coni – è possibile invitare gli interessati a spedire un SMS ad un numero predisposto ad hoc per ottenere un appuntamento dedicato, allo scopo di accedere al portale in modo ordinato e senza intasare il sistema. Ma sappiamo che, spesso, la soluzione più logica è quella meno adottata.

PS: Tutte le informazioni sul bonus mobilità sono su https://www.minambiente.it/buono-mobilita. Per usufruirne è necessario avere la residenza (e non il domicilio):

  • nei capoluoghi di Regione (anche sotto i 50.000 abitanti);
  • nei capoluoghi di Provincia (anche sotto i 50.000 abitanti);
  • nei Comuni con popolazione superiore a 50.000 abitanti;
  • nei comuni delle Città metropolitane (anche al di sotto dei 50.000 abitanti).

Se risiedete in un Comune che non ha queste caratteristiche, anche se ricco di percorsi ciclabili, non potete accedere a questa possibilità. In effetti si tratta di un altro fattore discriminante: sicuramente le possibilità di spostamento eco-compatibili vanno incentivate nelle aree metropolitane. Ma anche altrove.

 
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Pubblicato da su 3 novembre 2020 in news

 

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Youtube-DL, l’errore di censurare uno strumento

Chi di voi conosce Youtube-DL? Badate bene a quel “DL”, non è un caso se l’ho scritto così: non parlo di YouTube, la piattaforma di condivisione e pubblicazione di video della famiglia Google, ma di uno strumento che consente il download dei video da YouTube e da altre piattaforme. Il suo nome ha guadagnato popolarità in questo periodo dopo essere stato colpito dagli effetti di un’azione legale della RIAARecording Industry Association of America (l’associazione dell’industria discografica USA), che ha indotto GitHub (piattaforma acquistata da Microsoft) a rimuoverlo perché “colpevole” di violare le normative statunitensi sul copyright.

Il tutto è avvenuto sulla base del DMCADigital Millennium Copyright Act, che permette – a chi ritiene sussista una violazione del Copyright sulle proprie opere – di spedire a un provider di servizi un “avviso di rimozione” dei contenuti ospitati e resi disponibili da quel provider.

Trovo alquanto grave censurare uno strumento. Già, perché siamo tutti d’accordo sulla necessità di neutralizzare e punire chi si comporta in modo illegale. Ma sbaglia completamente strada chi prova a neutralizzare uno strumento, utilizzato a vario titolo e in modo lecito da molti utenti, perché permette semplicemente il salvataggio in locale di un qualunque contenuto distribuito su Internet (che può così essere fruito anche in tempi e luoghi in cui manca la connessione alla rete).

E provano a farlo capire, riuscendo almeno in alcune sedi, utenti e sviluppatori. A onor del vero, Youtube-DL non è sparito dalla faccia della terra digitale: lo si può trovare sul suo sito ufficiale, che però – ovviamente – non indirizza più l’utente verso GitHub. La community degli sviluppatori, in seguito all’azione della RIAA, ha reagito aprendo un’ampia gamma di nuovi repository, proprio su GitHub. Il risultato è l’aumento della popolarità di Youtube-DL, alla faccia della RIAA.

 
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Pubblicato da su 30 ottobre 2020 in news

 

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Anche i ricchi laggano

Avete presente l’imbarazzante disagio che provate quando si interrompe il collegamento durante una videochiamata o una riunione online? Problemi di connessione possono capitare a tutti, soprattutto in questo periodo in cui si intensifica l’utilizzo di didattica online e soluzioni per il lavoro a distanza. E lo stesso problema è capitato a Mark Zuckerberg ieri, mentre stava testimoniando – in videoconferenza – davanti alla Commissione per il Commercio, insieme a Jack Dorsey e Sundar Pichai, i ceo rispettivamente di Twitter e Google, che insieme al “numero uno” di Facebook erano chiamati a rispondere in merito alle attività di moderazione che le loro piattaforme seguono per la pubblicazione dei contenuti da parte degli utenti. Pittoresco il racconto della vicenda pubblicato da Reuters:

“Non siamo in grado di entrare in contatto con il signor Mark Zuckerberg”, ha riferitoil senatore Roger Wicker, che presiede il comitato, accettando un ritardo di cinque minuti dopo che gli amministratori delegati di Twitter Inc e Google di Alphabet Inc avevano parlato. Facebook ha detto al comitato che Zuckerberg era solo. È riuscito a connettersi in un paio di minuti. “Ho potuto ascoltare le altre dichiarazioni di apertura. Stavo solo facendo fatica a connettermi “, ha detto Zuckerberg. Wicker ha risposto: “Conosco la sensazione del signor Zuckerberg”

Un attimo di foklore che ci dà modo di sapere che il Congresso americano ha ostentato una certa preoccupazione sul tema della moderazione dei contenuti pubblicati sui social media: nella discussione si è parlato del Communications Decency Act, normativa che nella sezione “230” regola le responsabilità dei provider di connettività e di servizi Internet e stabilisce che le “piattaforme”, in quanto tali, non sono prodotti editoriali e quindi non hanno responsabilità sui contenuti pubblicati dagli utenti. Questa legge è da tempo nel mirino di Donald Trump, che dopo essere stato in più occasioni moderato da Twitter, la scorsa primavera ha sottoscritto un ordine esecutivo per introdurre maggiori responsabilità nei confronti di forum e social network sui contenuti pubblicati. L’audizione di ieri è stata piuttosto articolata, considerando che l’interesse sull’argomento è direttamente proporzionale all’attenzione verso le elezioni presidenziali USA. Un articolo del New York Times ne offre una cronaca interessante.

Ma l’episodio, ancora una volta, ci ricorda quanto sia ricorrente l’esigenza di avere una connessione di buona qualità e con caratteristiche di stabilità. Non solo per seguire online le vostre serie preferite, di cui non potete fare a meno, ma soprattutto nei casi in cui – come accennavo inizialmente – rappresenta una necessità, per il lavoro o la didattica a distanza, o per altre eventualità ancor più importanti o solenni, come un’audizione in una sede istituzionale.

 
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Pubblicato da su 29 ottobre 2020 in news, social network

 

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Luxottica, a settembre ci fu anche un data breach

21 settembre: i media parlano di un attacco hacker alla Luxottica, con conseguente blocco della produzione nelle sedi Agordo e Sedico (BL). L’azienda – riferisce una nota sindacale Femca-Cisl – dichiara di aver subito un “tentativo mosso dall’esterno di entrare negli apparati informatici Luxottica”. Un attacco ransomware che però, riporta la stessa nota, sarebbe riuscito solo in parte perché le misure di protezione avrebbero retto, non si sarebbe verificato alcun data breach e il blocco della produzione sarebbe stato la conseguenza di una disconnessione precauzionale dei server.

20 ottobre: un tweet di Odisseus, un ricercatore indipendente, svela che Nefilim – un gruppo criminale – ha diffuso sul dark web ben 2 GB di dati dell’azienda veneta, pubblicando una dichiarazione che si conclude così:

Sembra che i consulenti per la sicurezza non sappiano fare il loro lavoro, o che sia stato chiesto loro da Luxottica di mentire per loro. Luxottica sapeva che il breach era avvenuto e ha ricevuto le prove

Oggetto del breach, informazioni sulle risorse umane e sul settore finanziario. La rivelazione spazza via tutte le minimizzazioni diffuse a settembre e fa apparire uno scenario per nulla rassicurante. A farne le spese non è solo Luxottica, che è parte lesa per il danno patrimoniale derivante dall’attacco e dal blocco della produzione, ma anche per questioni di immagine e, forse, di business. Ma le prime vittime di questa violazione sono tutte le persone i cui dati personali – e probabilmente anche sensibili – sono stati pubblicati.

 
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Pubblicato da su 22 ottobre 2020 in security

 

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L’allarmismo fa più notizia dell’informazione

Qui non c’è da essere no-vax o pro-vax, c’è da fare informazione. Quelli riportati qui sono esempi eclatanti di come non si fa: i titoli di queste notizie inducono senza troppa difficoltà a pensare che un volontario brasiliano sia rimasto vittima della sperimentazione del vaccino anti-Covid. Approfondendo la lettura degli articoli, si scopre invece che si tratta di una persona che si era iscritta per la sperimentazione, ma non aveva ancora ricevuto la dose (bensì un placebo): g1.globo.com, fra le prime fonti della notizia, riferisce che la vittima è deceduta per complicazioni da Covid-19, contratto da medico impegnatosi in prima linea nella guerra contro questa malattia. Il caso verrà comunque studiato, ma il risultato richiederà tempo. Per cui in questo momento la vera notizia, dunque, è che un altro medico ha perso la vita in questa emergenza in cui, assurdamente, c’è ancora chi preferisce ricamarci sopra, ancor prima di sapere come sono andate le cose.

 
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Pubblicato da su 22 ottobre 2020 in news

 

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L’asteroide attira sempre

Scorrendo la sezione Scienza e Tecnologia di Google News mi sono imbattuto nella notizia che parla dell’asteroide 2018VP1 diretto verso la Terra. Nel box dedicato alla copertura di questo argomento svettano il Corriere dello Sport e MeteoWeb, due testate di (altro) settore, e il loro posizionamento suggerisce che si tratta delle notizie più cliccate. Se leggiamo i due titoli “Un asteroide colpirà la Terra” o “Asteroide si dirige verso la Terra” non possiamo fare a meno di definirli allarmanti, e poco importa se altre testate si affrettino a specificare che l’asteroide “non è abbastanza grande da fare danni”: il titolo attrae, la gente fa click su quelle news e chi le ha pubblicate guadagna sulle visualizzazioni ottenute dall’articolo e dalle inserzioni pubblicitarie che lo adornano.

Per carità, non si tratta di vere e proprie Fake news, ma sarebbe ora di svegliarsi anche su questo genere di “informazione”. Francamente, poi, se volessi informarmi sulla possibilità che un asteroide stia per colpire la terra, il Corriere dello Sport e MeteoWeb non sono esattamente le prime fonti a cui ricorrerei: sicuramente l’argomento può essere trattato da qualunque testata giornalistica e, come già visto in passato, attira sempre attenzione. Se esistesse, quindi, credo che andrei a consultare il Corriere degli Asteroidi.

 
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Pubblicato da su 20 ottobre 2020 in news

 

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Ferragnez arruolati da Giuseppe Conte. E allora?

A coloro che si scandalizzano per la scelta del presidente Giuseppe Conte di chiedere la collaborazione di Fedez e Chiara Ferragni – in quanto personaggi con notevole visibilità – per “esortare la popolazione, soprattutto quella più giovane, nell’utilizzo delle mascherine”, vorrei ricordare la vastità della loro platea, l’obiettivo che deve raggiungere una campagna di sensibilizzazione e che ogni epoca ha i suoi influencer: due anni fa Roberto Burioni dichiarò in un’intervista che gli sarebbe piaciuto vedere Fabio Rovazzi testimonial pro-vax, seguendo l’esempio del capitano della nazionale di pallavolo Ivan Zaytsev, “che ha vaccinato il figlio e ha messo la foto sui social”. D’altronde, quanti di noi sapevano che Elvis Presley nel 1956 fu chiamato ad un ruolo analogo per sensibilizzare la popolazione ad aderire alla campagna di vaccinazione contro la poliomielite? Da 58mila casi, nell’arco di dieci anni si arrivò a 910, un risultato difficile da raggiungere rimanendo nell’ambito di una comunicazione tradizionale a livello sanitario.

Qual è l’obiettivo di una campagna di sensibilizzazione? Raggiungere e convincere il maggior numero di persone possibile. E, francamente, dal momento che il fine è il contributo ad una causa che riguarda la salute pubblica, questo è uno dei mezzi più efficaci. Attenzione, questa non deve essere considerata semplicemente come una prova del fallimento della comunicazione di istituzioni e fonti autorevoli: chi si occupa di intrattenimento e spettacolo ha più presa sul pubblico di quanta ne possa avere una figura accademica. Da sempre. Per la ricerca di un testimonial, ciò che conta è quanto pubblico attrae.

 
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Pubblicato da su 20 ottobre 2020 in news

 

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Immuni in crisi? Google Maps tenta altre strade

Oggi un articolo di Repubblica firmato da Riccardo Luna e intitolato “La fine di Immuni”, riferendosi alla conferenza stampa di annuncio del nuovo Dpcm, lamenta che ieri sera “è morta la app Immuni. Mai citata. Mai. Come se non esistesse. Come nella prima ondata. Quando però non esisteva davvero”. Ora, se è vero che Immuni è stata scaricata da circa 9 milioni di italiani e che le notifiche di contagio veicolate da questa app sono circa 500 – a fronte di un numero di contagi ben più elevato – è palese che qualcosa non abbia funzionato.

Ma è a dir poco tardivo accorgersi ora di criticità che erano chiare fin dalla nascita di Immuni: senza un’attività coordinata e sollecita per il tracciamento e il collegamento tra rilevazioni di contagio e notifiche, non è possibile pensare che l’iniziativa abbia successo. Ora si è pensato ad obbligare per legge le aziende sanitarie ad agire, inserendo le positività rilevate nel sistema centrale collegato con la app. Chissà se l’obbligo inserito nel testo definitivo del nuovo Dpcm riuscirà nell’intento di rianimarla:

“(…) al fine di rendere più efficace il contact tracing attraverso l’utilizzo dell’App Immuni, è fatto obbligo all’operatore sanitario del Dipartimento di prevenzione della azienda sanitaria locale, accedendo al sistema centrale di Immuni, di caricare il codice chiave in presenza di un caso di positività”.

Nel frattempo c’è chi tenta di sfruttare gli smartphone da un altro fronte: Google Maps prevede nuove funzionalità in grado di dare informazioni sui casi di Covid-19 individuati in una determinata zona.

Cliccando sull’icona Livelli e selezionando “Informazioni sul Covid-19”, sarà possibile avere le informazioni raccolte sulle rilevazioni di contagio, evidenziando un dato medio calcolato su una settimana. I dati vengono ricavati dalle informazioni diffuse da enti come i ministeri della salute, l’OMS e le aziende ospedaliere. Il nuovo Livello Covid-19, spiega Google, “mostra la media del numero di nuovi casi ogni 100.000 persone, calcolata su un periodo di 7 giorni. Indica inoltre se i casi sono in aumento o in diminuzione”. Questa la situazione nel nostro Paese in questo momento:

Inoltre, come anticipato nell’evento in streaming Search On 2020, sarà presto disponibile un servizio per dare informazioni in tempo reale sull’affollamento di negozi, ristoranti e altri luoghi pubblici. L’obiettivo dichiarato da Google è estendere la mole di informazioni sulle possibilità di affollamento di milioni di luoghi in tutto il mondo, in modo da informare l’utente mostrando queste informazioni sulla mappa, senza la necessità di cercare un luogo specifico per verificarne l’affollamento.

Mentre il Livello Covid-19 punta a mostrare dati a carattere globale basati su informazioni fornite da enti e istituzioni, i dati real time sull’affollamento dei luoghi pubblici si basano sulla rilevazione della presenza di utenti che hanno attivo il servizio di geolocalizzazione (lo stesso che consente a Maps di rilevare il traffico sulle strade). Anche in questo caso, quindi, il funzionamento del servizio si fonda sulle impostazioni che gli utenti hanno facoltà di attivare o disattivare, in funzione della propria propensione a fornire dati che molti, legittimamente, preferiscono non divulgare in nome della propria privacy. Con il tempo si vedrà quale sarà l’approccio vincente.

 
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Pubblicato da su 19 ottobre 2020 in news

 

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Titoli tragicomici

Titoli che – per esigenza di sintesi – dicono tutt’altro rispetto alla notizia che annunciano. Qui, per esempio, sembra quasi che il Governo voglia porre fine alle nozze tra sconosciuti, oltre che alle feste in genere.

Che sia una minaccia per alcuni Reality-TV? Se così fosse, “Matrimonio a prima vista” sarebbe in grave pericolo (ma anche “Il Castello delle Cerimonie” non dormirebbe sonni tranquilli)…

 
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Pubblicato da su 14 ottobre 2020 in news

 

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Perché le scuole preferiscono Google e Microsoft?

Se consultiamo il sito del Ministero dell’Istruzione possiamo trovare l’indicazione di tre soluzioni per la didattica a distanza: Google Suite for Education, Microsoft Office 365 Education A1 e Weschool. Le stesse che venivano sostanzialmente proposte lo scorso marzo, quando tutti noi cercavamo di capire come affrontare il lockdown, e su cui molte scuole si sono indirizzate, per offrire ai propri insegnanti e studenti la possibilità di proseguire a casa l’attività didattica. Weschool è una realtà italiana su cui alcuni istituti hanno puntato, ma ad oggi la maggior parte delle scuole che hanno aderito all’iniziativa di solidarietà “La scuola per la scuola” si sono orientate sulle piattaforme di Microsoft e Google, mostrando una spiccata preferenza per quest’ultima. Tutto a posto? Non molto, in realtà.

Prendiamo ad esempio l’invasivo utilizzo di Google, con lezioni organizzate via Classroom e riunioni online convocate con Meet. Il presupposto è l’accessibilità con credenziali legate ad un account Google, infatti alcune scuole hanno dotato insegnanti e studenti di un indirizzo email, inducendoli a diventare utenti di Google, qualora già non lo fossero, per poter partecipare alle attività online. Un orientamento decisamente contrario alle prime indicazioni fornite dal Garante per la Privacy, che proprio lo scorso marzo aveva chiarito alcuni principi fondamentali da rispettare, ad esempio quello secondo il quale I gestori delle piattaforme non potranno condizionare la fruizione di questi servizi alla sottoscrizione di un contratto o alla prestazione del consenso (da parte dello studente o dei genitori) al trattamento dei dati per la fornitura di ulteriori servizi online, non collegati all’attività didattica. 

Altra raccomandazione largamente disattesa, nonché occasione persa, quella di utilizzare soluzioni open source, anche per il registro elettronico. Ne esistono? Sì, basta cercare:

Nel contesto attuale non biasimo i dirigenti scolastici che si orientano verso una soluzione di pronto utilizzo, dal momento che si trovano a dover fronteggiare altre difficili problematiche. Qualcuno però è riuscito a fare meglio di altri e sarebbe interessante conoscerne l’esperienza. Soprattutto, però, sarebbe stato necessario, da parte del Ministero dell’Istruzione, cogliere questa occasione per dare agli istituti scolastici le risorse e gli strumenti tecnici e culturali per fare un salto di qualità e consentire di farlo, anche con riguardo ai dati degli utenti, in tutta sicurezza.

 
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Pubblicato da su 8 ottobre 2020 in news

 

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