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Violata una chat segreta, le foto in rete. “Opera di hacker”? Ma de che?

Sarebbe ora che lo smartphone venisse utilizzato con consapevolezza dagli utenti di tutte le età:

Protagoniste e vittime sono una sessantina di liceali di Modena e Reggio Emilia, come racconta Qn/Il Resto del Carlino. La vicenda nasce in estate quando le minorenni decidono di creare con l’App per smartphone un contenitore segreto di immagini, dove si ritraggono nude. Ma il contenuto della chat “segreta” ha cominciato a circolare nei giorni scorsi tra i liceali modenesi. Le 60 protagoniste hanno scoperto che tutto il materiale, foto e video, era finito sul web. Hanno puntato il dito contro il fidanzato di una, il quale ha ammesso di aver scaricato le immagini, salvandole sul pc, ma giurando di non averle mai messe in rete, dando la colpa all’opera di hacker.

Al di là della non ottima idea di utilizzare – come “contenitore segreto” – una chat su WhatsApp in un contesto allargato ad una sessantina di ragazze, il primo aspetto di cui è fondamentale essere consapevoli è che è sempre la persona – e non la tecnologia – ad avere la responsabilità di fatti come quello descritto. In questa vicenda – stando a quanto si legge sul Resto del Carlino – all’estrema superficialità e leggerezza con cui le dirette interessate hanno trattato la propria immagine e le proprie immagini (dati personali e sensibili, in quanto intimi), si aggiunge il tradimento dell’implicito patto di segretezza da parte di qualcuno che ha pensato bene di raccogliere e catalogare le immagini, per poi agevolarne (forse inconsapevolmente) la diffusione via Internet. Dare la colpa “all’opera di hacker” è un puerile e patetico tentativo di mascherare superficialità e mancanza di rispetto (per non parlare di altre ben più ponderose questioni, legate alla conservazione abusiva di quelle che qui chiameremo “immagini intime” di sessanta liceali, ma che in altri ambienti, a seconda dell’età del soggetto ritratto, prendono il nome di “foto pedopornografiche”).

Nel paragrafo precedente ho scritto due volte “superficialità”, una volta “leggerezza” e “mancanza di rispetto”. Sono elementi ricorrenti in fenomeni come questo, che nascono piccoli e presto diventano più grandi dei loro protagonisti e ci devono far riflettere sul rapporto tra giovani e nuove tecnologie, o meglio sull’enorme necessità di alfabetizzazione digitale dei nostri ragazzi, che sono espertissimi nell’uso delle funzionalità offerte da Internet, smartphone e altri dispositivi digitali, ma ignorano completamente ogni aspetto di rischio conseguente alle loro azioni. Esiste inoltre un altro aspetto di cui c’è scarsissima consapevolezza: uno smartphone è legato ad un’utenza telefonica e una sim card può essere intestata anche ad un minore, ma genitori e tutori devono sapere che uso si fa di quell’utenza telefonica, perché il titolare è il minore di cui sono responsabili, pertanto i ragazzi non possono rivendicare alcun diritto alla privacy nei loro confronti.

A corollario di tutto quanto detto sopra: in rete e nel mondo esistono molti pedofili e pazzi. Non è la loro esistenza a doverci far desistere dal compiere certe azioni (come condividere foto intime in un gruppo di WhatsApp): ancor prima dovremmo ascoltare la voce del nostro cervello, quando ci chiede “Ehi aspetta, a cosa ca**o ti serve che tu condivida quel tipo di foto su WhatsApp?”. Per rimettersi in bolla basterebbe dare il giusto peso alla risposta. Poi, liberi tutti di fare tutto ciò che si vuole, ci mancherebbe solo che qualcuno si senta inibito a fare ciò che davvero ritiene importante. Ma solo con tutta la dovuta consapevolezza.

 
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Pubblicato da su 8 novembre 2017 in cellulari & smartphone

 

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Digitale terrestre, nuovo switch-off (e nuove tv) per il 2022?

Italia, 2012: il 4 luglio cessano definitivamente le trasmissioni terrestri della televisione analogica, la prima tecnologia di trasmissione utilizzata nel mondo (dal 1928 negli USA, dal 1954 nel nostro Paese con le prime trasmissioni regolari). Da quel giorno la TV terrestre ricevibile da antenna è fruibile solo con la tecnologia digitale DVB-T, dopo una transizione iniziata tecnicamente nel 2006 e formalmente nel 2004 (con la famosa Legge 112/2004, nota anche come Legge Gasparri).

Italia, 2022: il 30 giugno cesseranno definitivamente le trasmissioni DVB-T, al termine di una transizione iniziata nel gennaio 2020. Il nuovo switch-off è previsto nel testo della Finanziaria 2018 che, nel lungo art. 89, indica le varie fasi del passaggio alla nuova tecnologia DVB-T2.

Dal titolo dell’art. 89 – “Uso efficiente dello spettro e transizione alla tecnologia 5G” – emerge il motivo dello swicth-off, che cerco di riassumere: una normativa europea ha stabilito che la banda dei 700MHz (tra 694MHz e 790MHz) dal 2020 debba essere destinata alla connettività su rete mobile, al 5G appunto. In questo momento, in Italia, per le trasmissioni tv digitali terrestri viene utilizzata anche la banda dei 700MHz. Se non potrà più essere utilizzata a quello scopo, ci saranno meno risorse utilizzabili in termini di frequenze, quindi i multiplex diminuiranno e per questo motivo lo spettro dovrà essere utilizzato in modo efficiente: i canali televisivi dovranno… stringersi un po’. e per questo sarà necessario cambiare tecnologia.

Lasciando perdere l’impatto (e i problemi) che questa novità porterà alle emittenti televisive, dal lato degli utenti una domanda nasce spontanea: saranno necessari nuovi decoder, nuovi televisori? Per molti italiani sì, almeno da ciò che si legge tra le righe di una nota del Ministero per lo Sviluppo Economico che – nel tentativo di tranquillizzarci – rivela qualcosa che la legge non dice:

Contrariamente a quanto emerso in alcuni articoli di stampa, la tecnologia T2-HEVC sarà introdotta solo nel 2022 quando nello switch off saranno coinvolte tutte le emittenti nazionali. Per quella data si prevede che il naturale ricambio dei televisori con le nuove tecnologie avviato con 5 anni e mezzo di anticipo sarà sufficiente a garantire la transizione senza particolari problemi per le famiglie.

Il codec e le tempistiche emergono ora, ma la necessità del cambiamento era nota: la legge prevede già che dal 2017 in Italia possano essere commercializzati solo televisori di nuova generazione con tecnologia DVB-T2 con codec HEVC, quindi il problema della compatibilità dell’apparecchio televisivo non si pone per chi deve acquistarne uno, o l’ha acquistato nel corso di quest’anno. Il mercato degli apparecchi televisivi prevede mediamente un ciclo di vita che va dagli otto ai dieci anni, mentre per il Ministero in pratica è di 5 anni e mezzo. Un articolo su DDAY.it spiega che, da stime attendibili, nel 2022 i televisori non idonei saranno almeno 10 milioni. Secondo quanto riportato dal Corriere delle Comunicazioni, invece, dal momento che in Italia si sostituiscono in media 5 milioni di televisori l’anno, per il 2022 gli apparecchi non compatibili dovrebbero ridursi ad una quota che potrebbe essere minoritaria, considerando un parco televisori “principali” di 30 milioni di apparecchi. In Italia, però, i televisori attivi sono almeno 45 milioni, cifra che – lasciando invariato il turnover indicato – rende verosimile la stima indicativa di 10 milioni di tv che risulteranno “forzatamente” obsoleti al momento dello switch-off. 

Certo, non sono escluse proroghe e slittamenti (come per lo switch-off precedente), ma anche in questo caso l’avvicendamento tecnologico ci sarà e il Ministero, assicurando di aver previsto il costante monitoraggio della diffusione dei televisori di nuova generazione, ha definito gli incentivi destinati a questa operazione: 25 milioni di euro all’anno, dal 2019 al 2022 (non è molto).

Tutte queste considerazioni non tengono ovviamente conto dello sviluppo che avrà in parallelo il mercato della TV diffusa via Internet, verosimilmente non ancora capillare per l’orizzonte fissato al 2022, ma auspicabilmente in crescita e comunque già oggi “pericoloso” per la tv digitale satellitare.

 
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Pubblicato da su 3 novembre 2017 in Tv & WebTV

 

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Il valore e i valori della vita non si riducono in un post

Non trovo nulla di sensato in questa storia raccontata dalla stampa (che richiamo nell’immagine qui riportata), in cui in seguito ad un incidente, una persona di passaggio vede una vittima e – come reazione immediata – si preoccupa solo di filmare la vicenda:

Non trovo nulla di sensato nemmeno nelle parole di questa dichiarazione raccolta dal Resto del Carlino:

«Ero sconvolto, sotto choc, volevo fare qualcosa per quel giovane a terra, mi hanno detto che non dovevo avvicinarmi, che stavano arrivando l’ambulanza e i carabinieri. Mi sono messo a filmarlo e a fare una diretta. Volevo condividere il mio dolore, mi sono sentito solo, nessuno che mi abbracciasse. Non cercavo lo scoop, giuro. Ora ho capito di aver sbagliato e chiedo scusa a tutti, alla famiglia soprattutto. Ma è anche colpa di questa società che vuole tutto in diretta e senza più valori. Ho chiamato in Vaticano per far dire una preghiera per Simone»

Non sono sconvolto dalle contraddizioni (“chi mi segue chiami aiuto” e “mi hanno detto che avevano già chiamato i soccorsi”), ne’ dalla “inversione di posizione” con la vittima (“mi sono sentito solo, nessuno che mi abbracciasse”), poiché comprendo che essere testimone di un incidente o delle sue immediate conseguenze possa generare un impatto sconvolgente: a colpirmi è il fatto che la prima reazione sia stata prendere lo smartphone e filmare l’accaduto in una diretta via Facebook.

In questa vicenda, la presunta necessità di condividere l’accadimento attraverso un social network ha sostituito gli istinti umani. Davanti a situazioni simili c’è chi corre a prestare aiuto, soccorso, protezione. C’è anche chi scappa, per istinto di sopravvivenza (propria), sentendosi incapace di sostenere una simile situazione. E c’è chi filma, perché c’è una società che vuole tutto in diretta. Il telefono va preso in mano per chiamare il 112, non per assecondare un’entità disumana a cui non interessiamo: questo nuovo istinto alla condivisione è frutto di una vera e propria intossicazione, un essere umano non può perdere di vista le priorità reali.

L’assurdità di questi istinti social ci viene confermata dall’esistenza di cartelli come questi, che sono lì a ricordarci – perché è diventato necessario che qualcuno ce lo ricordi – che il valore e i valori della vita non si riducono in un post.

 
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Pubblicato da su 23 ottobre 2017 in news

 

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Voto elettronico, la sfida di Regione Lombardia. Anche agli hacker

La scelta innovativa di Regione Lombardia di optare per il voto elettronico suscita più di qualche perplessità dal punto di vista operativo e tecnologico. Hermes Center, un’associazione di hacker costituitasi come centro studi sulla trasparenza e i diritti umani digitali, ha chiesto al Pirellone la documentazione di Smartmatic (l’azienda a cui è stato appaltato il sistema) per valutare protocolli e sistemi di sicurezza, ricevendo in risposta un due di picche. O meglio, ricevendo la documentazione dell’offerta tecnica “senza le parti secretate in quanto contenenti dati relativi a codici sorgente e informazioni coperte da proprietà intellettuale nonché dati attinenti alla sicurezza”.

La prassi di non rendere pubblico nulla (per non renderlo accessibile e suscettibile di violazioni) potrebbe apparire saggia, ma in questo contesto è opinabile: soprattutto nel mondo digitale, dove la sicurezza assoluta non esiste, è noto quanto sia opportuno e costruttivo portare una tecnologia alla conoscenza e all’attenzione di una platea di esperti che ne possano individuare le vulnerabilità. Ad ogni buon conto, se tutto è segretato, l’idea trasmessa è quella che il sistema debba essere completamente inaccessibile, al punto che da Smartmatic è stato dichiarato che il meccanismo della votazione è a prova di hacker (soprattutto va detto che, durante le operazioni di voto, le voting machine non saranno connesse a Internet).

Tutto a posto, dunque? Speriamo. Nel frattempo Matteo Flora, esperto di sicurezza informatica, ha scoperto che

“svariati gigabyte di software, certificati, istruzioni relative a parti di software del voto, pezzi di codice, macchine virtuali e password, nomi utenti e chiavi di autenticazione di possibili amministratori del sistema” di Smartmatic, l’azienda che si è aggiudicata l’appalto del Pirellone, sono stati accessibili a chiunque in Rete. Flora dichiara di aver effettuato martedì 17 ottobre «una ricerca sulle fonti aperte, ovvero i siti pubblicamente disponibili a chiunque sappia dove e come cercare» e di aver trovato un server contenente istruzioni per scaricare programmi che portavano «ad almeno un altro spazio in cloud, anch’esso privo di protezioni. «Tre ore dopo aver avvisato Cert Pa (l’organizzazione dell’Agenzia per l’Italia Digitale che raccoglie le segnalazioni di possibili vulnerabilità, ndr) non ho riscontrato più alcuna possibilità di accedere agli spazi», prosegue l’esperto presentando prove dello scambio con la struttura di Agid. Fonti del «Corriere» confermano la presenza in chiaro di materiale rilevante. Rilevante, incalza Flora, perché «nel lasso di tempo in cui è stato accessibile (sulla quale durata non ci sono elementi per fare ipotesi, ndr) potrebbe essere stato sfruttato per studiare l’infrastruttura di voto ed individuare eventuali falle o alterare il codice». Non ci sono prove che sia effettivamente successo ed è bene ricordare che domenica i tablet non saranno connessi. (fonte)

Una parte di quelle informazioni secretate nella documentazione trasmessa a Hermes Center sarebbe stata davvero disponibile? Forse sì, alcuni dati del sistema erano accessibili, anche se non è possibile sapere per quanto tempo. Secondo Smartmatic non si tratta di dati sensibili e confidenziali. Ciò nonostante, tre ore dopo la segnalazione inoltrata da Matteo Flora, tutti gli accessi sono stati chiusi. Ora, in un articolo pubblicato dall’agenzia Agi si ipotizza che per le operazioni di voto di domenica possa essere utilizzata una piattaforma software diversa da quella prevista, Election-360.

Se la voting machine sarà quella visibile in foto (e illustrata nella scheda informativa del Referendum), potrebbe trattarsi di un dispositivo simile al modello Smartmatic A4-200. E’ diverso da quello indicato nella Proposta Tecnica di Smartmatic, che però è datata ottobre 2015 e che recita appunto “A causa del rapido evolversi della tecnologia e della disponibilità di nuovi component, le citate configurazioni potrebbero subire delle modifiche nel momento della consegna delle VM. Si garantisce tuttavia che in questo caso le modifiche saranno migliorative”. In realtà potrebbe anche trattarsi di un altro dispositivo ancora. A prova di hacker non deve essere il tablet in se’, ma la piattaforma di raccolta ed esposizione dei risultati.

L’auspicio è che le aperture scoperte da Matteo Flora non abbiano realmente consentito l’accesso a qualcuno in grado di alterare il sistema. Detto questo, ritengo che l’argomento del voto elettronico e la sua sicurezza siano di estrema importanza, indipendentemente dal tipo di iniziativa e dalle parti politiche interessate: se il futuro degli eventi elettorali va in questa direzione, l’affidabilità e attendibilità del sistema è un tema di interesse collettivo. Soprattutto perché, come ho ricordato sopra, nel mondo digitale la sicurezza assoluta non esiste e questo non esclude ovviamente il voto elettronico, per il quale devono essere garantiti anonimato e certezza.

 
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Pubblicato da su 20 ottobre 2017 in tecnologia

 

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Il necrologio di Windows Mobile scritto da Microsoft

Se siete utenti di smartphone con sistema Windows Mobile, cominciate seriamente a valutare alternative (se già non lo avete fatto prima): lo sviluppo relativo a questa piattaforma non è più una priorità, come suggerisce il tweet scritto ieri da Joe Belfiore, che per Microsoft è il vice-president responsabile di Windows 10:

Belfiore ha dichiarato che Microsoft continuerà a distribuire aggiornamenti di sistema e di sicurezza, ma niente di più, ufficializzando la fine del programma di sviluppo del sistema, di cui gli utenti di fatto si sono già resi conto da almeno un anno. Windows Mobile è stato sopraffatto da iOS e Android e negli USA è ormai precipitato ad una quota di mercato irrisoria, inferiore all1% (mentre in Italia si trova ancora attorno al 2%).

 
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Pubblicato da su 9 ottobre 2017 in cellulari & smartphone

 

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Smartphone a scuola, problema o opportunità?

Dichiarandosi favorevole all’utilizzo degli smartphone in classe da parte degli studenti, Valeria Fedeli – responsabile del Ministero dell’Istruzione – ha avviato una discussione ovviamente divisiva:

“Lo smartphone è uno strumento che facilita l’apprendimento, una straordinaria opportunità che deve essere governata. Se lasci un ragazzo solo con un tablet in mano è probabile che non impari nulla, che s’imbatta in fake news e scopra il cyberbullismo. Questo vale anche a casa. Se guidato da un insegnante preparato e da genitori consapevoli, quel ragazzo può imparare cose importanti attraverso un media che gli è familiare: internet. Quello che autorizzeremo non sarà un telefono con cui gli studenti si faranno i fatti loro, sarà un nuovo strumento didattico”

In merito a questo argomento io stesso sono stato interpellato dieci anni fa nell’ambito di un’inchiesta sul bullismo a scuola. I tempi sono cambiati e in questi dieci anni abbiamo assistito al passaggio epocale dal telefono cellulare allo smartphone, da uno strumento di comunicazione che poteva essere più che altro fonte di distrazione ad un dispositivo dotato di molteplici funzionalità.

Oggi come allora io non sono contrario alla presenza del telefonino in classe, ma credo sia indispensabile che il suo uso debba essere disciplinato: le sue potenzialità non sono poi così lontane da quelle di un pc e, nell’ambito didattico, si potrebbe addirittura rivelare un utile sussidio. Per questo motivo ritengo che l’utilizzo virtuoso dello smartphone, attraverso un inserimento progressivo, possa essere insegnato nell’ambito scolastico, ovviamente – proprio come dice Valeria Fedeli – da insegnanti preparati e agevolato da un ambiente familiare consapevole.

Parlo in prospettiva futura, perché in questo momento non ne vedo l’opportunità. Laddove non viene utilizzato come strumento didattico, ma lasciato al libero utilizzo da parte degli studenti, diventa infatti un freno: una ricerca pubblicata due anni fa dal «Centro per le performance economiche» della London School of Economics, in cui sono stati esaminati i risultati scolastici in 91 scuole superiori inglesi, ha confrontato i registri degli esami e le politiche sull’uso dei cellulari tra il 2001 e il 2013, rilevando che le classi in cui smartphone e gadget digitali erano banditi registravano voti migliori del 6,41% rispetto alle classi in cui non erano vietati, valore equivalente – secondo i ricercatori – a “un aumento della probabilità di passare gli esami finali del 2%”, lo stesso effetto “che si potrebbe ottenere con un’ora in più a settimana, o aggiungendo una settimana in più all’anno scolastico”.

Tornando, dunque, all’opportunità di avere insegnanti preparati e un ambiente familiare consapevole, credo che questo sia un obiettivo fondamentale da raggiungere, affinché le auspicate linee guida – di cui si occuperà la commissione ministeriale – possano essere seguite e applicate correttamente dai docenti e, di conseguenza, dagli studenti, con particolare attenzione (auguri!) a favorire un utilizzo intelligente e ad evitare che si verifichino fenomeni discriminatori o comunque sgradevoli.

Altrimenti meglio non parlarne neppure.

 
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Pubblicato da su 14 settembre 2017 in tecnologia

 

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Bufalari che soffrono di satiriasi

La “satira” deve pungere e far riflettere sull’argomento che colpisce (Lercio e Spinoza sono due ottimi esempi). Quando qualcuno, però, definisce “satira” una presunta notizia che si rivela poi falsa, diffamatoria o denigratoria, vi sta mentendo spudoratamente perché in realtà utilizza uno strumento ingannevole (la “bufala”) a proprio esclusivo vantaggio, ossia per guadagnare visibilità oppure denaro, grazie alle inserzionisti delle pubblicità online che pagano per ogni click ottenuto. Obiettivo facilmente raggiungibile quando la “notizia” cavalca argomenti come il gossip, la cronaca giudiziaria, la politica, l’odio razziale.

Quelli che vedete sopra sono quattro disclaimer che potete trovare in calce ad altrettanti siti web che pubblicano notizie fasulle e che nascondono la propria inattendibilità con uno scopo presuntamente satirico. Potreste trovarli quando vi imbattete in “notizie” dal contenuto di dubbia fondatezza. L’unico reale obiettivo del loro autore è quello di ottenere il maggior numero di click, e poco importa se una parte (cospicua) del pubblico condivide dopo aver letto solamente il titolo o osservato un’immagine, anzi: ogni approfondimento in merito potrebbe portare ad essere smascherati come spacciatori di bufale e diffamatori, quindi l’obiettivo ideale è intercettare i lettori superficiali, perché più sono superficiali e ignoranti e meglio è.

Questi siti di satirico non hanno nulla, ma non si può escludere che gli autori soffrano di una forma particolarmente acuta (e insoddisfatta) di satiriasi, termine di cui vi invito – se non lo conoscete – a cercare il significato, dal momento che il mio intento è intercettare lettori non superficiali 😉

Ecco qualche esempio fresco-fresco di bufale agevolate da siti-civetta e propaganda social:

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Pubblicato da su 13 settembre 2017 in news

 

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Il frastuono dei mentecatti, effetto collaterale del terrorismo

Agosto 2017. Sarebbe legittimo aspettarsi che, a questo punto del terzo millennio, le persone autosufficienti e mediamente istruite fossero in grado di ragionare, prima di ruminare le informazioni apprese ed espellere considerazioni oltraggiose e prive di fondamento. In questi giorni funestati da attentati terroristici, però, scopro che esistono ancora persone convinte che, ad esempio, le vittime evidenti di questi attacchi altrettanto evidenti non siano affatto vittime, ma siano crisis actors, attori e comparse recitanti in un false flag, una messinscena architettata da “poteri forti”. Questo proliferare di scempiaggini è un effetto collaterale del terrorismo, ugualmente da condannare. Occhio, perché siamo ben oltre il mero analfabetismo funzionale.

Non inserirò link e nomi che potrebbero aumentare la visibilità online di questi mentecatti, ma mi limiterò a riportarvi un esempio delle loro corbellerie, partendo da un “campione” che già ebbe modo di esprimersi in modo analogo contro una vittima italiana dell’attacco al Bataclan a Parigi (la cui famiglia ha poi deciso di procedere legalmente, mi auguro vinca l’azione legale):

Indipendentemente dall’assurdità dell’argomentazione di fondo (si sta screditando una testata giornalistica, e chi vi lavora o vi ha lavorato, per aver sostenuto tesi opposte alle proprie, peraltro autorevolmente confutate), si tratta di un oltraggio vero e proprio, che prosegue con dubbi e congetture sulla sincerità dell’intervista rilasciata dal padre di una delle vittime italiane dell’attentato:

Dalla comodità di casa propria questi “esperti” pretendono anche di poter dare un’interpretazione del linguaggio del volto della persona intervistata, sentenziandone la falsità in base a precise e ferree regole, applicate all’espressività di una persona di cui non si conosce assolutamente nulla (non certo il suo carattere, men che meno il suo modo di esprimersi in momenti drammatici come una tragedia che ha colpito la sua famiglia). Insomma, per questi sedicenti esperti, se uno alza gli occhi verso destra sta recitando. Non importa se in realtà sta guardando – eventualmente – il volto di un’altra persona presente (o dello stesso intervistatore)

Esiste inoltre uno Youtuber che sostiene di aver smascherato il false flag analizzando le immagini dei corpi delle vittime viste in tv, suggerendo che siano manichini di gomma. Pretende di esserci riuscito lui, da casa sua, alla faccia di chi era presente sul luogo dell’attentato.

Personalmente mi limito a constatare che chi si permette di parlare di persone e argomenti che non conosce, formulando ipotesi fuori dal mondo, oltraggiose nei confronti delle vittime di attacchi terroristici e dei loro familiari, nuoce gravemente alla salute mentale di coloro che, per limiti o ignoranza, potrebbero dare loro credito. Non si tratta di persone che vedono al di là del proprio naso, ma di personaggi che non si rendono conto nemmeno di ciò che è banalmente evidente al di qua del loro naso. Si vantano di essere “vaccinate” contro la disinformazione dei media, ma in realtà si tratta di esaltati che negano l’evidenza e perdono il proprio tempo, nel senso più genuino del termine, ossia che stanno disperdendo il tempo della propria vita in dannose attività di disinformazione, taluni in malafede e altri, loro seguaci, nella cieca convinzione (?) di far aprire gli occhi al prossimo, avendo però chiuso i propri (e senza voler dar ascolto ad altre ragioni, puerilmente).

Evitate, gente… evitate.

 
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Pubblicato da su 20 agosto 2017 in news, pessimismo & fastidio

 

Telefonini di Stato: senza abusi risparmieremmo 1,5 milioni ogni anno

7,7 milioni di euro spesi – anzi, buttati – in servizi inutili, chiamate a numeri con sovrapprezzo, servizi di home banking, intrattenimento e televoto, dal 2012 al 2017. E’ il risultato dell’analisi effettuata dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla digitalizzazione dell’Amministrazione Pubblica sui 401.839 telefoni cellulari a carico dello Stato. L’analisi è stata condotta nel modo più semplice del mondo: analizzando il traffico telefonico.

Indubbiamente, come si verifica spesso a molti utenti, sarà capitato anche a molti dipendenti e funzionari pubblici di ritrovarsi casualmente abbonati a servizi come “Sexy Land”, “Video Hard Casalinghi”, oroscopo del giorno, ricette e quant’altro fa parte del fitto sottobosco dei business collaterali alla telefonia mobile. Un po’ meno inconsapevoli sono la partecipazione a operazioni di televoto, le donazioni attraverso sms e gli acquisti di beni e servizi: se possono essere considerate “ordinaria amministrazione” le chiamate ai call center di Alitalia o Trenitalia (auspicabilmente per viaggi di servizio), sono quantomeno dubbie quelle effettuate, ad esempio, a TicketOne per l’acquisto di biglietti per i concerti. E’ bello che qualcuno si impegni a non usare il contante a favore della moneta elettronica, ma qui si parla di acquisti fatti tramite cellulari di servizio in uso a dipendenti, funzionari, dirigenti di comuni, province, regioni, ministeri e altri enti pubblici.

Come già detto, questi numeri sono emersi analizzando il traffico telefonico e sarebbe sufficiente un controllo periodico di fatture e bollette per non arrivare a simili sprechi e a situazioni che dovrebbero portare a sanzioni, provvedimenti disciplinari, denunce per peculato. Inoltre, se è vero che una parte considerevole di questa vergogna è rappresentata da quei servizi a pagamento che potrebbero anche essere attivati in modo inconsapevole, perché nessuno ha mai pensato di chiederne il blocco preventivo o la disattivazione?

7,7 milioni in cinque anni, poco più di 1,5 milioni all’anno. Il denaro buttato in questo scempio è denaro pubblico. Non esce direttamente dalle nostre tasche – o dalle tasche di chi lo utilizza – ma è comunque denaro di tutti noi. Perché non impegnarsi a gestirlo con attenzione e impiegarlo in modo più proficuo?

 
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Pubblicato da su 8 agosto 2017 in cellulari & smartphone, news

 

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L’epoca del meteo percepito

Non scrivo spesso di meteo, benché la meteorologia sia una scienza per me molto interessante. Credo sia giusto che ne parlino – con cognizione di causa – persone competenti, in grado dare un valore aggiunto alle considerazioni che tutti noi possiamo formulare sul tempo. Parlare dei fenomeni atmosferici con termini roboanti e inappropriati fa parte del sensazionalismo e abbatte drasticamente la qualità dell’informazione, come scrivevo qualche anno fa, a proposito di meteo e influencer e degli effetti collaterali di previsioni di dubbia attendibilità. Per questo motivo mi trovo estremamente d’accordo con quanto dichiarato da Paolo Sottocorona nell’intervista pubblicata da Sapiens, che ben spiega – tra l’altro – il concetto di temperatura percepita, altro spauracchio da ridimensionare:

Dicendo “Ci sono 40°, ma siccome l’umidità è elevata, sulla pelle si percepiscono 50°” si dice una sciocchezza, una sciocchezza colossale. La temperatura percepita è un’altra cosa: è un indice di disagio, ci dice, se più alta della temperatura reale, che avremo un disagio dovuto all’umidità. Perché se l’aria è umida il sudore non evapora e il corpo accumula calore, ed ecco il malore, il colpo di calore, il malessere. Però attenzione, come si arriva ai famosi “50° percepiti“? Le faccio un esempio: intorno Roma stiamo vedendo i 42°, che non sono frequentissimi, ma l’umidità corrispondente alle ore in cui ci sono 42° è inferiore al 20%. L’aria quindi è secchissima, è un caldo torrido, non afoso, non c’è umidità. In questa situazione di conseguenza non c’è questo peggioramento: si soffrono i 42°, fine. Ma molti cosa fanno? Vanno a vedere l’umidità relativa della notte, che è molto più alta – l’umidità non è fissa, varia durante il giorno, quando ci sono 42° è 15/20%, durante la notte ci sono solo 24/25 con l’80% di umidità relativa – poi prendono 42° e 80% di umidità, ed ecco i 50°. Che non esistono!

Inutile dare credito alle sirene di certi servizi meteo poco attendibili, la cui unica vocazione è generare allarmismo. E’ meno dannoso seguire chi consiglia di bere molta acqua, preferire frutta e verdura, non uscire di casa nelle ore più calde o comunque frequentare luoghi con aria condizionata.

 

 
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Pubblicato da su 8 agosto 2017 in news

 

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Alice e Bob: niente panico

Sarà capitato anche a voi di sentire o leggere, in questi giorni, una notizia su due “robot” Alice e Bob dotati di intelligenza artificiale, che sarebbero stati spenti immediatamente dopo la scoperta che avevano iniziato a conversare in una lingua incomprensibile. La notizia è stata diffusa da più fonti in modo incontrollato, soprattutto da parte di chi non è stato in grado di comprenderne il reale significato, trasmettendo un allarmante messaggio sulla possibilità che due macchine dotate di intelligenza artificiale avessero inventato una propria forma di linguaggio per rendersi incomprensibili agli uomini che le hanno create e cospirare alle loro spalle, inducendo ad immaginare scenari futuribili a base di robot che si ribellano all’uomo, un po’ come Hal 9000 di 2001: Odissea nello spazio, se non Skynet di Terminator.

La verità è molto meno oscura e inquietante: chi ha scritto il codice utilizzato per Alice e Bob al FAIR – il laboratorio di Facebook che si occupa di ricerca sull’intelligenza artificiale – ha programmato la loro capacità di negoziazione (è su questo aspetto che verte il test che li coinvolge), ma non li ha vincolati ad esprimersi in un inglese corretto, di conseguenza le due macchine hanno cominciato a conversare liberi da regole (grammaticali, sintattiche e di qualunque altra natura). Tutto il resto sono congetture e speculazioni: non esiste traccia di intenti ribelli o indipendentisti da parte di queste macchine, spente (disattivate) prima di poter proseguire uno scambio che non ha avuto alcuna efficacia, ad eccezione di non essere compreso (se non dai due bot) e, quindi, di essere facilmente frainteso. Non erano arrivate nemmeno al livello di un TVUMDB.

Questa vicenda, che non ha alcun aspetto allarmistico, non ci deve però far dimenticare quanto sia opportuno – anzi, necessario – che lo sviluppo di tecnologie di intelligenza artificiale debba essere normato e mantenuto sotto uno stretto controllo affinché non si arrivi ai livelli di auto-coscienza ben descritti dal “Future of Life Institute”.

Foto tratta da un articolo di giugno di The Atlantic. Sì, giugno. Dopo questo post pubblicato da Facebook.

 

 

 
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Pubblicato da su 2 agosto 2017 in news

 

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X.com, l’intrigante minimalismo di Elon Musk

Il minimalismo scelto da Elon Musk per il sito x.com è stupefacente. Pubblicizzato con un tweet, il sito è legato al dominio che lo stesso Musk registrò nel 1999 per la propria società di servizi finanziari online che, dopo essere confluita in Confinity, legò il servizio alla sua PayPal. Musk non ne è più azionista da 15 anni e il 3 luglio ha ricomprato l’amato dominio da PayPal. Quale sia il suo obiettivo non è ancora dato saperlo, ma in questo momento è probabilmente il sito web più essenziale che esista (anche per l’essenzialità del codice sorgente).

 
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Pubblicato da su 17 luglio 2017 in curiosità

 

Linate, imbarchi rallentati dall’acqua?

Nel 2017 abbiamo la possibilità di avere in tasca uno smartphone classificato IP68 (completamente stagno per la polvere e protetto dall’acqua per immersione fino ad un metro di profondità), ma le centraline Telecom Italia possono essere invase dall’acqua, come racconta il Corriere:

Il problema che ha improvvisamente mandato in tilt per gran parte della mattinata la rete Internet dell’aeroporto di Linate era sottoterra, nei pozzetti delle centraline Telecom di Novegro. Erano completamenti invasi dall’acqua, che i tecnici dell’azienda di telecomunicazioni ha aspirato con pompe idrovore, fino a riportare tutto alla normalità del ventunesimo secolo

È la prima volta che sento parlare di simili disagi allo scalo milanese e mi domando da dove provenga tutta quell’acqua che ha invaso i pozzetti di Novegro. Un nubifragio? Non pervenuto. Una perdita senza precedenti nella rete idrica? Qualcuno verificherà. E pensare che, proprio in questo periodo, il rischio di disagi ai passeggeri era stato considerato – ma escluso – per motivi completamente differenti:

 
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Pubblicato da su 13 luglio 2017 in news

 

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In arrivo il telefono cellulare “respiriano”

Un gruppo di ricercatori della University of Washington ha sviluppato un prototipo di telefono cellulare che funziona senza batteria e si alimenta con energia ricavata da risorse disponibili nell’ambiente, come la luce solare e le onde radio, e dalle vibrazioni generate nell’altoparlante e nel microfono durante una conversazione:

University of Washington researchers have invented a cellphone that requires no batteries — a major leap forward in moving beyond chargers, cords and dying phones. Instead, the phone harvests the few microwatts of power it requires from either ambient radio signals or light.

The team also made Skype calls using its battery-free phone, demonstrating that the prototype made of commercial, off-the-shelf components can receive and transmit speech and communicate with a base station.

E’ ovviamente molto presto per pensare che una tecnologia battery-free possa essere adottata sui dispositivi di utilizzo quotidiano, ma è sicuramente l’inizio di una ricerca che va nella giusta direzione. L’obiettivo è renderla disponibile a livello commerciale entro tre anni.

 
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Pubblicato da su 10 luglio 2017 in cellulari & smartphone

 

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Stockisti e Console Planet, superprezzi o superevasione?

“Abbiamo i superprezzi” recita lo slogan de Gli Stockisti e sono effettivamente super i prezzi degli articoli di elettronica venduti online su stockisti.com, sito web conosciuto da molti utenti per acquisti di telefonia, tablet, televisori, smartwatch (queste le quattro sezioni dello store). Stando alle notizie di questi giorni, però, la ragione di questi imbattibili superprezzi è piuttosto semplice: le indagini di Polizia e Agenzia delle Dogane di Roma avrebbero portato alla luce una consistente evasione di Iva, oltre 50 milioni di euro, in seguito alla quale sono stati emessi 18 ordinanze di custodia cautelare (10 gli arresti eseguito finora):

Gli accertamenti hanno consentito di accertare un’evasione di oltre 50 milioni. Gli investigatori della Polizia Postale e degli uomini dell’ufficio delle Dogane hanno anche scoperto che la società maltese che gestiva il sito ha operato dal 2012 nominando ogni anno una diversa società concessionaria esclusiva per l’Italia che, in realtà, era una via di mezzo tra una società ‘cartiera’ e una scatola vuota che aveva l’unico scopo di rendere difficili i controlli dell’amministrazione fiscale italiana. Compito, questo, svolto con modalità diverse da tre commercialisti e un collaboratore fiscale (il Sole 24 Ore)

La Polizia Postale ha disposto l’oscuramento dei siti web legati alla società maltese STK Europe (del cui gruppo fanno parte stockisti.com e consoleplanet.it, dedicato al mondo di console e videogame, e apparentemente legata ad un’altra società di diritto maltese, Beauty Holding Ltd, intestataria del dominio .it legato al sito web), che ora non sono visibili per chi naviga in Internet utilizzando DNS di provider che operano in Italia e hanno ricevuto dalla Polizia l’ordinanza di inibirne l’accessibilità. Rimangono invece navigabili – almeno per il momento – per chi utilizza servizi alternativi, ad esempio quelli di OpenDNS, SecureDNS, Tunlr, OpenNIC Project, Google, UnoDNS (a pagamento).

Ora è verosimile che qualcuno sia preoccupato per gli acquisti online effettuati su questi siti, e ne ha ben donde. Sulla pagina Facebook dell’azienda si moltiplicano i messaggi che si esprimono in questi termini, ma nelle ultime ore non si leggono più risposte tanto rassicuranti come quelle date inizialmente:

Tuttavia – come riporta l’Agi – anche il dirigente della Polizia Postale Nicola Zupo tranquillizza gli utenti:

“Non abbiamo sequestrato l’azienda, ma fatto oscurare il sito. Per cui chi ha già fatto un ordine lo vedrà evaso regolarmente”

A mio avviso possono essere tranquilli gli acquisti effettuati prima che le Forze di Polizia rendessero noto il reato addebitato. Ora che si tratta di una notizia di dominio pubblico avrei “qualche” perplessità sulla validità dell’acquisto da effettuare – che potrebbe essere inquadrato come incauto acquisto – e sulla possibilità di avvalermi della garanzia che il rivenditore è obbligato per legge a concedere all’acquirente, cosa possibile solo finché la società è attiva.

Attraverso una semplice ricerca con Internet Archive è inoltre possibile scoprire i riferimenti utilizzati da questa organizzazione di e-commerce. Stockisti.com, presente sul web anche come glistockisti.it, in circa sei anni di vita ha infatti pubblicato, in fondo alla propria homepage, sei differenti ragioni sociali. Un dinamismo impressionante.

 
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Pubblicato da su 7 luglio 2017 in e-commerce

 

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