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FacebookLeaks, pubblicati gli audio delle riunioni interne. Trappola o strategia?

Non c’è più religione se viene violata anche la privacy di Mark Zuckerberg, frontman di Facebook, re dei social network e antitesi del concetto di riservatezza. Veicolo di questo contrappasso è The Verge, che ieri ha pubblicato alcune registrazioni audio (e relative trascrizioni) tratte da due riunioni aziendali presiedute dallo stesso Zuckerberg. Punti salienti di queste registrazioni: in primis spicca una sincera preoccupazione sulle prossime elezioni presidenziali americane del 2020, in particolare per la possibilità che possano essere vinte da Elizabeth Warren, senatrice candidata dal Partito Democratico che ha sempre manifestato la volontà di contrastare le grandi società tecnologiche e le loro prassi, ritenute illegali e lesive dei diritti dei consumatori.

Altra questione spinosa che emerge dagli audio sono i problemi legati al sistema di moderazione di contenuti e commenti, su cui Zuckerberg spiega che la questione è un work in progress, commentando come “melodrammatici” i commenti della stampa. Negli audio non mancano inoltre autocelebrazioni e paragoni con altre realtà del settore come Twitter, che sulla sicurezza “non può fare un lavoro buono quanto il nostro”  perché “non possono fare questo investimento. Il nostro investimento in sicurezza è maggiore dell’intero fatturato della loro azienda”.

C’è anche attenzione al mondo della finanza, con dei cenni alla criptovaluta Libra, e al mondo giovane intercettato da TikTok: “Abbiamo un prodotto chiamato Lasso, che è un’app autonoma su cui stiamo lavorando, cercando di adattarci al mercato in paesi come il Messico … Stiamo provando prima a vedere se possiamo farlo funzionare in paesi in cui TikTok non è già diffuso, prima di andare a competere nei Paesi in cui ha una forte presenza”.

La cosa che colpisce di più non è tanto il fatto che la vittima di questa rivelazione sia proprio la figura che incarna la vocazione “indiscreta” di Facebook, quanto che proprio lui, dopo la pubblicazione da parte di The Verge, abbia ripubblicato il tutto proprio sulla sua pagina Facebook. Mossa notevole, ma… analizzando bene i contenuti pubblicati, nulla di realmente nuovo sul fronte social. Nessuno si meraviglia della posizione di un’azienda che mostra avversione verso un candidato politico che intende contrastarla. Che fosse tutto premeditato per mostrare al pubblico un’immagine di trasparenza?

 
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Pubblicato da su 2 ottobre 2019 in news

 

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Di cognome Facebook

Novità per i componenti della famiglia Facebook: all’insegna di una maggiore trasparenza, Instagram e WhatsApp cambieranno nome. Nessuna rivoluzione, solo una aggiunta di cognome: si chiameranno Instagram from Facebook e WhatsApp from Facebook.

Già mi sembra di sentire in sottofondo un brusio a base di “chissenefrega” e “sticazzi”, ma la notizia è più significativa di quanto possa apparire in superficie, perché questa scelta conferma indirettamente una situazione già nell’aria, legata al declino di Facebook. L’aggiunta di quel “from Facebook” ai nomi delle due app – la cui popolarità è tuttora in crescita – appare infatti una sorta di “rivendicazione”, un po’ come se Mark Zuckerberg volesse segnare il territorio presso il pubblico delle piattaforme che fanno parte del suo gruppo.

Sento ancora il brusio degli annoiati. Ok non è tutto: in effetti la notizia, se la lasciassimo così, avrebbe ben poco di succoso, se non fosse per un altro aspetto. Questa formalità del “riconoscimento familiare” sarà il preludio ad un’evoluzione ben più consistente, cioè la fusione delle tre piattaforme in un unico hub, come preannunciato da Zuckerberg in occasione di F8. L’obiettivo del gruppo è unificare i sistemi di messaggistica e “farli parlare tra loro”, ovvero mettere in comunicazione tra loro gli utenti di Messenger, dei direct message di Instagram e di Whatsapp, abbattendo le barriere all’interoperabilità.

Il cantiere è già aperto da tempo e forse è proprio a causa di questi lavori in corso sulle piattaforme che, di tanto in tanto, le app sembrano soffrire di blocchi o rallentamenti generalizzati. L’ultimo disservizio sembra essersi verificato nel pomeriggio di ieri, come segnalato da utenti negli Stati Uniti e in Europa, e fa seguito ad altri episodi che si sono verificati alcune settimane fa e in marzo. L’obiettivo dell’unificazione sembra irrinunciabile, ma per la sua concretizzazione sarà necessario attendere.

Nel frattempo il marketing si muove su quel “from Facebook” che, nelle intenzioni dell’azienda, dovrebbe portare gli utenti di Instagram e WhatsApp a rivalutare Facebook, riconsiderandola come la piattaforma di riferimento. Ma non è da escludere che questa mossa possa essere controproducente: sapere che le due app fanno parte della stessa famiglia del social network che è stato al centro di scandali sulla compravendita di informazioni e dati personali (come nel caso che ha coinvolto Cambridge Analytica) potrebbe non essere una consapevolezza tranquillizzante.

 
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Pubblicato da su 5 agosto 2019 in comunicazione, news, social network

 

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Si chiamano assistenti perché assistono

Un assistente vocale è sempre all’ascolto: non è predisposto per attivarsi al primo suono che capta, ma in corrispondenza di una determinata frase. Quindi deve essere in grado di sceglierla, di distinguerla, di identificarla in mezzo al rumore, ad altri suoni e ad altre frasi. Non è difficile da capire: quando chiamiamo qualcuno per nome, da quel momento ci risponde e ci concede attenzione, ma le sue orecchie e il suo cervello erano già “accesi” da prima (…in condizioni normali, diciamo). Quindi, la prima cosa da capire e tenere presente quando si ha con sé (o in casa) un assistente vocale o virtuale, è questa: è in ascolto.

Ciò premesso, veniamo alle news: un servizio del Guardian rivela che per Siri – l’assistente vocale di Apple – sono impiegate persone incaricate di ascoltare l’audio raccolto per analizzarlo e catalogarne parole e frasi, allo scopo di migliorare il servizio fornito e le funzionalità della dettatura vocale. Apple dichiara che l’analisi viene effettuata su meno dell’1% delle richieste ricevute da Siri, di non associare queste registrazioni all’ID Apple degli utenti e che tutti i “revisori” sono tenuti al rispetto di rigidi vincoli di riservatezza”.

Perché anche Siri è sempre in ascolto. Ascolta i comandi che l’utente gli trasmette, ma anche le conversazioni. Può attivarsi “da solo”, perché capta una parola che assomiglia a “Hey Siri”. Se uno ha al polso un Apple Watch e alza il braccio mentre parla, anche in quel caso Siri può “svegliarsi”. L’articolo del Guardian riporta la preoccupazione di un dipendente per la gestione delle informazioni raccolte, perché possono consistere in dati personali e sensibili: “Ci sono stati innumerevoli casi di registrazioni contenenti colloqui privati tra medici e pazienti, trattative d’affari, discussioni su attività apparentemente criminali, incontri sessuali e così via. Queste registrazioni sono legate ai dati dell’utente e ne mostrano posizione, dettagli dei suoi contatti e dati relativi all’app”.

La privacy policy di Apple indica che Siri e la funzione Dettatura “non associano mai queste informazioni al tuo ID Apple, ma solo al tuo dispositivo tramite un identificatore casuale”. La fonte del Guardian però rimane perplessa per lo scarso controllo sulle persone che lavorano al servizio, per la mole di dati che possono analizzare in libertà e per la possibilità concreta di identificare comunque qualcuno in base ad alcuni dati forniti in modo accidentale: indirizzi, nomi, numeri telefonici sono i più semplici e, banalmente, possono facilmente essere riconducibili ad una persona.

Niente di diverso da ciò che accade con Alexa, assistente vocale di Amazon: come sappiamo da un rapporto pubblicato da Bloomberg, l’azienda ha un team di dipendenti e collaboratori che ascoltano e trascrivono ciò che viene captato. Analogo discorso vale anche per il Google Assistant. E, come ho avuto modo di ricordare su queste pagine un paio di mesi fa, le informazioni personali a disposizione di Google a questo proposito sono decisamente molte.

E’ sempre necessario che l’utente, per quanto riguarda i propri dati personali, sia correttamente e completamente informato sulla loro destinazione (di chi sono le mani e le orecchie in cui finiscono?) e sul loro utilizzo, sia esso di carattere tecnico, commerciale, politico o di qualsivoglia altra natura. E’ stato appurato che esistono aziende che hanno uno o più team di persone dedicate ad ascoltare e analizzare dati personali raccolti dal loro assistente vocale.Il fatto che questo si scopra solo attraverso un’inchiesta giornalistica – e non dalle condizioni del servizio – non è esattamente tranquillizzante, per chi ha a cuore la riservatezza delle proprie informazioni.

 
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Pubblicato da su 31 luglio 2019 in news, privacy

 

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Due o tre cose che Google sa dei suoi utenti

Quando avete un account Google e pensate di non avere nulla da nascondere, probabilmente non vi preoccupate di ciò che un’azienda di quel calibro può conoscere sul vostro conto. Tuttavia esiste più di un motivo per capire che, quantomeno, dovreste comunque esserne pienamente consapevoli.

Piccolo (e non esaustivo) elenco di ciò che viene registrato solo perché avete un account Google:

OK facciamo un esempio sul secondo punto, dove è possibile trovare qualcosa del genere:

Anche se avete dettato qualcosa a WhatsApp – app molto diffusa e amata – e sebbene quella app possa apparire estranea al mondo Google (perché parte della galassia Facebook, insieme a Instagram), in realtà tutto viene memorizzato. Con “tutto” non intendo solo la trascrizione, e quel “Riproduci” che vedete ne è la prova: vi permette di sentire la registrazione di ciò che avete detto e se cliccate su dettagli scoprite perché…

Quindi, se queste informazioni non vi scompongono, va bene così. Se foste invece infastiditi da questa costante registrazione… andate in Gestione attività (https://myaccount.google.com/activitycontrols) e disattivate tutti gli “interruttori”!

Diciamo che, in un mondo in cui non è raro apprendere notizie su violazioni di account, furto di password, vulnerabilità che permettono l’accesso non autorizzato ai dati personali di un account e altre criticità analoghe, forse tutta questa attività di acquisizione dati andrebbe tenuta presente, ecco.

 
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Pubblicato da su 24 Mag 2019 in news

 

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Google Plus, chiuso per inutilizzo? Non solo

Ha chiuso i battenti ieri la versione consumer (cioè quella “aperta al pubblico”) di Google Plus, ma in pochi si sono accorti di questa “dipartita”, perché in effetti pochi ne conoscevano o ricordavano l’esistenza. Google Plus, indicato anche come Google+ oppure G+, è stato l’ennesimo vano tentativo di inseguire Facebook con un social network che, non essendo mai realmente decollato, è stato “farcito” automaticamente di utenti grazie ad un legame automatico con gli account dell’universo Google, con l’inclusione “coatta” degli utenti degli smartphone con sistema operativo Android.

Insomma un social senz’anima, non desiderato e quindi ignorato, la cui fine era inevitabile. Ma non è nella sua scarsa vitalità il vero motivo che ne ha reso opportuna la chiusura. Un altro problema – ben più rilevante – ha spinto il gruppo a chiudere il capitolo Google Plus: un bug che ha reso accessibili al mondo i dati personali legati a 500mila account, una vulnerabilità che l’azienda conosceva da tempo, ma che era stata tenuta nascosta e ammessa solo in seguito ad un’inchiesta del Wall Street Journal.

La falla avrebbe reso potenzialmente consultabili agli sviluppatori di 488 app vari dati personali come nome, cognome, indirizzo civico e mail, sesso, data di nascita, professione. Una finestra aperta dal 2015 al 2018 e chiusa solo nel marzo dello scorso anno, quando Google ha individuato e risolto il problema. senza però renderlo noto. “Per via della limitata entità del problema” dirà poi l’azienda. Per evitare danni di immagine e pesanti sanzioni, pensiamo noi.

Solamente dopo la pubblicazione dell’inchiesta da parte del WSJ c’è stato l’annuncio da parte di Google dell’avvio di una serie di azioni intraprese a tutela delle informazioni degli utenti. La prima della lista? La chiusura di Google+.

 
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Pubblicato da su 3 aprile 2019 in news

 

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Test sui social network, perché è meglio non cascarci

I test pubblicati attraverso i social network sono un espediente per carpire dati sugli utenti, verosimilmente a scopo di lucro e, comunque, alle spalle dei diretti interessati. Non è la prima volta che ne parlo e molto spesso l’attività dei loro autori è legata in primo luogo all’ecosistema di Facebook, che sulle informazioni personali vive e prospera.

Da qualche tempo a questa parte, però, sembra ci sia – almeno a livello di facciata – un’inversione di rotta ed ora è addirittura l’azienda di Mark Zuckerberg a dichiararsi parte lesa, da quanto si legge in una denuncia sporta nei confronti di Gleb Sluchevsky e Andrey Gorbachov: si tratta di due sviluppatori ucraini, che sono stati accusati di aver raccolto e analizzato dati personali di ignari utenti di Facebook, nonché di aver inserito pubblicità mirata “non autorizzata” nel loro feed di notizie, sfruttando un’app collegata alla piattaforma del social network.

Con la promessa di raccogliere un’entità limitata di informazioni, gli utenti sarebbero stati indotti all’installazione nel browser di un plug-in, in grado di accedere non solo ai dati dell’account, ma anche agli elenchi degli utenti “amici”, benché non pubblicamente visibili. Non è escluso che questa vicenda possa avere legami con un’altra violazione resa nota lo scorso autunno e relativa alla pubblicazione – da parte di un gruppo di hacker – dei messaggi privati di 81mila account Facebook, che a loro volta avevano portato alla diffusione delle informazioni relative a 176.000 profili (la punta di un iceberg, dal momento che il gruppo reo di questa operazione aveva dichiarato di possedere un database con dati di 120 milioni di account), tutte informazioni rivendibili sul mercato dei dati personali.

Quello che è certo è che almeno in un determinato periodo – tra il 2017 e il 2018 – i due ucraini hanno utilizzato il social network per pubblicare alcuni test sulla personalità, con titoli come “Di quale personaggio storico sei il sosia?”, “Hai sangue reale nelle vene?”, “Quanti veri amici hai?” o “Qual è il colore della tua aura?”. Domande decisamente poco esistenziali e soprattutto assolutamente inutili, ma abbastanza attraenti per qualche navigatore in cerca di passatempi senza impegno, pronti a cadere nel tranello in cambio di altri test e oroscopi “personalizzati”.

Dalla lettura della denuncia depositata venerdì scorso, tra le motivazioni sollevate l’azienda fa emergere per Facebook “un irreparabile danno alla reputazione”, con ripercussioni sugli utenti che avrebbero “effettivamente compromesso i propri browser” installando le estensioni richieste dalle app incriminate. Lo “schema” non avrebbe funzionato, tuttavia, se Facebook non avesse approvato l’iscrizione degli hacker – avvenuta con l’utilizzo di due pseudonimi – come sviluppatori autorizzati a sfruttare la feature legata all’accesso a Facebook. Su questa base Facebook punta il dito sui due sviluppatori per violazione del CFAA (Computer Fraud and Abuse Act). La scoperta dell’attività malevola sarebbe avvenuta in seguito ad “un’indagine sulle estensioni dannose” che sarebbero state poi notificate ai team di sviluppo dei browser interessati.

Questa azione legale – che segue di pochi giorni un’altra denuncia verso quattro aziende cinesi accusate da Facebook di aver venduto follower e like fasulli – permette a Facebook di attuare una strategia di difesa dalle denunce, che piovono da più parti nel mondo, in tema di violazione della privacy e della sicurezza delle informazioni. L’obiettivo è di far focalizzare l’attenzione di pubblico e media su hacker malintenzionati, spostandola dalle “debolezze” della piattaforma di social network emerse in casi precedenti, come quello di Cambridge Analytica.

Questo tipo di problema, però, è sorto anni fa e non è superfluo ricordare la denuncia, formulata qualche anno fa nei confronti di Facebook , di aver tracciato “con disinvoltura” le attività online di utenti iscritti e non iscritti al social network mediante i cookies attraverso una raccolta di dati attuata durante la lettura di post pubblici. In quell’occasione Facebook, aveva sostanzialmente ammesso la raccolta di informazioni, precisando che la causa era in un bug.

Se ancora oggi stiamo parlando di queste problematiche, la soluzione non è vicina. Ma, al netto di questa vicenda specifica, la domanda sorge spontanea: è proprio necessario cimentarsi in futili test sulla personalità dalla dubbia (inesistente) attendibilità? Certo, si tratta di giochi simili a quei test che si trovano su riviste da leggere in spiaggia sotto l’ombrellone o in una sala d’attesa. Ma almeno dietro a quelle pagine di carta non si nasconde nessuno pronto ad abbindolarci.

 
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Pubblicato da su 11 marzo 2019 in news

 

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Google Nest Guard, il microfono c’era, ma non si vedeva (e nessuno sapeva)

Nest Guard, sistema di sicurezza domestico, a inizio febbraio è stato aggiornato e Google ha pensato bene di rendere noto che l’update lo ha reso compatibile con il suo assistente vocale. “Strano – hanno pensato gli utenti – le specifiche tecniche non indicano la presenza di un microfono, come può funzionare?” Il problema è proprio nella sbadataggine di Google: non si era dimenticata di integrarlo nel sistema, ma di avvisare i propri ignari utenti che il microfono era già presente.

“Si è trattato di un errore da parte nostra” dicono da Google, riferendosi ovviamente al fatto di non averlo indicato in alcun documento, ma il microfono – sempre a detta loro – “non è mai stato acceso e viene attivato solo quando gli utenti abilitano specificamente l’opzione”. La sua presenza era stata prevista con la prospettiva di aggiungere nuove funzionalità di sicurezza, ad esempio la possibilità di rilevare rumori sospetti, come quello della rottura di un vetro.

La (dis)attenzione di Google per la privacy degli utenti non è una novità, ma l’attenzione degli utenti verso queste problematiche deve essere sempre alta: tutti i dispositivi legati al mondo di smart home e smart building sono connessi e quindi potenzialmente sempre più vulnerabili alle possibilità di sfruttamento remoto da parte di terzi. In assenza di adeguata protezione, queste soluzioni possono consentire a qualcuno non solo di carpire dati personali (come nel caso di un microfono nascosto), ma potrebbero essere utilizzati anche per prendere letteralmente il controllo di un’appartamento o di un edificio e permettere azioni ai danni del proprietario, a partire dalla disattivazione dei sistema di allarme e sorveglianza fino ad arrivare all’attivazione di elettrodomestici e impianti, o all’apertura di porte e finestre.

 

 
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Pubblicato da su 21 febbraio 2019 in news

 

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Facebook e i social network? Gangster digitali, secondo il parlamento britannico

A pagina 42 del documento “Disinformation and ‘fake news’: Final Report” pubblicato dalla Commissione “Digital, Culture, Media and Sport” del parlamento britannico, c’è un pesante monito rivolto ai social network, con particolare riguardo a Facebook, per la sua condotta contraria alle norme su concorrenza e privacy. Il report presenta l’esito dell’inchiesta – durata 18 mesi – avviata in Gran Bretagna basata su documenti aziendali sia quelli ottenuti tramite un’azienda (Six4Three) che ha aperto un’azione legale in California contro Facebook e sulle risultanze delle indagini condotte in seguito al caso Cambridge Analytica.

Alle aziende come Facebook non dovrebbe essere permesso di comportarsi come “gangster digitali” nel mondo online, considerandosi al di sopra e al di fuori della legge.

Nel report viene inoltre stigmatizzata la mancanza di rispetto, da parte di Mark Zuckerberg, nei confronti del parlamento per non aver risposto ad alcuni quesiti posti nell’ambito dell’inchiesta, ed emerge la constatazione che il numero uno di Facebook non è in grado di esprimere la leadership e la responsabilità che ci si attenderebbe da chi è al vertice di una delle più grandi aziende del mondo. Non mancano avvertimenti sulla necessità di integrare le attuali leggi elettorali, ritenute vulnerabili e suscettibili di interferenze, e sulla pericolosità della disinformazione e la propaganda d’odio, mai seriamente ostacolate dalle aziende che operano nel mondo della tecnologia.

 

 
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Pubblicato da su 20 febbraio 2019 in news

 

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Il prezzo della gratuità al tempo dei social

Prima dell’avvento di Facebook, Instagram, Linkedin, Twitter e così via, il concetto di social network indicava essenzialmente, dal punto di vista sociologico, un gruppo di persone collegate tra loro da relazioni sociali, legami, interazioni. Le piattaforme di social network che conosciamo noi vorrebbero esserne la declinazione digitale, con tutti i pro e contro che ciò comporta, e che sono contaminati da un’illusione di fondo, più volte trattata anche dal sottoscritto: la presunta gratuità.

Facciamo un primo passo per definirla meglio e, anziché chiamarla gratuità, cominciamo ad inquadrarla come assenza di costi apparenti: effettivamente, i social network come altri servizi disponibili via Internet non richiedono costi di iscrizione o canoni di servizio. L’utente non riceve alcuna richiesta un esborso economico e questo aspetto, in qualche modo, lo induce ad alleggerire l’attenzione alle condizioni di utilizzo dei servizi che sottoscrive: si tratta di vere e proprie condizioni contrattuali, con clausole e particolari che impegnano le parti, ma dal momento che non esce nulla dal portafoglio o dal conto in banca, vengono spesso accettate nella superficiale consapevolezza di non subire danni patrimoniali (“male che vada, non perdo nulla perché non mi costa nulla”).

Nel caso dei social network, dal momento in cui si completa l’iscrizione si accetta di usufruire di quel servizio e si entra a far parte di un sistema, le cui dinamiche si basano sulla condivisione di informazioni (pensieri, opinioni, foto, video, audio) e di riscontri (i commenti, le risposte, i “mi piace” con le altre reazioni, le emoji, gli hashtag). Se la consapevolezza di ciò che si fa in quel sistema rimane superficiale, si entra a far parte di un gioco di cui non si arriva a comprendere le vere regole, molte delle quali sono sfruttare ai fini della profilazione pubblicitaria, tema che sfugge a chi si iscrive ad un social network per occuparsi di cazzeggio digitale, ma che è vitale per chi gestisce e mantiene la piattaforma.

Ciò che infatti agli utenti appare free – cioè senza costi apparenti – non è certo gratis per chi sta dall’altra parte di monitor e display: semplificando molto, tutto ciò che va dallo sviluppo software a tutta la parte hardware necessaria a mantenere in vita il tutto (computer, server, datacenter, energia elettrica, connettività), passando per la forza lavoro che muove il sistema, ha dei costi notevoli. Se questi costi non vengono pagati dai miliardi di utenti iscritti, come si sostengono i social network? Una piccola parte delle loro entrate è data da app e giochi, sviluppati da aziende che stipulano accordi commerciali con la piattaforma che le ospita. Ma la fetta più consistente dei ricavi arriva con l’advertising, ossia con la pubblicità, che sui social network colpisce in modo particolarmente efficace e mirato, proprio perché ogni utente – attraverso ogni condivisione e ogni riscontro – consegna un profilo di sé con dati anagrafici, gusti, posizioni, lavoro, hobby e legami con altre persone, che a loro volta hanno trasmesso il proprio profilo allo stesso modo.

Tutte queste informazioni vengono raccolte, memorizzate ed elaborate per rendere ancora più raffinato e ricco di particolari il profilo di ogni utente, allo scopo di proporgli inserzioni pubblicitarie aderenti alle sue preferenze ed esigenze. Per principio questo criterio potrebbe andare bene all’utente, che potrebbe ricevere solo informazioni pubblicitarie “su misura”. Il problema è che poco o nulla si sa riguardo all’effettivo utilizzo dei dati personali legati al suo profilo, a chi effettivamente li gestisce, e se ciò avviene solo per scopi legati all’advertising. Il caso Cambridge Analytica – la punta di un iceberg – ci ha dimostrato l’utilizzo politico e non dichiarato di queste informazioni. Ma al di là degli aspetti non trasparenti, esistono altre fattispecie che non consideriamo.

Fra le più eclatanti troviamo l’invadenza e la pervasività della pubblicità mirata, che arriva a bombardare l’utente fino a livelli inaspettati e, talvolta, devastanti. Non sto esagerando e un episodio che ne offre dimostrazione concreta è di questi giorni. La protagonista è Gillian Brockell, americana. Ha vissuto la propria gravidanza con legittimo entusiasmo, condiviso sui social network a colpi di post, foto e hashtag legati alla propria condizione, facendo ricerche sul web legate allo stesso argomento, e che hanno veicolato sul suo profilo – nonché sugli spazi pubblicitari dei siti web visitati – una lunga serie di pubblicità di prodotti per la gravidanza e per l’infanzia. Purtroppo perde il suo bimbo in grembo, ma nonostante questo trauma non si ferma il flusso di pubblicità di abbigliamento prémaman, cibi per neonati, lettini, passeggini, giochi, a cui lei stessa aveva aperto quelle porte che ora non riesce più a chiudere. Per questo ha scritto una lettera aperta alle “tech companies”:

“So che sapevate che fossi incinta. È colpa mia. Semplicemente non ho potuto resistere a quegli hashtag su Instagram #30weekspregnant, #babybump. Stupida! E ho persino cliccato una volta o due su pubblicità di abbigliamento da maternità che Facebook mi mostrava”

“Scommetto che Amazon vi ha anche detto la data prevista per la nascita – 24 gennaio – quando ho creato la lista nascita”.

Consapevole di aver seminato dettagli sulla propria gravidanza, metabolizzati dalle aziende che vivono di questi dati, Gillian Brockell sa comunque di aver proseguito a servirsi di motori di ricerca e social network per cercare informazioni sul fatto di non sentire più i movimenti del bambino, e di aver interrotto all’improvviso la sua compulsiva presenza su Internet, ripresa solo per scrivere nuovi post e nuovi hashtag, segnati però dal trauma dell’interruzione della gravidanza.

“Se siete abbastanza intelligenti da capire che sono incinta, siete sicuramente abbastanza intelligenti anche per capire che ho perso il mio bambino”.

Crediamo che il mondo abbia fatto progressi con l’intelligenza artificiale, ma l’asetticità dei sistemi che imbrigliano la versione digitale delle nostre vite dimostra che non siamo ancora arrivati alla sensibilità artificiale. Probabilmente – se raggiungibile – il percorso è ancora lungo. Nel frattempo possiamo imparare ad avere una maggiore consapevolezza su come si comportano le aziende che vivono sfruttando i nostri dati, e dedicare più tempo alla nostra vita reale e alle persone che ci circondano.

 
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Pubblicato da su 14 dicembre 2018 in news

 

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Privacy, il Garante entra a gamba tesa sulla fatturazione elettronica

Colpo di scena sul fronte della fatturazione elettronica: a un mese e mezzo dalla piena entrata in vigore per il mondo business tuo business il Garante Privacy entra in scena da deus ex machina per dire che il sistema che sta per essere introdotto deve essere rivisto perché non rispetta il principio della privacy by design. E tra gli addetti ai lavori già circolano rumors che vanno in ogni direzione, senza escludere la possibilità di un rinvio.

L’Authority italiana si è espressa argomentando le proprie motivazioni con il provvedimento n. 481 del 15 novembre 2018, pubblicato sul sito web del Garante, che si focalizza sulle possibili violazioni delle regole dettate dal GDPR su protezione e riservatezza dei dati trattati nell’ambito della fatturazione elettronica.

Per questo motivo sollecita l’Agenzia delle Entrate a comunicare i provvedimenti intrapresi per rendere conformi al Regolamento Europeo i trattamenti di dati personali su larga scala che è chiamata a gestire. Il sistema prevede che l’Agenzia, oltre a recapitare le fatture mediante il sistema di interscambio (SDI), si occupi anche di conservare tutti i dati – non solo di rilevanza fiscale, ma anche i dettagli contenuti nelle fatture – e del loro utilizzo nell’ambito delle verifiche. Ma fra quelle informazioni (non solo fiscali) si troveranno anche il tipo di beni e servizi oggetto della fatturazione, dati sui pagamenti, nonché altri dati utilizzabili per poter fare altre elaborazioni (ad esempio una profilazione sulle preferenze di acquisto, o sull’affidabilità finanziaria).

Un patrimonio di informazioni che è anche nelle mani numerosi intermediari incaricati alle aziende (si pensi ad esempio a chi offre un servizio di conservazione dei documenti elettronici in cloud), e che il Garante esige venga corazzato affinché non possa finire in mani diverse da quelle per cui è stato pensato.

L’Agenzia dovrà ora procedere con sollecitudine a rendere conforme il sistema, ma le tempistiche di queste attività sono ancora da pianificare e verificare, ed è per questo motivo che non si esclude un differimento dell’entrata in vigore dell’utilizzo della piattaforma.

Una beffa quasi last minute, su una perseguita innovazione, che fin dall’inizio ha incassato numerose critiche e che ora potrebbe essere addirittura sospesa, con buona pace di chi sta correndo per essere in ordine in vista dei termini già fissati. C’è però un aspetto da sottolineare, che emerge tra le righe di questa “piccata” osservazione del Garante:

Una preventiva consultazione dell’Autorità, peraltro stabilita dal previgente Codice privacy e dal nuovo Regolamento Ue, avrebbe potuto assicurare fin dalla progettazione l’avvio del nuovo sistema con modalità e garanzie rispettose della protezione dei dati personali, introducendo misure tecnico organizzative adeguate in tutta la filiera del trattamento dei dati personali per la fatturazione elettronica.

Oltre alle lacune evidenziate in termini di sicurezza del sistema, c’è quindi una lacuna forse più pesante che riguarda la preoccupante mancanza di coordinamento del progetto visto nella sua complessa interezza.

 
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Pubblicato da su 17 novembre 2018 in news

 

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Tutti gli smartphone del Presidente (interessano a Cina e Russia)

Cina e Russia intercettano le telefonate personali del presidente Donald Trump: lo riferisce il New York Times citando fonti coperte da anonimato, ma vicine all’attuale POTUS (the President Of The United States) in quanto suoi collaboratori, attuali e non solo. Le finalità, secondo queste fonti, sarebbero diverse e parallele: mentre l’intercettazione della Russia rientrerebbe nell’attività di intelligence mirata alla sicurezza nazionale, la Cina porrebbe attenzione agli argomenti a cui Trump è interessato per mantenere viva una guerra commerciale con gli Stati Uniti, con la complicità di uomini d’affari cinesi in contatto con il presidente americano e alcune persone di sua fiducia.

Secondo le rivelazioni, Trump ha due iPhone “ufficiali”, che la NSA (National Security Agency) ha opportunamente modificato per limitarne la vulnerabilità, uno per l’account Twitter e uno per le telefonate. Ma dispone anche di un terzo iPhone assolutamente standard, che utilizza perché gli permette di memorizzare i contatti (opzione eliminata sugli altri due apparecchi). Non sarebbe stato necessario fare alcuna attività di hacking sugli smartphone: le intercettazioni riguardano comunque le conversazioni telefoniche che viaggiano sulle reti telefoniche fisse e mobili attraverso infrastrutture con apparati, antenne, cavi.

Altri tempi, in confronto al suo predecessore Barack Obama, che non si era sottratto ai vincoli della sicurezza: con il suo smartphone non poteva telefonare (il microfono era disattivato, così come la fotocamera), riceveva mail solo da un indirizzo riservato e non poteva gestire sms. Per chiamare utilizzava il cellulare di un assistente.

Ma la scarsa dimistichezza dell’attuale presidente per la tecnologia ha un risvolto positivo: l’utilizza della posta elettronica da parte di Trump è pressoché nullo, quindi non c’è pericolo di cadere in trappole di phishing.

 
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Pubblicato da su 25 ottobre 2018 in news

 

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Google plus vicino al tramonto, verrà limitato al mondo business

Google Plus verrà chiuso entro i prossimi dieci mesi. La decisione di staccargli la spina è giunta dopo l’amara constatazione che le sessioni della maggior parte degli utenti (90%) non durano oltre 5 secondi, troppo brevi per essere remunerative. C’è però un altro fattore, emerso recentemente: una vulnerabilità – scoperta lo scorso marzo – che avrebbe esposto i dati  di 500mila account (con profilo non pubblico) al rischio di accesso indesiderato.

L’annunciata chiusura di Google+ riguarda “solo” la parte consumer, mentre rimarrà in vita la versione business. L’azienda è convinta che il suo social abbia notevoli potenzialità per i clienti aziendali e a breve si capirà se il gruppo sarà in grado di ridargli linfa vitale in questa dimensione, oppure se si sarà trattato solo di accanimento terapeutico.

La sua chiusura era questione di tempo, ma va reso atto a Google di aver avuto il coraggio di investire risorse e “dire la sua” in un campo difficile da conquistare, perché già caratterizzato da una leadership consolidata. I tentativi precedenti non sono mancati, le tombe virtuali di Wave e Buzz lo testimoniano, e non è detto che la G non ricompaia nel mondo dei social network sotto nuove spoglie. Oppure – la butto lì – semplicemente nel revamping di YouTube.

 
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Pubblicato da su 9 ottobre 2018 in news

 

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Facebook, 50 milioni di account compromessi da una falla. Sì, un’altra

Analitica

Il 2018 non è finito, e nemmeno i problemi di Facebook con i dati dei suoi utenti: secondo il New York Times, 90 milioni di loro in queste ore sono stati indotti ad autenticarsi per accedere di nuovo al social network, dopo l’attivazione di una procedura di sicurezza da parte dello staff guidato da Mark Zuckerberg, in seguito alla scoperta di una falla che ha compromesso la sicurezza dei dati personali relativi a 50 milioni di account.

Se anche a voi è capitato di dover accedere nuovamente tramite app o da browser, ecco spiegato il motivo. Nel frattempo è stato disattivato il servizio “Visualizza come…” (quello che permette all’utente di sapere come la sua timeline viene visualizzata da un determinato amico).

Le indagini sono tutt’ora in corso ed è probabile che a breve si possa capire qualcosa di più sul problema dichiarato. Cifre e versioni potrebbero cambiare. Ma sembra ormai assodato che, nonostante il caso Cambridge Analitica, Facebook continui a trattare i dati degli utenti con un’ingiustificabile disinvoltura e con un’attenzione inadeguata dal punto di vista della sicurezza delle informazioni.

Nel frattempo, la raccomandazione rimane sempre la stessa: non condividete su Facebook informazioni personali (sia nei dati del profilo che in testi, foto e video) che potrebbero essere sfruttate da malintenzionati. Più in generale, non cedete dati personali come contropartita di qualche servizio o beneficio apparentemente gratuito.

Mantenete sempre la consapevolezza del fatto che nel mondo digitale la sicurezza al 100% non esiste. La riservatezza di ciò che vi sta davvero a cuore non ha prezzo.

 
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Pubblicato da su 28 settembre 2018 in news

 

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Google – Mastercard, accordo segreto per tracciare le transazioni (dice Bloomberg)

Stando a quanto riportato da Bloomberg, Google avrebbe siglato con Mastercard una partnership (non più) segreta per ottenere i dati delle transazioni “offline” di più di due miliardi di ignari utenti. Le fonti citate parlerebbero di milioni di dollari (pagati da Google), nonché di un accordo tra le due società per una ripartizione dei guadagni. Se la notizia si rivelasse attendibile, ci troveremmo di fronte ad un nuovo scandaloso episodio di violazione della privacy di miliardi di consumatori, le cui transazioni sarebbero state tracciate da Google, probabilmente per una sempre migliore profilazione pubblicitaria.

O per altre finalità? La stampa ci ricorda che nel 2017 Google ha annunciato l’attivazione della piattaforma Storie Sales Measurement, un sistema di “misurazione delle vendite” che le consentirebbe – tramite alcuni partner – di accedere ai dati di circa il 70% di carte di credito e debito USA. Secondo Google, l’accesso non riguarderebbe informazioni personali e – in ogni caso – l’utente può sempre scegliere di non partecipare al sistema facendo opt-out con gli strumenti di gestione Attività Web e App.

Ma di cosa stiamo parlando? L’accordo (presunto) tra Google e Mastercard sembra andare ben oltre. Non si parla solo di monitoraggio di “attività web e app”, ma di acquisizione di dati (a beneficio di Google e dei suoi inserzionisti) derivanti da transazioni “offline”, un’invadenza in un contesto in cui l’utente non ha scelto di utilizzare Internet (o ha scelto di non utilizzare Internet).

Domanda retorica: quanto sanno gli utenti delle loro informazioni elaborate e utilizzate da Google?

 
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Pubblicato da su 31 agosto 2018 in news

 

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