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Google – Mastercard, accordo segreto per tracciare le transazioni (dice Bloomberg)

Stando a quanto riportato da Bloomberg, Google avrebbe siglato con Mastercard una partnership (non più) segreta per ottenere i dati delle transazioni “offline” di più di due miliardi di ignari utenti. Le fonti citate parlerebbero di milioni di dollari (pagati da Google), nonché di un accordo tra le due società per una ripartizione dei guadagni. Se la notizia si rivelasse attendibile, ci troveremmo di fronte ad un nuovo scandaloso episodio di violazione della privacy di miliardi di consumatori, le cui transazioni sarebbero state tracciate da Google, probabilmente per una sempre migliore profilazione pubblicitaria.

O per altre finalità? La stampa ci ricorda che nel 2017 Google ha annunciato l’attivazione della piattaforma Storie Sales Measurement, un sistema di “misurazione delle vendite” che le consentirebbe – tramite alcuni partner – di accedere ai dati di circa il 70% di carte di credito e debito USA. Secondo Google, l’accesso non riguarderebbe informazioni personali e – in ogni caso – l’utente può sempre scegliere di non partecipare al sistema facendo opt-out con gli strumenti di gestione Attività Web e App.

Ma di cosa stiamo parlando? L’accordo (presunto) tra Google e Mastercard sembra andare ben oltre. Non si parla solo di monitoraggio di “attività web e app”, ma di acquisizione di dati (a beneficio di Google e dei suoi inserzionisti) derivanti da transazioni “offline”, un’invadenza in un contesto in cui l’utente non ha scelto di utilizzare Internet (o ha scelto di non utilizzare Internet).

Domanda retorica: quanto sanno gli utenti delle loro informazioni elaborate e utilizzate da Google?

 
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Pubblicato da su 31 agosto 2018 in news

 

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Più stalker che provider

Circa cinque anni fa ho scritto “Google è un grande follower”, per spiegare come fosse estremamente facile – per Google – tracciare tutti gli spostamenti degli utenti che avessero attivato sullo smartphone i servizi di posizionamento, per poi rivederli nella Location History (Cronologia delle posizioni). Allora la prassi di tracciare gli utenti – seguita dalle aziende attive su Internet – era ancora poco conosciuta (ben nota agli addetti ai lavori, ma non alla maggior parte degli utenti). Oggi le informazioni disponibili su questo argomento sono molte di più, tuttavia negli utenti non si riscontra maggiore consapevolezza. In parole povere, ancora oggi pochi si rendono conto di quanto siano estese e capillari le attività di monitoraggio e controllo delle persone che utilizzano servizi in rete. Naturalmente per “servizi” intendo tutto ciò che viaggia su Internet, dai social network ai sempre più diffusi assistenti vocali. È proprio a questo che è necessario porre massima attenzione, sia nei casi di utilizzo personale che in quelli legati a esigenze professionali e aziendali.

Le tracce appetibili che ognuno di noi lascia in rete sono tante, a partire dall’indirizzo IP, una coordinata univoca attribuita ad ogni computer collegato in rete, che permette l’identificazione e la localizzazione dell’hardware utilizzato. Le informazioni sul software, invece, le danno i browser (Chrome, Edge, Explorer, Firefox, Opera, Safari, eccetera) e altre applicazioni che naturalmente possono fornire dati interessanti, direttamente o attraverso i cookie. Tutti i servizi che orbitano ad esempio attorno a Google (il cui motore registra con accuratezza tutte le ricerche effettuate attraverso tutti i servizi ad esso collegati, da Maps a YouTube), nonché Chrome e il sistema operativo Android presente sugli smartphone, fanno largo uso di queste soluzioni che trattano informazioni preziose per chi ha un business che si regge sulla raccolta di inserzioni pubblicitarie e sulla profilazione degli utenti, a cui sottoporre banner pubblicitari e promozioni in modo sempre più preciso.

Certo indicare sul computer l’indirizzo 8.8.8.8 come server DNS preferito è già un consenso automatico e implicito alla trasmissione dei propri dati di navigazione a Google, ma anche il browser Firefox non ce la dice tutta, quando invia le query DNS degli utenti ai server Cloudflare. Se qualcuno non sapesse di cosa sto parlando, mi spiego in parole misere: i server DNS (Domain Name Server) consentono a tutti gli utenti di collegarsi ai siti Internet attraverso un nome, senza doverne conoscere l’indirizzo IP. Ogni computer, per collegarsi ad un servizio o ad un sito web qualunque, interroga di volta in volta il proprio server DNS di riferimento che traduce per lui un dominio (http://www.nomedelsito.it) nel corrispondente indirizzo IP. Chi è in grado di registrare queste operazioni può dunque fotografare l’attività in rete di un utente e comporne un profilo da memorizzare e studiare. Lo scopo potrebbe essere pubblicitario o politico, ma è importante capire che questi dati hanno un mercato.

Per comprendere quanto ci si possa spingere oltre, un esempio su tutti: quando Facebook è finita nell’occhio del ciclone per il caso Cambridge Analytica, il suo frontman Mark Zuckerberg è stato convocato in audizione al Congresso USA in merito ad una serie di questioni, alle quali – oltre alle (poche) spiegazioni immediate – ha risposto in un secondo momento con un report di 454 pagine. In buona parte il documento contiene le medesime informazioni che ognuno può leggere nelle condizioni di utilizzo del social network (sì, quelle di cui il senatore John Kennedy disse “fanno schifo”), ma in mezzo alla molta aria fritta sono emersi alcuni aspetti interessanti: in primis il fatto che Facebook raccoglie anche dati di utenti non iscritti al social network, attraverso app o siti web che utilizzano le sue tecnologie (il “like” o il “commenta” sotto un articolo, per esempio). Si tratta di dati che potrebbero riguardare le letture o gli acquisti effettuati tramite quei siti, ma soprattutto informazioni ottenute dal dispositivo utilizzato in quella connessione.

Questa ammissione va oltre ciò che è già noto da qualche anno e ciò che l’utente ignora è che tutto è registrabile: dalle caratteristiche tecniche di computer e smartphone connessi alle operazioni compiute dall’utente durante la navigazione (finestre mantenute in primo/secondo piano, movimenti del mouse, segnali Wi-Fi e di telefonia mobile, localizzazione, cookie, eccetera). E non mi riferisco ancora a ciò che potrebbe essere possibile acquisire con l’ausilio di assistenti vocali come Alexa, Cortana, Google Assistant, Siri.

Tutto ciò era in ogni caso già intuibile quando – sempre cinque anni fa – scoppiò il Datagate, lo scandalo che coinvolse la NSA, l’agenzia americana per la sicurezza nazionale, che tuttora intercetta le comunicazioni elettroniche e telefoniche che transitano dagli USA, come spiega The Intercept.

E giusto per chiudere in “tranquillità”: per queste attività di intercettazione – che l’agenzia svolge nell’ambito del programma Fairview – vengono utilizzati otto edifici della compagnia telefonica AT&T, dislocati in altrettante città degli Stati Uniti. Il controllo coinvolge ovviamente il traffico di altre compagnie telefoniche. Tra queste troviamo anche Telecom Italia:

Tutto questo per ricordarci quanto è importante un utilizzo consapevole degli strumenti di comunicazione.

 
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Pubblicato da su 3 luglio 2018 in news

 

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WhatsApp “vietato ai minori di 16 anni”, l’ultimo dei vostri problemi

A chi avesse appena appreso con sconforto che WhatsApp nell’Unione Europea sarà “vietato” ai minori di 16 anni, ricordo quanto già indicato dal sottoscritto lo scorso gennaio: al netto della possibilità, da parte dei genitori, di autorizzare il proprio figlio ad utilizzarlo (purché abbia almeno 13 anni), il problema di fondo non è la possibilità di usare o non usare lecitamente l’applicazione (che comunque non chiede l’età a nessun utente all’atto dell’iscrizione), ma la consapevolezza – spesso non piena – di ciò che significa utilizzare questo tipo di servizi:

Quindi, laddove non arrivasse il buon senso – quel buon senso che dovrebbe spingere ogni genitore alla consapevolezza di ciò che fanno i figli di cui sono responsabili – arriva una legge per ricordare ai genitori di interessarsi e occuparsi responsabilmente anche dell’attività svolta online dai propri figli (dal momento che ciò che fanno offline, cioè nel cosiddetto “mondo reale”, è oggettivamente e indiscutibilmente di loro interesse e responsabilità).

A questo proposito può inoltre risultare interessante leggere il parere espresso in merito dall’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adoloscenza, relativo ad ogni tipo di servizio online, presentato con queste parole:

“Non è opportuno abbassare la soglia dei 16 anni prevista dal Regolamento” osserva la Garante Filomena Albano. “I diritti di ascolto, partecipazione, espressione e quello di essere parte della vita culturale e artistica del Paese previsti dalla Convenzione internazionale per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza devono dar vita a una ‘partecipazione leggera’ dei minorenni. In altre parole, non gravata da pesi e responsabilità che competono, da una parte, a chi esercita la responsabilità genitoriale e, dall’altra, ai contesti educativi e istituzionali nei quali sono inseriti i ragazzi”.

Naturalmente questo ragionevole principio va in contrasto con la possibilità – ipotizzata lo scorso settembre – di introdurre a scuola l’utilizzo dello smartphone da parte degli studenti, a mio avviso possibile solo dopo un percorso che passa dal conseguimento di altri obiettivi fondamentali. Riassumendo in breve quanto considerato a suo tempo parlavo di infrastrutture pronte, insegnanti preparati e un ambiente familiare consapevole.

Lo stesso Garante motiva la sua condivisibile cautela con la scarsa consapevolezza digitale:

 “Ad oggi, in Italia – osserva l’Autorità garante – non si registra una diffusione capillare di programmi educativi tarati specificatamente sulla ‘consapevolezza digitale’. Serve che le agenzie educative e le istituzioni predispongano e attuino un programma in tal senso, accompagnato da uno studio sulla necessaria consapevolezza digitale da parte delle persone di minore età. In assenza non è possibile immaginare una soglia per il consenso autonomo dei minorenni più bassa di quella stabilita a 16 anni a livello europeo”.  I 16 anni, d’altra parte, rappresentano già nell’ordinamento giuridico italiano un’età di passaggio verso la maturità per altre situazioni giuridicamente rilevanti.

E proprio nel contesto delle situazioni giuridicamente rilevanti andrebbe inquadrata una frase dei termini di utilizzo di WhatsApp, che nell’immagine qui riportata si trova all’ultimo paragrafo e che traduco:

Oltre ad avere l’età minima richiesta per utilizzare i nostri Servizi in conformità alla legge applicabile, se non hai un’età sufficiente da avere l’autorità per accettare i nostri Termini nel tuo Paese, il tuo genitore o tutore deve accettare i nostri Termini a tuo nome.

Un servizio che non richiede pagamento da parte dell’utente non perde le sue caratteristiche formali, quindi accettarne i termini di utilizzo significa accettare le condizioni di un contratto a titolo gratuito. Per un cittadino italiano, il contratto è definito dall’art.1321 del Codice Civile e la sua accettazione è, a tutti gli effetti, un’azione legata a quella capacità di compiere atti che – come dice l’art. 2 del Codice Civile – ha come presupposto la maggiore età.

Pensiamoci.

 
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Pubblicato da su 26 aprile 2018 in news

 

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Cercasi dati (su Facebook) per campagne pubblicitarie e politiche

Cambridge Analytica uses data to change audience behavior

Cambridge Analytica usa i dati per cambiare il comportamento dell’audience“, è l’azienda stessa a dichiararlo nella sua homepage, non meravigliamoci dell’accaduto.
Quell’azienda che – come è stato svelato da testate come New York Times e Guardian – ha raccolto in modo “disinvolto” i dati personali di oltre 50 milioni di utenti di Facebook, violandone le condizioni di utilizzo.

Per catturare quei dati è stato fatto uso anche di applicazioni – diffuse sul social network – con test di intelligenza, questionari sulla personalità, eccetera. Un altro buon motivo per stare alla larga da simili inutili stupidaggini e utilizzare i social network in modo meno superficiale e, possibilmente, cum grano salis… la colpa non è della Rete ficcanaso, ma degli utenti inconsapevoli che le consegnano la loro vita.

 
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Pubblicato da su 19 marzo 2018 in news

 

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Minori, Internet e privacy cum grano salis

Nell’era delle illusorie e superficiali convinzioni che su Internet “tutto è accessibile, libero e gratuito” e chi non ha nulla da nascondere “può pubblicare ciò che gli pare”, in vista della prossima entrata in vigore del GDPR – il nuovo Regolamento europeo in materia di protezione dei dati personali –  è opportuno fare chiarezza su alcuni aspetti, in primo luogo per comprendere che in questo ambito esistono diritti e doveri per tutti: pensare infatti che la questione “privacy” riguardi solamente i doveri delle aziende che trattano dati e i diritti degli utenti, senza pensare che anche per questi ultimi esistano dei doveri, significa avere una visione limitata dell’argomento, soprattutto in un contesto di utilizzo di servizi Internet da parte degli utenti di minore età, con particolare riguardo a social network, servizi di messaggistica e di condivisione di contenuti.

Le condizioni di servizio di molte piattaforme (cito ad esempio non esaustivo Facebook, Snapchat, Instagram, WhatsApp, Youtube, Ask.fm, Musical.ly) attualmente permettono l’iscrizione a minori con età di almeno 13 anni, che nel caso di Musical.ly devono comunque essere autorizzati da un genitore o tutore. Fa eccezione al momento ThisCrush, che prevede un’età minima di 18 anni (in caso di età inferiore, l’account deve essere creato e supervisionato dal genitore/tutore). Il limite dei 13 anni deriva dall’origine di questi servizi, nati prevalentemente negli USA, in cui vige il “COPPA” (Children’s Online Privacy Protection Act), una legge federale che vieta alle aziende private la raccolta di dati e informazioni personali a persone di età inferiore ai 13 anni e impone il consenso all’utilizzo di un servizio da parte di chi esercita la patria potestà.

Perché inizialmente ho citato il nuovo Regolamento Europeo? Perché in questo contesto la nuova norma – che entrerà in vigore il 25 maggio 2018, quindi tra quattro mesi – prevede un principio molto chiaro che consiste nell’età di 16 anni come limite minimo per l’iscrizione a servizi offerti dalla società dell’informazione, vale a dire social network e servizi di messaggistica, a meno che genitori o tutori non manifestino il consenso all’iscrizione di soggetti di età minore (ma comunque non inferiore ai 13 anni). Quindi, laddove non arrivasse il buon senso – quel buon senso che dovrebbe spingere ogni genitore alla consapevolezza di ciò che fanno i figli di cui sono responsabili – arriva una legge per ricordare ai genitori di interessarsi e occuparsi responsabilmente anche dell’attività svolta online dai propri figli (dal momento che ciò che fanno offline, cioè nel cosiddetto “mondo reale”, è oggettivamente e indiscutibilmente di loro interesse e responsabilità).

Il nuovo Regolamento lascia facoltà agli Stati UE di abbassare il vincolo di età (anche in questo caso comunque non sotto i 13 anni). In assenza di provvedimenti specifici da parte dei singoli Stati, per gli utenti tra i 13 e i 16 anni di età l’iscrizione a social network e servizi di messaggistica dovrà dunque essere subordinata al consenso di genitori o tutori, che saranno quindi chiamati non solo ad esercitare una ragionevole supervisione, ma anche a rispondere di eventuali condotte non adeguate, un’attenzione quantomai opportuna in un’epoca caratterizzata da fenomeni come il cyberbullismo (variante online del bullismo, ma da deprecare senza attenuanti, avendo anzi l’aggravante della possibilità, per il bullo, di agire dietro uno schermo e non de visu), che saranno gestiti dal Garante della Privacy a cui potranno pervenire segnalazioni dirette, come stabilito dalla legge 71/2017, in cui sono inoltre previste misure di prevenzione ed educazione nelle scuole.

Non va inoltre dimenticato che i minori, talvolta, devono essere tutelati anche dalle azioni compiute dagli stessi genitori, quando ad esempio pubblicano sui social network certe loro immagini (magari in situazioni o pose imbarazzanti) o scrivono in modo esageratamente dettagliato racconti di episodi o avvenimenti famigliari, generando delle vere e proprie interferenze nella loro vita privata. Da alcune foto si possono ottenere dati personali e sensibili: nomi, indirizzi, abitudini, hobby e altre informazioni che possono rendere rintracciabili i soggetti ritratti. Spesso si tratta di superficialità e sottovalutazione di un problema che può avere risvolti ampiamente inaspettati. Sto parlando naturalmente di chi pubblica contenuti senza alcun tipo di precauzione nella scelta di cosa condividere o nei confronti del pubblico che potrebbe vederle, abitudine che può derivare da moti di vanità e orgoglio che in molti casi sarebbe opportuno reprimere: i rischi vanno dall’utilizzo indebito delle immagini altrui (con derive sgradevoli) fino al grooming (l’adescamento effettuato su Internet). E non si tratta certo di un’esagerazione, ne’ di una questione di lana caprina, se un giudice è arrivato al punto di stabilire la necessità del consenso di entrambi i genitori in casi come questo, in cui sono state rilevate violazioni a numerose leggi (art. 10 del Codice Civile, artt 4,7,8 e 145 del Codice della Privacy, gli artt. 1 e 16, I comma, della Convenzione di New York sui diritti del fanciullo, che l’Italia ha ratificato con la Legge 176/1991).

La consapevolezza delle possibili conseguenze e implicazioni delle azioni compiute da genitori e figli (in rete e fuori) non deve mai mancare.

 

 
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Pubblicato da su 25 gennaio 2018 in news, privacy

 

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Anno nuovo, abitudini vecchie

“Stai ricevendo questa email perché il tuo indirizzo è in forma pubblica nel web”

Al netto dell’infondatezza della giustficazione (l’indirizzo del destinatario che ha ricevuto quel messaggio non è pubblico), nel 2018 questo tipo di disinvoltura nell’utilizzo degli indirizzi mail altrui senza consenso è inaccettabile: secondo l’articolo 130 del Codice della Privacy – attualmente in vigore – non è possibile inviare mail pubblicitarie senza il preventivo consenso del destinatario interessato. Il mittente dovrà renderne conto al Garante della Privacy, a cui è stato debitamente segnalato.

La segnalazione è più efficace di quanto non possiate pensare… se vi imbattete in abusi simili, segnalate a 

 
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Pubblicato da su 8 gennaio 2018 in news

 

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Chiamate indesiderate: per il Senato vanno liberalizzate

In Senato è stato presentato e approvato un emendamento al decreto legge sulla concorrenza, con l’obiettivo di regolamentare le chiamate indesiderate provenienti da servizi di telemarketing selvaggio. “Finalmente”, si potrebbe dire. E invece no, dal momento che il testo dell’emendamento, anziché frenarle, le permette. Perché è stato scritto con i piedi.

L’emendamento – proposto dai senatori Castaldi, Girotto e Petrocelli – prevede un’integrazione all’art. 130 del codice della Privacy, con l’inserimento del comma 4-bis che avrebbe questo testo:

Gli operatori e i soggetti terzi che stabiliscono, con chiamate vocali effettuate con addetti, un contatto anche non sollecitato con l’abbonato a fini di invio di materiale pubblicitario o di vendita diretta o per il compimento di ricerche di mercato o di comunicazione commerciale, hanno l’obbligo di comunicare all’esordio della conversazione i seguenti dati:

– gli elementi di identificazione univoca del soggetto per conto del quale il contatto avviene;

– l’indicazione dello scopo commerciale o promozionale del contatto

A questo andrebbe aggiunto il seguente comma 4-ter:

Il contatto è consentito solo se l’abbonato destinatario della chiamata, a seguito della comunicazione di cui al comma 4-bis, presta un esplicito consenso al proseguimento della conversazione.

Questa frase consente quindi all’operatore di chiamare un utente, neutralizzando il principio del consenso preventivo che è, ad esempio, il fondamento su cui si basa il Registro delle Opposizioni (che già è limitato, in quanto valido solo per i numeri pubblicati dagli elenchi telefonici) e, di conseguenza, l’unica possibilità consiste nel rispondere la chiamata e negare il consenso, affinché successivamente non si ricevano chiamate per promozioni di quell’azienda, ovvero di quel “soggetto per conto del quale il contatto avviene”, come dice il testo della norma. Quindi, se un operatore di telemarketing ci chiamerà per parlarci delle offerte promozionali dell’azienda Acme e noi negheremo il consenso, secondo questa legge non sarà più possibile ricevere chiamate promozionali dell’azienda Acme. Ma di altre aziende, finché non negheremo loro esplicitamente il consenso, di volta in volta.

Questo testo, incassato l’ok dal Senato, dovrà essere ora vagliato alla Camera. Che speriamo vi ponga rimedio bocciandolo, imponendo il consenso preventivo ed eventualmente proponendo che il Registro delle Opposizioni sia realmente efficace e valido per tutti gli utenti, di telefonia fissa o mobile.

 

 
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Pubblicato da su 5 maggio 2017 in brutte figure, diritto, telefonia

 

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Meitu? Anche no

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Sicuramente nessuno al mondo aveva la necessità di un’app per fotoritoccare un “selfie” in chiave kawaii, ma dal suo lancio sul mercato, Meitu ha colmato questo inesistente bisogno: abbinando funzioni di riconoscimento facciale all’applicazione di particolari filtri, permette di trasformare esteticamente il protagonista di un autoritratto da smartphone, spesso rendendolo simile ad un personaggio di fumetti e cartoni animati giapponesi.

Problemino di sicurezza/privacy: l’app non dovrebbe far altro che sfruttare la fotocamera del dispositivo ed eventualmente accedere al la galleria delle immagini presenti, quindi – a rigor di logica – perché un utente Android, prima di installarla, dovrebbe concedere l’autorizzazione all’accesso alla cronologia dell’app e del dispositivo, alla posizione, alle informazioni sulla connessione WiFi, all’ID dispositivo e ai dati sulle chiamate? E perché ad un utente iOS, in più, la raccolta dati attuata dall’app include informazioni sulla compagnia telefonica e sull’eventuale jailbreak?

Le informazioni raccolte vengono sicuramente trasmesse, almeno a scopo di profilazione pubblicitaria, se non con altre finalità.

Possiamo farne a meno

 

 
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Pubblicato da su 24 gennaio 2017 in Buono a sapersi, cellulari & smartphone

 

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Un americano su due è schedato con riconoscimento facciale. Prossimamente anche in Italia?

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Metà della popolazione americana è schedata attraverso sistemi di riconoscimento facciale, secondo quanto emerge da una ricerca americana sui sistemi di riconoscimento facciale condotta da The Center on Privacy & Technology, istituto della Georgetown University che, nell’ambito del dipartimento di Giurisprudenza) si occupa, come si intuisce dal nome, di studiare il complesso rapporto esistente tra tecnologia e privacy. E’ possibile trovarne risultati e considerazioni sul sito dedicato a tale ricerca, The Perpetual Line-up, il cui titolo richiama i Line-up, i confronti all’americana.

In questo caso, però, il riconoscitore è un software che riceve un’immagine, estrapolata dalle riprese di una telecamera, e la confronta con un database di foto, alla cui formazione concorrono le fototessere delle patenti di guida e foto di volti ripresi da sistemi di videosorveglianza cittadini, un archivio composto da dati appartenenti prevalentemente da cittadini incensurati.

Su La Stampa di oggi leggiamo che questi sistemi, stando ad un’azienda leader del settore, hanno un tasso di accuratezza che può arrivare al 95%. Di conseguenza, se le forze dell’ordine ne dovessero fare uso per identificare un sospetto, avrebbero una probabilità di errore minima del 5%.

Anche l’Italia vuole dotarsene, con l’obiettivo dichiarato di un potenziamento dei sistemi di sicurezza nazionale, e a questo scopo lo scorso anno ha indetto una gara pubblica da 56,7 milioni di euro, sulla cui aggiudicazione, però, nulla è stato reso noto. Se venisse adottato dalle forze dell’ordine del nostro Paese, è verosimile pensare che il database di confronto potrebbe essere formato dalle foto di documenti di identità digitali (carta di identità, patente, eccetera), e abbinato ai dati degli altri sistemi digitali di identificazione. Una volta a regime, pertanto, la schedatura potrebbe avere copertura completa, ossia riguardare tutti i cittadini censiti nei sistemi anagrafici pubblici.

Una prospettiva da tenere sotto controllo.

 
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Pubblicato da su 21 ottobre 2016 in news

 

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Facebook at Work ora si chiama Workplace

Con un colpo di scena assolutamente ininfluente, il già annunciato Facebook at Work è stato ribattezzato Workplace by Facebook.

Per il resto vale quanto già scritto nel mio post di fine settembre:

Considerazione non superflua: è necessario essere consapevoli che si tratta di un sottoinsieme di Facebook, prima di pensare di utilizzarlo per comunicare informazioni riservate. E’ una questione di sicurezza tutt’altro che trascurabile perché, sebbene l’utilizzo sia interno all’azienda, il livello di controllo esercitabile sulle operazioni compiute e sui dati memorizzati su quella piattaforma sarà sempre comunque inferiore a qualunque altro sistema amministrato internamente. Pertanto è bene porre la massima attenzione a non trasformarlo in un database di dati aziendali importanti, critici o sensibili. Per il bene vostro e della realtà per cui lavorate.

 
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Pubblicato da su 11 ottobre 2016 in Internet, news

 

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Google Home alla conquista del mondo

In Italia non arriverà subito, ma meglio essere pronti per quando sarà il momento: Google Home è già in procinto di raggiungere i mercati di alcuni paesi, al prezzo di 129 dollari. C’è un sistema di intelligenza artificiale alle spalle di questo smart speaker (ma soprattutto uno smart microphone), in grado di gestire i dispositivi connessi nell’ambito di una casa o di un ufficio, tramite comandi vocali, da impartire in modo naturale e – in futuro – personale, dato che è in fase di sviluppo una funzionalità che gli permette di capire chi sta parlando, riconoscendone la voce.

Avvertenza basata sul realismo: inserire Google Home a casa propria – ça va sans dire – significa aprire la propria abitazione ai server di Google, pronti ad ascoltare tutto ciò che si potrà sentire. Verosimilmente, all’ascolto seguirà una registrazione e un’elaborazione dei dati acquisiti attraverso questo nuovo canale. Il machine learning consentirà al sistema di raffinare le proprie prestazioni e migliorare la propria efficienza.

 
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Pubblicato da su 7 ottobre 2016 in news

 

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L’intelligence dietro alle mail (e non solo)

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Ennesimo caso di violazione della privacy degli utenti ed ennesima bordata su Yahoo! Secondo quanto rivelato da Reuters, l’azienda lo scorso anno avrebbe attivato una piattaforma in grado di analizzare tutti i messaggi di posta elettronica dei propri utenti a beneficio dei servizi di intelligence americani (Nsa? Cia? Fbi?).

Reputo francamente poco importanti i presunti retroscena di questa vicenda (l’amministratore delegato Marissa Mayer avrebbe dato l’ok all’operazione alle spalle del Chief Information Security Officer Alex Stamos, che ha lasciato l’azienda un anno fa per essere assunto da Facebook), dal momento che è solo l’ultimo episodio in materia: è ancora fresca la rivelazione di un’altra violazione massiva avvenuta nel 2014 in seguito ad un attacco, il cui mandante si presumeva essere un governo. E non è da dimenticare, a questo proposito, lo spionaggio delle webcam, sempre degli utenti Yahoo – attuato dal 2008 al 2014 con l’operazione Optic Nerve adal GCHQ (l’intelligence inglese). Per non parlare di PRISM e di quanto emerso con il Datagate, che ha coinvolto tutti i più grandi service provider (incluso Yahoo!).

La reputazione dell’azienda sotto questo profilo è ormai azzerata e forse questo può giovare a Verizon che la sta per acquistare (ad un valore che presumibilmente sta precipitando). Ma non è di questo che mi preoccuperei (quanti di voi hanno un account Yahoo?).

Nel luglio 2013 avevo formulato questa osservazione:

nessuno cada dalle nuvole se si dovesse scoprire che la NSA (…) ha sfruttato e sfrutta anche la collaborazione delle altre aziende come GoogleFacebook  e Yahoo, visto che si tratta di aziende che offrono mail, VoIP, piattaforme cloud per applicazioni e storage, social network con chat e servizi per condividere di tutto.

A questa stregua, potremmo dare per assodato che ogni nostra comunicazione elettronica possa essere intercettata da qualcuno, per scopi sconosciuti in quanto non dichiarati. Andrebbe chiarito nelle condizioni di utilizzo di tutti i vari servizi di comunicazione.

 

 
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Pubblicato da su 5 ottobre 2016 in news, privacy

 

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WhatsApp introduce nuove funzioni per la fotocamera

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Le nuove funzioni per la fotocamera introdotte da WhatsApp mi fanno pensare che ora nelle chat – anche e soprattutto di gruppo – sarà possibile prendersi in giro in modo molto più efficace. Però volete mettere? Ora sarà possibile scattare “selfie perfetti” (è scritto così) anche in condizioni di luce scarsa e al buio (il display si illuminerà, funzionando come un… flash leggero). Cose di cui non si poteva fare a meno, insomma…

 
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Pubblicato da su 4 ottobre 2016 in news

 

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