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Cerchi su Google? No, su TikTok

Quale motore di ricerca utilizzate quando vi servono informazioni? Google? Bing? Acqua passata, visto che ora potete usare TikTok!

E’ una provocazione, ma solo fino a un certo punto, sia chiaro. Che Google oggi sia leader del settore è un dato di fatto, ma questo mondo si è evoluto nel corso del tempo. Dalla comparsa di Aliweb nel 1990, prima di arrivare ai giorni nostri abbiamo conosciuto AltaVista, Excite, Lycos, Yahoo!, e gli utenti italiani ricorderanno anche Arianna e Virgilio. Oggi Google ha il 92% del mercato, mentre Bing (il motore di ricerca Microsoft) resta intorno al 4%, e infatti non se lo fila nessuno o quasi, sebbene sia una valida alternativa. Ma il cambiamento non si arresta: circa il 40 per cento dei giovani, quando cerca un negozio, un locale per pranzare o qualche consiglio, non usa Maps o le ricerche su Google. Sempre piu persone vanno su TikTok o Instagram, e questo è quanto evidenziato da una ricerca di mercato condotta proprio da Google.

Avete pensato al motivo per cui TikTok ha incrementato da 300 a 2200 il numero massimo di caratteri per le descrizioni dei video? Questo aumento dello spazio permette agli utenti di includere più dettagli sul proprio contenuto pubblicato e renderlo così più visibile e più semplice da trovare. Queste caratteristiche, unite alla semplicità d’uso dell’app, la rendono il riferimento ideale per un pubblico che, è noto, non ha un’alta soglia dell’attenzione. Come abbiamo visto durante la recente campagna elettorale, anche i nostri politici si sono accorti di queste potenzialità (ma non discutiamo di efficacia e risultati ottenuti, please).

Personalmente credo che Google non debba preoccuparsi di TikTok come competitor nel settore dei motori di ricerca, penso piuttosto che il fiato sul collo dovrebbe sentirselo YouTube, insieme a tutti quei siti web che si occupano di informazione in modo tradizionale: io per esempio, quando cerco un’informazione, mi sono stancato di trovarla in una pagina in cui prima devo sorbirmi una serie di paragrafi assolutamente inutili, o in un video che per i primi minuti racconta cose non interessanti.

Ovviamente anche TikTok non sfugge al rischio di una diffusione incontrollata di informazioni e quindi di diventare un nuovo canale di disinformazione e fake news, e per questo è sempre necessario approfondire una notizia… qualunque sia la fonte di provenienza.

 
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Pubblicato da su 28 settembre 2022 in news

 

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Facebook, addio alla criptovaluta

Anche nel mondo della tecnologia non tutte le ciambelle escono col buco: tra tutti i progetti varati da aziende come Google, Microsoft, o Apple possiamo trovare qualcosa che si è arenato, se non è addirittura naufragato. Ed è accaduto anche a Facebook (anzi, Meta) che ha ufficializzato l’abbandono del progetto di sviluppo di una propria criptovaluta, nata prima con il nome di Libra e, più recentemente, ribattezzata Diem.

Ma andiamo con ordine: nel giugno del 2019 Facebook aveva annunciato al mondo un progetto per la realizzazione di un nuovo sistema di pagamento, fruibile da miliardi di utenti per scambi di denaro online nell’ambito delle piattaforme social (Facebook, Instagram) e di messaggistica (Messenger, WhatsApp). Avrebbe dovuto trattarsi a tutti gli effetti di una criptovaluta e, all’epoca, il nome designato fu Libra. I toni trionfali, ma soprattutto le ambizioni notevoli, spinsero l’interesse da parte di protagonisti come VisaPayPal, Vodafone, Booking, Uber, Spotify, aziende con grandi bacini di utenza, pronte a contribuire all’utilizzo – e al successo – della nuova piattaforma.

Il progetto lievitò e la sua dimensione trasversale convinse il gruppo guidato da Mark Zuckerberg a trasferirne la gestione in una fondazione – la Libra Association – supportata da Calibra, una società appositamente costituita per palesare un distacco (almeno formale) dal social network, con l’obiettivo di un go-live nel 2020. Va osservato che questa iniziativa, guidata da un gruppo non proprio “immacolato” per quanto riguarda la gestione delle informazioni, non fu ben vista fin da subito dal mondo finanziario e dalle istituzioni: l’authority di regolamentazione USA non ha mai concesso alcuna approvazione, ravvisando in Diem potenziali distorsioni date dal “monopolio” di Facebook nel mondo dei social network, ma anche una potenziale facilità di utilizzo nell’ambito di operazioni di riciclaggio di denaro.

Persino dalla Federal Reserve giunsero puntualmente varie perplessità in merito alla stabilità finanziaria della moneta virtuale e, forse anche per questa esplicita e diffusa diffidenza, chi si occupava del marketing del progetto pensò ad un nuovo nome per la valuta e, conseguentemente, anche l’associazione fu ribattezzata Diem Association. L’obiettivo iniziale era legare Diem all’andamento di un “panel” di valute internazionali, per darle maggiore stabilità, ma nel corso del 2021 la fondazione stabilì di collegarne le sorti al dollaro USA. Per conferire affidabilità al progetto fu stato inoltre individuato anche un partner “bancario” (Silvergate), che avrebbe dovuto occuparsi di emettere la valuta vera e propria.

Ma nonostante questo la bontà dell’iniziativa è sempre rimasta in discussione, anche a livello interno, come testimoniano le dimissioni del numero uno del progetto Diem David Marcus. E il comunicato con cui la Diem Association spiega di aver ceduto a Silvergate tutte le tecnologie legate alla criptovaluta sancisce il fallimento di questo progetto.

 
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Pubblicato da su 1 febbraio 2022 in news

 

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Apple e Google multate. Cambierà qualcosa?

10 milioni di euro per Apple e altrettanti per Google “per uso dei dati degli utenti a fini commerciali”: due multine, per un totale di 20 milioni, decise in seguito a due istruttorie parallele che hanno portato l’AntitrustAutorità Garante della Concorrenza e del Mercato – a colpire i due gruppi con la massima sanzione possibile dopo aver accertato, per ognuno, due violazioni del Codice del Consumo: una per “carenze informative” e un’altra per “pratiche aggressive legate all’acquisizione e all’utilizzo dei dati dei consumatori a fini commerciali”. Multine, dicevo, e più avanti vi spiegherò perché.

Le carenze informative riguardano l’uso dei dati personali degli utenti:

  • è noto che per usufruire dei servizi offerti da Google è necessario sottoscrivere un account (e questo avviene ad esempio per tutti coloro che attivano uno smartphone Android): sia in fase di creazione dell’account, che nell’utilizzo degli stessi servizi, l’azienda non trasmette all’utente informazioni importanti per consentirgli di essere consapevole del fatto che i suoi dati personali vengano raccolti e utilizzati con finalità commerciali;
  • analogamente anche Apple, tanto in occasione della creazione dell’ID Apple, quanto mentre l’utente accede a servizi come App Store, iTunes Store e Apple Books, non informa l’utente in modo chiaro e immediato della raccolta di dati e relativo utilizzo con finalità commerciali, premurandosi però di evidenziare che le informazioni ottenute servono a “migliorare l’esperienza del consumatore e la fruizione dei servizi”.

La pratica “aggressiva” viene applicata da Google fin dalla creazione dell’account, per il quale l’azienda prevede per default (cioè in modalità predefinita) che l’utente acconsenta al trasferimento e/o all’utilizzo dei propri dati per fini commerciali. Questa accettazione iniziale permette a Google di acquisire e utilizzare i dati senza la richiesta di conferme successive. Apple invece applica la pratica aggressiva nell’ambito delle attività promozionali, in cui è prevista l’acquisizione del consenso all’uso dei dati degli utenti a fini commerciali senza dare all’utente consumatore la possibilità di scegliere preventivamente se e in che condividere i propri dati. In entrambe le situazioni l’utente cede informazioni personali senza averne la necessaria consapevolezza.

Inutile dire che sia Apple che Google, non essendo disposte ad accettare queste sanzioni, hanno dichiarato di voler presentare ricorso, ritenendosi nel giusto. Ma pensando a quanto fatturano queste due aziende, quanto possono rimanere anche solamente “impensierite” per aver ricevuto, ognuna, una sanzione di 10 milioni di euro? L’importo rappresenta una cifra minima, se rapportata al loro fatturato. Potrebbe essere tranquillamente messa a bilancio come voce relativa alle spese da sostenere per l’ampliamento dei propri database.

Utile però concludere – almeno, lo penso io – che l’accertata acquisizione di dati senza la necessaria consapevolezza dimostra quanto queste due aziende (e non solo loro, basti pensare ai social network) siano in grado di schedare e tracciare gli utenti in modo molto capillare ed efficace. Più di qualunque soluzione complottisticamente ritenuta pericolosa perché presuntamente destinata a tracciare la cittadinanza. Capire a che scopo, poi, è sempre difficile.

 
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Pubblicato da su 26 novembre 2021 in news

 

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Da Facebook a Meta, c’è solo un nome in più

Nel 2015 i fondatori di Google hanno creato una holding chiamata Alphabet per gestire tutte le società e i servizi del gruppo. Nel 2021 – oggi – Mark Zuckerberg ha reso noto che Facebook, Instagram, Messenger e WhatsApp (insieme a tutti i servizi dello stesso gruppo come Quest VR, Horizon VR e così via) faranno capo a una nuova società chiamata Meta, un nome che – nelle intenzioni dichiarate del fondatore – rappresenterà “l’attenzione della società sulla costruzione del metaverso“.

Un nuovo nome non cambia la sostanza e l’evoluzione di tutto quanto è nato da (e intorno a) una versione digitale dell’annuario scolastico (tale era l’origine di Facebook). Soprattutto non cancella quanto è emerso dai Facebook Files e da vicende come il caso Cambridge Analytica. Rinominare la holding come Meta è un’operazione di lifting di facciata e non è un caso che, dopo l’annuncio, in borsa i titoli legati al gruppo di Zuckerberg abbiano iniziato a galoppare.

Effetti concreti di questa “novità”: ciò che fino a ieri veniva identificato come Galassia Facebook, gruppo Facebook, famiglia Facebook verrà riunito sotto un unico cappello, un nuovo “cognome” che potrebbe comparire anche nelle schermate di apertura delle app (al posto di “from Facebook”).

 
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Pubblicato da su 28 ottobre 2021 in news

 

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Squid Game, non solo gioie per Netflix

Bridgerton? La Casa di Carta? Briciole! Il titolo della serie più vista al momento è Squid Game, che dalla Corea del Sud si è imposto sugli schermi degli utenti Netflix di tutto il mondo. Un successone che tuttavia si sta rivelando foriero di imprevisti. Primo fra tutti: il sovraccarico del traffico di rete, che ha già spinto qualcuno a battere cassa.

Uscita venerdì 17 settembre, la serie in pochi giorni ha fatto registrare un picco senza precedenti nel traffico streaming (complice anche un enorme passaparola veicolato da social network come TikTok), al punto che il provider sudcoreano SK Broadband ha aperto un’azione legale contro Netflix allo scopo di ottenere un risarcimento – o quantomeno un cospicuo contributo economico – per le conseguenze derivanti dall’incremento nel traffico di rete, che oltre all’aumento nel consumo di banda ha portato ad accresciute esigenze di costi di manutenzione e di gestione dell’infrastruttura di rete del Paese.

Per Netflix non si tratta di un fulmine a ciel sereno: secondo quanto riferito da The Korea Herald, già nello scorso giugno il tribunale si era espresso a favore delle richieste di SK Broadband, attribuendo a Netflix la responsabilità della lievitazione del volume di contenuti trasmessi dalla rete del provider. Per il solo 2020 si parla di un “contributo” stimato in circa 23 milioni di dollari – che dovrebbe essere pagato a favore di SK – dovuto ai nuovi costi di gestione e di mantenimento dell’infrastruttura di rete, aspetti su cui Netflix (al pari di Google per il traffico di YouTube, altro leader del mercato streaming del Paese) non ha mai pensato di contribuire, come invece Facebook, Amazon ed Apple già fanno in Corea del Sud.

Un risarcimento, per il momento, Netflix sa già di doverlo pagare per una svista nel copione: nel primo episodio della serie – in cui 456 persone in difficoltà economiche partecipano ad un pericoloso gioco di sopravvivenza – compare un numero telefonico, che è quello che permette ai personaggi della fiction di iscriversi e partecipare al gioco. Peccato che quel numero esista veramente e che corrisponda all’utenza di un privato cittadino che vive nella provincia sudcoreana di Gyenoggi, sommerso da migliaia di telefonate da tutto il mondo fin dal primo giorno di trasmissione della serie.

In attesa di capire se sarà davvero costretta a pagare di tasca propria le conseguenze del proprio successo, Netflix dallo scorso weekend ha pensato bene di ritoccare due dei suoi tre piani tariffari: si tratta dell’abbonamento Standard, che offre streaming HD fruibile da due dispositivi, che passa da 11,99 a 12,99 euro al mese, e del piano Premium, che consente la visione 4K da quattro dispositivi, da 15,99 a 17,99 euro. Non è invece previsto alcun aumento al piano Base (utilizzabile con un solo dispositivo e senza HD).

 
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Pubblicato da su 4 ottobre 2021 in news

 

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Traduzioni automatiche? Watch out!

Affidarsi ciecamente alle traduzioni automatiche non è una buona idea. L’esempio riportato nella figura – con traduzione offerta da Google – rende l’idea di quanto sia facile fraintendere una sigla o un termine. Se il testo viene rilevato in modo asettico e letterale, la qualità di traduzione risulta solo di poco inferiore a quella (pessima) che potremmo ottenere noi, ignorando la lingua e utilizzando un vocabolario per tradurre meccanicamente ogni singola parola di una frase. Anche a un occhio superficiale le iniziali dei nomi William e Catherine non possono diventare WC per colpa di un traduttore inutilmente zelante.

Rimanendo su servizi free da usare al volo, DeepL funziona meglio (ad esempio nel caso di W & C, semplicemente non traduce). Ma potete divertirvi anche con Bing Translator e Reverso.

 
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Pubblicato da su 14 Maggio 2021 in news

 

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Google News, l’approssimazione è strategica

Sfogliare Google News, scegliere la sezione Scienza e tecnologia e imbattersi in due “articoli” dal contenuto commerciale, dimostra – a mio parere – un’applicazione fin troppo approssimativa del concetto di fornire notizie. Capisco perfettamente che le dinamiche di ranking utilizzate possano essere eccessivamente inclusive: in pratica è come gettare nel mare dell’informazione una rete a strascico e raccogliere un po’ di tutto. Ma è un’approssimazione assolutamente intenzionale.

A quasi vent’anni dall’introduzione di Google News potrei non comprendere come in Scienza e tecnologia possa finire una “notizia” che già nel titolo contiene il nome di un supermercato e termini come “volantino” e “offerta”, anche se relativa a dispositivi tecnologici. Si tratta di Google, non cerchiamo attenuanti: è un’azienda che si sostiene sulla raccolta pubblicitaria e che è proprietaria di tecnologie in grado di individuare dati con precisione chirurgica, tanto sulle informazioni presenti in Internet, quanto sugli utenti che vi navigano.

Non facciamoci ingannare dalla dichiarazione diffusa nei giorni scorsi da David Temkin, (che ha la qualifica di Director of Product Management, Ads Privacy and Trust per il gruppo), stando alla quale Google dal 2022 non utilizzerà più tecnologie di tracciamento per vendere pubblicità, ossia i cookies, con l’obiettivo di una maggiore tutela della privacy. Perché l’attività di profilazione comportamentale verrà attuata ugualmente, ma con una tecnologia differente.

Via i cookies, è tempo di sfruttare un nuovo sistema chiamato FloC (Federated Learning of Cohorts), il cui obiettivo è permettere agli inserzionisti di effettuare attività di profilazione senza utilizzare i cookie, ma sfruttando il browser, abilitato a raccogliere informazioni sulle abitudini degli utenti che potranno quindi essere categorizzati in gruppi (le coorti) in funzione delle loro caratteristiche.

EFF (Electronic Frontier Foundation), organizzazione internazionale non profit di avvocati che tutela la libertà di espressione e i diritti digitali in ambito tecnologico, spiega:

FLoC è inteso come un nuovo modo per far fare al vostro browser la profilazione che i tracker di terze parti facevano da soli: in questo caso, riducendo la vostra recente attività di navigazione ad un’etichetta comportamentale, e poi condividendola con siti web e pubblicitari. La tecnologia eviterà i rischi per la privacy dei cookie di terze parti, ma ne creerà di nuovi nel processo. Può anche esacerbare molti dei peggiori problemi di non-privacy con gli annunci comportamentali, compresa la discriminazione e il targeting predatorio.

C’è un interessante approfondimento su FloC in questo articolo su Agenda Digitale. All’utente verrà dunque sottratta anche quella lieve forma di controllo che poteva avere sui cookie, perché si sfrutterà un’altra tecnologia ben più pervasiva. Di fatto, quindi, la precisione nell’attività di profilazione non diminuirà, ma aumenterà.

Ma quindi… se Google è in grado di ottenere informazioni a questo livello, possiamo pensare che non possa essere più raffinata nella sua attività di selezione delle news? Tutto è ovviamente intenzionale e mirato a veicolare il proprio business attraverso il maggior numero di canali possibili. Ed evidenziare le “notizie” di una testata che a sua volta ripubblica i banner di Google Ads all’interno dei propri articoli, è una forma come un’altra per catturare l’attenzione degli utenti e indurli a cliccare sulle sue stesse inserzioni pubblicitarie.

 
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Pubblicato da su 10 marzo 2021 in news

 

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Parler cerca di cambiare immagine

Espulso a gennaio dalla piattaforma AWS (Amazon Web Services) in seguito all’accusa di essere uno dei principali canali di comunicazione utilizzati nell’organizzazione dell’attacco a Capitol Hill,  ecco di nuovo online il social network Parler, almeno come sito web: la app, infatti, non è ancora stata riammessa dall’App Store di Apple , né dal Play Store Google. L’inserimento nella lista nera delle big tech ha costretto l’azienda al trasloco – dai server Amazon a quelli di SkySilk – ma la nuova vita del social si annuncia anche con un logo completamente diverso e con una nuova guida, quella di Mark Meckler, che ha assunto la carica di CEO.

Un articolo del New York Times riferisce che il ritorno online di Parler è stato possibile grazie al supporto di un’azienda russa e di un partner di Seattle, già indicato come sostenitore di un sito neonazista. Piuttosto simile a Twitter, non ha però la stessa fluidità, anzi: dal momento che già quando si trovava su AWS si era rivelato alquanto lento, c’è da capire come sarà con il nuovo provider, un’azienda con dimensioni e risorse inferiori a quelle assicurate da Amazon.

Ferma restando la validità del principio di libertà di espressione, vedremo se il nuovo corso di Parler sarà veramente nuovo.

 
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Pubblicato da su 16 febbraio 2021 in news

 

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Vietato Parler?

Il ban di Donald Trump dai social network non è inopportuno per i suoi presupposti, ma deve esistere la sicurezza che simili sanzioni vengano inquadrate in un contesto regolamentato, non lasciate all’arbitrio e alla responsabilità di un soggetto privato, bensì fatte partire da un provvedimento – meglio se di una Authority – fondato su norme oggettive e valide per tutti. Altrimenti tanto vale riconoscere ad aziende come Facebook e Twitter, nell’ambito delle rispettive piattaforme, il ruolo di pubblico ufficiale, e questo vale anche per Apple, Google e Amazon per aver neutralizzato Parler, piattaforma senza particolare moderazione (in tutti i sensi), molto utilizzata da utenti appartenenti alla destra americana, anche – stando alla stampa americana – per organizzare l’attacco al Congresso del 6 gennaio.

I social network sono aziende private e pertanto per ognuna di esse potrebbe valere un principio di sovranità che conferirebbe loro l’autonomia di decidere come agire sui contenuti pubblicati degli utenti, o addirittura sugli account degli utenti stessi, al di à degli standard della comunità che già quotidianamente costituiscono un punto di riferimento per ciò che è consentito e ciò che non lo è. Tuttavia è da considerare con attenzione un aspetto non banale: il servizio offerto non è a circuito chiuso, ma è disponibile ad un pubblico molto vasto, dato il considerevole numero di iscritti (per non parlare del fatto che i contenuti condivisi come “pubblici” possono essere accessibili anche ai non iscritti) e la responsabilità di quanto pubblicato rimane dell’autore, dal momento che un social non è una testata giornalistica. Per questo si sta discutendo di questi provvedimenti in rapporto al principio della libertà di espressione.

Per quanto riguarda Facebook in particolare, suggerisco un interessante confronto (in modo aperto, critico e non superficiale) tra quanto fatto finora e il discorso che Mark Zuckerberg ha formulato alla Georgetown University sullo stesso argomento: Zuckerberg: Standing For Voice and Free Expression. Ripeto quanto scritto nell’introduzione di questo post: simili sanzioni su determinate persone devono essere considerate, ma inquadrandole da un punto di vista normativo comune a tutte le piattaforme, e fatte valere da chi ha l’autorità di procedere in tal senso. Se esistono già leggi che fanno valere questo principio, vanno fatte rispettare, ma se non esistono vanno promosse, perché non si tratta di un argomento di poca importanza.

Lo stesso discorso vale per quanto accaduto al social Parler, la cui app è stata rimossa dagli store di Apple e Google. Non solo: la piattaforma – accessibile da browser – è stata posta offline da Amazon, che la ospita sui propri server. Anche per questa facoltà di neutralizzazione serve una regolamentazione.

Riguardo a Facebook, sono convinto che le azioni di questi giorni non siano una retromarcia sulle proprie convinzioni sulla libertà di espressione, bensì una sorta di captatio benevolentiae nei confronti della nuova amministrazione americana, a cui strizza l’occhio dopo le accuse di monopolio e concorrenza sleale che hanno spinto alcune istituzioni a chiederne lo spacchettamento.

 
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Pubblicato da su 11 gennaio 2021 in news

 

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Google down, incidente o attacco?

Lunedì grigio oggi, per i servizi Google che sono rimasti down nel tempo della pausa pranzo italiana: molti di coloro che hanno tentato di accedere a Gmail, Google Drive, Meet, Classroom, Sites, Youtube o altri servizi della famiglia, tra le 12.55 e le 13.45 si sono trovati a piedi e hanno potuto vedere solo un bel messaggio di errore.

Come riportato dalla Dashboard di Google Workspace, i problemi hanno coinvolto gran parte dei servizi del gruppo. Prevedibili i disagi per le scuole che hanno previsto di utilizzare Classroom e Meet per la didattica a distanza e sono rimaste in panne.

Ma cos’è accaduto? Non sono state ancora comunicate spiegazioni, ma ho l’impressione che il problema si sia verificato su un aspetto che riguarda l’autenticazione degli utenti: personalmente ho constatato che comunque, anche in quell’intervallo di tempo, era possibile effettuare una ricerca su Google o guardare un video su Youtube – servizi utilizzabili senza autenticarsi – mentre erano inaccessibili altri servizi che richiedono l’inserimento di username e password.

Il disservizio cade a poche ore di distanza da un altro incidente che si è verificato ai danni dei sistemi di posta elettronica di alcuni dipartimenti USA – tra i quali quelli del Tesoro e del Commercio – colpiti, secondo funzionari del governo USA, da una serie di attacchi hacker sferrati dalla Russia verso alcune agenzie governative d’oltreoceano. Esperti federali e privati sono certi che il mandante dell’attacco sia un’agenzia di intelligence russa.

Indipendentemente dalla reale origine dell’attacco, c’è chi ha collegato i due fatti, ipotizzando una correlazione tra i disservizi Google e l’attacco hacker. Anche a causa di alcuni messaggi “customizzati” comparsi dalle pagine di accesso alla riunioni di Google Meet, ma generati per burla. Oltre al down, anche la beffa…

 
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Pubblicato da su 14 dicembre 2020 in cloud, news

 

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Guardando le classifiche delle ricerche Google…

 

Uno dei giochi che mi piace fare quando Google pubblica le sue classifiche delle ricerche svolte nell’anno che volge al termine è confrontare i risultati italiani con quelli globali. Rende l’idea su ciò che gli utenti del nostro Paese hanno messo a fuoco rispetto al resto del mondo. Ci sono analogie e differenze importanti, che rispecchiano la nostra realtà socio-culturale. Nella Top 5 assoluta delle “nostre” ricerche troviamo Coronavirus, Classroom, Weschool e Nuovo Dpcm: termini che in un anno non caratterizzato dall’emergenza sanitaria difficilmente avrebbero guadagnato posizioni così elevate. Sono però contento per Weschool, piattaforma didattica digitale made in Italy che è riuscita a porsi quale alternativa alle soluzioni proposte educational di Microsoft e Google.

 
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Pubblicato da su 10 dicembre 2020 in news

 

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Youtube-DL, l’errore di censurare uno strumento

Chi di voi conosce Youtube-DL? Badate bene a quel “DL”, non è un caso se l’ho scritto così: non parlo di YouTube, la piattaforma di condivisione e pubblicazione di video della famiglia Google, ma di uno strumento che consente il download dei video da YouTube e da altre piattaforme. Il suo nome ha guadagnato popolarità in questo periodo dopo essere stato colpito dagli effetti di un’azione legale della RIAARecording Industry Association of America (l’associazione dell’industria discografica USA), che ha indotto GitHub (piattaforma acquistata da Microsoft) a rimuoverlo perché “colpevole” di violare le normative statunitensi sul copyright.

Il tutto è avvenuto sulla base del DMCADigital Millennium Copyright Act, che permette – a chi ritiene sussista una violazione del Copyright sulle proprie opere – di spedire a un provider di servizi un “avviso di rimozione” dei contenuti ospitati e resi disponibili da quel provider.

Trovo alquanto grave censurare uno strumento. Già, perché siamo tutti d’accordo sulla necessità di neutralizzare e punire chi si comporta in modo illegale. Ma sbaglia completamente strada chi prova a neutralizzare uno strumento, utilizzato a vario titolo e in modo lecito da molti utenti, perché permette semplicemente il salvataggio in locale di un qualunque contenuto distribuito su Internet (che può così essere fruito anche in tempi e luoghi in cui manca la connessione alla rete).

E provano a farlo capire, riuscendo almeno in alcune sedi, utenti e sviluppatori. A onor del vero, Youtube-DL non è sparito dalla faccia della terra digitale: lo si può trovare sul suo sito ufficiale, che però – ovviamente – non indirizza più l’utente verso GitHub. La community degli sviluppatori, in seguito all’azione della RIAA, ha reagito aprendo un’ampia gamma di nuovi repository, proprio su GitHub. Il risultato è l’aumento della popolarità di Youtube-DL, alla faccia della RIAA.

 
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Pubblicato da su 30 ottobre 2020 in news

 

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Anche i ricchi laggano

Avete presente l’imbarazzante disagio che provate quando si interrompe il collegamento durante una videochiamata o una riunione online? Problemi di connessione possono capitare a tutti, soprattutto in questo periodo in cui si intensifica l’utilizzo di didattica online e soluzioni per il lavoro a distanza. E lo stesso problema è capitato a Mark Zuckerberg ieri, mentre stava testimoniando – in videoconferenza – davanti alla Commissione per il Commercio, insieme a Jack Dorsey e Sundar Pichai, i ceo rispettivamente di Twitter e Google, che insieme al “numero uno” di Facebook erano chiamati a rispondere in merito alle attività di moderazione che le loro piattaforme seguono per la pubblicazione dei contenuti da parte degli utenti. Pittoresco il racconto della vicenda pubblicato da Reuters:

“Non siamo in grado di entrare in contatto con il signor Mark Zuckerberg”, ha riferitoil senatore Roger Wicker, che presiede il comitato, accettando un ritardo di cinque minuti dopo che gli amministratori delegati di Twitter Inc e Google di Alphabet Inc avevano parlato. Facebook ha detto al comitato che Zuckerberg era solo. È riuscito a connettersi in un paio di minuti. “Ho potuto ascoltare le altre dichiarazioni di apertura. Stavo solo facendo fatica a connettermi “, ha detto Zuckerberg. Wicker ha risposto: “Conosco la sensazione del signor Zuckerberg”

Un attimo di foklore che ci dà modo di sapere che il Congresso americano ha ostentato una certa preoccupazione sul tema della moderazione dei contenuti pubblicati sui social media: nella discussione si è parlato del Communications Decency Act, normativa che nella sezione “230” regola le responsabilità dei provider di connettività e di servizi Internet e stabilisce che le “piattaforme”, in quanto tali, non sono prodotti editoriali e quindi non hanno responsabilità sui contenuti pubblicati dagli utenti. Questa legge è da tempo nel mirino di Donald Trump, che dopo essere stato in più occasioni moderato da Twitter, la scorsa primavera ha sottoscritto un ordine esecutivo per introdurre maggiori responsabilità nei confronti di forum e social network sui contenuti pubblicati. L’audizione di ieri è stata piuttosto articolata, considerando che l’interesse sull’argomento è direttamente proporzionale all’attenzione verso le elezioni presidenziali USA. Un articolo del New York Times ne offre una cronaca interessante.

Ma l’episodio, ancora una volta, ci ricorda quanto sia ricorrente l’esigenza di avere una connessione di buona qualità e con caratteristiche di stabilità. Non solo per seguire online le vostre serie preferite, di cui non potete fare a meno, ma soprattutto nei casi in cui – come accennavo inizialmente – rappresenta una necessità, per il lavoro o la didattica a distanza, o per altre eventualità ancor più importanti o solenni, come un’audizione in una sede istituzionale.

 
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Pubblicato da su 29 ottobre 2020 in news, social network

 

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Immuni in crisi? Google Maps tenta altre strade

Oggi un articolo di Repubblica firmato da Riccardo Luna e intitolato “La fine di Immuni”, riferendosi alla conferenza stampa di annuncio del nuovo Dpcm, lamenta che ieri sera “è morta la app Immuni. Mai citata. Mai. Come se non esistesse. Come nella prima ondata. Quando però non esisteva davvero”. Ora, se è vero che Immuni è stata scaricata da circa 9 milioni di italiani e che le notifiche di contagio veicolate da questa app sono circa 500 – a fronte di un numero di contagi ben più elevato – è palese che qualcosa non abbia funzionato.

Ma è a dir poco tardivo accorgersi ora di criticità che erano chiare fin dalla nascita di Immuni: senza un’attività coordinata e sollecita per il tracciamento e il collegamento tra rilevazioni di contagio e notifiche, non è possibile pensare che l’iniziativa abbia successo. Ora si è pensato ad obbligare per legge le aziende sanitarie ad agire, inserendo le positività rilevate nel sistema centrale collegato con la app. Chissà se l’obbligo inserito nel testo definitivo del nuovo Dpcm riuscirà nell’intento di rianimarla:

“(…) al fine di rendere più efficace il contact tracing attraverso l’utilizzo dell’App Immuni, è fatto obbligo all’operatore sanitario del Dipartimento di prevenzione della azienda sanitaria locale, accedendo al sistema centrale di Immuni, di caricare il codice chiave in presenza di un caso di positività”.

Nel frattempo c’è chi tenta di sfruttare gli smartphone da un altro fronte: Google Maps prevede nuove funzionalità in grado di dare informazioni sui casi di Covid-19 individuati in una determinata zona.

Cliccando sull’icona Livelli e selezionando “Informazioni sul Covid-19”, sarà possibile avere le informazioni raccolte sulle rilevazioni di contagio, evidenziando un dato medio calcolato su una settimana. I dati vengono ricavati dalle informazioni diffuse da enti come i ministeri della salute, l’OMS e le aziende ospedaliere. Il nuovo Livello Covid-19, spiega Google, “mostra la media del numero di nuovi casi ogni 100.000 persone, calcolata su un periodo di 7 giorni. Indica inoltre se i casi sono in aumento o in diminuzione”. Questa la situazione nel nostro Paese in questo momento:

Inoltre, come anticipato nell’evento in streaming Search On 2020, sarà presto disponibile un servizio per dare informazioni in tempo reale sull’affollamento di negozi, ristoranti e altri luoghi pubblici. L’obiettivo dichiarato da Google è estendere la mole di informazioni sulle possibilità di affollamento di milioni di luoghi in tutto il mondo, in modo da informare l’utente mostrando queste informazioni sulla mappa, senza la necessità di cercare un luogo specifico per verificarne l’affollamento.

Mentre il Livello Covid-19 punta a mostrare dati a carattere globale basati su informazioni fornite da enti e istituzioni, i dati real time sull’affollamento dei luoghi pubblici si basano sulla rilevazione della presenza di utenti che hanno attivo il servizio di geolocalizzazione (lo stesso che consente a Maps di rilevare il traffico sulle strade). Anche in questo caso, quindi, il funzionamento del servizio si fonda sulle impostazioni che gli utenti hanno facoltà di attivare o disattivare, in funzione della propria propensione a fornire dati che molti, legittimamente, preferiscono non divulgare in nome della propria privacy. Con il tempo si vedrà quale sarà l’approccio vincente.

 
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Pubblicato da su 19 ottobre 2020 in news

 

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Perché le scuole preferiscono Google e Microsoft?

Se consultiamo il sito del Ministero dell’Istruzione possiamo trovare l’indicazione di tre soluzioni per la didattica a distanza: Google Suite for Education, Microsoft Office 365 Education A1 e Weschool. Le stesse che venivano sostanzialmente proposte lo scorso marzo, quando tutti noi cercavamo di capire come affrontare il lockdown, e su cui molte scuole si sono indirizzate, per offrire ai propri insegnanti e studenti la possibilità di proseguire a casa l’attività didattica. Weschool è una realtà italiana su cui alcuni istituti hanno puntato, ma ad oggi la maggior parte delle scuole che hanno aderito all’iniziativa di solidarietà “La scuola per la scuola” si sono orientate sulle piattaforme di Microsoft e Google, mostrando una spiccata preferenza per quest’ultima. Tutto a posto? Non molto, in realtà.

Prendiamo ad esempio l’invasivo utilizzo di Google, con lezioni organizzate via Classroom e riunioni online convocate con Meet. Il presupposto è l’accessibilità con credenziali legate ad un account Google, infatti alcune scuole hanno dotato insegnanti e studenti di un indirizzo email, inducendoli a diventare utenti di Google, qualora già non lo fossero, per poter partecipare alle attività online. Un orientamento decisamente contrario alle prime indicazioni fornite dal Garante per la Privacy, che proprio lo scorso marzo aveva chiarito alcuni principi fondamentali da rispettare, ad esempio quello secondo il quale I gestori delle piattaforme non potranno condizionare la fruizione di questi servizi alla sottoscrizione di un contratto o alla prestazione del consenso (da parte dello studente o dei genitori) al trattamento dei dati per la fornitura di ulteriori servizi online, non collegati all’attività didattica. 

Altra raccomandazione largamente disattesa, nonché occasione persa, quella di utilizzare soluzioni open source, anche per il registro elettronico. Ne esistono? Sì, basta cercare:

Nel contesto attuale non biasimo i dirigenti scolastici che si orientano verso una soluzione di pronto utilizzo, dal momento che si trovano a dover fronteggiare altre difficili problematiche. Qualcuno però è riuscito a fare meglio di altri e sarebbe interessante conoscerne l’esperienza. Soprattutto, però, sarebbe stato necessario, da parte del Ministero dell’Istruzione, cogliere questa occasione per dare agli istituti scolastici le risorse e gli strumenti tecnici e culturali per fare un salto di qualità e consentire di farlo, anche con riguardo ai dati degli utenti, in tutta sicurezza.

 
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Pubblicato da su 8 ottobre 2020 in news

 

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