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Google plus vicino al tramonto, verrà limitato al mondo business

Google Plus verrà chiuso entro i prossimi dieci mesi. La decisione di staccargli la spina è giunta dopo l’amara constatazione che le sessioni della maggior parte degli utenti (90%) non durano oltre 5 secondi, troppo brevi per essere remunerative. C’è però un altro fattore, emerso recentemente: una vulnerabilità – scoperta lo scorso marzo – che avrebbe esposto i dati  di 500mila account (con profilo non pubblico) al rischio di accesso indesiderato.

L’annunciata chiusura di Google+ riguarda “solo” la parte consumer, mentre rimarrà in vita la versione business. L’azienda è convinta che il suo social abbia notevoli potenzialità per i clienti aziendali e a breve si capirà se il gruppo sarà in grado di ridargli linfa vitale in questa dimensione, oppure se si sarà trattato solo di accanimento terapeutico.

La sua chiusura era questione di tempo, ma va reso atto a Google di aver avuto il coraggio di investire risorse e “dire la sua” in un campo difficile da conquistare, perché già caratterizzato da una leadership consolidata. I tentativi precedenti non sono mancati, le tombe virtuali di Wave e Buzz lo testimoniano, e non è detto che la G non ricompaia nel mondo dei social network sotto nuove spoglie. Oppure – la butto lì – semplicemente nel revamping di YouTube.

 
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Pubblicato da su 9 ottobre 2018 in news

 

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Google – Mastercard, accordo segreto per tracciare le transazioni (dice Bloomberg)

Stando a quanto riportato da Bloomberg, Google avrebbe siglato con Mastercard una partnership (non più) segreta per ottenere i dati delle transazioni “offline” di più di due miliardi di ignari utenti. Le fonti citate parlerebbero di milioni di dollari (pagati da Google), nonché di un accordo tra le due società per una ripartizione dei guadagni. Se la notizia si rivelasse attendibile, ci troveremmo di fronte ad un nuovo scandaloso episodio di violazione della privacy di miliardi di consumatori, le cui transazioni sarebbero state tracciate da Google, probabilmente per una sempre migliore profilazione pubblicitaria.

O per altre finalità? La stampa ci ricorda che nel 2017 Google ha annunciato l’attivazione della piattaforma Storie Sales Measurement, un sistema di “misurazione delle vendite” che le consentirebbe – tramite alcuni partner – di accedere ai dati di circa il 70% di carte di credito e debito USA. Secondo Google, l’accesso non riguarderebbe informazioni personali e – in ogni caso – l’utente può sempre scegliere di non partecipare al sistema facendo opt-out con gli strumenti di gestione Attività Web e App.

Ma di cosa stiamo parlando? L’accordo (presunto) tra Google e Mastercard sembra andare ben oltre. Non si parla solo di monitoraggio di “attività web e app”, ma di acquisizione di dati (a beneficio di Google e dei suoi inserzionisti) derivanti da transazioni “offline”, un’invadenza in un contesto in cui l’utente non ha scelto di utilizzare Internet (o ha scelto di non utilizzare Internet).

Domanda retorica: quanto sanno gli utenti delle loro informazioni elaborate e utilizzate da Google?

 
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Pubblicato da su 31 agosto 2018 in news

 

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Più stalker che provider

Circa cinque anni fa ho scritto “Google è un grande follower”, per spiegare come fosse estremamente facile – per Google – tracciare tutti gli spostamenti degli utenti che avessero attivato sullo smartphone i servizi di posizionamento, per poi rivederli nella Location History (Cronologia delle posizioni). Allora la prassi di tracciare gli utenti – seguita dalle aziende attive su Internet – era ancora poco conosciuta (ben nota agli addetti ai lavori, ma non alla maggior parte degli utenti). Oggi le informazioni disponibili su questo argomento sono molte di più, tuttavia negli utenti non si riscontra maggiore consapevolezza. In parole povere, ancora oggi pochi si rendono conto di quanto siano estese e capillari le attività di monitoraggio e controllo delle persone che utilizzano servizi in rete. Naturalmente per “servizi” intendo tutto ciò che viaggia su Internet, dai social network ai sempre più diffusi assistenti vocali. È proprio a questo che è necessario porre massima attenzione, sia nei casi di utilizzo personale che in quelli legati a esigenze professionali e aziendali.

Le tracce appetibili che ognuno di noi lascia in rete sono tante, a partire dall’indirizzo IP, una coordinata univoca attribuita ad ogni computer collegato in rete, che permette l’identificazione e la localizzazione dell’hardware utilizzato. Le informazioni sul software, invece, le danno i browser (Chrome, Edge, Explorer, Firefox, Opera, Safari, eccetera) e altre applicazioni che naturalmente possono fornire dati interessanti, direttamente o attraverso i cookie. Tutti i servizi che orbitano ad esempio attorno a Google (il cui motore registra con accuratezza tutte le ricerche effettuate attraverso tutti i servizi ad esso collegati, da Maps a YouTube), nonché Chrome e il sistema operativo Android presente sugli smartphone, fanno largo uso di queste soluzioni che trattano informazioni preziose per chi ha un business che si regge sulla raccolta di inserzioni pubblicitarie e sulla profilazione degli utenti, a cui sottoporre banner pubblicitari e promozioni in modo sempre più preciso.

Certo indicare sul computer l’indirizzo 8.8.8.8 come server DNS preferito è già un consenso automatico e implicito alla trasmissione dei propri dati di navigazione a Google, ma anche il browser Firefox non ce la dice tutta, quando invia le query DNS degli utenti ai server Cloudflare. Se qualcuno non sapesse di cosa sto parlando, mi spiego in parole misere: i server DNS (Domain Name Server) consentono a tutti gli utenti di collegarsi ai siti Internet attraverso un nome, senza doverne conoscere l’indirizzo IP. Ogni computer, per collegarsi ad un servizio o ad un sito web qualunque, interroga di volta in volta il proprio server DNS di riferimento che traduce per lui un dominio (http://www.nomedelsito.it) nel corrispondente indirizzo IP. Chi è in grado di registrare queste operazioni può dunque fotografare l’attività in rete di un utente e comporne un profilo da memorizzare e studiare. Lo scopo potrebbe essere pubblicitario o politico, ma è importante capire che questi dati hanno un mercato.

Per comprendere quanto ci si possa spingere oltre, un esempio su tutti: quando Facebook è finita nell’occhio del ciclone per il caso Cambridge Analytica, il suo frontman Mark Zuckerberg è stato convocato in audizione al Congresso USA in merito ad una serie di questioni, alle quali – oltre alle (poche) spiegazioni immediate – ha risposto in un secondo momento con un report di 454 pagine. In buona parte il documento contiene le medesime informazioni che ognuno può leggere nelle condizioni di utilizzo del social network (sì, quelle di cui il senatore John Kennedy disse “fanno schifo”), ma in mezzo alla molta aria fritta sono emersi alcuni aspetti interessanti: in primis il fatto che Facebook raccoglie anche dati di utenti non iscritti al social network, attraverso app o siti web che utilizzano le sue tecnologie (il “like” o il “commenta” sotto un articolo, per esempio). Si tratta di dati che potrebbero riguardare le letture o gli acquisti effettuati tramite quei siti, ma soprattutto informazioni ottenute dal dispositivo utilizzato in quella connessione.

Questa ammissione va oltre ciò che è già noto da qualche anno e ciò che l’utente ignora è che tutto è registrabile: dalle caratteristiche tecniche di computer e smartphone connessi alle operazioni compiute dall’utente durante la navigazione (finestre mantenute in primo/secondo piano, movimenti del mouse, segnali Wi-Fi e di telefonia mobile, localizzazione, cookie, eccetera). E non mi riferisco ancora a ciò che potrebbe essere possibile acquisire con l’ausilio di assistenti vocali come Alexa, Cortana, Google Assistant, Siri.

Tutto ciò era in ogni caso già intuibile quando – sempre cinque anni fa – scoppiò il Datagate, lo scandalo che coinvolse la NSA, l’agenzia americana per la sicurezza nazionale, che tuttora intercetta le comunicazioni elettroniche e telefoniche che transitano dagli USA, come spiega The Intercept.

E giusto per chiudere in “tranquillità”: per queste attività di intercettazione – che l’agenzia svolge nell’ambito del programma Fairview – vengono utilizzati otto edifici della compagnia telefonica AT&T, dislocati in altrettante città degli Stati Uniti. Il controllo coinvolge ovviamente il traffico di altre compagnie telefoniche. Tra queste troviamo anche Telecom Italia:

Tutto questo per ricordarci quanto è importante un utilizzo consapevole degli strumenti di comunicazione.

 
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Pubblicato da su 3 luglio 2018 in news

 

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Una rapida occhiata al mercato degli smartphone

Questa è la classifica mondiale – in migliaia di unità – delle vendite di smartphone suddivise per produttore nel 2017. La leadership di Samsung è evidente, seppur in flessione. Quella che segue – sempre espressa in migliaia di unità – è invece la stessa classifica suddivisa per sistema operativo. Qui spicca il primato di Android.

Poi non dite di non sapere quanta gente è nelle mani di Google (che di Android è il papà).

 
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Pubblicato da su 23 febbraio 2018 in telefonia

 

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Il necrologio di Windows Mobile scritto da Microsoft

Se siete utenti di smartphone con sistema Windows Mobile, cominciate seriamente a valutare alternative (se già non lo avete fatto prima): lo sviluppo relativo a questa piattaforma non è più una priorità, come suggerisce il tweet scritto ieri da Joe Belfiore, che per Microsoft è il vice-president responsabile di Windows 10:

Belfiore ha dichiarato che Microsoft continuerà a distribuire aggiornamenti di sistema e di sicurezza, ma niente di più, ufficializzando la fine del programma di sviluppo del sistema, di cui gli utenti di fatto si sono già resi conto da almeno un anno. Windows Mobile è stato sopraffatto da iOS e Android e negli USA è ormai precipitato ad una quota di mercato irrisoria, inferiore all1% (mentre in Italia si trova ancora attorno al 2%).

 
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Pubblicato da su 9 ottobre 2017 in cellulari & smartphone

 

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Google Plus è ancora vivo, per chi non lo ricordasse

googleplus2017

E’ meraviglioso pensare all’affetto con cui viene tenuto in vita Google Plus (Google+), il social network di casa Google che vanta miliardi di membri (secondo alcuni si tratterebbe di oltre tre miliardi di account), molti dei quali inconsapevoli (avendo accettato l’iscrizione mentre configuravano il proprio account Android su tablet o smartphone, oppure mentre aderivano ad altri servizi del gruppo, da Gmail).googleunicoaccount

Nelle scorse ore sono state annunciate alcune novità: torneranno gli Eventi (ma solo al di fuori della G Suite dedicata al mondo business), i “commenti responsabili” (quelli ritenuti inutili verranno nascosti), la possibilità di applicare nuovi filtri alle immagini. A parte quest’ultima caratteristica, nulla di realmente sostanzioso, e d’altronde è già molto ricordarsi dell’esistenza di questo social network lasciato alla deriva (non sono parole mie, le ha scritte Chris Messina, uno dei suoi “padri”, avendovi lavorato come user experience designer).

Mi era già capitato di scriverne e lo ribadisco:

è nato troppo tardi per fare concorrenza a Facebook senza avere reali caratteristiche distintive e, per come è stato realizzato ed evoluto (poco), non può che rimanere molte lunghezze alle spalle del leader

 

 
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Pubblicato da su 20 gennaio 2017 in news

 

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E’ sempre troppo tardi

Ho percorso quelle strade – la SS 36 e il cavalcavia soprastante quel tratto – innumerevoli volte, mai con la preoccupazione che quel ponte potesse crollare all’improvviso sopra o sotto i veicoli. Perché un automobilista, quando viaggia, deve concentrare la propria attenzione sul percorso, sulla segnaletica e sulle condizioni della viabilità, mentre può essere naturalmente distratto sulle condizioni delle infrastrutture, confidando in ciò che normalmente dovrebbe essere svolto da chi ne ha competenza e responsabilità: progettazione adeguata, collaudi, controlli, manutenzioni, applicazione e rispetto delle norme.

Ora dalle inchieste conseguenti all’incidente dovrà emergere quali, tra quelle attività, non sono state svolte a dovere. Ai nostri occhi, tuttavia, è davvero assurdo dover assistere a rimpalli di responsabilità e apprendere di complicazioni burocratiche che avrebbero ritardato la doverosa chiusura di quel tratto di strada, quando le sue condizioni non proprio esemplari – se non dalla memoria degli automobilisti attenti che potrebbero averle constatate – erano e sono visibili persino dalle immagini di Google Street View (anche quelle risalenti al 2011).

cavalcavia17ss36

Tecnologie come questa, utilizzate con il senno di poi, non servono a nulla. Ma sarebbe davvero amaro arrivare alla conclusione che immagini simili, se esaminate preventivamente con la dovuta attenzione da parte dei responsabili di quelle strade, avrebbero potuto far scattare un allarme utile ad evitare la tragedia di venerdì. E chissà che catastrofi analoghe non possano essere evitate, con un’attenta osservazione delle immagini di censimenti fotografici periodici delle infrastrutture e conseguenti sopralluoghi, utili ad individuare le possibili cause di deterioramento prima che sia troppo tardi.

Quel crollo – così netto – di quel cavalcavia non è avvenuto solamente per il peso dell’autotreno, ma per l’impotenza e l’insostenibilità di un sistema caratterizzato dalla mancanza di risorse e dalla burocrazia. Altre responsabilità, tecniche o di altra natura, emergeranno dalle inchieste.

 
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Pubblicato da su 30 ottobre 2016 in news

 

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Google prova a lanciare il font universale (e a superare Unicode?)

Noto è il nome di un nuovo font presentato da Google e realizzato in collaborazione con Monotype nell’ambito di un progetto durato cinque anni: potrà essere utilizzato per la maggior parte delle lingue e degli alfabeti del mondo, risolvendo i problemi di incompatibilità dei caratteri speciali che possono generare testi con fastidiosi simboli sostitutivi rettangolari (esempio: ), soprannominati Tofu perché richiamano visivamente del pezzi di Tofu (non per tutti: per me sono sempre stati degli asettici quadrettini). Il font viene reso disponibile con licenza Open Font License ed è liberamente scaricabile e utilizzabile senza limitazioni:

Oltre a risolvere l’annoso e sentito disagio dato dal Tofu problem, Noto permetterà a Google di diffondere i suoi servizi anche a utenti di Paesi che utilizzano lingue e alfabeti poco diffusi. Alla nuova famiglia di font (un pacchetto da 472,6 MB), tuttora in evoluzione, appartengono finora 110.000 caratteri differenti e utilizzabili in oltre 800 lingue e 100 alfabeti, coprendo praticamente ogni simbolo riconosciuto a livello Unicode (e forse puntando a superarlo nel ruolo di standard). Verosimilmente Noto potrebbe comunque essere il protagonista grafico del nuovo Andromeda OS, il sistema operativo in cui dovrebbero confluire le voluzioni di Android e Chrome OS.

 
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Pubblicato da su 10 ottobre 2016 in news

 

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Google Home alla conquista del mondo

In Italia non arriverà subito, ma meglio essere pronti per quando sarà il momento: Google Home è già in procinto di raggiungere i mercati di alcuni paesi, al prezzo di 129 dollari. C’è un sistema di intelligenza artificiale alle spalle di questo smart speaker (ma soprattutto uno smart microphone), in grado di gestire i dispositivi connessi nell’ambito di una casa o di un ufficio, tramite comandi vocali, da impartire in modo naturale e – in futuro – personale, dato che è in fase di sviluppo una funzionalità che gli permette di capire chi sta parlando, riconoscendone la voce.

Avvertenza basata sul realismo: inserire Google Home a casa propria – ça va sans dire – significa aprire la propria abitazione ai server di Google, pronti ad ascoltare tutto ciò che si potrà sentire. Verosimilmente, all’ascolto seguirà una registrazione e un’elaborazione dei dati acquisiti attraverso questo nuovo canale. Il machine learning consentirà al sistema di raffinare le proprie prestazioni e migliorare la propria efficienza.

 
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Pubblicato da su 7 ottobre 2016 in news

 

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Google Allo, un saluto alla privacy

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Se ne parla poco, ma da qualche giorno Google ha lanciato Allo, un’applicazione di messaggistica per contrastare la concorrenza delle due app della famiglia Facebook, ossia Messenger e WhatsApp. Ad oggi, pare che sia stato installato e scaricato su un milione di dispositivi.

Dal momento che su questo tipo di app pende sempre il sospetto di uno scarso rispetto della privacy degli utenti, anche su Allo i dubbi non mancano: alla presentazione, infatti, era stato detto che Allo non avrebbe memorizzato alcun messaggio, mentre in realtà oggi si scopre che i messaggi vengono memorizzati sui server di Google per impostazione predefinita (a meno che non si utilizzi la navigazione anonima con la modalità “incognito”), condizione necessaria affinché i messaggi possano essere analizzati per il “miglior” funzionamento di Google Assistant.

Certo, un assistente virtuale preparato e in grado di rispondere coerentemente alle esigenze dell’utente è una comodità, ma se arriva gratis al solo costo della nostra privacy forse è bene esserne consapevoli. Non a caso Edward Snowden – che sulla riservatezza ha ormai costruito la propria filosofia di vita – non si dichiara esattamente un testimonial di Allo. Messaggi e conversazioni restano sui server di Google. Naturalmente l’utente li può cancellare tramite la app (ed è possibile impostare un timer per fissare una scadenza, oltre la quale vengono automaticamente rimossi), ma non esiste una reale garanzia che vengano eliminati anche dai database già storicizzati. Così come non si può escludere – visti i tempi che corrono – che questi database non vengano violati da qualche malintenzionato.

Per cui, volendo utilizzare Allo, il suggerimento è di non sfruttarlo per trasmettere informazioni personali da mantenere riservate. Perché – come già detto in altre occasioni – nel mondo digitale la sicurezza assoluta non esiste.

 

 
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Pubblicato da su 26 settembre 2016 in news

 

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Coming Soon: The Floating Piers on Google Street View

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Il 3 luglio 2016 sarà l’ultimo giorno possibile per visitare The Floating Piers, ma l’opera galleggiante di Christo avrà un seguito virtuale: il percorso pedonale di tre chilometri sopravviverà infatti su Google Street View. La mappatura del Google Trekker ha preso il via stamattina, concretizzando il progetto nato dalla collaborazione tra Google, Provincia di Bergamo e Cai, che fa seguito alla mappatura dei sentieri delle Orobie.

 

 
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Pubblicato da su 1 luglio 2016 in news

 

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Google ci mette in guardia da Google, ma ci rassicura su Bing

Cattura

Parzialmente pericoloso. E’ così che la funzione Navigazione Sicura di Google classifica il sito google.com, perché “alcune pagine hanno contenuti ingannevoli al momento”. La stessa ricerca effettuata su google.it restituisce invece un tranquillizzante “La funzione Navigazione sicura non ha rilevato di recente contenuti dannosi sul sito google.it.”. Un errore? Dipende dai punti di vista. Le indicazioni fornite nei dettagli non sono propriamente veritiere:

Cattura

La frase alcune pagine di questo sito web installano malware sui computer dei visitatori è fuorviante: non sono le pagine di google.com a installare eventualmente malware, ma i siti web a cui il visitatore può approdare attraverso i link elencati da Google nei risultati delle ricerche, cosa comprensibile leggendo gli altri punti.

Nessun allarme, invece, sul concorrente Bing di Microsoft. Un applauso al fair play 😉

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Pubblicato da su 20 aprile 2016 in Internet, news

 

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Su Google e su Grip

GoogleGrip

Nello stesso giorno in cui Google si è presentata con il nuovo logo – ripensato “per un mondo sempre connesso attraverso un numero crescente di dispositivi e input diversi tra loro (vocale, digitazione e touch)” – sulla scena digitale fa la sua comparsa Grip – Google Redress Identity & Platform, un’iniziativa indipendente che si propone come piattaforma per fornire “informazioni, rappresentanza e servizi legali”. Il tutto contro Google e i suoi comportamenti anticoncorrenziali.

Mentre Google ostenta il suo impegno ad estendersi in tutto il mondo digitale, all’orizzonte si affaccia un superconsulente per assistere chi intendesse aprire azioni legali contro la condotta anticoncorrenziale di ogni realtà legata all’azienda di Mountain View (il cui gruppo nel suo complesso si identifica oggi come Alphabet, di cui Google è probabilmente la più importante delle realtà controllate) e valutare l’entità del potenziale contenzioso risarcitorio. In base al risultato di questa valutazione, la gestione del contenzioso potrà proseguire nelle mani dei due partner fondatori di Grip, lo studio legale internazionale Hausfeld e Avisa Partners, società di consulenza in affari pubblici (di nicchia: “a niche public affairs company”) con focus europeo.

Proponendosi per l’affiancamento in azioni legali per questioni di concorrenza, le realtà potenzialmente interessate all’offerta di Grip possono essere sicuramente i competitor di Google, come le aziende che l’hanno chiamata in causa spingendo la Commissione Europea a presentare lo “Statement of Objections” che descrive il comportamento anticoncorrenziale di Google Shopping (aziende peraltro assistite proprio da uno dei due partner fondatori di Grip).

Con questo profilo, però, nel target di questa attività potrebbero rientrare anche eventuali class action organizzate da gruppi di consumatori, che oltre alle pratiche anticoncorrenziali, potrebbero puntare ad essere tutelati anche per questioni di mancato rispetto della privacy. Sarebbe interessante capire se Grip sarà intenzionata ad occuparsi anche di questo tipo di pratiche (affatto trascurabili, vista l’attitudine di Google a raccogliere informazioni personali come se fossero aria da respirare), o preferirà focalizzarsi sui possibili risarcimenti derivanti dalle violazioni delle regole dell’antitrust.

 
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Pubblicato da su 1 settembre 2015 in news

 

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Fidarsi è bene. Non fidarsi è un dovere

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Tra le news tecnologiche pubblicate in questi giorni, alcune spiccano perché riguardano vulnerabilità, privacy e altri problemi di sicurezza. E ci ricordano che nel mondo digitale la sicurezza assoluta non esiste.

  1. Scopre una falla in Messenger e gli revocano lo stage a Facebook: Aran Khanna avrebbe dovuto iniziare uno stage presso Facebook, ma prima ha pensato bene (male) di rendere pubblico una vulnerabilità di Messenger. Il giovane studente di Harvard si è reso conto che l’applicazione condivide automaticamente la localizzazione degli utenti delle chat e ha pubblicato Marauder’s Map, un’estensione per il browser Chrome che sfrutta questo problema per seguire amici e persone presenti in chat di gruppo. Facebook ha chiesto allo studente il silenzio e la rimozione dell’estensione, ma nonostante le richieste siano state esaudite, lo stage gli è stato revocato, poiché ciò che era stato pubblicato andava contro gli elevati standard etici dell’azienda. Qui, oltre alla notizia sulla falla in Messenger, ci sarebbe anche da approfondire l’applicazione degli elevati standard etici da parte di Facebook.
  2. Smascherati 32 milioni di utenti del sito di incontri clandestini Ashley Madison: un mese il sito americano fu saccheggiato del suo database con i dati dei suoi iscritti. Ora sono stati pubblicati: 10 GB di dati corrispondenti a 32 milioni di utenti. Tra i nomi degli iscritti figura anche un utente registrato con il nome di ‘Tony Blair’. Tra i dati trafugati, indirizzi residenziali ed e-mail, nonché tutte le informazioni relative a sette anni di transazioni e pagamenti online. Il sito Ashley Madison, per sua stessa definizione, è il più famoso sito d’incontri per adulteri. Da clandestini a pubblici.
  3. Ennesima falla identificata in Internet ExplorerMicrosoft ha pubblicato una patch (sì, una pezza) per tappare una nuova falla scoperta nel suo browser Internet Explorer. La scoperta anche in questo caso è stata portata alla luce da un estraneo, il ricercatore di sicurezza Clement Lecigne che lavora per Google: la vulnerabilità potrebbe consentire l’esecuzione di malware attraverso un sito web, a cui un utente potrebbe essere indotto ad approdare tramite messaggi e-mail fraudolenti. Il problema non affligge il nuovo browser Microsoft Edge.

Questi problemi di sicurezza ci riguardano da vicino. Pensate al caso Ashley Madison: senza considerare il particolare tipo di servizio che offre, si tratta di un saccheggio di dati da un sito che richiede un’iscrizione, come accade per molti altri servizi, anche più innocenti. In cui, ai dati conferiti all’iscrizione, vengono collegate altre informazioni. Dati personali, sensibili che possono essere utili alla profilazione degli utenti, a conoscerli meglio.

Al netto dei nostri usi e costumi, e del fatto che un utente può non avere nulla da nascondere, non sempre è gradito vedere le proprie informazioni personali esposte sulla pubblica piazza, per i più svariati motivi, e tutti legittimi, trattandosi di dati personali.
Ergo, vale sempre la consueta raccomandazione: anche in rete, fate un uso consapevole delle informazioni personali che trasmettete o condividete.
Navigate responsabilmente 😉

 
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Pubblicato da su 19 agosto 2015 in security

 

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