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MIA, l’intelligenza artificiale che aiuta i medici

Immaginate di farvi visitare dal vostro medico di famiglia e di scoprire che può contare su un assistente digitale sempre aggiornato. Non si tratta di ChatGPT, Gemini o Perplexity, ma di MIAMedicina e Intelligenza Artificiale – cioè la nuova piattaforma sviluppata dall’Agenas (Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali) che sta per entrare negli studi di 1500 medici di base italiani, e che in pratica è uno strumento digitale che affianca (non sostituisce) il medico di famiglia durante il suo lavoro quotidiano.

Pensate a MIA come a un collega esperto sempre disponibile: il medico può porle domande e ricevere suggerimenti basati su evidenze scientifiche verificate. La piattaforma utilizza solo dati certificati e fonti attendibili, per garantire che le informazioni siano sempre corrette e aggiornate. Il medico può consultare MIA attraverso un’interfaccia semplice e intuitiva, più o meno come quando fa una ricerca su internet. I risultati però sono molto più affidabili e specifici.

La piattaforma può dare supporto in tre aree principali:

  • Diagnosi e terapia: quando il medico si trova di fronte a sintomi poco chiari o sospetta una malattia rara, MIA può suggerire possibili diagnosi, indicare quali esami fare e proporre percorsi terapeutici iniziali. Questo è particolarmente utile per quelle patologie che un medico potrebbe incontrare raramente nella sua pratica.
  • Gestione delle malattie croniche: per i pazienti con diabete, ipertensione o altre patologie che richiedono un monitoraggio costante, MIA offre strumenti per una gestione personalizzata, suggerendo quando intervenire e come ottimizzare le cure.
  • Prevenzione: la piattaforma può identificare quali pazienti potrebbero beneficiare di programmi di screening o vaccinazioni, visualizzando le campagne attive e fornendo suggerimenti personalizzati in base ai fattori di rischio individuali.

L’Agenas prevede che l’uso di MIA possa dare una serie di vantaggi in termini concreti:

  • ridurre il tempo necessario per le attività diagnostiche di routine
  • aiutare a prescrivere i farmaci giusti al momento giusto
  • migliorare l’adesione dei pazienti alle terapie
  • ridurre i ricoveri ospedalieri che potrebbero essere evitati
  • aumentare la partecipazione ai programmi di screening e vaccinazione.

Non mancano comunque alcune questioni pratiche da risolvere: la piattaforma deve integrarsi bene con gli strumenti informatici già presenti negli studi come le cartelle cliniche digitali e il fascicolo sanitario elettronico. Inoltre dovrebbe anche aiutare a ridurre i carichi burocratici, non ad aumentarli. Ma soprattutto: fino a che punto possiamo fidarci dell’intelligenza artificiale in campo medico?

Come sempre, è necessario essere consapevoli della sua natura di supporto: non è un sostituto, è uno strumento di cui si deve approfittare perché completa le competenze del professionista e semplifica i processi decisionali. Altra consapevolezza che si deve sempre avere: non esiste intelligenza artificiale che possa sostituire l’esperienza clinica, l’intuizione, l’empatia e la capacità di valutare il paziente nella sua globalità. Il medico conosce la vostra storia, sa interpretare i sintomi nel contesto della vostra vita, può cogliere segnali che vanno oltre i dati oggettivi. MIA si limita a fornire dati, informazioni e suggerimenti, ma è il medico che li valuta, li contestualizza e prende la decisione terapeutica. Ogni paziente è unico: ciò che statisticamente può funzionare nella maggior parte dei casi, potrebbe non essere la scelta migliore per voi. Ecco perché il giudizio del medico, che vi conosce e può personalizzare le cure, rimane fondamentale.

Un aspetto interessante di MIA è che potrebbe contribuire a ridurre le disuguaglianze nell’accesso alle cure: non tutti i medici di base hanno la stessa esperienza in tutte le patologie, e non tutti lavorano vicino a grandi centri specialistici. Con MIA, anche un medico in un’area remota può avere accesso allo stesso livello di informazioni aggiornate di un collega in una grande città, offrendo ai propri pazienti un livello di cura più uniforme.

Questa piattaforma rappresenta un esempio di come l’intelligenza artificiale, se integrata con visione e responsabilità, possa migliorare concretamente la sanità. Non si tratta di scegliere tra il medico e la macchina, ma di dare al medico uno strumento di conoscenza: mentre la macchina può elaborare enormi quantità di dati e fornire suggerimenti basati sull’evidenza, il medico mette la sua esperienza, la sua umanità e la sua capacità di giudizio al servizio del paziente.

 
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Pubblicato da su 24 gennaio 2026 in news

 

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Chi l’ha scritto? Tu o l’intelligenza artificiale?

La scorsa settimana alcuni osservatori hanno commentato il post pubblicato da Chiara Ferragni in seguito al suo proscioglimento dall’accusa di truffa aggravata legata ai casi del pandoro e delle uova, evidenziando quanto – ai loro occhi – quel testo fosse stato scritto con l’ausilio di ChatGPT o un altro assistente artificialmente intelligente. Alcune frasi hanno attirato l’attenzione per come apparivano costruite, ad esempio:

È una frase semplice, tecnica, definitiva sul piano penale. Ed è giusto partire da qui

Non lo dico con rabbia. Lo dico con consapevolezza

Non è: “Non sappiamo com’è andata”. È: “Non c’erano le basi per portare avanti un procedimento penale”

Queste frasi hanno uno stile formale, strutturato e metodico, che a molti ha ricordato in modo inequivocabile quello dei testi generati dall’intelligenza artificiale. Che quel post sia stato effettivamente scritto con l’ausilio dell’intelligenza artificiale o meno, il caso ha acceso i riflettori su un fenomeno sempre più diffuso: in una realtà caratterizzata da una presenza sempre più invasiva della tecnologia, l’intelligenza artificiale si sta affermando non solo come strumento di lavoro, ma come vera e propria guida espressiva. Giorno dopo giorno sta progressivamente modificando il modo in cui parliamo e scriviamo, con conseguenze che vanno ben oltre la semplice adozione di nuovi termini tecnici.

Chi è attento a questi temi potrebbe aver già sentito parlare di uno studio condotto dal Max Planck Institute for Human Development di Berlino, che ha portato alla luce un fenomeno tanto affascinante quanto inquietante: analizzando circa 280mila trascrizioni di video provenienti da oltre 20.000 canali accademici su YouTube, i ricercatori hanno scoperto che l’uso di ChatGPT sta lasciando un’impronta indelebile sul nostro vocabolario quotidiano.

I dati della ricerca: termini come “meticoloso”, “approfondire”, “regno” ed “esperto” sono apparsi con una frequenza superiore fino al 51% rispetto ai tre anni precedenti all’introduzione del chatbot di OpenAI. Non si tratta di una coincidenza: queste – secondo gli autori dello studio – sono esattamente le parole che ChatGPT utilizza con maggiore frequenza nelle sue risposte, come confermato da precedenti ricerche della Stanford University. Il fenomeno è presto spiegato: stiamo interiorizzando il vocabolario dell’intelligenza artificiale nella comunicazione di tutti i giorni. Se fino a oggi ci siamo interrogati su come rendere l’AI più simile agli esseri umani, ora i dati indicano che sta accadendo esattamente l’opposto: siamo noi ad adattarci al linguaggio delle macchine.

Alcune parole – evidenzia lo studio – funzionano come vere e proprie “firme invisibili” del linguaggio plasmato dall’AI. La standardizzazione del linguaggio sta coinvolgendo anche termini inglesi precedentemente poco utilizzati in forma discorsiva, come “underscore” (sottolineatura), “showcasing” (in mostra), “intricate” (intricato) o “tapestry” (arazzo), che ora compaiono con frequenza crescente non solo negli articoli scientifici e nelle conferenze tecniche, ma anche nei libri scolastici e nelle conversazioni spontanee.

Questa uniformità linguistica ha dato vita a un nuovo campo di ricerca e sviluppo: quello dei software di rilevamento dei contenuti generati dall’intelligenza artificiale come Isgen, ZeroGPT, Grammarly AI detector, Textguard (ma ne esistono molti altri). Sono strumenti – disponibili anche online – che analizzano i testi alla ricerca di pattern caratteristici, proprio come un esperto grafologo riconosce una calligrafia, basandosi sulla frequenza di determinate parole chiave, oppure sull’uso di una struttura sintattica eccessivamente regolare, con frasi costruite secondo schemi ripetitivi e una punteggiatura metodica che raramente si discosta dalle convenzioni standard.

Un altro elemento rivelatore è la mancanza di variabilità stilistica: mentre un autore umano alterna naturalmente periodi lunghi e brevi, oppure espressioni formali e colloquiali, i testi generati dall’intelligenza artificiale tendono a mantenere un registro costante e prevedibile. Anche la profondità concettuale può essere un indizio: l’intelligenza artificiale eccelle nell’organizzare informazioni conosciute, ma è meno pronta a produrre intuizioni veramente originali o collegamenti tra concetti apparentemente lontani.

Questi strumenti possono comunque dare dei “falsi positivi”, non solo perché la loro accuratezza non è assoluta, ma perché il crescente uso dell’AI nella scrittura rende sempre più sottile il confine tra un contenuto “umano” e un testo assistito dall’intelligenza artificiale. Questo aspetto fa nascere preoccupazioni di natura sia sociale che politica: c’è un rischio concreto che l’AI possa ridurre la diversità linguistica o essere deliberatamente utilizzata in modo improprio per la manipolazione di massa. La progressiva standardizzazione del linguaggio potrebbe portare a una perdita di autenticità e spontaneità nelle relazioni umane, impoverendo il patrimonio culturale rappresentato dalle espressioni regionali, dai modi di dire e dalle sfumature tipiche di ogni comunità linguistica.

Un esperimento condotto dal MIT Media Lab ha inoltre rivelato che l’uso intensivo dei chatbot per scrivere testi accademici può avere un effetto negativo sul cervello umano, riducendo l’attività cognitiva e limitando la capacità di apprendimento. Il rischio, confrontandoci con macchine che assemblano parole, è di diventare noi stessi un po’ meno umani. Se continuiamo ad adattarci al linguaggio dell’intelligenza artificiale, potremmo trovarci di fronte a un futuro in cui le macchine assumono il ruolo di modelli culturali.

Anche la lingua italiana non è immune da questa trasformazione. Tra le parole dell’anno messe in evidenza dalla Treccani troviamo alcuni possibili neologismi coniati nel 2025, molti dei quali legati all’influenza dell’intelligenza artificiale. Tra questi figurano “allucinazione della intelligenza artificiale”, che indica l’informazione errata prodotta da un sistema AI, e “nudificazione”, la creazione abusiva e illegale di nudi falsi. C’è poi “Broligarchia”, che descrive la ristretta cerchia di uomini ricchi e potenti del settore tecnologico che condizionano orientamenti politici e scelte governative, mentre “metatelefono” indica un rettangolo di plastica trasparente simile a un cellulare, ma finto. Questi termini rappresentano una fotografia fedele dei tempi correnti, dove tecnologia, cronaca, politica ed economia si intrecciano nel tessuto linguistico quotidiano.

Non mancano tuttavia gli aspetti positivi di questa trasformazione. In un’epoca caratterizzata da una comunicazione sempre più globale e digitale, la chiarezza e la coerenza offerte da un linguaggio standardizzato possono rappresentare un vantaggio concreto. Nei contesti professionali e istituzionali la capacità di esprimersi in modo chiaro, ordinato e privo di ambiguità viene percepita come competenza. Questo spiega perché molte persone scelgano consapevolmente di adottare lo stile comunicativo delle intelligenze artificiali, nella convinzione che ciò possa rafforzare la propria credibilità.

In definitiva, l’influenza dell’intelligenza artificiale sul nostro modo di esprimerci rappresenta un fenomeno complesso e dalle molteplici sfaccettature: da un lato assistiamo a una maggiore chiarezza e standardizzazione della comunicazione, dall’altro rischiamo di perdere l’uso del cervello, insieme alla ricchezza e la diversità che caratterizzano il linguaggio umano nelle sue infinite variazioni culturali e individuali.

La sfida per il futuro sarà trovare un equilibrio: sfruttare i vantaggi della tecnologia senza perdere l’autenticità, la creatività e la spontaneità che rendono unica la comunicazione umana. Sarà necessario mantenere il controllo sulle macchine, affinché rimangano strumenti al nostro servizio, senza diventare i modelli a cui conformare pensiero e linguaggio. Solo così potremo preservare quella diversità linguistica e culturale che costituisce una delle ricchezze più preziose dell’umanità, mantenendo al contempo la capacità di riconoscere e valorizzare il contributo umano alla produzione di conoscenza e cultura.

 
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Pubblicato da su 20 gennaio 2026 in news

 

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Apocalypse RAM (ma cos’è questa crisi?)

A conferma di quanto emerso nel mercato alla fine dello scorso anno, il 2026 si sta rivelando un annus horribilis per il settore delle memorie elettroniche, probabilmente il peggiore degli ultimi dieci anni: secondo l’analisi condotta da ComputerBase o prezzi delle RAM hanno raggiunto quotazioni quattro volte superiori rispetto a settembre 2025, con un incremento medio del 344% in soli quattro mesi. DRAM e NAND – componenti fondamentali di smartphone, computer, tablet e console – stanno attraversando una fase di turbolenza che sta ridisegnando gli equilibri dell’intera industria tecnologica. I prezzi della RAM mobile LPDDR sono schizzati oltre il 70%, mentre lo storage NAND flash è letteralmente raddoppiato con un aumento superiore al 100%, come evidenziato dai dati della società di ricerca Omdia. Ma da dove nasce questa crisi?

Le radici del problema affondano nell’esplosione dell’intelligenza artificiale. I datacenter che sono alle spalle di servizi come ChatGPT, Gemini e altri sistemi basati sull’IA richiedono enormi quantità di memoria ad alta larghezza di banda (HBM), drenando risorse preziose dal mercato consumer. I tre principali produttori mondiali di memorie – Samsung, SK hynix e Micron – hanno riconvertito circa il 20% della propria capacità produttiva dalle RAM tradizionali alle HBM, necessarie specificamente per le GPU utilizzate nell’intelligenza artificiale.

Questa scelta, seppur strategicamente comprensibile, ha avuto un impatto collaterale devastante sulla disponibilità di DRAM per dispositivi di uso quotidiano: fino a qualche anno fa, RAM e storage rappresentavano tra il 10% e il 15% del costo totale di uno smartphone. Oggi quella percentuale supera il 20% e questa variazione ha modificato considerevolmente la struttura dei costi di produzione nell’intera filiera: i costi di produzione dei dispositivi potrebbero crescere fino al 25% nel corso del 2026 e questo potrebbe spingere le aziende a scelte complesse.

Alcuni produttori stanno già valutando di tornare a configurazioni da 4 GB di RAM per i modelli entry-level, una mossa ritenuta anacronistica fino a poco tempo fa. In Cina le vendite di schede madri DDR3 sono quasi triplicate e ciò ha riportato in auge piattaforme considerate ormai superate, come quelle compatibili con processori Intel di sesta, settima, ottava e nona generazione.

Questa situazione ha generato tensioni perfino all’interno di aziende integrate verticalmente come Samsung: la divisione semiconduttori, che si occupa della produzione di DRAM e NAND, sta massimizzando i profitti sfruttando la domanda ai massimi storici, mentre la divisione mobile si è vista rifiutare la richiesta di bloccare i prezzi della DRAM per un anno intero in previsione del lancio del Galaxy S26, ottenendo solo contratti trimestrali.

L’impatto sui dispositivi consumer è già evidente ed è destinato ad accentuarsi nei prossimi mesi. Al CES 2026 Samsung ha pubblicamente ammesso di aver considerato aumenti di listino per smartphone e laptop, viste le attuali condizioni di mercato. Stesso discorso da parte di Carl Pei – amministratore delegato di Nothing – che ha preannunciato aumenti che potrebbero superare il 30%. Anche il mercato delle console e è in sofferenza: le azioni di Nintendo, ad esempio, hanno perso il 33% in cinque mesi, generando negli investitori qualche preoccupazione legata ai possibili aumenti di prezzo della Switch 2.

Le aziende che quest’anno lanceranno nuovi dispositivi sul mercato sono ad un bivio: limitare le feature per contenere i prezzi oppure aumentare i listini, rischiando di perdere quote di mercato? Uno smartphone o un laptop di fascia media, che oggi potrebbe costare tra i 900 e i 1.100 euro, nella seconda metà del 2026 potrebbe raggiungere un prezzo tra i 1.150 e i 1.300 euro, senza nemmeno il beneficio di un upgrade tecnologico.

Le previsioni per il futuro sono divergenti, ma concordano sulla previsione che la crisi non si risolverà nel breve termine. Secondo Sascha Krohn di ASUS, la carenza di memorie inizierà a normalizzarsi nel corso del 2027, posizionandosi nel mezzo tra previsioni più ottimistiche e quelle più pessimistiche di Micron, che guarda al 2028. Tuttavia, anche quando la disponibilità fisica delle RAM tornerà a livelli accettabili, c’è un secondo ostacolo legato alle dinamiche commerciali: alcuni produttori non vorranno abbassare i prezzi una volta e potrebbero passare molto tempo prima che i prezzi inizino a scendere.

La “normalizzazione” dipende dall’entrata in funzione di nuove fabbriche, ma costruire ex novo uno stabilimento di questo tipo può richiedere almeno tre anni. I principali produttori, memori del crollo della domanda durante e dopo la pandemia, stanno mostrando di preferire una strategia orientata alla redditività di lungo periodo anziché pensare ad un’espansione aggressiva. Stando alle stime di TrendForce, nel 2026 la domanda globale di memorie aumenterà del 35%, mentre l’offerta solo del 23% e questo comporterà un divario strutturale destinato a mantenere elevata la pressione sui prezzi.

Di fronte a questo scenario complesso e non roseo, analisti e addetti ai lavori suggeriscono di anticipare eventuali acquisti, se necessari. Chi pensa ad acquistare un nuovo smartphone, laptop, tablet o console farebbe bene a non aspettare troppo: acquistare tecnologia nei prossimi mesi significherà sempre più spesso rinunciare a qualcosa, accettare compromessi sulle specifiche, oppure spendere molto di più, anche a parità di caratteristiche.

Il caro-memorie non è un problema temporaneo, ma un cambiamento strutturale con cui il mercato dovrà convivere verosimilmente almeno per i prossimi due anni, ridefinendo il rapporto tra innovazione tecnologica, prezzi al consumo e accessibilità dei dispositivi elettronici.

 
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Pubblicato da su 16 gennaio 2026 in news

 

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La versione di Bard

Vi ricordate quando ho fatto quel piccolo test con la chat dotata di intelligenza artificiale in Bing (il motore di ricerca di Microsoft)? Ho fatto la stessa cosa con Bard, il chatbot sviluppato da Google che si inserisce in questo nuovo settore (di cui fa parte anche ChatGPT). Parentesi: un chatbot è un software che interagisce con un utente simulando una conversazione umana. Si utilizzano già da molto tempo e probabilmente voi stessi vi siete imbattuti nei chatbot attivati su siti web o pagine social del servizio clienti di qualche grande azienda.

Detto questo, parto con la stessa domanda con cui avevo inziato il test precedente. E vi dico già che partiamo malissimo per un piccolo dettaglio:

14, 15, 16 gennaio. Peccato che io abbia inserito questa domanda in Bard alle 7 del mattino del 27 luglio. Premendo il tasto “ricarica”, però, Bard ricarica anche le batterie del suo orologio-calendario, e riformula una risposta accettabile:

Anche qui ho lanciato una “trappola culinaria”, che Bard ha gestito in modo appropriato…

Dietro Bard troviamo un modello di linguaggio conversazionale chiamato PaLM 2 (Pathways Language Model), naturalmente realizzato da Google AI. Se avete un account Google potete utilizzarlo per testarne le potenzialità, formulando richieste o domande. Nella colonna a sinistra della schermata troverete una cronologia delle conversazioni che avete intrattenuto con Bard. 

Le caratteristiche interessanti di Bard sono due, a mio parere.

  1. Ad ogni richiesta lui risponde con tre bozze, cioè fornisce la risposta in tre versioni differenti. Se all’utente non va bene nessuna delle tre, c’è il pulsante di ricarica che spinge Bard a generare una nuova serie di risposte (che è ciò che ho fatto io quando le previsioni meteo indicavano date palesemente sbagliate).
  2. Le richieste possono essere inserite digitandole da tastiera oppure a voce. E anche la risposta può essere letta vocalmente.

Bard, a fine risposta, talvolta fornisce delle note (caratteristica costante della chat di Bing), contrariamente a ChatGPT che invece fornisce i link alle fonti esterne da cui trae informazioni. Anche lui offre solo una risposta alla query dell’utente, ma sicuramente è più completa.

L’etichetta “sperimentale” che compare a fianco del logo sta comunque a significare che lo sviluppo porterà ulteriori miglioramenti.

 
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Pubblicato da su 27 luglio 2023 in intelligenza artificiale, news

 

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ChatGPT, bloccata ma accessibile. In modo legale

Semaforo rosso acceso davanti a ChatGPT da parte del Garante Privacy che la scorsa settimana ha disposto la limitazione provvisoria del trattamento dei dati degli utenti italiani nei confronti di OpenAI, la società americana che gestisce la piattaforma. È bene chiarire, però, che il provvedimento riguarda il divieto di raccolta e trattamento di dati personali, non l’accesso a ChatGPT, che è stato bloccato per iniziativa della stessa OpenAI, non del Garanre.

In sintesi le motivazioni del provvedimento sono l’assenza di un’adeguata informativa agli utenti sulla raccolta di dati personali degli interessati, la mancanza di motivazioni alla base delle attività di raccolta e conservazione massiccia di dati personali (in parole povere, non spiegano perché raccolgono i dati personali senza informarli) e la mancanza di una “barriera” che impedisca ad utenti minorenni di accedere al servizio. Sì, anche il fatto che può raccogliere, memorizzare e comunicare informazioni non corrette, che non possono essere modificate nell’interesse di chi è titolare di quei dati.

ChatGPT, come dicevo sopra, non è stata resa inaccessibile dal Garante: è stata OpenAI ad aver disabilitato l’accesso in via cautelativa agli utenti in Italia, e per questo provvederà ai dovuti rimborsi degli utenti che hanno acquistato un abbonamento. Impegnandosi al rispetto delle leggi sulla protezione dei dati personali, l’azienda dichiara di voler ripristinare l’accessibilità della piattaforma il prima possibile.

E’ possibile aggirare la chiusura di questo “cancello”? Certo, utilizzando una VPN che non permette a ChatGPT di conoscere la provenienza dell’utente. Ed è una soluzione lecita, perché è stata OpenAI a bloccare l’accesso, non un’autorità italiana 😉

Chiaramente, oltre ad utilizzare la VPN, l’account che accede non deve dichiarare di essere italiano. E chi ha a cuore la riservatezza dei propri dati si documenterà in modo da utilizzare una VPN che – magari per sostenere la propria gratuità – sfrutta comunque i dati personali dell’utente. Qui di attenzione, altrimenti si torna… al punto di partenza.

 
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Pubblicato da su 3 aprile 2023 in news

 

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Bing ora può comporre immagini per voi

L’intelligenza artificiale di Bing allarga gli orizzonti e ora genera anche immagini: Microsoft ha lanciato l’anteprima di Bing Image Creator dando a tutti la possibilità di provarlo, è sufficiente avere un account Microsoft, andare su https://www.bing.com/create e descrivere l’immagine da creare. La tecnologia di Dall-E la realizzerà per voi, partendo da un semplice testo descrittivo (per il momento solo in inglese).

Questo è l’esempio della risposta alla richiesta “a young boy wearing a hoodie, playing a game console while sitting on a bench in a park” (un ragazzo che indossa una felpa con cappuccio e gioca con una console mentre è seduto su una panchina in un parco).

La libertà di fantasia è abbastanza ampia, tuttavia per evitare abusi e immagini dannose sono state prese le opportune precauzioni che bloccano immediatamente la richiesta dell’utente, che riceve un avviso come questo:

Funzionalità ancor più avanzate sono disponibili per gli utenti invitati al test, che potrà essere effettuato accedendo al chatbot su Bing. Chi invece proverà ad utilizzare la funzione Create (https://www.bing.com/create) noterà che per un numero limitato di utilizzi sarà possibile sfruttare un boost e ottenere una realizzazione piuttosto rapida. Scaduto il “credito” sarà possibile continuare a generare immagini, ma ad una velocità inferiore.

 
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Pubblicato da su 23 marzo 2023 in news

 

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Non solo Google: anche Bing è “intelligente”. Quasi

Google è il motore di ricerca per antonomasia per moltissime persone che non usano altro, al punto che il neologismo googlare significa effettuare una ricerca (con un motore di ricerca). In realtà sulla scena del mercato di cui Google è leader con una quota del 92% circa, si muovono altri “attori non protagonisti” come Bing, il motore di casa Microsoft utilizzato più o meno nel 3% delle ricerche, che ora potrebbe conquistare maggiore interesse in virtù del supporto dell’intelligenza artificiale e distinguersi dalle altre “comparse” (che si chiamano Yandex, Yahoo, Baidu e DuckDuckGo).

Microsoft infatti ha iniziato a rendere disponibile una versione di Bing “potenziata” che sfrutta insegnamenti e progressi del modello di machine learning GPT-3.5, lo stesso che è alla base di ChatGPT. Ma dal punto di vista degli utenti cosa significa dotare Bing di intelligenza artificiale? Significa effettuare una ricerca e ottenere una risposta in linguaggio naturale, quindi non semplicemente un elenco di link, ma un testo in forma discorsiva che può dare il via ad una sorta di conversazione con l’utente.

Google sta facendo la stessa cosa con il software Bard, presentato un paio di settimane fa in un evento ufficiale che però ha avuto uno strascico negativo: l’inesattezza di una risposta è stata evidenziata da esperti e il titolo dell’azienda ha perso il 7% in borsa. Lo scopo di Microsoft, che con la novità in corso di introduzione incalza Google, non è semplicemente contrastarlo come concorrente: l’obiettivo è sviluppare una tecnologia da adottare anche in altre piattaforme Microsoft.

Dalle prime prove che ho avuto l’opportunità di effettuare posso dire “interessante”. Ottenuto l’accesso (per il quale è comunque possibile mettersi in lista d’attesa) è possibile installare Edge in versione Dev Channel che permette all’utente di sfruttare le funzionalità più recenti e avanzate. Tra queste c’è la Chat con cui Bing invita l’utente a parlare, anche in italiano, con l’invito “Ask me anything” (chiedimi qualsiasi cosa).

Raccolto l’invito, ho iniziato a chiedere informazioni ispirandomi a ciò avevo intorno. Ottenendo qualche sorpresa, come ad esempio una frettolosa interruzione della conversazione da parte di Bing 😲

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Qui invece si scusa in modo educato dopo essere cascato in una “trappola culinaria”

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Qui ha fornito notizie di attualità prima di comunicare di aver raggiunto il limite massimo del giorno:

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Bing “dopato” con l’intelligenza artificiale, per le sue potenzialità, potrebbe rivelarsi un alleato efficace nelle ricerche scolastiche.

Come visto soprattutto nell’ultimo esempio, si potrebbe utilizzare questa nuova funzionalità per avere riassunti piuttosto efficaci delle news appena pubblicate evitando così di pagare abbonamenti alle testate giornalistiche online, eventualità assolutamente pericolosa per il settore dell’editoria. Ma Bing potrebbe anche riassumere una notizia attingendo indifferentemente da siti di informazione attendibili e siti non attendibili, generando potenzialmente sia informazione che disinformazione. Eventualità pericolosa per tutti.

 
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Pubblicato da su 23 febbraio 2023 in motori, news, ricerche

 

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