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Facebook e i social network? Gangster digitali, secondo il parlamento britannico

A pagina 42 del documento “Disinformation and ‘fake news’: Final Report” pubblicato dalla Commissione “Digital, Culture, Media and Sport” del parlamento britannico, c’è un pesante monito rivolto ai social network, con particolare riguardo a Facebook, per la sua condotta contraria alle norme su concorrenza e privacy. Il report presenta l’esito dell’inchiesta – durata 18 mesi – avviata in Gran Bretagna basata su documenti aziendali sia quelli ottenuti tramite un’azienda (Six4Three) che ha aperto un’azione legale in California contro Facebook e sulle risultanze delle indagini condotte in seguito al caso Cambridge Analytica.

Alle aziende come Facebook non dovrebbe essere permesso di comportarsi come “gangster digitali” nel mondo online, considerandosi al di sopra e al di fuori della legge.

Nel report viene inoltre stigmatizzata la mancanza di rispetto, da parte di Mark Zuckerberg, nei confronti del parlamento per non aver risposto ad alcuni quesiti posti nell’ambito dell’inchiesta, ed emerge la constatazione che il numero uno di Facebook non è in grado di esprimere la leadership e la responsabilità che ci si attenderebbe da chi è al vertice di una delle più grandi aziende del mondo. Non mancano avvertimenti sulla necessità di integrare le attuali leggi elettorali, ritenute vulnerabili e suscettibili di interferenze, e sulla pericolosità della disinformazione e la propaganda d’odio, mai seriamente ostacolate dalle aziende che operano nel mondo della tecnologia.

 

 
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Pubblicato da su 20 febbraio 2019 in news

 

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Camera, in arrivo nuove regole per i giornalisti. E per i deputati?

giornalistiallacamera

Dal 10 ottobre 2016 sarà vietato riprendere (con foto o video) deputati e membri del Governo mentre dormono, giocano, guardano la partita o, più in generale, si fanno i fatti propri alla Camera. Lo stabilisce il nuovo codice di autoregolamentazione che reporter e operatori dovranno aver sottoscritto per accettazione, condizione necessaria per poter accedere alla tribuna riservata alla stampa.

Tra le regole previste dal codice, troviamo:

  • l’obbligo di assistere ai lavori in silenzio e senza mostrare cenni di approvazione o disapprovazione;
  • l’obbligo di “interrompere immediatamente le riprese a ogni sospensione di seduta”;
  • il divieto di diffondere “fotografie e riprese visive atte a rilevare comunicazioni telefoniche”;
  • il più generico divieto di diffondere immagini “non essenziali per l’esercizio del diritto di cronaca relativo all’attualità e allo svolgimento dei lavoro in Aula”;
  • il divieto dell’utilizzo di tecniche di rielaborazione di riprese “che comportino un danno alla dignità dei deputati e membri del governo presenti in aula e al diritto alla riservatezza”;
  • il divieto temporaneo di accesso alle tribune riservate alla stampa in caso di inosservanza delle disposizioni.

Qualcuno potrebbe osservare che i deputati, nell’esercizio delle proprie funzioni, sono dipendenti pubblici e che la Camera è il loro posto di lavoro. Con questi presupposti, dovremmo pensare che anche per loro debba essere applicato il divieto di utilizzo di impianti audiovisivi per il controllo dell’attività dei lavoratori (art. 4 dello Statuto dei Lavoratori)?

Il lavoro dei deputati – che non si svolge unicamente nell’Aula, ma anche in altri uffici e in altre stanze – consiste nel proporre e votare disegni di legge, proporre mozioni, presentare interrogazioni e interpellanze al governo, partecipare all’attività di commissioni permanenti. L’assemblea che si tiene nell’Aula è il centro delle attività della Camera: si discutono gli argomenti previsti negli ordini del giorno delle varie sedute, si concede (o si revoca) la fiducia al Governo, si prendono decisioni, si esaminano i progetti di legge per discuterli e votarli.

Le regole sommariamente elencate sopra danno un’indicazione precisa: è consentito documentare visivamente ciò che avviene in aula durante le sedute, ma solo se strettamente correlato all’oggetto della seduta stessa. Niente immagini di momenti che non appartengono ai lavori durante la seduta, di deputati che parlano al telefono, confabulano, si stringono le mani, si abbracciano o si azzuffano, niente rielaborazioni non dignitose di riprese in aula.

La piccola selezione di immagini qui proposta riguarda momenti di sedute e votazioni e non sono state oggetto di alcuna rielaborazione.

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Ora, io ritengo che ogni dibattimento, discussione o votazione sia di interesse pubblico, e che sia assolutamente ragionevole che i cittadini debbano avere la possibilità di assistere a ciò che avviene durante le sedute in Aula, in considerazione del mandato che parlamentari e membri del Governo hanno da parte dei cittadini, nonché dell’indennità economica percepita e dell’immunità parlamentare di cui beneficia. In verità, sono convinto che anche al di fuori delle sedute – prima, dopo, o a seduta sospesa – avvengano cose altrettanto rilevanti, d’attualità e comunque di pubblico interesse, sempre tenendo presente che deputati e membri del Governo si trovano lì in rappresentanza dei cittadini e non delle proprie singole personalità.

Per documentare quanto avviene in aula non c’è quindi alcun codice di autoregolamentazione che tenga, soprattutto quando è in gioco l’interesse pubblico. E’ chi rappresenta i cittadini che deve autoregolamentarsi, mantenendo un contegno professionale, dignitoso, responsabile e appropriato all’attività che sta svolgendo in Aula. Ognuno di noi deve essere in grado di sapere come un deputato si comporta e se si merita realmente il titolo di onorevole.

Chi non rappresenta degnamente i cittadini dovrebbe essere ammonito o sospeso dalla propria carica, ed espulso dalla Camera se recidivo. A quando un codice di autoregolementazione per governo e parlamentari?

 
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Pubblicato da su 23 settembre 2016 in istituzioni, news, privacy

 

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Riforme, il digitale si fa spazio nella Costituzione

Io non so come procederà realmente il cammino delle riforme intrapreso dal Governo in carica. Però ieri un passettino in avanti c’è stato. Anzi, forse i passettini sono stati due.

Il primo è dato dall’approvazione – avvenuta ieri, mentre una parte d’Italia si faceva di Sanremo – di un emendamento di Stefano Quintarelli e Paolo Coppola all’art. 117 della Costituzione, focalizzato sulla definizione e suddivisione delle materie di competenza tra Stato e Regioni. Fino a ieri stabiliva che lo Stato dovesse avere il coordinamento informatico dei dati della Pubblica Amministrazione. Con il nuovo provvedimento (se l’iter della riforma costituzionale procederà come sperato, passando dal Senato e poi ancora da Camera e Senato) le attività di coordinamento saranno estese a processi, infrastrutture e piattaforme informatiche. Non si dovrà perseguire solo uniformità nelle informazioni, ma anche negli strumenti che le gestiscono e nelle relative modalità di utilizzo, con conseguenze positive sull’interoperabilità dei sistemi (fondamentale ad esempio per Sistema Pubblico di Identità Digitale, Fascicolo Sanitario Elettronico, ecc.) e, quindi, su efficacia ed efficienza nel trattamento dei dati. Certo, anche con la favorevole prosecuzione di tutto l’iter legislativo, sarà la concretezza dei fatti a portare i veri risultati, ma la premessa costituzionale è il giusto punto di partenza del percorso.

Foto di S. Quintarelli

Foto di S. Quintarelli

Il secondo è dato dal carattere del risultato: un’approvazione unanime (368 presenti, 364 votanti, 364 favorevoli, 4 astenuti) conseguita da un provvedimento che, fino a pochi minuti prima, era diretto al cestino, poiché aveva ricevuto il parere negativo del Governo e della Commissione che aveva il compito di valutarlo. Su questo presupposto si è basata una tattica che si è rivelata vincente: dopo che Stefano Quintarelli ne aveva annunciato il ritiro, Antonio Palmieri ne ha invece sostenuto le argomentazioni, portando l’Aula ad un’inversione di marcia e aprendo la strada ad una serie di interventi da parte di tutti i gruppi parlamentari che hanno fatto proprio quel provvedimento ormai pronto ad essere accartocciato. Un Governo che ostenta impegno sull’innovazione e promuove l’Agenda Digitale non può far finta di niente di fronte ad una simile presa di posizione. Probabilmente per questo motivo il ministro Maria Elena Boschi – dopo alcune consultazioni – ha comunicato un riconvertito parere favorevole del Governo, precedendo una votazione plebiscitaria.

 
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Pubblicato da su 11 febbraio 2015 in PA

 

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