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Informazioni su db

Tecnico informatico, sono stato consulente aziendale per la gestione dei sistemi informativi e di telecomunicazioni e ho lavorato in realtà di ogni dimensione (dalle PMI alle multinazionali). Attualmente mi occupo dei sistemi informativi e di telecomunicazioni di un gruppo industriale. Oltre alla mia attività professionale, collaboro con varie testate e siti di informazione tecnologica. Computerworld e Punto Informatico sono le testate specialistiche con cui in passato ho collaborato molto frequentemente, mentre ora mi occupo sempre di tematiche tecnologiche per The New Blog Times, il primo blornale italiano dedicato a tecnologia e scienza, e per il Corriere delle Comunicazioni in relazione all'iniziativa AgendaDigitale.eu. Collaboro con RCI Radio.

Gmail, piano con gli allarmismi

E’ caduto, ma dopo un po’ si è rialzato: il web service di Gmail, ieri, ha avuto un problema di funzionamento che lo ha reso inaccessibile per circa 2,5 ore, poi tutto è tornato come prima. Ho parlato di web service perché io stesso ho avuto modo di appurare che la posta era comunque gestibile in modalità IMAP (e anche POP3, dopo un breve momento di indisponibilità). La versione mobile fruibile dal mio BlackBerry, all’ora di pranzo, non dava problemi.

Trovo quindi ingiustificato l’allarmismo serpeggiato in rete ieri, anche se posso capire il disappunto manifestato al momento del black-out da chi si appoggia a Gmail per la propria posta elettronica. Anche perché, come si legge sul New Blog Times, in realtà l’incidente non aveva proporzioni così devastanti:

Durante una normale manutenzione – spiegano da Google – la validazione degli account utente viene semplicemente eseguita a partire da un altro data center. Il bug si trovava in un pezzo di codice nuovo, il cui scopo è cercare di mantenere i dati correlati e trattati dall’utente interessato il più possibile geograficamente vicini all’utente stesso.

Il bug ha provocato un malfunzionamento proprio di questa caratteristica, causando sovraccarico per una sorta di… scaricabarile elettronico: i data center, per via del bug, si sono scaricati la responsabilità di prendersi in carico gli utenti uno di seguito all’altro, finché ce ne è stato uno che, vistosi rovesciare addosso troppe decine di migliaia di utenti da gestire, ha dato forfait.

L’inconveniente ha interessato tutti gli utenti di Gmail, tanto quelli che usufruiscono del servizio gratuito quanto coloro che usano Gmail Pro, che oltretutto – proprio per questo disservizio – saranno indennizzati con un bonus: 15 giorni di servizio gratuito, come scrive Federico Cella. Una mossa apprezzabile: Gmail Pro, come le altre applicazioni offerte da Google a pagamento, prevede uno SLA mensile pari al 99,9%, che si tradurrebbe in un tempo massimo di blocco del servizio di circa 45 minuti. La penale prevista dal servizio, spiega GigaOm, ammonterebbe circa a 40 centesimi di dollaro. 15 giorni di servizio valgono invece circa 2 dollari.

Per quanto ho detto sopra (ossia la disponibilità del servizio per soluzioni non web), tecnicamente non so quanto possa avere ragione Misha Glenny, la cui opinione – citata dall’ANSA –  è che tutto sia stato causato da un’azione di un qualche gruppo che agisce con un preciso tornaconto. Il cyber-crimine sta letteralmente esplodendo. E si sta configurando come una delle ultime frontiere del malaffare. E’ un’opinione.

P.S. comunque il mio post di ieri al riguardo mi è servito per fare un rapido censimento dei più attenti lettori di questo blog. All’ora di pranzo non mi era mai capitato di avere tutti quei commenti…

Nota: nella prima versione di questo post avevo scritto che l’availability del 99,9% prevista dallo SLA delle Google Apps era annuale, concludendo erroneamente che i vincoli contrattuali erano stati ampiamente rispettati.

 
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Pubblicato da su 25 febbraio 2009 in news

 

Domandina veloce-veloce su Gmail

E’ un problema solo mio, oppure Gmail è inaccessibile?

UPDATE: è proprio down (BBC dixit)

UPDATE 2: ora via web è up and running

 
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Pubblicato da su 24 febbraio 2009 in news

 

Browsing Wired

In questi giorni sto sfogliando il primo numero dell’edizione italiana di Wired, arrivato dopo sedici anni di quell’affascinante Wired sognato, fondato e curato da Louis Rossetto e lanciato insieme a Nicholas Negroponte.

Non sono un editore, ne’ il direttore di una rivista e non ho particolari esperienze editoriali. Probabilmente per questo motivo, nella mia impreparazione in materia, non avrei scelto di affidare alla foto di Rita Levi Montalcini l’immagine di copertina del numero di debutto. E lo dico nonostante anch’io (come Massimo Mantellini) abbia trovato bella l’intervista di Paolo Giordano, che – al netto di alcuni contenuti biografici e scientifici – trasmette di RLM un ritratto umano affascinante, sorprendente e senza età, nonostante cento intensi anni di vita non possano essere ignorati nemmeno per pochi attimi. Forse (de gustibus…) avrei scelto come copertina il grattacielo a piani rotanti di David Fisher, un impressionante progetto made in Italy, anche se sarà eretto negli Emirati Arabi (Fisher vive a Firenze, i piani saranno costruiti in Puglia, a Dubai sarà solamente assemblato).

Premesso questo, aprendo e sfogliando la rivista, l’impressione che traggo è un mix di reazioni contrastanti: sapevo già che non sarebbe stata una traduzione di Wired, ma un’edizione concepita per il pubblico italiano, per cui l’ho letto con molte aspettative. Dentro c’è molto e devo dire che ho trovato servizi decisamente interessanti, leggendone alcuni sono stato anche favorevolmente colpito, ma in questo Wired italiano il lettore si imbatte anche in pagine che, per contenuti e/o veste grafica, potrebbero facilmente trovare posto su magazine differenti e dal carattere meno tech. C’è inoltre un carico pubblicitario cospicuo, forse troppo eterogeneo (non targettizzato per il lettore di Wired) e per questo sono certo che qualcuno ne sarà irritato, ma temo si tratti di uno scotto inevitabile da pagare: anche al più ambizioso progetto editoriale di una rivista su carta, oggi più che mai, sarebbe impossibile reggersi sulle proprie gambe con i soli proventi derivanti dall’acquisto in edicola o dagli abbonamenti. E anche in queste condizioni non sarà facile stare a galla perché, come dice Negroponte, “il futuro è digitale”.

Credo sia inverosimile attenderci dalla costola italiana di Wired il carattere di rivoluzionarietà (se si può dire così) che ha avuto fin dagli esordi l’edizione nata negli States, ma a mio avviso il progetto di italianizzazione è ammirevole: questo primo numero è il primo passo di un cammino iniziato mesi e mesi fa, e non è certo il traguardo. Per questo motivo ritengo si tratti di un valido punto di partenza e mi aspetto piacevoli sorprese nei prossimi mesi. Sarebbe sorprendente che il Wired cartaceo fosse anche longevo.

 
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Pubblicato da su 23 febbraio 2009 in media, Mondo, news

 

Per me Sanremo 09 finisce qui

Non so se l’idea sia stata di Bonolis in quanto direttore artistico, ma l’esibizione offerta stasera dalla PFM che – come ospite – ha cantato Bocca di Rosa e Il pescatore condividendo il palco con Stefano Accorsi e Claudio Santamaria, coinvolgendo platea e galleria dell’Ariston, per me è stata davvero qualcosa di grandioso.

 
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Pubblicato da su 18 febbraio 2009 in media, Mondo

 

Face-ToU ballet

Sembra ieri che in rete si discuteva della sparizione di un paragrafo importante dei Terms Of Use di Facebook, quella sezione della licenza che spiegava che i contenuti pubblicati potevano essere rimossi senza alcun vincolo, rimanendo di proprietà degli utenti anche qualora avessero eliminato il proprio account. La rimozione – senza preavviso ne’ avviso – di quel paragrafo ha portato tutti a ritenere che il noto social network volesse far proprio tutto quel materiale, con i dati personali degli utenti, per fini di puro business.

La notizia è circolata in rete sollevando un giustificato polverone che ancora non si è posato, ma… coup de théâtre: la poderosa voce degli utenti non è rimasta inascoltata. in questo momento, rileggendo le condizioni di utilizzo, ritroviamo infatti il paragrafo rimosso alcuni giorni fa.

You may remove your User Content from the Site at any time. If you choose to remove your User Content, the licence granted above will automatically expire, however you acknowledge that the Company may retain archived copies of your User Content. Facebook does not assert any ownership over your User Content; rather, as between us and you, subject to the rights granted to us in these Terms, you retain full ownership of all of your User Content and any intellectual property rights or other proprietary rights associated with your User Content.

Facebook è dunque tornata sui propri passi, ripristinando le condizioni di licenza precedenti. Mark Zuckerberg ha spiegato che ciò è avvenuto proprio per le perplessità manifestate dagli utenti negli ultimi giorni. Il passo indietro – a suo dire – vuole riportare la tranquillità, mentre l’azienda si impegna a sciogliere ogni dubbio con condizioni più chiare e, auspicabilmente, all’insegna della trasparenza. Il risalto che si vuol dare all’ultimo update delle condizioni di utilizzo è tale che Facebook ne da’ notizia nella Home di ogni utente:

faceterms

La mossa è stata molto opportuna, per almeno tre validi motivi. Il primo: con il ritorno alla situazione precedente il clamore si può stemperare. Il secondo: Facebook correva il rischio di dover far fronte ad un’insurrezione di massa di una parte cospicua dei suoi utenti (nel mondo, ad oggi, sono oltre 175 milioni), la cui sparizione avrebbe comportato un danno gravissimo. Il terzo: riuscire ad evitare di avere il fiato della FCC sul proprio collo è sempre vantaggioso…

Però teniamo sempre presente due cose: in primis è importante che l’utilizzo dello strumento di comunicazione sia consapevole, perché ciò che si pubblica su Facebook non è visibile solamente a persone che godono della nostra fiducia. In secondo luogo, teniamo presente che se qualcuno vuole utilizzare i dati da noi pubblicati a scopo di marketing, ce lo deve chiedere.

 
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Pubblicato da su 18 febbraio 2009 in Internet, media, Mondo, news

 

Legalità nella rete Internet

Non ho capito perché (in realtà l’ho compreso, ma sono i modi che mi lasciano un po’ perplesso), ma ultimamente al Senato c’è un certo fermento legislativo sul fronte Internet. Il fatto non costituirebbe un problema, se – come già avvenuto pochi giorni fa – i termini della questione fossero chiari nella mente del legislatore.

Stavolta è il turno del Disegno di Legge Disposizioni per assicurare la tutela della legalità nella rete internet e delega al Governo per l’istituzione di un apposito comitato presso l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, in cui si leggono concetti che – a mio avviso – non sono definiti in modo chiaro come una legge richiederebbe.

I dubbi che mi sorgono sono molti, qui cito solo i primi che mi sono saltati all’occhio. Il provvedimento prevede che qualunque forma di pubblicazione di contenuti online verrà equiparata alla stampa in caso di diffamazione e che sarà vietato effettuare o agevolare l’immissione nella rete di contenuti in qualsiasi forma (testuale, sonora, audiovisiva e informatica, ivi comprese le banche dati) in maniera anonima.

Dove per anonima si intende… cosa? Un’opinione che reca in calce la scritta lettera firmata, benché l’autore sia comunque tecnicamente identificabile? Il commento privo di firma al post di un blog? Un contenuto pubblicato da un autore che si firma con un nickname? E comunque una pubblicazione anonima è punibile anche se non reca alcun danno e non costituisce violazione ad una norma?

UPDATE: Stefano osserva come, rispetto a come erano stati affrontati questi temi in precedenza, sono stati fatti due passi avanti, ma anche tre indietro. Possibile che sul fronte tecnologico siamo maestri solo a procedere a passo di gambero?

 
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Pubblicato da su 17 febbraio 2009 in Internet, Mondo, news, security, tecnologia

 

Facebook: scripta manent

Da qualche giorno, dai Terms Of Use (le condizioni d’uso) di Facebook sono scomparse alcune frasi di una certa rilevanza e la cosa ha allarmato gli utenti che se ne sono accorti, o che ne hanno avuto notizia. Questo (che posso riportare grazie a quanto segnalato da Giovy) è ciò che diceva la licenza fino all’inizio di febbraio:

You may remove your User Content from the Site at any time. If you choose to remove your User Content, the license granted above will automatically expire, however you acknowledge that the Company may retain archived copies of your User Content. Facebook does not assert any ownership over your User Content; rather, as between us and you, subject to the rights granted to us in these Terms, you retain full ownership of all of your User Content and any intellectual property rights or other proprietary rights associated with your User Content.

In pratica si dice che ogni utente può rimuovere a propria discrezione i contenuti pubblicati e benché l’azienda (Facebook) possa mantenere in archivio copie di tali contenuti, non farà valere diritti di proprietà su qualsiasi Contenuto e l’utente conserva la piena proprietà di tutti i suoi contenuti, inclusi i diritti di proprietà intellettuale o altri diritti di proprietà associati. Una condizione abbastanza chiara, e che ora è stata rimossa.

Il risultato di questa variazione appare altrettanto chiaro, come ha efficacemente riassunto ieri Luca De Biase sulla base di quanto evidenziato anche da Consumerist.com:

A fronte del divertimento di usare la sua piattaforma, Facebook d’ora in poi si appropria dei contenuti degli utenti. E ne può fare ciò che vuole. Per sempre. Anche quando le persone volessero rimuoverli.

Il rumore suscitato in rete da questa modifica delle condizioni d’uso è notevole e non poteva sfuggire a Mark Zuckerberg, il papà di Facebook, che ha fornito le sue  motivazioni, come rileva ancora una volta Luca:

In sostanza, dice Zuckerberg, il cambiamento serve ma non è facile da spiegare. E’ vero che ora i contenuti prodotti dagli utenti non spariscono quando questi si cancellano da Facebook. Ma questo è motivato dal fatto che devono poter restare negli spazi dei loro “amici”. Come una mail ricevuta da una persona resta, anche quando chi l’ha inviata decide di chiudere l’account di posta elettronica dal quale l’ha mandata.
Zuckerberg ammette che tutto questo è complicato. E che gli ci vorranno altri giorni di riflessione per arrivare a spiegare la questione in modo più convincente.
Un utente che elimina il proprio account da Facebook potrebbe anche essere d’accordo sul fatto che i propri contenuti rimangano visibili agli amici, ma a mio avviso il paragone con la posta elettronica regge solo fino ad un certo punto, per tanti motivi, ma per uno in particolare: l’e-mail è una forma di corrispondenza, e in quanto tale mantiene un intrinseco carattere di riservatezza (tutelato dalle normative sulla privacy) e non ha connotati social. Negli intenti dichiarati di Zuckerberg, Facebook è un sistema evoluto di comunicazione tra persone che si conoscono, ma a differenza della posta elettronica, tutto ciò che è stato scritto e pubblicato su quella piattaforma resta su server altrui, mentre la posta elettronica può essere scaricata dai server e mantenuta sul computer dell’utente, che ne può disporre come preferisce.
Per cui – al momento – mi sembra che alle condizioni di utilizzo di Facebook, per quanto riguarda il materiale pubblicato, manchino ancora delle chiare, opportune e doverose precisazioni, non tanto sull’uso che gli utenti possono fare di Facebook, quanto sull’uso che Facebook farà del materiale degli utenti. Precisazioni rese ancor più necessarie dalla prospettiva che i dati degli utenti possano essere utilizzati a scopo di marketing (un aspetto di cui gli utenti dovrebbero essere messi a conoscenza e sottoscrivere esplicitamente).

Fino a quando non ci sarà chiarezza su questo fronte, ma in realtà anche dopo, è opportuno mantenere un atteggiamento consapevole di tutte le possibilità (positive o meno) offerte da questo strumento di comunicazione: molti utenti, quando pubblicano qualcosa, pensano che tanto nel “diario” di FB – che si aggiorna minuto per minuto – tutto scorra e sono convinti che ciò che pubblicano oggi svanirà nel giro di qualche giorno.

Dimenticando che, come disse Caio Titus, verba volant, scripta manent.

 
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Pubblicato da su 17 febbraio 2009 in Blogosfera, Internet, media, Mondo, news, privacy

 

Rimodulazioni, multa per TIM e Vodafone

Come è stato ampiamente riportato dalla stampa e dall’Antitrust nel proprio bollettino, TIM e Vodafone sono state multate – ognuna per la somma di 500mila euro – per pratiche commerciali scorrette.

Molti ricorderanno che entrambe, durante il mese di agosto, avevano avvisato via SMS i propri utenti che nell’autunno avrebbero effettuato sui piani tariffari alcune rimodulazioni (termine che si traduce quasi sempre in un aumento dei prezzi). I Consumatori, rappresentati da varie associazioni, si erano attivati chiedendo l’intervento delle Authority competenti, contestando l’operazione e le modalità non ortodosse con cui le due compagnie telefoniche avevano informato i propri clienti.

A supporto delle lagnanze degli utenti, Altroconsumo aveva prodotto un’analisi delle nuove tariffe previste da TIM e Vodafone, concludendo che i “ritocchi” si sarebbero tradotti in un rincaro annuale variabile tra i 49 e gli 83 euro per ogni cliente. Alla luce della notizia di oggi, appare quindi chiaro che all’esposto inviato all’Autorità per le telecomunicazioni e all’Antitrust abbia risposto solo quest’ultima.

La domanda, come in altri casi precedenti, sorge spontanea: l’arma della sanzione può essere valida ed efficace affinché simili situazioni non si ripetano? Assolutamente no: 500mila euro è la massima sanzione applicabile, secondo l’attuale regolamentazione. Però, come ha puntualmente calcolato Stefano in base al volume d’affari delle due aziende, ai diretti interessati questa multa fa solletico perché è come se una persona che guadagna 30.000 euro all’anno fosse sanzionata per 1,5 euro nel caso di TIM e di 1,9 euro nel caso di Vodafone Italia.

Inoltre, come spesso ricorda il sottoscritto, questa “punizione” potrebbe essere considerata dalle due aziende come una spesa pubblicitaria. Le nuove tariffe, infatti, sono entrate in vigore dallo scorso autunno e sono state regolarmente applicate agli utenti, quindi nelle casse di TIM e Vodafone sono comunque fluiti senza intoppo i maggiori ricavi derivanti dalle rimodulazioni presentate alla clientela in modo non corretto (e sanzionato) e che – considerando come attendibile la stima di Altroconsumo – porteranno ogni utente a spendere, in un anno, dai 49 agli 83 euro più di prima.

 
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Pubblicato da su 16 febbraio 2009 in news

 

Il fantasma di una notizia

La testata britannica The Sun ha dato risalto ad una non-notizia (che il TgCom ha riportato, ritenendola evidentemente attendibile) basata sul video girato da un dodicenne in casa propria. Il filmato – realizzato con un telefono cellulare – sembra mostrare l’inquietante presenza di un fantasma.

Ovviamente non c’è da stupirsi che un ragazzino realizzi un filmato di questo tipo, giocando con l’obiettivo della fotocamera del telefonino: la cosa che suscita meraviglia è che questo scherzo si trasformi in una notizia da pubblicare sul Sun e che qualcun altro la riproponga, cascandoci mani e piedi. Tra questi, secondo il giornale, c’è anche un membro della British Paranormal Society, secondo il quale il filmato è potenzialmente la migliore immagine di un fantasma che si sia vista da anni!

(segnalata da Paolo Attivissimo)

 
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Pubblicato da su 13 febbraio 2009 in media, news

 

E spegni…

Ecco un invito da seguire: non ha connotazioni politiche e può solo giovare a tutti quanti…

millumino2009

L’invito rivolto a tutti è quello di spegnere luci e dispositivi elettrici non indispensabili il 13 febbraio 2009 dalle ore 18.

 
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Pubblicato da su 13 febbraio 2009 in news

 

I pericoli del decreto filtra-Internet

Venerdì scorso scrivevo dell’inopportunità dell’approvazione dell’art. 50 bis del DDL “Disposizioni in materia di sicurezza pubblica” , intitolato Repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet). Nel post citavo una considerazione di Stefano Quintarelli, che ieri è tornato sull’argomento con una riflessione puntuale e approfondita, che può essere molto utile a capire le implicazioni della questione, e di cui mi limito a riassumere alcuni punti salienti.

Ad una prima lettura appare chiaro che il testo approvato al Senato risulta essere addirittura pericoloso perché le sue possibilità di applicazione sono innumerevoli, vista la genericità dei termini con cui è stato formulato. Si prevede che il provvedimento si applichi per delitti di istigazione a delinquere o a disobbedire alle leggi, ovvero per delitti di apologia di reato, previsti dal codice penale o da altre disposizioni penali, un concetto fin troppo esteso, che comprende in pratica qualunque caso di inosservanza ad una qualunque legge. Il fatto che poi siano da perseguire i presunti delitti perpetrati in via telematica sulla rete internet non riguarda solamente un testo pubblicato in una pagina di un sito web o di un social network, ma di ogni mezzo di comunicazione elettronico che sfrutti Internet, inclusa la posta elettronica e i messaggi scambiati via chat. Ho parlato di presunti delitti, perché qui (purtroppo) non serve avere prove certe: in base a questo provvedimento, l’Autorità può muoversi qualora sussistano concreti elementi che consentano di ritenere che alcuno compia detta attivita’ di apologia o di istigazione, ordinando ai provider di utilizzare appositi strumenti di filtraggio necessari al fine di impedire le attività incvriminate.

Ora, dal momento che l’attività di filtraggio di cui parla questo provvedimento non sta ne’ in cielo ne’ in terra dal punto di vista tecnico, se la legge dice che è necessario impedire le attività incriminate, il provider – per obbedirvi – potrebbe vedersi costretto a prendere misure radicali, bloccando la pubblicazione di interi siti web o impedendo in toto l’utilizzo degli altri strumenti digitali di comunicazione. Una misura non solo eccessiva, ma anche estremamente dannosa e deleteria, perché così concepita colpirebbe pochi colpevoli e innumerevoli innocenti e costituisce una norma anticostituzionale che va contro la libertà di espressione di tutte le persone in buona fede.

E visto che il provvedimento deve essere valutato dalla Camera dei Deputati, ora potrebbe essere una buona idea far sapere loro (elenco indirizzi e-mail) come stanno realmente le cose, confidando che la l’intelligenza e la lungimiranza di qualcuno porti alla proposta di emendamenti più ragionati. Se avete conoscenze alla Camera, questa è una buona occasione per trasmettere un opportuno segnale di allarme.

 
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Pubblicato da su 12 febbraio 2009 in Internet, news, tecnologia, telefonia

 

Silenzio

 
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Pubblicato da su 9 febbraio 2009 in news

 

Internet, lucchetti in arrivo?

Ho captato qua e là che in pochi si stanno rendendo conto del pasticciaccio brutto che è avvenuto in Senato con l’approvazione dell’art. 50 bis del DDL “Disposizioni in materia di sicurezza pubblica” , intitolato Repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet).

Ora il provvedimento deve passare il vaglio della Camera, ma c’è da augurarsi che ciò non avvenga. Perché? Perché si tratta di un pugno di parole scritte male, come scrive Guido Scorza, parole che minacciano concretamente la libertà di manifestazione del pensiero in Rete.

In sostanza, nell’eventualità che in Internet sia pubblicato un documento (un articolo, un post, una pagina di un sito web o di un social network, eccetera) con contenuti che possano costituire istigazione a delinquere o alla disobbedienza alle leggi, o ancora per delitti di apologia di reato, questo provvedimento impone ai provider di inibire a chiunque l’accessibilità a quel documento. C’è un problema di fondo: a un provider non è possibile bloccare tramite filtraggio l’accesso ad un singolo documento incriminato. Un provider può solamente inibire l’accesso all’intero sito su cui è pubblicato quell’unico documento.

Questo significa, ad esempio, che se in un blog venisse pubblicato un post dai contenuti che l’Autorità giudicasse non legittimi, il provider – per adempiere a tale provvedimento – dovrebbe bloccare l’accesso all’intero blog. Ciò vale anche per la singola pagina di un social network: qualcuno avrà sentito parlare, nelle scorse settimane, della presenza su Facebook di pagine e di gruppi dedicati agli ammiratori di personaggi della malavita. In quel caso – che è poi la miccia che ha fatto esplodere il caso in esame al Parlamento – dal momento che un provider non può inibire agli utenti l’accesso a quelle singole pagine, l’unico modo per farlo sarebbe quello di bloccare a tutti quanti l’accesso a Facebook.

Definire eccessivo questo provvedimento è dire poco. Partendo dal principio che in un sito Internet non deve esistere un contenuto illegittimo (in forma di testo, audio o video), se fosse pubblicato dovrebbe essere fatto rimuovere – a cura di chi gestisce quel sito – in base all’ordinanza dell’Autorità.Ma come si è arrivati al pasticciaccio? Come ha osservato Stefano Quintarelli, interpellato da Punto Informatico:

“l’ICT è un tema specialistico non così ampiamente noto ai parlamentari. Esiste la Fondazione Bordoni che è un thinktank in materia di TLC, che ha sempre lavorato per il ministero delle Comunicazioni.”

“È stata consultata? – si chiede Quintarelli – Non credo proprio che avrebbero espresso parere favorevole a un provvedimento come questo. E se non è stata consultata, sarebbe cosa buona e giusta farlo, per il futuro”.

“Internet è uno strumento di comunicazione – ammonisce Quintarelli – non un’arma di diffusione di massa”.

Il provvedimento appare dunque frutto di una pesante ignoranza. L’ignoranza non è una colpa, ma in questo caso lo è in quanto è alla base di un provvedimento mal scritto, aggravata dal fatto che per la sua stesura il legislatore non si è avvalso degli strumenti di cui disponeva. Gravissimo.

E’ necessario che questo concetto arrivi al più presto ai deputati che siedono alla Camera, chiamati a valutare questo provvedimento. Colpire gli strumenti di comunicazione è un grave errore.

 
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Pubblicato da su 6 febbraio 2009 in Internet, media, Mondo, news

 

Rubik lancia la palla

Nel 1974, lo scultore e professore di architettura ungherese Ernő Rubik inventò un gioco di logica chiamato Cubo Magico, che nel 1980 spopolò grazie alla Ideal Toys come Cubo di Rubik.

Ora, nel 2009, il professore ci riprova con Rubik 360. Un altro cubo? No, una sfera. Anzi: tre sfere trasparenti concentriche, dentro le quali si muovono sei palline colorate (che replicano le sei facce del cubo in blu, rosso, bianco, verde, giallo e arancione): il giocatore deve spostarle (agendo sulle sfere con movimenti simili a quelli richiesti dal cubo) affinché si sistemino nei rispettivi alloggiamenti colorati.

Il nuovo Rubik 360, erede del Cubo Magico

Il nuovo Rubik 360, erede del Cubo Magico

Il nuovo gioco, che sarà presentato in Germania domani alla Fiera internazionale del giocattolo di Norimberga, è chiamato a ripetere il successo del Cubo, obiettivo mancato dai suoi successori Magic e Snake (li avevate dimenticati, vero?). Riuscirà nell’impresa?

 
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Pubblicato da su 4 febbraio 2009 in news

 

Trois… deux… un…

La figura dell’arbitro riscuote sempre consensi contrastanti, ma lui era uno dei pochi davvero amati dal pubblico. Insieme a Guido Pancaldi (anch’egli svizzero) ha formato per anni una coppia inossidabile, davvero un simbolo di Giochi senza Frontiere, che fin dagli anni ’60 trasmetteva ai telespettatori del Vecchio Continente un embrione del concetto di Europa unita. Il mitico Gennaro Olivieri si è spento ieri a Neuchâtel, all’età di 87 anni.

 
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Pubblicato da su 4 febbraio 2009 in media, Mondo, news