Ieri sera, poco dopo le 22.00, WhatsApp ha iniziato a mostrare segni di cedimento che, poco dopo, si sono rivelati sintomi di un blackout che si è protratto per alcune ore. Ore di panico per alcuni e ore di pace per altri, dice questo articolo di Rai News, rilevando le reazioni degli utenti che hanno evidenziato il disservizio su Twitter, Facebook e altre applicazioni.
Indipendentemente dal fatto che esistano alternative che svolgono egregiamente la stessa funzione, il rilievo globale che questa notizia ha raggiunto ci dà la misura di quanto il mondo sia sempre più attento alle sciocchezze e sempre meno incline a dare il giusto peso a cose ed eventi.
Se WhatsApp smette di funzionare – temporaneamente o definitivamente – il mondo va avanti, la vita continua e le persone possono comunicare ugualmente. Gli unici legittimati a preoccuparsene sono Mark Zuckerberg e chi lavora con lui. Coloro che, da utenti, hanno legato la propria sorte ad un servizio di messaggistica, dovrebbero porsi qualche domanda e farsi aiutare a trovare le risposte giuste.
Comunque teniamo sempre presente che buona parte di noi ha un’ottima scorta di SMS inutilizzati.
Non sono spaventato dal fatto che Donald Trump (pronto a prendere il posto di Barack Obama alla Casa Bianca) abbia poca dimestichezza con la tecnologia, ne’ per la sua manifesta avversione nei suoi confronti, anche se per alcuni aspetti trovo condivisibili le perplessità manifestate da molti addetti ai lavori sulle prospettive che potrebbero delinearsi. Certamente non spreco applausi, ne’ scuoto la testa, poiché semplicemente non so con certezza quali siano le reali prospettive all’orizzonte.
Trump ha raggiunto il suo obiettivo muovendosi con una campagna elettorale affatto diplomatica, ha riscosso un consenso mediatico pressoché nullo eppure ha vinto. E ora possiamo solo prevedere che il suo mandato possa riflettere la sua personalità, ma non possiamo sapere in che modo la sua attività presidenziale sarà condizionata dal suo entourage di staff e consiglieri. Certo, ciò che ha espresso finora non ha nulla a che vedere con l’approccio alla tecnologia manifestato da Hillary Clinton, testimoniato anche dall’appoggio ricevuto da molti grandi nomi del settore e dalla lettera aperta firmata contro Trump dalle stesse persone. Alcuni osservatori, inoltre, sottolineano quanto molte posizioni espresse da Trump, in materia di tecnologia (ma non solo) siano spesso contraddittorie.
Limitandomi ad un punto di vista tecnologico, tuttavia, constato che il World Wide Web ha visto la luce nei primissimi anni ’90, in seguito ad una proficua attività di ricerca, sviluppo e implementazione condotta nei decenni precedenti. Erano gli anni della presidenza di George Walker Bush (1989/1993), che come predecessore ebbe Ronald Reagan (1981/1989), repubblicani conservatori e non propriamente moderati. Di Reagan molti sottolinearono mediocrità e inadeguatezza, tuttavia l’evoluzione in corso non fu frenata dai suoi otto anni di presidenza. Non sto ovviamente esprimendo giudizi sul loro mandato in senso globale, ma rilevo che in quegli anni il mondo ha fatto passi da gigante e ha consolidato le basi di una tecnologia che oggi tutti conosciamo e utilizziamo.
Per questo auspico che l’apparente versione “trumpistica” di “Andiamo a comandare” vada a dissolversi e si trasformi nella convinzione che il percorso della tecnologia non possa essere fermato, ne’ fare inversione di marcia. “Facciamo il tifo perché abbia successo”, come ha detto Barack Obama nei confronti di Trump, confidando che non si tratti di un successo personale con vantaggi personali, ma di un successo a reale beneficio di coloro che è chiamato a rappresentare.
Di tutto ciò che è stato detto, scritto e mostrato sulla tragedia dell’11 settembre 2001, penso che questa immagine possa trasmettere una vaga idea della dimensione umana di quanto accaduto
Google ha lanciatoAuto Awesome Photobombs, applicazione per fare selfie con personaggi famosi, annunciatoGmail Shelfie, per personalizzare con autoscatti particolari i temi di Gmail e creato la Google Magic Hand, per smanettare sullo smartphone senza usare le (proprie) mani… senza contare l’invasione dei Pokemon su Maps per iOS e Android.
Nokia, che ha presentato un 3310 in versione smartphone, con display touchscreen al posto della nota tastiera e la fotocamera da 41 Megapixel
BMW ha presentato la serie ZZZ (una culla) e il Force Injection Booster, tecnologia che permette di percepire l’effetto dell’alta velocità anche se si va a meno di 30 km/h
Di quello della Ceres Soft Ale ho già parlato giorni fa: il pesce d’aprile più evidente e innocuo (l’inesistenza del prodotto) s’intravedeva dal countdown, la raccolta dei dati personali tramite Facebook è stato, a mio avviso, l’aspetto beffardo più nascosto.
Pesci degni di nota, in realtà, ne sono stati pubblicati a bizzeffe. Troppi per poterli elencare tutti, ma in effetti non sempre ne vale la pena: ormai, alla data 1 aprile, sempre più persone si alzano dal letto con la certezza di leggere o sentire qualcosa di assurdo. E l’effetto sorpresa ormai va svanendo.
UPDATE: in ogni caso devo formulare i miei complimenti alla redazione di Lecconotizie.com, che è riuscita a confezionare ben sei pesci d’aprile che, nonostante quanto detto sopra, hanno ugualmente riscosso notevole successo.
La strategia di comunicazione a base di slide sfoggiata ieri da Matteo Renzi con una certa efficacia – almeno per quanto riguarda l’aspetto divulgativo (dimostrata essenzialmente dal fatto che tutti ne parlano) – è una “novità” che ha precedenti abbastanza importanti…
Al termine di un iter alquanto tortuoso, la cosiddetta webtax è stata accantonata, ma solo per quanto riguarda l’obbligo, per le aziende che fanno business via Internet, di avere una partita IVA italiana:resta in vigore, per le imprese, la regolamentazione dei pagamenti – che potranno essere effettuati solo con bonifico bancario o postale, o con altri strumenti da cui si possa identificare la corrispondente partita IVA del beneficiario – così come rimangono in piedi anche il requisito della stabile organizzazione e la tracciabilità dei profitti.
Per quanto possa sembrare – ed essere – una soluzione impercorribile così com’è stata concepita, la proposta della webtax testimonia un problema molto serio legato alle opportunità di elusione fiscale da parte di molte grandi aziende. E’ un problema di dimensioni rilevanti e, dato che riguarda realtà che operano su mercati di livello internazionale grazie al regime di libera concorrenza, non può essere affrontato solamente a livello locale e non va pensato unicamente con orientamento ai business legati ad Internet (l’elusione fiscale, i paradisi fiscali esistono da quando esiste il fisco, non da quando esiste la rete), anche se sono quelli che generano i numeri meno visibili: tanto per rendere l’idea del fatto che la questione è più ampia del Vecchio Continente, è sufficiente notare che Google ha la sua base negli USA, ma ha sedi anche in Irlanda, Olanda e Bermuda, e si stima che – in virtù dei differenti regimi fiscali in vigore in questi stati – nel 2012 il risparmio fiscale negli Stati Uniti sia stato pari a 2 miliardi di dollari.
A soluzioni mirate ad evitare il profit shifting (l’opportunità di veicolare profitti nei paradisi fiscali e non avere utili imponibili negli stati in cui si opera) stanno lavorando, in ottica internazionale, la Commissione Europea e l’OCSE, lavorando su due fronti: uno è ovviamente quello fiscale, perché la disinvoltura delle multinazionali che operano su Internet è foriera di danni dal punto di vista delle entrate pubbliche, ma c’è anche da osservare la concorrenzialità dell’ampio mercato in cui queste aziende si muovono, dal momento che sfruttano agevolazioni che danno loro un enorme vantaggio nei confronti di altre aziende, incluse quelle della GDO (Grande Distribuzione Organizzata).
Esiste già una direttiva europea – la n.112 del 2006 – in cui, anche in seguito a modifiche successive, è stato previsto che gli Stati UE possano pretendere il pagamento delle tasse dove vengono erogati i servizi. L’entrata in vigore di questa norma è fissata per il gennaio 2015, ma non si escludono slittamenti. Sarebbe opportuno che non si verificassero: le distorsioni fiscali e di mercato sono già andate oltre ogni limite tollerabile e la proposta della webtax, seppur con le sue criticità, ha avuto un effetto positivo nell’evidenziare la questione e portarla ad alti livelli di discussione, che dovranno tradursi in fatti.
Ma come ha fatto a rendersene conto la Scuola di Psicoterapia Erich Fromm, che ha reso noto questo status?
L’istituto ha calcolato l’indice di felicità dei cittadini delle 110 province esistenti in Italia, interpellando un campione di 2mila persone, tra i 25 e i 70 anni. L’indice va da 1 a 100 e Lecco si posiziona al primo posto con un punteggio di 89 su 100: chi vive in provincia di Lecco apprezza la qualità della vita, i rapporti umani tra i cittadini e l’aria buona che si respira. L’ultima posizione spetta allaa provincia di Potenza con un indice di felicità di 5 su 100.
Peccato che l’Italia sia il Paese meno felice del mondo occidentale, almeno leggendo quanto emerge dai dati mondiali 2013 sul benessere stilati dall’ONU, che ci pongono al 45esimo posto, tra Slovacchia e Slovenia e molto lontani dalla vetta della classifica dove si trova la Danimarca, seguita da Norvegia, Svizzera, Olanda e Svezia. Comunque siamo anche alle spalle di Colombia (35esima posizione) e Suriname (40esima). Però attenzione: secondo il Happy Planet Index chi sta meglio è il Costa Rica. Ma quindi, come la mettiamo?
Gli studi si devono basare su dati attendibili e sondare un campione significativo e rappresentativo. Senza guardare alle ricerche sui dati mondiali, mi limito ad osservare che lo studio che vede sorridere Lecco è stato condotto su un campione totale di 2mila persone, prese fra tutte le 110 province di uno Stato che ha 60 milioni di abitanti. Significa che in media, per ogni provincia, sono state interpellate 18 persone.
Su Winamp.com si legge l’annuncio dell’imminente scomparsa del popolare player:
Winamp.com and associated web services will no longer be available past December 20, 2013. Additionally, Winamp Media players will no longer be available for download. Please download the latest version before that date. See release notes for latest improvements to this last release.
Thanks for supporting the Winamp community for over 15 years.
La NSA (National Security Agency, l’agenzia americana per la Sicurezza Nazionale) e il GCHQ (Government Communications Head Quarter, l’ente britannico per la sicurezza nelle comunicazioni)sono in grado di acquisire informazioni dai sistemi di comunicazione anche quando i dati sono criptati.
E’ quanto riportato ieri da Guardian, New York Times e Pro Publica, citando ancora una volta Edward Snowden come fonte. Significa che queste organizzazioni di intelligence sono in grado di aggirare le soluzioni di crittografia, e di questo forse non dovremmo stupirci, visto il tipo di attività che svolgono le agenzie e – soprattutto – alla luce di quanto è emerso negli ultimi mesi.
La cosa che tuttavia può risultare più inquietante è il programma di collaborazione che NSA ha sviluppato con alcune grandi aziende d’oltreoceano che si occupano di tecnologia. Nell’ambito di questo programma, a quanto pare, è prevista una partecipazione – più o meno attiva – al progesso di progettazione e sviluppo dei prodotti, allo scopo di conoscere (o inserire ad hoc?) backdoor e punti deboli nei sistemi di cifratura, per poterli poi sfruttare e accedere alle informazioni protette dagli stessi sistemi. La stessa agenzia, negli ultimi anni, avrebbe inoltre operato affinché, nella stesura dei protocolli di comunicazione e delle regole di cifratura utilizzate come standard a livello internazionale, venissero inserite vulnerabilità appositamente studiate per agevolare operazioni di intelligence.
Non c’è scampo dunque? Non è esattamente così: se riteniamo attendibili le dichiarazioni finora rilasciate da Snowden, le possibilità di accesso non sono infinite e la NSA non ha conoscenza totale di tutti i sistemi di sicurezza. Un primo fatto certo, però, è che non tutte le informazioni che circolano al mondo sono interessanti e, quindi, non è detto che tutto sia suscettibile di intercettazione (quindi non temete che la mail innocentemente spedita all’amico possa essere utilizzata contro di voi). Un secondo fatto certo è che le novità su questo argomento non sono finite. Un terzo fatto certo – in realtà il più importante, da non dimenticare mai – è che, nel mondo digitale, non esiste la sicurezza assoluta al 100% che la segretezza di un’informazione non possa essere violata.
Microsoft ha messo le mani su Nokia: l’annuncio ufficiale è di poche ore fa e formalizza una partnership destinata ad evolversi in questi termini.
In realtà il colosso americano non rileva tutta l’azienda finlandese, ma ciò per cui è conosciuta al grande pubblico con il suo marchio, cioè tutte le attività legate al settore della telefonia mobile, con licenze e brevetti, acquisendo – al momento per quattro anni – i diritti di utilizzo dei servizi di mappe e navigazione Cloud HERE. Rimarranno sotto il cappello Nokia il team di ricerca e sviluppo Advanced Technologies, la divisione Solutions and Networks (già “Nokia Siemens Networks”) e la titolarità dei servizi di mappe e navigazione Cloud HERE (in cui rientrano le attività di Navteq, noto produttore di mappe e sistemi informativi geografici utilizzati da molti navigatori satellitari).
Il valore dell’operazione di acquisto da parte di Microsoft è di 7,2 miliardi di dollari (5,4 miliardi di euro), una cifra decisamente inferiore ai 19 miliardi sparati un paio di anni fa da alcuni rumors che preannunciavano le intenzioni di acquisto su Nokia.
E’ verosimile ipotizzare che il brand Nokia sparisca gradualmente dal mercato della telefonia mobile, a favore del logo Microsoft, che potrebbe essere affiancato al nome della gamma di prodotti (Lumia e Asha). I mercati cambiano velocemente: fino a pochi anni fa Nokia era leader nel mondo dei telefoni cellulari, esattamente come, tempo addietro, lo fu Motorola. Le difficoltà sono iniziate con le evoluzioni del settore: da qualche anno, il cellulare non è più semplicemente un apparecchio telefonico, ma è un computer tascabile pieno zeppo di funzioni e accessori.
Da quando sul mercato sono arrivati gli smartphone, essere produttori di ottimi telefonini non è più stato sufficiente. I cellulari di Motorola sono stati acquistata da Google, quelli di Nokia da Microsoft. I colossi del software si aggiudicano l’hardware.
È una convergenza di business e di interessi. Come quella di Apple, che progetta in casa sia l’hardware che il software.
Post scriptum: altre novità potrebbero arrivare in Microsoft molto presto, considerando che Steve Ballmer è in procinto di abbandonare la sua poltrona di CEO, e che Stephen Elop sta facendo lo stesso passo, uscendo da Nokia per entrare in Microsoft come vice presidente esecutivo della divisione Devices & Services.
Reboot the system now è l’indicazione che compariva sullo schermo del primo server (Unix) su cui ho lavorato. Significava che era il momento di far ripartire la macchina. Esattamente come oggi: si ricomincia!
Stephen Colbert si era aggiudicato una prestigiosa intervista con i Daft Punk (che in TV non vanno quasi mai) all’interno di The Colbert Report, il “TG” satirico che Colbert conduce su Comedy Central (emittente del gruppo Viacom). L’intervista era prevista per martedì, ma lunedì scorso è stata annullata perché MTV (anch’essa di Viacom) aveva già concordato un’esibizione esclusiva del duo francese (interverranno a sorpresa agli MTV Video Music Awards il 25 agosto).
Colbert si è vendicato di questo scippo: ha raccontato al pubblico tutto quanto, a modo suo (spiegando che MTV farà comparire i Daft Punk a sorpresa e chiedendo a tutti “di non dirlo a nessuno”) e ha mandato in onda un video dove balla Get Lucky insieme ad una serie di inattesi superospiti, trasformando una batosta in un colpo pubblicitario.
Infine, il capitolo sicurezza, con il potenziamento della legge Mancino. In particolare, la stretta dovrebbe riguardare l’uso di Internet per la propagazione virale di odio razziale e istigazione alle discriminazioni.
Questa frase conclude un articolo pubblicato oggi su La Stampa anticipando il piano anti razzismo che verrà presentato oggi dal Ministro per l’Integrazione Cécile Kyenge, che promuove un’iniziativa che merita il massimo appoggio, ma che sarebbe opportuno non avesse conseguenze superflue. Il titolo dell’articolo recita: Stretta su web e caporalato – E nel piano Kyenge anche scuole d’italiano per migranti
Mi spiego meglio: non capisco perché molte persone siano convinte che l’applicazione delle leggi già esistenti non riguardi Internet. Prendiamo ad esempio proprio la Legge Mancino, senza entrare nel merito dei dibattiti legati alla sua possibile incostituzionalità e osservandone solo l’ambito di applicazione, dato che si parla addirittura di un suo possibile potenziamento. All’articolo 1 si legge che
[...] è punito:
a) con la reclusione sino a tre anni chi diffonde in qualsiasi modo idee fondate sulla superiorita' o sull'odio razziale o etnico, ovvero incita a commettere o commette atti di discriminazione per motiv razziali, etnici, nazionali o religiosi;
“In qualsiasi modo”. E’ reato farlo con scritte sui muri, urlandolo per strada o in una trasmissione televisiva, pubblicandolo su un giornale o su un sito web.
b) con la reclusione da sei mesi a quattro anni chi, in qualsiasi modo, incita a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi.
E' vietata ogni organizzazione, associazione, movimento o gruppo avente tra i propri scopi l'incita ento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. Chi partecipa a tali organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi, o presta assistenza alla loro attivita', e' punito, per il solo fatto della partecipazione o dell'assistenza, con la reclusione da sei mesi a quattro anni. Coloro che promuovono o dirigono tali organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi sono puniti, per cio' solo, con la reclusione da uno a sei anni chi pubblicamente esalta esponenti, principi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche. Se il fatto riguarda idee o metodi razzisti, la pena è della reclusione da uno a tre anni e della multa da uno a due milioni
L’ articolo 4 punisce e sanziona
chi pubblicamente esalta esponenti, principi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche. Se il fatto riguarda idee o metodi razzisti, la pena è della reclusione da uno a tre anni e della multa da uno a due milioni
Internet non è un mondo irreale e chi ne fa uso per la propagazione virale di odio razziale e istigazione alle discriminazioni è soggetto alle leggi e alle sanzioni previste per chi lo fa “in qualsiasi modo”. Rintracciare su Internet una persona che pubblica boiate – anche in modo anonimo – è molto più facile che scovare chi scrive sui muri.