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INPS up! Bene… ma non benissimo

Uno dice: dopo quanto accaduto ieri, se oggi il sito INPS è di nuovo attivo sarà “a posto”! Giusto?

Pare di no: la ricostruzione curata da Gianmarco Vinciguerra su DR COMMODORE.it ci racconta un’altro problemino: dopo l’accesso al portale nella sezione del bonus baby-sitting, un utente si è trovato di fronte un pannello che sostanzialmente gli permetteva di leggere i dati di tutte le domande inserite in precedenza, con i dati personali dei richiedenti. Ma i dati non solo erano consultabili, ma anche modificabili:

 
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Pubblicato da su 2 aprile 2020 in Internet, istituzioni, news

 

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Edge, Microsoft si è arresa a Google

Colpisce un po’ vedere Microsoft che pubblicizza la nuova versione del browser Edge enfatizzando, come una referenza, il fatto che “utilizza ora la stessa tecnologia di Google Chrome“.

Esistono utenti nel mondo Windows che usano Edge da anni quasi senza saperlo: sul loro PC c’è quell’icona con la “e” minuscola azzurra, non troppo dissimile da quella di Internet Explorer, e per loro è sufficiente, perché basta avere un browser. Molti altri sono invece consapevoli di cosa sia Edge, ossia quell’erede scarso di Explorer che però spesso ha problemi e spinge gli utenti ad utilizzare browser alternativi. Va precisato che prevalentemente si tratta di problemi che mandano in tilt “EdgeHTML” (quella parte di codice che in Edge “compone” le pagine web), soprattutto quando l’utente utilizza i servizi della famiglia Google, dal motore di ricerca ad altre piattaforme come YouTube. Per questo motivo Microsoft ha pensato di correre ai ripari realizzando un nuovo browser, basato però su Chromium, la stessa tecnologia di Chrome.

Gli utenti di Windows 10 lo stanno ricevendo in queste settimane, nell’ambito di una campagna di aggiornamenti che è in corso. Chi non l’avesse ancora visto comparire sul proprio computer e non vedesse l’ora di provarlo, può scaricarlo da questa pagina: https://support.microsoft.com/it-it/help/4501095/download-the-new-microsoft-edge-based-on-chromium.

Può solamente essere migliore del suo predecessore. E chissà se così Microsoft potrà modificare i contenuti della pagina “Cosa fare quando Microsoft Edge non funziona

 
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Pubblicato da su 3 marzo 2020 in Internet, news, tecnologia

 

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#Web30 Trent’anni fa prese vita il progetto che portò al World Wide Web

“Vague but exciting” 

Il 12 marzo 1989, Tim Berners-Lee, ricercatore presso il CERN, presentò al suo capo Mike Sendall la sua proposta su un progetto per un sistema di gestione delle informazioni in un documento dal titolo “Information Management: A Proposal“.  “Vaga, ma eccitante” scrisse a mano Sendall sulla prima pagina di quella proposta, che sostanzialmente delineava la struttura di una soluzione a cui Berners-Lee, con la collaborazione di Robert Cailliau, aveva pensato per risolvere un problema: gestire in modo organizzato i dati relativi a tutti i progetti ed esperimenti condotti nell’organizzazione, un grande “database ipertestuale” con link, per collegare i contenuti tra loro.

Il progetto fu sviluppato e il sistema cambiò nome da Mesh a World Wide Web. Dalla prima “pagina web” pubblicata nel 1991 (http://info.cern.ch/hypertext/WWW/TheProject.html) ad oggi, i progressi sono stati molti. Ma oltre alle innovazioni di base, c’è da considerare un altro aspetto rivoluzionario di questo progetto: la decisione del CERN, annunciata il 30 aprile 1993, di rendere la tecnologia WWW di pubblico dominio, quindi liberamente utilizzabile da tutti. E’ sempre opportuno precisare che il World Wide Web non è Internet, ma ne è un servizio: Internet è un’infrastruttura, una rete a cui sono connessi dispositivi di varia natura in tutto il mondo. WWW permette di accedere a dati, informazioni e prodotti multimediali, pubblicati a livello professionale o amatoriale, collegati tra loro.

Qui è possibile seguire i festeggiamenti di questo anniversario presso il CERN: https://web30.web.cern.ch/

PS: Internet è nata prima

 
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Pubblicato da su 12 marzo 2019 in Internet

 

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Facebook at Work ora si chiama Workplace

Con un colpo di scena assolutamente ininfluente, il già annunciato Facebook at Work è stato ribattezzato Workplace by Facebook.

Per il resto vale quanto già scritto nel mio post di fine settembre:

Considerazione non superflua: è necessario essere consapevoli che si tratta di un sottoinsieme di Facebook, prima di pensare di utilizzarlo per comunicare informazioni riservate. E’ una questione di sicurezza tutt’altro che trascurabile perché, sebbene l’utilizzo sia interno all’azienda, il livello di controllo esercitabile sulle operazioni compiute e sui dati memorizzati su quella piattaforma sarà sempre comunque inferiore a qualunque altro sistema amministrato internamente. Pertanto è bene porre la massima attenzione a non trasformarlo in un database di dati aziendali importanti, critici o sensibili. Per il bene vostro e della realtà per cui lavorate.

 
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Pubblicato da su 11 ottobre 2016 in Internet, news

 

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Il paradosso dei Radiohead

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Che i Radiohead siano spariti dal web (piallando ogni traccia social alla faccia dei followers) per raggiungere la più ampia visibilità possibile in vista del lancio del prossimo album? 😉

 
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Pubblicato da su 2 maggio 2016 in business, comunicazione, Internet, media

 

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Google ci mette in guardia da Google, ma ci rassicura su Bing

Cattura

Parzialmente pericoloso. E’ così che la funzione Navigazione Sicura di Google classifica il sito google.com, perché “alcune pagine hanno contenuti ingannevoli al momento”. La stessa ricerca effettuata su google.it restituisce invece un tranquillizzante “La funzione Navigazione sicura non ha rilevato di recente contenuti dannosi sul sito google.it.”. Un errore? Dipende dai punti di vista. Le indicazioni fornite nei dettagli non sono propriamente veritiere:

Cattura

La frase alcune pagine di questo sito web installano malware sui computer dei visitatori è fuorviante: non sono le pagine di google.com a installare eventualmente malware, ma i siti web a cui il visitatore può approdare attraverso i link elencati da Google nei risultati delle ricerche, cosa comprensibile leggendo gli altri punti.

Nessun allarme, invece, sul concorrente Bing di Microsoft. Un applauso al fair play 😉

Cattura

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
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Pubblicato da su 20 aprile 2016 in Internet, news

 

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Abbiamo la Dichiarazione dei Diritti in Internet. E adesso?

old-person-computer[1]

In Italia si parla da almeno una decina d’anni della necessità di una Carta dei Diritti della Rete. Fra i primi a farsene promotore fu Stefano Rodotà al termine del suo mandato di Presidente del Garante per la protezione dei dati personali, e ancora oggi – legittimamente – è suo il nome che maggiormente tra i fautori della Dichiarazione dei Diritti in Internet presentata ieri.

L’iter che ha portato a questo provvedimento ebbe inizio nel 2006 con la Dynamic Coalition on Internet Rights and Principles, un’iniziativa italiana varata a livello globale ad Atene in occasione dell’Internet Governance Forum. Prima dell’Italia, però, a dotarsi di una sorta di Costituzione per Internet è arrivato il Brasile, che ha approvato il Marco Civil da Internet ad aprile 2014, dopo un percorso di circa cinque anni e concluso in accelerazione (anche) in seguito a quanto emerso con il Datagate.

L’Italia, a livello istituzionale, si è mossa dopo: la Commissione di studio sui diritti e i doveri relativi ad Internet è stata istituita il 28 luglio 2014 e da lì sono partite audizioni di associazioni, esperti e soggetti istituzionali, nonché una consultazione pubblica durata cinque mesi. La carta italiana è stata presentata esattamente a un anno dall’istituzione della commissione, formata peraltro da professionisti seri e riconosciuti.

E’ nata da una Commissione di studio e, dal punto di vista dell’orientamento da prendere in tema di leggi in materia di Internet, questa carta appare come un buon punto di partenza. Contiene principi sacrosanti e condivisibili da tutti. Ma quando si dovrà legiferare su queste tematiche, il legislatore li rispetterà? E’ tenuto a farlo? Abbiamo una Costituzione che viene definita la più bella del mondo e sovente non viene rispettata, quindi chi può dare garanzia che la nuova Dichiarazione dei Diritti in Internet venga presa in considerazione?

Sarebbe opportuno che tutto questo impegno profuso in una carta si concretizzasse prima nell’obiettivo del migliore utilizzo possibile di Internet da parte di tutti gli utenti: tanto per fare un esempio, non è importante solo l’accessibilità, ma anche l’utilità e la fruibilità di ciò che Internet rende disponibile.

Possiamo avere una Pubblica Amministrazione dotata di tutte le piattaforme tecnologiche che vogliamo, pensare ad una scuola digitale e connessa a reale beneficio dell’attività didattica, puntare ad abbattere l’invadenza della burocrazia. Esistono milioni di applicazioni tecnologiche che possono migliorare la qualità della nostra vita… ma molte di queste soluzioni spesso si rivelano complesse e non alla portata di tutti, perché ciò che va abbattuto è quel digital divide che – lo dico spesso – è anche una questione culturale e non solo di dotazione tecnologica.

Per prima cosa, a tutti deve essere garantito il diritto di poter sfruttare la rete a proprio beneficio e nel rispetto dei diritti di chiunque altro. Per poterli salvaguardare è fondamentale puntare ad attività di alfabetizzazione (imparare ad usare gli strumenti) e alla massima usabilità dei servizi (da realizzare mettendosi dalla parte dell’utente). Ben venga, dunque, una Costituzione per Internet, ma che possa essere davvero utile ed efficace, e che possa davvero costituire un riferimento e una garanzia per tutti, e non solo una carta a livello simbolico.

Precisazione: Questo post parla di Internet nella stessa misura in cui ne parla il documento presentato ieri. Internet è uno strumento, un mezzo, e non un mondo parallelo che richiede una legislazione diversa dal mondo in cui viviamo. Ogni diritto e ogni legge già in vigore deve valere per ogni fattispecie, analogica o digitale che sia. Certo, laddove esistano lacune vanno colmate, ma solo a questo scopo ha senso parlare di necessità di salvaguardare diritti in Internet.

 
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Pubblicato da su 29 luglio 2015 in Internet, istituzioni

 

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Super fibra, a tempo determinato

VodafoneFibra300

Le offerte commerciali di servizi telefonici e di connettività devono sempre essere lette con attenzione e comprese. L’esempio che riporto è relativo alla presentazione di una di questa offerte (legata all’inserimento dell’indirizzo presso cui si intende chiedere il servizio, con numero telefonico) che “solo online, solo per oggi” offre la Super fibra a 300 Mbit in download e 20 Mbit in upload solo per un periodo di 12 mesi, dopo il quale si verrà rallentati a 20/10 Mbit.

Al netto di un errore, a me sembra un tantino demotivante. A voi no?

 
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Pubblicato da su 8 aprile 2015 in Internet

 

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VeryBello, very beta

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VeryBello è il nome scelto per l’agenda web che propone 1.300 eventi culturali che avranno luogo in Italia nel periodo dell’Expo.

L’obiettivo dichiarato, secondo il ministro Dario Franceschini, è “utilizzare l’Expo per valorizzare tutto il Paese e fare in modo che milioni di visitatori allunghino il più possibile il loro viaggio nel nostro Paese”. Un obiettivo rivolto ai visitatori esteri, evidenziato (forse) da quel very, che ammicca a simpatiche espressioni anglomaccheroniche (capito, bro?).

Peccato che oggi, sul sito web verybello.it, non sia nemmeno presente un’agenda in inglese (la lingua da cui deriva quel very, che significa molto). Certo, è stato detto che il sito verrà tradotto anche in altre otto lingue (inclusi gli slang di paninari e yuppies che abbiamo riscontrato già nel titolo), e sarà presentato ai presidenti dei padiglioni stranieri il 7 febbraio a Milano.

Però è online oggi ed è stato presentato alla stampa oggi. In beta version, cioè in una versione non ancora definitiva e suscettibile di migliorie (ne servirebbero). Che è un po’ come rendere accessibile al pubblico un cantiere in dirittura d’arrivo, con i lavori ancora in corso e… tante cose da sistemare. Che forse era meglio mostrare sistemate, per dare al pubblico un’impressione di completezza, di solidità. E di investimenti andati a buon fine.

Taaac!

P.S.: sì, titolo molto fantasioso…
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P.P.S.: Se stavate pensando di portarvi avanti per iniziative simili, segnalo che il nome a dominio tantaroba.it è già registrato, ma potrebbe essere disponibile ad un trasferimento

 
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Pubblicato da su 24 gennaio 2015 in Internet, news

 

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Collegarsi a Internet a volte implica un sacrificio. Inconsapevole

AccessPointWiFi

La password WiFi sarà fornita solamente se il destinatario acconsentirà a cedere il proprio primogenito all’azienda, per la durata dell’eternità. 

Il testo che avete appena letto è la Clausola Erode inserita nelle condizioni di servizio da accettare per essere abilitati ad utilizzare un hotspot WiFi pubblico a Londra, nell’ambito di un’indagine investigativa basata su un esperimento organizzato da F-Secure ed Europol e realizzata dal Cyber Security Research Institute con gli specialisti di sicurezza di SySS. La singolare clausola, che naturalmente non è mai stata applicata, è solo l’elemento più eclatante della disattenzione e della mancanza di consapevolezza degli utenti  nell’utilizzo di servizi di connettività, concetti che l’esperimento aveva l’obiettivo di evidenziare.

Oltre al rischio di accettare e sottoscrivere clausole tutt’altro che chiare annegate nelle condizioni contrattuali, che troppo spesso vengono completamente ignorate per utilizzare un servizio, l’indagine ha fatto emergere che è sufficiente una spesa minima per mettere in funzione un accesso WiFi che, nel consentire l’accesso a Internet, possa spiare tutta l’attività dell’utente connesso.

F-Secure ha chiesto a Finn Steglich della SySS di realizzare un kit WiFi portatile, affinché potesse essere attivato agevolmente in un punto qualunque della città. Con una spesa di circa 200 euro è stato realizzato un piccolo sistema perfettamente funzionante e presentato in rete con un nome “credibile”.

Il primo obiettivo era rilevare quanti utenti avrebbe agganciato uno hotspot sconosciuto una volta posizionato e reso disponibile.

AccessPointWiFi2

In mezz’ora sono stati rilevati 250 dispositivi, 33 dei quali si sono connessi, 21 sono stati identificati. Sono stati captati 32 MB e sei utenti hanno accettato la clausola erode prima che venisse disattivata la pagina in cui erano riportare le condizioni di servizio.

In ogni caso, chi ha utilizzato il servizio per navigare in Internet si è sottoposto ad una rilevazione costante di tutta l’attività svolta online durante tutto il collegamento. Il rischio esiste, anche in considerazione del fatto che su molti smartphone è attiva per default la ricerca e l’aggancio del miglior accesso WiFi disponibile in zona. Se l’access point è aperto e non protetto, il collegamento può avvenire senza che l’utente se ne accorga e nel frattempo – se esiste un’attività di cattura dei dati in transito sul dispositivo – questi dati possono essere rilevati e memorizzati (smartphone o tablet lavorano anche quando rimangono in una borsa, quando ad esempio sono attive la ricezione di mail e altre app che ricevono o trasmettono informazioni).

La conclusione: il WiFi è molto utilizzato (laddove disponibile), ma gli utenti non sono a conoscenza delle possibilità e dei rischi derivanti da un uso incauto di queste tecnologie. L’avvertimento di F-Secure è chiaro: nessuno deve dare per scontata la sicurezza di un WiFi pubblico, che è un servizio da utilizzare con consapevolezza e, qualora la sicurezza dei dati sia critica, è opportuno adottare soluzioni di sicurezza, dalla VPN ad altre soluzioni ad hoc in grado di proteggere i dati.

E come conclude oggi Federico Guerrini nel suo articolo, per quanto riguarda coloro che hanno accettato la clausola Erode, “F-Secure, bontà sua, non ha intenzione di far valere i propri diritti (che comunque sarebbero difficili da sostenere in tribunale). È probabile, però, che d’ora in poi i genitori facciano un po’ più di attenzione”.

Nel video (con audio in inglese), il racconto dell’esperimento.

 
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Pubblicato da su 10 ottobre 2014 in cellulari & smartphone, Internet, security, WiFi

 

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Facebook, meglio controllare l’avvio automatico dei video

facebookplay

Su Facebook vengono visualizzati un miliardo di video ogni giorno, in buona parte (ben oltre la metà) da dispositivi mobili, soprattutto smartphone e tablet. E forse – come sottolineato sul New Blog Times – è il caso di tenere presente alcuni aspetti:

  1. sul social network è attiva per default la riproduzione automatica dei video;
  2. visualizzare un video comporta il download di una determinata quantità di dati;
  3. i dispositivi mobili, al di fuori della copertura di una rete wireless, si connettono a Internet utilizzando un piano tariffario che prevede un monte in gigabyte.

Quando su Facebook si scorre la propria home, oppure una qualunque altra pagina (anche quella di un amico, di un gruppo, eccetera) è molto facile imbattersi in un filmato. Quando questo compare per intero sul display la riproduzione viene avviata a volume azzerato. Con una connessione che prevede dati illimitati (ad esempio WiFi/ADSL) questo non comporta problemi, ma da rete mobile la riproduzione automatica del video si traduce nell’istantaneo consumo di dati, addebitato in funzione del piano tariffario utilizzato.

Se negli ultimi tempi avete riscontrato l’esaurimento prematuro del vostro plafond di dati, il consumo inconsapevole di dati dovuto alla riproduzione automatica di video potrebbe essere una delle motivazioni plausibili (non l’unica rilevabile, ma una delle possibilità verosimili). Naturalmente – se il motivo è l’avvio automatico dei filmati – l’emorragia di byte si può tamponare e prevenire (con benefici anche sull’autonomia della batteria). Facebook indica come fare:

Puoi modificare le impostazioni di riproduzione automatica dell’applicazione Facebook scegliendo , Solo Wi-Fi o No.

Android

Per regolare questa impostazione:

  1. Apri l’applicazione Facebook.
  2. Tocca il pulsante menu del telefono.
  3. Tocca Impostazioni.
  4. Scorri verso il basso e tocca Riproduzione automatica dei video.
  5. Scegli un’opzione.

iPhone e iPad

Per regolare questa impostazione:

  1. Accedi alle impostazioni del tuo telefono o tablet.
  2. Scorri verso il basso e tocca Facebook.
  3. Tocca Impostazioni.
  4. Sotto Video tocca Riproduzione automatica.
  5. Scegli un’opzione.

 
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Pubblicato da su 9 settembre 2014 in Buono a sapersi, cellulari & smartphone, Internet, news, tablet

 

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The Fappening, un’altra lezione sulla protezione di dati e foto personali

icloud keys

Avete letto o sentito del furto e della diffusione di foto personali ai danni di alcune celebrità come Kirsten Dunst, Kim Kardashian, Selena Gomez, Bar Refaeli e Jennifer Lawrence? E, soprattutto, avete capito cos’è accaduto?

In breve: le foto, inizialmente memorizzate sui loro dispositivi personali (iPhone, iPad, Mac), erano poi sincronizzate su iCloud (un disco fisso virtuale, cioè un servizio per l’archiviazione di dati in Internet realizzato da Apple per i propri utenti). L’impostazione standard (modificabile, sapendolo) prevede il salvataggio automatico delle foto per poterle gestire su Mac con iPhoto. In seguito ad un attacco hacker, le immagini – prevalentemente intime – contenute in tali spazi sono state copiate dagli account di queste persone e diffuse via web sulla piattaforma 4chan e su Reddit. Pare che l’obiettivo iniziale fosse quello di metterle sul mercato e venderle all’industria del gossip, ma negli Stati Uniti questo genere di azioni è reato e non hanno suscitato l’interesse atteso: per questo sarebbero state distribuite sul web.

Si è ripresentato – su più vasta scala – il problema di violazione della privacy accaduto due anni fa a Scarlett Johansson. Christina Aguilera e Mila Kunis (il colpevole era stato trovato e condannato a scontare 10 anni di reclusione e al pagamento di una sanzione di 76mila dollari).

Ciò che è accaduto poteva essere prevenuto, evitato da chi voleva davvero tutelare la propria privacy? Assolutamente sì, in modi sia analogici che tecnologici, che esporrò in ordine di efficacia:

  1. non scattare foto di quel genere (ok è un po’ radicale, ma è la soluzione che offre maggiori certezze);
  2. conoscendo il valore che tali foto possono acquisire sul mercato dei bavosi, se proprio non è possibile trattenersi dallo scatto hot, sembra decisamente opportuno mantenerle conservate su un supporto di memorizzazione fisico di cui si possa avere il reale controllo (scheda di memoria, chiavetta USB, hard disk, CD, DVD…)
  3. pensare allo scopo per cui è stata scattata la foto… era da mostrare a una persona, a una platea ristretta o a chiunque? Ecco. In ogni caso, lasciarla lì o trasferirla via chiavetta;
  4. se proprio dovete utilizzare un servizio cloud, scegliete una password complessa, createne una diversa per ogni account e, se il servizio prevede il password reset attraverso alcune domande, impostate risposte non facilmente identificabili (esempio: “Qual è il cognome di tua madre da nubile?” Risposta possibile: “Lansbury”, oppure “Merkel” o anche “Jeeg”… insomma, non dev’essere necessariamente reale perché potrebbe essere ottenibile da malintenzionati)
  5. .

Intendiamoci: iCloud, così come Dropbox, GoogleDrive, OneDrive , non è affatto un sistema insicuro, la protezione dei dati che vengono memorizzati è assicurata da un algoritmo di cifratura AES a 128 bit. Ma è sufficiente arrivare a conoscere la password legata all’account per avere l’accesso. Come a dire: una cassaforte può essere ipersicura e a prova di qualunque scasso, ma basta averne la combinazione e il gioco è fatto. E ottenere la password dell’Apple ID (e quindi dell’account iCloud) di queste celebrità potrebbe non essere stato difficile, dato che – finché Apple non se n’è accorta – esisteva la possibilità di scovarla tramite un software. Il rischio aumenta quando la password è semplice e non è stata generata con gli opportuni criteri di complessità (ad esempio quelli illustrati nell’articolo Scegliere password più sicure su Mozilla Support, oppure in Creazione di una password forte a cura di Google Support). Oppure se il servizio di password reset è impostato con risposte prevedibili o facilmente reperibili.

Come già detto più volte in precedenza, nessuna soluzione tecnologica è in grado di garantire la sicurezza assoluta al 100% della propria efficacia. Quindi, meditate su questo aspetto.

Altri aspetti su cui è necessario meditare: l’accidentale (?) sacrificio della privacy in nome della vanità (le foto non sono state certo scattate per essere inviate al dermatologo per un controllo sommario) e – soprattutto – la diffusissima mancanza di consapevolezza dei rischi comportati da determinate azioni compiute attraverso Internet.

 
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Pubblicato da su 2 settembre 2014 in Internet, News da Internet, privacy, security

 

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AmazonDash, il dittafono per ordinare la spesa online

AmazonDash

Confesso di essere molto incuriosito da Amazon Dash, che non è un detersivo personalizzato, ma un dispositivo WiFi per fare acquisti online, ovviamente tramite Amazon. Si tratta di un lettore di codici a barre dotato di microfono e scheda WiFi, utilizzabile da chi possiede un account AmazonFresh, un servizio per acquistare da casa generi alimentari su Amazon.

La funzione del Dash si concretizza nella compilazione automatica di una lista della spesa, da inoltrare ad Amazon sotto forma di ordine di acquisto, per poi ricevere – se possibile in giornata – i prodotti indicati. L’utente può farne uso a casa propria: per ogni prodotto che vuole acquistare, ne legge il codice a barre (se ne ha una confezione), oppure utilizza il microfono per dettarne il nome (se non lo ha a portata di mano). Una volta memorizzati dal Dash – e visionati dall’utente su AmazonFresh da computer, tablet o smartphone – i prodotti possono essere ordinati direttamente online.

AmazonFresh permette consegne in giornata (o nella prima mattinata del giorno successivo), al momento è disponibile al costo di 299 dollari solo in alcune zone occidentali degli USA (California del sud e le aree metropolitane di San Francisco e Seattle) e prevede la consegna gratuita per ordini superiori ai 35 dollari.

 
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Pubblicato da su 8 aprile 2014 in business, e-commerce, Internet, tecnologia

 

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Facebook parte con gli spot

FacebookCarosello

Facebook ha avviato in questi giorni la pubblicazione dei premium video ads, brevi spot pubblicitari che, almeno per il momento, vengono trasmessi senza audio e fino ad un massimo giornaliero di tre video per ogni utente. L’approccio di questo servizio è decisamente televisivo , ma soprattutto mirato: forte delle proprie potenzialità di profilazione degli utenti, il social network è in grado di proporre agli utenti questi spot con la stessa precisione dei box o banner pubblicitari.

Dal punto di vista pubblicitario, quindi, il valore aggiunto di queste inserzioni è molto elevato. Non a caso – spiega Bloomberg – il servizio viene offerto agli inserzionisti ad una tariffa giornaliera che può andare dal milione ai 2,5 milioni di dollari.

Per me è NO.

 
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Pubblicato da su 18 marzo 2014 in business, Internet, social network

 

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Buon compleanno WWW

CorriereCompleannoWWW

Oggi il Corriere scrive:

Compie 25 anni il World Wide Web, il primo browser per la rete mai realizzato, che fu inventato nel 1989 da Tim Berners-Lee mentre lavorava al Cern di Ginevra. Un’invenzione rivoluzionaria che rese possibile la navigazione in rete. (RCD – Corriere Tv)

World Wide Web effettivamente è il nome del primo browser, che non è mai stato diffuso per uso pubblico.

Ma il World Wide Web è quella parte di Internet destinata alla pubblicazione di contenuti multimediali che ha consentito la realizzazione della Internet come la conosciamo oggi. E’ di questa che si celebra il “compleanno”, non certo di un browser.

E comunque Internet è nata prima.

 
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Pubblicato da su 12 marzo 2014 in Internet

 

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