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Banda larga, attendere prego

Il 18 ottobre, cioè 19 giorni fa, riportavo qui le dichiarazioni del ministro Brunetta in merito al futuro del broad band italiano, di cui avevo evidenziato la frase“Conto di avere due mega di banda larga per tutti a partire dal 2010″, un obiettivo ambizioso per i tempi (ristretti) e per il budget (sì, anch’esso ristretto) previsto a livello governativo in 800 milioni di euro, in merito al quale avevo scritto “cifra che auspico resti destinata allo scopo dichiarato”.

Ed ecco la batosta di questi giorni, che pesa come un macigno sul capo di chi nutriva speranze (derivate da fonti istituzionali) sulla dichiarata possibilità di riduzione ed eliminazione del digital divide: gli investimenti previsti rimarranno congelati fino alla fine della crisi perché “il governo ha cambiato l’ordine delle priorità” e quindi – ha spiegato il sottosegretario Gianni Letta – il Governo ha dovuto “riconsiderare le cose per dare la precedenza a questioni come gli ammortizzatori sociali perché l’occupazione è la nostra principale preoccupazione”.

La crisi, però, c’era anche venti giorni fa, prima delle promesse del ministro Brunetta. Non lo avevano informato di nulla?

Il concetto del congelamento dei fondi mi è chiaro, tiene fede alla dichiarata destinazione degli 800 milioni di euro, il cui investimento verrebbe rinviato a data da destinarsi, invece di essere impiegato fin da ora nello sviluppo e nella realizzazione di progetti di nuove infrastrutture di telecomunicazioni. Che avrebbero avuto, tra l’altro, riflessi immediati e tangibili anche sullo sviluppo occupazionale del settore…

Immagino dunque che il Governo, nel nuovo ordine di priorità, abbia pensato di favorire in modo duraturo l’occupazione di altri settori. La banda larga – con l’innovazione che può favorire – quanto dovrà aspettare, per essere seriamente presa in considerazione come volano dell’economia e della crescita del PIL? Speriamo poco.

 
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Pubblicato da su 6 novembre 2009 in Internet, media, Mondo, mumble mumble (pensieri), news, tecnologia, TLC

 

Paul is dead? Not yet (maybe)

La storia di copertina proposta dall’ultimo numero di Wired è, a mio avviso, affascinante ed inquietante allo stesso tempo. Alla base c’è la nota leggenda denominata Paul is Dead, il cui protagonista, Paul McCartney, sarebbe morto in un incidente stradale il 9 novembre 1966 e l’uomo che ne porta il nome da allora sarebbe in realtà l’ex poliziotto William Campbell, un sosia collocato nella vita privata e pubblica del cantante per non compromettere la trionfale carriera dei Beatles.

Sulla storia, che già si contraddistingue per avere una linearità contraria rispetto a quelle legate ad altre star (come quella che vuole Elvis Presley ancora vivo, dimostrandolo con presunti avvistamenti), hanno indagato Gabriella Carlesi (anatomopatologa) e Francesco Gavazzeni (informatico), partiti nel 2006 con la convinzione di confutare rapidamente gli assunti della leggenda e arrivati, in seguito ad una serie di rilevazioni antropometriche – rilevate da immagini scattate prima e dopo il 1966 – a risultati sorprendenti, che porterebbero a dimostrare che tutto ciò che ruota attorno a Paul is Dead è quantomeno verosimile.

Non voglio entrare nel merito delle rilevazioni e delle valutazioni formulate dai due periti: ai miei occhi di profano, non ho modo di rendermi conto delle differenze craniometriche evidenziate nelle fotografie che ritraggono Paul McCartney prima e dopo il 1966. Differenze che, peraltro, ritenevo insignificanti in quanto – a mio avviso – spiegabili con una posa leggermente diversa, o dovute all’invecchiamento.

Volendo però rimanere nel novero di coloro che trovano la leggenda tanto inverosimile quanto degna della sceneggiatura di una fiction, sottolineo innanzitutto una cosa: «I dubbi sono molto forti e le discordanze numerose, ma non ci si può esprimere ancora con assoluta certezza” ha osservato la dott.ssa Carlesi, che considera inoltre: “Comunque, se sostituzione c’è stata, il vero capolavoro è stato quello di trovare un sosia con caratteristiche antropometriche tutto sommato molto vicine all’originale“.

Un sosia somigliante, musicista e per di più mancino, cone l’originale. Ma non essendo possibile effettuare alcuna analisi del DNA, visto che si tratta di un cantante, ossia di un musicista che lavora anche di voce, perché nessuno sembra aver preso in considerazione il ricco materiale disponibile nella discografia di Paul McCartney per fare un confronto tra le varie canzoni (live inclusi), con riguardo allo spettro emesso dalle sue corde vocali?

 
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Pubblicato da su 20 luglio 2009 in media, Mondo, mumble mumble (pensieri), news

 

Italia.it 2.0 (ossia: secondo atto)

Grazie all’amico Aghost mi sono accorto della pubblicazione online della nuova versione del portalone turistico Italia.it. Il prodotto appare corposo e probabilmente è necessario investire un po’ di tempo per capirne bene la qualità, ma a prima vista già si possono formulare alcuni commenti.

Innanzitutto l’impatto visivo è nettamente migliore del precedente. Aghost ha ragione, ci voleva poco, ma se non altro l’arretratezza tecnologica che caratterizzava il vecchio Italia.it è finalmente superata.

Sui contenuti credo ci sia ancora da lavorare. Volendo parlare con cognizione di causa, come Aghost si è fiondato a vedere la sua regione (il Trentino – Alto Adige), io mi sono buttato per qualche minuto sulla mia, la Lombardia, che peraltro è la stessa del Ministro del Turismo che ha voluto firmare il sito (siglando le “cartoline” che compaiono in testata – per inciso, io avrei scritto “Ministero” anziché “Ministro”, giusto per rendere la cosa più impersonale).

Dicevo: nel testo della mia regione ho trovato, con meraviglia, imprecisioni evitabili. Ne segnalo due immediatamente evidenti:

il Lago d’Iseo che include la zona della Franciacorta – in verità la Franciacorta è una zona che comprende l’area meridionale del lago d’Iseo, non è certo il lago ad includerla…

La Lombardia ha una vasta offerta di località sciistiche, basti pensare alla Valsassina ed alla Valtellina, con le rinomate località turistiche di Livigno e Medesimo per citarne solo alcune – Medesimo in realtà si chiama Madesimo, ma forse – parlando di stazioni sciistiche – sarebbe stato meglio non dimenticare località molto note come Bormio e Ponte di Legno…

Più avanti approfondirò la consultazione del portalone, al momento però il giudizio iniziale dice “senza infamia, senza lode”.

 
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Pubblicato da su 17 luglio 2009 in Internet, media, Mondo, mumble mumble (pensieri), news

 

Facebook? Un campione. Statistico.

Cosa c’è dentro Facebook? 150 milioni di persone, con le proprie identità, dati anagrafici e personali, con tanti collegamenti: amicizie, gusti, orientamenti, passatempi.

Chi c’è dietro Facebook? Il fondatore e amministratore delegato Mark Zuckerberg, uno studente americano che nel 2008 è stato nominato da Forbes “Il più giovane miliardario del mondo”. Con soci, azionisti e collaboratori.

Che uso si può fare di Facebook? L’uso che ne fanno gli utenti lo conosciamo. Ma non sappiamo fino in fondo cosa ci fanno coloro che, per così dire, ne muovono i bit. Be’, a quanto pare il popolo di Facebook sta per diventare un immenso bacino di utenza per ricerche di mercato: da un articolo di Richard Wray sul Guardian si legge infatti che Zuckerberg, inaspettatamente incravattato in occasione del Forum economico mondiale di Davos, ha mostrato alla platea le enormi potenzialità di Facebook come strumento di marketing mirato, ponendo poche domande a gruppi di utenti ben specifici e ottenendo con immediatezza risposte e opinioni.

Niente indagini di mercato, ne’ inchieste telefoniche o interviste. Qualche click e le risposte richieste arrivano a migliaia.

Questo serve a far capire anche agli utenti che di Facebook è necessario fare un utilizzo intelligente. Facciamo attenzione a tutte le informazioni che rilasciamo mentre lo utilizziamo: potrebbero renderci parte di un enorme – e significativo – campione statistico senza che noi ce ne rendiamo conto.

P.S: la stessa cosa succede anche con altri servizi in rete, come i motori di ricerca, ma questo già lo sapevate, no? 😉

 
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Pubblicato da su 2 febbraio 2009 in Internet, media, Mondo, mumble mumble (pensieri), news, tecnologia

 

Un primo passo per l’uomo

L’incontro di Franco Bernabé con i blogger al Mart di Rovereto (museo di cui riveste la carica di presidente del consiglio di amministrazione) rappresenta, a mio parere, un importante segnale di comunicazione. Qualcuno, come temeva Luca De Biase, avrà pensato che fosse una conferenza stampa per i blogger (ma se i blogger non sono giornalisti, la conferenza stampa non ha senso). C’è da tenere conto che non ci sono precedenti: credo si tratti della prima volta che i vertici della principale compagnia telefonica italiana (nonché il più importante Internet Provider) abbiano deciso di confrontarsi, al di là della forma dell’incontro, con una community che non è di giornalisti, non è di analisti, ne’ di azionisti, ma che – anche nella veste di opinion leader – ugualmente rappresenta una fetta del Paese in cui quell’azienda si trova ad operare con i propri importanti (e spesso vitali) servizi.

Seppur invitato non sono riuscito ad andare all’incontro per via di alcuni impegni professionali, ma mi sono accontentato di seguire l’avvenimento in streaming e l’impressione che ho avuto è di aver visto tanti Bernabé.

Al Mart ho visto il Bernabé dell’era post – Tronchetti Provera, che raccoglie un’eredità pesante in termini di immagine nei confronti dell’opinione pubblica perché catalizza su di se’ le malevole (e non sempre ingiustificate) attenzioni di una buona fetta di utenti, consumatori e operatori alternativi, per i quali l’incumbent Telecom Italia è la compagnia telefonica mal privatizzata che detiene la proprietà del principale network TLC italiano che per molti versi è causa dei mali del mercato della telefonia. Non è un fatto personale: uno si può chiamare Tronchetti Provera, Ruggiero, Grillo, Veltroni, Berlusconi, Bonacina, ma se sta ai vertici di Telecom deve accollarsi questo onere.

Ho visto anche un Bernabé tignoso: dice infatti di essere tornato in Telecom “per tigna, per orgoglio, per dimostrare che quello che avevo già pensato potesse essere il futuro di questa azienda è assolutamente fattibile, e non me ne andrò se non dopo aver cercato di realizzarlo”. E questo dopo aver dichiarato che “la scalata a Telecom Italia con i debiti che hanno impoverito la società è stata un delitto contro il progresso del Paese, ha tolto risorse alla Telecom Italia proprio nel momento in cui doveva investire per il futuro. Quando ho criticato l’OPA non l’ho fatto per un interesse di manager, ma perché immaginavo quello che sarebbe successo, e che si è puntualmente verificato”.

C’era poi il Bernabé col pelo sullo stomaco, quello che – dopo le garbate domande presentate dai blogger – ha esclamato “Mi aspettavo domande molto più cattive”.

Alle domande dirette, anche se non cattive, ha però fornito risposte politiche e un po’ opache (caratterizzate cioè da scarsa trasparenza). E qui è affiorato in più occasioni il Bernabé uomo Telecom.

E’ colui che, a chi gli ha chiesto quando si raggiungerà l’atteso traguardo di una copertura del 100% del broad band in Italia, ha minimizzato la questione rispondendo che oggi siamo al 96% e entro breve (ma quanto breve non si sa) raggiungeremo il 98,5%. Al resto si arriverà con altre tecnologie, ha aggiunto Bernabé, precisando che Telecom Italia non può farsi carico dei problemi di chi ha messo su casa in luoghi non appropriati in seguito alla speculazione edilizia. Io spero che con questa frase abbia voluto fare una battuta, ma non è stata comunque delle più felici e ha in ogni caso dimostrato scarsa sensibilità al problema del digital divide.

A chi gli ha chiesto come si pone la sua azienda nei confronti della net neutrality ha poi risposto che si tratta di “un problema importante che va promosso a favore dell’utente, a favore non dei nuovi monopoli della rete, perché altrimenti rifacciamo la storia di Netscape e di Explorer” e aggiungendo la necessità di promuovere tutto ciò che può rendere competitiva la rete anche sul fronte della sicurezza, su cui le telco si devono impegnare perché “quello che si è verificato nella rete negli ultimi anni è anche una riduzione dell’efficacia della rete stessa”, riferendosi al fenomeno dello Spam come ad una piaga epocale (ma glissando sulla questione posta dalla domanda iniziale)

Bernabé dichiara di pensare a Telecom Italia come una stabile public company dopo le turbolenze conseguenti al cambio di gestione, affermando che “il tempo del lavoro dedicato a sistemare i problemi ereditati dalla precedente gestione è finito. E ora possiamo cominciare a lavorare in serenità, sapendo che quello che conta è liberare le forze della rete, per contribuire alla modernizzazione del paese”.

A mio avviso non ci si poteva aspettare di più, dall’amministratore delegato di Telecom Italia, in un incontro che si è svolto a Borsa aperta e di fronte a giornalisti con le orecchie tese (spesso capaci di riferire starnuti che sui mercati finanziari si trasformano in uragani). Ribadisco: l’evento costituisce un importante precedente, un primo passo che nessun altro aveva mai compiuto prima.

Per un Bernabé 2.0 (e soprattutto una Telecom 2.0) è ancora un po’ presto.

 
 

Street view non guarda in faccia a nessuno

Street View è inevitabilmente destinato a fare parlare di se’. Il servizio di Google Maps, che offre visioni panoramiche delle strade e consente escursioni virtuali via Internet (una sorta di Grande Fratello in differita su cui già c’è stata qualche polemica), è l’argomento di un documento realizzato dal National Legal and Policy Cente, di cui parla Paolo Attivissimo. Con il documento in questione, il NLPC sembrerebbe voler dimostrare che anche la privacy degli stessi boss di Google è minacciata dalla loro creatura: questa immagine, ad esempio, mette in vetrina il posto auto del co-fondatore Larry Page con tutti i dettagli.

Non solo: senza muoversi dalla propria scrivania, collegandosi a Internet e sfruttando Street View è possibile conoscere senza difficoltà l’itinerario automobilistico più verosimile che lo stesso Page percorre per recarsi al lavoro.

In effetti il nome di Larry Page non compare mai in chiaro, dal momento che l’autore di questo rapporto ha pensato bene di metterci delle pecette nere a beneficio della sua privacy. Peccato che, come ben sappiamo da tempo, anche in un PDF questo espediente sia un tantino inefficace (basta un copia+incolla e il testo diviene leggibile integralmente).

Questa vicenda ha comunque due chiavi di lettura: la prima ci induce a credere che a Google, nella persona dei suoi fondatori, tutto ciò non interessi e il fatto che queste informazioni personali relative a Larry Page siano agevolmente reperibili su Internet potrebbe essere un’ulteriore conferma della loro dichiarata e ostentata vocazione alla trasparenza; la seconda ci suggerisce invece che Street View sia un po’ sfuggito di mano ai suoi genitori e ora la questione richieda mooolta attenzione… Tra l’altro, nei pochi minuti intercorsi da quando ho iniziato a scrivere questo post ad ora, le pagine web del sito NLPC che ho linkato qui sopra sono diventate irraggiungibili.

Comunque ecco qualche altro link su cui si può leggere di questo rapporto.

 
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Pubblicato da su 6 agosto 2008 in Internet, media, mumble mumble (pensieri), news, privacy

 

L’allergia all’elettronica

Fino a poco tempo fa, definivo allergiche all’elettronica tutte quelle persone che, per motivi anagrafici, caratteriali o psicologici, si trovano in difficoltà di fronte un qualunque dispositivo elettronico, quando addirittura non ne rigettano l’utilizzo senza nemmeno fare tentativi: dalla persona anziana che fatica a prendere confidenza con un telefonino alla giovane casalinga che si spaventa di fronte al robot da cucina multifunzione che le hanno regalato per le nozze, ma c’è anche il dirigente d’azienda che sulla propria scrivania ha un bel personal computer con funzione ornamentale, in quanto perennemente spento (oppure acceso, ma che senza uno screensaver rimarrebbe comunque inanimato, e questo spesso porta ad una definizione non convenzionale di IP statico).

La mia definizione, fino a ieri, aveva un senso solamente a livello metaforico. Oggi scopro che, secondo quanto afferma un medico, i dispositivi elettronici possono essere forieri di vere e proprie allergie, ossia di (definizione wikipedica) malattie del sistema immunitario caratterizzata da reazioni eccessive portate da particolari anticorpi (reagine o IgE) nei confronti di sostanze abitualmente innocue come ad esempio pollini. L’amico Marco Valerio Principato, su Punto Informatico, riferisce infatti le conclusioni a cui è giunto Todd Rosengart, direttore del reparto di cardiochirurgia toracica dell’ospedale universitario Stony Brook, in merito ad alcune forme allergiche a suo dire derivanti da cellulari, iPod e affini:

I cellulari, ad esempio, secondo Rosengart possono aggredire utenti sensibili ai metalli e ai minerali impiegati nel processo di fabbricazione. Il nichel, largamente impiegato nelle batterie, è additato come uno dei principali responsabili di allergie dermatologiche da contatto e può favorire lo sviluppo di eruzioni o altre anomalie cutanee.

Mumble mumble… forse è una considerazione superficiale, ma a mio avviso l’allarmismo del dottor Rosengart è eccessivo, per quanto riguarda i dispositivi elettronici: quanto siamo in contatto epidermico con il nichel della batteria del cellulare, se è rivestita e protetta dal guscio dell’apparecchio? Monete e articoli di bigiotteria ad esempio non sono più “rischiosi”, almeno per soggetti sensibili?

 
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Pubblicato da su 29 aprile 2008 in mumble mumble (pensieri), news, tecnologia

 

Inferni

Oggi stavo parlando con una persona che ieri sera, nel fare ritorno a casa dopo il piccolo ponte del 25 aprile, si è sorbita la coda di 29 km che si è formata sulla Parma – La Spezia. Mi ha fatto pensare che a me è capitato parecchie volte di rimanere bloccato in un’autostrada o sulla tangenziale, magari per delle ore, d’estate, al caldo, in un’auto senza aria condizionata. E pensando a quella massa di auto ferme sull’asfalto rovente, roventi anche loro con il motore acceso e con lo scappamento che fuma, e all’irrequietudine di molti automobilisti in quelle condizioni, a volte – ingenuamente – ho pensato che l’inferno potrebbe essere così, un’interminabile attesa, con all’orizzonte una destinazione che non si avvicina mai.

Poi però leggi notizie che hanno dell’inverosimile, come quella del padre stupratore in Austria, o quella di una piccola vita che non sai che futuro avrà, senza dimenticare ciò che accade in Darfur, nel resto dell’Africa, in Medio Oriente e in chissà quanti altri Paesi nel mondo. Allora capisci che di inferni ce ne sono parecchi e ti fermi un attimo a guardare a occhi chiusi questo mondo, che gira così male… e fai zoom su te stesso, in coda, fermo per ore in autostrada e ti chiedi “ma io, di cosa cacchio mi lamento?”

 
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Pubblicato da su 28 aprile 2008 in mumble mumble (pensieri)