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“Novità” su intercettazioni, acqua calda riscaldata

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Ma veramente qualcuno si stupisce che le conversazioni telefoniche di Silvio Berlusconi fossero intercettate nel periodo del suo mandato di presidenza del consiglio? Con tutto il clamore e le informazioni esplose in seguito al Datagate nel 2013 (anno in cui fu reso noto che anche in Italia esistevano centrali di intercettazione)? Con tutte le trascrizioni di conversazioni – sia frivole che istituzionali – pubblicate anche dai rotocalchi?

Ribadisco un concetto che ho già esposto nell’ottobre 2013, quando “improvvisamente” si scoprì che anche l’Italia era coinvolta nel programma di sorveglianza elettronica da parte della NSA:

Il Copasir è il Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica. La stessa istituzione che, alla notizia che Telecom Italia sarebbe passata in mani spagnole, ha lanciato un allarme di sicurezza nazionale, senza ricordare che da anni le Pubbliche Amministrazioni italiane fruiscono di servizi di telecomunicazioni di compagnie di proprietà non italiane, che quindi per anni hanno veicolato dati personali e sensibili di tutti i cittadini italiani, senza generare alcuna necessità di allarme.

Ora, questa stessa istituzione su cui noi tutti dovremmo poter contare, quattro mesi dopo la diffusione delle notizie sul Datagate, ci svela con solennità che anche l’Italia è stata coinvolta nel programma di sorveglianza elettronica.

Verrebbe da dire che il Copasir sta alla sicurezza nazionale come i curiosi stanno agli incidenti stradali.

A margine di queste considerazioni, una nota ANSA per sorridere un po’:

“L’Italia non ha mai concesso agli Usa di intercettare cittadini italiani”. Così l’ex presidente del Copasir Massimo D’Alema, parlando ad una manifestazione elettorale a Trento. D’Alema sottolinea la necessità di un chiarimento sul ‘Datagate’: “Siamo un Paese sovrano e da noi per esempio non possono essere effettuate intercettazioni dei cittadini italiani senza l’autorizzazione della magistratura”.

Certo, per dare corso ad un’operazione di spionaggio sarebbe lecito attendersi la richiesta di permesso:

Salve, siamo agenti segreti americani. Vorremmo intercettare telefonate e corrispondenza elettronica di cittadini italiani, possiamo?

No.

Ok, scusateci per la richiesta. Non lo faremo. Arrivederci

D’altro canto,  “da noi per esempio non possono essere effettuate intercettazioni dei cittadini italiani senza l’autorizzazione della magistratura”. Esattamente come non è possibile evadere il fisco, rubare o uccidere, perché sono azioni che vanno contro la legge, e nessuno le compie (!)

Chi oggi si stupisce ha la memoria corta, oppure ha interesse a rispolverare l’argomento al momento giusto per propria convenienza.

 

 
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Pubblicato da su 24 febbraio 2016 in cellulari & smartphone, mumble mumble (pensieri), News da Internet, pessimismo & fastidio, privacy, security

 

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Datagate e ricadute dalle nuvole

A metà luglio, in merito al Datagate, scrivevo del coinvolgimento di tutti i nomi di grandi aziende nel programma di sorveglianza attuato dai servizi di intelligence americani, concludendo:

nessuno cada dalle nuvole se si dovesse scoprire che la NSA, allo stesso scopo, ha sfruttato e sfrutta anche la collaborazione delle altre aziende come GoogleFacebook  e Yahoo, visto che si tratta di aziende che offrono mail, VoIP, piattaforme cloud per applicazioni e storage, social network con chat e servizi per condividere di tutto. Ah, ricordo che di questo gruppo di aziende fa parte anche Apple. E che tutte queste aziende hanno utenti anche tra i cittadini italiani (ma all’orizzonte non si vedono istituzioni nostrane in allarme).

Da qualche ora (oggi è il 22 ottobre) pare che qualcuno si sia allarmato:

I servizi segreti americani spiavano anche l’Italia. Dopo le rivelazioni di Le Monde sulle intercettazioni telefoniche in Francia, si fa sempre piu’ probabile l’ipotesi che nel mirino delle spie americane ci fossero anche le utenze private e corrispondenze di posta elettronica italiane. Ieri, Claudio Fava, deputato di Sel e membro del Comitato parlamentare di controllo sui Servizi (Copasir), ha riferito il contenuto di una serie di incontri che dal 29 settembre al 4 ottobre scorsi, una delegazione del Copasir ha avuto a Washington con i direttori delle agenzie di intelligence americane e con i componenti delle commissioni di controllo sui Servizi di Congresso e Senato Usa. ”Dai nostri qualificatissimi interlocutori – ha detto Fava – abbiamo avuto la conferma che telefonate, sms, e-mail tra Italia e Stati Uniti, in entrata e in uscita, sono oggetto di un programma di sorveglianza elettronica del Governo Usa regolato esclusivamente dalle leggi federali, che, per quanto i nostri interlocutori ci hanno ribadito, sono dunque la sola bussola che governa questo tipo di attivita’ di spionaggio”.  

Il Copasir è il Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica. La stessa istituzione che, alla notizia che Telecom Italia sarebbe passata in mani spagnole, ha lanciato un allarme di sicurezza nazionale, senza ricordare che da anni le Pubbliche Amministrazioni italiane fruiscono di servizi di telecomunicazioni di compagnie di proprietà non italiane, che quindi per anni hanno veicolato dati personali e sensibili di tutti i cittadini italiani, senza generare alcuna necessità di allarme.

Ora, questa stessa istituzione su cui noi tutti dovremmo poter contare, quattro mesi dopo la diffusione delle notizie sul Datagate, ci svela con solennità che anche l’Italia è stata coinvolta nel programma di sorveglianza elettronica.

Verrebbe da dire che il Copasir sta alla sicurezza nazionale come i curiosi stanno agli incidenti stradali.

A margine di queste considerazioni, una nota ANSA per sorridere un po’:

“L’Italia non ha mai concesso agli Usa di intercettare cittadini italiani”. Così l’ex presidente del Copasir Massimo D’Alema, parlando ad una manifestazione elettorale a Trento. D’Alema sottolinea la necessità di un chiarimento sul ‘Datagate’: “Siamo un Paese sovrano e da noi per esempio non possono essere effettuate intercettazioni dei cittadini italiani senza l’autorizzazione della magistratura”.

Certo, per dare corso ad un’operazione di spionaggio sarebbe lecito attendersi la richiesta di permesso:

Salve, siamo agenti segreti americani. Vorremmo intercettare telefonate e corrispondenza elettronica di cittadini italiani, possiamo?

No.

Ok, scusateci per la richiesta. Non lo faremo. Arrivederci

D’altro canto,  “da noi per esempio non possono essere effettuate intercettazioni dei cittadini italiani senza l’autorizzazione della magistratura”. Esattamente come non è possibile evadere il fisco, rubare o uccidere, perché sono azioni che vanno contro la legge, e nessuno le compie (!)

 
 

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31 maggio 2013 senza tabacco

Per oggi l’ONU ha fissato il World No Tobacco Day, la Giornata Mondiale Senza Tabacco, con iniziative di sensibilizzazione sulle conseguenze del fumo sulla salute.

Per quel che vedo in giro, sembra che ai fumatori non interessi, o forse non ne erano a conoscenza.

Servirà a qualcosa? Speriamo.

 
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Pubblicato da su 31 maggio 2013 in istituzioni, Mondo, mumble mumble (pensieri)

 

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Instagram: “non vogliamo vendere le vostre foto”

Dopo aver registrato innumerevoli feedback negativi, critiche e lamentele da mezzo mondo in relazione alle novità sulle condizioni contrattuali rese note solo ieri, Kevin Systrom – co-fondatore di Instagram – scrive un nuovo post nel blog aziendale per spiegarsi meglio e “rispondere alle vostre domande, sistemare ogni errore ed eliminare la confusione”. Non solo:

“Modificheremo punti specifici delle condizioni per fare maggiore chiarezza su ciò che accadrà con le vostre foto. I documenti con valore legale possono essere facilmente mal interpretati”.

Rivolgendosi quindi alle specifiche preoccupazioni espresse da tutti, Systrom tiene a precisare che l’advertising è una fonte di auto-sostentamento, ma non è l’unica, e che l’obiettivo delle nuove condizioni è la volontà di sperimentare nuove forme di pubblicità appropriate per Instagram: “invece questo è stato interpretato da molti come l’intenzione di vendere le vostre foto senza alcun compenso. Questo non è vero e il nostro linguaggio fuorviante è un nostro errore . Per essere chiari: non è nostra intenzione vendere le vostre foto”. Foto che, aggiunge, non saranno cedute per diventare parte di inserzioni pubblicitarie.

La parte più rilevante del post chiarificatore è questa:

“Gli utenti di Instagram sono proprietari dei propri contenuti e Instagram non rivendica alcun diritto di proprietà sulle vostre foto”.

Chiarimenti anche sul fronte delle impostazioni della privacy: “Impostando le foto come private, Instagram le condividerà solamente con gli utenti approvati che vi seguono”.

InstagramNationalGeographicQualcuno, alla luce di queste spiegazioni, riguardo alla possibile vendita delle foto da parte di Instagram, ha parlato di bufala. Io non la liquiderei come tale: il fraintendimento non è stato circoscritto in una chiacchierata di quattro amici al bar, ma dalla stampa di mezzo mondo e da moltissimi utenti – tra cui il National Geographic, che come potete vedere ha già preso provvedimenti – e il motivo è nel fatto che tutti hanno letto frasi come questa, che riporto testualmente e traduco (più o meno maccheronicamente) nel seguito:

“You agree that a business or other entity may pay us to display your username, likeness, photos (along with any associated metadata), and/or actions you take, in connection with paid or sponsored content or promotions, without any compensation to you.”

Concordate che una società o altra entità possa pagarci per esporre i vostri nome utente, ritratto, le foto (insieme a tutti i metadati associati), e /o azioni da voi intraprese, collegati a contenuti a pagamento o sponsorizzati o promozioni, senza alcun compenso per voi

Registriamo quindi questa retromarcia da parte di Instagram (lo è, dal momento che introdurranno modifiche alle condizioni rese note ieri), ma continuiamo a mantenere ben dritte antenne e orecchie 😉

 
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Pubblicato da su 19 dicembre 2012 in brutte figure, business, cloud, Internet, Ipse Dixit, mumble mumble (pensieri), news, privacy, security, social network

 

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Facebook, Wall Street non apprezza

Al tiepido esordio di Facebook a Wall Street sta facendo seguito un percorso in discesa: dall’avvio delle contrattazioni, avvenuto venerdì con un prezzo di collocamento fissato in 38 dollari, il titolo è arrivato ai 30,98 dollari di ieri sera, che in termini di capitalizzazione significa che dal valore iniziale di 104 miliardi di dollari è piombata in pochi giorni a quota 90 miliardi di dollari.

Questo fa accendere i riflettori sulla banca d’affari americana Morgan Stanley (sottoscrittrice insieme a JP Morgan e Goldman Sachs) responsabile dell’elevato prezzo di collocamento e dell’altrettanto alto ammontare delle azioni offerte, nonostante le stesse banche – riferisce un report di Reuters – su input di alcuni top manager di Facebook avessero rimensionato l’outlook, cioè le stime sui ricavi del social network, nelle stesse ore del debutto in borsa.

Dubbi sulla supervalutazione del prezzo iniziale erano stati sollevati fin da subito da più parti, con alcuni operatori che ritenevano che il debutto “piatto” del primo giorno fosse da imputare a una serie di concause, tra cui problemi tecnici patiti all’apertura del Nasdaq di venerdì scorso (ritardata di mezz’ora) e la notizia del ritiro, da parte di General Motors, di tutte le inserzioni pubblicitarie pubblicate su Facebook, ritenute non efficaci forse anche sulla scorta delle non confortanti stime sui ricavi, basate sul presupposto che l’utenza di Facebook sta migrando verso il mondo della connettività mobile, attualmente meno remunerativa in termini di traffico e pubblicità.

Chissà cosa ne pensa Alisher Usmanov, il finanziere russo che possiede una quota azionaria di Facebook pari a circa il 5,5% tramite Digital Sky e del 2,3% attraverso Mail.ru., e che in seguito a questo trend negativo avrebbe perso finora circa 300 milioni di dollari.

 
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Pubblicato da su 23 maggio 2012 in mumble mumble (pensieri), news, News da Internet

 

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Questo volto non mi è nuovo…

Prendere la fotografia di un illustre sconosciuto, farla esaminare ad un software e ottenere la sua identità in pochi minuti. Fantascienza? Roba da CSI? Niente affatto: il software si chiama PittPatt ed è nato anni fa nell’Heinz College della Carnegie Mellon University, ma oggi è parte di un gruppo il cui nome è noto a chiunque conosca il web (continua a leggere su The New Blog Times)

 
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Pubblicato da su 7 ottobre 2011 in business, Internet, Mondo, mumble mumble (pensieri), news, News da Internet, privacy, security, social network

 

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SpiderTruman e associati

Ieri è emerso che I segreti della casta di Montecitorio non è l’iniziativa di un “Licenziato dopo 15 anni di precariato in quel palazzo” (come si autodefiniva l’autore della pagina di Facebook, del blog e dell’account Twitter creati con il nome di SpiderTruman), bensì un’operazione di marketing politico:

“Questa è un’operazione della Rete, non di un gruppo”, puntualizza Mascia. “Sfruttiamo la nostra visibilità per un progetto di cambiamento più ampio che culminerà nella manifestazione di settembre, per cambiare le logiche di cooptazione che affliggono il nostro paese”

In effetti la pagina Facebook e il blog di SpiderTruman, per realizzazione e manutenzione (post che colpiscono e ottengono numerosissimi consensi e commenti, a cui l’autore poi non partecipa), sono paragonabili ai blog di Beppe Grillo e Antonio Di Pietro (curati dalla società Casaleggio Associati).

E tutto questo mi sembra che già sia sufficiente a smorzare gli entusiasmi e gli orgasmi mentali di chi vedeva, nel sedicente precario licenziato da Montecitorio, un comunicatore rivoluzionario: poiché se è vero che l’iniziativa è stata condotta attraverso la Rete come strumento, è altrettanto vero che è il frutto di un progetto politico preciso e orientato ad ottenere il massimo dei consensi per veicolare altre iniziative.

E questo, a mio avviso, è stato un errore: certe iniziative possono avere i più nobili obiettivi di questo mondo e le più valide argomentazioni (sensibilizzare sui privilegi e abusi della “casta” politica in momenti in cui ai cittadini si impongono sacrifici è validissimo), ma devono essere organizzate con altri – più sinceri – biglietti da visita.

La bufala del povero tapino “Licenziato dopo 15 anni di precariato in quel palazzo”, che calamita l’attenzione del popolo facendo leva su sentimenti di compassione e solidarietà, toglie valore alla nobiltà di intento e alle potenzialità di comunic azione offerte dalla Rete ai suoi utenti. Perché la prossima volta che un “vero” precario licenziato – o un’altra persona in una situazione particolare – tenterà di alzare la propria voce in Rete per farla sentite a quanta più gente possibile, rischierà di ottenere innanzitutto diffidenza.

 

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Certezze potenziali (mah)

E’ allarme nel mondo wireless: da ieri sera le testate giornalistiche (televisive e non) ci stanno dicendo, con una certa perentorietà, che “i cellulari e il WiFi possono causare il cancro”, aggiungendo benzina su un fuoco acceso da anni su un argomento del quale si è detto tutto e il contrario di tutto

Tuttavia, lo studio dell’International Agency for Research on Cancer di cui si parla – partendo da risultanze e informazioni contenute in ricerche già condotte – suggerisce solo precauzioni note da tempo (hands-free device or texting, ma io da questi – tanto per aggiungere un’ulteriore elemento – escluderei gli auricolari bluetooth) e conclude che è necessario approfondire la questione, perché i dispositivi wireless potrebbero rientrare nel gruppo 2B della classificazione IARC degli agenti di rischio, in cui rientrano anche l’esposizione ad agenti chimici specifici, ma anche ad agenti legati ad alcune professioni, come quelli a cui sono soggetti i vigili del fuoco o chi lavora in particolari impianti di lavaggio a secco.

Pertanto è necessario stare attenti con certe parole e concordo con quanto sottolineato da Guido Romeo: “Ma soprattutto ci vuole cautela perché anche le istituzioni di ricerca non sono prive di interessi (uno per tutti: avere più fondi di ricerca…) e la storia di cosa è uscito dall’Iarc sulla relazione tra tumori e cellulari è perlomeno controversa come ha scritto L’Economist qualche anno fa nel suo “Mobile Madness” (qui una copia pdf) a seguito della pubblicazione dello studio Interphone, uno studio longitudinale drato 6 anni su 14mila pazienti”.

 
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Pubblicato da su 1 giugno 2011 in cellulari & smartphone, mumble mumble (pensieri), news, News da Internet, tecnologia, telefonia, TLC

 

Quo vadis, SISTRI?

Una settimana dopo il “click day”, dopo i numeri e le valutazioni del Ministero che intende procedere fiducioso, ecco i numeri e le motivazioni delle imprese che chiedono di fermare il countdown:

La preoccupazione è fortissima e il malumore generalizzato. Dal prossimo primo giugno, 360.000 aziende non potranno infatti produrre, trasportare e smaltire i rifiuti se non utilizzando le nuove procedure informatiche, pena gravi e onerose sanzioni. Da diversi mesi le imprese testavano le nuove procedure, riferendone innumerevoli inconvenienti e malfunzionamenti. Per questo abbiamo verificato direttamente, in una giornata di test che si è svolta l’11 maggio, la situazione effettiva. Il 90% delle imprese ha denunciato disfunzioni di ogni genere:  inutilizzabilità dei dispositivi informatici forniti dal Ministero, ore e ore di impossibilità di accedere al sistema, interruzioni nei collegamenti, procedure lunghissime. Nell’insieme, la nostra valutazione è che il test ha dato un esito che difficilmente avrebbe potuto essere peggiore.

Visto le precedenti iniziative – non esattamente andate a buon fine – varate da Cina e Germania in sistemi di tracciabilità dei rifiuti, esprimo cauto pessimismo sul destino del SISTRI. Comunque il 1° giugno partirà senza ulteriori proroghe, il che (considerando il ponte del 2 giugno, festa nazionale della Repubblica) significherà che nessuno ci lavorerà fino a lunedì 6. Verosimilmente, dunque, nei primi cinque giorni di operatività è possibile che non vengano rilevati problemi. Dalla settimana successiva vedremo quanto realmente resisterà.

 
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Pubblicato da su 18 maggio 2011 in Internet, Life, Mondo, mumble mumble (pensieri), news, News da Internet, tecnologia

 

Il web è come la piazza…

Sul SISTRI click day di ieri si registrano opinioni contrastanti, come nelle manifestazioni di protesta in piazza. Cambiano solo alcuni protagonisti: i numeri ufficiali della partecipazione non li fornisce la Questura, ma il Ministero dell’Ambiente, che dichiara il “pieno successo” dell’operazione.

Peccato che quei numeri richiedano una lettura meno superficiale: accesso e utilizzo esprimono concetti differenti.

 
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Pubblicato da su 12 maggio 2011 in Internet, Life, Mondo, mumble mumble (pensieri), news, News da Internet, tecnologia

 

SISTRI click day

Oggi è il SISTRI click day, giornata che le aziende tenute all’utilizzo del nuovo Sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti potranno dedicare alla prova generale del sistema per capire se dal 1° giugno – data definitiva di entrata in vigore del SISTRI – andrà tutto bene.

Il timore – molto diffuso e giustificato – è che questo innovativo sistema di informatizzazione e tracciabilità, introdotto dal Ministero dell’Ambiente nel 2009, non sia affatto pronto. Se dal test di oggi dovessero emergere feedback positivi, significherà che il sistema è stato messo a punto e dal 1° giugno si potrà partire regolarmente. Ma se il risultato del click day dovesse concretizzarsi in un gigantesco Denial of Service, sarà l’ennesimo esempio di malainnovazione (innovazione mal gestita) introdotta dalle istituzioni.

 
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Pubblicato da su 11 maggio 2011 in business, Internet, Life, Mondo, mumble mumble (pensieri), news, News da Internet, tecnologia

 

Nosy network (Facebook spia, ma gli utenti si espongono troppo)

A chi segue con un minimo di attenzione ciò che accade nel mondo e nella Rete, non servivano le dichiarazioni di Julian Assange per comprendere le potenzialità di Facebook come macchina di spionaggio: il database di informazioni personale è ricchissimo, ma ognuno di noi può scegliere di non iscriversi, oppure di farlo senza condividere informazioni personali, di registrarsi e selezionare con attenzione cosa condividere e cosa tenere per se’, o addirittura di eleggere il social network a diario personale, registrandovi vita, morte e miracoli.

In tutte queste opzioni non c’è davvero nulla di male: il male risiede ovviamente altrove, nelle intenzioni e negli obiettivi di chi potrebbe fare un uso non corretto, fraudolento, disonesto o morboso delle informazioni altrui, ed è per questo motivo che è necessario fare attenzione a ciò che si rende pubblico della propria vita privata.

Al netto delle considerazioni di Assange, disponibili nell’intervista da lui rilasciata a Russia Today , e degli ovviamente prevedibili disclaimer di Mark Zuckerberg – a cui conviene evidenziare la non pericolosità del social network che permette a lui e soci di campare più che dignitosamente – non si può non ricordare quanto rilevato tre anni or sono da Tom Hodgkinson sul Guardian in merito a chi effettivamente sostiene il business legato al network di cui Zuckerberg rivendica la paternità.

Oltre al finanziere Peter Thiel, ricorda l’autore dell’articolo, nel board dell’azienda che è alle spalle di Facebook siede anche Jim Breyer, che ha contribuito a finanziare il business con oltre 12 milioni di dollari. Uno dei contributi più significativi (27,5 milioni di dollari) proviene però dalla Greylock Venture Capital, il cui Advisory Partner Howard Cox figura anche nel team di direzione di In-Q-Tel, organizzazione la cui mission viene ostentata già dalla homepage del relativo sito web:

In-Q-Tel identifies, adapts and delivers innovative technology solutions to support the missions of the Central Intelligence Agency and the broader U.S. Intelligence Community.

Comprendendo che Central Intelligence Agency è l’acronimo di CIA e che si parla della più ampia U.S. Intelligence Community, potremmo dedurre l’esistenza di una sorta di legame, seppur non diretto ed esplicito, con i servizi di intelligence americani e concludere che, forse, dietro al business ufficiale del social network più grande del mondo si potrebbero nascondere altri occhi e altre orecchie.

Consideriamo però che, prima di tutto, dovrebbe essere il buon senso a suggerirci di muoverci ovunque, nel mondo reale come in Rete, con la dovuta cautela e senza dimenticare ciò che ci viene offerto al di fuori di Facebook: dai servizi di geolocalizzazione a Google e alla pubblicità contestuale, le dimostrazioni di una privacy sempre più difficile da difendere non mancano.

Il problema nasce – come molte altre cose – fuori dalla Rete: quanti di noi si sono mai fermati a pensare che alcuni momenti della nostra vita possono essere tracciati quotidianamente, ad esempio attraverso l’utilizzo delle carte fedeltà del supermercato, che consentono all’utente di accedere a sconti e promozioni, mentre chi le ha emesse può accede a una serie di preziose informazioni sulle abitudini di spesa degli utenti registrati?

L’aspetto “privacy fuori dal web”, che potrebbe apparire una divagazione, è invece molto pertinente al tema della spiabilità degli utenti di Facebook e di altri servizi disponibili via Internet: dal punto di vista dell’utente, si tratta pur sempre di informazioni condivise con altre persone, non sempre conosciute, ed è una condivisione che ha luogo a motivo di una scelta ben precisa, operata più o meno consapevolmente.

Talvolta, pertanto, prima di puntare il dito contro uno spione, sarebbe opportuno capire se non si è confidato qualcosa di troppo a chi non lo meritava, riflettere sulle conseguenze delle proprie scelte e, nel caso dei social network o di altre innovazioni che caratterizzano il cosiddetto web 2.0, capire cosa valga realmente la pena condividere con altri (dagli amici al mondo intero) e cosa sia meglio mantenere in un ambito più riservato.

[pubblicato oggi dal sottoscritto su The New Blog Times]

 
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Pubblicato da su 6 maggio 2011 in Buono a sapersi, Internet, Life, mumble mumble (pensieri), news, News da Internet, privacy, security, social network, tecnologia

 

Smartphone spia?

Per impegni personali e di lavoro sono stato un po’ fuori dal blog, ma dal momento che qualcuno mi chiede informazioni sulla vicenda dgli smartphone che geolocalizzano gli utenti, ecco un riassunto indicativo e non esaustivo delle puntate precedenti:

  • Due esperti di sicurezza –  Pete Warden e Alasdair Allan – hanno scoperto e svelato al mondo che dentro iOS, il sistema operativo di iPhone e iPad, c’è un file non criptato denominato consolidated.db che contiene un database SQLite in cui sono memorizzate le coordinate geografiche in cui si è mosso il dispositivo. In pratica, c’è la storia dei movimenti dell’utente che possiede un iPhone o un iPad.
  • Il file – a detta di Steve Jobs – non viene trasmesso ad Apple, ma la memorizzazione è sempre attiva, anche se l’utente disattiva le funzioni di localizzazione.
  • Molti utenti e addetti ai lavori vogliono vederci chiaro e hanno denunciato Apple nella quale minacciando una class action e, già che ci sono, intendono chiedere un risarcimento danni per non avere ricevuto un’adeguata informazione preventiva; nel frattempo, dal Senato USA, una commissione ha fissato un’audizione per il 10 maggio, chiedendo chiarimenti ad Apple e Google (visto che l’argomento tocca anche il gruppo di Mountain View).
Il seguito alla prossima puntata.
 
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Pubblicato da su 26 aprile 2011 in cellulari & smartphone, Inchieste, Internet, Life, Mondo, mumble mumble (pensieri), news, News da Internet, privacy, security, social network, tecnologia, telefonia

 

Cellulari: la Tassa di Concessione Governativa c’è ancora

Corre voce, da alcuni giorni, che sia possibile chiedere il rimborso della Tassa di Concessione Governativa applicata sui contratti di telefonia mobile. Fermo restando che chiedere è sempre lecito, allo stato attuale è opportuno tenere presente che la richiesta potrebbe verosimilmente cadere nel vuoto perché la TCG non è mai stata abolita e va tuttora corrisposta.

Gli utenti di telefonia cellulare titolari di un contratto di abbonamento sono tenuti a pagare un balzello mensile di importo fisso, pari a 5,16 euro per i privati e 12,91 euro per le imprese (anche individuali; quest’ultima è deducibile all’80%). La tassa fu introdotta nel 1995 (ma già esisteva, per gli apparecchi radiomobili) per colpire i consumi legati ad uno status symbol: all’epoca, infatti, il telefono cellulare aveva appena cominciato a diffondersi nel mondo italiano delle TLC ed era considerato un bene voluttuario, anziché uno strumento di comunicazione. E’ per questo motivo che in Italia prosperano le utenze prepagate, su cui non grava alcuna tassa (in virtù di una presunta assenza di vincoli tra utente e operatore di telefonia mobile).

Da tempo il presupposto di esazione della TCG è decaduto, giacché il telefonino non può più essere considerato un lusso, e da tempo si parla della necessità di abolirla: da parte delle istituzioni, l’intenzione dichiarata di eliminarla è stata espressa in più occasioni. Quando nel 2007 sono stati aboliti gli odiati costi di ricarica applicati dagli operatori sulle utenze prepagate, il tema guadagnò l’attenzione del Parlamento (a partire da un’interrogazione parlamentare) e dell’Agcom (l’abolizione fu esplicitamente chiesta anche dal commissario Enzo Savarese all’allora ministro per lo Sviluppo economico Pierluigi Bersani,  esortato ”a trovare il modo di eliminare la tassa di concessione governativa, che non favorisce un sano equilibrio del mercato”).

Intenti dichiarati e rimasti senza seguito, ma per un motivo intuibilmente semplice e più che mai d’attualità: lo Stato non ha interesse ad abolire questa entrata che vale centinaia di milioni di euro, esattamente come non ha mai eliminato l’imposizione di accise dell’anteguerra sul prezzo della benzina. Da cosa sono state originate, dunque, le voci della possibilità di abolire l’odiata TCG? Alcune recenti sentenze della Commissione Tributaria Regionale del Veneto (che, a onor del vero, sono state precedute da altre sentenze analoghe emesse da altre Commissioni) hanno confermato l’illegittimità dell’applicazione della tassa per i comuni in quanto Amministrazioni pubbliche, in virtù di quanto stabilito dal Codice delle Comunicazioni che ha abrogato la licenza di esercizio (art 218).

Si tratta di sentenze, che valgono per i casi per cui sono state emesse: non costituiscono norma per tutte le fattispecie analoghe, dal momento che nell’ordinamento giuridico italiano un precedente giurisprudenziale non è assolutamente vincolante per un giudice.

Tutto ciò, comunque, non toglie valore alla campagnapromossa da ADOC contro l’applicazione della TCG, avviata proprio in seguito a tali sentenze. Nell’ambito dell’iniziativa, l’associazione invita i consumatori ad inviare al proprio gestore di telefonia mobile – che riscuotendo la tassa agisce da sostituto di imposta – una lettera di diffida con cui chiedere il rimborso della TCG corrisposta negli ultimi tre anni (per un massimo di 185,76 euro per i privati e di 464,76 per i titolari di contratti aziendali), scaricando di fatto sulle compagnie telefoniche l’incombenza di rivalersi sullo Stato.

A livello commerciale, per iniziativa unilaterale di operatori di telefonia mobile, esistono già piani tariffari (denominati ad esempio Tasso zeroNo Tax) che, nominalmente, prevedono uno sconto pari all’importo della TCG, che al cliente è certamente gradito, ma non c’è nessun regalo: dal momento che la compagnia è sempre obbligata a girare allo stato l’importo della tassa per ogni abbonamento sottoscritto, verosimilmente il piano tariffario ha una composizione tale da garantire comunque, con i consumi addebitati al cliente, la copertura dell’importo che viene formalmente defalcato a titolo di sconto.

Non esistendo oggi una norma che assicuri anche ad aziende e privati l’inapplicabilità di tale tassa, è facile prevedere che gli operatori lascino cadere nel vuoto ogni richiesta, nella certezza di non incorrere in alcuna illegittimità. Tuttavia è auspicabile, da parte loro, un impegno congiunto con le associazioni di difesa dei consumatori presso le istituzioni, affinché l’ingiustificata TCG venga definitivamente eliminata.

Inutile illudersi che ciò possa avvenire in tempi brevi, ma nella prospettiva che il sogno si possa concretizzare, è necessario fin da subito lavorare in previsione di una contromossa: l’eventualità di una rimodulazione fiscale (l’introduzione di una nuova imposta in seguito al contentino dato dall’eliminazione della TCG) è ampiamente prevedibile.

[pubblicata oggi dal sottoscritto su The New Blog Times]

 

Quo vadis, Brokep?

Chi ha conosciuto The Pirate Bay dovrebbe sapere chi è Brokep, alias Peter Sunde, che sta lavorando ad un nuovo progetto:

Peter Sunde – per molti più conosciuto come Brokep, co-fondatore di ThePirateBay.org – vuole cambiare Internet nelle sue regole strutturali, fin dalle sue fondamenta, promuovendo l’introduzione di un sistema di root server distribuito.

Il bersaglio è la gestione di Internet attuata da ICANN, cui oggi competono – tra l’altro – l’assegnazione degli indirizzi IP e la gestione dei sistemi di root server, i pilastri dell’infrastruttura che consente l’accessibilità dei siti Internet e la veicolazione delle e-mail.

Ed è proprio contro questi pilastri che Brokep vuole andare. Non è possibile comprendere se ilpirata svedese sia mosso da disinteressati obiettivi libertari o dalla perdita di un nome a dominio a causa di ICANN e di IFPI, l’associazione che rappresenta l’industria discografica a livello mondiale (che con chiunque faccia parte del mondo di The Pirate Bay evidentemente non hafeeling).

L’obiettivo dichiarato è concettualmente chiaro e consiste nel progetto Dot-P2P mirato ad una rete libera, scevra da politiche autorizzative, discriminatorie o censorie. Difficilmente concepibile con la centralizzazione attuale, secondo Sunde, ma realizzabile partendo da un nuovo sistema di DNS root server alternativo a quello di ICANN, a cui farà seguito – ed è questa l’idea realmente disruptive – un network basato su un sistema DNS peer-to-peer.

“Non stiano re-inventando la ruota – ha dichiarato Sunde, che oltre al wiki sul progetto ha aperto un nuovo blog – stiamo sfruttando al meglio tecnologie già esistenti”. Al momento, sulla scorta di quanto spiegato da Sunde e da altri compagni di progetto, si sa solo che alla base del nuovo sistema ci sarà un’applicazione BitTorrent powered, ma sono ancora molti gli aspetti tecnici da affrontare. A quelli di carattere più amministrativo, invece, si è già pensato: la registrazione dei nomi con TLD .p2p verrà trattata da OpenNIC.

In mancanza di ulteriori dettagli sul progetto, è opportuno che ogni giudizio in merito rimanga in sospeso: in questo momento l’idea può apparire contemporaneamente affascinante e folle. Con l’evolversi degli sviluppi si capirà verso quale parte del crinale si dirigerà.

 
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Pubblicato da su 1 dicembre 2010 in Internet, Mondo, mumble mumble (pensieri), news, News da Internet, tecnologia

 
 
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