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WiMax, prime licenze a giugno 2007

Il WiMax italiano, dal Natale 2006, sembra farsi ancora più vicino: i ministeri della Difesa e delle Comunicazioni hanno comunicato di aver approvato il percorso per l’introduzione del WiMax in Italia. “Con questa intesa, precisa una nota, a partire da giugno 2007, verranno resi disponibili più lotti di frequenze (nella banda Wi-Max 3.4÷3.6 GHz) per iniziali complessivi 35+35 MHz, ripartibili anche su più macroaree nazionali. L’intesa costituisce la prima fase di un progetto complessivo concordato tra le due Amministrazioni, che condurrà in un quinquennio a triplicare la suddetta prima assegnazione di frequenze per il WiMax”.

Entro il mese di febbraio verrà stilato un calendario operativo dal tavolo tecnico tra i Ministeri della Difesa e delle Comunicazioni, allo scopo dichiarato di avviare il servizio WiMax “per un più rapido sviluppo della diffusione della banda larga sul territorio, soprattutto nelle aree ove è più complessa la realizzazione di nuove infrastrutture”. Il richiamo è all’attuale condizione di digital divide, ossia di divario digitale, in cui versano molte zone che si trovano attualmente prive di connettività a banda larga.

La notizia fa seguito alla recente istituzione dell’attesa cabina di regia, ossia del Comitato per la diffusione della banda larga che, a sua volta, ha l’obiettivo dichiarato di garantire – entro la legislatura e quindi entro il 2011, l’accesso a tutti e ovunque della banda larga.

 
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Pubblicato da su 27 dicembre 2006 in Senza categoria

 

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Buon Natale

Buon Natale a tutti!!!

 
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Pubblicato da su 25 dicembre 2006 in news

 

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Chi è senza peccato, scagli il primo bit

Lo dico subito, onde evitare fraintendimenti: quella delle confessioni on line è una bufala e basta. Ma andiamo con ordine.

Leggo dal quotidiano Libero una notizia (a firma di Luigi Santambrogio) che mi stupisce non poco:

È sicuramente la new entry del mese, l’ultima voce della collezione “Ecclesia stupidorum”, il volumone delle santissime scemenze a cura di preti, vescovi, fra’ balossi e para santini che un giorno o l’altro qualcuno dovrebbe mettere per iscritto. Lo stupidario uscito dal breviario di questi (gran) sacerdoti dell’assurdo basterebbe a compilare una poderosa Treccani dello “strano ma sacro” che dai turiboli italiani sale come incenso fino all’alto dei cieli (e chiama vendetta al cospetto di Dio). Ma andiamo con ordine e cominciamo dai fatti che, si sa, battono da sempre la più matta delle fantasie. E i fatti in questione accadono a Pavia, nobile capoluogo lombardo, fra risaie, zanzare e uve da prosecco. È qui che don Gianfranco Poma (classe 1938) e padre Franco Tassone (1962) hanno avuto l’idea folgorante e high tech che, a parere del duo telematico, dovrebbe cambiare la vita alle loro pecorelle: il servizio di confessione via internet, la dichiarazione dei peccati on line (…)

Alt! Fermi tutti. Ma cos’è ‘sta roba? Una notizia? Sembrerebbe di sì. Su Panorama  (ma ci casca anche il Corriere) trovo come funzionerebbe questo presunto servizio:

COME FUNZIONA
L’innovativo sistema è attivo 24 ore su 24 e si basa sull’utilizzo della posta elettronica. Per poter accedere la servizio, il “peccatore” intenzionato a redimersi deve prima prendere contatti diretti con i promotori dell’iniziativa. Questi ultimi provvederanno a fornire all’interessato l’indirizzo e-mail a cui inoltrare, via web, le proprie mancanze. I due sacerdoti promettono risposte tempestive e fanno già sapere che le caselle di posta elettronica vengono controllate con periodicità e più volte al giorno. Le prime reazioni sull’argomento oscillano tra la perplessità e il dubbio. D’altronde il mezzo utilizzato appare poco sicuro ed è lo stesso su cui viaggiano spam, pubblicità e virus. Don Gianfranco e padre Franco, però, si mostrano ottimisti e, fiduciosi, sostengono che il servizio servirà a riavvicinare alla chiesa e al rito della confessione numerose “pecorelle smarrite”.
COME “REDIGERE” I PROPRI PECCATI
Le più classiche forme ed espressioni verbali vengono quindi sostituite da nome utente e password. Una volta entrati, i navigatori in via di pentimento sono obbligati a rispondere a una serie di domande legate anche alle abitudini religiose e alla vita sociale (iscrizioni ad associazioni, capacità di dialogo con i non credenti o le altre religioni).
Segue la confessione vera e propria. A disposizione ci sono dalle 1000 alle 3500 battute, seguendo un’importante ordine: prima i peccati mortali e poi quelli veniali. Per gli utenti in imbarazzo o poco abituati al mezzo è disponibile, sul sito della parrocchia, un elenco delle colpe. Per concludere il rito, basta cliccare su una scritta lampeggiante rossa indicata dalla parola «Amen» e aspettare che sullo schermo compaia il segno della confessione. Verrà inoltre indicato il giorno e l’ora fissati per passare in Chiesa e ritirare la propria assoluzione.

La notizia ha un sapore a dir poco bufalino: la confessione si identifica nel sacramento della Penitenza. Nessuno ha mai pensato di farla per telefono, ne’ per lettera… com’è possibile che qualcuno possa prendersi la briga di virtualizzarla? Ad accantonare la mancanza di buon senso di chi ha diffuso questa notizia, ecco una smentita ufficiale:

Confessione on line, Mons. Poma a GRT: “Sconcertato, notizia priva di fondamento”>(AGENZIA GRT) E’ priva di fondamento la notizia riportata questa mattina dal quotidiano Libero, secondo la quale due sacerdoti di Pavia, mons. Gianfranco Poma e padre Franco Tassone, avrebbero ideato la cosiddetta “confessione-on line” come sostituzione del normale sacramento. A confermarlo ai microfoni di GRT è lo stesso Mons. Gianfranco Poma: “Sono sconcertato, non capisco come sia possibile arrivare a pubblicare notizie del genere, visto che la confessione è un atto talmente profondo e privato che non è possibile realizzarlo tramite un computer. La rete – continua Mons. Poma – è uno strumento fantastico, utilizzabile per consigli, problemi personali, scambi di iniziative, ma di certo non per confessare le persone”.

Inutile dire (ma lo faccio ugualmente) che anche don Franco Tassone, responsabile della Comunità Casa del Giovane, smentisce inequivocabilmente la notizia ai microfoni di Radio PNR: “Noi non abbiamo cambiato tradizione. Sappiamo però che la gente ha tanto bisogno di essere ascoltata, in questo clima di accelerazione in cui la gente fa tanto fatica a parlare, che abbiamo creato un’associazione di Preti On Line, per esprimere questo desiderio di ascoltare le persone anche tramite un indirizzo di posta elettronica e una disponibilità, secondo le competenze di tanti sacerdoti, di rispondere anche in breve tempo alle loro necessità. Ma non si può confondere uno strumento di accompagnamento, di cura e di ascolto, con il sacramento. Nel sacramento c’è la grazia di Cristo, nella mail c’è soltanto il byte e il numero di battute che ci permettono di dire a uno coraggio, con una pillola di saggezza, ce la puoi ancora fare nel tuo cammino”.

Per cui, concludo io, non si tratta (come scriveva Libero) dell’ultima voce della collezione “Ecclesia stupidorum”, ma di una semplice figuraccia giornalistica.

 
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Pubblicato da su 20 dicembre 2006 in media, Mondo, news

 

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VedRAI su Internet…

Qui trovate un’ottima riflessione che Stefano Quintarelli dedica alle novità contenute nel nuovo contratto di servizio RAI.

Qui invece l’articolo dedicato da Punto Informatico allo stesso argomento.

Qual è la novità? sotto la dicitura del Nuovo contratto nazionale di servizio RAI di durata triennale (fino a fine 2009) si cela una grande riforma fin qui solo sperata dagli utenti italiani. In estrema sintesi, se la riforma rimarrà invariata, la RAI metterà a disposizione della rete italiana i propri contenuti, ne promuoverà di nuovi ad hoc, stimolerà l’autoproduzione degli utenti, darà vita a forme di interazione diretta con chi seguirà il suo nuovo sito, che non solo sarà reso accessibile secondo le specifiche del Web Consortium ma che distribuirà tutti i materiali sotto le licenze copyleft di Creative Commons.

La RAI, quindi, getta le basi per creare un rapporto diretto con l’utente , un aspetto fondamentale per il concetto di neutralità della rete. Ma per approfondire la questione, vi invito a seguire i link riportati all’inizio del post (blog di Quintarelli e articolo di Punto Informatico).

 
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Pubblicato da su 20 dicembre 2006 in media, Mondo

 

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Impressioni di settembre

Lo so, questo titolo è ai limiti dell’appropriazione indebita, spero che la PFM mi possa perdonare 😉

In realtà è un riferimento mirato, che serve a descrivere la situazione che caratterizza le condizioni attuali della connettività italiana. Soprattutto alla luce di ciò che Stefano ha scritto, appunto, in settembre. Che alla domanda pubblicata oggi “Basta migrare a OpenDNS?” già allora sembrava rispondere “no”.

Se è davvero la rete, dunque, a soffrire di problemi strutturali, come si risolve il problema? Una risposta la troviamo nelle parole del presidente di Clusit, Gigi Tagliapietra:

Da i-dome:

“Occorre spostare la nostra attenzione dal virus alle fragilità che amplificano l’effetto degli attacchi informatici in corso. L’attacco ai Dns di questi giorni fa leva su due debolezze: da una parte, la mancanza di una cultura diffusa della sicurezza che facilita la diffusione da un computer all’altro dei virus informatici e, dall’altra, il sovraccarico della rete che rende ogni piccolo intoppo un ostacolo più grande.” afferma Tagliapietra.

“La rete è un organismo che deve essere “nutrito” di investimenti infrastrutturali che ne garantiscano il funzionamento di fronte ad una crescente quantità di informazioni in transito e di educazione diffusa alle norme di “igiene e sicurezza informatica“, altrimenti anche una semplice “influenza” lo può minacciare seriamente. La rete è una risorsa preziosa per il Paese, non solo per le aziende e come risorsa preziosa va protetta e garantita. Ma le azioni di natura puramente tecnica non basteranno a proteggerci dalle nuove minacce che abbiamo di fronte a noi e di cui ci sfuggono i dettagli, la prima risposta si deve basare su uno scambio tempestivo di informazioni e su una rete fidata di collaborazioni che permettano di isolare tempestivamente e di diagnosticare con lucidità gli incidenti e le contromisure più efficaci.

Da quasi due anni il CLUSIT sta cercando di convincere aziende ed istituzioni ad attivare una rete di ISAC (Information Sharing and Analisys Center), ovvero insiemi di esperti e tecnici che condividono informazioni e dati relativi ad attacchi e vulnerabilità informatiche e che aiutino imprese ed enti a gestire le emergenze. Siamo convinti, e l’esperienza americana lo dimostra, che in questo modo avremmo un sistema di analisi e allerta che renderebbe più tempestivi gli interventi sulla Rete. Ci auguriamo che oggi la sensibilità sia più alta e che si possa arrivare finalmente alla costituzione di questo strumento indispensabile per difendere un bene prezioso per tutti.”

 
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Pubblicato da su 18 dicembre 2006 in media

 

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Perle virali di tecno-giornalismo

Quando giornali e telegiornali si affannano a dare notizie che richiedono una competenza diversa da quella richiesta dalla cronaca consueta (come quando si parla di argomenti tecnologici), ecco emergere delle autentiche perle. Ne segnalo due.

La prima viene dal Tg5, che ho seguito con i miei occhi e le mie orecchie, ma ringrazio Paolo Attivissimo che, con il suo post, mi permette di fare copia+incolla per la fedele trascrizione di un servizio andato in onda ieri sera:

Avete presente le autostrade durante i periodi di vacanza? Tante macchine tutte in fila e nessuno che si muove di un centimetro? Ebbene, questa è la situazione che si sta verificando in questi giorni nella grande autostrada della rete Internet italiana. Collegamenti impossibili, posta elettronica difficile da inviare. Insomma, tutti fermi. Un fenomeno solo italiano, a quanto pare, dovuto a file cattivi che stanno infestando i computer nostrani. Spyware, programmi che si infiltrano e spiano le abitudini, malaware che provocano danni, o adware che ci inondano di pubblicità non desiderata. Sono parenti dei virus più aggressivi, e l’infezione si trasmette proprio navigando in Rete. Scaricando programmi che sembrano innocui, si installano sul computer anche quelli dannosi, e così i programmi da una sola postazione riescono a moltiplicare all’infinito gli accessi alla Rete, e il sistema va in tilt. Il problema è così sentito che Telecom, gestore di importanti server italiani, ha istituito un numero, 19122, che fornisce soluzioni tecniche adeguate, che poi sono sempre le stesse: un buon antivirus, da lanciare di tanto in tanto, giusto per fare un po’ di pulizia.

1) E’ vero, i file che sembrerebbero all’origine di questo degrado di qualità della connettività non sono certo buoni. Ma come si fa a parlare di file cattivi? Io avrei preferito malevoli, che in realtà non è un termine migliore, ma almeno suona meglio.

2) Cosa sono i malaware, i software della mala? Forse si intendeva parlare di malware. Ma non sono già stati citati come file cattivi?

3) Meno male, c’è qualcuno che – interpellato al telefono al 191.2.2 da utenti assaliti dal panico – fornisce rasserenanti quanto ovvie indicazioni. Perché il servizio sembra dire così, quando dice “soluzioni tecniche adeguate, che poi sono sempre le stesse”. Due domande sorgono spontanee:

a) Ma se sono sempre le stesse, che necessità ho di farmele ripetere?

b) Ho un buon antivirus, aggiornatissimo, faccio la scansione (“un po’ di pulizia”) tutti i giorni e il mio computer risulta già pulito. Perché vado così lento? “E’ un problema generalizzato, stanno lavorando per risolverlo” mi rispondono dal 191.2.2. E probabilmente è l’utile risposta che danno a molti utenti.
Ok, vado con la seconda. Che se non venisse dall’Ansa sembrerebbe quasi una barzelletta già dal titolo:

Virus informatico infetta ospedale

Colpiti laboratorio analisi e macchine radiologiche

(ANSA) – MILANO, 13 DIC – Un ospedale viene infettato da un virus, ma non e’ un caso di malasanita’. Semplicemente perche’ si tratta di un virus informatico. La ‘vittima’ e’ la Fondazione Ospedale Maggiore Policlinico, Mangiagalli e Regina Elena di Milano. Il virus non ha compromesso referti o dati sensibili relativi ai pazienti. Colpite invece le macchine radiologiche e alcuni dispositivi del laboratorio analisi. Non si tratta di hacker; all’origine potrebbe esserci l’obsolescenza di alcune postazioni di lavoro.

Solo una riflessione su “colpite invece le macchine radiologiche e alcuni dispositivi del laboratorio analisi”. Caspita, si sono infettati dispositivi e strumenti!!!

 
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Pubblicato da su 13 dicembre 2006 in news

 

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Prove tecniche di numero fisso

Semaforo verde, anche se con riserva, per Vodafone Numero Fisso.

L’offerta che si propone di liberare gli utenti dalla schiavitù del telefono fisso, ritenuta poco trasparente e illegittima da Telecom Italia, dopo alcune vicissitudini può partire: il ministero delle Comunicazioni, a cui l’Agcom aveva passato la palla e la competenza della decisione in merito, ha stabilito l’avvio di una fase di test.

La fase sperimentale prenderà il via giovedi’ 15 dicembre e vi potranno accedere 15 mila utenti. La sperimentazione, che durerà due mesi, sarà oggetto di monitoraggio: servirà, ha dichiarato il ministero, a “verificare la rispondenza dello stesso ai requisiti previsti dalla normativa vigente per la fornitura del servizio telefonico accessibile al pubblico in postazione fissa”.

Come ho già avuto modo di osservare un paio di settimane fa su Punto Informatico, “sembra quindi che, sul mercato italiano, il lancio delle offerte convergenti sia obbligato ad affrontare, nelle sue fasi iniziali, notevoli difficoltà: è stato così anche per Unico, la proposta di Telecom Italia basata sulla tecnologia UMA che connette rete fissa e mobile, che ha ricevuto la benedizione dell’Agcom per una fase sperimentale, dopo una sofferta gestazione commerciale”.

La storia si è ripetuta più o meno con gli stessi step anche per Vodafone Numero Fisso, anche se con qualche differenza: la convergenza di Telecom, come noto, si basa sulla tecnologia UMA, che interconnette rete fissa e mobile. Vodafone, operatore privo di una propria rete fissa e quindi impossibilitato a replicare un’offerta come “Unica” di Telecom, non può che basarsi sulla Home Zone, ossia l’offerta Vodafone Casa, con tutte le pertinenze (Numero Fisso, Vodafone Casa Fastweb e Vodafone Internet Box, che si avvale della rete HSDPA).

 
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Pubblicato da su 7 dicembre 2006 in media

 

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WiMAX, è la volta buona?

Il ministero della Difesa sembra avere, finalmente, messo a fuoco il problema e ha annunciato l’avvio di un tavolo di lavoro per studiare un cammino di transizione con il ministero delle Comunicazioni. L’obiettivo? Un percorso che porti, auspicabilmente nel modo meno tortuoso possibile, verso l’attivazione reale e diffusa della connettività WiMax, ossia la tecnologia in grado di diffondere la banda larga wireless.

Qualche dettaglio su Punto Informatico di domani .

La popolazione vittima del digital divide e il mercato attendono. Speriamo bene.

Le sperimentazioni sono ancora in atto, ma sulla carta, secondo quanto previsto dallo standard attuale approvato nel 2004, con una singola antenna dovrebbe essere possibile offrire una banda che può arrivare a 74 Mbps ad un’area di circa 50 km. Va da se’ che questa tecnologia potrebbe essere impiegata in aree rurali, o in zone industriali, per avere copertura dove l’orografia o l’urbanizzazione complicano la vita delle connessioni wired

 
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Pubblicato da su 5 dicembre 2006 in media, news

 

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Su Internet si trova di tutto. Anche il Polonio.

Fino a pochi giorni fa, il Polonio era un elemento sconosciuto ai più.  Probabilmente qualcuno lo pensava solo un personaggio dell’Amleto di Shakespeare. Da qualche settimana, però, in quanto elemento chimico (Po) ha conosciuto un’inquietante ribalta per via di un utilizzo “improprio”: è stato utilizzato per avvelenare l’ex agente del KGB Litvinenko.

Il Polonio, nel giro di breve tempo, è finito (verbalmente) sulla bocca di tutti, per la capillare opera informativa dei media (giornali, radio, TV). E quell’elemento sconosciuto, scoperto da Marie e Pierre Curie (battezzato Polonio in omaggio alla terra natale della signora Curie) è divenuto elemento ricercato, tanto che è stato scoperta la possibilità di acquistarlo su Internet: lo ha trovato George Kindel di Fox News. Lo racconta il Corriere:

Scorte di polonio, il micidiale isotopo scoperto da Madame Curie, sono state rintracciate su un link della United Nuclear, compagnia di forniture scientifiche di Sandia Park, nel New Mexico, zona dove ha sede anche il Sandia National Laboratorier, laboratorio di ricerca americano sulle armi nucleari. Sul proprio sito, il fisico Bob Lazar, proprietario della United Nuclear, spiega che modiche quantità di sostanze come il Polonio sono «permesse dalla Nuclear Regolatory Commission (Nrc), senza alcuna licenza». E spiega che «tutti gli isotopi si possono ordinare alla Rnc di Oak Ridge». Inoltre, avverte Lazar, vi sono sostanze molto più pericolose del Polonio 210, ad esempio l’Americio 241, che è almeno dieci volte più letale dell’isotopo radioattivo usato per uccidere l’ex spia russa a Londra e che ha contaminato Scaramella, e probabilmente anche Andrei Logovoi, altra ex spia russa e sospettato numero uno da Scotland Yard per l’omicidio. Il Polonio 210 potrebbe eventualmente essere passato tramite Mailnetwork.com, una società che noleggia caselle postali con indirizzi degli Usa, la quale però assicura di vendere dosi non letali.

Una dose non letale oggi, una domani, una dopodomani (magari acquistata con account differenti, ma tutti collegati) e il Polonio arriva a casa vostra, legalmente (stando a quanto affermato dal titolare della United Nuclear) e senza troppa fatica. BRR!!!

Qui la storia originale.

 
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Pubblicato da su 4 dicembre 2006 in media, Mondo

 

Nuovi media e regole RELOADED

Qualche giorno fa, in merito al tema di cui molto si parla in questo periodo, dicevo:

“…la Rete oggi sembra essere una “terra di nessuno” (ma leggi e regole ci sono, manca forse un’applicazione più efficace)…”

Il sempre puntuale Stefano Quintarelli ne ha dato una conferma – direi autorevole – citando la direttiva europea 2000/31/EC sul commercio elettronico (che non riguarda solo il commercio legato alla compravendita di beni, ma le attività e le forniture di servizi svolte su Internet).

 
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Pubblicato da su 29 novembre 2006 in media, Mondo

 

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19 agosto 2006, ore 5.08…

Qualcuno ha scoperto un blog piuttosto trascurato e, da quel momento, ci si è buttato a capofitto. Peccato che si trattasse del blog dell’attuale ministro dell’Istruzione, impegnato in una campagna contro il bullismo giovanile – guadagnatosi onori e oneri della cronaca con episodi a sfondo violento, sessuale o comunque di cattivo gusti – agevolato dai demoniaci new media.

Risultato: un pieno di porno-spam.

Da Pandemia.

 
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Pubblicato da su 28 novembre 2006 in media, Mondo

 

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Nuovi media e regole

Si è parlato molto, e si continua a parlare, dei vari episodi di bullismo giovanile che vengono ripresi da videofonini e fotocamere per poi essere pubblicati su internet, consentendo così una rapida diffusione di questi video e generando – secondo il ministro dell’Istruzione Fioroni – il rischio emulazione. Il fenomeno sta assumendo proporzioni colossali (basta contare quanti episodi vengono citati dagli organi di informazioni ogni giorno), tanto che molti hanno già pensato di criminalizzare Google Video, Youtube, Videofonini e tutti gli strumenti che consentono questa diffusione indiscriminata di contenuti di pessimo gusto. Grave errore.

L’ormai famosissimo video girato nella scuola torinese sta guadagnandosi una vasta e inattesa eco: nelle ultime ore è arrivata la notizia della denuncia ai danni di Google Italia con una perquisizione (perquisiscono Internet?) e l’iscrizione nel registro degli indagati di due legali rappresentanti. Ai due è stata contestata la mancanza di vigilanza sui contenuti diffusi da Google Video, ipotizzando una fattispecie di reato vicina alla complicità dei suoi responsabili con gli utenti che hanno messo online il video.

Una news tratta dal Corriere riferisce: “Fin qui tutte le persone sentite a verbale hanno affermato di non aver la disponibilita’ del server che immette le immagini sul web perche’ il server sta in America”. A leggere queste righe sembra che coloro che sono stati interrogati abbiano addotto scuse puerili e tipicamente da scaricabarile. Fortunatamente c’è la possibilità di capire meglio le cose, leggendo quanto ha scritto Stefano Hesse:

“In relazione alle recenti dichiarazioni a me attribuite dalla stampa, relativamente alle indagini effettuate sul video della scuola torinese, mi preme evidenziare l’incompletezza di tale frase (“ Google Italia non provvede a controllare nulla poichè i dati si trovano su server esteri“), che attribuisce al sottoscritto e a Google Italia una posizione di distacco e direi quasi menefreghismo che ovviamente non rispecchia in alcun modo il nostro operato.

Oltre a evidenziare la completa solidarietà, mia personale e di tutta Google, al ragazzo oggetto del video e alla sua famiglia, ribadisco innanzitutto la nostra totale disponibilità e cooperazione con le Autorità e correggo l’errata frase a me attribuita: le attività relative a Google Video vengono effettuate da personale che non risiede in Italia, quindi noi localmente non abbiamo accesso diretto al contenuto, motivo per il quale abbiamo immediatamente contattato il team che si occupa di questo prodotto, lavorando a stretto contatto con chi si occupa delle indagini. L’estrapolazione di quelle poche parole ha evidentemente generato un equivoco che lede in maniera ingiusta l’immagine di Google Italia.

D’accordo: quel video, su Google, è decisamente rimasto per troppo tempo (oltretutto inserito in una categoria, “video divertenti” a dir poco impropria). Però c’è un fatto positivo, quello stesso video ha offerto una testimonianza di un fatto che avrebbe potuto rimanere insabbiato. Come in un altro caso reso famoso dalle cronache: il video del motociclista folle che ha percorso la A7 a 300 all’ora, la cui vanagloria gli è costata cara, dato che il video è stato messo online dallo stesso motociclista (che ha però negato di esserne il protagonista, nonostante alcune prove al vaglio degli inquirenti), identificato dalla Polizia Postale proprio grazie al video.

Ora, è chiaro che i principali responsabili, nel caso del video della scuola torinese, sono coloro che hanno girato il video e l’hanno messo online. E certo sarebbe opportuno che esistesse un controllo reale (magari preventivo) sui contenuti onde evitare proprio ciò che è accaduto in questi giorni.

Il problema è la mole di contenuti che viene accolta quotidianamente dal servizio incriminato, che non permette certo a chi deve vigilare di agire con tempestività. La quantità di video pubblicata ogni giorno è impressionante ed è sicuramente difficile stare dietro a tutto ciò che arriva.

Il problema di fondo sembra essere una mancanza di regole generalizzata: la Rete oggi sembra essere una “terra di nessuno” (ma leggi e regole ci sono, manca forse un’applicazione più efficace), e non può sottrarsi ad una regolamentazione, come quella a cui sono assoggettati i media “tradizionali” (stampa, radio, TV). Forse non è semplice (e forse nemmeno pensabile) applicare ad Internet le stesse regole, nel “mondo virtuale” le cose funzionano diversamente dal “mondo reale”. Ma l’esigenza di far applicare una regolamentazione esiste, perché nell’uno e nell’altro vivono e lavorano esseri umani, e qualsiasi cosa avvenga nell’uno e nell’altro non si può prescindere dal rispetto della dignità umana.

 
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Pubblicato da su 25 novembre 2006 in media, Mondo

 

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Bullismo nelle scuole. Per colpa di chi…?

La mia avventura scolastica è iniziata negli anni ’70. Delle maestre di scuola elementare e dei professori di scuola media si aveva un timore reverenziale. Di quelli di scuola media superiore, a seconda delle inclinazioni, si poteva provare stima, anche profonda o odio, anche profondo. Dei compagni forse un po’ meno, ma a tutto c’era un limite.

Quel limite oggi sembra ridicolo. I confini del ragionevole si sono spostati e oggi nelle scuole accadono fatti un tempo impensabili. Dalle insegnanti che adescano gli studenti agli studenti che girano video volgari e osceni, per pubblicarli poi su Internet. Che da una parte può essere una gogna mediatica, dall’altra può essere un nuovo canale di intrattenimento.

Si è innescato un circolo vizioso: tutti i ragazzi hanno telefonini, con caratteristiche multimediali. Come minimo possono fare foto, girare video. E possono scambiarseli via MMS, via mail, possono pubblicarli su Internet grazie a YouTube, MySpace o altri servizi di social networking. Un tempo queste possibilità non c’erano. Ma i cretini sì, in realtà ci sono sempre stati. Solo che avevano meno pubblicità.

Colpa di Internet, di YouTube, di MySpace? Dei videofonini? No, questi sono solo strumenti. Come ogni strumento, sono dannosi nella misura in cui chi li utilizza ne fa un uso sbagliato. Se tiro una martellata in testa ad uno che mi sta antipatico, non è colpa del negozio di bricolage o della ferramenta doveho acquistato il martello, ne’ di chi ha fabbricato il martello.

E’ colpa mia, e forse di chi mi non mi ha detto che il martello serve a piantare i chiodi, e pertanto ne devo fare un uso responsabile, perché altrimenti potrei danneggiare qualcosa o qualcuno.

Le cose devono essere chiarite fin da subito, in famiglia e a scuola: col telefonino si parla, si gioca se ci sono installati i giochi, si fotografa se c’è la fotocamera. A scuola si va per avere un’istruzione, imparare qualcosa, crescere, non per giocare o girare filmini con le mutande abbassate. C’è un tempo per ogni cosa, anche per scherzare, giocare, anche per abbassare le mutande. Ma non davanti ad un telefonino e mai quando si manca di rispetto verso qualcuno.

Internet, YouTube, MySpace, i telefonini non sono il diavolo. E’ la mancanza di una vera educazione il problema alla base di tutto.

UPDATE: segnalo in proposito l’articolo I bulli del terzo millennio, un’inchiesta di Irene Privitera, Chiara Pucci e Silvia Tolve, studentesse presso la Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università degli studi di Roma “La Sapienza”.

 
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Pubblicato da su 22 novembre 2006 in media, Mondo

 

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Buon compleanno, WEB!

Traguardo ragguardevole, sottolineato dal sempre puntuale Paolo Attivissimo, il web ha compiuto 16 anni il 13 novembre.


“13 novembre 1990, ore 15:17:00 GMT. Sedici anni fa. Questa è la data di ultima modifica della più vecchia pagina Web di Internet ancora esistente, che vedete qui accanto in tutto il suo spartano splendore e potete visitare qui. L’indirizzo non è più quello originale, ma il contenuto è invariato.

Il post che ho citato contiene informazioni, curiosità e un po’ di storia moderna. Un amarcord che Attivissimo ha dedicato a qualcosa che ha realmente rivoluzionato la vita di tutti noi. E che fa parte delle origini di quella Rete su cui da qualche tempo compare il Tgcom, che ha avuto la brillante idea di ispirarsi ad Attivissimo copiando il contenuto del suo post in una notizia della sua sezione Tg Tech, senza nemmeno citarlo quale autore originale.

Non è bello.

 
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Pubblicato da su 16 novembre 2006 in media, Mondo, news

 

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La larghezza della banda è un concetto relativo

L’associazione Anti Digital Divide ha il dente un po’ avvelenato nei confronti di Telecom Italia.

Intanto per una ragione di brand, per usare poco casualmente un termine caro al mondo del marketing: l’ex monopolista la scorsa estate ha varato un progetto dichiaratamente mirato a diffondere capillarmente la banda larga nella penisola. Il progetto è stato chiamato (in modo alquanto ammiccante) “Anti Digital Divide” e il disappunto dell’associazione è giustificato: come si chiede Stefano Quintarelli, “se io facessi un servizio di lavoro interinale chiamato “CGIL”, sarebbe una cosa ammissibile?”.

Ma ad ADD il progetto piace poco perché si tratta di un sorso di banda larga (connessioni limitate a velocità 640/256, ossia un massimo di 640 Kbit in downstream e 256 in upstream), che “banda larga non è” (sul sito ADD trovate la news completa con tutte le loro considerazioni). Questa frase mi fa ricordare un episodio di qualche tempo fa: in un’azienda situata in un’area isolata, ma circondata da paesi supportati dal broadband, è stato portato un collegamento CDN a 256 Kbps (il massimo ottenibile, essendo il paese “scoperto” per quanto riguarda altre valide soluzioni  ADSL, HDSL eccetera). Un tecnico Telecom, nel verificare dal browser di un PC la velocità del collegamento, mi guardava soddisfatto dicendo “bene, qui siamo a banda piena” e alla mia reazione “già, peccato che non sia banda larga” il tecnico rispondeva orgoglioso “ma 256k significa parlare di banda larga”.

Ecco perché dico che il concetto di larghezza della banda è relativo. E non vi dico quanto costi all’anno un collegamento simile all’azienda in questione. Si parla comunque di migliaia di euro, e l’unica cosa larga in tutto questo è probabilmente la pazienza…

 
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Pubblicato da su 14 novembre 2006 in Mondo

 

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