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iPhone.com, il nome da un milione di dollari

Probabilmente la persona che è riuscita a guadagnare di più, grazie al lancio dell’iPhone di Apple, non è Steve Jobs (non ancora almeno), ma Mike Kovatch, ossia colui che aveva registrato a proprio nome, in tempi non sospetti (si parla del 1995) il nome a dominio iPhone.com, che l’azienda di Cupertino è riuscita ad aggiudicarsi – e utilizzare solo a partire dal giorno dopo il lancio ufficiale del suo apparecchio – dietro il pagamento di una cifra a sei zeri. AppleInsider parla infatti di “almeno un milione di dollari”.

Nome che registri, business che trovi…

 
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Pubblicato da su 5 luglio 2007 in Mondo, news

 

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Diffidate dell’avvocato G. Filippo Cagossi…

…o almeno delle mail che hanno come mittente questo nome.

Mi spiego meglio: non saltate sulla sedia se nella vostra mailbox compare un messaggio, il cui mittente apparente è lo studio dell’avvocato G. Filippo Cagossi, avente per oggetto una frase come “Messa in mora del debitore ex art. 1219 c.c.” e che vi sollecita al pagamento di una certa somma. E’ una bufala, realizzata per indurre il download di un bel dialer.

Se ricevete un messaggio simile, è sufficiente cestinarlo per non correre alcun rischio. Questo è il testo che ho ricevuto io:

ATTO DI DIFFIDA E MESSA IN MORA

Egregio Signore/a (altresì info)

Come da Raccomandata a.r.

Oggetto: Messa in mora del debitore ex art. 1219 c.c.

La mia assistita mi informa che a tutt’oggi risulta un credito nei Vostri confronti dicomplessivi €. 900,00, come risulta dalla documentazione allegata.

Per quanto precede Vi rendo noto che, in difetto di ricezione, entro e non oltre dieci giorni dal ricevimento della presente, del complessivo importo di €. 196,00 oltre gli interessi dal dovuto al saldo di € 70,00, agirò legalmente nei Vostri confronti, con sensibile aggravio di spese.

Rimango in attesa di un Vostro riscontro in merito – nel termine di cui sopra – e distintamente Vi saluto.

Avv. G.Filippo Cagossi

Mi piacerebbe conoscere l’identità della sua assistita, tanto per sapere chi va in giro a vantare crediti fasulli nei confronti del sottoscritto, ma preferisco non approfondire (mi piacerebbe conoscere anche l’identità dell’insegnante di matematica di questo sedicente avvocato, vista l’incongruenza tra le cifre che cita). Non approfondirò, invece, cosa c’è dietro i link (che qui sopra non ho mantenuto) che dovrebbero portare alla documentazione allegata, e la cui homepage (www.sicure-mail.com) – che non porta ad alcun sito di rilevanza giudiziaria, ne’ al sito dello studio legale – mostra quanto segue:

正在建设中

Under Construction

Per la cronaca, i link presenti nel messaggio portano ad un immagine microscopica – che in calce porta la “firma” dell’avvocato Ubaldo Santarelli (è un associato di Cagossi?) – che dovrebbe essere il fantomatico “atto di diffida e messa in mora”. Chi clicca su “ingrandisci” non vedrà nessun allto, ma scatenerà il donwload del file (nel mio caso, 56563A.exe), cosa che sconsiglio caldamente. Anche perché il nome dell’avvocato Santarelli è un personaggio già noto, come ci ricorda Anti-Phishing Italia (come noterete leggendo il loro articolo, la mail è identica).

UPDATE nr.1: in Italia esiste un avvocato Cagossi, che però si chiama Romeo. A lui va la mia solidarietà e l’augurio di una serena attività professionale.

UPDATE nr.2: Il 10 settembre ho ricevuto questa lettera, che pubblico con il consenso della mittente:

Sono l’avv. Paola Cagossi del Foro di Bologna destinataria da luglio
ad oggi di numerose richieste di chiarimento da parte di imprenditori
commerciali in merito alla mail di diffida e messa in mora del
fantomatico avvocato G. Filippo  Cagossi.
In data odierna ho depositato denuncia alla Polizia di Stato sulla
vicenda a tutela dei malcapitati utenti e per sottolineare la totale
estraneità alla vicenda mia e dei miei collaboratori.
Nell’occasione ho appreso della notorietà del virus e dei siti
internet che se ne sono occupati.

Questo post sembra l’appello degli avvocati di nome Cagossi. Anche all’avvocato Paola Cagossi, naturalmente, esprimo la mia solidarietà con i migliori auguri di una serena attività professionale.

 
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Pubblicato da su 3 luglio 2007 in news

 

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Shannon.it, blog al contrario

Nel coro delle voci che in Rete si intonano sulla tecnologia c’è una new-entry: il progetto Shannon.it, che – per usare le parole della sua stessa presentazioneè un altro blog che tratta di tecnologia pubblicando sia articoli tecnici e mirati, sia articoli accessibili al grande pubblico. Non è la redazione a scrivere articoli e i lettori a commentarli, ma esattamente il contrario. L’obiettivo di Shannon è stimolare la nascita di discussioni costruttive, ponendo al centro del dibattito i lettori stessi, autori dei post iniziali.

Un progetto Web 2.0, quindi 🙂 Shannon.it ha una redazione che valuta gli articoli ricevuti dai lettori e li pubblica con una risposta che esprime un’opinione diversa, il tutto può essere commentato alimentando una discussione (auspicabilmente) costruttiva.

Fra gli articoli presenti, visto il periodo iPhonesco, mi sembra perfidamente ovvio segnalarvi L’iPhone e la rivoluzione che sconvolge solo Zio Steve.

 
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Pubblicato da su 2 luglio 2007 in Blogroll, Mondo, news

 

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Il giallo del sito iPhone.com

Qualcuno l’aveva comprato, ma non è stata Apple. Non sto parlando del music-phone dell’azienda di Cupertino, ma del dominio iPhone.com: ne ho fatto cenno in un microupdate del post precedente, ma forse occorre spiegare meglio la cosa.

Ricapitolando: proprio ieri, 29 giugno 2007, data ufficiale del lancio USA dell’iPhone, qualcuno è andato a visitare il sito iPhone.com e ci ha trovato una vetrina di smartphone. Questa:

Nessuna traccia dell’attesissimo iPhone, ma una serie di alternative non Apple. Il fatto è saltato all’occhio di moltissimi utenti e molti media (l’articolo di Anick Jesdanun di Associated Press, che segnala l’esistenza di oltre 4mila domini che contengono il termine “iPhone”, ha fatto il giro del mondo approdando anche su MacNews). E, come ha evidenziato Giacomo Dotta su Webnews.html.it, iPhone.com è diventato un elemento in qualche modo concorrente all’iPhone stesso in quanto riporta in homepage tutta una serie di telefonini di fascia alta con tanto di link per procedere ad un eventuale acquisto”.

Ma oggi, coup de théâtre: ancor più sorprendentemente, se digitate ora nel vostro browser l’indirizzo http://www.iphone.com, noterete che si tratta di un redirect al sito ufficiale http://www.apple.com/iphone/

Cos’è dunque avvenuto? Forse il nome a dominio è sempre stato di Apple e ieri ha subito un defacement? No: Apple aveva registrato iPhone.org, mentre iPhone.com era stato registrato da un certo Mike Kovatch (per l’offerta VoIP del gestore Nuvio). L’uomo, interpellato lo scorso dicembre dalla redazione di iProng, lo ha confermato, aggiungendo di non essere mai stato contattato da Apple per la registrazione di quel nome a dominio. Forse fino a ieri: viste le recenti evoluzioni, è infatti verosimile pensare che Apple sia riuscita ad accaparrarsi la gestione del nome iPhone.com tra ieri e oggi, dopo averla negoziata con mister Kovatch.

A corollario di tutto ciò, Adrian Kingsley-Hughes – su ZDNet – racconta che alcuni scammers utilizzano il nome iPhone a scopo truffaldino, inducendo gli utenti a visitare un falso sito iPhone (un altro):

This morning, Sunbelt researchers discovered a new custom Trojan that attempts to steal money by selling a fake iPhone. This Trojan looks custom-built and has very poor coverage by AV vendors (report here).

The malware produces a popup, triggered by going to yahoo.com or google.com. There are multiple types of popups, including one saying “supported by Google” and one “supported by Yahoo”.

(Immagine truffaldina)

Insomma, il nome iPhone fa business, e non soltanto per Apple. Ma tutto ciò è originato dall’attesa spropositata montata, dalla stessa Apple, attorno all’apparecchio. E anche qui chiudo citando Alfonso Fuggetta:

il delirio che si sta scatenando sull’iPhone è al di là del bene e del male. Ho il mio Reader RSS pieno di articoli sull’iPhone, da chi l’ha smontato alla descrizione delle code per comprarlo. Ma un po’ di buon senso proprio no?

 
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Pubblicato da su 30 giugno 2007 in media, news

 

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iPhone, lo comprereste?

Oggi l’iPhone di Apple debutta ufficialmente sul mercato USA, ma non tentate di comprarlo sul sito iPhone.com, perché non c’entra nulla con il melafonino (anzi, è stato furbamente registrato utilizzato da qualcuno che vende ogni altro possibile smartphone).

  • update: il sito iPhone.com è ora legato ad Apple e il fatto che ieri fosse una vetrina di altri smartphone non era una mia allucinazione. La conferma viene da  MacNewsWorld (ma ne ha parlato anche Giacomo Dotta su Webnews). Ringrazio comunque Andrea che nei commenti mi ha segnalato la cosa.

Il Wall Street Journal pubblica proprio oggi un’intervista doppia a Steve Jobs (boss dell’azienda di Cupertino) e Randall Stephenson (numero uno di AT&T). Non è come leggere un’intervista di Giuseppe Turani a Riccardo Ruggiero (AD di Telecom), ma c’è un retrogusto di domande imboccate.

Pietro, su VoIPBlog, spiega i suoi 5 buoni motivi per non comprare un iPhone , su cui potrebbe essere opportuno riflettere:

  1. Non è possibile installare applicazioni, si possono solo usare servizi Web grazie alla presenza di un browser completo come Safari. Uno sviluppatore non può scrivere applicazioni in grado di accedere al sistema, ma può solo creare pagine Web che richiamino alcune funzionalità del telefono. Tra le motivazioni (reali) di questa limitazione potrebbe esserci proprio l’accordo di esclusiva con AT&T: sull’iPhone non saranno installabili software di Instant Messaging o VoIP, due applicazioni in grado di mettere a rischio i ricavi da SMS e voce dell’operatore.
  2. E’ bloccato. E’ presente un alloggiamento per SIM-cards ma il telefono funziona solo sulla rete di AT&T, con cui Apple ha stretto un accordo di esclusiva.
  3. E’ limitato a collegamenti EDGE e WiFi, non c’è supporto 3G. La stessa AT&T offre terminali in grado di collegarsi alla propria rete di terza generazione, è stata una scelta di Apple, probabilmente imposta dall’esigenza di contenere i consumi di energia e le dimensioni dell’iPhone.
  4. Costa molto. 499$ per la versione da 4GB, 599$ per quella da 8GB, a cui aggiungere 36$ di attivazione del contratto con AT&T e un costo mensile da 59,99$ a 99,99$ a seconda della quantità di minuti di conversazione inclusi. Scegliendo le opzioni più economiche, significa 1.974$ per 2 anni di utilizzo (il minimo previsto dal contratto con AT&T).
  5. Non è adatto all’utilizzo in azienda. Si parla di compatibilità con Microsoft Exchange, necessaria perché l’iPhone possa far ingresso nelle imprese di mezzo mondo, ma manca il supporto per molti altri sistemi e-mail altrettanto diffusi (BlackBerry?), non è possibile sviluppare applicazioni ad-hoc ed installare applicazioni per gestire la sicurezza delle informazioni. Il TCO (total cost of ownership) è circa il doppio rispetto a un BlackBerry o Palm Treo.

C’è da dire che alcune di queste motivazioni potrebbero essere superate, al momento del suo sbarco in Europa: da tempo si vocifera di una versione 3G per il Vecchio Continente e non è ancora possibile sapere quale operatore mobile la sposerà (Vodafone?), ne’ con quale politica commerciale lo proporrà al pubblico (SIM-lock?).

Ma i conti fatti da Pietro sono corretti, anch’io avevo calcolato che tenere un iPhone per due anni costerebbe (almeno) circa 2mila dollari. Che non è poco…

Lo comprerete?

 
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Pubblicato da su 29 giugno 2007 in news

 

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Il Politecnico di Milano batte Stanford

Tanto per ridimensionare un po’ il fascino prestigio di certi atenei stranieri, ecco (da un articolo di Punto Informatico):

Software, il Polimi vale più di Stanford

Milano – Stanford, Ibm Watson Research Center e Fraunhofer-IESE. Tre mostri sacri per lo studio dell’IT di domani e centri di eccellenza nel mondo accademico delle scienze informatiche. Questa volta, però, ad accomunarli non c’è un primato o un riconoscimento particolare, ma solo il fatto che tutte e tre sono finiti dietro al Politecnico di Milano nella classifica mondiale sui centri di eccellenza nell’ingegneria del software.

Un’istituzione del settore come ACM ha stilato una graduatoria delle scuole di tutto il mondo attive nella ricerca accademica e industriale nel campo del software, posizionando il Politecnico meneghino all’ottavo posto di una classifica che vede primeggiare il Massachussets Institute of Technology (MIT) di Boston, davanti alla Carnegie Mellon University e al George Institute of Technology. Il centro IBM è “solo” decimo e Stanford addirittura 18esima, mentre per trovare la celebre Fraunhofer bisogna scorrere la classifica fino alla posizione 32.

Il Politecnico, dunque, davanti a mostri sacri e primo ateneo del Vecchio Continente nello studio dell’ingegneria del software. “Un riconoscimento prestigioso, che fin qui è passato sotto silenzio”, spiega a Punto Informatico Alfonso Fuggetta, membro del gruppo di ingegneria del software al Politecnico meneghino.

Sotto accusa sono soprattutto i media e la loro propensione all’esterofilia. “In Italia c’è la sindrome dello straniero”, annota. “Qualsiasi risultato venga raggiunto dai soliti noti in campo internazionale viene esaltato, mentre per i successi italiani c’è scarsa attenzione. Piuttosto ci si sofferma sui problemi dell’università di casa nostra, senza cogliere la portata di alcuni riconoscimenti”.

Nello stilare la graduatoria, ACM è partita dal numero di pubblicazioni scientifiche realizzate dai vari centri accademici nel settore, per poi pesare i risultati della ricerca secondo un meccanismo che considera anche l’interazione tra docenti e allievi, la capacità di sviluppare progetti innovativi e i progressi compiuti nel tempo dai programmi di ricerca.

Alcuni dei progetti concepiti nei laboratori universitari del Politecnico sono stati poi sviluppati dal Cefriel, il centro di eccellenza per l’ICT nato dall’iniziativa comune degli atenei milanesi, della Regione Lombardia e del tessuto imprenditoriale locale. “In questo periodo stiamo lavorando su alcuni progetti nel campo del peer-to-peer per la gestione di situazioni di crisi”, aggiunge Fuggetta, che è anche presidente del Cefriel. “Un altro filone di ricerca riguarda, invece, lo sviluppo di tecniche innovative per ridurre i costi delle applicazioni service centriche”.

Tutte attività che il centro di ricerca porta avanti con le proprie gambe. “La situazione dei finanziamenti alla ricerca nel nostro paese è drammatica”, conclude Fuggetta. “Basti pensare che per poter continuare a fare sperimentazione dobbiamo reperire risorse con le consulenze che prestiamo alle aziende in quanto esperti del settore”.

Aggiungo solo una considerazione, che ho peraltro estrapolato da un intervento di Fuggetta al convegno Ict per un nuovo Made in Italy.

Chi si muove e innova investendo in Ict è in grado di competere, gli altri no e vanno male.

Che ben si abbina ad un concetto che ripeto sovente: investire nella ricerca è vitale, trascurarla è letale.

 
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Pubblicato da su 29 giugno 2007 in Mondo, news

 

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Per non perdere il filo

Chi ama prendere parte – attivamente – alla grande conversazione generata dai blog lascia i propri commenti ai vari post che legge con interesse e, spesso, capita di perderne traccia: può accadere infatti che chi scrive un commento non ritorni più a leggere le risposte o le reazioni degli altri utenti. Rischiando magari – come osserva Roberto Dadda – di fare la figura del maleducato.

Per tenere memoria e traccia dei vari commenti sparsi qua e là nella Rete – ed essere avvisati automaticamente in caso di risposte – c’è uno strumento piuttosto efficace, che si chiama CoComment.

Roberto commenta: “se sapessi cosa è Web 2.0 mi verrebbe da definirlo tale”. Io penso che lo si possa definire tale, dal momento che indubbiamente favorisce il contributo degli utenti e può agevolare evoluzioni e chiarimenti delle discussioni aperte nel web. Dando per buona la definizione di Robin Good:

Web 2.0 si riferisce alle tecnologie che permettono ai dati di diventare indipendenti dalla persona che li produce o dal sito in cui vengono creati. L’informazione può essere suddivisa in unità che viaggiano liberamente da un sito all’altro, spesso in modi che il produttore non aveva previsto o inteso.

Questo paradigma del Web 2.0 permette agli utenti di prendere informazioni da diversi siti simultaneamente e di distribuirle sui propri siti per nuovi scopi.

Non si tratta di derubare gli altri del loro lavoro per il proprio profitto. Anzi, il Web 2.0 è un prodotto open-source, che permette di condividere le informazioni sulle quali è stato creato Internet e rende i dati più diffusi. Questo permette nuove opportunità di lavoro e di informazioni che possono essere costruite sopra le informazioni precedenti.

Web 2.0 lascia ai dati una loro identità propria, che può essere cambiata, modificata o remixata da chiunque per uno scopo preciso. Una volta che i dati hanno un’identità, la rete si sposta da un insieme di siti web ad una vera rete di siti in grado di interagire ed elaborare le informazioni collettivamente.

Ritengo che la chiave del concetto sia proprio qui: è Web 2.0 tutto ciò che permetta di partecipare, condividere, interagire. CoComment secondo me c’è.

 
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Pubblicato da su 28 giugno 2007 in media, Mondo

 

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100 volte deficiente

Da Rainews24 un lieto fine che fa da sipario ad una storia che ha acceso parecchie polemiche:

E’ stata assolta a Palermo l’insegnante che fece scrivere a un suo alunno per 100 volte sul quaderno “sono un deficiente” per punirlo perché aveva maltrattato un compagno (…)

Il gup Piergiorgio Morosini non ha proceduto nei confronti della donna, imputata di abuso di mezzi di correzione e lesioni, perché il fatto non sussiste. “Sulla volontà dell’insegnante di far ragionare l’alunno – ha detto il giudice – non ci sono dubbi, sulla base di quanto emerge dalle testimonianze dei compagni di classe” (…)

Il padre del bambino la denuncio’ per abuso di mezzi di correzione e lesioni, chiedendo al contempo 25 mila euro di risarcimento danni.

Cioè, ha chiesto un risarcimento danni invece di pensare ad una punizione per il figlio che – tra l’altro – presenta una grossa lacuna educativa? Non dimentichiamo che deficiente non è sempre un insulto… può anche essere una mera constatazione (significato).

 
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Pubblicato da su 27 giugno 2007 in Mondo, news

 

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Ssssh! Il badge ci ascolta

Chi fino ad oggi poteva lamentarsi di essere spiato in ufficio da sistemi di videosorveglianza non segnalati o sistemi di tracciabilità della propria attività su Internet, prima o poi potrebbe doversi trovare a fare i conti con questo:

Da Repubblica:

AD UN PRIMO sguardo, potrebbe sembrare un normalissimo badge. Uno di quei cartellini identificativi che indossano i dipendenti delle grandi società. Ma l’aspetto inoffensivo non deve ingannare: si tratta, in realtà, di un sofisticato dispositivo elettronico in grado di tracciare le attività di chi lo indossa.

Lo ha creato Hitachi, che l’ha battezzato Business Microscope. Rileva la posizione del dipendente che se lo porta appresso, monitorandone le comunicazioni (cosa è stato detto, dove, a chi). Lo scopo? Rilevare “la forza delle relazioni all’interno di un gruppo di lavoro”.

Ovvie le reazioni suscitate dal nuovo piccolo-grande-fratello made by Hitachi, visto da subito come un guardiano anti-privacy. Addio agli speteguless da corrodoio, soprattutto quelli che riguardano il superiore (o l’incaricato al monitoraggio, una figura che sembra una sorta di novello confessore – peraltro non richiesto). Hitachi però garantisce (anche se pochi sono disposti a crederci) che il badge con le orecchie ha finalità puramente statistiche: “in questo modo possono essere chiariti alcuni dei problemi che a volte sorgono all’interno di un’organizzazione. E si aumenta la produttività, mostrando la forza o la debolezza delle relazioni tra i membri di un gruppo che lavora allo stesso progetto”.

Il Business Microscope dovrebbe essere commercializzato dal prossimo anno. Nelle aziende italiane dovrà sicuramente passare sopra il corpo delle rappresentanze sindacali, dopo essere transitato dal Garante della Privacy.

 
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Pubblicato da su 27 giugno 2007 in Mondo, news

 

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Neologismi 2.0

Dal Corriere:

 

Internet: quelle parole che non piacciono

Milano – Folksonomia, blogosfera, blog, netiquette e blook. Ecco la top-five delle parole dell’Internet più irritanti. Questo è quanto emerge dai risultati di un sondaggio condotto dalla società inglese di ricerche YouGov per conto di Lulu Blooker Prize , il premio letterario – sponsorizzato dal fornitore di libri a richiesta Lulu – destinato agli autori di blooks (vale a dire quei libri che nascono da un blog o comunque da un sito web). E, guarda caso, il termine è in classifica. (continua)

 

Ma perché cercare parole in Rete quando ne esistono di altrettanto (o più) fastidiose altrove? Saranno belle (le ho sentite poc’anzi alla radio) Botulinata, Scalone, Tesoretto, Tronista?

 

 
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Pubblicato da su 25 giugno 2007 in Mondo

 

Nomi che dicono tutto

Il nuovo capo della Polizia si chiama Manganelli.

Update (via Quintarelli):  Serra verra’ mandato al ministero dell’agricoltura ?

 
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Pubblicato da su 24 giugno 2007 in Mondo, news

 

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Non fanno più i libri di una volta

Mantellini nel suo blog ha pubblicato una sua personale recensione di Next di Michael Crichton.

Forse l’autore, nel titolo, ha voluto trasmettere il messaggio “aspettate il prossimo romanzo, questo qui non vale la pena”. Comunque condivido la recensione di Mantellini quasi  integralmente. Unica differenza: il mio ha cominciato a perdere le pagine prima, attorno alla 320.

 
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Pubblicato da su 24 giugno 2007 in Mondo

 

iPhone, i rumors aumentano

Ho già avuto modo di dire,  su PI Telefonia, quanto la crescente attesa attorno all’iPhone sia – a mio avviso – il risultato di un copione accuratamente studiato da Apple per scaldare il pubblico e dirigerne l’attenzione, una volta cotto a puntino, verso il suo music-phone.

L’impatto mediatico dei rumors e delle rivelazioni sfornate dalla stessa Apple è infatti notevole, ma ricordiamoci che l’azienda di Cupertino fa sapere solo ciò che vuole e, soprattutto, ciò che è necessario a calamitare l’attenzione.

Data la popolarità dell’apparecchio – che sarà sicuramente qualcosa di più di un aggeggio per l’intrattenimento – non mancano i contributi ironici: oltre a questo spot storico,  ora c’è anche questo “redazionale” :-D:

(Anche questo proviene da una segnalazione di PDA)

 
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Pubblicato da su 23 giugno 2007 in Mondo, news

 

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Meno security per le PMI?

Uno non può farsi qualche giorno di vacanza che, al ritorno, trova grandi novità, già attuate o in preparazione. In questo caso leggo che Stefano, da conneXioni, lancia una segnalazione:

Leggo dal blog di Gigi tagliapietra, presidente del Clusit, che nella seduta 164 del 5/6/2007, la Camera dei Deputati ha votato, a larghissima maggioranza, un progetto di legge che prevede l’esonero per le imprese fino a 15 addetti dall’osservanza delle misure minime di sicurezza per il trattamento dei dati previsti negli art. 33-35 della legge 196/03.
Il Clusit chiede la sospensione del progetto di Legge e l’introduzione di iniziative mirate a facilitare e supportare le PMI in questo compito.
Leggi il comunicato stampa.
Notoriamente il sistema produttivo italiano è caratterizzato dalla prevalenza di micro e piccole imprese: sono oltre 4 milioni quelle con meno di 10 addetti. Esse rappresentano il 95 per cento del totale ed occupano il 47 per cento degli addetti. (ISTAT, “Struttura e dimensione delle imprese”, Ottobre 2006).
Pensate alle imprese che si occupano di e-commerce, o che gestiscono dati sensibili in genere: forse che la dimensione dell’azienda abbia qualche influenza sull’importanza delle informazioni che gestisce?
La risultante è uno svilimento della figura della piccola impresa, che si può comportare in modo diverso dalle sorelle maggiori.
Sono sconcertato che il governo pensi che la salvaguardia delle attività di quello che è la componente principale del tessuto produttivo italiano abbia un’importanza relativa.
Si ricade sempre nella sensazione diffusa (ed errata!) che tutto quanto attiene alla protezione delle informazioni sia da considerarsi un mero costo, anziche’ una garanzia per il futuro dell’impresa.

Io sono sconcertato anche dal fatto che, con il pretesto di un rilevante alleggerimento burocratico, si rischia – da un lato – di incoraggiare legittimare atteggiamenti di incuria e di superficialità da parte delle imprese e – da un altro lato – di aprire le porte delle reti delle piccole imprese ad attacchi provenienti dall’esterno.

E’ pur vero che l’adozione di misure di sicurezza, ancor prima di essere imposta da una normativa, dovrebbe essere la conseguenza dell’applicazione di tre concetti: buon senso, coscienziosa gestione delle risorse aziendali e attenzione al cliente. Ma è altrettanto vero che esonerare le piccole imprese da quanto previsto dalla normativa è, come ha osservato Gigi Tagliapietra, “come decidere di non vaccinare i bambini contro le malattie infettive per evitare loro la puntura dell’iniezione”. O – aggiungo io – per paura di farsi fare un certificato medico e di dover riportare l’avvenuta vaccinazione su un libretto sanitario.

Evitereste di compilare qualche scartoffia per esporvi ad un rischio serio?

 
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Pubblicato da su 23 giugno 2007 in Mondo

 

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WiMax, il ministro è fiducioso. Io sarei ansioso.

Dichiarazioni di alcuni giorni fa:

(ANSA) – RAVELLO (SALERNO), 16 GIU – Le gare per il WiMax partiranno entro l’estate. Lo ha assicurato il ministro per le Comunicazioni Paolo Gentiloni. “Bisogna garantire la banda larga su tutto il territorio nazionale, e noi lo faremo attraverso il WiMax”, spiega Gentiloni ribadendo la fiducia nella rete che portera’ il web ad alta velocita’ nelle aree del Paese ancora non cablate: “La banda larga e’ la sfida del futuro ed il sistema nervoso dell’economia”.

Tra parentesi, l’inizio dell’estate è questione di ore. Dire “entro l’estate” potrebbe significare, verosimilmente, entro la fine dell’estate, giusto? Ok. Leggiamo una dichiarazione di un mesetto fa:

Il Ministro Gentiloni ha confermato che sono in preparazione i bandi delle gare che dovrebbero partire a giugno, dichiarando che «al ministero si lavora intensamente per preparare i bandi di gara che faremo la prossima estate»

Sembra in sintonia con quanto dichiarato in febbraio (estraggo da un articolo di PI Telefonia del 16 febbraio):

Entro questa estate, entro giugno, partiranno i bandi di gara per l’assegnazione delle licenze WiMax, quelle che consentiranno agli operatori di offrire finalmente gli attesi servizi wireless broad band. lo ha affermato ieri il ministro delle Comunicazioni Paolo Gentiloni, spiegando che il WiMax può rivelarsi una risorsa indispensabile per abbattere il digital divide che affligge tuttora moltissimi italiani, in particolare nei comuni più piccoli. Una tesi condivisa anche dai molti che però sostengono la campagna contro le licenze WiMax italiane, secondo cui è necessario puntare anche su uno WiMax “libero”.

D’accordo, alla fine di giugno mancano ancora 10 giorni e tutto può succedere. Alla fine dell’estate mancano tre mesi e ancora tutto può succedere.

E’ il caso di fare un Toto-WiMax? Qualcuno si vuole sbilanciare e pronosticare qualche data in merito (aste, offerte commerciali, ecc)?

 
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Pubblicato da su 19 giugno 2007 in Mondo, news

 

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