Sabato scorso MVP segnalava che qualcuno non aveva ben capito la differenza tra l’iPhone (lo smartphone di Apple) e il cosiddetto GooglePhone (lo smartphone di HTC con sistema operativo Android, appena sbarcato sul mercato italiano). Oggi, a distanza di due giorni, l’articolo il pout-pourri è rimasto invariato:
Google Street View, ancora problemi
Appena lanciato nel Regno Unito, Google Street View ritrova gli stessi problemi di privacy già incontrati in passato (un esempio qui) e che i sistemi automatici di riconoscimento facciale non potranno mai risolvere.
SMS-spia, per chiarirsi le idee
Tanto per chiarirsi le idee su una notizia mal strombazzata ai quattro venti da varie testate, ecco un buon approfondimento su The New Blog Times.
Rapporto Caio, vacilla l’ipotesi dello scorporo?
MF Dow Jones riporta che il Rapporto sullo sviluppo della banda larga in Italia steso da Francesco Caio per il Governo (a cui lo è stato consegnato la scorsa settimana) potrebbe rimanere lettera morta:
Il progetto elaborato da Francesco Caio per lo sviluppo della banda larga in Italia, potrebbe finire nel congelatore. Secondo quanto si legge su MF, i consiglieri fidati del Premier, avrebbero raffreddato gli animi della parte di Forza Italia che spingeva per lo scorporo di Telecom I. In effetti, la mossa aprirebbe un duro contenzioso con l’ex monopolista, e potrebbe indurre Franco Bernabe’, a.d di Telecom, ad allargare il piano di dismissione degli asset non core alle televisioni del gruppo, per ora lasciate fuori (La7 e Mtv).
In realtà il Rapporto propone al Governo di scegliere tre possibili strade da percorrere: la prima, che porterebbe all’ambizioso obiettivo della conquista di una leadership europea, passerebbe dalla costituzione di un’azienda per la gestione della rete “che permetterebbe la copertura di cento città arrivando nel 50% delle case grazie ad un piano nazionale”, con una rete Ftth (fibre-to-the-home) point to point in fibra e rame, ipotizzando uno scorporo societario della rete di Telecom Italia.
Da quanto si legge su MF, sembra questo l’obiettivo che il Governo non intende perseguire, orientandosi verso una delle altre due possibilità: un traguardo meno ambizioso (una cablatura del 25% delle abitazioni) e uno “di sopravvivenza” (la copertura di 10-15 città con limitato sovvenzionamento pubblico). E alcune dichiarazioni rilasciate dal ministro Scajola sembrano fornirne un’implicita conferma: secondo Reuters, Scajola avrebbe riferito che il governo non intende perseguire strategie in contrasto con l’ex monopolista che è contrario alla cessione del network e ha messo a punto con l’autorità di regolamentazione un’organizzazione per garantire parità di accesso alla rete tra i vari operatori (ossia quella soluzione-sfumatura che prende il nome di Open Access).
Staremo a vedere. Per ora, il prossimo appuntamento ufficiale (da cui non è lecito attendersi altro che dichiarazioni ufficiali e poca sostanza) è il nuovo incontro che si terrà tra Caio e Scajola, martedì o mercoledì.
Coming soon: Google Voice
Dopo una ventina di mesi dall’acquisizione di GrandCentral, Google ha finalmente svelato Google Voice.
The New Blog Times spiega alcuni dettagli del nuovo servizio che, assegnando ad un utente un unico numero telefonico permanente (in capo al quale l’utente stesso potrà aggregare tutti i propri recapiti telefonici), offre servizi voce (chiamate gratuite negli USA), SMS, call screening, deviazioni di chiamata, segreteria telefonica e tanto altro.
Ad oggi è disponibile solo a chi era già utente di GrandCentral, ma presto – assicura Google – sarà accessibile a tutti. Perplessità sulla privacy permettendo.
Il Rapporto Caio è nelle mani del Governo
- la conquista della leadership europea in cinque-sei anni, obiettivo raggiungibile anche attraverso lo scorporo della rete da Telecom, con la costituzione di un’azienda per la gestione della rete “che permetterebbe la copertura di cento città arrivando nel 50% delle case grazie ad un piano nazionale”. Una rete Ftth (fibre-to-the-home) point to point in fibra e rame (l’obiettivo che questo rapporto considera come raggiungibile, con il massimo dell’impegno, per la serie “Visto cosa sa fare l’Italia?”);
- un Paese al passo con l’Europa, dotato di una rete in fibra di nuova generazione che raggiunga il 25% delle case (come a dire “in Europa ci siamo anche noi”);
- una configurazione flessibile con un investimento pubblico limitato e la copertura di 10-15 città, da raggiungere con la realizzazione di reti locali in fibra in partnership con società private (una testimonanza di vitalità… “Ehi mondo, siamo ancora vivi”).
Si dovrà dunque scegliere quale strada percorrere se si vuole avere un ruolo da protagonista, da comprimario o da comparsa.
Un’osservazione: a quanto riferisce Radiocor, il primo obiettivo dichiarato – ambizioso fin dalla sua descrizione – ipotizza l’eventualità del tanto discusso scorporo. Non è la strada, ma una delle strade possibili, sulla quale però sappiamo già che Telecom Italia potrebbe avere qualcosa da obiettare: proprio a questo riguardo, infatti, la scorsa settimana l’amministratore delegato Franco Bernabé aveva detto “Sono ipotesi fantasiose”. Se il governo dovesse ritenere opportuno scegliere questa ipotesi, ho l’impressione che le previsioni sui tempi di attuazione (cinque-sei anni) siano troppo ottimistiche…
La rete italiana secondo Doctorow, nessuna novità
Dopo essersi fatto un giro in Italia Cory Doctorow dal suo BoingBoing spiega ai suoi lettori di tutto il mondo la sua visione di come siamo messi in Italia dal punto di vista della libertà di espressione su Internet. A dire il vero, come lui stesso dichiara, durante il suo soggiorno nel Belpaese ha avuto occasione di fare quattro chiacchiere con Davide Casaleggio, consulente strategico ed editore del blog di Beppe Grillo, e il suo post ne è la esplicita e dichiarata conseguenza.
Non sono novità di queste settimane: purtroppo per queste cose, nel mondo, eravamo già famosi prima. Anzi, prima ancora. E forse si può andare ancora più indietro, ma in definitiva non era necessario che BoingBoing pubblicizzasse Beppe Grillo nel mondo per saperlo…
DDL Carlucci, tutto chiaro? No
Nella fattispecie la stesura di una prima bozza della proposta di legge sarebbe stata sollecitata dalla stessa Carlucci, e Davide Rossi avrebbe collaborato a titolo personale, fruendo del tempo libero ed utilizzando un laptop che ha lasciato nel file la firma Univideo.
E’ la spiegazione ufficiale fornita “a stretto giro di post” da Davide Rossi, presidente – tra l’altro – di Univideo, e riportata da Webnews in relazione a quanto emerso nelle scorse ore sulla proposta di legge dell’onorevole Gabriella Carlucci, di cui ho scritto anche ieri.
Per Mytech, Piero Babudro è riuscito a fare quattro chiacchiere con Davide Rossi, ottenendo nientemeno quella che dovrebbe essere la ratio ufficiale del provvedimento:
L’intento – come ci ha spiegato Rossi – è consentire a chi trova sul web foto o video che considera lesivi della propria immagine di richiedere all’autore l’immediata cancellazione, senza passare per la magistratura o per altre azioni ‘forti’. A questo punto entrano in gioco le procedure di identificazione di chi vuole pubblicare in Rete: a titolo di esempio, si potrebbe pensare a qualcosa di simile alla posta certificata, che già oggi consente di mandare e-mail con valore legale. Quanto ai siti web ospitati da server italiani, lo scopo di questa proposta è di farli diventare responsabili di eventuali contenuti anonimi postati (anche dall’estero), sullo stesso principio dei quotidiani o di altri organi di informazione.
Al tempo: Gabriella Carlucci ha dichiarato che questo discusso provvedimento è finalizzato a contrastare la pedopornografia. Queste dichiarazioni parlano invece di tutela dell’immagine e di divieto di pubblicazione di contenuti anonimi. Sbaglio o si tratta di due concetti ben diversi?
Spero davvero si possa arrivare ad un provvedimento concepito con l’ausilio di esperti del settore, onde evitare di correre rischi causati da fenomeni di legiferatio precox. In Italia non ne abbiamo certo bisogno.
Potenza della pirateria
Quattro anni di attesa e il nuovo album degli U2, come è noto, è finito su BitTorrent qualche settimana prima dell’uscita ufficiale del 3 marzo. Niente di sorprendente, dato che già la scorsa estate ben quattro registrazioni di altrettanti brani del nuovo album No line on the horizon erano stati pubblicati su YouTube.
Ed ecco oggi le nefaste conseguenze di questi scellerati atti di pirateria dopo una settimana di commercializzazione ufficiale (titoli tratti stasera da Google News):
- Musica, gli U2 subito primi nelle classifiche – Fondazione Italiani – 9 marzo 2009 – Gli U2 subito al comando della classifica dei dischi più venduti nella settimana dal 27 febbraio al 5 marzo. Continua comunque l’effetto …
- U2 NUMERI 1 – MTV Italia – Il loro nuovo album – “No Line On The Horizon” – ha raggiunto il primo posto della classifica dei dischi più venduti in Gran Bretagna. …
- U2 subito primi in classifica A luglio saranno a Milano – Il Messaggero – ROMA (9 marzo) – Gli U2 risultano subito primi nella classifica Fimi-Nielsen, alla vigilia dell’uscita in Italia del loro ultimo album No Line On The Orizon …
- MUSICA: CLASSIFICHE, GLI U2 SUBITO PRIMI – Libero-News.it – Roma, 9 mar. (Adnkronos) – Nel giorno in cui si attende la comunicazione ufficiale delle date del loro nuovo tour, che dovrebbe toccare a luglio anche …
- MUSICA: HIT PARADE, GLI U2 SBARAGLIANO SANREMO – AGI – Agenzia Giornalistica Italia – (AGI) – Roma, 9 mar. – C’e’ tanto Sanremo nelle classifiche italiane di vendita dei dischi ma la prima posizione nella graduatoria degli album piu’ venduti …
Non è avanti, è solo anti
La realtà spesso supera la fantasia, e questo concetto trova un’ennesima dimostrazione nella vicenda relativa al Disegno di Legge Disposizioni per assicurare la tutela della legalità nella rete internet e delega al Governo per l’istituzione di un apposito comitato presso l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, di cui ho già avuto modo di parlare in un post precedente.
Non bastava una proposta di legge (che, nella fattispecie, è stata presentata dall’onorevole Gabriella Carlucci) che, dietro lo scudo ufficiale dell’obiettivo di “regolamentare Internet”, rappresentava invece finalità “antipirateria”. Ora, grazie all’attento Guido Scorza, si scopre anche la possibile e verosimile paternità del provvedimento: sul sito dell’onorevole Carlucci, la proposta di legge è stata pubblicata su un file in formato .doc, le cui proprietà comunicano che il documento è stato redatto su un computer con installata una licenza di MS Word intestata a nome di Davide Rossi, società Univideo.
Non è un caso che queste coordinate corrispondano al presidente dell’Unione Italiana Editoria Audiovisivi, ne’ è un caso che a questo ente possa essere molto caro l’obiettivo “antipirateria” che molti, addetti e lavori e non, leggono fra le righe (e nelle righe) di questo provvedimento, che delle dichiarate finalitò antipedofilia contiene poco o nulla. E, come osserva Guido Scorza (che è avvocato, nonché Presidente dell’Istituto per le Politiche dell’Innovazione) nel suo commento su Punto Informatico, non si può non rimaner male dinanzi ad un’iniziativa repressiva del fenomeno Internet tout court che viene presentata come volta a salvaguardare interessi che fanno vibrare le corde più sensibili dell’anima di ciascuno di noi.
Soprassediamo su altre proprietà del file e non chiediamoci chi sia Giovanni…
ma facciamo in modo, anche in questo caso, di capire e far capire anche ad altri utenti i reali obiettivi dei provvedimenti attualmente in discussione in Parlamento.
Alla scoperta… de che?
Roberto Giacobbo e gli altri autori di Voyager lavorano per la Rai, TV di Stato, ossia servizio pubblico.
Qualcuno potrebbe ricordare loro che i cittadini italiani – che pagano il canone Rai – hanno diritto a vedere una trasmissione televisiva seria? Tanto per circoscrivere la questione, l’approfondimento intitolato “Luna, un’altra storia” andato in onda nella puntata di stasera (sulle presunte falsificazioni degli sbarchi sulla Luna) mi è sembrato a dir poco inguardabile, ai limiti del prodotto amatoriale o artigianale, sia per contenuti (triti e ritriti, già ampiamente confutati in passato) che per qualità.
Niente a che vedere con il rigore, l’autorevolezza e l’attendibilità di Ulisse, che dovrebbe essere un esempio da seguire. Ma che, evidentemente, i curatori di Voyager ignorano con nonchalance.
UPDATE: Anche Paolo Attivissimo ha visto la trasmissione e, con cognizione di causa, si esprime in termini ben più critici di quelli utilizzati dal sottoscritto. Il problema reale è che ha ragione da vendere.
Facebook? Un pretesto per licenziare
Sembra piuttosto inverosimile che Kimberly Swann, giovane impiegata inglese, sia stata licenziata dall’azienda di Clacton (Inghilterra), per aver definito “noioso” il proprio lavoro nel proprio status su Facebook.
Secondo quanto riportato dalla stampa, i suoi superiori avrebbero deciso di interrompere il rapporto di lavoro dopo aver letto alcuni commenti per nulla entusiastici lasciati dalla giovane segretaria, che ha solo 16 anni. Frasi come “Kimberly, primo giorno di lavoro omg (Oh my God, o mio Dio), così noioso” e “Kimberly, tutto quello che fa è macinare fotocopie e fare fotocopie” hanno scatenato l’ira del direttore, che l’ha licenziata perché non voleva che il nome della sua società fosse screditato e messo alla berlina. Per la cronaca, si tratta della Ivell Marketing & Logistics.
Probabilmente dietro a questo licenziamento c’è dell’altro. Ma quando il mostro da sbattere in prima pagina è un social network o Internet, la gara tra i media è sempre aperta.
Gmail, piano con gli allarmismi
E’ caduto, ma dopo un po’ si è rialzato: il web service di Gmail, ieri, ha avuto un problema di funzionamento che lo ha reso inaccessibile per circa 2,5 ore, poi tutto è tornato come prima. Ho parlato di web service perché io stesso ho avuto modo di appurare che la posta era comunque gestibile in modalità IMAP (e anche POP3, dopo un breve momento di indisponibilità). La versione mobile fruibile dal mio BlackBerry, all’ora di pranzo, non dava problemi.
Trovo quindi ingiustificato l’allarmismo serpeggiato in rete ieri, anche se posso capire il disappunto manifestato al momento del black-out da chi si appoggia a Gmail per la propria posta elettronica. Anche perché, come si legge sul New Blog Times, in realtà l’incidente non aveva proporzioni così devastanti:
Durante una normale manutenzione – spiegano da Google – la validazione degli account utente viene semplicemente eseguita a partire da un altro data center. Il bug si trovava in un pezzo di codice nuovo, il cui scopo è cercare di mantenere i dati correlati e trattati dall’utente interessato il più possibile geograficamente vicini all’utente stesso.
Il bug ha provocato un malfunzionamento proprio di questa caratteristica, causando sovraccarico per una sorta di… scaricabarile elettronico: i data center, per via del bug, si sono scaricati la responsabilità di prendersi in carico gli utenti uno di seguito all’altro, finché ce ne è stato uno che, vistosi rovesciare addosso troppe decine di migliaia di utenti da gestire, ha dato forfait.
L’inconveniente ha interessato tutti gli utenti di Gmail, tanto quelli che usufruiscono del servizio gratuito quanto coloro che usano Gmail Pro, che oltretutto – proprio per questo disservizio – saranno indennizzati con un bonus: 15 giorni di servizio gratuito, come scrive Federico Cella. Una mossa apprezzabile: Gmail Pro, come le altre applicazioni offerte da Google a pagamento, prevede uno SLA mensile pari al 99,9%, che si tradurrebbe in un tempo massimo di blocco del servizio di circa 45 minuti. La penale prevista dal servizio, spiega GigaOm, ammonterebbe circa a 40 centesimi di dollaro. 15 giorni di servizio valgono invece circa 2 dollari.
Per quanto ho detto sopra (ossia la disponibilità del servizio per soluzioni non web), tecnicamente non so quanto possa avere ragione Misha Glenny, la cui opinione – citata dall’ANSA – è che tutto sia stato causato da un’azione di un qualche gruppo che agisce con un preciso tornaconto. Il cyber-crimine sta letteralmente esplodendo. E si sta configurando come una delle ultime frontiere del malaffare. E’ un’opinione.
P.S. comunque il mio post di ieri al riguardo mi è servito per fare un rapido censimento dei più attenti lettori di questo blog. All’ora di pranzo non mi era mai capitato di avere tutti quei commenti…
Nota: nella prima versione di questo post avevo scritto che l’availability del 99,9% prevista dallo SLA delle Google Apps era annuale, concludendo erroneamente che i vincoli contrattuali erano stati ampiamente rispettati.
Domandina veloce-veloce su Gmail
E’ un problema solo mio, oppure Gmail è inaccessibile?
UPDATE: è proprio down (BBC dixit)
UPDATE 2: ora via web è up and running
Browsing Wired
In questi giorni sto sfogliando il primo numero dell’edizione italiana di Wired, arrivato dopo sedici anni di quell’affascinante Wired sognato, fondato e curato da Louis Rossetto e lanciato insieme a Nicholas Negroponte.
Non sono un editore, ne’ il direttore di una rivista e non ho particolari esperienze editoriali. Probabilmente per questo motivo, nella mia impreparazione in materia, non avrei scelto di affidare alla foto di Rita Levi Montalcini l’immagine di copertina del numero di debutto. E lo dico nonostante anch’io (come Massimo Mantellini) abbia trovato bella l’intervista di Paolo Giordano, che – al netto di alcuni contenuti biografici e scientifici – trasmette di RLM un ritratto umano affascinante, sorprendente e senza età, nonostante cento intensi anni di vita non possano essere ignorati nemmeno per pochi attimi. Forse (de gustibus…) avrei scelto come copertina il grattacielo a piani rotanti di David Fisher, un impressionante progetto made in Italy, anche se sarà eretto negli Emirati Arabi (Fisher vive a Firenze, i piani saranno costruiti in Puglia, a Dubai sarà solamente assemblato).
Premesso questo, aprendo e sfogliando la rivista, l’impressione che traggo è un mix di reazioni contrastanti: sapevo già che non sarebbe stata una traduzione di Wired, ma un’edizione concepita per il pubblico italiano, per cui l’ho letto con molte aspettative. Dentro c’è molto e devo dire che ho trovato servizi decisamente interessanti, leggendone alcuni sono stato anche favorevolmente colpito, ma in questo Wired italiano il lettore si imbatte anche in pagine che, per contenuti e/o veste grafica, potrebbero facilmente trovare posto su magazine differenti e dal carattere meno tech. C’è inoltre un carico pubblicitario cospicuo, forse troppo eterogeneo (non targettizzato per il lettore di Wired) e per questo sono certo che qualcuno ne sarà irritato, ma temo si tratti di uno scotto inevitabile da pagare: anche al più ambizioso progetto editoriale di una rivista su carta, oggi più che mai, sarebbe impossibile reggersi sulle proprie gambe con i soli proventi derivanti dall’acquisto in edicola o dagli abbonamenti. E anche in queste condizioni non sarà facile stare a galla perché, come dice Negroponte, “il futuro è digitale”.
Credo sia inverosimile attenderci dalla costola italiana di Wired il carattere di rivoluzionarietà (se si può dire così) che ha avuto fin dagli esordi l’edizione nata negli States, ma a mio avviso il progetto di italianizzazione è ammirevole: questo primo numero è il primo passo di un cammino iniziato mesi e mesi fa, e non è certo il traguardo. Per questo motivo ritengo si tratti di un valido punto di partenza e mi aspetto piacevoli sorprese nei prossimi mesi. Sarebbe sorprendente che il Wired cartaceo fosse anche longevo.


