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01022010
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Ok, non ci cambierà la vita, ma qualcuno a cui piace giocare con i numeri gradirà (ammesso che segua la nostra datazione) 😉
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Ok, non ci cambierà la vita, ma qualcuno a cui piace giocare con i numeri gradirà (ammesso che segua la nostra datazione) 😉
Come ho già avuto modo di ricordare lo scorso aprile, ricordo che sugli SMS solidali non viene applicato alcun tipo di tassazione. Detto questo, segnalo qui due numeri utili per dare un contributo agli aiuti destinati alla popolazione di Haiti colpita dal terremoto di martedì:
AGIRE (Agenzia Italiana per la Risposta alle Emergenze, formata da queste organizzazioni) è in grado di raccogliere contributi anche attraverso le seguenti modalità:
Medici Senza Frontiere ha lanciato una raccolta fondi straordinaria e raccoglie donazioni:
Tra le organizzazioni italiane che si mobilitano per questa emergenza credo meriti di essere segnalata la Fondazione Francesca Rava, che rappresenta in Italia N.P.H., un’organizzazione umanitaria internazionale presente in Haiti da 22 anni con numerosi progetti in aiuto all’infanzia, a cui è possibile effettuare donazioni per sostenere la ricostruzione dell’ospedale pediatrico Saint Damien (l’unico dell’isola e il più grande dei Caraibi), oltre ai soccorsi medici d’emergenza e gli scavi delle macerie per salvare i dispersi. A questo indirizzo potrete trovare tutte le iniziative intraprese dall’organizzazione e le modalità di donazione.
Domani, 31 dicembre, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano terrà come di consueto il suo messaggio di fine anno, che sarà trasmesso dalle principali emittenti televisive. E, per la prima volta, anche attraverso il nuovo canale aperto dal Quirinale su YouTube e attivo proprio da domani.
Ci sono tutte le premesse perché parli della Rete in modo costruttivo e propositivo. Speriamo che le aspettative non rimangano disattese.
Vi è mai capitato di viaggiare in treno, su una carrozza particolarmente affollata e calda da star male?
Be’, su un mezzo pubblico di San Francisco è capitato anche a Craig Newmark, fondatore di Craigslist, che invece di lamentarsi tra se’ e se’ – sterilmente – dell’inconveniente, ha sfoderato il suo iPhone, fotografato l’interno della carrozza e, con l’applicazione SeeClickFix, ha inviato un reclamo (con tanto di coordinate GPS) all’amministrazione municipale. Tempo una settimana e a Newmark giunge una cortese e-mail di risposta, in cui si legge che il problema è conosciuto e verranno prese le opportune contromisure.
E’ l’inizio di un interessante articolo pubblicato su CNN.com, intitolato Cities embrace mobile apps, ‘Gov 2.0’, che potrebbe offrire più di qualche spunto a chi sta pensando all’evoluzione del servizio pubblico del nostro Paese nell’era digitale…
Notizia diffusa sabato dall’ANSA:
Francesi rivendono regali sul web
Videogames, dvd e libri non graditi finiscono subito online
I siti web francesi di vendita online sono stati presi d’assalto gia’ da ieri da chi vuole rivendere i regali di Natale non graditi. Il sito PriceMinister.fr, ad esempio, ha registrato un aumento degli annunci di vendita del 30% e una crescita del 35% dei suoi utenti rispetto al 25 dicembre 2008. I regali piu’ rivenduti sono i video-giochi, i dvd e i libri, soprattutto, sottolinea PriceMinister, ”quelli che hanno maggiore successo nel commercio tradizionale”.
Letta così sembrava una notizia curiosa anche perché proveniente da oltralpe. Tempo due giorni e arrivano i dati, tutt’altro che trascurabili, dal fronte italiano:
Natale: 5 mln mettono regali su eBayAumenta tentazione di ricavare qualcosa da presenti non graditiOltre che sulla scelta dei doni fatti, la crisi economica ora si riflette anche sulla destinazione dei doni ricevuti.
Sono infatti 13 milioni gli italiani che vorrebbero riciclare i regali trovati sotto l’albero e, tra questi, 5 milioni hanno intenzione di venderli utilizzando come canale preferenziale eBay.it. Lo rivela un’indagine condotta da Tns Italia per la stessa eBay.
Altra osservazione degna di nota è che l’ampiamente prevista (quindi trattasi di una non-notizia) neve caduta oggi sull’Italia ha messo in crisi i trasporti: aerei e treni nel caos, alcune città paralizzate. Con tutto ciò che è accaduto (e chi è salito su un aereo o un treno ne è ben consapevole) c’è chi, in modo opinabilmente disinteressato, ha affermato coraggiosamente che “il sistema ferroviario italiano non ha registrato alcun blocco nonostante le eccezionali condizioni meteorologiche: non ci sono mai stati problemi di sicurezza e pur di evitare le cancellazioni si e’ preferito far viaggiare i treni in ritardo con un impegno di tutta l’azienda 24 ore su 24”.
Forse sarebbe da chiarire il concetto di blocco. Se qualcosa si ferma in modo imprevisto e poi riparte (magari anche dopo parecchio tempo), ciò che sta nel mezzo è un blocco. Come questo: Il Frecciarossa fermo per un’ora in galleria per il freddo. E a corollario delle notizie ufficiali, posso riportare varie testimonianze che oggi, sul medesimo treno (9603 Milano – Roma), già a Bologna si erano verificati un guasto all’impianto di riscaldamento e l’allagamento di una carrozza per la tracimazione di un gabinetto. E tutto ciò mina non poco la fiducia degli utenti a cui viene detto che certi malfunzionamenti sono imputabili alle condizioni meteo e non a negligenze di manutenzione.
Nessun blocco? Sarà… Io però ho avuto il privilegio di fruire dei servizi di Trenitalia proprio oggi e, francamente, ho perso il conto dei treni cancellati e soppressi di cui hanno dato notizia i display delle stazioni ferroviarie in cui sono transitato. Per non parlare di convogli che – causa malfunzionamenti dovuti a manutenzione carente aggravata dalle condizioni atmosferiche – hanno accumulato oltre 100 minuti di ritardo, che verosimilmente alla fine della giornata hanno ulteriormente ritardato o provocato la soppressione di altri treni.
In tutto questo bailamme, sono a l’unico a percepire un forte contrasto tra l’ottimismo dell’AD di Trenitalia Mauto Moretti e la realtà dei fatti? Ma soprattutto: se non si sono verificati blocchi (e i passeggeri che sono rimasti fermi ore su un treno fermo tra due stazioni hanno evidentemente avuto un incubo), qual è l’utilità di consigli del tipo “portatevi panini e coperte” elargiti dallo stesso Moretti?
Per le news tecnologiche, vi rimando al numero di oggi del New Blog Times. L’altra notizia degna di nota è che dalle 21 di questa sera è online il sito web di Carlo Massarini, la cui homepage ha tutta l’aria di essere un aperitivo che prelude a contenuti succulenti e interessanti. Sul vostro browser, Mister Fantasy vale senz’altro un bookmark
Twitter parla italiano, nel senso che ora la sua interfaccia è fruibile anche nella nostra lingua. I followers sono rimasti tali, anche se – in applicazione alle regole dell’Accademia della Crusca – hanno perso la “s” del plurale, e forse è meglio così: il rischio poteva essere quello di incappare in “seguaci”e “seguiti”.
Cosa cambia e perché questa notizia è degna di nota? Per chi già utilizza questa piattaforma di microblogging non cambia nulla, perché questa novità ha un altro target: Twitter nel nostro Paese non ha ancora sfondato e tenta di accalappiare nuovi utenti che hanno poca (o nulla) familiarità con l’inglese e ambisce a diventare “una piattaforma di comunicazione globale”.
In realtà, trattandosi di uno strumento molto semplice, anche prima Twitter non richiedeva una gran dimestichezza con l’inglese, ma per molti utenti un sito che parla la loro lingua è un fattore che infonde maggiore sicurezza e dunque può senz’altro contribuire a far raggiungere l’obiettivo dichiarato.
Da più parti leggo che ora Twitter sarebbe in grado di sfidare Facebook sul mercato italiano. Io vedo la sfida semplicemente sul piano di un business da inseguire in parallelo, perché i due servizi non sono realmente in competizione tra loro: mentre Facebook è un vero social network, Twitter è microblogging, comunicazione spiccia a colpi di 140 caratteri per volta a beneficio dei follower(s).
Le due piattaforme hanno però in comune lo stream, che su Twitter ha carattere pubblico (perché permette di diffondere informazioni a chiccessia), mentre Facebook implica un link consensuale tra gli utenti prima di condividere le informazioni. E chissà che le future evoluzioni dello sviluppo di questi servizi non spingano per convergere in un’unica direzione.
Lucida e approfondita come sempre, la riflessione di Luca De Biase (Google, Murdoch, giornalismo e lingue biforcute) delinea un quadro abbastanza preciso delle evoluzioni che stanno toccando il mondo dell’informazione e al suo mercato.
In questo quadro in continuo cambiamento mi sembra si inserisca bene (anzi, critengo reerà ulteriore movimento) Living Stories, il nuovo progetto dei Google Labs (condotto in collaborazione con New York Times e Washington Post e aperto ad altri protagonisti dell’informazione) che vuole rivoluzionare l’approccio che gli utenti hanno verso le news:
Ieri, nel parlare dei termini più ricercati su Google, scrivevo che il social networking tiene banco e che i motori di ricerca si stanno spingendo in quella direzione, citando l’articolo scritto per The New Blog Times in cui ho parlato di Cuil (motore di ricerca nato da alcuni transfughi di Mountain View) e della nuova feature di social networking contestuale, per integrare i risultati delle ricerche effettuate con informazioni tratte da Facebook.
Oggi apprendiamo che, entro la prima metà del 2010, anche Yahoo si legherà al popolare social network:
L’ha appena annunciato direttamente Yahoo!, con un comunicato stampa, anzi, un post tondo tondo, sul celebre Yodel Anecdotal: “abbiamo buone notizie da condividere con tutti coloro che usano Yahoo! e Facebook – nella prima metà del 2010 apriremo le porte tra le due maggiori comunità Internet online. Si potrà vedere l’attività dei propri amici di Facebook su Yahoo! e condividere i contenuti di Yahoo! – classifiche, foto, commenti ad articoli ed altro – direttamente sul vostro stream Facebook. Stiamo realizzando tutto ciò attraverso una profonda integrazione con un servizio chiamato Facebook Connect nelle proprietà Web di Yahoo! in tutto il mondo e lo stiamo annunciando oggi”, si legge sul sito.
A questo si deve aggiungere l’intenzione di Flickr di utilizzare Facebook Connect, come si legge su AllThingsDigital.
Considerando che Flickr fa parte del gruppo Yahoo! e che quest’ultima è partner di Microsoft nel settore della ricerca su Internet, e che Bing si è già dichiarato pronto alla social integration, con accordi firmati con Facebook e Twitter per includere nei risultati di ricerca gli aggiornamenti di stato dei due network, si può ben dire che nel web mondiale sta prendendo forma un polo della social integration di dimensioni considerevoli.
Stefano Quintarelli ha pubblicato un post molto interessante circa un tema a cui avevo fatto cenno un mese fa: parlando dell’intenzione, da parte del governo, di congelare i fondi per lo sviluppo della banda larga, dicevo che la realizzazione di progetti di nuove infrastrutture di telecomunicazioni avrebbe avuto, tra l’altro, riflessi immediati e tangibili anche sullo sviluppo occupazionale del settore.
Il post di Quinta si chiama Incentivi alla banda larga ed effetti sull’occupazione e spiega il contenuto di due documenti (un articolo di LSE Enterprise e ITIF e uno studio di Massimo Chiriatti su Broadband ed occupazione in Italia):
Nello studio viene presentato in modo semplice l’applicazione del modello ITIF per un investimento di 800 milioni di euro nella banda larga.
Grazie allo studio, si capisce come, dall’investimento in questione, si possa generare occupazione per più di 59.000 addetti. Teniamo presente che il “network effect”, stimato nello studio a 1, in altri paesi (USA) è stimato ad 1,7, per cui lo studio risulta cautelativo.
Il numero di occupati non va inteso come “nuovi posti di lavoro”, bensi’ come occupazione in Full Time Equivalents, che puo’ tradursi in nuova occupazione, riduzione del numero dei licenziamenti o dei part-time, riduzione del ricorso a sostegni pubblici diretti. In ogni caso, un effetto benefico.
Sempre più spesso le notizie di cronaca di vario colore, a vario titolo e con peso diverso a seconda dei casi, vengono condite con dettagli tecnologici, spesso inseriti per aumentare il clamore della notizia. Quando però i dettagli sono poco significativi o inutili – ma di questo si potrebbe accorgere solo chi ha un minimo di dimistichezza con l’argomento – la notizia rischia di trasformarsi in aria fritta.
Prendiamo come spunto questa opportuna osservazione di Luca Sofri in merito ad una nota (e sempre più intricata) vicenda di cronaca:
Adesso, va’ a sapere come stiano le cose: ma che in diversi ieri abbiano tirato fuori una notizia dal fatto che nel computer di “Brenda” fossero stati “eliminati centinaia di file”, fa un po’ ridere.
Vero, e aggiungo: al medesimo caso, alcune testate hanno tenuto in modo particolare ad evidenziare numero e dimensioni dei file conservati su un notebook, due elementi che – indicati in quel modo – suscitano meraviglia e clamore solo in coloro che non hanno mai notato quanti dati hanno memorizzato sul proprio computer.
E’ invece clamoroso che – in merito ai contenuti di quel notebook – ogni giornale dica la sua. Repubblica.it riporta che “la memoria del pc interna contiene 130 gigabyte di dati, tra quelli visibili e quelli nascosti”, mentre il quotidiano Libero riferisce “dal pc sono spuntati oltre 90 giga byte di materiale conservato dal trans negli ultimi mesi. Un volume impressionante considerando che un computer di un uomo d’affari, un professionista, in genere arriva a 4,5, al massimo 6,7 giga di memoria” (stima opinabile, ndB). Salvo poi (grazie ad un’agenzia di stampa) uniformarsi ai 130 GB contati da tutti gli altri.
La tecnologia, se utilizzata male, può addirittura contaminare la cronaca e deteriorare la qualità delle notizie, minando l’attendibilità di chi le diffonde. Lo dimostra quanto evidenziato ieri sera da Striscia la notizia: TG1 e TG2, per documentare un servizio (che riguardava ancora le stesse vicende di cronaca accennate sopra) con immagini relative all’assunzione di cocaina, hanno preso da YouTube un video scherzoso di due anni fa in cui un buontempone prepara strisce di… borotalco (e qui non si tratta di controllo non accurato delle fonti, ma più semplicemente di una leggerezza compiuta consapevolmente, confidando che nessuno la potesse mai smascherare).
Anche questi sono problemi di qualità dell’informazione, resa scarsa da un utilizzo improprio delle risorse tecnologiche.