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Zuckerberg in audizione, Facebook sotto la lente del Congresso

Nella loro disarmante ovvietà, le parole che il senatore John Kennedy ieri ha rivolto a Mark Zuckerberg dovrebbero ricordare a tutti un aspetto fondamentale, che va ben oltre il caso Cambridge Analytica e al di là di tutti i datagate:

Ecco cosa stanno cercando di dirvi tutti oggi, e lo dico con delicatezza: il vostro accordo con l’utente fa schifo.

Potete attribuirmi un quoziente d’intelligenza di 75 punti, se riesco a capirlo io, potete capirlo voi.

Lo scopo di questo accordo con l’utente è quello di coprire il didietro di Facebook, non quello di informare i vostri utenti sui loro diritti. Ora lo sapete voi, e lo so io.

Vi suggerisco di andare a casa e riscriverlo, e di dire al vostri avvocati da 1.200 dollari all’ora – senza mancanza di rispetto, sono bravi – che lo volete scritto in inglese, in non-swahili, così che l’utente americano medio possa capire.

Questo sarebbe un inizio.

Parlo di “disarmante ovvietà” perché il senatore ha sparato a salve, parlando a nome dell’utente (americano) medio, toccando una questione collaterale al problema che ha portato Zuckerberg alla prima delle audizioni al Congresso a cui si deve presentare. La realtà è che i termini di utilizzo di Facebook sono poco leggibili esattamente come la gran parte delle condizioni imposte da altri servizi (e non solo nel mondo digitale). Si tratta di vere e proprie condizioni contrattuali che regolano l’utilizzo di un servizio e, dal momento che a definirle è l’azienda che lo fornisce, sono ovviamente scritte per tutelare innanzitutto l’azienda. Più sono articolate e complesse, più l’utente medio sarà demotivato a leggerle e comprenderle, ma non abbastanza da non sottoscriverle, sorvolando sul fatto che – per un servizio non propriamente indispensabile, nel caso di Facebook – sta acconsentendo a consegnare a terzi informazioni personali, ignorando come verranno utilizzate.

Per spendere qualche riflessione sull’audizione del CEO di Facebook davanti alla Commissione Giustizia e Commercio del Senato USA, credo si possa dire che non ha suscitato grosse sorprese. Lasciato a Palo Alto il suo abituale look casual (in termini di abbigliamento, ma anche di contegno), Zuckerberg ha indossato abiti formali e una maschera di misurata tensione per affrontare la Commissione e i media, dando risposte sostanzialmente sospensive a gran parte delle questioni che gli sono state sottoposte. Non sono (affatto) mancate domande poste in modo apparentemente ingenuo, fuori tema o inadeguate, come ad esempio quella del senatore Orrin Hatch: “Come fate a sostenere un modello di business in cui gli utenti non pagano per il vostro servizio?”. “Senatore, pubblichiamo inserzioni” gli ha risposto Zuckerberg con un’altra disarmante ovvietà, che è però la madre di tutte le risposte in merito a questa vicenda.

Anche alcune domande del senatore Lindsey Graham – che lo ha incalzato sul tema della concorrenza – potrebbero essere sembrate mal poste o sbagliate (“Twitter fa ciò che fate voi”?), ma è opportuno considerare innanzitutto la formalità, l’ufficialità e i presupposti dell’audizione: non è stato un interrogatorio nell’ambito di un processo, ma si è comunque trattato di un contesto istruttorio in cui Zuckerberg è stato chiamato a rispondere su vari aspetti di un problema nato in seguito all’attività dell’azienda che rappresenta, fermo restando il principio che “ogni cosa che dirà potrà essere usata contro di lui”.

Se qualcuno si fosse chiesto “ci è o ci fa?”, suggerisco di osservare due cose:

  1. i suoi appunti (trascritti parola per parola su TheVerge): in quelle pagine c’è tutto ciò che Zuckerberg può dire e non deve dire; per tutto quanto non rientra nel canovaccio, le risposte sono quasi sempre “non so” e “devo controllare con il mio team”;
  2. la reazione – di Zuckerberg e dei presenti – suscitata alla domanda del senatore Graham relativa alla posizione di mercato di Facebook: “Non pensa di avere un monopolio?” Risposta: “Sicuramente a me non sembra”

Immutati i temi di fondo: Facebook non ha agito per tutelare gli utenti (87 milioni) i cui dati sono stati venduti, non solo a Cambridge Analytica, ma anche ad altre aziende, come confermato dallo stesso Zuckerberg. In seguito all’audizione i mercati finanziari hanno dato feedback favorevoli, ma ciò non toglie che la reputazione del social network abbia profondamente risentito dei recenti scandali: mentre c’è chi abbandona – o smette di aggiornare – la propria pagina Facebook in silenzio, c’è chi lo fa pubblicamente, come Samantha Cristoforetti:

Caro lettore,

da questo momento sospendo l’aggiornamento di questa pagina Facebook. Mi sto sentendo a disagio al pensiero che stia contribuendo ad attirare utenti su questa piattaforma. Il mio contributo è estremamente piccolo, ma è comunque mio e me ne sento responsabile.

Non mi è ancora chiaro in che misura questa piattaforma sia suscettibile di un abuso e fino a che punto tale abuso sia dannoso per i singoli individui e alle società aperte.

Continuerò a rifletterci sopra e mi sforzerò per documentarmi. Ti incoraggio a fare lo stesso. Se dovessi sentirmi rassicurata in futuro, riprenderò a postare su questa pagina. E’ altrettanto possibile che possa decidere di rimuovere completamente questa pagina. Mi prenderò tutto il tempo necessario per arrivare ad una decisione consapevole.

Si noti che questo è un messaggio personale, che non riflette la posizione dell’Agenzia Spaziale Europea.

Auguri di ogni bene,
Samantha

Nel frattempo, proprio in queste ore ha luogo la seconda audizione di Zuckerberg, davanti alla Commissione Energia e Commercio alla Camera.

Chissà se anche in quella sede, come ieri in Senato, si farà cenno ad una versione a pagamento, affiancata a quella free. Ma, soprattutto, chissà se si parlerà – nel contesto di un’istituzione USA – del GDPR (il nuovo Regolamento Europeo sulla protezione dei dati) come di un esempio di legge da seguire e applicare.

AGGIORNAMENTO

I deputati sono stati decisamente più “aggressivi” dei senatori, focalizzando l’audizione sulla vicenda Cambridge Analytica e sulla privacy degli utenti di Facebook. Poco importa (a noi, almeno), che Mark Zuckerberg abbia ammesso che i dati del suo account fossero tra quelli degli 87 milioni di interessati. Quando gli è stato chiesto “Voi raccogliete dati su persone che non sono utenti di Facebook, sì o no?”, una risposta chiara non c’è stata. Ammettere “raccogliamo dati di persone che non sono iscritte a Facebook per motivi di sicurezza, per prevenire le minacce” lascia comunque aperto un mondo di perplessità: non c’è infatti modo di sapere come avvenga la raccolta e la conservazione di quei dati, non se ne conosce il reale utilizzo e, soprattutto, non è dato sapere da chi e con quali criteri sia definito il grado di severità delle minacce di cui ha parlato Zuckerberg.

Il GDPR è stato menzionato anche in questa audizione (a riprova della positiva considerazione che gli USA sembrano avere del nuovo Regolamento Europeo) quando a Zuckerberg sono state poste domande sulla possibilità che Facebook, anche per gli utenti d’oltreoceano, ne applicasse i principi. La risposta è stata inizialmente affermativa, ma quando in seguito sono stati chiesti maggiori dettagli le argomentazioni sono rimaste poco chiare.

Vedremo se tutti quei “vi farò sapere” avranno un seguito.

 
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Pubblicato da su 11 aprile 2018 in news, social network

 

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Basta un tweet di Kylie Jenner per far afflosciare le azioni di Snapchat

Cos’è un tweet, in fondo, se non un pensiero espresso in libertà? Tuttavia, se a pubblicarlo è Kylie Jenner dal suo account da 24,5 milioni di follower, la libertà di pensiero può avere impensabili conseguenze. Lo ha scoperto – letteralmente a proprie spese – Snapchat, che mercoledì scorso la Jenner ha citato in un messaggino in cui ha praticamente dichiarato di non utilizzarlo più. Uno potrebbe pensare “e chi se ne frega…”, ma guardate com’è andata in borsa alle azioni della società Snap Inc. a partire dal mattino dopo:

Quel giorno hanno chiuso con una perdita del 6%, avvicinandosi alla quotazione di 17 dollari, il valore del loro ingresso nel mercato azionario.

Ora uno potrebbe legittimamente chiedersi perché il messaggino di una ventenne può far bruciare in poche ore 1,3 miliardi di dollari ad una società quotata in borsa. E io condividerei questa perplessità, se non stessimo parlando del servizio di un social network talmente effimero da far durare i contenuti condivisi solamente 24 ore, che ha fondato la propria fortuna intrufolandosi tra gli strumenti di marketing ed è per sua natura legato alle mode tecnologiche del momento. Proprio per questo, anzi, è più che ovvio che un tweet di una influencer possa avere ricadute importanti. Già il trend delle azioni Snap Inc non era confortante, per via dello scarso gradimento del recente restyling dell’app. Il tweet di Kylie Jenner ha avuto l’effetto di un colpo di accetta.

Forse dovremmo riflettere sul fatto che una ventenne, per un pensiero, uno starnuto o una scoreggina, per via della sua vita sempre sotto i riflettori ha il potere di influenzare l’andamento di un titolo azionario. Certo, non si parla di quote di capitale di un’importante e strategica azienda industriale, ma di un più leggero servizio social, ma 1,3 miliardi di dollari non sono bruscolini.

Comunque Kylie Jenner per dirlo ha utilizzato Twitter. Quindi Twitter potrebbe essere considerato cool. Almeno per ora.

 

 
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Pubblicato da su 23 febbraio 2018 in social network

 

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Il malware viaggia (anche) grazie ai social network

Il collettivo di hacker Turla – ritenuto legato ai servizi di intelligence russi – ha trovato un originale veicolo per diffondere e testare un nuovo malware: l’area commenti dell’account Instagram di Britney Spears.

Secondo Eset si tratterebbe di un classico malware che, appoggiato ad un’estensione di Firefox (che si presenta come un’opzione di sicurezza realizzata da un’azienda svizzera), crea sul computer una backdoor che consente l’accesso da remoto, ma l’aspetto interessante della vicenda è l’utilizzo di un social network per contattare i server che lo controllano, una strategia subdola che rende difficile identificare il traffico pericoloso.

 
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Pubblicato da su 9 giugno 2017 in security, social network

 

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M (non il boss di 007)

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Non sono stupito dal fatto che Facebook abbia lanciato la sperimentazione di M, il nuovo assistente virtuale: dopo Siri (di Apple), Google Now e Cortana (di Microsoft) era tempo che qualcun altro si muovesse nella stessa direzione.

Naturalmente M viene presentato come qualcosa di più degli assistenti offerti dai competitor, per ora si parla di un’applicazione di intelligenza artificiale calata in Messenger (risponderà via chat a chi lo contatterà, essendo disponibile in mezzo agli altri amici di Facebook), ma nel tempo forse potrebbe avvicinarsi alla Samantha del film Lei (Her).

Attenzione, però: lo scopo di Facebook non è certamente quello di fornire ai propri utenti un compagno virtuale in sostituzione di uno in carne ed ossa: dietro M non ci sono solo automatismi, ma anche molte risorse umane, impiegate sia nel suo sviluppo che nelle sue dinamiche funzionali. Prendetene nota… nel bene o nel male, presto se ne riparlerà, quantomeno per un aspetto fondamentale, ossia l’obiettivo dell’investimento profuso da Facebook.

Al di là degli aspetti scientifici e tecnologici inerenti gli sviluppi sull’intelligenza artificiale, l’azienda si aspetta senz’altro un ritorno economico. Non è difficile prevedere per quale strada sia possibile ottenerlo: i dati trasmessi dagli utenti a M verranno trasformati in informazioni utili ad una sempre più accurata profilazione sulle loro preferenze, da dare in pasto agli inserzionisti pubblicitari.

E, ancora una volta, è bene rendersi conto fin da subito dei possibili risvolti che una novità di questo peso può avere. Per farne uso con la dovuta consapevolezza.

 
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Pubblicato da su 27 agosto 2015 in news, social network, tecnologia

 

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Foto virali senza motivo

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Il passeggero di un aereo è libero di farsi assalire da tutti i dubbi del mondo, nel vedere un addetto alla manutenzione attaccare del nastro adesivo attorno al motore del velivolo EasyJet su cui è salito. Ma prima di postare su Reddit o su Twitter un messaggio che induce panico, si potrebbe informare con il personale di bordo, oppure tramite la stessa Internet a cui ha accesso per trasmettere il suo tweet: in pochi secondi (quanto ha impiegato il sottoscritto), troverebbe innumerevoli fonti (come questo articolo del 2011) da cui potrebbe apprendere che quello non è normale scotch, ma speed tape, un nastro ad alta tenuta e resistenza, in grado di sopportare le altissime velocità e i cambiamenti atmosferici, di temperatura e di pressione a cui un aereo lo può sottoporre. Normalmente utilizzato per operazioni di manutenzione non definitive, ben noto e autorizzato dagli enti di aviazione, talvolta viene utilizzato con finalità estetiche (come nell’operazione raffigurata).

La foto qui riportata ha guadagnato milioni di visualizzazioni su Internet, suscitando scalpore e orrore in molti utenti che l’hanno condivisa. A torto.

 

 
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Pubblicato da su 3 giugno 2015 in (dis)informazione, social network

 

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Welcome on Twitter, @equitalia_it

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Equitalia ha annunciato ieri di aver aperto un proprio account su Twitter (unico canale ufficiale della società presente sui social media), che si aggiunge al nuovo sito web istituzionale. Il debutto è stato salutato con un coro di tweet, anche di benvenuto, a cui hanno fatto seguito altri non proprio benevoli che, verosimilmente, non hanno considerato con grande attenzione i contenuti della social media policy del gruppo, che correttamente dice:

Tutti gli utenti potranno esprimere la propria opinione nel rispetto degli altri; ognuno è responsabile di ciò che pubblica.

Tutti coloro che vorranno smentire eventuali contenuti sono pregati di accompagnare le proprie esternazioni con collegamenti a fonti di informazioni o attendibili. Siamo aperti a tutte le opinioni specialmente quando sono accompagnate da fatti verificabili.

Inoltre, per la tutela della privacy degli utenti, suggeriamo di non pubblicare dati personali (email, numero di telefono, codice fiscale etc.)

Seguire un account Twitter o inserirlo in liste di interesse non significa condividerne la linee di pensiero; lo stesso vale per i retweet, per i tweet preferiti e per i messaggi presenti sull’account pubblicati dagli utenti.

Tutte le offese rivolte a Equitalia, o a persone afferenti al Gruppo, verranno raccolte e comunicate direttamente agli uffici competenti che valuteranno se e come intervenire.

Per quanto riguarda la moderazione, la policy specifica inoltre che “la gestione dell’account avviene dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 18. Al di fuori di questi orari e nei giorni festivi il presidio non è garantito”. Anche l’orario indicato è assolutamente normale e specificarlo non è superfluo come potrebbe apparire, perché va a completare l’opportuna informativa diretta agli utenti.

Uomo avvisato mezzo salvato, dunque, soprattutto per quanto riguarda l’approccio da tenere nelle comunicazioni. E in realtà non c’è altro, perché Twitter verrà utilizzato come canale informativo. Le presenze web che richiedono attenzione, circospezione e consapevolezza sono altre.

P.S.: nulla vi vieta di eliminare da Twitter la foto del vostro yacht battente bandiera delle Cayman, comunque 😀

 
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Pubblicato da su 5 febbraio 2015 in news, social network

 

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Google+, miliardi di utenti a loro insaputa?

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2,2 miliardi di utenti iscritti, oltre un miliardo di utenti attivi. Sono i numeri che Google snocciola per il suo social network Google+ (Google Plus) che – secondo un’analisi condotta dall’utente Edward Morbius e rilanciata da molte testate – potrebbe invece vantare solamente sei milioni di utenti realmente attivi.

In breve: dei 2,2 miliardi di iscritti, solamente il 9% avrebbe condiviso un contenuto pubblico sulla piattaforma. Di quel 9%, solamente il 6% avrebbe pubblicato qualcosa nel 2015. Metà di queste pubblicazioni sarebbero in realtà commenti a video pubblicati su YouTube, mentre la rimanente metà sarebbe per Morbius il volume di utenti effettivamente attivi del social network. In quest’ottica, ottimisticamente, non si andrebbe oltre i sei milioni.

L’analisi è dichiaratamente superficiale (non considera commenti o post di tipo non-public), ma l’autore la ritiene abbastanza indicativa dell’ordine di grandezza del volume di utenti. 

In realtà l’insieme degli utenti reali di Google+ è un’entità particolarmente difficile da quantificare, dal momento che esiste un profilo Google+ pronto (e spesso attivato inconsapevolmente) per ogni utente di ogni servizio Google, a partire da Gmail. Consideriamo inoltre che ogni utente Android – per sfruttare il marketplace Google Play Storedeve possedere un account Gmail e viene garbatamente invitato a far parte di Google+ (memtre configura lo smartphone e in altre occasioni).

Google+, semplicemente, potrebbe quindi rappresentare solo l’area social di un mondo effettivamente affollato di utenti. Ma, tra questi, è molto difficile identificare i dormienti e distinguerli dagli attivi.

 
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Pubblicato da su 27 gennaio 2015 in business, social network

 

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A che test somiglia?

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Anche il Corriere approfitta della viralità propagata dai social network e sale sull’ormai trito e ritrito carro dei test di identificazione e somiglianza, realizzati per raccogliere informazioni personali di chi li compila a scopo di profilazione degli utenti con finalità di marketing.

In questo caso specifico, almeno, la finalità è più evidente in quanto c’è un’opera editoriale da vendere.

 
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Pubblicato da su 27 agosto 2014 in business, comunicazione, social network

 

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Utenti che lasciano tracce e campagne pubblicitarie che le raccolgono

CeresSoftAle

Come si lancia una campagna pubblicitaria efficace in modo da farla diventare virale? Ad esempio si crea un sito web ad hoc che pubblicizza un nuovo soft drink, con una bacheca in cui tutti possono scrivere ciò che vogliono, senza moderazione e quindi senza alcun tipo di filtro (unici paletti: un messaggio non più lungo di 80 caratteri, ossia mezzo SMS, ed essere utenti di Facebook , affinché si possa essere tracciati attraverso il profilo mantenuto sul social network). Da notare che nella homepage campeggia un conto alla rovescia che scade esattamente il primo aprile

Il rischio che i contenuti prendano una deriva becera è certo. Ma mentre molti si chiedono se il committente ci è o ci fa (la campagna è sfuggita di mano, o è stata appositamente concepita per renderla roboante e farne parlare il più possibile?) e altri si chiedono se sia tutto un pesce d’aprile (sì, non può che esserlo), la piattaforma continua imperterrita a raccogliere informazioni sugli utenti che ci cascano sentendosi liberi di scrivere ciò che più piace loro…

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Pubblicato da su 24 marzo 2014 in business, social network

 

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Facebook parte con gli spot

FacebookCarosello

Facebook ha avviato in questi giorni la pubblicazione dei premium video ads, brevi spot pubblicitari che, almeno per il momento, vengono trasmessi senza audio e fino ad un massimo giornaliero di tre video per ogni utente. L’approccio di questo servizio è decisamente televisivo , ma soprattutto mirato: forte delle proprie potenzialità di profilazione degli utenti, il social network è in grado di proporre agli utenti questi spot con la stessa precisione dei box o banner pubblicitari.

Dal punto di vista pubblicitario, quindi, il valore aggiunto di queste inserzioni è molto elevato. Non a caso – spiega Bloomberg – il servizio viene offerto agli inserzionisti ad una tariffa giornaliera che può andare dal milione ai 2,5 milioni di dollari.

Per me è NO.

 
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Pubblicato da su 18 marzo 2014 in business, Internet, social network

 

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Risposte concrete

renziparmigianopesceTra l’altro – dal mio punto di vista – “Sul pesce no parmigiano” più che una regola generale è un pregiudizio.

 
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Pubblicato da su 12 novembre 2013 in social network

 

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Google+ offre l’URL personalizzato gratis, per ora

GooglePlusURLpersonalizzato

Siete utenti di Google Plus? Avete ricevuto l’entusiasmante notizia sulla possibilità di avere l’URL personalizzato per il vostro account? Avete letto i termini di utilizzo di questa novità? Soprattutto sulla sua insindacabile precarietà e sul fatto che oggi è a costo zero, ma un giorno potrebbe diventare a pagamento?

 
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Pubblicato da su 30 ottobre 2013 in social network

 

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Trappole da ignorare nei social network

ChiHaGuardaato

Ma quando siete su Facebook e venite indotti (su invito di amici, ma soprattutto per curiosità) ad utilizzare un’applicazione che si chiama “Chi ha visionato il tuo profilo?”, dopo aver letto una simile serie di richieste di consenso (incluso quello alla ricezione di spam), per quale irrazionale motivo dovreste cliccare su consenti?

Per quale brama di audience varrebbe la pena cedere all’illusione di scoprire  chi ha dato un’occhiata al vostro profilo?

 
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Pubblicato da su 22 ottobre 2013 in social network

 

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Spam e phishing al tempo dei social network

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Da quando i messaggi di Facebook sono diventati a tutti gli effetti messaggi di posta elettronica (da fine 2010 chiunque può spedire messaggi a tali indirizzi), non c’è da stupirsi se nelle mailbox Facebook.com arriva spam, phishing e quant’altro rappresenti posta indesiderata.

Ricevete roba simile? Prima di cedere a qualsiasi tentazione, segnalatela.

 
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Pubblicato da su 30 settembre 2013 in news, security, social network, truffe&bufale

 

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Glass action

Anche Facebook lancia la sua operazione trasparenza e pubblica le richieste ricevute dagli enti governativi sui dati degli utenti. Ne parla Colin Stretch – general consuel del social network – illustrando il Global Government Report che evidenzia, per l’italia, 1705 richieste su 2.306 utenti. 

 

 
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Pubblicato da su 28 agosto 2013 in privacy, social network

 

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