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Facebook Safety Check: “utilità sociale” che supera le istituzioni

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Stamattina Facebook si è premurato di comunicarmi che alcuni tra i miei contatti, localizzati a Bruxelles, stanno bene. Lo strumento di comunicazione che origina questa possibilità è il Safety Check offerto dal social network in conseguenza di eventi analoghi agli attacchi terroristici di Bruxelles (era accaduto, tra l’altro, anche in occasione degli attentati di Parigi e di calamità naturali).

Per quanto riguarda i miei contatti, anche in questa vicenda la comunicazione di Facebook è arrivata dopo che, da quelle stesse persone, avevo già ricevuto conferma della loro incolumità (oggi, tra l’altro, pare che l’attivazione di questo servizio sia avvenuta in ritardo). Ma è vero che, in casi come quelli descritti, la telefonata o l’sms potrebbero non essere disponibili (e l’affidabilità delle reti mobili spesso potrebbe essere piú aleatoria di quella delle reti fisse), così come è vero che con pochi clic un iscritto a Facebook possa dare una comunicazione in modo rapido, con dei limiti che andrebbero superati con altre soluzioni da valutare a livello istituzionale e non privato, come è la natura di Facebook.

Il nocciolo della questione che sto ponendo è proprio in quei limiti: essendo riservato agli iscritti al social network (cosa che vale tanto per chi invia la comunicazione quanto per chi la riceve) è di fatto un servizio chiuso. Ma questo aspetto ne ridimensiona l’utilità sociale solo in parte, dal momento che il Safety Check in pratica raccoglie una delega delle istituzioni, che invitano all’utilizzo dei social network chi si può trovare in difficoltà con altri strumenti di comunicazione.
Un membro di Facebook che si trova a Bruxelles non potrebbe scrivere un aggiornamento del proprio status con un post che dice “Sono a Bruxelles e sto bene”? Certo, ma nel flusso dei vari aggiornamenti un post simile potrebbe sfuggire come molti altri, mentre una notifica diretta ai contatti, inviata consapevolmente, ha un impatto più immediato.

Pertanto è uno strumento di comunicazione tutt’altro che inutile, e questi motivi fanno passare in secondo piano l’aspetto business (pur dovendo mantenere la consapevolezza che è ben presente): certamente Facebook non agisce da missionario, ma nemmeno le compagnie telefoniche lo fanno in simili frangenti. Sono eventualmente Farnesina e Unità di crisi (doverosamente operative) a permettere di essere chiamare gratuitamente per ottenere informazioni (mediate e non immediate).

Sicuramente è una tematica da non affrontare con superficialità, ma da trattare con cognizione di causa.

 
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Pubblicato da su 22 marzo 2016 in news

 

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Meglio un backup in più (troppi ransomware in circolazione)

Nei giorni scorsi le società di sicurezza informatica hanno rilevato un impressionante aumento di infezioni nel traffico e-mail in circolazione. Secondo Eset, venerdì 11 marzo, il trojan Nemucod ha raggiunto il picco di infezioni del 42%. Si tratta di un malware (un “software malevolo” e malefico, aggiungo io) che si diffonde attraverso messaggi ingannevoli inviati con documenti fasulli (bollette, fatture o altri documenti ufficiali) che invitano ad aprire un allegato o a cliccare un link, che porta ad un programma (un file JavaScript). Una volta aperto, senza che l’utente se ne possa accorgere, il programma scarica e installa sul computer il malware che cripta i file office. I file diventano inaccessibili e, per ripristinarli, viene richiesto il pagamento di un riscatto per la decodifica.

Questo è un esempio di messaggio “infetto”:

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Ci sono vari indizi che permettono di identificarlo come messaggio ingannevole:

  • MITTENTE FASULLO – non raramente, accanto ad un nome apparentemente affidabile e coerente con il tipo messaggio ricevuto, compare un indirizzo che non ha nulla a che vedere con chi dovrebbe aver spedito il messaggio
  • DESTINATARIO – c’è il vostro nome, che è ripetuto nell’oggetto e nel testo del messaggio. E’ stato ricavato dall’indirizzo mail, potrebbe non corrispondere all’intestatario della bolletta
  • CODICE FISCALE – è palesemente errato

Che fare? Non aprire gli allegati, non cliccate sui link. Eliminate il messaggio, anche dal cestino.

Misure di sicurezza preventive: dotarsi di software antispam e antivirus aggiornati con frequenza è sicuramente d’aiuto, ma spesso questi messaggi non vengono identificati, soprattutto se – anziché avere un allegato infetto – basano la propria azione su un link. Quindi, oltre a  prevenire e mantenere gli occhi aperti, ricordate di effettuare frequentemente il backup dei vostri dati, ovviamente su un supporto diverso. Questa è una misura di sicurezza fondamentale, non sottovalutatene l’importanza.

Chi cade in trappola si ritroverà a non poter più accedere ai propri file: se il computer è collegato ad una rete aziendale o domestica, il rischio è di compromettere anche il frutto del lavoro di altre persone. Generalmente, infatti, il malware cripta documenti, fogli elettronici, foto e altre immagini, presenti sull’hard disk del computer e su tutti i supporti di memorizzazione collegati (inclusi drive USB e di rete) mentre non tocca sistema operativo, programmi e applicazioni. Il suo obiettivo è quello di bloccare l’accesso ai file a cui tenete di più, su cui avete lavorato e investito tempo.

Considerazione non trascurabile: questo particolare tipo di malware si chiama ransomware, dal termine inglese ransom che significa riscatto e si lega al concetti di estorsione, che è un reato. Chi pone in essere la minaccia punta ad ottenere un pagamento di denaro (in bitcoin, con transazioni non tracciabili) per finanziare chissà quali attività. E’ comprensibile che, per la disperazione di perdere file realmente importanti, si possa cadere nella tentazione di pagare il riscatto, in seguito al quale ricevere la soluzione per liberare i file bloccati. Tuttavia è bene sapere che non sempre il risultato è garantito: non sono rari i casi in cui la chiave non è stata recapitata alle vittime, così come ad altri è accaduto di recuperare solo una parte dei file criptati. Quindi, in mancanza di un backup valido, se proprio ci si vede costretti a dover recuperare i file dalla cifratura, anziché foraggiare un criminale è consigliabile affidarsi ad esperti in grado di recuperare dati criptati da un ransomware.

 
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Pubblicato da su 17 marzo 2016 in Buono a sapersi, security

 

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A volte sono favorevole alle proroghe

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Dopo aver provocato la morte di 77 persone nel 2011, Anders Behring Breivik era stato condannato a ventun anni di carcere (in Norvegia l’ergastolo è stato abolito). In questi giorni si terrà un’udienza in seguito alla sua denuncia nei confronti dell’autorità giudiziaria, a suo dire colpevole di trattarlo con condizioni disumane. La sua detenzione, in regime di isolamento, ha luogo in tre celle (una per vivere, una per studiare e una per fare esercizio fisico). Gli è concesso vedere la TV, utilizzare un computer non connesso a Internet e giocare con una Playstation, che però – sempre a suo dire – non è provvista di giochi nuovi.

La legge prevede che la sua condanna possa essere prorogata di cinque anni, per più volte, se non verrà ritenuto pronto per tornare a vivere in società. Mancano ancora sedici anni al completamento della sua pena, ma mi permetto di nutrire qualche dubbio sul suo sereno ritorno in società.

 

 

 
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Pubblicato da su 13 marzo 2016 in news

 

“Novità” su intercettazioni, acqua calda riscaldata

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Ma veramente qualcuno si stupisce che le conversazioni telefoniche di Silvio Berlusconi fossero intercettate nel periodo del suo mandato di presidenza del consiglio? Con tutto il clamore e le informazioni esplose in seguito al Datagate nel 2013 (anno in cui fu reso noto che anche in Italia esistevano centrali di intercettazione)? Con tutte le trascrizioni di conversazioni – sia frivole che istituzionali – pubblicate anche dai rotocalchi?

Ribadisco un concetto che ho già esposto nell’ottobre 2013, quando “improvvisamente” si scoprì che anche l’Italia era coinvolta nel programma di sorveglianza elettronica da parte della NSA:

Il Copasir è il Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica. La stessa istituzione che, alla notizia che Telecom Italia sarebbe passata in mani spagnole, ha lanciato un allarme di sicurezza nazionale, senza ricordare che da anni le Pubbliche Amministrazioni italiane fruiscono di servizi di telecomunicazioni di compagnie di proprietà non italiane, che quindi per anni hanno veicolato dati personali e sensibili di tutti i cittadini italiani, senza generare alcuna necessità di allarme.

Ora, questa stessa istituzione su cui noi tutti dovremmo poter contare, quattro mesi dopo la diffusione delle notizie sul Datagate, ci svela con solennità che anche l’Italia è stata coinvolta nel programma di sorveglianza elettronica.

Verrebbe da dire che il Copasir sta alla sicurezza nazionale come i curiosi stanno agli incidenti stradali.

A margine di queste considerazioni, una nota ANSA per sorridere un po’:

“L’Italia non ha mai concesso agli Usa di intercettare cittadini italiani”. Così l’ex presidente del Copasir Massimo D’Alema, parlando ad una manifestazione elettorale a Trento. D’Alema sottolinea la necessità di un chiarimento sul ‘Datagate’: “Siamo un Paese sovrano e da noi per esempio non possono essere effettuate intercettazioni dei cittadini italiani senza l’autorizzazione della magistratura”.

Certo, per dare corso ad un’operazione di spionaggio sarebbe lecito attendersi la richiesta di permesso:

Salve, siamo agenti segreti americani. Vorremmo intercettare telefonate e corrispondenza elettronica di cittadini italiani, possiamo?

No.

Ok, scusateci per la richiesta. Non lo faremo. Arrivederci

D’altro canto,  “da noi per esempio non possono essere effettuate intercettazioni dei cittadini italiani senza l’autorizzazione della magistratura”. Esattamente come non è possibile evadere il fisco, rubare o uccidere, perché sono azioni che vanno contro la legge, e nessuno le compie (!)

Chi oggi si stupisce ha la memoria corta, oppure ha interesse a rispolverare l’argomento al momento giusto per propria convenienza.

 

 
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Pubblicato da su 24 febbraio 2016 in cellulari & smartphone, mumble mumble (pensieri), News da Internet, pessimismo & fastidio, privacy, security

 

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Un mondo di maschere tecnologiche? Anche no

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Quella che riporto è (Corriere dixit) “la foto di Zuckerberg che fa venire i brividi”, ossia una foto pubblicata via Facebook da Mark Zuckerberg che lo ritrae al Mobile World Congress di Barcellona mentre cammina in mezzo ad una platea di persone immerse in una realtà virtuale mediata da “maschere tecnologiche”:

Accanto a lui una distesa di signori senza sguardo, gli occhi rapiti da una maschera tecnologica, un cavo che sembra uscire dalla testa. Immersi in una realtà altra, ignari che accanto a loro sta passando uno degli uomini più famosi e influenti della Terra.

Fa venire i brividi? In prima battuta sì, per gli scenari che evoca. Ma nello stesso articolo c’è una considerazione che ci riportà alla realtà:

Quell’immagine come allegoria di un futuro che nessuno vuole. Un futuro in cui le incolte moltitudini sono relegate dietro a uno schermo in mondi virtuali. E sorridenti burattinai, gli unici a volto scoperto, si aggirano invisibili tra loro.

Concettualmente non vedo nulla di diverso rispetto al mondo di oggi, in cui chi ha gli occhi aperti cerca di comprendere la realtà che lo circonda, nel tentativo (a volte vano) di evitare di cadere in un mondo mediato dagli interessi di chi veicola informazioni e verità. La maschera tecnologica certamente porta ad un isolamento che potrebbe essere preoccupante. Ma dipende da cosa mostra, e chi ha sufficiente cervello per non farsi assorbire non credo debba porsi troppi problemi.

 
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Pubblicato da su 24 febbraio 2016 in news

 

WhatsApp diventa gratuito. Ma tutto ha un prezzo

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WhatsApp elimina la tariffa di rinnovo e diventa gratuito. Cosa significa? Che il prodotto è l’utente:

Naturally, people might wonder how we plan to keep WhatsApp running without subscription fees and if today’s announcement means we’re introducing third-party ads. The answer is no. Starting this year, we will test tools that allow you to use WhatsApp to communicate with businesses and organizations that you want to hear from. That could mean communicating with your bank about whether a recent transaction was fraudulent, or with an airline about a delayed flight. We all get these messages elsewhere today – through text messages and phone calls – so we want to test new tools to make this easier to do on WhatsApp, while still giving you an experience without third-party ads and spam.

In altre parole: monetizzeranno il servizio con modi alternativi al solito banner pubblicitario, promuovendo una maggior interazione con le aziende di cui l’utente sfrutta i servizi, cosa che inevitabilmente porterà le stesse aziende a raccogliere un maggior volume di informazioni sugli utenti. WhatsApp, come gli altri membri della sua famiglia (Facebook e Instagram, tutti di proprietà dell’azienda che fa capo a Mark Zuckerberg) porterà così il proprio contributo alle varie attività di raccolta dati a scopo di profilazione degli utenti. Nulla di nuovo, ma è bene che l’utente ne sia sempre correttamente informato.

PS: però la primissima cosa che mi è venuta in mente quando ho letto la notizia è che finalmente nessuno potrà più fare il passaparola con fantasiose catene di messaggi sull’aumento della tariffa di WhatsApp, sul nuovo costo settimanale, mensile, ecc. ecc.

 
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Pubblicato da su 18 gennaio 2016 in news

 

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Fine dei Bitcoin?

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Secondo ciò che dice Mike Hearn, l’esperimento Bitcoin è fallito. Forse è solo questione di cambiargli nome, dato che – come si legge su Punto Informatico  – “Hearn, a ben vedere, prima di dichiarare “morto” il progetto Bitcoin è entrato a far parte del consorzio R3 che sta adattando la blockchain dei BTC per l’utilizzo da parte di 42 banche mondiali”.

 
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Pubblicato da su 18 gennaio 2016 in news

 

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Fazio fa uno spot? Boom!

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La scelta di Fabio Fazio – in quanto giornalista pubblicista – di fare da testimonial di TIM in apparente contrasto con la Carta dei doveri del Giornalista non dovrebbe fare notizia, ne’ suscitare particolare clamore: la polemica è plausibile e non si tratta del primo episodio, vista la partecipazione precedente dell’interessato ad altri spot (per un detersivo e per il gioco del lotto) in seguito ai quali non risulta siano stati provvedimenti disciplinari, ma si tratta di una classica vicenda all’italiana in tutti i sensi, a cui si allinea anche il fatto che Fazio abbia informato l’Ordine dei Giornalisti chiedendo “di essere cancellato dall’albo in caso di incompatibilità”, prestando la propria immagine alla campagna TIM prima di ricevere una risposta dall’Ordine e dal Consiglio di Disciplina.

La questione è seria, ma in realtà si ridimensiona molto se si alza lo sguardo e si considera che la polemica è stata sollevata nel contesto di una quantomeno discutibile qualità dell’informazione offerta dalla stampa negli ultimi tempi, dove nel panorama del giornalismo – cartaceo, online, radiofonico e televisivo – non è raro trovare servizi e notizie su commissione, o informazioni distorte perché scritte in modo approssimativo e frettoloso, quando non volutamente subdolo e fazioso, configurand talvolta veri e propri abusi dello strumento di informazione.

Al netto della questione relativa all’opportunità di abolire l’Ordine dei Giornalisti, evidentemente il problema da analizzare è più ampio, perché se è vero che esiste una regola è altrettanto vero che debba essere rispettata e che, in caso di violazione, sia necessario prendere provvedimenti. Leggendo le carte deontologiche (un insieme di normative valido anche dal punto di vista etico a cui chi si occupa di informazione dovrebbe fare riferimento, indipendentemente dall’iscrizione all’OdG), a qualcuno potrebbero venire alla mente altri casi che meriterebbero uguale o maggior attenzione.

Ma se tutti i giornalisti seguissero scrupolosamente quelle carte, vivremmo in un mondo dell’informazione perfetto, in cui sarebbe legittimo lamentarsi di un giornalista che fa pubblicità, o di un non giornalista che fa interviste in TV. Tra l’altro è curioso constatare che, se Fazio abbandonerà l’OdG e continuerà a farne, si porrà professionalmente sullo stesso piano di Barbara D’Urso, criticata proprio perché intervistando svolge attività giornalistica senza essere iscritta all’Ordine.

 
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Pubblicato da su 18 gennaio 2016 in news

 

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Apple pagherà una multa da 318 milioni, è una buona notizia?

Apple Italia accetta di pagare una multa di 318 milioni di euro a saldo di tutte le pendenze con il Fisco italiano. E’ una buona notizia? Letta così, lo è. E scatena una ridda di ottimistiche ipotesi sulla posizione di altre multinazionali, accusate di elusione ed evasione per aver fatto convergere le proprie attività commerciali in Stati con regime “più favorevole” (come l’Irlanda).

La notizia riferisce sommariamente i termini di un accordo che fa seguito ad un’indagine dell’Agenzia delle Entrate che ha portato alla contestazione di 880 milioni di euro per Ires evasa tra il 2008 e il 2013. La vicenda è più complessa di quanto si pensi, partendo da una contestazione si può proseguire per molto tempo e con risultati incerti, soprattutto quando il contestato ha il potere economico utile ad arruolare legali in grado di far rimbalzare l’azione da un tribunale ad un altro, da un’udienza all’altra, da una commissione tributaria all’altra. Da una prima ricostruzione dell’Agenzia delle Dogane era stata formulata l’ipotesi di una frode fiscale, poi trasformatasi in omessa dichiarazione (penalmente meno rilevante). La transazione di 318 milioni è un compromesso favorevole ad un Fisco che sembra dire “meglio 318 milioni che niente”, come se non fosse certo dell’ammontare dell’evasione.

Quindi non è in ogni caso una buona notizia: Apple forse se l’è cavata alla grande pagando 318 milioni anziché 880 (e qui non c’è nulla di che gioire), ma forse ha ceduto di fronte ad un’evasione certa ma dall’importo incerto. Significherebbe che è possibile l’errore di calcolo, dovuto all’incoerenza tra norme fiscali del nostro Paese, e tra norme del nostro Paese e norme UE, nonché alla farraginosa macchina burocratica attiva nel nostro Paese (e anche qui non c’è nulla di che gioire).

La spanna regna sovrana, è un’unità di misura che va bene a tutti, e questo episodio ne è l’ennesima dimostrazione. Aspettiamoci risultati simili per altre realtà analoghe. Nel frattempo aspettiamo che le legislazioni internazionali recepiscano la realtà e si affrettino ad armonizzare le normative fiscali.

 

 
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Pubblicato da su 30 dicembre 2015 in news

 

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Un drone da evitare

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Insieme al drone che ieri è precipitato sulla pista di Madonna di Campiglio alle spalle dell’ignaro Marcel Hirscher, si sono sfracellate al suolo tutte le certezze trasmesse in merito all’utilizzo delle nuove tecnologie per le riprese televisive.

Infatti dalle serene dichiarazioni iniziali:

“è un dispositivo altamente sofisticato, dotato di controlli elettronici che ne rendono l’utilizzo assolutamente sicuro anche in luoghi affollati, e la sua guida sarà affidata ad un esperto pilota elicotterista”

si è passati alla drastica conclusione:

“Il drone in coppa del mondo non avrà più futuro”

Fortunatamente se ne può parlare con la serenità che consegue ad un incidente sfiorato e che ci permette di paragonare questo drone a Wile E. Coyote, ma resta fermo il fatto che qualcosa non ha funzionato come previsto, nonostante le rassicurazioni riportate sopra. Questo dovrebbe far riflettere un po’ tutti sui limiti da porsi e da rispettare, quando si persegue l’obiettivo di offrire un servizio innovativo ed appagare il pubblico di un evento sportivo.

In questo caso, almeno un aspetto deve essere stato sottovalutato, dall’autonomia di volo alla possibilità che il drone potesse sfuggire al controllo dell’esperto elicotterista a cui era stato affidato, dato che – per cause da accertare – indubbiamente si è verificata una violazione al regolamento sui mezzi aerei a pilotaggio remoto (dart. 10, comma 7: “Il sorvolo di assembramenti di persone, per cortei, manifestazioni sportive o inerenti forme di spettacolo o comunque di aree dove si verifichino concentrazioni inusuali di persone è in ogni caso proibito”).

 
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Pubblicato da su 23 dicembre 2015 in news

 

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La crescita soggettiva di Internet in Italia

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Il titolo riportato qui sopra è a pag. 23 de La Repubblica di domenica, ma non l’ho trovato online (ad eccezione di qualche rassegna stampa che però riproduce l’edizione cartacea). Il titolo qui sotto è stato pubblicato venerdì da AgendaDigitale:

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E’ evidente come entrambi gli articoli parlino del medesimo argomento. Un po’ meno evidente è che si basino anche sulla medesima fonte, ossia l’ultimo aggiornamento sui dati relativi alla Digital Europe, diffusi da Eurostat.

Sono i numeri che riguardano i progressi digitali registrati nell’ambito dell’Unione Europea. Dalla lettura di questo rapporto emerge una crescita modesta, con alcuni indicatori che confortano (popolazione che usa Internet regolarmente) e altri che deludono le stime (popolazione che non ha mai usato Internet, che usa i servizi di eGovernment, dati di utilizzo dell’e-commerce), conseguenza di un digital divide che colpisce ancora le politiche di sviluppo di questo settore e che porta a questa considerazione globale:

In generale, i dati 2015 confermano quindi i trend già in atto, con i Paesi europei sostanzialmente in evoluzione, lenta, secondo una logica di continuità, con i Paesi scandinavi, i Paesi Bassi e il Regno Unito a primeggiare in quasi tutti gli indicatori e Bulgaria, Romania, Italia, Grecia che si alternano nelle ultime posizioni.

 

Lo scenario italiano mostra una fetta abbastanza consistente di popolazione che non ha mai usato Internet (28%), mentre sono proporzionalmente ancora troppo pochi gli italiani che utilizzano Internet regolarmente (63%) e che sfruttano servizi di e-government (il 18% di coloro che utilizzano Internet, ma la media europea è del 32%). Tutti i progetti istituzionali in questo settore devono ancora dare risultati, alcuni perché sono ancora sulla carta e altri perché sono stati avviati da poco e quindi devono ancora esprimere concretezza: i tempi non possono essere brevi, dal momento che non si digitalizza un Paese dall’oggi al domani, e questo ritardo lo dobbiamo alla lentezza che caratterizza la macchina amministrativa che ci governa.

Come si spiega, dunque, la differente visione tra i due articoli? E’ solo questione di voler vedere il bicchiere mezzo pieno (Repubblica) o mezzo vuoto (AgendaDigitale)? Personalmente, credo che il bicchiere sia solo mezzo pieno, e che avremmo tutte le possibilità per riempirlo ancora di più, se solo le istituzioni riuscissero a coordinarsi nei progetti e nelle politiche di crescita che riguardano tutti i settori, pubblici e privati.

 
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Pubblicato da su 22 dicembre 2015 in news

 

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Il WiFi è sensibile ad addobbi natalizi e altri dispositivi

L’Ofcom – l’Authority britannica delle comunicazioni – avverte che le decorazioni luminose natalizie, così come altri dispositivi elettrici o elettronici (incluse lampade e forni a microonde), potrebbero far subire rallentamenti alle connessioni WiFi.

In base a un’indagine dell’Authority solo nel Regno Unito ci sono 6 milioni di case e uffici in cui la connessione Wi-Fi non è veloce come dovrebbe. Per questo l’Ofcom ha lanciato per i consumatori britannici il Wi-Fi Checker (per iOS e Android) che permette di fare un check up veloce della qualità della connessione, a casa o in ufficio. Se vengono riscontrati problemi di connettività l’app suggerisce agli utenti alcuni cambiamenti, ad esempio un diverso posizionamento del router (fonte: ANSA)

L’app è disponibile per smartphone iOS e Android e forse potrebbe essere d’aiuto anche per fare un po’ d’ordine nelle emissioni elettromagnetiche in casa.

 
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Pubblicato da su 3 dicembre 2015 in news

 

Niente bandiere, solo un cartello: attenzione

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In rete e sui social network non espongo bandiere o simboli, e non perché in questi giorni sarebbe necessario esporne troppi, ma semplicemente perché il pretesto della solidarietà manifesta maschera una tecnica di profilazione e di marketing a cui non mi interessa sottopormi. Al netto del fatto che – per quanto accade ogni giorno nel mondo – le bandiere da esporre sarebbero moltissime e c’è chi le propone tutte insieme (iniziativa simbolicamente lodevole, ma che a mio avviso si svuota di significato), decido io come, quando e perché modificare il mio profilo. Facendolo con un’applicazione che mi viene offerta ad hoc, cedo solo alla lusinga di un servizio chiavi in mano, che comunica molte cose:

  1. agli amici comunica probabilmente la mia indignazione e la mia vicinanza alle vittime, e in qualche modo una mia posizione ideologica, umana o di altra natura;
  2. a chi mi ha offerto quel servizio comunica tutt’altro, cioè che sono una persona che reagisce ai loro stimoli, e che posso essere influenzabile anche in altri ambiti e contesti (anche pubblicitari, sì);
  3. al resto del mondo veicola la visibilità del messaggio terroristico (già abbondantemente pubblicizzato da patinate riviste).

Tutti coloro che hanno modificato il proprio profilo con la bandiera francese strategicamente offerta da Facebook lo hanno fatto per esternare i propri sentimenti e io non mi permetto di discuterne l’intento, ne’ di criticarlo, anzi… ma è bene sapere che dietro c’è molto di più.

In rete c’è anche chi condivide inconsapevolmente bufale, titoli di giornale un po’ sciacalli, e chi condivide le stesse cose consapevolmente, per condannare chi le ha diffuse. Il risultato è che in ogni caso la voce dei loro autori si sparge e si amplifica. 
Fate attenzione, là fuori. Fate il vostro gioco, non quello degli altri.

 
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Pubblicato da su 18 novembre 2015 in news

 

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Condividi responsabilmente (e occhio ai selfie)!

winning-ticket-melb-cup-628[1]Un’ennesima conferma dell’importanza di fare attenzione a ciò che si condivide e con chi lo si condivide sui social network. Ora l’ha avuta – avendolo imparato a proprie spese – la signorina Chantelle, che alla Melbourne Cup aveva scommesso 20 dollari su Prince of Penzance, vincendone 825. Per la felicità, prima di riscuotere la vincita, si è scattata un selfie mettendo in evidenza il ticket della scommessa. Quando si è presentata all’incasso, però, ha amaramente scoperto che la vincita era già stata riscossa da una persona che ha presentato il codice a barre corrispondente al ticket vincente. Uno dei suoi amici di Facebook l’aveva anticipata, non certo per farle un favore, ma per intascarsi gli 825 dollari!

 

 

 
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Pubblicato da su 6 novembre 2015 in privacy

 

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