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Punto e a capo

Ho la vaga impressione che la nota del Codacons, che intende avviare quindi un’azione collettiva contro Aruba SpA – mirata  a far ottenere agli utenti coinvolti nel guasto un risarcimento proporzionato al tempo di sospensione del servizio e ai danni economici subiti – non tenga conto della conclusione del comunicato diffuso oggi dall’azienda:

Aruba ringrazia i fornitori e i dipendenti per la loro collaborazione ed il lavoro svolto oggi; ringrazia poi in particolare i clienti per la comprensione dimostrata e le numerose testimonianze di fiducia e supporto ricevute.

Aruba si scusa per il disagio arrecato.

 
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Pubblicato da su 29 aprile 2011 in Mondo, news, News da Internet

 

Smartphone spia?

Per impegni personali e di lavoro sono stato un po’ fuori dal blog, ma dal momento che qualcuno mi chiede informazioni sulla vicenda dgli smartphone che geolocalizzano gli utenti, ecco un riassunto indicativo e non esaustivo delle puntate precedenti:

  • Due esperti di sicurezza –  Pete Warden e Alasdair Allan – hanno scoperto e svelato al mondo che dentro iOS, il sistema operativo di iPhone e iPad, c’è un file non criptato denominato consolidated.db che contiene un database SQLite in cui sono memorizzate le coordinate geografiche in cui si è mosso il dispositivo. In pratica, c’è la storia dei movimenti dell’utente che possiede un iPhone o un iPad.
  • Il file – a detta di Steve Jobs – non viene trasmesso ad Apple, ma la memorizzazione è sempre attiva, anche se l’utente disattiva le funzioni di localizzazione.
  • Molti utenti e addetti ai lavori vogliono vederci chiaro e hanno denunciato Apple nella quale minacciando una class action e, già che ci sono, intendono chiedere un risarcimento danni per non avere ricevuto un’adeguata informazione preventiva; nel frattempo, dal Senato USA, una commissione ha fissato un’audizione per il 10 maggio, chiedendo chiarimenti ad Apple e Google (visto che l’argomento tocca anche il gruppo di Mountain View).
Il seguito alla prossima puntata.
 
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Pubblicato da su 26 aprile 2011 in cellulari & smartphone, Inchieste, Internet, Life, Mondo, mumble mumble (pensieri), news, News da Internet, privacy, security, social network, tecnologia, telefonia

 

Non sei un hosting provider? Allora diventalo

Il Tribunale di Milano ha stabilito che Google dovrà filtrare i risultati di Google Suggest, in seguito ad una causa avviata da un imprenditore finanziario, il cui nome – nell’ambito delle ricerche – proprio in base alle dinamiche di Suggest veniva abbinato alla parola “truffatore”, ravvisando contenuti diffamatori o calunniosi. Prima di urlare al solito scandalo all’italiana è bene sapere che la vicenda è simile ad altre già occorse in Francia, Svezia, Brasile e Gran Bretagna (e solo in quest’ultimo caso le accuse non sono state accolte).

Lasciando ai giuristi (come Fulvio Sarzana e Guido Scorza) il privilegio di commentare questa decisione, mi limito a constatare che i suggerimenti esposti da Google durante una ricerca – spesso semplici accostamenti tra parole, ricorrenti in più ricerche – non sembrano sufficienti a far pensare ad un senso compiuto. Nal caso trattato dai giudici di Milano, l’accostamento di un nome al termine “truffatore” potrebbe essere letto sotto tanti punti di vista: Pinco Pallino potrebbe essere stato un truffatore o responsabile di truffa, ma anche vittima di un truffatore o di una truffa, o potrebbe avere svelato una truffa e smascherato un truffatore. Senza dimenticare i casi di omonimia.

Intendendo Google Suggest come uno strumento, l’approccio non può che essere neutro, altrimenti si rischia di prendere delle cantonate. Se crea problemi, rimuoviamolo. Oppure – più costruttivamente – facciamo in modo che chi pubblica contenuti su Internet rispetti le leggi in vigore, che dalla rete venga rimosso solamente ciò che non va bene ed è contrario al rispetto di queste leggi (in molti casi si noterà che non è necessaria una nuova regolamentazione, ne’ nuovi bavagli, poiché sarebbe sufficiente trattare Internet per ciò che è, uno strumento di comunicazione e divulgazioni utilizzato da uomini, e gli uomini sono soggetti al rispetto delle leggi). E se la legge prevede una sanzione, questa deve colpire chi ha avuto l’idea di pubblicare – e ha poi pubblicato – il contenuto incriminato, e non lo strumento di pubblicazione.

Google e gli altri motori di ricerca svolgono, sostanzialmente, una funzione di bacheca, di vetrina di contenuti altrui, ma l’aspetto forse più paradossale di queste vicende è che i provvedimenti dei tribunali che li considerano (impropriamente) hosting provider li obbligano a comportarsi come tali, poiché impongono una funzione di controllo e di editing che normalmente i motori di ricerca non attuano. Google lo fa automaticamente solo su termini legati alla pornografia o a questioni di buon costume, e non importa se poi non esistano filtri su ricerche di altro genere, che sarebbero decisamente da evitare, come questa:

La prospettiva è che la neutralità lasci il posto all’arbitrarietà e alla possibilità di essere indotti ad intervenire sulle informazioni riportate, preventivamente o su richiesta. E all’assunzione di una responsabilità mai cercata.

 
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Pubblicato da su 7 aprile 2011 in diritto, Mondo, news, News da Internet

 

“+1″, la ricerca su Google è più social

Con un social network come Facebook e le sue centinaia di milioni di utenti, il termine like ha assunto in breve tempo il significato di apprezzamento condiviso, da partecipare a tutti gli amici con un click. Una feature che si può applicare a personaggi, situazioni o prodotti, e che in quest’ultimo caso può veicolare un passaparola pubblicitario. Google ha pensato di applicare questo concetto ai risultati di una ricerca, con un pulsante personalizzato: non un like, ma un“+1″.

Plus one, per dirlo nella madrelingua, si manifesta sotto forma di pulsante posizionato a fianco di ogni risultato ottenuto da una ricerca su Google. Se questo rappresenta qualcosa di gradito, l’utente può cliccarlo, rendendo noto il proprio apprezzamento. Non si tratta di un servizio già disponibile a tutti gli utenti, ma di una funzione sperimentale utilizzabile – per il momento – solo da coloro che già dispongono di un account Google e utilizzanoGoogle.com in English: per provarla (una volta effettuato il login) è sufficiente visitare la pagina dell’esperimento e selezionare Join this experiment.

A funzionalità attivata, l’utente può effettuare una qualunque ricerca e cliccare il pulsante “+1″ (che compare in corrispondenza di ogni link contenuto nella SERP) sui risultati di sua preferenza e, da quel momento, tutti i +1 cliccati dagli utenti saranno visibili a tutti gli utenti Google che hanno un legame con chi ha espresso quel voto (ad esempio, a tutti gli utenti annoverati nell’elenco contatti di Gmail o Gtalk): effettuando una ricerca su Google, tutti coloro che nei risultati otterranno il link ad un sito votato con un +1 sapranno anche chi ha espresso questo apprezzamento.

Non è solo un apprezzamento fine a se stesso. Evidentemente, se più utenti cliccheranno lo stesso link si otterrà una somma di click che si potranno trasformare in un punteggio, con una conseguente ricaduta pubblicitaria: nell’ambito di una ricerca sarà possibile ottenere risultati piùraccomandati di altri e questo significa, in pratica, ricevere una sorta di messaggio pubblicitario che ora viene veicolato dai voti espressi dai membri di una community ristretta (identificabile con gli utenti di applicazioni Google che hanno aderito alla sperimentazione), ma in un futuro non troppo lontano potrebbe rappresentare le preferenze di tutti gli internauti che, passando da quel link, si saranno trasformati in un panel di opinionisti.

Anche per il solo fatto che una ricerca su Google può essere spesso molto dispersiva e condurre ad una moltitudine di risultati privi di utilità, quel +1 – o plus one – non deve passare inosservato: nel video di presentazione, ogni +1 ottenuto da un link si traduce nell’invito a dare qualcosa di più di un’occhiata, This is something you should check out. Significa che quel collegamento non è poi così inutile, ma induce a prevedere per questo strumento un potere inaspettato: con il consolidarsi dell’utilizzo di questa funzione, infatti, un utente potrebbe arrivare al punto di ignorare i link privi di preferenze, per non perdere tempo nelle – come detto sopra – dispersive pagine di risultati ottenuti.

Da qui alla creazione di una nuova forma di ranking il passo è breve, ma a breve distanza segue la possibilità di una sua mercificazione: non è difficile prevedere, infatti, che vi siano aziende disposte ad investire nella nuova forma pubblicitaria data dal punteggio ottenuto dagli utenti, per dopare il numero di preferenze sui propri prodotti o servizi. E tutto ciò costituirebbe solo l’ennesima affermazione di Google come nuovo protagonista del business dell’advertising.

[pubblicato dal sottoscritto oggi su The New Blog Times]

 
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Pubblicato da su 4 aprile 2011 in Internet, Mondo, news, News da Internet

 

Hai sei giorni per fare ogni tuo lavoro

Dopo aver visto questo articolo del Daily Mail (ripreso anche dal Corriere) ho la sensazione che il cartello “strada dissestata” in Giappone non esista.

In questa foto si vede un tratto di una strada tra Naka (prefettura di Ibaraki) e Tokyo, nelle condizioni in cui si trovava dopo il terremoto dell’11 marzo.

In quest’altra immagine, la situazione dopo quattro giorni.

Questa foto mostra lo stesso tratto di strada, ripristinato dopo sei giorni.

A onor del vero, va precisato che la stessa strada – in alcuni punti – mostra ancora le conseguenze di un altro terremoto, verificatosi lo scorso settembre, ma questo tratto (insieme ad altri punti critici) è stato ricostruito a tempo di record.

Ok, chi sta pensando all’asfalto sconnesso a pochi metri da casa o, più in generale, alle vergogne della rete stradale italiana, o ancora alle condizioni in cui versa da tempo la Salerno – Reggio Calabria?

 
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Pubblicato da su 25 marzo 2011 in Life, Mondo, news, News da Internet

 

Concentrazioni: AT&T mette le mani su T-Mobile USA

A volte, quando mi lamento della situazione del mercato italiano delle TLC, mi dimentico che non è detto che altrove le cose vadano meglio.

Da wpcentralAT&T buys T-Mobile US for $39 billion

Con questa operazione, sul mercato GSM d’oltreoceano, AT&T assume praticamente un ruolo da monopolista e, oltre ad estendere il proprio bacino di utenza da 95,5 a 129 milioni di abbonati (in valore assoluto supera anche Verizon Wireless che ne ha 102 milioni), diventa sostanzialmente anche l’operatore di riferimento per il roaming GSM degli utenti europei in viaggio negli USA.

Al fiducioso commento di Federico Rampini fanno eco i post di un forum dedicato agli utenti T-Mobile, dalla cui lettura si possono constatare l’evidente soddisfazione e le speranzose aspettative espresse dai clienti in seguito a questa operazione:

 

 

 

 

 
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Pubblicato da su 21 marzo 2011 in Life, Mondo, news, News da Internet, telefonia, TLC

 

Treccani 2.0

Era ora che la Treccani sbarcasse sul web. Del resto, come ha considerato l’amministratore delegato Francesco Tatò, le nuove frontiere aperte dal web evidenziano un forte interesse verso il sapere e la ricerca, decisamente un’ottima base sulla quale operare. La sfida consiste nel dotare potenzialità della rete, praticità di consultazione e velocità di aggiornamento di significativi strumenti per un’adeguata validazione delle fonti.

Ritengo che lo sforzo sia apprezzabile, ma sono certo che qualcuno penserà ad una sconfitta, quando scoprirà che l’Enciclopedia degli Italiani ha scelto di aggiungere voci e immagini di Wikipedia per completare i risultati delle ricerche effettuate online. Sulla velocità di aggiornamento, però, ci sono margini di miglioramento: per deformazione professionale ho consultato alcune voci legate al mondo della tecnologia, scoprendole ferme al 2008…

"iPhone": la Treccani sa cos'è, conosce anche l'esistenza dell'iPod, ma ignora l'iPad e anche l'iPhone 4 usciti lo scorso anno

“Windows”: per la Treccani l’ultima edizione è Vista, derivata da W. NT
 
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Pubblicato da su 18 marzo 2011 in Internet, Mondo, news, News da Internet, tecnologia

 

Cellulari: la Tassa di Concessione Governativa c’è ancora

Corre voce, da alcuni giorni, che sia possibile chiedere il rimborso della Tassa di Concessione Governativa applicata sui contratti di telefonia mobile. Fermo restando che chiedere è sempre lecito, allo stato attuale è opportuno tenere presente che la richiesta potrebbe verosimilmente cadere nel vuoto perché la TCG non è mai stata abolita e va tuttora corrisposta.

Gli utenti di telefonia cellulare titolari di un contratto di abbonamento sono tenuti a pagare un balzello mensile di importo fisso, pari a 5,16 euro per i privati e 12,91 euro per le imprese (anche individuali; quest’ultima è deducibile all’80%). La tassa fu introdotta nel 1995 (ma già esisteva, per gli apparecchi radiomobili) per colpire i consumi legati ad uno status symbol: all’epoca, infatti, il telefono cellulare aveva appena cominciato a diffondersi nel mondo italiano delle TLC ed era considerato un bene voluttuario, anziché uno strumento di comunicazione. E’ per questo motivo che in Italia prosperano le utenze prepagate, su cui non grava alcuna tassa (in virtù di una presunta assenza di vincoli tra utente e operatore di telefonia mobile).

Da tempo il presupposto di esazione della TCG è decaduto, giacché il telefonino non può più essere considerato un lusso, e da tempo si parla della necessità di abolirla: da parte delle istituzioni, l’intenzione dichiarata di eliminarla è stata espressa in più occasioni. Quando nel 2007 sono stati aboliti gli odiati costi di ricarica applicati dagli operatori sulle utenze prepagate, il tema guadagnò l’attenzione del Parlamento (a partire da un’interrogazione parlamentare) e dell’Agcom (l’abolizione fu esplicitamente chiesta anche dal commissario Enzo Savarese all’allora ministro per lo Sviluppo economico Pierluigi Bersani,  esortato ”a trovare il modo di eliminare la tassa di concessione governativa, che non favorisce un sano equilibrio del mercato”).

Intenti dichiarati e rimasti senza seguito, ma per un motivo intuibilmente semplice e più che mai d’attualità: lo Stato non ha interesse ad abolire questa entrata che vale centinaia di milioni di euro, esattamente come non ha mai eliminato l’imposizione di accise dell’anteguerra sul prezzo della benzina. Da cosa sono state originate, dunque, le voci della possibilità di abolire l’odiata TCG? Alcune recenti sentenze della Commissione Tributaria Regionale del Veneto (che, a onor del vero, sono state precedute da altre sentenze analoghe emesse da altre Commissioni) hanno confermato l’illegittimità dell’applicazione della tassa per i comuni in quanto Amministrazioni pubbliche, in virtù di quanto stabilito dal Codice delle Comunicazioni che ha abrogato la licenza di esercizio (art 218).

Si tratta di sentenze, che valgono per i casi per cui sono state emesse: non costituiscono norma per tutte le fattispecie analoghe, dal momento che nell’ordinamento giuridico italiano un precedente giurisprudenziale non è assolutamente vincolante per un giudice.

Tutto ciò, comunque, non toglie valore alla campagnapromossa da ADOC contro l’applicazione della TCG, avviata proprio in seguito a tali sentenze. Nell’ambito dell’iniziativa, l’associazione invita i consumatori ad inviare al proprio gestore di telefonia mobile – che riscuotendo la tassa agisce da sostituto di imposta – una lettera di diffida con cui chiedere il rimborso della TCG corrisposta negli ultimi tre anni (per un massimo di 185,76 euro per i privati e di 464,76 per i titolari di contratti aziendali), scaricando di fatto sulle compagnie telefoniche l’incombenza di rivalersi sullo Stato.

A livello commerciale, per iniziativa unilaterale di operatori di telefonia mobile, esistono già piani tariffari (denominati ad esempio Tasso zeroNo Tax) che, nominalmente, prevedono uno sconto pari all’importo della TCG, che al cliente è certamente gradito, ma non c’è nessun regalo: dal momento che la compagnia è sempre obbligata a girare allo stato l’importo della tassa per ogni abbonamento sottoscritto, verosimilmente il piano tariffario ha una composizione tale da garantire comunque, con i consumi addebitati al cliente, la copertura dell’importo che viene formalmente defalcato a titolo di sconto.

Non esistendo oggi una norma che assicuri anche ad aziende e privati l’inapplicabilità di tale tassa, è facile prevedere che gli operatori lascino cadere nel vuoto ogni richiesta, nella certezza di non incorrere in alcuna illegittimità. Tuttavia è auspicabile, da parte loro, un impegno congiunto con le associazioni di difesa dei consumatori presso le istituzioni, affinché l’ingiustificata TCG venga definitivamente eliminata.

Inutile illudersi che ciò possa avvenire in tempi brevi, ma nella prospettiva che il sogno si possa concretizzare, è necessario fin da subito lavorare in previsione di una contromossa: l’eventualità di una rimodulazione fiscale (l’introduzione di una nuova imposta in seguito al contentino dato dall’eliminazione della TCG) è ampiamente prevedibile.

[pubblicata oggi dal sottoscritto su The New Blog Times]

 

Credibile come una moneta da quattro euro

Non sia mai detto che non vi rendo partecipi delle mie fortune:

In una mail ricevuta oggi (cliccandoci sopra potete vederla in dimensioni leggibili), il sedicente signor Eric Cheung, a me sconosciuto, apostrofandomi con irritante confidenza si qualifica come direttore di una banca di Hong Kong e mi butta lì l’allettante proposta di condividere una transazione d’affari di 15,5 milioni di dollari.

Ovviamente è phishing e l’oggetto del messaggio è una truffa (senza se e senza ma, come direbbe qualcuno), per cui se ricevete messaggi simili potete cestinare senza pietà. Se però Moreno Morello fosse interessato a proseguire la trattativa per un’indagine (con la prospettiva di una nuova corsetta), resto a disposizione 😉

 
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Pubblicato da su 9 marzo 2011 in Buono a sapersi, Life, Mondo, truffe&bufale

 

Indovina chi è venuto a cena

Ecco una foto che farà il giro del mondo: Barack Obama, in visita a San Francisco, a cena con i numeri uno della Silicon Valley. Alla sua destra, Mark Zuckerberg di Facebook, alla sua sinistra – di spalle, ma riconoscibile – Steve Jobs di Apple.

 

 
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Pubblicato da su 18 febbraio 2011 in Life, Mondo, news, News da Internet

 

Stop al televoto!

OpenSanremo 2011

Bando al televoto e alle giurie demoscopiche: con OpenSanremo (realizzato da busk.fm e applicabile a Facebook) è possibile esprimere le proprie preferenze e condividere giudizi e commenti via web. Il servizio è indipendente dall’organizzazione del Festival di Sanremo e quindi la classifica che ne scaturirà non ha nulla a che vedere con quella ufficiale, ma è un esperimento interessante.

 
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Pubblicato da su 17 febbraio 2011 in Internet, Mondo, news, News da Internet

 

Editori, Google promette di più (e chiede meno)

One Pass

Debutta One Pass, servizio di news a pagamento firmato Google e pensato in primis per la fruizione da applicazioni per smartphone e tablet, oltre che da qualunque dispositivo connesso al web. Reuters spiega:

Gli editori potranno far pagare per i contenuti in vari modi, tra cui l’abbonamento, l’accesso a tempo o la vendita di singoli articoli, come ha detto Google oggi in un post nel blog aziendale.

Il servizio, inoltre, consente agli editori di fornire agli abbonati al cartaceo il libero accesso ai contenuti digitali.

Google ha detto che “One Pass” è disponibile in Canada, Francia, Germania, Italia, Spagna, Gran Bretagna e Stati Uniti.

Per quanto riguarda l’aspetto del revenue sharing, il modello del sistema di abbonamenti prevede – leggo dal WSJ – che a Google spetti il 10% degli introiti, mentre il rimanente 90% rimanga nella tasca degli editori. Legato a CheckOut, il servizio richiede su ogni transazione una commissione pari al 2%.

Evidente l’intento di proporre un’alternativa al sistema in-app sviluppato per iTunes, sia agli utenti Android – che possono acquistare anche un solo contenuto – che agli editori, a cui Apple lascia una percentuale inferiore, il 70%. Questo fattore, però, potrebbe non essere sufficiente a motivarli ad avvalersi unicamente della distribuzione tramite la piattaforma di Google preferendola a quella di Apple: la forte presenza sul mercato di dispositivi iOS (iPad, iPhone) si traduce in volumi di vendita potenzialmente interessanti e superiori a quelli che – per il momento – esprime il mondo Android. D’altro canto un editore che avesse scelto di operare su entrambi i canali non potrebbe nemmeno pensare di giocarsi la partita con prezzi più allettanti: gli accordi che Apple ha già siglato con molti editori prevedono che questi ultimi non possano praticare prezzi inferiori presso marketplace concorrenti (si veda la diatriba dello scorso anno con Amazon).

 
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Pubblicato da su 17 febbraio 2011 in cellulari & smartphone, Internet, Links, Mondo, news, News da Internet, tablet

 

Non è solo un’impressione

Riguardo all’iniziativa Agenda Digitale – che è un appello, non il programma strategico a cui essa tende – c’è un’interessante intervista su Punto Informatico, in cui Luca da’ spazio ad un approfondimento con il contributo di Alfonso Fuggetta e Layla Pavone, che da’ un’idea di come l’ira del ministro Romani potesse essere meglio indirizzata, e che le critiche mirate (non quelle sparate in aria) aiutino a diffondere il verbo e a prendere bene la misure per costruire meglio un progetto che ha un obiettivo dichiarato molto importante.

Basti vedere quanti Paesi, nel mondo, hanno già pensato (o stanno sviluppando) programmi e strategie in questo senso. Sono quelli raffigurati qui: in verde scuro ci sono i Paesi che li hanno già adottati, in verde chiaro chi li ha in sviluppo (fonte). Chi avesse l’impressione di non vedere bene in che condizione è l’Italia, può cliccare sull’immagine per ingrandirla.

 
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Pubblicato da su 9 febbraio 2011 in Internet, Mondo, news, News da Internet, tecnologia

 

Dall’iPhone, foto da reflex. O quasi

Se siete possessori di un iPhone e la fotocamera in dotazione non soddisfa le vostre aspettative, SynthCam potrebbe fare al caso vostro: è una app, disponibile su App Store, che permette di scattare foto di qualità superiore, con soggetti messi perfettamente a fuoco e sfondi sfocati, grazie all’applicazione di tecnologie di fotografia computazionale.

Alcuni effetti, in certi casi, sono sorprendenti per una fotocamera da smarpthone. Con alcuni semplici accorgimenti è persino possibile ottenere immagini da cui spariscono le figure in movimento presenti in una foto scattata normalmente.

[via The New Blog Times + Marc Levoy]

 
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Pubblicato da su 2 febbraio 2011 in cellulari & smartphone, Life, Mondo, news, News da Internet, tecnologia

 

Agendadigitale.org

Nonostante in questo blog si parli spesso di tematiche tecniche, so per certo di avere lettori non tecnici. A qualcuno di loro, il termine agenda digitale farà venire in mente un organizer elettronico o un altro dispositivo simile. Ma visto che questo tema ieri si è guadagnato un’intera pagina sul Corriere della Sera e la distratta attenzione di un certo numero di lettori (anche di questo blog), è bene spiegare in poche parole di cosa si tratta.

L’agenda digitale è un programma strategico di obiettivi da seguire per eliminare il digital divide (il divario tecnologico esistente tra popolazioni di differenti aree geografiche, ma anche il gap culturale tra utenti avanzati e non) e favorire – in tutto il tessuto sociale – lo sviluppo della cultura digitale, l’applicazione delle potenzialità di Internet e delle tecnologie, per aprire nuove opportunità di sviluppo, con benefici economici e sociali, per l’intero Paese.

Quella partita ieri è una campagna di sensibilizzazione su questo tema. Ce n’è bisogno, perché – come si legge nella presentazione – la politica ha posto la strategia digitale al centro del dibattito in tutte le principali economie del mondo. Ma non in Italia. Eppure in Italia metà della popolazione usa Internet. La tecnologia è parte integrante della vita quotidiana di milioni di cittadini. Studenti, lavoratori, professionisti e imprenditori si confrontano costantemente con i rischi e le opportunità determinate dall’innovazione tecnologica.

Da parte mia, la dimostrazione che in Italia c’è molto da lavorare in questo senso, la colgo in molti aspetti della vita quotidiana, di cui si sente parlare ultimamente anche attraverso gli organi di informazione. Ecco tre esempi di iniziative che ritengo molto opportune, nate con ottime intenzioni, ma frenate da una realtà italiana fatta di digital divide tecnologico e sociale:

  • 01/02/2011 Certificati online, il server già in tilt – Obbligatorio l’invio telematico all’Inps. Ma i medici insorgono: il sistema non è ancora a posto. Nella prima giornata moltissimi medici hanno denunciato l’impossibilità di accedere al sistema.
  • 28/12/2010 Fotovoltaico, impossibile la comunicazione telematica di fine lavori – Il portale del GSE risulta inaccessibile per molti operatori obbligati a trasmettere la comunicazione di fine lavori entro il 31 dicembre. Il GSE ripristina la modalità di comunicazione dei dati tramite posta raccomandata.
  • 01/10/2010 Il SISTRI non riesce ad entrare in vigore – Il sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti doveva entrare in vigore il primo ottobre 2010 (data già derivante da una proroga), termine slittato al primo gennaio 2011. A tutt’oggi (febbraio 2011), numerosissimi operatori lamentano l’impossibilità di accedere correttamente al sistema per gestire le pratiche (chiavette USB non funzionanti, sito web inaccessibile). L’avvio a regime è ora previsto per maggio. Salvo ulteriori rinvii.

L’approssimazione va bene all’inizio, quando si organizzano le idee, non a fine progetto per gestire idee già realizzate.

 

 
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Pubblicato da su 1 febbraio 2011 in computer, Internet, Life, Mondo, news, News da Internet, tecnologia, TLC