Claudio Cecchetto non sta mai fermo e in questi giorni ha lanciato pubblicamente il suo social network Faceskin, concretizzando un’idea che si basa sulla possibilità di conservare, nel profilo personale dell’utente, i percorsi di ricerca e i siti relativi a particolari tematiche, condivisibili con altri utenti.
La possibilità di conservare e condividere una weblist è interessante e quindi, a mio avviso, l’idea di partenza è buona, ma mi piacerebbe che fosse un punto di partenza per altri sviluppi. Ho un’opinione opposta sulla scelta del nome e della veste grafica: è molto spinto ed evidente il richiamo a Facebook (nome che ammicca e logo pressoché identico, anche nei colori), genera una somiglianza che io eliminerei al più presto, perché credo che il più affollato social network del mondo non abbia bisogno di imitatori, ne’ emulatori che lo pubblicizzino di rimbalzo. Volendo mantenere un legame che faccia traino in modo più efficace, piuttosto, renderei possibile l’iscrizione attraverso il collegamento ad un profilo-utente già esistente in altri servizi.
Nuove regole in arrivo per l’utilizzo dei servizi Google: entro il prossimo mese, infatti, il gruppo di Mountain View apporterà alcune modifiche di rilievo nelle policy applicate in materia di privacy e nelle condizioni di servizio.
La novità più significativa sembra riguardare la prima sfera: Google dichiara che, per tutti i servizi offerti ai propri utenti, oggi sono in vigore 70 differenti documenti con altrettante privacy policies, che la gestione di questa tematica è troppo complessa e quindi lanceranno una main privacy policy per coprire la maggior parte dei prodotti (almeno una sessantina) e spiegare quali informazioni saranno raccolte e come saranno utilizzate, “in modo molto più leggibile”.
In questo video, una breve spiegazione delle novità:
I servizi non coperti da queste regole manterranno una propria Informativa sulla privacy. Il consolidamento delle regole implica che, per ogni utente che accede ad un servizio, sia possibile combinare le informazioni che lo stesso utente ha fornito o condiviso su altre soluzioni, trattandolo come un singolo utente attraverso tutti i prodotti Google.
L’obiettivo dichiarato è la semplificazione, che piace a tutti. Il risultato effettivo si tradurrà, per Google, nella possibilità di offrire ai propri inserzionisti pubblicitari informazioni più preziose sugli utenti, favorendo un’attività di advertising sempre più mirato. Che piace alle aziende, e che per questo – scommetteteci quanto volete – saranno sicuramente molto riconoscenti verso Google.
E’ bene ricordare che, attraverso i cookies, i titolari di un Google account vengono profilati e catalogati. Chi ha un account può gestire questo tipo di informazioni (procedendo ad aggiunte, modifiche o cancellazioni) attraverso il servizio Preferenze annunci.
Gli aspetti su cui dovremmo riflettere – e che è bene sottolineare, per maggiore consapevolezza di tutti – non sono pochi. Il primo è che si tratta di una modifica unilaterale delle condizioni di servizio: l’utente non ha margine di scelta, se vuole continuare ad utilizzare i servizi di Google, si deve far piacere questa minestra (o saltare dalla finestra). Il secondo è che l’utente si deve far piacere (ma questa non è una novità) il fatto che Google, come altri servizi che implicano l’utilizzo di geolocalizzazione, è libero di tracciarlo e rintracciarlo, monitorarne gli spostamenti, tenerlo sotto controllo insomma (mentre se l’attività di controllo viene svolta dalla Polizia su mandato dell’autorità giudiziaria qualcuno si… infastidisce).
La nuova main policy fa capire questo e altro, mentre non dice nulla sulla loro conservazione: le informazioni vengono memorizzate, archiviate, catalogate, ma non si sa per quanto tempo, mentre si sa che le conservano anche in caso di cancellazione. Quindi, cosa accade se un utente cancella il proprio account?
In questo caso, invece, non è colpa dei giornalisti, ma dell’Associazione Matrimonialisti, che scambia “causa” e “mezzo”: perché scaricare sul social network la responsabilità dell’insoddisfazione o dell’inadeguatezza umana?
“Nel nostro Paese almeno il 20% delle crisi coniugali che arrivano in Tribunale – fa i conti il presidente dell’Ami – sono causate da Facebook (80% del totale) e da Twitter (20%). Si tratta di un fenomeno denunciato l’anno scorso dall’associazione dei matrimonialisti degli Usa e confermato dall’Ami. Le infedeltà riguardano coppie di tutte le età, anche quelle sposate da trent’anni e più. Facebook è virtuale solo all’inizio del rapporto, ma è poi occasione di incontri veri e propri (secondo il Centro Studi dell’Ami, il 70% si trasformano in scappatelle, il 30% diventano storie durature e parallele)”
Perché scaricare sul social network la responsabilità dell’insoddisfazione o dell’inadeguatezza umana? Se una persona – già impegnata con un partner – cerca e trova un altro partner, ovunque la cerchi, significa che qualcosa non va nel suo rapporto e la colpa è sua, oppure del partner.
Se la conosce al bar è colpa del bar? E se succede in metropolitana? O ad un matrimonio (stile L’ultimo bacio)?
Come di consueto anche all’inizio di quest’anno, per forza di cose, sono ancora poche le novità targate 2012 e in questi giorni si parla di argomenti che, come la coda di una stella cometa, hanno le loro radici nel passato, anche il più recente.
E’ sufficiente scorrere le news in Internet per farsene un’idea e lo si può fare in un attimo, perché Internet è – prima di tutto – un grande strumento di comunicazione, costituito da tantissimi altri servizi e strumenti che, in funzione del loro utilizzo, possono contribuire a fare grandi cose, o a provocare danni.
Molto spesso ci soffermiamo a commentare con enfasi la seconda possibilità, soprattutto da quando esistono i social network che, per la loro natura di “strumenti di condivisione”, possono comportare problemi legati alla privacy di ognuno, o semplicemente distrarci con fastidiose “bufale”. Dal sottofondo di questi commenti, emerge sempre la considerazione che si potrebbe fare tranquillamente a meno di tutte queste cose.
E’ vero: dei social network si può fare a meno, al mondo ci sono milioni (se non miliardi) di persone che vivono serenamente senza nemmeno sapere che esistono Facebook, Twitter, LinkedIn, Badoo, Netlog, Google+ e via discorrendo, e va bene così. E’ anche vero che si tratta di servizi che, seppur basati su un utilizzo gratuito, sono nati per creare profitto, basato su un’attività pubblicitaria sempre mirata e non raramente subdola, di cui gli utenti devono essere assolutamente consapevoli.
Poi vieni a sapere di notizie come questa (o quest’altra che però è di due anni fa, o altre ancora dello stesso tenore) e pensi “be’, dopotutto con questi social network si riesce a fare anche qualcosa di buono”:
At her hospital bed at the University of Washington Medical Center, Allie Carr, 26, is recovering from surgery. “I feel pretty good considering I just had a vital organ taken out of me,” she joked.
Carr donated her kidney to a man she met just five months ago on Facebook.
The man’s name was Dan Garrett – and the page read simply, “My husband needs a new kidney.”
Ricevere in donazione un rene da uno sconosciuto, grazie ad una richiesta pubblicata in uno di quei social network di cui tutti possono fare a meno, non è una cosa da tutti i giorni.
Nella competizione tra Facebook e Google+ c’è sempre da aspettarsi qualche novità, anche se il primo – nato sette anni fa, al momento giusto – è difficilmente raggiungibile nel campo dei social network generalisti (ossia non orientati ad una particolare fascia di mercato). Il secondo, comunque, ha un enorme margine di crescita e studia ogni occasione per conquistare utenti. L’ultima novità si chiama Find my face (trova la mia faccia) e permette ad un utente di trovare, nelle cerchie del social network, le foto che lo ritraggono. Guardando più in là del proprio naso (e avendo già superato quello di Facebook, che aveva introdotto la stessa funzione inaspettatamente senza pensare alla privacy degli utenti), Google ha pensato bene di mantenere questa opzione disabilitata per default.
E’ stato ideato negliUSA nel 2002, lanciato online il 5 maggio del 2003, e nel 2011 è sbarcato con una vera e propria filiale in Italia, con una decina di persone guidate da Marcello Albergoni: LinkedIn è un social network più vecchio di Facebook, ma con un’impronta più seria perché dedicato al mondo del lavoro. Nonostante non accolga applicazioni di gioco e si presti poco al cazzeggio, vanta oltre 135 milioni di utenti. Tra questi, più di 26 milioni sono europei, oltre 2,5 milioni gli utenti italiani. Un mercato interessante e da sviluppare:
”Con la crisi economica la competizione nel lavoro e’ diventata piu’ intensa e mai come ora e’ importante per i professionisti, anche in Italia, avere un punto di riferimento come LinkedIn – spiega all’ANSA Ariel Eckstein, amministratore delegato per Europa, Africa e Medio Oriente di LinkedIn -. Gli italiani sono ‘social networkers’ avidi, abbiamo superato i due milioni e mezzo di iscritti. I piu’ numerosi sono a Milano, Roma e Bologna. In pratica, un terzo dei professionisti italiani crede che i social media siano importanti per far progredire la loro carriera”.
Zwiggo è un altro social network, ma potrebbe effettivamente essere qualcos’altro rispetto a quelli che già conosciamo, come Facebook, Google+ o LinkedIn. Almeno, questo è quanto mi ha spiegato il suo fondatore Chris Norton.
Legalizzare i casinò online e il poker cash e, nel contempo, cominciare a puntare il dito su Internet e social network (paragonandoli a droga e gioco d’azzardo) è un controsenso. Quanto alla dipendenza da Internet, ignoravo che nel nostro Paese esistessero già misurazioni specifiche di questo fenomeno tali da motivare un intervento straordinario per contrastarlo nel piano per il nuovo anno sanitario 2011/2013, con relativi oneri da sostenere con denaro pubblico. Evidentemente ci sono più italiani intossicati dal web di quanti ne immaginiamo. A proposito, qualcuno sa dire quanti sono?
Pare che Microsoft stia sviluppando un proprio progetto – chiamato Tulalip – per il mercato dei social network, ma per ora è ancora top secret. Per il momento circolano solo alcune immagini, pubblicate per errore e poi subito rimosse. Per chi ci crede.
Dite pure che sono all’antica, ma le Norme sulla privacy di Google+ a me sembrano un po’ nebulose e i punti che lasciano scoperti rappresentano problemi non trascurabili. Essendo però un inguaribile ottimista sono convinto che da Mountain View presto affronteranno queste problematiche e sistemeranno tutto, prima che le cerchie si trasformino in gironi.
Non ho alcun pregiudizio su Google+, ma a mio avviso oggi non c’è alcuna necessità di avere un altro Facebook.
Soprattutto, non credo che Google abbia oggi la possibilità di contrastare in modo significativo il social network più vasto del mondo, nato nel 2004. Prevedo una rapida crescita iniziale, dovuta principalmente ad entusiasmo e curiosità, con un trend meno ripido nel breve-medio termine. In seguito, se Google+ non rappresenterà davvero qualcosa di nuovo, dubito che gli utenti sentiranno la necessità di gestire due account su due diversi social network, e dubito che chi si è insediato precedentemente su Facebook voglia migrare per fare le medesime cose su uno strumento simile.