Ai tempi di Waterworld, nel budget del film erano stati inclusi anche i costi per lo sviluppo e la realizzazione di un impianto per la depurazione dell’acqua marina. Kevin Costner, che fin da qull’epoca aveva contribuito a finanziare il team di ricercatori guidati dal fratello Dan entrando nella Ocean Therapy Solutions. Ora BP ha deciso di di utilizzare sei di quelle speciali centrifughe nel tentativo di porre parziale rimedio al disastro ambientale del Golfo del Messico.
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Sgomitate nel mercato
La notizia dell’avvenuto sorpasso di Android su iPhone OS deriva dai risultati di una ricerca condotta da NPD Group sui dati di vendita USA degli smartphone nel primo trimestre del 2010, in cui BlackBerry OS di RIM – ancora in cima alla classifica – ha visto comparire alle proprie spalle il sistema operativo made-by-Google, che ha rimesso in terza posizione quello che equipaggia i touch-phone di Apple.
L’azienda di Steve Jobs rivendica però la propria leadership e la vuole vedere riconosciuta: per bocca della portavoce Natalie Harrison ha infatti dichiarato che la ricerca NPD avrebbe molti limiti, nel ristretto campione intervistato, che non terrebbe conto degli 85 milioni di utenti di iPhone e iPod touch (su cui gira appunto l’iPhone OS), della crescita sul mercato mondiale e ancora bla bla bla.
A parte il fatto che la ricerca NPD parla di sistemi operativi degli smartphone e l’iPod Touch è un lettore multimediale, si tratta di un’analisi condotta su un mercato eterogeneo: Apple vi prende parte con il suo iPhone, venduto negli USA in soli due modelli, vincolati – per scelta – alla rete AT&T; RIM è un produttore come Apple, che però ha in circolazione vari modelli di BlackBerry, collegati a più reti di telefonia mobile; Android gira sugli smartphone di vari produttori, operativi anch’essi su più reti mobili.
Volendo ritenere attendibili i dati NPD, alla fine – sul mercato degli smartphone – il “sorpasso” a livello di sistemi operativi potrebbe effettivamente essersi verificato. E’ però curioso che Apple si preoccupi solo ora di lamentarsi pubblicamente dell’attendibilità di una ricerca che viene aggiornata ogni trimestre: dopo i risultati dell’anno scorso non ho visto così tanti puntini sulle i. Forse ciò che le brucia di più è trovarsi alle spalle di Android, benché ciò non rappresenti affatto una debacle, visti i buoni risultati di vendita dei prodotti Apple.
Ehm, scusate… c’è un tecnico in rete?
Per adesso i costi sostenuti per tentare di arrestare la catastrofe della piattaforma di BP hanno raggiunto quota 350 milioni di dollari. E dal momento che finora non è stato possibile adottare alcuna soluzione efficace, la compagnia petrolifera ha deciso di raccogliere idee via Internet attraverso il sito deepwaterhorizonresponse.com.
L’immagine riportata qui sopra è stata scattata dalla ISS. Una photo-gallery sugli sviluppi del disastro è stata pubblicata dal Nasa Earth Observatory.
Apple punta sul social search
Mercati in fermento: dopo la scossa sul fronte dei produttori di device, con l’acquisizione di Palm da parte di HP, arriva quella data da Apple con l’acquisto di Siri:
Apple continued its migration into Google’s turf on Wednesday with the acquisition of Siri, a mobile application that allows users to perform Web searches by voice command on a cellphone.
Steve Jobs mostra dunque di condividere, parola per parola, l’opinione espressa da Robert Scoble un paio di mesi fa nel post “Why if you miss Siri you’ll miss the future of the Web”.
Facebook: condividi responsabilmente
La mission ufficiale di Facebook è condividere informazioni e ormai lo sappiamo bene. Il problema è che, con il passare del tempo, il suo approccio nei confronti della privacy si sta facendo sempre più superficiale, per cui necessita di maggior attenzione da parte degli utenti. Ultimamente, infatti, sono state apportate alcune variazioni nelle condizioni del servizio che è opportuno non ignorare.
Nel quarto paragrafo della normativa in materia di privacy, tra altre cose trasparentemente opache, si legge:
per garantire l’utilità della tua esperienza sociale fuori da Facebook, occasionalmente dobbiamo fornire le tue informazioni generali a siti web e applicazioni di terzi preapprovati che usano la piattaforma nel momento in cui vi accedi (se contemporaneamente sei su Facebook).
Già qui si trova l’arbitraria assunzione di un incarico che nessuno ha chiesto a Facebook: chi deve valutare, se non l’utente, l’esperienza sociale vissuta fuori da Facebook, stabilendone l’utilità? Ma, soprattutto, sarebbe opportuno – da parte di tutti – mantenere saldo il principio secondo il quale qualunque cosa accada fuori da Facebook, nel mondo digitale o in quello reale, deve rimanere fuori e non condiviso da chi gestisce siti web e applicazioni di terzi preapprovati (ma preapprovati da chi, poi?)
Altro spunto di riflessione:
quando i tuoi amici visitano un’applicazione o un sito web preapprovato, quest’ultimo riceve le informazioni generali su di te.
Quando siete su Facebook, i vostri dati possono essere condivisi da altri (e fin qui siamo nella normalità della dinamica di un social network), ma l’allargamento della condivisione ad applicazioni o siti web preapprovati ne moltiplica l’esposizione. E non è tutto. Leggiamo cosa racconta il Guardian (grazie a Stefano che lo ha segnalato):
Some people report that they are able to see the public “events” that Facebook users have said they will attend – even if they person is not a “friend” on the social network.
The discovery was made by Ka-Ping Yee, a software engineer for the charitable arm of Google, who was trying out the search query system known as the “Graph API” released by Facebook last Friday. In some cases – though not all – it will let you see the public events that people have said they will attend, or have attended.
Prima dell’introduzione delle nuove API, grazie alle informazioni condivise su Facebook si poteva sapere se un utente avrebbe partecipato ad un certo evento, mentre ora si può arrivare a sapere tutti gli eventi per i quali l’utente ha dichiarato la propria partecipazione. Ka-Ping Yee ne ha dato una dimostrazione, illustrando la lista degli eventi a cui parteciperà un utente a caso, Mark Zuckerberg.
Chi esprime tutta questa serie di informazioni con sincerità, dunque, offre insperate opportunità di profilazione ad una moltitudine di persone, e non solo agli amici. Questo ovviamente non significa che Facebook non vada utilizzato, ma semplicemente che è opportuno essere sempre consapevoli delle conseguenze di ciò che si fa, non solo dentro Facebook, ma anche fuori (in tutti i modi, in tutti i luoghi, in tutti i laghi).
I rischi di un utilizzo incauto possono essere seri e, talvolta, accade che l’utente non sia l’unico a farne le spese. Come nel caso eclatante del consigliere comunale che, per la propria leggerezza, ha portato alle dimissioni della giunta comunale di San Giovanni Bianco (BG). La notizia è stata data in molti modi, ma ai titoli ad effetto fuorviante come E Facebook fece cadere la giunta o Comune cade per colpa di Facebook, che colpevolizzano lo strumento social network, preferisco quelli del tipo Non si è troppo giovani per imparare a stare al mondo, che – più correttamente – evidenziano la responsabilità della persona.
Guardare oltre
Due notiziette apparentemente slegate tra loro.
Alcuni giorni fa, Steve Jobs – in una mail inviata ad un cliente Apple – ha scritto:
“Crediamo di avere la responsabilità morale di mantenere il porno fuori dall’iPhone. Chi vuole il porno può comprarsi uno smartphone con Android”.
Ora David Wang dell’iPhone Dev Team è riuscito a mettere Android su un iPhone:
Sicurezza, non siamo ancora messi bene
L’Italia è tra i primi in classifica, lo dice l’ultimo Internet Security Threath Report, appena pubblicato da Symantec al 2009. Il problema è che si tratta di una classifica di livelli negativi: il nostro Paese è primo nel phishing tra le nazioni non anglofone, secondo in Europa e sesto nel mondo per numero di dispositivi bot infected (cioè utilizzati da malintenzionati per diffondere malware, spam e phishing all’insaputa dell’utente), siano essi computer fissi o device portatili (netbook e smartphone inclusi).
Ci sono due magre consolazioni: la discesa dal quarto al sesto posto per la proliferazione delle cosiddette attività malicious e il nono posto tra i Paesi che originano spam (l’anno scorso eravamo al quinto).
Teniamo presente che il nostro Paese risente ancora di un notevole digital divide, tecnologico – gli utenti con connessione broad band sono 13 milioni – ma anche culturale: gli utenti poco preparati, che utilizzano il computer e navigano in Internet valutando in modo errato ciò che capita davanti ai loro occhi, sono moltissimi.
Considerando che determinati fenomeni (phishing innanzitutto) sono legati ad attività truffaldine, mirate ad esempio a carpire i dati d’accesso a conti correnti bancari o i numeri di carte di credito, si può intuire quanto sia importante conoscere il problema quanto più possibile, per adottare comportamenti più “sicuri”:
“I dati relativi alle carte di credito sono sempre quelli più richiesti; con appena 30 dollari è possibile acquistare numeri di carte di credito, mentre liste di indirizzi e account di e-mail oscillano tra 1 e 20 dollari, fino ad arrivare agli 850 dollari per le credenziali bancarie”
La sicurezza al 100% non esiste, ma è fondamentale un’attività di prevenzione, basata sull’adozione di corrette policy di sicurezza, ma soprattutto su un’adeguata attività di formazione. Perché – come si nota da questo video di Altroconsumo – molti utenti non conoscono i fondamenti:
Noio vulevam savuar…
Talvolta può capitare di vedere al TG un pregevole servizio giornalistico e rimanere basiti:
Da notare la divertita reazione degli intervistati, non si capisce se dovuta alla presunta ironia della domanda o al non classificabile livello di conoscenza dell’inglese di chi maneggia il microfono.
“Non reggerà all’appello”
Senza la segnalazione di Dario Denni mi sarei perso l’intervista di Alessandro Longo al Garante della Privacy Pizzetti sulla discussa sentenza condanna legata al caso Google-Vividown. In questo passaggio si elimina qualunque appoggio alle motivazioni legate alle presunte inadempienze in tema di privacy:
Longo: Secondo il giudice, Google avrebbe dovuto dire ai propri utenti: prima di pubblicare questo video, state attenti a non violare prima la privacy delle persone riprese, chiedete il loro consenso. Ma le norme sulla privacy non obbligano Google a fare così?
Pizzetti: NO, quest’obbligo non rientra nell’articolo 13 e non c’e’ nell’attuale diritto. Per questo motivo credo che la sentenza non reggerà all’appello.
Informazione online, qualità da Pulitzer
Correva l’anno 1997 quando la commissione per l’assegnazione del premio Pulitzer cominciò a rendersi conto delle realtà di informazione online che già si facevano strada.
Da quel momento alla reale apertura al web trascorsero ben undici anni. Ma è solo nel 2010 che l’informazione online riesce ad ottenere questo riconoscimento, prestigioso e ambito da chi si occupa professionalmente di giornalismo: per la categoria Investigative Reporting, infatti, insieme a Barbara Laker e Wendy Ruderman della tradizionale testata Philadelphia Daily News, si è aggiudicata il Pulitzer Sheri Fink di ProPublica, che ha condotto un’inchiesta – pubblicata anche dal The New York Times Magazine – su alcuni casi di eutanasia praticata su alcuni pazienti ritenuti non trasportabili presso il Memorial Hospital di New Orleans in seguito alle conseguenze dell’uragano Katrina.
Il premio non è andato a degli outsider del giornalismo. ProPublica, tecnicamente e finanziariamente, ha spalle larghe e ben coperte: come editor-in-chief c’è Paul Steiger, che in passato è stato direttore del Wall Street Journal e che ora guida una testata che pubblica i propri contenuti con licenza Creative Commons e realizza inchieste di pubblico interesse che possono essere liberamente ripubblicabili, contando sulla copertura finanziaria garantita dai filantropi californiani Herbert e Marion Sandler.
E questo dimostra tra l’altro, semplicemente, che ciò che conta è la qualità del giornalismo e non il supporto – cartaceo o elettronico – che contribuisce alla sua diffusione.
Sentenza Google-Vividown, pubblicate le motivazioni
Attese per un doveroso chiarimento, ecco le motivazioni della sentenza formulata dai giudici sul caso Google – Vividown – qui reperibile grazie ad un documento pubblicato dal quotidiano La Stampa.
Qualora si tratti di argomentazioni oggettivamente e opportunamente documentate (premessa doverosa), mi sembrano motivazioni più pesanti di quanto le prime notizie lasciassero supporre, perché mi sembra si parli – in sostanza – di un interesse verso il business spinto oltre i limiti della moralità, sfociato nel non rispetto dei principi della privacy, che sarebbero stati ignorati anche per quanto attiene le normative vigenti.
In un passaggio si legge che “appare evidente come il governo della società italiana sia stato – dall’America- volontariamente indirizzato dai legali rappresentanti alla esclusiva gestione dei profitti economici con totale e deliberata omissione di qualsiasi attivita’ (anche di consulenza legale, attinente alle questioni proprie del diritto italiano o comunque comunitario) che potesse – in qualche modo – ostacolarne gli incrementi”.
Riassumere il tutto è un’impresa molto difficile. Ciò che intravedo è che alla base della condanna ci sarebbe un’informativa sulla privacy – con richiesta di manifestazione di consenso – pubblicata in modo volutamente poco leggibile da Google, per raggiungere l’obiettivo di deresponsabilizzarsi da eventuali violazioni, ma trasmettere comunque agli utenti un invito a pubblicare contenuti senza porsi troppi problemi, al fine di massimizzare gli accessi.
L’avvocato Guido Scorza, tuttavia, analizza qui le 111 pagine di quella che definisce “una sentenza piccola piccola”, in quanto basata su motivazioni pretestuose e insufficienti. I legali di Google assicurano che ricorreranno in appello, poiché affermano con sicurezza che la società – anche sotto il profilo delle norme sulla privacy – avrebbe agito correttamente. E se così fosse accertato, le motivazioni della sentenza – come l’impianto accusatorio – sarebbero davvero poco consistenti, anzi molto discutibili.
Déjà vu sul peer-to-peer (e tre)
La musica passa anche da una tastiera, sia quella di un organo Hammond, sia quella di un computer, che permette di suonarla grazie a schede audio e software, o di scaricarla da Internet: nei giorni scorsi, in due occasioni (un’intervista a Panorama e in un intervento a “Ventura football club” su Radiouno), Roberto Maroni – ministro, ma anche tastierista della band Distretto 51 – ha parlato del download di contenuti musicali, affermando provocatoriamente che non disdegna scaricare musica dalla Rete in quanto – parole sue – “non la considero un’azione illegale”.
Il polverone sollevato da questo presunto tentativo di sdoganare il peer-to-peer, infatti, è sostanzialmente una replica del clamore da lui stesso sollevato nel 2006, quando rilasciò dichiarazioni più o meno identiche, e rida’ giustizia al lieve e quasi impercettibile brusìo che il ministro ottenne nel 2008, quando ribadì le medesime convinzioni. Trovandoci oggi nel 2010, se il trend è confermato, prevedo che le prossime rivelazioni provocatorie in campo di p2p si avranno nel 2012.
Per quanto riguarda le notizie vere e proprie sull’argomento, vi rimando all’articolo pubblicato su The New Blog Times.
Knocked down
Con l’operazione Knocked down, La Guardia di Finanza ha messo al tappeto alcuni siti di aste d’azzardo al ribasso come bidforfree, bidplaza e youbid, nella cui homepage campeggia ora questo messaggio:
Come scrive ReveNEWS, sembra facile – a parole – vincere facendo l’offerta più bassa, ma quando qualcuno si fa allettare da questo tipo di proposte, entra in un tunnel fatto di cifre folli buttate al vento. Come il gioco d’azzardo, ma in un ambito in cui è vietato e che obbliga – come scriveva Guido più di già due anni fa – a fare i conti con la disciplina vigente in materia di pubblicità ingannevole, aste on line, commercio elettronico e privacy…per non parlare dei profili fiscali e tributari.
Ecco, penso che ora i conti siano stati fatti.
Caro Steve ti scrivo…
Le mail con cui Steve Jobs risponde agli utenti che gli scrivono sono dirette e molto sintetiche, ma non deludono perché arrivano dritte al punto. Con i suoi reply il Telegraph ha addirittura compilato una classifica, di cui ha pubblicato la top five.
La notizia è nel fatto che gli utenti possono scrivere una mail all’indirizzo di Jobs e ricevere risposta. Benché non sia affatto certo che questa risposta sia scritta dal boss in persona, il messaggio trasmesso da questo aspetto della customer policy di Apple è un segnale di apertura migliore di quelli di tante aziende, che fanno percepire all’utente una sensazione di irraggiungibilità.
Che poi le risposte facciano un effetto simile alla storica rubrica Lettere Private di Susanna Agnelli è un altro discorso.







