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Tecnico informatico, sono stato consulente aziendale per la gestione dei sistemi informativi e di telecomunicazioni e ho lavorato in realtà di ogni dimensione (dalle PMI alle multinazionali). Attualmente mi occupo dei sistemi informativi e di telecomunicazioni di un gruppo industriale. Oltre alla mia attività professionale, collaboro con varie testate e siti di informazione tecnologica. Computerworld e Punto Informatico sono le testate specialistiche con cui in passato ho collaborato molto frequentemente, mentre ora mi occupo sempre di tematiche tecnologiche per The New Blog Times, il primo blornale italiano dedicato a tecnologia e scienza, e per il Corriere delle Comunicazioni in relazione all'iniziativa AgendaDigitale.eu. Collaboro con RCI Radio.

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Per annunciare il suo prossimo logout da WiredRiccardo Luna ha scelto Twitter e Facebook. In bocca al lupo a Riccardo per la sua futura avventura e a Carlo Antonelli, che lo sostituirà.

 
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Pubblicato da su 6 Maggio 2011 in media, Mondo, news, News da Internet

 

Nosy network (Facebook spia, ma gli utenti si espongono troppo)

A chi segue con un minimo di attenzione ciò che accade nel mondo e nella Rete, non servivano le dichiarazioni di Julian Assange per comprendere le potenzialità di Facebook come macchina di spionaggio: il database di informazioni personale è ricchissimo, ma ognuno di noi può scegliere di non iscriversi, oppure di farlo senza condividere informazioni personali, di registrarsi e selezionare con attenzione cosa condividere e cosa tenere per se’, o addirittura di eleggere il social network a diario personale, registrandovi vita, morte e miracoli.

In tutte queste opzioni non c’è davvero nulla di male: il male risiede ovviamente altrove, nelle intenzioni e negli obiettivi di chi potrebbe fare un uso non corretto, fraudolento, disonesto o morboso delle informazioni altrui, ed è per questo motivo che è necessario fare attenzione a ciò che si rende pubblico della propria vita privata.

Al netto delle considerazioni di Assange, disponibili nell’intervista da lui rilasciata a Russia Today , e degli ovviamente prevedibili disclaimer di Mark Zuckerberg – a cui conviene evidenziare la non pericolosità del social network che permette a lui e soci di campare più che dignitosamente – non si può non ricordare quanto rilevato tre anni or sono da Tom Hodgkinson sul Guardian in merito a chi effettivamente sostiene il business legato al network di cui Zuckerberg rivendica la paternità.

Oltre al finanziere Peter Thiel, ricorda l’autore dell’articolo, nel board dell’azienda che è alle spalle di Facebook siede anche Jim Breyer, che ha contribuito a finanziare il business con oltre 12 milioni di dollari. Uno dei contributi più significativi (27,5 milioni di dollari) proviene però dalla Greylock Venture Capital, il cui Advisory Partner Howard Cox figura anche nel team di direzione di In-Q-Tel, organizzazione la cui mission viene ostentata già dalla homepage del relativo sito web:

In-Q-Tel identifies, adapts and delivers innovative technology solutions to support the missions of the Central Intelligence Agency and the broader U.S. Intelligence Community.

Comprendendo che Central Intelligence Agency è l’acronimo di CIA e che si parla della più ampia U.S. Intelligence Community, potremmo dedurre l’esistenza di una sorta di legame, seppur non diretto ed esplicito, con i servizi di intelligence americani e concludere che, forse, dietro al business ufficiale del social network più grande del mondo si potrebbero nascondere altri occhi e altre orecchie.

Consideriamo però che, prima di tutto, dovrebbe essere il buon senso a suggerirci di muoverci ovunque, nel mondo reale come in Rete, con la dovuta cautela e senza dimenticare ciò che ci viene offerto al di fuori di Facebook: dai servizi di geolocalizzazione a Google e alla pubblicità contestuale, le dimostrazioni di una privacy sempre più difficile da difendere non mancano.

Il problema nasce – come molte altre cose – fuori dalla Rete: quanti di noi si sono mai fermati a pensare che alcuni momenti della nostra vita possono essere tracciati quotidianamente, ad esempio attraverso l’utilizzo delle carte fedeltà del supermercato, che consentono all’utente di accedere a sconti e promozioni, mentre chi le ha emesse può accede a una serie di preziose informazioni sulle abitudini di spesa degli utenti registrati?

L’aspetto “privacy fuori dal web”, che potrebbe apparire una divagazione, è invece molto pertinente al tema della spiabilità degli utenti di Facebook e di altri servizi disponibili via Internet: dal punto di vista dell’utente, si tratta pur sempre di informazioni condivise con altre persone, non sempre conosciute, ed è una condivisione che ha luogo a motivo di una scelta ben precisa, operata più o meno consapevolmente.

Talvolta, pertanto, prima di puntare il dito contro uno spione, sarebbe opportuno capire se non si è confidato qualcosa di troppo a chi non lo meritava, riflettere sulle conseguenze delle proprie scelte e, nel caso dei social network o di altre innovazioni che caratterizzano il cosiddetto web 2.0, capire cosa valga realmente la pena condividere con altri (dagli amici al mondo intero) e cosa sia meglio mantenere in un ambito più riservato.

[pubblicato oggi dal sottoscritto su The New Blog Times]

 
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Pubblicato da su 6 Maggio 2011 in Buono a sapersi, Internet, Life, mumble mumble (pensieri), news, News da Internet, privacy, security, social network, tecnologia

 

Crescono le fotobufale su Facebook e Twitter

Sul raid condotto in Pakistan, la Casa Bianca sta ancora valutando il materiale (foto, video) da rendere ufficiale. Di conseguenza, al momento, i vari tweet, le pagine su Facebook e altre fonti reperibili via web che annunciano scoop al riguardo sono falsi (anche questa è un falso).

Non chiedetevi perché lo fanno: per raccattare lettori, ultimamente pare sia sufficiente pubblicare una notizia presunta senza verificarla.

Dimenticavo la cosa forse più importante da segnalare: non lasciatevi incuriosire dalle presunte condivisioni di video su Facebook, sono foriere di virus. La notizia della morte del nemico pubblico numero uno ha scatenato la fantasia di qualche smanettone che ha pensato bene di diffondere un malware che prende di mira Facebook e la sua chat. Gli utenti del social network colpiti dal malware non si renderanno conto di nulla, mentre la loro rubrica di contatti verrà passata al setaccio e utilizzata per distribuire mail che segnalano il video. Contemporaneamente, sulla bacheca Facebook compariranno status update che linkano allo stesso video.

Ergo, non cliccate sui link a quel video (che non esiste( che potrebbero comparirvi nella bacheca Facebook o via mail, anche se provenienti da mittenti conosciuti. Cancellate e passate oltre.

 
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Pubblicato da su 4 Maggio 2011 in (dis)informazione, Buono a sapersi, Internet, news, News da Internet, truffe&bufale

 

Punto e a capo

Ho la vaga impressione che la nota del Codacons, che intende avviare quindi un’azione collettiva contro Aruba SpA – mirata  a far ottenere agli utenti coinvolti nel guasto un risarcimento proporzionato al tempo di sospensione del servizio e ai danni economici subiti – non tenga conto della conclusione del comunicato diffuso oggi dall’azienda:

Aruba ringrazia i fornitori e i dipendenti per la loro collaborazione ed il lavoro svolto oggi; ringrazia poi in particolare i clienti per la comprensione dimostrata e le numerose testimonianze di fiducia e supporto ricevute.

Aruba si scusa per il disagio arrecato.

 
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Pubblicato da su 29 aprile 2011 in Mondo, news, News da Internet

 

In caso di emergenza, accendere Twitter

Dalle prime ore di stamattina, chi utilizza i servizi di Aruba SpA (gestione domini, hosting, e-mail e altro, oltre 1,5 milioni di clienti) ha avuto la sorpresa di non trovare più nulla. Il motivo è un principio di incendio nella zona UPS della server farm principale, che l’azienda sta fronteggiando. Come prima misura di sicurezza hanno spento tutto, ma – assicura l’azienda – le macchine server e le sale dati non hanno subito alcun danno.

La piccola catastrofe ha spinto l’azienda ad aprire un canale su Twitter (no, una delle più grandi webaziende italiane non l’aveva prima di un’ora fa): chi volesse informazioni aggiornate le può trovare su http://twitter.com/#!/Arubait

UPDATE: la homepage di Aruba.it è ricomparsa. Gli altri servizi sembra si stiano risollevando gradualmente. Ripristinata la reperibilità del sito, la società ha iniziato a pubblicare nella sezione news alcuni aggiornamenti sulla situazione.

 
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Pubblicato da su 29 aprile 2011 in Internet, news, News da Internet, security, tecnologia

 

Smartphone spia?

Per impegni personali e di lavoro sono stato un po’ fuori dal blog, ma dal momento che qualcuno mi chiede informazioni sulla vicenda dgli smartphone che geolocalizzano gli utenti, ecco un riassunto indicativo e non esaustivo delle puntate precedenti:

  • Due esperti di sicurezza –  Pete Warden e Alasdair Allan – hanno scoperto e svelato al mondo che dentro iOS, il sistema operativo di iPhone e iPad, c’è un file non criptato denominato consolidated.db che contiene un database SQLite in cui sono memorizzate le coordinate geografiche in cui si è mosso il dispositivo. In pratica, c’è la storia dei movimenti dell’utente che possiede un iPhone o un iPad.
  • Il file – a detta di Steve Jobs – non viene trasmesso ad Apple, ma la memorizzazione è sempre attiva, anche se l’utente disattiva le funzioni di localizzazione.
  • Molti utenti e addetti ai lavori vogliono vederci chiaro e hanno denunciato Apple nella quale minacciando una class action e, già che ci sono, intendono chiedere un risarcimento danni per non avere ricevuto un’adeguata informazione preventiva; nel frattempo, dal Senato USA, una commissione ha fissato un’audizione per il 10 maggio, chiedendo chiarimenti ad Apple e Google (visto che l’argomento tocca anche il gruppo di Mountain View).
Il seguito alla prossima puntata.
 
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Pubblicato da su 26 aprile 2011 in cellulari & smartphone, Inchieste, Internet, Life, Mondo, mumble mumble (pensieri), news, News da Internet, privacy, security, social network, tecnologia, telefonia

 

Consigli dalla NASA

La puntata di Report andata in onda ieri sera ha proposto un servizio – intitolato Il prodotto sei tu – che ha affrontato una serie di tematiche legate ad Internet, riscuotendo dissensi e apprezzamenti che la rete ha registrato e continua a registrare (ad esempio su FriendfeedTwitteraltrove).

Le tematiche erano molte, tutte interessanti e riconosco che non fossero semplici da affrontare: Report ha toccato praticamente tutti gli argomenti di maggiore attualità come Facebook, gli altri social network, Groupon, Google, il business dell’advertising, la profilazione degli utenti, Wikipedia, YouTube, lo spam, il phishing, il furto di dati personali e di identità, la pirateria e molto altro ancora. Un punto di merito (quando mai una trasmissione televisiva si è occupata di questi argomenti) che però temo sia stato annullato per il fatto di aver scelto di parlarne nell’arco di un’ora e un quarto, cosa che ha comportato una trattazione molto sintetica.

Esistono più modi per spiegare un argomento: Report ieri sera ha puntato molto sui servizi esistenti oggi in Internet e sui rischi che si possono correre utilizzandoli in modo incauto, consegnando ai telespettatori un quadro dipinto con toni allarmistici, perché in buona parte comprensibile a persone che già si intendono di Rete (e che già sono a conoscenza dei vari aspetti trattati).

Sarebbe stato invece interessante, a mio avviso, toccare meno tematiche e metterne in luce pro e contro: se si parla di social network e si pone l’accento sul fatto che spesso possono essere effettivamente una vetrina indesiderata o un veicolo di futilità, si può evidenziare serenamente il fatto che è possibile condividere e far sapere ad altri solo ciò che si vuole, che l’utente può scegliere come utilizzare certi servizi evitando di diventare un bersaglio pubblicitario, aggiungendo magari il ruolo positivo assunto da Facebook e Twitter come veicolo di informazione indipendente e strumento di comunicazione usato dalle popolazioni di Iran, Egitto e Tunisia durante i periodi delle recenti proteste; se si parla di spamphishing o di furto di dati personali a una persona che neppure sospetta di poterne essere vittima, vale la pena di darle indicazioni realmente utili su come difendersi e non di generare sconforto e timore nell’utilizzo di Internet e della posta elettronica. Queste, a onor del vero, sono un po’ limitative:

Che sia opportuno utilizzare una password differente per ogni servizio utilizzato è vero, ma non è una novità che dovevamo apprendere dalla Nasa. Per il resto, talvolta effettivamente è efficace inoltrare una denuncia al Garante della Privacy per aver ricevuto mail indesiderate. Peccato che al Garante italiano sia poco utile denunciare spam proveniente da indirizzi mail di server non italiani, e che una password di almeno quattro caratteri sia più facilmente identificabile di una password più lunga e articolata. Certo, doversi ricordare (e trascrivere) molte lunghe password può essere una seccatura, ma ritrovarsi con un addebito indesiderato sul conto corrente (o un altro problema analogo da risolvere) per essere stati incauti lo è ancora di più.

 

 
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Pubblicato da su 11 aprile 2011 in media, news, News da Internet, social network

 

Anche questo è vintage

Il sito che lo presenta è trash, ma questa operazione nostalgia potrebbero offuscarne la pacchianeria: ecco il nuovo PC64, un PC con la carrozzeria del mitico Commodore 64. Del computer di allora è rimasto solo il guscio, ma credo che a molti susciterà aneddoti e ricordi. Come se qualcuno prendesse una Punto Abarth per spogliarla della carrozzeria e metterci quella di una A112. Più o meno.

 
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Pubblicato da su 7 aprile 2011 in computer, curiosità, news, News da Internet

 

Non sei un hosting provider? Allora diventalo

Il Tribunale di Milano ha stabilito che Google dovrà filtrare i risultati di Google Suggest, in seguito ad una causa avviata da un imprenditore finanziario, il cui nome – nell’ambito delle ricerche – proprio in base alle dinamiche di Suggest veniva abbinato alla parola “truffatore”, ravvisando contenuti diffamatori o calunniosi. Prima di urlare al solito scandalo all’italiana è bene sapere che la vicenda è simile ad altre già occorse in Francia, Svezia, Brasile e Gran Bretagna (e solo in quest’ultimo caso le accuse non sono state accolte).

Lasciando ai giuristi (come Fulvio Sarzana e Guido Scorza) il privilegio di commentare questa decisione, mi limito a constatare che i suggerimenti esposti da Google durante una ricerca – spesso semplici accostamenti tra parole, ricorrenti in più ricerche – non sembrano sufficienti a far pensare ad un senso compiuto. Nal caso trattato dai giudici di Milano, l’accostamento di un nome al termine “truffatore” potrebbe essere letto sotto tanti punti di vista: Pinco Pallino potrebbe essere stato un truffatore o responsabile di truffa, ma anche vittima di un truffatore o di una truffa, o potrebbe avere svelato una truffa e smascherato un truffatore. Senza dimenticare i casi di omonimia.

Intendendo Google Suggest come uno strumento, l’approccio non può che essere neutro, altrimenti si rischia di prendere delle cantonate. Se crea problemi, rimuoviamolo. Oppure – più costruttivamente – facciamo in modo che chi pubblica contenuti su Internet rispetti le leggi in vigore, che dalla rete venga rimosso solamente ciò che non va bene ed è contrario al rispetto di queste leggi (in molti casi si noterà che non è necessaria una nuova regolamentazione, ne’ nuovi bavagli, poiché sarebbe sufficiente trattare Internet per ciò che è, uno strumento di comunicazione e divulgazioni utilizzato da uomini, e gli uomini sono soggetti al rispetto delle leggi). E se la legge prevede una sanzione, questa deve colpire chi ha avuto l’idea di pubblicare – e ha poi pubblicato – il contenuto incriminato, e non lo strumento di pubblicazione.

Google e gli altri motori di ricerca svolgono, sostanzialmente, una funzione di bacheca, di vetrina di contenuti altrui, ma l’aspetto forse più paradossale di queste vicende è che i provvedimenti dei tribunali che li considerano (impropriamente) hosting provider li obbligano a comportarsi come tali, poiché impongono una funzione di controllo e di editing che normalmente i motori di ricerca non attuano. Google lo fa automaticamente solo su termini legati alla pornografia o a questioni di buon costume, e non importa se poi non esistano filtri su ricerche di altro genere, che sarebbero decisamente da evitare, come questa:

La prospettiva è che la neutralità lasci il posto all’arbitrarietà e alla possibilità di essere indotti ad intervenire sulle informazioni riportate, preventivamente o su richiesta. E all’assunzione di una responsabilità mai cercata.

 
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Pubblicato da su 7 aprile 2011 in diritto, Mondo, news, News da Internet

 

Non è un Paese per utenti esperti

Mi trovo, purtroppo per la realtà dei fatti, assolutamente d’accordo con il post Un paese di cretini scritto da Stefano, dove – tra l’altro – si evidenzia come, per un’installazione anche domestica di un apparato connesso alla rete (come un router o uno switch) la legge imponga l’intervento di un installatore iscritto all’albo, pena una sanzione da 15mila a 150mila euro.

Secondo quanto dispone la bozza del decreto attuativo pubblicata dal Ministero per lo Sviluppo Economico, se disponete di un router con al massimo 10 porte siete salvi, purché non abbiate anche un access point per la connettività WiFi:

1 (…) gli utenti possono provvedere autonomamente all’esecuzione dei lavori di cui all’articolo 2, comma 2, quando l’impianto interno di comunicazione elettronica, indipendentemente dalla sua complessità e dalla larghezza di banda offerta dall’operatore di rete, ha una capacità non superiore a dieci punti di utilizzo finale e l’allacciamentodell’impianto stesso alla rete pubblica di comunicazione elettronica richiede il solo inserimento del connettore nel relativo punto terminale di rete.

2. Il solo allacciamento diretto di un terminale ad un punto di utilizzo finale non richiede l’intervento di imprese di cui all’articolo 2, comma 2.

Se aveste ad esempio un accesso WiFi, i punti di utilizzo finale (il numero di connessioni che fanno capo a quell’access point) potrebbero anche essere più di dieci e, quindi, non potreste installarvi da soli l’apparato.
La legge non vuole utenti, ma utonti…
 
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Pubblicato da su 4 aprile 2011 in Internet, news, News da Internet, tecnologia, TLC

 

“+1″, la ricerca su Google è più social

Con un social network come Facebook e le sue centinaia di milioni di utenti, il termine like ha assunto in breve tempo il significato di apprezzamento condiviso, da partecipare a tutti gli amici con un click. Una feature che si può applicare a personaggi, situazioni o prodotti, e che in quest’ultimo caso può veicolare un passaparola pubblicitario. Google ha pensato di applicare questo concetto ai risultati di una ricerca, con un pulsante personalizzato: non un like, ma un“+1″.

Plus one, per dirlo nella madrelingua, si manifesta sotto forma di pulsante posizionato a fianco di ogni risultato ottenuto da una ricerca su Google. Se questo rappresenta qualcosa di gradito, l’utente può cliccarlo, rendendo noto il proprio apprezzamento. Non si tratta di un servizio già disponibile a tutti gli utenti, ma di una funzione sperimentale utilizzabile – per il momento – solo da coloro che già dispongono di un account Google e utilizzanoGoogle.com in English: per provarla (una volta effettuato il login) è sufficiente visitare la pagina dell’esperimento e selezionare Join this experiment.

A funzionalità attivata, l’utente può effettuare una qualunque ricerca e cliccare il pulsante “+1″ (che compare in corrispondenza di ogni link contenuto nella SERP) sui risultati di sua preferenza e, da quel momento, tutti i +1 cliccati dagli utenti saranno visibili a tutti gli utenti Google che hanno un legame con chi ha espresso quel voto (ad esempio, a tutti gli utenti annoverati nell’elenco contatti di Gmail o Gtalk): effettuando una ricerca su Google, tutti coloro che nei risultati otterranno il link ad un sito votato con un +1 sapranno anche chi ha espresso questo apprezzamento.

Non è solo un apprezzamento fine a se stesso. Evidentemente, se più utenti cliccheranno lo stesso link si otterrà una somma di click che si potranno trasformare in un punteggio, con una conseguente ricaduta pubblicitaria: nell’ambito di una ricerca sarà possibile ottenere risultati piùraccomandati di altri e questo significa, in pratica, ricevere una sorta di messaggio pubblicitario che ora viene veicolato dai voti espressi dai membri di una community ristretta (identificabile con gli utenti di applicazioni Google che hanno aderito alla sperimentazione), ma in un futuro non troppo lontano potrebbe rappresentare le preferenze di tutti gli internauti che, passando da quel link, si saranno trasformati in un panel di opinionisti.

Anche per il solo fatto che una ricerca su Google può essere spesso molto dispersiva e condurre ad una moltitudine di risultati privi di utilità, quel +1 – o plus one – non deve passare inosservato: nel video di presentazione, ogni +1 ottenuto da un link si traduce nell’invito a dare qualcosa di più di un’occhiata, This is something you should check out. Significa che quel collegamento non è poi così inutile, ma induce a prevedere per questo strumento un potere inaspettato: con il consolidarsi dell’utilizzo di questa funzione, infatti, un utente potrebbe arrivare al punto di ignorare i link privi di preferenze, per non perdere tempo nelle – come detto sopra – dispersive pagine di risultati ottenuti.

Da qui alla creazione di una nuova forma di ranking il passo è breve, ma a breve distanza segue la possibilità di una sua mercificazione: non è difficile prevedere, infatti, che vi siano aziende disposte ad investire nella nuova forma pubblicitaria data dal punteggio ottenuto dagli utenti, per dopare il numero di preferenze sui propri prodotti o servizi. E tutto ciò costituirebbe solo l’ennesima affermazione di Google come nuovo protagonista del business dell’advertising.

[pubblicato dal sottoscritto oggi su The New Blog Times]

 
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Pubblicato da su 4 aprile 2011 in Internet, Mondo, news, News da Internet

 

Il pesce più bello

O almeno, uno dei migliori: Gmail Motion

(e questo è un pesce, ma il bello è che c’è chi – già da prima – aveva già pensato di realizzarlo con Kinect)

 
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Pubblicato da su 1 aprile 2011 in curiosità, Internet, news, News da Internet

 

Un falso messaggio di allarme da Gmail

Se siete utenti di Gmail e avete ricevuto – o riceverete – un messaggio sostanzialmente simile a quello che vi riproduco qui sotto, cestinatelo: non proviene affatto da Google.

Gli elementi del falso ci sono tutti: dall’oggetto “Gmail! Active Alert ..” scritto con un punto esclamativo e due puntini assolutamente fuori luogo, alla domanda “Is your Gmail Account Active. Yes/No.” senza punto interrogativo. Ma soprattutto: che senso avrebbe, da parte del Team di Gmail, spedire un messaggio agli utenti Gmail per chiedere loro se l’account è attivo? Ne sono già perfettamente a conoscenza!

Probabilmente è solo un espediente per accertare l’effettiva esistenza del nostro indirizzo e-mail.

Una qualunque risposta al messaggio costituirebbe una conferma. Da lì al successivo bombardamento di posta indesiderata il passo è davvero breve…

 
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Pubblicato da su 30 marzo 2011 in Buono a sapersi, Internet, security, TLC

 

Purché se ne parli

Pare che Apple non possa far uscire l’iPhone 5 a giugno.

 
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Pubblicato da su 30 marzo 2011 in cellulari & smartphone, news, News da Internet, tecnologia

 

PassaTempi moderni

 
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Pubblicato da su 29 marzo 2011 in news