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L’intelligence dietro alle mail (e non solo)

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Ennesimo caso di violazione della privacy degli utenti ed ennesima bordata su Yahoo! Secondo quanto rivelato da Reuters, l’azienda lo scorso anno avrebbe attivato una piattaforma in grado di analizzare tutti i messaggi di posta elettronica dei propri utenti a beneficio dei servizi di intelligence americani (Nsa? Cia? Fbi?).

Reputo francamente poco importanti i presunti retroscena di questa vicenda (l’amministratore delegato Marissa Mayer avrebbe dato l’ok all’operazione alle spalle del Chief Information Security Officer Alex Stamos, che ha lasciato l’azienda un anno fa per essere assunto da Facebook), dal momento che è solo l’ultimo episodio in materia: è ancora fresca la rivelazione di un’altra violazione massiva avvenuta nel 2014 in seguito ad un attacco, il cui mandante si presumeva essere un governo. E non è da dimenticare, a questo proposito, lo spionaggio delle webcam, sempre degli utenti Yahoo – attuato dal 2008 al 2014 con l’operazione Optic Nerve adal GCHQ (l’intelligence inglese). Per non parlare di PRISM e di quanto emerso con il Datagate, che ha coinvolto tutti i più grandi service provider (incluso Yahoo!).

La reputazione dell’azienda sotto questo profilo è ormai azzerata e forse questo può giovare a Verizon che la sta per acquistare (ad un valore che presumibilmente sta precipitando). Ma non è di questo che mi preoccuperei (quanti di voi hanno un account Yahoo?).

Nel luglio 2013 avevo formulato questa osservazione:

nessuno cada dalle nuvole se si dovesse scoprire che la NSA (…) ha sfruttato e sfrutta anche la collaborazione delle altre aziende come GoogleFacebook  e Yahoo, visto che si tratta di aziende che offrono mail, VoIP, piattaforme cloud per applicazioni e storage, social network con chat e servizi per condividere di tutto.

A questa stregua, potremmo dare per assodato che ogni nostra comunicazione elettronica possa essere intercettata da qualcuno, per scopi sconosciuti in quanto non dichiarati. Andrebbe chiarito nelle condizioni di utilizzo di tutti i vari servizi di comunicazione.

 

 
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Pubblicato da su 5 ottobre 2016 in news, privacy

 

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Internet fa male, Internet fa bene… Internet non “fa” niente

E’ straordinario quanto un argomento – come ad esempio il rapporto tra Internet e salute – possa essere divisivo. Non tanto nella percezione degli utenti, quanto in quella trasmessa dalla stampa, che riferisce delle ricerche di studiosi ed esperti in materia.

Secondo i dati diffusi dalla Società italiana di ipertensione arteriosa (Siia), “il 4% dei bambini e ragazzi tra i 4 e i 18 anni ha la pressione alta, e 4 bambini su cento sono ipertesi già alle elementari. Sul banco degli imputati una dieta scorretta – troppo sale e zucchero nei cibi – ma anche una vita sedentaria alimentata da un uso eccessivo di internet e videogiochi”. Situazione analoga a quella che si poteva leggere trent’anni fa, quando però il banco degli imputati era occupato dalla tv (non certo da Internet) e i videogiochi contribuivano al problema solo in parte. Internet fa male?

Secondo una ricerca pubblicata sul Journal of American Heart Association, gli utenti che utilizzano Internet, e in particolare alcune app disponibili per smartphone, sono “più attivi e attenti al benessere fisico anche grazie alle conoscenze apprese via web e al contributo dei tracker per il monitoraggio della forma fisica, la corretta alimentazione e l’allenamento”. Internet fa bene?

L’oggetto della ricerche sembra differente, il campione analizzato lo è sicuramente, i risultati sono diametralmente opposti. I punti in comune sono invece molti, a partire dal fatto che si parla di moto, che da una parte sarebbe “inibito” dalla sedentarietà… alimentata da “un uso eccessivo di Internet e videogiochi”, mentre dall’altra è addirittura stimolato “dalle conoscenze apprese via web e al contributo dei tracker”.

Ovviamente ogni tematica va contestualizzata per poter essere trattata nel modo corretto anche per chi legge queste notizie, ma anche in questo caso – in cui lo stesso soggetto viene indicato sia come malefico che come benefico – la verità è un’altra. Non è internet a fare male, ne’ a fare bene. In questo caso è l’indole umana a condizionare i comportamenti di ognuno. Uno che trascorre il proprio tempo solamente con Internet e videogiochi non ha la stessa attitudine di un altro che sceglie di usare le app per tenere sotto controllo forma fisica e alimentazione.

Non è certo colpa di Internet se persone con obiettivi di vita differenti ottengono risultati differenti. Prima dell’avvento di Internet, videogiochi e tv, su chi si sarebbe potuto puntare il dito? Sul divano?

 
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Pubblicato da su 4 ottobre 2016 in news

 

WhatsApp introduce nuove funzioni per la fotocamera

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Le nuove funzioni per la fotocamera introdotte da WhatsApp mi fanno pensare che ora nelle chat – anche e soprattutto di gruppo – sarà possibile prendersi in giro in modo molto più efficace. Però volete mettere? Ora sarà possibile scattare “selfie perfetti” (è scritto così) anche in condizioni di luce scarsa e al buio (il display si illuminerà, funzionando come un… flash leggero). Cose di cui non si poteva fare a meno, insomma…

 
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Pubblicato da su 4 ottobre 2016 in news

 

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Facebook at Work, per un lavoro più “social” (attenzione: condividere responsabilmente!)

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Tra pochi giorni arriverà Facebook at Work, una sorta di piattaforma di comunicazione interna dedicata al mondo delle aziende. In pratica l’obiettivo è quello di creare una sorta di social network interno all’azienda, in cui l’utente avrà un account lavorativo distinto dall’account standard di Facebook. Non sarà gratuito, ma non prevederà nemmeno un canone fisso per ogni azienda che lo utilizzerà: la tariffa sarà subordinata al numero dei dipendenti aziendali attivi.

Non sarà un competitor diretto di LinkedIn, che è e rimane un social network orientato al mondo del lavoro (ossia con molto meno cazzeggio) e trasversale, in quanto ha l’obiettivo di mettere in contatto tra loro i professionisti indipendentemente dalla realtà in cui lavorano, anche allo scopo di creare nuovi rapporti di collaborazione o di lavoro. Se troverà terreno fertile, è prevedibile che possa porsi come alternativa in azienda ai sistemi di comunicazione interna (l’e-mail innanzitutto, oltre a soluzioni come Yammer).

Considerazione non superflua: è necessario essere consapevoli che si tratta di un sottoinsieme di Facebook, prima di pensare di utilizzarlo per comunicare informazioni riservate. E’ una questione di sicurezza tutt’altro che trascurabile perché, sebbene l’utilizzo sia interno all’azienda, il livello di controllo esercitabile sulle operazioni compiute e sui dati memorizzati su quella piattaforma sarà sempre comunque inferiore a qualunque altro sistema amministrato internamente. Pertanto è bene porre la massima attenzione a non trasformarlo in un database di dati aziendali importanti, critici o sensibili. Per il bene vostro e della realtà per cui lavorate.

 

 
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Pubblicato da su 30 settembre 2016 in business, news

 

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WhatsApp e Facebook chiamate “a rapporto” dal Garante per la Privacy

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Era prevedibile che il Garante per la Privacy volesse fare chiarezza sullo scambio automatico di dati tra WhatsApp e Facebook introdotto un mese fa sull’app di messaggistica. L’Authority ha aperto un’istruttoria e chiesto di sapere:

  • la  tipologia di dati che WhatsApp intende mettere a disposizione di Facebook;

  • le modalità per la acquisizione del consenso da parte degli utenti alla comunicazione dei dati;

  • le misure per garantire l’esercizio dei diritti riconosciuti dalla normativa italiana sulla privacy, considerato che dall’avviso inviato sui singoli device la revoca del consenso e il diritto di opposizione sembrano poter essere esercitati in un arco di tempo limitato.

Il Garante ha chiesto inoltre di chiarire se i dati riferiti agli utenti di WhatsApp, ma non di Facebook, siano anch’essi comunicati alla società di Menlo Park, e di fornire elementi riguardo al rispetto del principio di finalità, considerato che nell’informativa originariamente resa agli utenti  WhatsApp non faceva alcun riferimento alla finalità di marketing.

Per chi si fosse perso qualcosa, è bene ricordare che a fine agosto WhatsApp ha introdotto anche alcune modifiche al testo delle informazioni sulla privacy. In particolare, nella sezione Modalità di utilizzo delle Informazioni da parte di WhatsApp si legge:

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”WhatsApp potrebbe offrire il marketing per i Servizi e per i servizi del gruppo di società di Facebook di cui fa ora parte”. E’ una frase che apre un mondo di possibilità. Di marketing.

Non importa che l’azienda dichiari :

Anche se ci coordineremo maggiormente con Facebook nei mesi a venire, i messaggi crittografati rimarranno privati e nessun altro potrà leggerli. Né WhatsApp, né Facebook, né nessun altro. Non invieremo né condivideremo il tuo numero di WhatsApp con altri, incluso su Facebook, e continueremo a non vendere, condividere, o dare il tuo numero di telefono agli inserzionisti.

Facebook – anzi, il gruppo di società di Facebook – non ha alcuna necessità di avere da WhatsApp il numero telefonico dell’utente. Sa con precisione da quali dispositivi si collega l’utente e ha tutti gli elementi per capire se un utente di Facebook lo è anche di WhatsApp e unire le due anagrafiche. Non gli serve trasmettere il numero telefonico agli inserzionisti: è Facebook a combinare inserzioni e utenti, in base alle informazioni che è in grado di raccogliere, e a mostrare agli utenti le pubblicità che più rispondono al profilo di ognuno.

E’ bene comunque tenere presente che WhatsApp, su ogni smartphone, ha un archivio contatti che viene costantemente confrontato con la rubrica presente sullo stesso dispositivo. Se un contatto personale è utente di WhatsApp, l’app lo aggiunge tra quelli disponibili: esiste quindi un flusso di informazioni che va dalla rubrica del dispositivo verso WhatsApp e da WhatsApp ai propri server (nonché viceversa). E’ in virtù di questo stesso flusso che ci viene mostrata l’icona di un utente che non conosciamo, ma che appartiene come noi ad un gruppo WhatsApp, nel quale compare con il proprio numero telefonico in chiaro, trasmettendoci quindi alcuni elementi dei suoi dati personali, inconsapevolmente.

E’ un bene che il Garante voglia vederci chiaro. E’ bene che gli utenti ci vedano chiaro e si rendano conto del significato di quel Condividi le informazioni del mio account.

 
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Pubblicato da su 28 settembre 2016 in news

 

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Google Allo, un saluto alla privacy

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Se ne parla poco, ma da qualche giorno Google ha lanciato Allo, un’applicazione di messaggistica per contrastare la concorrenza delle due app della famiglia Facebook, ossia Messenger e WhatsApp. Ad oggi, pare che sia stato installato e scaricato su un milione di dispositivi.

Dal momento che su questo tipo di app pende sempre il sospetto di uno scarso rispetto della privacy degli utenti, anche su Allo i dubbi non mancano: alla presentazione, infatti, era stato detto che Allo non avrebbe memorizzato alcun messaggio, mentre in realtà oggi si scopre che i messaggi vengono memorizzati sui server di Google per impostazione predefinita (a meno che non si utilizzi la navigazione anonima con la modalità “incognito”), condizione necessaria affinché i messaggi possano essere analizzati per il “miglior” funzionamento di Google Assistant.

Certo, un assistente virtuale preparato e in grado di rispondere coerentemente alle esigenze dell’utente è una comodità, ma se arriva gratis al solo costo della nostra privacy forse è bene esserne consapevoli. Non a caso Edward Snowden – che sulla riservatezza ha ormai costruito la propria filosofia di vita – non si dichiara esattamente un testimonial di Allo. Messaggi e conversazioni restano sui server di Google. Naturalmente l’utente li può cancellare tramite la app (ed è possibile impostare un timer per fissare una scadenza, oltre la quale vengono automaticamente rimossi), ma non esiste una reale garanzia che vengano eliminati anche dai database già storicizzati. Così come non si può escludere – visti i tempi che corrono – che questi database non vengano violati da qualche malintenzionato.

Per cui, volendo utilizzare Allo, il suggerimento è di non sfruttarlo per trasmettere informazioni personali da mantenere riservate. Perché – come già detto in altre occasioni – nel mondo digitale la sicurezza assoluta non esiste.

 

 
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Pubblicato da su 26 settembre 2016 in news

 

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Camera, in arrivo nuove regole per i giornalisti. E per i deputati?

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Dal 10 ottobre 2016 sarà vietato riprendere (con foto o video) deputati e membri del Governo mentre dormono, giocano, guardano la partita o, più in generale, si fanno i fatti propri alla Camera. Lo stabilisce il nuovo codice di autoregolamentazione che reporter e operatori dovranno aver sottoscritto per accettazione, condizione necessaria per poter accedere alla tribuna riservata alla stampa.

Tra le regole previste dal codice, troviamo:

  • l’obbligo di assistere ai lavori in silenzio e senza mostrare cenni di approvazione o disapprovazione;
  • l’obbligo di “interrompere immediatamente le riprese a ogni sospensione di seduta”;
  • il divieto di diffondere “fotografie e riprese visive atte a rilevare comunicazioni telefoniche”;
  • il più generico divieto di diffondere immagini “non essenziali per l’esercizio del diritto di cronaca relativo all’attualità e allo svolgimento dei lavoro in Aula”;
  • il divieto dell’utilizzo di tecniche di rielaborazione di riprese “che comportino un danno alla dignità dei deputati e membri del governo presenti in aula e al diritto alla riservatezza”;
  • il divieto temporaneo di accesso alle tribune riservate alla stampa in caso di inosservanza delle disposizioni.

Qualcuno potrebbe osservare che i deputati, nell’esercizio delle proprie funzioni, sono dipendenti pubblici e che la Camera è il loro posto di lavoro. Con questi presupposti, dovremmo pensare che anche per loro debba essere applicato il divieto di utilizzo di impianti audiovisivi per il controllo dell’attività dei lavoratori (art. 4 dello Statuto dei Lavoratori)?

Il lavoro dei deputati – che non si svolge unicamente nell’Aula, ma anche in altri uffici e in altre stanze – consiste nel proporre e votare disegni di legge, proporre mozioni, presentare interrogazioni e interpellanze al governo, partecipare all’attività di commissioni permanenti. L’assemblea che si tiene nell’Aula è il centro delle attività della Camera: si discutono gli argomenti previsti negli ordini del giorno delle varie sedute, si concede (o si revoca) la fiducia al Governo, si prendono decisioni, si esaminano i progetti di legge per discuterli e votarli.

Le regole sommariamente elencate sopra danno un’indicazione precisa: è consentito documentare visivamente ciò che avviene in aula durante le sedute, ma solo se strettamente correlato all’oggetto della seduta stessa. Niente immagini di momenti che non appartengono ai lavori durante la seduta, di deputati che parlano al telefono, confabulano, si stringono le mani, si abbracciano o si azzuffano, niente rielaborazioni non dignitose di riprese in aula.

La piccola selezione di immagini qui proposta riguarda momenti di sedute e votazioni e non sono state oggetto di alcuna rielaborazione.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Ora, io ritengo che ogni dibattimento, discussione o votazione sia di interesse pubblico, e che sia assolutamente ragionevole che i cittadini debbano avere la possibilità di assistere a ciò che avviene durante le sedute in Aula, in considerazione del mandato che parlamentari e membri del Governo hanno da parte dei cittadini, nonché dell’indennità economica percepita e dell’immunità parlamentare di cui beneficia. In verità, sono convinto che anche al di fuori delle sedute – prima, dopo, o a seduta sospesa – avvengano cose altrettanto rilevanti, d’attualità e comunque di pubblico interesse, sempre tenendo presente che deputati e membri del Governo si trovano lì in rappresentanza dei cittadini e non delle proprie singole personalità.

Per documentare quanto avviene in aula non c’è quindi alcun codice di autoregolamentazione che tenga, soprattutto quando è in gioco l’interesse pubblico. E’ chi rappresenta i cittadini che deve autoregolamentarsi, mantenendo un contegno professionale, dignitoso, responsabile e appropriato all’attività che sta svolgendo in Aula. Ognuno di noi deve essere in grado di sapere come un deputato si comporta e se si merita realmente il titolo di onorevole.

Chi non rappresenta degnamente i cittadini dovrebbe essere ammonito o sospeso dalla propria carica, ed espulso dalla Camera se recidivo. A quando un codice di autoregolementazione per governo e parlamentari?

 
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Pubblicato da su 23 settembre 2016 in istituzioni, news, privacy

 

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C’è poco da dire “Yahoo!”

500 milioni di account Yahoo violati. Leggiamo su La Stampa:

I dati in questione sono nomi, indirizzi email, numeri di telefono, date di nascita, le domande e le risposte di sicurezza usate dagli utenti e le password. In particolare le password erano cifrate, le risposte di sicurezza in parte cifrate e in parte no (in chiaro). Yahoo ha invalidato le domande/risposte di sicurezza, ha obbligato gli utenti interessati a cambiare password e ha raccomandato a tutti gli altri di fare lo stesso se non l’avevano modificata dal 2014 (e di cambiare anche eventuali risposte su altri account). Inoltre suggerisce di usare l’autenticazione a due fattori per proteggere il proprio profilo (qui le sue indicazioni ). O ancora, un sistema basato su una app per smartphone, lo Yahoo Account Key .

Due velocissime considerazioni:

  1. La violazione si è verificata nel 2014. Yahoo lo ha confermato solo ieri. E senza neanche esprimere un granello di rammarico. Dopo due anni.
  2. Mentre le password erano cifrate, “le risposte di sicurezza in parte cifrate e in parte no”. In parte no? C’erano domande/risposte di sicurezza in chiaro???

Al netto dell’origine dell’attacco, forse attribuibile all’hacker Tess88, e del fatto che potrebbe anche essere stato “sponsorizzato da uno Stato” (un’attività condotta da gruppi ritenuti legati ad un governo), la correttezza e la trasparenza del fornitore di servizi Yahoo nei confronti dei propri utenti è venuta meno, e questo ne disintegra la reputazione nei confronti di chiunque. Gli aspetti critici sul fronte della sicurezza erano già emersi a inizio 2014, quando era stata comunicata una precedente violazione agli account di 273 milioni di utenti, solo una settimana dopo quel tweet con cui Yahoo aveva sottolineato in modo puerile (e un po’ gradasso) alcuni problemi tecnici patiti temporaneamente da Gmail.

Credo che molti (altri) utenti stiano per dire “Bye-bye, Yahoo!”. E forse – viene da aggiungere – non solo loro, perché questa collezione di figuracce non gioverà nella trattativa di acquisizione di Yahoo da parte di Verizon.

 
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Pubblicato da su 23 settembre 2016 in news

 

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Difendersi dall’ignoranza

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Prendi quattro telegiornali e confrontane lo stile di diffusione di una notizia. Qualcuno pensa sia necessario “difendersi da Internet”, non dalla mancanza di veri valori, dalla mancanza di rispetto della dignità umana, da una cultura fatta a brandelli e trasformata in mercato, dal voyeurismo morboso, dalla crudeltà delle persone.

Internet è un’infrastruttura. E’ solo uno strumento che propaga tutto con molta rapidità ed efficacia. Non identifica una comunità di persone. Tramite Internet la gente comunica, lavora, accede ad informazione e disinformazione, impara cose buone, ma anche cattive, compie azioni che possono essere lodevoli e criminali. La frase “difendersi da Internet”  contiene un’attribuzione di responsabilità, un’accusa di colpevolezza. Invece non è necessario difendersi da Internet, ma da chi ne fa un uso malvagio, dalla cattiveria dell’uomo.

In un’incidente causato da un’automobilista che guidava l’auto passando col semaforo rosso, da chi sarebbe stato necessario difendersi? Dalla strada? Dall’asfalto? Dal semaforo? Dall’auto veloce? O dall’automobilista che ha violato le regole e ha tirato dritto, pensando a se’ e infischiandosene, del resto del mondo attorno a lui e delle conseguenze delle proprie azioni?

Ricostruiamo i veri rapporti umani, in famiglia e con chi ci circonda. Non releghiamoli ad amicizie mediate da strumenti tecnologici e non riduciamoli a contatti mordi e fuggi di cui non si conserverà memoria.

“Difendersi da Internet” semplicemente non ha senso.

 
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Pubblicato da su 14 settembre 2016 in news

 

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7 che vanno, 7 che vengono

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Il Samsung Galaxy Note 7 sta regalando molte soddisfazioni. Alla concorrenza, però: le notizie di batterie che prendono fuoco ed esplodono si propagano nel mondo hanno costretto a provvedimenti drastici, come il bando da parte della Federal Aviation Administration (il dipartimento dei trasporti aerei USA) e il ritiro dal mercato deciso dal produttore.

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Prospettiva poco favorevole per la reputazione di Samsung sul mercato, che emerge proprio mentre Apple calamita su di se’ molta attenzione per la presentazione dell’iPhone 7.

 
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Pubblicato da su 9 settembre 2016 in news

 

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Apple, rito rispettato

Annunciato da tempo attraverso le solite indiscrezioni che puntualmente ne anticipano alcune caratteristiche, è stato presentato oggi il nuovo iPhone 7, in versione base e plus, resistente ad acqua e polvere, con caratteristiche che ridefiniscono gli standard del settore, un design da urlo e fotocamere al top. E chi se ne importa del nuovo  Watch che ha il gps e va sott’acqua, del nuovo sistema iOS10 e di tutte le altre novità Apple? E del resto del mondo?

Coloro che si metteranno in fila fuori dagli Apple Store dal 16 settembre (o che si accamperanno  nei pressi ore o giorni prima) ci daranno anche quest’anno la misura di quanto questo possa essere una priorità per una parte della specie umana. 

PS: gli auricolari “solo wireless” hanno un design opinabile, ma probabilmente saranno il nuovo distintivo per gli utenti Apple senza se e senza ma.

 
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Pubblicato da su 7 settembre 2016 in cellulari & smartphone, news

 

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Semaforo verde alla fusione tra 3 Italia e Wind

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3 Italia e Wind hanno ricevuto dall’Antitrust europeo il via libera alla fusione, annunciata un anno fa. La “nuova” compagnia telefonica che sta per nascere sarà il primo operatore mobile italiano: sommando i clienti dei servizi di telefonia mobile di 3 a quelli di Wind si raggiunge un bacino che supera i 31 milioni di utenti. A questi vanno aggiunti i 2,8 milioni di clienti dei servizi di telefonia fissa Wind-Infostrada che confluiranno nella nuova realtà.

L’integrazione non sarà immediata e, nel periodo di transizione, 3 e Wind continueranno ad operare separatamente. Una volta fuse, la nuova realtà con un nuovo brand si porrà sul mercato della telefonia mobile davanti a TIM e Vodafone, ma anche al gruppo francese Iliad, che è pronto ad entrare in Italia con Free, che sarà il nuovo quarto operatore mobile.

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Pubblicato da su 1 settembre 2016 in news

 

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Excel e Calc hanno contaminato molti studi scientifici

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Genome Biology ha pubblicato un articolo su uno studio di un team di ricercatori australiani che hanno rivelato come, nel campo della genetica, moltissimi studi scientifici contengano errori dovuti all’utilizzo di Microsoft Excel. Sono stati analizzati circa 3.600 studi genetici pubblicati da autorevoli riviste scientifiche con i relativi file allegati, in cui sono presenti tabelle che elencano i geni utilizzati.

A programmatic scan of leading genomics journals reveals that approximately one-fifth of papers with supplementary Excel gene lists contain erroneous gene name conversions.

Dall’analisi è emerso che un quinto degli studi pubblicati e corredati da allegati in Excel contengono errori, generati dal formato applicato automatica alle celle che contengono i nomi dei geni, indicati con abbreviazioni. I due esempi illustrati chiariscono come sia possibile generare questo tipo di errori: il gene “Membrane-Associated Ring Finger (C3HC4) 1, E3 Ubiquitin Protein Ligase” viene abbreviato con MARCH1, mentre il gene “Septina 2” come SEPT2. Impostato in inglese, Excel li converte automaticamente in date (1 marzo, 2 settembre).

Per ovviare all’inconveniente, chi utilizza il file Excel dovrebbe impostare impostare il formato testo di una colonna prima di compilarne le celle con quel tipo di dati. Il problema, oltre che con Excel, si presenta anche con le applicazioni Calc di LibreOffice e OpenOffice, mentre pare che nei file creati con Fogli di Google (Google Sheets) le conversioni automatiche non vengano applicate (nemmeno se aperti successivamente da Excel o Calc).

Formattare preventivamente le celle in cui devono essere scritti dati così come li vogliamo è una buona regola da applicare sempre, non solo in campo scientifico.

 
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Pubblicato da su 30 agosto 2016 in news

 

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Il dispositivo del futuro è ad acqua

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Segnatevi questo nome: Hydrogel. Si tratta di un materiale composto per oltre il 90% da acqua. Utilizzato finora per programmi di scrittura e videogame, potrebbe essere la base della tecnologia per realizzare wearable device, i dispositivi indossabili. Come il touchpad realizzato dall’Università nazionale di Seul coordinato da Chong-Chan Kim, di cui parla Science.

 

Anche se diversi tipi di conduttori, come i nanotubi di carbonio e i nanocavi di metallo, sono stati studiati per display elastici, sono però tutti basati su materiali duri. Per ovviare a questo problema, i ricercatori hanno sviluppato un display fatto di idrogel, cioè una rete di polimeri che tendono ad assorbire acqua, morbidi e molto elastici. Hanno impiegato un idrogel con dei sali di cloruro di litio, che agiscono da conduttore e aiutano a trattenere l’acqua. (dall’articolo odierno pubblicato dal Corriere delle Comunicazioni)

Per le sue caratteristiche di flessibilità ed elasticità, con il prototipo realizzato è possibile effettuare le stesse attività permesse da un normale touchpad: spostare un puntatore, effettuare selezioni, e quindi dare dei comandi per programmi e giochi, con il vantaggio di poterlo indossare, senza preoccuparsi troppo di pressioni ed eventuali “allungamenti”: nelle prove dimostrative si è dimostrato funzionale anche dopo essere stato allungato del 1000% (dieci volte le sue dimensioni).

E’ verosimile pensare che gli sviluppi e le future applicazioni di questa tecnologia la porteranno nel mondo oggi dominato da smartphone e smartwatch, nell’elettronica di consumo, e potrebbe beneficiarne anche l’evoluzione dei dispositivi medici. Se fosse impiegata nella realizzazione di display touchscreen innovativi, potrebbe realmente rivoluzionare il mercato dei dispositivi mobili.

 

 

 

 
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Pubblicato da su 12 agosto 2016 in news

 

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Il malware di Stato (ok ma quale?)

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Kaspersky  e Symantec hanno rilevato – più o meno contemporaneamente – Sauron, una piattaforma di spionaggio molto avanzato – sviluppata verosimilmente da uno Stato – basata su un malware pensato per colpire istituzioni e organizzazioni scientifiche, governative e militari.

Kaspersky descrive così gli autori del Peogetto Sauron:

“è un gruppo criminale supportato da uno stato-nazione che attacca organizzazioni nazionali con un unico set di strumenti per ogni vittima, rendendo sostanzialmente inutili i convenzionali sistemi di controllo. Sono state identificate oltre 30 organizzazioni colpite in Russia, Iran e Ruanda e potrebbero essere stati coinvolti Paesi di lingua italiana”

Le vittime colpite negli almeno cinque anni di attività sono quindi enti di vari Stati e tra gli obiettivi potrebbero esserci anche enti di lingua italiana: nel codice – si legge su La Stampa – sono presenti alcune voci in lingua italiana, come “codice”, “segreto”, “StrCodUtente”. Inoltre, tra i 28 nomi a dominio legati a 11 indirizzi IP europei e d’oltreoceano, un indirizzo è italiano.

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Pubblicato da su 10 agosto 2016 in news

 

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