…visto che io mi comporto così già adesso
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Anche in questa occasione il titolo di questo post ha un retrogusto amaro, dovuto ad una questione tipicamente italica:
Agenzia per la sicurezza nucleare: c’è l’accordo su Veronesi presidente – La Stampa
L’Agenzia per la sicurezza nucleare riempie la prima casella, quella del presidente. L’oncologo Umberto Veronesi ha accettato «volentieri» di guidare la nascente struttura. Quasi in contemporanea è giunto il placet istituzionale: nel corso di una riunione al ministero dell’ Ambiente tra i ministri dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, e dello Sviluppo economico, Paolo Romani, è stata espressa «grande condivisione» sulla figura prescelta.
Non parlerò della scelta del Paese sul nucleare, ma sulla scelta di Umberto Veronesi, che non è una sorpresa, dato che se ne parla da mesi.
“Poi però non ci si strappi le vesti sulla fuga dei cervelli”, osserva puntualmente Stefano, ricordando che Umberto Veronesi a fine novembre avrà compiuto 85 anni. E questo è un aspetto da considerare per riflettere sul terzo di quei cinque punti fondamentali che Veronesi ha tenuto molto a chiarire all’indomani del dibattito nato lo scorso luglio luglio (nel primo punto ha assicurato le dimissioni dal Senato in caso di accettazione, per cui dovrebbe essere superfluo chiedergliele ora).
Nel Terzo punto Veronesi aveva scritto: “le mie competenze in qualità di Presidente sarebbero di coordinamento degli esperti in materia di nucleare (prevalentemente fisici), con una responsabilità diretta circa la sicurezza per la salute della popolazione”. Se interpreto correttamente questa posizione, Veronesi sarebbe dunque direttamente responsabile in caso si concretizzassero rischi per la salute.
Il punto è questo: andrà tutto benissimo e non servirà toccare legno, ferro e ogni altro oggetto di scaramanzia, ma questa premessa dice che Veronesi sarebbe ritenuto direttamente responsabile in caso si concretizzassero rischi per la salute. Ma considerando il tempo necessario all’iter di introduzione del nucleare, qualora si verificassero questi rischi, quali conseguenze potrebbero realmente essere addebitate ad un Veronesi per esempio novantenne, per essersi assunto le proprie responsabilità?
Per il resto comincio a condividere le perplessità espresse da qualcuno lo scorso luglio.
Post precedenti:
La trilogia di Back to the future – Ritorno al futuro non potrà avere un seguito, ma chi avrebbe mai detto che un apparentemente banale remake del trailer originale potesse, nel 2010, far fare un balzo indietro nel tempo ai fan di Marty McFly e avere un successo virale?
Il video ha ugualmente uno scopo “pubblicitario”: serve ad annunciare la Back To The Future 25th Anniversay Reunion che avrà luogo in occasione degli Scream Awards 2010. Il remake è fedelissimo (vedere qui sotto l’originale per credere):
E’ anche un’occasione per vedere che Michael J. Fox, impegnato con la sua fondazione a contribuire alla ricerca sulla malattia di Parkinson (con cui l’attore convive da quasi vent’anni), non ha perso il suo smalto.
Il riferimento dantesco è al felice esito delle operazioni di recupero dei 33 minatori rimasti intrappolati per oltre due mesi nella miniera di San José a 625 metri di profondità nel sottosuolo di quel Cile che, come ha scritto Luis Sepulveda, è un paese che cresce nelle tragedie.
La copertura mediatica favorita da Internet e culminata nella giornata di ieri, che ha fatto seguito ai quotidiani aggiornamenti diffusi in tutto il mondo dal 22 agosto (giorno in cui i 33 sono riusciti a comunicare di essere vivi e in salute dopo 17 giorni dal crollo del 5 agosto che aveva bloccato accessi e vie di uscita), ha ricordato le dinamiche di uno dei tanti reality show che caratterizzano l’offerta di intrattenimento televisivo da dieci anni a questa parte.
I punti in comune sono stati molti: attesa, incertezze, aggiornamento continuo, opinionismo psico-sociologico, possibilità di mantenere i contatti con le famiglie. Sentimenti, stati d’animo in continuo cambiamento, emozioni vere. La differenza sostanziale è che questa situazione è nata accidentalmente e che tutti hanno realmente temuto per la vita dei trentatre che sono rimasti imprigionati nelle viscere della terra, costretti a superare ogni giorno una prova vera, ben più importante di quelle ridicole competizioni a cui vengono sottoposti i concorrenti di Grande Fratello, Isola dei Famosi, Talpa e via discorrendo.
Altra differenza, amara: negli pseudo-reality che la TV propina al pubblico, chi esce – e si dimostra un personaggio, seppur opinabilmente – trova lavoro, nel mondo dello spettacolo o in uno dei suoi satelliti. Per i minatori le prospettive sono molto meno glamour: la società di cui sono dipendenti è destinata al fallimento e loro rimarranno senza occupazione e forse anche senza liquidazione.
I riflettori puntati sul Cile – uno dei pochi temi interessanti nel panorama informativo offerto in TV in questo periodo, che si è guadagnato attenzione forse proprio per l’intrinseco meccanismo reality-style – hanno fatto luce su aspetti sconosciuti a molta parte del mondo, innanzitutto la situazione della miniera di San José – chiusa e riaperta per tre volte – e i problemi della sicurezza di questi lavoratori (solo nel 2010 si erano verificati altri incidenti con morti). Spenti i riflettori, ci potrà essere spazio per una svolta o si sarà trattato “solo” dell’unico vero reality?

Sono piuttosto curioso di vedere Windows Phone 7 e come verrà accolto in Italia, un mercato ritenuto importante. Già, perché il nuovo sistema operativo è stato presentato ieri e – udite, udite! -sul mercato italiano arriverà il 21 ottobre, prima del suo sbarco negli USA, con lo smartphone LG Optimus 7 che costerà 399 euro.
Il Nobel per la Pace 2010 è stato assegnato a Liu Xiaobo. Riccardo Luna, primo promotore – con Wired Italia – della candidatura di Internet, plaude la scelta del comitato e si inchina virtualmente al cospetto del dissidente cinese, ma fa capire che il percorso di Internet for Peace non è affatto giunto al traguardo:
Non credo che ripresenterò la candidatura di Internet al Nobel. Non lo farò perché non mi pare che abbia senso: il comitato non ha bisogno di una candidatura per dare il Nobel, i cinque di Oslo possono farlo in autonomia. Se hanno preso così sul serio la nostra campagna da portarla in short list, vuol dire che l’hanno capita. Possono dare il Nobel a Internet anche l’anno prossimo o quello dopo. In fondo non conta. Ma il senso di quella campagna non finisce qui. Continueremo a promuovere il significato profondo della Rete perché tutti lo capiscano, continueremo a celebrare le persone che con Internet fanno la differenza perché possano ispirare l’azione di altri. E ci batteremo ogni giorno per tre cose fondamentali: una più che decente connessione a banda larga per tutti, il wifi libero e la libertà della Rete. Quando? Subito.
Sottoscrivo i tre obiettivi evidenziati da Riccardo: il giorno in cui si realizzeranno, il risultato raggiunto sarà il premio da cui tutti potranno trarre beneficio.
Sono passati ormai cinque anni dall’introduzione delle norme anti-terrorismo che fanno capo al notoDecreto Pisanu, che – tra l’altro – regolamenta l’accesso WiFi nel nostro Paese. Ma pare che i tempi per una opportuna revisione possano essere maturi.
La norma conosciuta come Decreto Pisanu è il Decreto Legislativo 144/2005, convertito nella Legge 155/2005. Fra le regole in esso contenute c’è l’art. 7, che obbliga all’identificazione di ogni utente che utilizza una rete wireless diversa da quella della propria abitazione, identificazione che deve essere attuata dall’ente che eroga la connessione (su specifica licenza rilasciata dalla questura), che è inoltre tenuto a registrare i log di chi fruisce della connessione. Una norma vista da molti come un appesantimento burocratico che demotiva iniziative di apertura di reti WiFi ad accesso libero da parte di esercizi pubblici.
E’ però delle scorse ore la notizia di un nuovo disegno di legge intitolato Abrogazione delle norme recanti limitazioni dell’accesso ad Internet, presentato da Paolo Gentiloni, Linda Lanzillotta e Luca Barbareschi. Nuovo, giacché all’inizio del 2010 era già stato presentato, da Roberto Cassinelli, un primo disegno di legge con cui si proponeva una modifica all’art. 7, ossia l’adozione di misure meno vincolanti, ma finora la proposta non aveva mai guadagnato l’attenzione del Parlamento.
Fa indubbiamente piacere che Paolo Gentiloni e Linda Lanzillotta si siano ricreduti, rispetto alle convinzioni che, tre anni fa, li hanno portati a non opporsi all’approvazione della proroga della validità della norma (l’uno in veste di Ministro delle Comunicazioni, l’altra in veste di Ministro degli Affari Regionali). D’altro canto, lo stesso Pisanu si è esplicitamente dichiarato favorevole ad una modifica della norma da lui stesso promossa.
La retromarcia bipartisan è stata dunque inserita. Resta da vedere se, in questo particolare periodo politico e istituzionale, qualcuno si impegnerà concretamente a premere l’acceleratore.
[tratto da WiFi: via i lucchetti del Decreto Pisanu. Davvero?]
Dal Sole 24 Ore:
Costi di recesso nel mirino Agcom
L’Autorità garante delle comunicazioni (Agcom) ha multato numerosi operatori telefonici, ieri, per oltre 658 mila euro, per vari comportamenti illeciti nei confronti degli utenti. Tra le multe – secondo quanto risulta al Sole 24 Ore – c’è il primo passo di una battaglia per ridurre i costi di recesso, cioè quanto gli utenti pagano per disdire una linea o cambiare operatore. Costi in alcuni casi ingiustificati e quindi in violazione al decreto Bersani sulle liberalizzazioni (secondo cui il recesso non deve comportare penali).
Vedo positivamente l’inizio di un percorso di riduzione (o abbattimento) dei costi di recesso non giustificati (peraltro già avviato in passato dalla Legge Bersani, spesso applicata in modo arbitrario). Vedo meno bene le sanzioni non proprio elevate: Opitel (proprietaria del marchio Teletu e parte del gruppo Vodafone) è stata multata per 58mila euro (chiede ai propri utenti 60 euro per il recesso); Telecom Italia per 464mila euro, a causa di fatturazioni ritenute non correttamente emesse e attivazioni non richieste di ADSL. Anche Fastweb è stata multata per servizi attivati e non richiesti, ma per 58mila euro. Stessa sanzione a Vodafone per violazione delle norme sulla trasparenza sulle condizioni applicate agli utenti.
Multe di importo non certo elevato, per aziende che hanno un volume d’affari molto superiore e che – come ho già detto in più occasioni – potrebbero includere lìimporto di queste sanzioni nei costi di pubblicità.
Vento di cambiamento in Wind: la compagnia telefonica ha annunciato l’avvio di un’operazione di fusione tra l’egiziana Weather Investments e la russaVimpelcom, che assumerà il pieno controllo di Wind Telecomunicazioni, oltre ad avere una quota di maggioranza (51,7%) in Orascom Telecom.
[via The New Blog Times]
Quando Steve Jobs ha presentato l‘iPhone 4, ne ha sottolineato la qualità dei materiali declamando compiaciuto la frase “vetro davanti e dietro, acciaio sui lati… proprio splendido”. Peccato che non stesse presentando un manufatto di artigianato, ma un oggetto portatile che verosimilmente può cadere dalle mani, dalle tasche, dalle borse (è sufficiente inciampare) o dalla scrivania.
Ora, qualcuno obietterà che per preservare l’apparecchio esistono bumper, gusci, fodere e custodie realizzate ad hoc, e su questo siamo d’accordo. Ma un oggetto presentato come splendido, intenzionalmente prodotto con materiali ricercati – e non proprio usuali – che ne evidenziano una già ostentata pretesa di esclusività, può essere nascosto da un bumper? Personalmente ritengo di no, per coerenza.
Il problema è che si va incontro ad alcuni rischi:
via Manteblog
L’Italia è un Paese eccezionale: riesce a far parlare di se’, all’estero, sia nel bene che nel male e in questo caso riesce a farlo per due notizie di rilievo per tematiche ambientali.
Mercoledì scorso Tocco da Casauria, un paese abruzzese di 2700 abitanti, si è guadagnato un articolo di lode sulla prima pagina del New York Times per il suo impianto di produzione di energia eolica che, realizzato tra il 2007 e il 2010, consente di conseguire grandi benefici economici, che finora si sono tradotti nell’adeguamento sismico della scuola locale, nella ristrutturazione del castello ducale e in risorse utilizzate per le nettezza urbana.
Solo tre giorni dopo, altri riflettori si accendono sull’Italia, che si guadagna l’attenzione del Time, con un articolo dedicato all’irrisolto problema dei rifiuti che da tempo affligge (e mai abbandona) la città di Napoli.
A Radio anch’io, pochi giorni fa, il capo della Protezione civile Guido Bertolaso osservava: “Non si capisce per quale ragione oggi ci sia a Napoli la spazzatura nelle strade, c’è qualcosa che non mi torna“. Stando alle testimonianze raccolte, il problema sembra di proporzioni più vaste di quanto chiunque si aspetti e secondo il professor Angelo Genovese dell’Università di Genova, il centro di Napoli è l’area urbanizzata con la più alta produzione di rifiuti per metro quadro che esista al mondo.
Quindi, nonostante le varie soluzioni adottate, sembra che questi volumi facciano sì che qualcosa debba sempre tornare: i rifiuti.
Due terzi delle applicazioni disponibili su Android Market possono costituire un rischio per la privacy degli utenti che le utilizzano. Lo sottolinea una ricerca condotta da un team formato da ricercatori provenienti dalla Duke University e dalla Penn State University in collaborazione con Intel Labs su un campione di software diffusi dalla piattaforma riservata agli smartphone dotati del sistema operativo made by Google.
Tra le applicazioni da analizzare sono state scelte quelle che richiedono l’accesso a dati personali e quelle di geolocalizzazione (una trentina di applicazioni in tutto sulle 358 selezionate fra le più diffuse), che spesso hanno come effetto collaterale l’invio frequente di informazioni a server esterni. Un’attività di cui l’utente finale, spesso, non è affatto consapevole.
L’analisi è stata svolta con l’utilizzo di TaintDroid, una soluzione che consente di tenere sotto controllo le applicazioni e le informazioni che trasmettono fin dal momento della loro installazione, che ha fatto emergere come determinati software acquisiscano e trasmettano numeri di telefono, ID dell’apparecchio, posizionamento dell’utente.
La giustificazione di Google – che si discolpa trasferendo all’utente la responsabilità della fuga indesiderata di informazioni a causa di applicazioni da lui stesso scelte – non sembra sufficiente ai ricercatori, che auspicano maggiore trasparenza sulle dinamiche di funzionamento delle applicazioni.
Sul piano formale, a mio avviso, Google e il team di sviluppo di Android possono al massimo essere ritenuti corresponsabili, insieme agli sviluppatori delle applicazioni: questi ultimi dovrebbero dare modo agli utenti di conoscere le implicazioni derivanti dall’utilizzo dei loro programmi; l’Android Market, dal canto suo, potrebbe imporre questa trasparenza e fissarla come requisito indispensabile per ottenere la distribuzione delle applicazioni.
Chi fosse curioso di vedere TaintDroid al lavoro può dare un’occhiata qui:
Nel panorama del Web mancava proprio questa sana alleanza tra due aziende che hanno centinaia di milioni di utenti: Facebook e Skype ieri si sono stretti la mano e ora, da buoni amici, cammineranno insieme verso nuovi orizzonti, integrandosi reciprocamente (e intrecciando i contatti accumulati dagli utenti condivisi) cercando di allungare le distanze da Google.