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Giusto vietare le chat “insegnanti-genitori”?

Stop alle chat tra insegnanti e genitori: a Monte San Savino (AR) non sarà più possibile utilizzare WhatsApp come strumento di comunicazione con la scuola. Motivo: il continuo susseguirsi di messaggi di testo, note vocali, foto e video genera grande confusione. Pertanto si dovrà tornare al convenzionale rapporto con i rappresentanti di classe, su cui convergeranno le comunicazioni tra scuola e famiglie.

Bene, ma non benissimo. Per principio io sono contrario ai divieti di utilizzo della tecnologia a scuola, tanto più nella nostra scuola italiana, così bisognosa di investimenti in risorse nel digitale. Sono però altrettanto contrario all’utilizzo di strumenti tecnologici senza l’appropriata educazione ad un impiego virtuoso e utile. In questo senso, WhatsApp e qualunque altra app di messaggistica mainstream (medesimo discorso vale anche per Telegram, per dire) si prestano ad un uso indipendente e disinvolto perché sono strumenti di comunicazione diretta ampiamente diffusi presso tutte le categorie di utenti per la loro immediatezza, nonché per il fatto di essere gratuiti.

Certo, nel contesto di un gruppo “Insegnanti – famiglie” potrebbe essere sufficiente fissare e rispettare alcune regole basilari per limitare la dispersività delle conversazioni, ma la dinamica delle chat favorisce il superamento di quei limiti che dovrebbero permettere di mantenere il dialogo nell’ambito dei binari prefissati: è alquanto difficile pensare di stabilire quali siano gli argomenti trattabili e quelli da evitare, perché ognuno ha una personale concezione del buon senso (talvolta molto limitata) e in un gruppo eterogeneo di persone può essere sorprendentemente facile trasformare in pochi secondi una conversazione garbata in una caciara H24.

Senza rinunciare all’impiego virtuoso della tecnologia, esistono già strumenti utilizzabili nelle comunicazioni tra scuola e famiglia. Fra questi, ad esempio, c’è già il registro elettronico consultabile anche da app, in cui la scuola può agevolmente inserire comunicazioni da far pervenire direttamente ai genitori. Questo strumento potrebbe essere integrato con una piattaforma di messaggistica in grado di dare la possibilità agli insegnanti di inserire, sempre per fare un esempio, messaggi che non prevedano risposta (alla stessa stregua di un post con i “commenti chiusi”), oppure che diano la possibilità di rispondere o inserire altri messaggi in determinati orari (non di lezione).

In mancanza di serie alternative a quanto utilizzato in precedenza, il divieto stabilito rischia di scatenare la sotterraneità delle polemiche, con i genitori che proseguiranno ad utilizzare la chat senza la partecipazione degli insegnanti, anzi potendo parlare “tranquillamente” alle loro spalle. E con una tecnologia in attesa solo di essere sfruttata cum grano salis nel modo migliore possibile.

 
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Pubblicato da su 3 settembre 2018 in istruzione, scuola

 

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Agcom prende le distanze dal mercato e dall’evoluzione

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Agli utenti la connessione ad Internet costa, sia da rete fissa che da rete mobile. Questo costo è ovviamente un introito per le compagnie telefoniche. Al di là degli aspetti legati all’equità delle tariffe applicate dalle varie aziende, il principio che prevede il pagamento di un certo prezzo a fronte di un servizio è logico, ovvio e sacrosanto, perché è alla base della sua sostenibilità. Per lo stesso principio, è illusorio pensare che un qualsiasi contenuto veicolato da Internet possa essere gratuito. Certo, esistono offerte commerciali che propongono qualcosa gratis, ma ciò avviene solo perché in determinati casi un soggetto non paga per avere un determinato servizio. Tuttavia la remunerazione di quel servizio passa obbligatoriamente per altri canali (inserzioni pubblicitarie pagate dagli inserzionisti, profilazione degli utenti per le medesime inserzioni pubblicitarie, compensazioni derivanti dal pagamento di altri servizi da parte di altri soggetti…).

Detto questo, non comprendo per quali motivi l’Agcom – nell’indagine “Servizi di comunicazione elettronica” – possa affermare, stando a quanto riporta il Corriere delle Comunicazioni, che le applicazioni di messaggistica come Whatsapp, Telegram, Messenger, BBM, Viber dovrebbero pagare una sorta di pedaggio (“equo, proporzionato, non discriminatorio”) per l’utilizzo della rete. Al traffico dati generato – anzi, consumato – dagli utenti si applicano tariffe e condizioni di utilizzo determinate dalle compagnie telefoniche. Se queste ultime dovessero far pagare una gabella anche a Facebook (che controlla Whatsapp e Messenger) ad esempio, si tirerebbero la zappa sui propri piedi.

Altro discorso, invece, è pensare che le aziende che stanno alle spalle di questi servizi debbano dotarsi di un titolo abilitativo, che le costringerebbe – per continuare ad operare nel nostro Paese – a sottostare alla nostra legislazione sulla privacy, arginando quindi la commercializzazione delle informazioni degli utenti (in prevalenza inconsapevoli), e aprendo le app alle chiamate verso i numeri di emergenza.

Il problema in realtà è a monte e sta proprio nelle possibilità di elusione delle norme sulla privacy: finché tali opportunità esistono e si affiancano alla mancanza di consapevolezza degli utenti, è inutile tentare di metterci una pezza legalizzandole con il pagamento di un “contributo” alle compagnie telefoniche, l’iscrizione a un albo o all’assegnazione di un “titolo abilitativo” (che comportano comunque il pagamento di una tariffa).

Davvero è necessario pensare all’alibi giusto per imporre una tassa sui messaggi istantanei? Di questo passo si potrebbe puntare al francobollo virtuale per ogni e-mail, o un canone per i servizi di streaming audio e video, un contributo da elargire per ogni servizio canalizzato da Internet. Si tratterebbe comunque di balzelli aggiuntivi, giacché – come detto sopra – la gratuità maschera sempre altre modalità di remunerazione. Non sarebbe invece opportuno escogitare qualcosa per favorire l’innovazione, riconoscerne ruolo e importanza (anche per quanto si riflette sul PIL), alfabetizzare gli utenti ed inquadrare in questi binari ogni aspetto, anche dal punto di vista normativo?

 

 

 

 
Commenti disabilitati su Agcom prende le distanze dal mercato e dall’evoluzione

Pubblicato da su 28 giugno 2016 in news

 

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