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Telelavoro, smart working, didattica a distanza. Ci voleva il coronavirus?

Necessità di limitare gli spostamenti, scuole chiuse, zone rosse, rischi di contagio: la diffusione epidemica del nuovo coronavirus obbliga ad alcuni cambiamenti nello stile di vita, resi necessari dalle varie misure di contenimento, adeguate giorno per giorno da chi ha la responsabilità di salute e ordine pubblico. Questi cambiamenti hanno portato alla “scoperta” di opportunità già esistenti, ma finora ignorate da molti per impreparazione o refrattarietà culturale, cioè il telelavoro, lo smart working e la formazione a distanza.

I primi due spesso sono confusi ed erroneamente identificati nello stesso concetto, ma anche se possono avere alcuni punti in comune, si tratta di due approcci diversi:

  • il telelavoro (lavoro a distanza) permette di lavorare altrove rispetto al posto di lavoro, solitamente a casa propria, con l’ausilio di strumenti tecnologici che consentono di mantenere un collegamento con la sede lavorativa, nel rispetto degli orari stabiliti dal datore di lavoro, che possono favorire anche la contemporaneità lavorativa con altri colleghi;
  • lo smart working permette di non essere legati ad un unico luogo in cui svolgere il proprio lavoro; può trattarsi di casa propria, di una sede staccata o anche di una panchina al parco; a differenza del telelavoro non ci sono obblighi sul rispetto dell’orario, ma obiettivi da raggiungere.

La recente crescita italiana di queste attività svincolate dal posto di lavoro è conseguenza dell’emergenza sanitaria di questo periodo. Certo non è sempre possibile avvalersi di queste possibilità in un Paese di piccole e medie imprese, molte delle quali con attività manifatturiera, ma con lo sviluppo dei servizi non è impensabile estenderne la diffusione. Fino allo scorso anno in Europa gli italiani che lavoravano in una di queste forme erano il 4,8%. Per fare un confronto rapido: nei Paesi Bassi si sfiora il 36% di lavoratori che sfruttano queste possibilità, in Svezia il 35%. Vedremo se e come evolverà la situazione in questo senso.

Ma anche il mondo dell’istruzione può – anzi deve – evolversi in questo senso, e qui credo che l’argomento meriti una migliore messa a fuoco. Le scuole chiuse stanno facendo emergere esigenze importanti, non solo perché gli studenti si devono mantenere in esercizio (e quindi gli insegnanti devono assegnare compiti a casa in modo alternativo a quello consueto), ma anche perché si deve seguire quella programmazione che la sospensione e la chiusura dell’attività scolastica hanno interrotto. In quest’ottica, le nuove tecnologie della comunicazione possono essere di supporto alla didattica a distanza. Ma le nostre scuole sono pronte a questo? Insegnanti e studenti sono dotati di risorse e strumenti adeguati?

Quando si è parlato dell’utilizzo degli smartphone a scuola ho avuto modo di evidenziare:

In buona parte delle nostre scuole oggi mancano infrastrutture tecnologicamente adeguate (soprattutto in termini di connettività – ad Internet e interna – e di attrezzature) e sul fronte degli insegnanti è necessario provvedere ad una formazione idonea all’acquisizione di competenze mirate in tal senso. Naturalmente attuare tutto questo non è possibile senza provvedere ai necessari investimenti in questa direzione, un presupposto fondamentale per porre le basi di un serio processo di alfabetizzazione digitale.

In mancanza d’altro, troviamo insegnanti volenterosi che inviano materiale didattico ai propri studenti tramite mail o messaggi WhatsApp, tentativo lodevole all’insegna del “si fa quel che si può”. Ma questa non può essere LA soluzione, anche se supera in modo rudimentale due considerevoli lacune: la mancanza di una piattaforma scolastica per la didattica a distanza e il digital divide culturale di una parte degli insegnanti e degli studenti (e no, nel 2020 la frase “non sono tecnologico” non ha più giustificazione: con uno smartphone sono tutti pronti a chattare e diventare leoni da tastiera, a scattarsi selfie, a pubblicare “stati” e “storie” con foto ritoccate e filtrate, a utilizzare app più o meno utili… ma nel momento in cui c’è una funzione seria e utile da imparare con pochi click, sembra che nessuno sia in grado di farlo).

Le scuole possono trovare una soluzione sfruttando vari supporti: il primo è quello del Ministero dell’Istruzione, che ha messo loro a disposizione la pagina web Didattica a distanza, che offre l’opportunità di utilizzare materiali multimediali Rai per la didattica, Treccani scuola, Fondazione Reggio Children – Centro Loris Malaguzzi e di piattaforme per la formazione a distanza.

Una proposta a mio avviso interessante è inoltre quella di INDIRE – Istituto Nazionale Documentazione Innovazione Ricerca Educativa: sul loro sito web è disponibile edmondo, che viene presentato come “un mondo virtuale 3D online, dedicato esclusivamente a docenti e studenti per l’innovazione della didattica in classe”. Una sorta di Second Life declinato al mondo della didattica, dove questo tipo di mondo virtuale può trovare un’applicazione sicuramente proficua.

Va però ricordato che Indire, inoltre, ha organizzato un’iniziativa di solidarietà tra scuole con il supporto delle reti Movimento “Avanguardie educative” e Movimento delle “Piccole Scuole”, che si presentano pronte alla collaborazione con docenti e dirigenti scolastici degli istituti scolastici che ne faranno richiesta per offrire la propria esperienza nell’utilizzo di tecniche didattiche e strumenti innovativi. L’iniziativa si chiama “La scuola per la scuola” e vi hanno già aderito molti istituti.

Non mancano le soluzioni offerte da due grandi aziende tecnologiche, come Google e Microsoft, attive in questo settore rispettivamente con GSuite for Education e Office 365 Education A1. In tutta onestà, però, sarei molto riluttante ad utilizzare la piattaforma di e-learning di Google: è un’azienda che ha come core business l’utilizzo di dati a scopo di profilazione, per cui non mi meraviglierei se sfruttasse i dati acquisiti dagli studenti italiani per le proprie attività. Verificherei bene le condizioni di utilizzo dei dati conferiti alla piattaforma, prima di avere sorprese.

Per questo motivo probabilmente punterei su una soluzione come Weschool, una validissima piattaforma per la didattica integrata, che consente a studenti e professori di condividere qualsiasi tipo di contenuto, collaborare a lavori di gruppo, giocare, fare esercizi e ottenere feedback in tempo reale. Nella piattaforma è possibile trovare integra video, articoli, corsi, video quiz, libri di testo, prodotti collaborativi, lavori di gruppo.

Per quanto riguarda “semplici” strumenti di condivisione di lezioni, si possono sicuramente citare ad esempio Jitsi.org , Zoom.us, Big Blue Button. Esistono inoltre risorse “pronte all’uso” come quelle reperibili su Risorsedidattiche.net e Redooc.

Sicuramente esistono altre soluzioni, tutto sta a vedere quali rappresentano meglio le esigenze di insegnanti e studenti. Questo spazio rimane disponibile per eventuali segnalazioni: si tratta di voler seriamente iniziare e proseguire un percorso. Forse il nuovo coronavirus ha dato lo stimolo per partire.

 
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Pubblicato da su 8 marzo 2020 in news

 

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Voto elettronico, la sfida di Regione Lombardia. Anche agli hacker

La scelta innovativa di Regione Lombardia di optare per il voto elettronico suscita più di qualche perplessità dal punto di vista operativo e tecnologico. Hermes Center, un’associazione di hacker costituitasi come centro studi sulla trasparenza e i diritti umani digitali, ha chiesto al Pirellone la documentazione di Smartmatic (l’azienda a cui è stato appaltato il sistema) per valutare protocolli e sistemi di sicurezza, ricevendo in risposta un due di picche. O meglio, ricevendo la documentazione dell’offerta tecnica “senza le parti secretate in quanto contenenti dati relativi a codici sorgente e informazioni coperte da proprietà intellettuale nonché dati attinenti alla sicurezza”.

La prassi di non rendere pubblico nulla (per non renderlo accessibile e suscettibile di violazioni) potrebbe apparire saggia, ma in questo contesto è opinabile: soprattutto nel mondo digitale, dove la sicurezza assoluta non esiste, è noto quanto sia opportuno e costruttivo portare una tecnologia alla conoscenza e all’attenzione di una platea di esperti che ne possano individuare le vulnerabilità. Ad ogni buon conto, se tutto è segretato, l’idea trasmessa è quella che il sistema debba essere completamente inaccessibile, al punto che da Smartmatic è stato dichiarato che il meccanismo della votazione è a prova di hacker (soprattutto va detto che, durante le operazioni di voto, le voting machine non saranno connesse a Internet).

Tutto a posto, dunque? Speriamo. Nel frattempo Matteo Flora, esperto di sicurezza informatica, ha scoperto che

“svariati gigabyte di software, certificati, istruzioni relative a parti di software del voto, pezzi di codice, macchine virtuali e password, nomi utenti e chiavi di autenticazione di possibili amministratori del sistema” di Smartmatic, l’azienda che si è aggiudicata l’appalto del Pirellone, sono stati accessibili a chiunque in Rete. Flora dichiara di aver effettuato martedì 17 ottobre «una ricerca sulle fonti aperte, ovvero i siti pubblicamente disponibili a chiunque sappia dove e come cercare» e di aver trovato un server contenente istruzioni per scaricare programmi che portavano «ad almeno un altro spazio in cloud, anch’esso privo di protezioni. «Tre ore dopo aver avvisato Cert Pa (l’organizzazione dell’Agenzia per l’Italia Digitale che raccoglie le segnalazioni di possibili vulnerabilità, ndr) non ho riscontrato più alcuna possibilità di accedere agli spazi», prosegue l’esperto presentando prove dello scambio con la struttura di Agid. Fonti del «Corriere» confermano la presenza in chiaro di materiale rilevante. Rilevante, incalza Flora, perché «nel lasso di tempo in cui è stato accessibile (sulla quale durata non ci sono elementi per fare ipotesi, ndr) potrebbe essere stato sfruttato per studiare l’infrastruttura di voto ed individuare eventuali falle o alterare il codice». Non ci sono prove che sia effettivamente successo ed è bene ricordare che domenica i tablet non saranno connessi. (fonte)

Una parte di quelle informazioni secretate nella documentazione trasmessa a Hermes Center sarebbe stata davvero disponibile? Forse sì, alcuni dati del sistema erano accessibili, anche se non è possibile sapere per quanto tempo. Secondo Smartmatic non si tratta di dati sensibili e confidenziali. Ciò nonostante, tre ore dopo la segnalazione inoltrata da Matteo Flora, tutti gli accessi sono stati chiusi. Ora, in un articolo pubblicato dall’agenzia Agi si ipotizza che per le operazioni di voto di domenica possa essere utilizzata una piattaforma software diversa da quella prevista, Election-360.

Se la voting machine sarà quella visibile in foto (e illustrata nella scheda informativa del Referendum), potrebbe trattarsi di un dispositivo simile al modello Smartmatic A4-200. E’ diverso da quello indicato nella Proposta Tecnica di Smartmatic, che però è datata ottobre 2015 e che recita appunto “A causa del rapido evolversi della tecnologia e della disponibilità di nuovi component, le citate configurazioni potrebbero subire delle modifiche nel momento della consegna delle VM. Si garantisce tuttavia che in questo caso le modifiche saranno migliorative”. In realtà potrebbe anche trattarsi di un altro dispositivo ancora. A prova di hacker non deve essere il tablet in se’, ma la piattaforma di raccolta ed esposizione dei risultati.

L’auspicio è che le aperture scoperte da Matteo Flora non abbiano realmente consentito l’accesso a qualcuno in grado di alterare il sistema. Detto questo, ritengo che l’argomento del voto elettronico e la sua sicurezza siano di estrema importanza, indipendentemente dal tipo di iniziativa e dalle parti politiche interessate: se il futuro degli eventi elettorali va in questa direzione, l’affidabilità e attendibilità del sistema è un tema di interesse collettivo. Soprattutto perché, come ho ricordato sopra, nel mondo digitale la sicurezza assoluta non esiste e questo non esclude ovviamente il voto elettronico, per il quale devono essere garantiti anonimato e certezza.

 
Commenti disabilitati su Voto elettronico, la sfida di Regione Lombardia. Anche agli hacker

Pubblicato da su 20 ottobre 2017 in tecnologia

 

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