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WiFi, verso la liberalizzazione

La prospettiva di entrare nel prossimo anno con una normativa sul WiFi diversa da quella attuale potrebbe concretizzarsi davvero: Roberto Maroni, Ministro dell’Interno, venerdì scorso ha dichiarato che dal 1° gennaio 2011l’accesso al WiFi pubblico sarà liberalizzato, annunciando il primo passo di un cammino che potrà portare l’Italia a raggiungere – in materia di accesso alla Rete – una disciplina analoga a quella adottata da altri Paesi. In realtà, tutto dipenderà da come proseguirà questo cammino, perché le parole del ministro sono state confortanti, ma non esaustive.

Una nota del Governo informa che “Il Consiglio dei Ministri del 5 novembre 2010 ha approvato un decreto-legge recante misure urgenti in materia di sicurezza, in particolar modo, nelle città e durante le manifestazioni sportive. Il provvedimento inoltre rimuove le restrizioni in materia di accesso alla rete Wi.Fi”. Le ultime due righe del comunicato, che descrive gli ambiti di applicazione del nuovo provvedimento, spiegano: “Infine, pur mantenendo adeguati standard di sicurezza, è previsto il superamento delle restrizioni al libero accesso alla rete WiFi“.

La disciplina dell’accesso alle reti WiFi è contenuta nell’articolo 7 della norma antiterrorismo conosciuta come Decreto Pisanu (poi convertito in legge), che stabilisce l’obbligo – per tutti i soggetti interessati ad offrire un servizio di connettività wireless – di identificazione degli utenti mediante documento di identità e al mantenimento dei log di navigazione. La norma prevede inoltre che il titolare dell’attività che attiva questo servizio debba inoltrare alla questura la richiesta di un’apposita licenza e solamente per questo obbligo era stata fissata una scadenza, definita in prima istanza al 31 dicembre 2007, successivamente prorogata fino all’anno in corso.

In attesa di conoscere i contenuti del decreto legge approvato venerdì scorso, si possono formulare soltanto delle supposizioni: se l’obiettivo del governo fosse quello di non procedere con una proroga al 2011 degli effetti del decreto Pisanu, rimarrebbe in vigore l’obbligo di identificazione con un documento di identità. Per eliminare questa restrizione non sarebbe dunque sufficiente escludere la norma dal decreto milleproroghe (come avvenuto negli ultimi anni), ma si renderebbe necessario un provvedimento che andasse ad abrogare l’articolo 7. Il requisito dell’identificabilità dell’utente potrebbe essere mantenuto solo con nuove disposizioni che – orientate al superamento delle restrizioni oggi in vigore – dovrebbero prevedere l’introduzione di altre forme di tracciabilità.

La spiegazione data dal ministro Maroni preannuncia un percorso in questa direzione: “Per contemperare l’esigenza della libera diffusione del WiFi e quella della sicurezza, valuteremo quali siano gli adeguati standard di sicurezza e dal primo gennaio i cittadini saranno liberi di collegarsi ai sistemi WiFi senza le restrizioni introdotte cinque anni fa e che oggi sono superate dall’evoluzione tecnologica”. Significa che la navigazione degli utenti dotati di laptop, netbook, tablet e smartphone potrà essere tracciata con altri criteri, auspicabilmente rispettosi del diritto alla privacy di ognuno, definiti verosimilmente in un nuovo disegno di legge.

Il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, in seguito alle dichiarazioni liberalizzatrici del ministro Maroni, ha espresso preoccupazione sulla possibilità di tracciare elementi utili ad individuare 16mila reati (le fattispecie finora identificate dalla Polizia Postale), ma contemporaneamente ha dichiarato di ritenere “giusto che un tavolo tecnico in tempi rapidissimi lavori per trovare un punto onorevole di mediazione tra sicurezza e libertà”.

Resta dunque da capire quanto queste forme di controllo possano realmente esprimere efficacia nel reprimere obiettivi terroristici o criminali. Non è evidentemente efficace l’obbligo di identificazione attraverso un documento: un malvivente o un terrorista potrebbe presentare una carta d’identità fasulla, non immediatamente verificabile, con buona pace di chi ha visto nell’articolo 7 del Decreto Pisanu una misura antiterroristica applicabile ad un ambito tecnologico. Ne consegue che chi fa parte di un’organizzazione terroristica o criminale, o ha comunque un’adeguata competenza, può eludere o rendere inefficaci gli strumenti di controllo che lo dovrebbero bloccare.

E forse è proprio con questa consapevolezza che il ministro Maroni, la scorsa settimana, si è confrontrato su questi temi con il responsabile antiterrorismo israeliano in occasione di Israel HLS STOP, la prima conferenza internazionale su politiche ed operatività delle tecnologie di sicurezza. L’evento si è svolto a Tel Aviv presso l’Hotel Dan Panorama, che tra i vari servizi offerti ai clienti consente l’accesso a Internet con WiFi, così come moltissimi altri alberghi e caffé, nonché aree pubbliche di una città che può essere considerata il principale centro economico di un Paese che, con il terrorismo, convive purtroppo da molto tempo e che ha accantonato – in questo ambito tecnologico – la schedatura degli utenti, proprio perché ritenuta una soluzione non efficace.

Ma era proprio necessario cercare un conforto consulenziale ad Israele in merito a questo argomento? Probabilmente no: anche in Italia operano esperti in grado di rispondere alle esigenze legate alle problematiche della sicurezza dell’accesso ad Internet. Sarebbe stato sufficiente avere il loro supporto qualche anno fa per comprendere l’esistenza della possibilità di penetrare in una rete WiFi protetta e la scarsa utilità delle misure previste dal Decreto Pisanu. Oggi potrebbero spiegare al ministro che esistono metodi per navigare in mobilità in modo anonimo anche su reti UMTS.

Ben venga, comunque, l’obiettivo di superare le restrizioni oggi previste per l’accesso alle reti WiFi. Ma non si cada nell’errore di vedere in questa iniziativa la possibilità di far decollare l’accesso a Internet in Italia: il digital divide, come fenomeno tecnologico e culturale, esiste ancora.

[pubblicato alle 00:00 di oggi su The New Blog Times]

 
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Pubblicato da su 8 novembre 2010 in Internet, Ipse Dixit, Life, Links, Mondo, news, News da Internet, privacy, security, tecnologia

 

Le parole sono importanti. Come il WiFi libero

Qualcuno la reputa la notizia del giorno, ma credo sia necessario aspettare: la vera notizia arriverà tra qualche settimana.

Dopo la sua recente visita in Israele, ha detto ancora Maroni, nel corso della quale ha incontrato il responsabile dell’antiterrorismo di Gerusalemme, “ho valutato che si possa procedere all’abolizione delle restrizioni del decreto Pisanu, che scade il 31 dicembre, e dal 1 gennaio introduciamo la liberalizzazione dei collegamenti wi-fi attraverso gli smartphone”. “Da qui a dicembre -ha concluso Maroni- valuteremo quali siano gli adeguati standard di sicurezza e dal 1 gennaio i cittadini saranno liberi di collegarsi ai sistemi wi-fi senza le restrizioni introdotte 5 anni fa e che oggi sono superate dall’evoluzione tecnologica”.

A parte il fatto che l’accesso libero al WiFi non si fa solo tramite smartphone (approssimazione o assurdità? per ora non alzerò il sopracciglio), non c’è nessun motivo per festeggiare. Il ministro Maroni non ha ancora detto nulla sulle misure di sicurezza che saranno introdotte in luogo dell’articolo 7 del Decreto Pisanu: per ora si sa solo che potrebbe non essere più necessaria l’identificazione dell’utente con un documento di identità.

E’ la conclusione più ovvia che si può trarre dalle parole del ministro e dalla frase “pur mantenendo adeguati standard di sicurezza, è previsto il superamento delle restrizioni al libero accesso alla rete WiFi” che si trova nel comunicato stampa diffuso oggi da Palazzo chigi.

Di questi fatti e della prospettiva dell’introduzione di forme di tracciabilità, parlerò più diffusamente lunedì su The New Blog Times.

Per ora buon week-end.

 
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Pubblicato da su 5 novembre 2010 in cellulari & smartphone, computer, Internet, Life, Mondo, news, News da Internet, privacy, security, tecnologia

 

Blekko Blekko

Oggi su The New Blog Times c’è un bell’approfondimento su Blekko, il nuovo motore di ricerca che tenta di entrare in un settore in cui i protagonisti sono sempre stati pochi e ben selezionati: quelli di oggi, che si chiamano Google, Yahoo e Bing (anche se effettivamente il primo ha una salda leadership) hanno fatto dimenticare Altavista, Lycos, Webcrawler, Excite, HotBot e compagni (il discorso potrebbe includere anche Arianna e Virgilio, il cui ruolo è però sempre rimasto nazionale).

In tempi recenti, gli unici a proporre qualcosa di nuovo sono stati Cuil (una prece per la sua prematura dipartita) e Wolfram Alpha. Blekko ovviamente non può essere un clone di quanto già visto in precedenza e per questo i suoi sviluppatori hanno pensato ad una tecnica innovativa che promette un’efficiente raccolta delle informazioni e la composizione di SERP “nette”, ossia scremate da risultati “spam” (come i siti web che aggregano a loro volta link pubblicitari o contenuti prodotti dalle content farm). La parola chiave di questa innovazione è slashtag:

Il termine, che deriva dall’unione di slash(la barra: “/”) e tag (etichetta, ben conosciuta anche da chi usa Facebook), cela in realtà un metodo di funzionamento per via del quale i risultati possono essere condizionati da chi esegue la ricerca.

In questo modo – osserva il Times – esso può ricoprire tanto il ruolo di motore orizzontale(che cerca, cioè, qualunque risultato a partire da una determinata parola chiave) quanto verticale (ossia incentrato su specifici argomenti).

Si modifica, ad esempio, la tecnica con cui si cerca “iPad” sul solo sito di Amazon: mentre con Google si era abituati a cercare digitando “iPad site:www.amazon.com”, con Blekko si cerca digitando “iPad/Amazon”. In altri termini, si verticalizza la ricerca a volontà, e Blekko sostiene di riuscirvi.

La possibilità data agli utenti di creare i propri slashtag lo rende un motore di ricerca partecipativo, una caratteristica che lo accumuna a strumenti come Wikipedia e che, nello stesso modo, può conferirgli – potenzialmente – una maggiore autorevolezza.

Al momento è possibile apprezzarne i risultati utilizzandolo per ricerche in linuga inglese, ma l’aspettativa è alta: la nuova piattaforma esce da un cantiere durato tre anni (ma lo sviluppo è ancora in corso, visto che si tratta di una beta), che ha beneficiato di finanziamenti per 24 milioni di dollari. Lo sforzo profuso potrà verosimilmente sfociare in ambizioni globali che non potranno escludere altre localizzazioni linguistiche. Ma, come per tutte le realtà presenti sul web, i finanziamenti per l’avvio non bastano per la sopravvivenza e presto sarà necessario avere una forma di sostentamento autonomo basata su un modello di business, verosimilmente derivante da soluzioni di advertising mirato. Che per gli utenti sarà accettabile se – come nella dichiarata filosofia di base – non sarà anch’esso inquinato da spam.

 
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Pubblicato da su 3 novembre 2010 in Internet, Life, Mondo, news, News da Internet, tecnologia

 

Ma chi ci spia davvero su Facebook?

Ha suscitato scalpore la notizia esclusiva riferita dall’edizione online de L’Espresso e relativa ad un accordo siglato tra Facebook e la Polizia delle Comunicazioni che – primo caso tra gli organismi di pubblica sicurezza in Europa – le consentirebbe di effettuare controlli approfonditi sugli utenti del social network senza dover chiedere nulla alla magistratura. Notizia che, però, è stata vigorosamente smentita dai vertici della stessa Polizia Postale.

In virtù dell’accordo, agli investigatori italiani sarebbe stata dunque concessa una “corsia preferenziale” utilizzabile “soprattutto nella lotta alla pedopornografia, al phishing e alle truffe telematiche, ma anche per evitare inconvenienti ai personaggi pubblici i cui profili vengono creati a loro insaputa”. Obiettivi conseguibili operando – secondo l’articolo – in deroga alle normative che prevedono l’applicazione e il rispetto un iter autorizzativo, come la Protezione Civile per le operazioni di emergenza.

Alla legittimità degli intenti anticrimine di questa iniziativa si contrappongono però alcune condivisibili perplessità, altrettanto legittime: innanzitutto – se l’indiscrezione corrispondesse a verità – sarebbe opportuno capire entro quali confini si potrebbe muovere la Polizia. Va da se’ che l’utilità dell’analisi di un profilo si potrebbe spingere a tutto, dagli status update (incluse le informazioni di geolocalizzazione), alle foto, fino alla cronologia delle chat, configurando un’attività di perquisizione e intercettazione di contenuti digitali paragonabile a quella svolta dalla Polizia sulle intercettazioni telefoniche autorizzate dalla magistratura,  che il Governo da tempo cerca di arginare.

Decisa la smentita del direttore centrale della Polizia Postale Antonio Apruzzese: “Figuriamoci se la polizia si mette a spiare i navigatori di Facebook. Quando la polizia postale o altri organi (Carabinieri, GdF ecc ecc.) nel condurre una indagine si trovano ad intercettare comunicazioni su Facebook, si muovono sempre con l’autorizzazione della magistratura. Anche perché nel caso contrario tutto ciò che si fa non avrebbe alcun valore processuale. Anzi se violassimo la rete senza autorizzazione della magistratura commetteremmo un reato penale“.

Apruzzese puntualizza: “Ai primi di ottobre sono venuti in Italia, dopo lunghe trattative e contatti i responsabili di Facebook al massimo livello accompagnati anche dai loro legali e hanno illustrato le procedure per chiedere ed ottenere l’accesso alla rete per vicende di polizia giudiziaria e, soprattutto per quali casi, in base alla legislazione anglosassone, si possono concedere le autorizzazioni. Hanno spiegato punto su punto, abbiamo stilato le linee guida e girato le direttive a tutti gli organismi di polizia italiana“.

Un incontro durato due giorni, a cui la stampa italiana aveva dato ampia pubblicità e che si era svolto in Italia, con una spedizione proveniente da Palo Alto. In una delle tante note riportate dalle agenzie di stampa il 7 ottobre si leggeva infatti:

A conclusione della due giorni sono state definite le “linee guida” che regoleranno i rapporti tecnico-operativi fra la Polizia Italiana e l’azienda statunitense con particolare attenzione agli aspetti di prevenzione e riduzione degli illeciti commessi online. Il documento riflette l’ottimo rapporto di collaborazione da tempo in atto tra il Servizio Polizia Postale e delle Comunicazioni e i responsabili di Facebook e potrebbe divenire a breve uno standard internazionale. Infatti, unico del suo genere, costituisce una importante innovazione nei rapporti di cooperazione internazionale tra rappresentanti del settore pubblico e privato.

L’articolo esclusivo de L’Espresso potrebbe quindi essere una libera interpretazione di quell’incontro (e questo è ciò che la smentita di Apruzzese induce a credere), oppure il resoconto di un seguito più riservato, con un nuovo incontro tenutosi a Palo Alto, su cui però non esistono ulteriori conferme.

Ciò che è certo è che, per l’ennesima volta, si parla di problemi di privacy in ordine a Facebook, che cadono appena qualche ora dopo la rivelazione di quei 6600 dollari “investiti” dall’azienda per portare a cena rappresentanti della maggioranza politica californiana e convincerli ad abbattere un disegno di legge sulla riservatezza, e qualche giorno dopo la scoperta che la piattaforma ospita da tempo applicazioni-colabrodo che diffondono dati personali a beneficio del mondo del marketing e all’insaputa dell’utente. A questo punto, per chi ancora non ha pensato all’opportunità di gestire in modo opportuno il proprio profilo su un social network, s’impone una seria riflessione.

[oggi su The New Blog Times]

 
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Pubblicato da su 29 ottobre 2010 in curiosità, Internet, Life, Mondo, news, News da Internet, privacy, security, social network, tecnologia

 

Legge Pisanu, ora parla Maroni

La settimana scorsa lo aveva promesso il ministro Renato Brunetta e non se n’è fatto nulla. Oggi ne ha parlato il ministro Roberto Maroni:

‘La prossima settimana verra’ portata in Consiglio dei ministri una proposta che supera la norma Pisanu, in scadenza il 31 dicembre’, sull’accesso a Internet. Lo ha detto il ministro Maroni. ‘C’e’ stata un’evoluzione tecnologica che ci consente superare le restrizioni previste dal decreto Pisanu del 2006 e di contemperare le esigenze di sicurezza e l’attivita’ investigativa con lo sviluppo dell’accesso alla rete internet’, ha spiegato durante il question time.

A parte la superflua giustificazione data dall’evoluzione tecnologica, terrei solo a sottolineare che:

  • il ministro Brunetta aveva parlato di un grande consenso politico, precisando: “il ministro Maroni si è detto disponibile”. Presumendo dunque un certo accordo, si può parlare di un sostanziale allineamento tra i due in tema di accesso Internet in WiFi
  • nel question time, il ministro Maroni (Lega Nord) ha parlato in risposta ad un’interrogazione di cui si è fatto portavoce l’onorevole Jonny Crosio (Lega Nord). Presumendo un certo accordo, si può parlare di un sostanziale allineamento tra i due in tema di accesso Internet in WiFi.

Ci crediamo? Riflessioni a catena

  • non c’è due senza tre, per cui è lecito attendersi una terza dichiarazione allineata a quanto sopra. Per competenza, potrebbe essere formulata dal ministro Paolo Romani
  • e il quarto vien da se‘. Non dimentichiamoci che, in materia, si è espresso anche il ministro del turismo Michela Brambilla. Circa un anno fa.
 
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Pubblicato da su 27 ottobre 2010 in Internet, Ipse Dixit, Life, Mondo, news, News da Internet, tecnologia, TLC

 

Il confine del rispetto

SILENZIO


Negli ultimi giorni mi sembra si sia accentuato un fenomeno che – purtroppo – già da tempo sta permeando e caratterizza i fatti di cronaca che suscitano più scalpore. Una sindrome da reality show che, da Cogne ad Avetrana, passando per Erba, Garlasco e altre località, sta affliggendo sempre più persone, in un circolo vizioso alimentato dai media.

In tutta questa fame mediatica di informazioni, spicca la scelta di Mario Calabresi, direttore de La Stampa, di non utilizzare l’audio degli interrogatori di Avetrana:

Ci siamo chiesti cosa farne e se metterli subito sul sito web, sicuri di fare un record di contatti. Ne abbiamo discusso e abbiamo deciso di buttarli, perché non aggiungevano nulla a quello che avete già letto fino a oggi, perché non servivano a chiarire nulla e perché potevano essere utili solo a solleticare le morbosità, a infilare la testa più in fondo nel pozzo.

Convidido completamente il commento che segue qualche riga più sotto:

Ci sarà un motivo se da decenni all’inizio di un processo la Corte si ritira per decidere se possono entrare i fotografi (in caso di decisione negativa negli Stati Uniti entrano in azione i disegnatori) o le telecamere in Aula. Succede perché la delicatezza di un caso o la necessità di frenare una deriva emozionale può richiedere attenzioni superiori.

 
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Pubblicato da su 25 ottobre 2010 in Life, media, Mondo, news, News da Internet, privacy

 

Street View, i “vincoli” del garante della Privacy

Una multa da 30mila a 180mila euro: è questo il rischio a cui potrebbe andare incontro Google se i prossimi “raid” delle Google-car sulle strade italiane non saranno ampiamente annunciati alla popolazione interessata. E’ quanto si legge nell’anticipazione di un nuovo provvedimento del Garante della Privacy contro l’invadenza diStreet View, il servizio abbinato a Google Maps che offre visualizzazioni a 360° di tutti i vari luoghi in cui sono passate le auto dotate di fotocamere panoramiche.

Il provvedimento – reso noto nei giorni scorsi dal blog tenuto da Flavia Amabile su La Stampa.itrimbalzato anche oltreoceano – non è stato ancora pubblicato nel sito del Garante. Primo nel suo genere in Europa, fa seguito all’indagine condotta dall’Authority italiana su Google, Street View e i dati indebitamente raccolti dalle Google-car e ne costituisce – di fatto – la prima reazione: il provvedimento di settembre con cui si disponeva “il blocco di qualsiasi trattamento dei payload data raccolti sul territorio italiano” era una sorta di atto dovuto e già spontaneamente attuato dalla stessa Google.

Il Garante, nella persona del presidente Francesco Pizzetti, avrebbe però dichiarato di essere mosso da altri input: «Abbiamo ricevuto proteste persino da amministrazioni locali. Non c’è nessun dubbio che Street View possa rappresentare uno strumento molto utile nel settore turistico, permette di vedere le località di vacanza, aiuta a scegliere e ad organizzare un viaggio. Ma è anche vero che può essere eccessivamente invadente nella vita dei cittadini e dunque bisogna stabilire alcune regole».

La prima nuova regola anticipata stabilisce che nelle prossime occasioni in cui Google volesse sguinzagliare le proprie auto sulle strade italiane, dovrà comunicarne la presenza in modo palese attraverso cartelli o adesivi leggibili posti sulle auto, onde dare modo ai cittadini di non cadere in tranelli anti-privacy come quelli in cui sono letteralmente precipitati alcuni mariti napoletani, vittime anche del passaggio delle auto inviate da Mountain View. Mancherebbe solo un altoparlante posto sul veicolo, o un megafono come quelli usati dagli arrotini per annunciare il loro arrivo nel quartiere.

Ma non è tutto: il Garante ha infatti stabilito che Google dovrà anche preannunciare l’arrivo delleGoogle-car in una determinata località con un anticipo di tre giorni e – qualora si tratti di una metropoli – indicando in quali quartieri transiteranno. L’annuncio dovrà essere diffuso tramite il sito web, ma anche con la pubblicazione della notizia su almeno due quotidiani, nella cronaca locale, e attraverso un’emittente radiofonica locale.

Il provvedimento ha solo in apparenza proporzioni eccessive, in realtà propone misure che possono rivelarsi inefficaci: la pubblicità che Google dovrebbe dare agli itinerari dei propri veicoli potrebbe essere tranquillamente ignorata da chi non legge quei due qoutidiani, non ascolta quella radio locale e non si preoccupa di visitare il sito web di Google.

Non si tratta di una soluzione che agevola l’informazione del cittadino e quindi questa vicenda può avere varie letture: se il Garante, con questo provvedimento, ritenesse di tutelare in modo appropriato la privacy dei cittadini, significherebbe che nel suo immaginario la popolazione italiana è disposta a guardare ogni giorno il sito web di Google, o a spulciarsi le pagine di cronaca locale sui quotidiani (quali?), o ancora ad ascoltare (a che ora? in che trasmissione?) una radio locale in attesa del temuto annuncio. D’altro canto, si potrebbe invece pensare che il provvedimento sia stato così configurato per dimostrareattenzione verso un problema difficile da affrontare in modo adeguato.

Oltre a chi tiene alla propria privacy, fra coloro che potranno trarre beneficio da questo provvedimento si troveranno gli sfaccendati in cerca di visibilità: sapendo con maggiore precisione momento e luogo del passaggio delle fotocamere panoramiche di Street View avranno modo di farsi belli per l’occasione senza essere colti di sorpresa. Il che, in un mondo dominato da reality-show e persone in cerca di un warholiano quarto d’ora di notorietà, non sembra così inverosimile. Chissà, dopo la figura del tronista potrebbe nascere quella dello stradista.

[pubblicato oggi su The New Blog Times]

 
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Pubblicato da su 25 ottobre 2010 in Internet, Life, Mondo, news, News da Internet, privacy, security, tecnologia

 

Banda larga, niente soldi. Legge Pisanu, niente cambiamenti

Delle dichiarazioni e delle promesse formulate dal ministro Renato Brunetta in merito alla necessità di investire sulla banda larga in Italia ho parlato spesso anche da queste pagine (qui, quiqui). Le… braccia sono cadute quando si è scoperto che i fondi da destinare a questo investimento si sono ridotti drasticamente. Leggere che lo stesso ministro Brunetta avrebbe dichiaratoÈ inutile pensare agli 800 milioni che mancano per la banda larga in Italia quando il suo livello attuale di utilizzo è inferiore al 50%” lascia un po’ basiti.

Anche il resto delle dichiarazioni non scherza: “È un problema di cultura, non di rete: tutte le scuole italiane sono già collegate via internet, fra loro, con il ministero e con il mondo esterno, ma la quantità di contenuti che viene fatta circolare è praticamente nulla. Lo stesso in medicina: il fascicolo telematico con le informazioni di ogni paziente è già disponibile, ma non viene utilizzato, così come la Pec, la posta elettronica certificata per la quale la banda larga è più che sufficiente. Il solo utilizzo del protocollo Voip per la comunicazione nelle università consentirebbe di risparmiare fino a un terzo di spese telefoniche, recuperando l’investimento necessario in un anno e mezzo e liberando fondi”.

Citando il solo ambito della Pubblica Amministrazione, il ministro ritiene dunque che le infrastrutture di comunicazione in Italia siano più che sufficienti per lo scarso uso che se ne fa. Quasi a dire “inutile dare perle ai porci”, il ministro sembra suggerire di pensare a ben altri problemi, dimenticando che esistono realtà che potrebbero fare un ottimo uso di un accesso Internet a banda larga, se solo lo avessero a disposizione, agevolando uno sviluppo tecnologico che trascinerebbe con se’ una parte significativa di quello economico.

D’altro canto, queste dichiarazioni sono state rilasciate a chiusura dell'”Incontro con gli innovatori” organizzato al Future center Telecom di Venezia, in cui lo stesso ministro aveva ventilato l’ipotesi che nell’imminente Consiglio dei Ministri si sarebbe discussa l’abrogazione dell’articolo 7 della Legge Pisanu: ”C’e’ un grande consenso politico. Ci sono dei problemi di ordine nazionale e di coerenza internazionale, ma il ministro Maroni si e’ detto disponibile e penso che gia’ dal prossimo Cdm, se non gia’ una modifica, ci sara’ una discussione”.

Il Consiglio dei Ministri c’è stato, la discussione sull’abrogazione no, non era neppure all’ordine del giorno.

 
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Pubblicato da su 24 ottobre 2010 in business, Internet, Ipse Dixit, Life, Mondo, news, News da Internet

 

Un nome che attira

A che cifra si può vendere – o acquistare – un dominio Internet? Dipende da quanto valore (monetario) può generare, ossia da quanto può essere attraente: ciò che tira di più in Internet è tutto quanto orbita attorno alla sfera sessuale e Sex.com, riferisce The Register, costerà 13 milioni di dollari alla Clover Holdings Ltd, che se lo è aggiudicato ieri. E questo è il capitolo mancante del libro Sex.com di Kieren McCarthy, che narra l’articolata storia di questo nome a dominio.

 
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Pubblicato da su 21 ottobre 2010 in curiosità, Internet, Mondo, news, News da Internet

 

Lupin 4.0

Se non fosse evidentemente d’attualità, sarebbe una notizia d’altri tempi:

Ladro tecno-gentiluomo ruba Pc e fa avere chiave USB con la memoria – Corriere.it

La vittima del furto è un docente dell’Università di Umeå, in Svezia – Il professore: «Questa storia mi fa provare speranza nel genere umano»

[…] Il professore era disperato dopo aver subito il furto del suo computer portatile sul quale aveva documenti importanti. Una settimana dopo la rapina ecco la sorpresa. A casa del docente arriva una busta. In essa il ladro gentiluomo ha inserito una chiavetta Usb sulla quale ha scaricato tutti i file presenti nel pc. […]

 
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Pubblicato da su 18 ottobre 2010 in curiosità, Mondo, news, News da Internet

 

Incrociamo le antenne

Dicono che nel prossimo Consiglio dei Ministri si parlerà dell’articolo 7 della Legge Pisanu

Terrorismo: Brunetta, modifiche Legge Pisanu a esame prossimo CDM – ASCA

Venezia, 18 ott – Una modifica o un’abrogazione dell’articolo 7 della legge Pisanu, che mette in conto, a fini antiterrorismo, limitazioni ai servizi di accesso wireless pubblici sara’ uno dei temi all’ordine del giorno del prossimo cdm. Lo ha detto a Venezia il ministro Renato Brunetta.

”C’e’ un grande consenso politico – ha spiegato Bunetta – Ci sono dei problemi di ordine nazionale e di coerenza internazionale, ma il ministro Maroni si e’ detto disponibile e penso che gia’ dal prossimo Cdm, se non gia’ una modifica, ci sara’ una discussione”.

Attendiamo gli sviluppi…

 
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Pubblicato da su 18 ottobre 2010 in Internet, Ipse Dixit, Mondo, news, News da Internet

 

Forse non fa per me…

…visto che io mi comporto così già adesso

[spot segnalato da Max]

 
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Pubblicato da su 15 ottobre 2010 in cellulari & smartphone, Life, Mondo, news

 

Non è un paese per giovani (aridaje)

Anche in questa occasione il titolo di questo post ha un retrogusto amaro, dovuto ad una questione tipicamente italica:

Agenzia per la sicurezza nucleare: c’è l’accordo su Veronesi presidente – La Stampa

L’Agenzia per la sicurezza nucleare riempie la prima casella, quella del presidente. L’oncologo Umberto Veronesi ha accettato «volentieri» di guidare la nascente struttura. Quasi in contemporanea è giunto il placet istituzionale: nel corso di una riunione al ministero dell’ Ambiente tra i ministri dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, e dello Sviluppo economico, Paolo Romani, è stata espressa «grande condivisione» sulla figura prescelta.

Non parlerò della scelta del Paese sul nucleare, ma sulla scelta di Umberto Veronesi, che non è una sorpresa, dato che se ne parla da mesi.

“Poi però non ci si strappi le vesti sulla fuga dei cervelli”, osserva puntualmente Stefano, ricordando che Umberto Veronesi a fine novembre avrà compiuto 85 anni. E questo è un aspetto da considerare per riflettere sul terzo di quei cinque punti fondamentali che Veronesi ha tenuto molto a chiarire all’indomani del dibattito nato lo scorso luglio luglio (nel primo punto ha assicurato le dimissioni dal Senato in caso di accettazione, per cui dovrebbe essere superfluo chiedergliele ora).

Nel Terzo punto Veronesi aveva scritto: “le mie competenze in qualità di Presidente sarebbero di coordinamento degli esperti in materia di nucleare (prevalentemente fisici), con una responsabilità diretta circa la sicurezza per la salute della popolazione”. Se interpreto correttamente questa posizione, Veronesi sarebbe dunque direttamente responsabile in caso si concretizzassero rischi per la salute.

Il punto è questo: andrà tutto benissimo e non servirà toccare legno, ferro e ogni altro oggetto di scaramanzia, ma questa premessa dice che Veronesi sarebbe ritenuto direttamente responsabile in caso si concretizzassero rischi per la salute. Ma considerando il tempo necessario all’iter di introduzione del nucleare, qualora si verificassero questi rischi, quali conseguenze potrebbero realmente essere addebitate ad un Veronesi per esempio novantenne, per essersi assunto le proprie responsabilità?

Per il resto comincio a condividere le perplessità espresse da qualcuno lo scorso luglio.

Post precedenti:

 

Marty McFly, 25 anni dopo

La trilogia di Back to the future – Ritorno al futuro non potrà avere un seguito, ma chi avrebbe mai detto che un apparentemente banale remake del trailer originale potesse, nel 2010, far fare un balzo indietro nel tempo ai fan di Marty McFly e avere un successo virale?

Il video ha ugualmente uno scopo “pubblicitario”: serve ad annunciare la Back To The Future 25th Anniversay Reunion che avrà luogo in occasione degli Scream Awards 2010. Il remake è fedelissimo (vedere qui sotto l’originale per credere):

E’ anche un’occasione per vedere che Michael J. Fox, impegnato con la sua fondazione a contribuire alla ricerca sulla malattia di Parkinson (con cui l’attore convive da quasi vent’anni), non ha perso il suo smalto.

 
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Pubblicato da su 14 ottobre 2010 in Life, media, Mondo

 

A riveder le stelle (e il sole)

Il riferimento dantesco è al felice esito delle operazioni di recupero dei 33 minatori rimasti intrappolati per oltre due mesi nella miniera di San José a 625 metri di profondità nel sottosuolo di quel Cile che, come ha scritto Luis Sepulveda, è un paese che cresce nelle tragedie.

La copertura mediatica favorita da Internet e culminata nella giornata di ieri, che ha fatto seguito ai quotidiani aggiornamenti diffusi in tutto il mondo dal 22 agosto (giorno in cui i 33 sono riusciti a comunicare di essere vivi e in salute dopo 17 giorni dal crollo del 5 agosto che aveva bloccato accessi e vie di uscita), ha ricordato le dinamiche di uno dei tanti reality show che caratterizzano l’offerta di intrattenimento televisivo da dieci anni a questa parte.

I punti in comune sono stati molti: attesa, incertezze, aggiornamento continuo, opinionismo psico-sociologico, possibilità di mantenere i contatti con le famiglie. Sentimenti, stati d’animo in continuo cambiamento, emozioni vere. La differenza sostanziale è che questa situazione è nata accidentalmente e che tutti hanno realmente temuto per la vita dei trentatre che sono rimasti imprigionati nelle viscere della terra, costretti a superare ogni giorno una prova vera, ben più importante di quelle ridicole competizioni a cui vengono sottoposti i concorrenti di Grande Fratello, Isola dei Famosi, Talpa e via discorrendo.

Altra differenza, amara: negli pseudo-reality che la TV propina al pubblico, chi esce – e si dimostra un personaggio, seppur opinabilmente – trova lavoro, nel mondo dello spettacolo o in uno dei suoi satelliti. Per i minatori le prospettive sono molto meno glamour: la società di cui sono dipendenti è destinata al fallimento e loro rimarranno senza occupazione e forse anche senza liquidazione.

I riflettori puntati sul Cile – uno dei pochi temi interessanti nel panorama informativo offerto in TV in questo periodo, che si è guadagnato attenzione forse proprio per l’intrinseco meccanismo reality-style – hanno fatto luce su aspetti sconosciuti a molta parte del mondo, innanzitutto la situazione della miniera di San José – chiusa e riaperta per tre volte – e i problemi della sicurezza di questi lavoratori (solo nel 2010 si erano verificati altri incidenti con morti). Spenti i riflettori, ci potrà essere spazio per una svolta o si sarà trattato “solo” dell’unico vero reality?

 
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Pubblicato da su 14 ottobre 2010 in Mondo, news, News da Internet