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Blockbuster, fine di un’epoca

La crisi di Blockbuster sembra insanabile: gli amministratori dell’ex leader della distribuzione di home video presenteranno istanza di fallimento a metà settembre.

A chi attribuisce la colpa di questa situazione a Internet ripeto quanto già scritto mesi fa in proposito:

a mio avviso, la catena è rimasta vittima della propria immobilità e dall’incapacità di comprendere e cavalcare il cambiamento del mercato: NetFlix, RedBox e video on demand disponibili da iTunes, Amazon e dalle tv via cavo sono soluzioni che si sono conquistate una loro fetta di mercato, in cui anche Google intende entrare e dire la propria. Mentre la concorrenza innovativa cresceva, Blockbuster ha perso l’occasione di innovarsi in modo efficace e competitivo: se l’accordo con Motorola non sembrava già in partenza una scelta particolarmente azzeccata (per partner e soluzione), il lancio del suo set-top-box appare ora un goffo tentativo di salire in corsa su un treno già partito da tempo.

Dal punto di vista del consenso del pubblico, la prospettiva attuale rende alquanto claudicante anche il futuro della piattaforma DVDsByMail lanciata poche settimane or sono in partnership con Comcast. Un tentativo di salvare il salvabile che potrebbe rivelarsi estremamente tardivo.

 
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Pubblicato da su 30 agosto 2010 in Internet, Life, media, Mondo, news, tecnologia

 

Dal 15 settembre, Diaspora

In maggio – l’ultima volta in cui ne ho parlato – era ancora un progetto. Ma nel campo della tecnologia, e soprattutto in Internet, lo sviluppo dei progetti può essere breve e ora Diaspora sembra già maturo per partire: presentato come social network innovativo,  open source, che consente all’utente un reale controllo delle proprie relazioni in una piattaforma di condivisione trasparente, prenderà il via il 15 settembre.

Come spiegano i quattro studenti Ilya, Raphael, Maxwell e Daniel – che si erano prefissati l’obiettivo di raccogliere almeno 10mila dollari attraverso Kickstarter per finanziare l’avvio del progetto –  il codice è pronto, i test (condotti dai quattro studenti e da un gruppo di amici) sono stati soddisfacenti e presto si potrà contare su una degna interfaccia utente. Il 15 settembre sarà il giorno in cui verrà reso pubblico il codice e si darà avvio alle iscrizioni al nuovo social network. Con il plus di poter scegliere, di volta in volta,  chi tra gli “amici” potrà vedere che cosa, senza alcun rischio di consegnare dati personali al mondo del marketing.

La partenza è promettente per due fattori fondamentali: i primo è che Diaspora, con queste premesse, sembra rispondere alle esigenze dei detrattori di social network come Facebook, sempre più orientato al business derivante dalla monetizzazione delle relazioni dei propri iscritti. Il secondo è il consenso finora riscosso dal progetto: a fine agosto, i 10mila dollari fissati come primo traguardo sono stati ampiamente superati – scrive Dave Rosenberg su Cnet – da un capitale raccolto pari a 200mila dollari. 

Curiosamente, tra i primi donatori figura anche un certo Mark Zuckerberg, il papà di quel Facebook che, secondo il Financial Times, oggi vale 33,7 miliardi di dollari. Il fatto è curioso proprio perché l’inaspettato consenso conseguito dal progetto Diaspora sembra essere in buona parte legato all’insoddisfazione degli utenti per la percepita disattenzione verso la loro privacy da parte di Facebook e altri social network.

 
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Pubblicato da su 30 agosto 2010 in Internet, Life, media, Mondo, news, privacy, security, social network, tecnologia

 

Ecco Kindle 3

I produttori di tabletApple in testa, con il suo iPad – puntano molto sul mercato dell’editoria digitalizzata e, per un’analogia di dimensioni, spingono i loro device presentandoli ottimi come e-reader ponendoli in concorrenza a prodotti come i Kindle. Ma la neonata ultima generazione del lettore di Amazon sta riscuotendo un grande successo.

La distribuzione ha appena preso il via e le prenotazioni sono possibili da un mese, ma se ciò che dichiara Amazon fosse vero, i primi risultati di vendita sarebbero strepitosi e tali da rendere impossibile avere un nuovo Kindle 3 fino al 17 settembre.

Insperato successo o applicazione della strategia delle piccole scorte, imparata da Apple? Certo, se è vero che il Kindle Store ha il 61% del mercato (e si pone in classifica davanti all’iBookstore) il gradimento del pubblico (la piattaforma Kindle conta oggi più di tre milioni di utenti) è tutt’altro che teorico.

Amazon sembra voler cavalcare questo successo con il nuovo Kindle 3, più piccolo, leggero e maneggevole dei precedenti (il display è da 6 pollici), con più memoria (fino a 4 GB), un nuovo microfono integrato e prezzi quasi anticrisi: 139 dollari per la versione WiFi, 189 dollari per quella 3G. Prezzi interessanti per chi cerca soprattutto un e-reader.

Per ora è possibile acquistarlo solo online presso Amazon, aggiungendo spese di spedizione e oneri doganali per averlo nel nostro Paese.

 
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Pubblicato da su 27 agosto 2010 in e-book & e-reader, Internet, Life, media, Mondo

 

Telefonarsi con Gmail

L’Ansa qualche ora fa annunciava (citando Cnet) l’ipotesi di una futura battaglia tra Google e Skype nel mercato VoIP:

Google, si legge, starebbe testando un servizio web che consentira’ di fare chiamate all’interno di Gmail. Per telefonare si usera’ la finestra della chat, in basso a sinistra nella pagina della posta.

Nel frattempo, nel mio account Gmail, faceva capolino questo nuovo box:

Siamo dunque ben oltre le ipotesi e i test: la nuova feature richiede il plug-in Google Voice and Video Chat. A installazione ultimata (e browser riavviato), la voce “call phone” che compare prima dei contatti nella colonna a sinistra dell’account Gmail consentirà di attivare il web-phone per telefonare (meglio selezionare prima la bandiera della nazione del numero da chiamare e poi comporre).

La chiamata così generata risulterà provenire da un nuovo numero telefonico. Nei miei test (sì, funziona già anche in Italia) il chiamante corrispondeva al numero +17607058888. Nel corso delle telefonate, che non sono state molto lunghe, ho rilevato un audio più che accettabile e con poca latenza. L’interfaccia è semplice e un po’ anonima, ma che importa?

Invitanti le tariffe, che nel mercato VoIP rappresentano il criterio fondamentale per la scelta di un servizio (a parità di qualità, ovviamente): chiamare in USA e Canada non comporta costi aggiuntivi, mentre telefonare su linea fissa in molti Paesi UE (Italia inclusa) costa 2 centesimi di dollaro al minuto.

Lo sviluppo di Google Voice ha indubbiamente beneficiato dell’arrivo in famiglia, lo scorso novembre, di Gizmo5.

Qualcuno potrebbe pensare che è un po’ tardi per dare filo da torcere a soluzioni come Skype, presente sul mercato da anni (e che oggi conta 590 milioni di utenti unici). Certo, sarebbe vero se Google Voice partisse da zero, ma la sua base di partenza corrisponde agli utenti di Gmail (circa 200 milioni, se non ricordo male). C’è inoltre da considerare la crescita del mercato della connettività su rete mobile e la prospettiva che smartphone e altri device portatili in grado di utilizzare Gmail (tablet, netbook, notebook), possano utilizzare Google Voice… operatore mobile permettendo.

 
 

Eppur si muove. Poco

Rallenta il tour del digitale terrestre: le regioni del Nord Italia interessate al previsto switch off di settembre dovranno aspettare molto di più. Pare che il Comitato nazionale italia digitale abbia deciso lo slittamento per garantire le condizioni necessarie perché sia possibile il passaggio alla nuova tecnologia in un’area tanto vasta e complessa.

Queste, dunque, le prossime tappe (salvo ulteriori variazioni, ovviamente):

  • dal 25 ottobre al 26 novembre, Piemonte orientale e Lombardia (incluse le province di Parma e Piacenza)
  • dal 27 novembre al 2 dicembre, Emilia Romagna
  • dal 30 novembre al 10 dicembre, Veneto (incluse le province di Mantova e Pordenone)
  • dal 3 dicembre al 15 dicembre, Friuli Venezia Giulia
  • primo semestre 2011, Liguria
 
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Pubblicato da su 25 agosto 2010 in business, Life, media, news, tecnologia, TLC, Tv & WebTV

 

Cosmo in TV

Luca De Biase si preoccupa di darci un motivo in più per guardare la TV sabato sera

A mio avviso, con la nuova trasmissione televisiva Cosmo – siamo tutti una rete, Luca rischia di ottenere un risultato migliore di tante iniziative (pur buone) finalizzate a far conoscere e spiegare al pubblico i temi della scienza e dell’innovazione. Obiettivo non semplice, ma che a mio avviso sarà raggiunto perché la TV – per fortuna o purtroppo – è il media più capillarmente presente presso la popolazione ed è quello più seguito da chi oggi ha meno confidenza con la rete e con i media più innovativi.

Ah: che cos’è Cosmo? Centotrenta ore di girato. Due mesi di lavoro e ventimila chilometri percorsi per la realizzazione dei servizi. Tre giorni di riprese in studio con quaranta persone (tra le quali chi scrive). Dodici telecamere e macchine fotografiche ad alta definizione. Trenta ore di rendering. Centoquaranta ore di post produzione. E quattrocentosessanta litri di acqua minerale. Il tutto per Cosmo: un evento televisivo di due ore dedicate al futuro che stiamo costruendo per i giovani di questo pianeta. La trasmissione, voluta da Raitre e realizzata dalla Hangar di Gregorio Paolini, in programma per sabato 4 settembre, è pensata per ricostruire una visione di prospettiva sulle conseguenze della scienza e della tecnologia e contribuire alla comprensione dell’evoluzione del corpo umano, dell’intelligenza, dell’ambiente naturale. Per prendere coscienza di come le nostre scelte di oggi definiscano il mondo nel quale vivremo domani.

P.S.: Avete davvero consumato solo quattrocentosessanta litri di acqua? A me sembrano pochi, in tutte quelle ore, con tutte quelle persone…

 
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Pubblicato da su 25 agosto 2010 in Internet, Life, media, Mondo, news, tecnologia, TLC, Tv & WebTV

 

iTunes, cocktail di scam con phishing

Utenti iTunes, attenzione: fonti bene informate segnalano che ha preso il via un’operazione di scam mirata a prosciugare gli account PayPal.

Da PayPal informano della serietà della questione e sulla possibilità di risarcimento per gli utenti, benché dichiarino che i malintenzionati abbiano approfittato di un problema di sicurezza della piattaforma iTunes e a questo siano da imputare le frodi denunciate dagli utenti derubati (uno di essi ha scoperto un addebito di 4.700 sollari sul proprio account).

Apple non conferma, ma consiglia agli utenti iTunes di rivolgersi alla banca per adottare provvedimenti cautelativi, come il blocco del conto corrente o la modifica delle password di accesso e gestione del conto. Sono infatti stati segnalati casi di phishing, con e-mail apparentemente inviate da PayPal che segnalavano addebiti relativi ad acquisti su iTunes. Alcuni utenti PayPal messi in guardia da queste segnalazioni fasulle sono cascati nel tranello, hanno cliccato il link segnalato nella mail (un sito PayPal anch’esso fasullo) e servito i propri dati (username e password) su un piatto d’argento ai malintenzionati, consentendo loro di accedere agli account e effettuare acquisti o addebiti.

 
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Pubblicato da su 25 agosto 2010 in cellulari & smartphone, Internet, Life, media, Mondo, security, tecnologia, truffe&bufale

 

WikiLeaks protegge tutte le sue fonti. Anche finanziarie

La missione che WikiLeaks si è attribuita in questi anni – ma che ha conquistato notorietà globale solo dopo la pubblicazione del video Collateral Murder e di Afghan War Diary, 2004 – 2010 –  implica un paradosso: favorire la trasparenza senza praticarla per se’. Lo ha evidenziato ieri un articolo del Wall Street Journal, in cui si parla del massimo riserbo mantenuto sulle fonti e le reali entità dei finanziamenti su cui il sito può contare, a cui si è riusciti a risalire solo in modo molto superficiale, ossia fino al livello minimo consentito dall’intricato sistema di sostentamento impostato dal fondatore Julian Assange.

Presentandosi come un servizio pubblico multi-giurisdizionale progettato per proteggere informatori, giornalisti e attivisti in possesso di informazioni sensibili da comunicare al pubblico, WikiLeaks non raccoglie solamente informazioni di carattere militare, ma notizie confidenziali di vario interesse: fra quelle in lingua italiana vi si possono trovare ad esempio il famoso Rapporto Caio sulla situazione delle telecomunicazioni in Italia, la Richiesta d’Iscrizione ai Servizi Religiosi della Chiesa di Scientology, alcuni dettagli gestionali sul Comune di Mascali, la trascrizione di un incontro (con registrazione audio) in cui un assessore svela un accordo con i servizi segreti sulla possibilità di divulgare notizie sulla gestione dei rifiuti della propria regione.

Si tratta di informazioni generalmente coperte da segreto per la tutela di determinati interessi, portate alla luce del sole allo scopo dichiarato di favorire la democrazia e un miglior governo:

“Crediamo che la trasparenza nelle attività svolte dai governi porti ad una riduzione dei fenomeni di corruzione ridotto, a un governo migliore e a democrazie più forti. Tutti i governi possono beneficiare di un controllo maggiore da parte della comunità mondiale, così come da parte del loro stesso popolo. Crediamo che questa attività di controllo richieda informazioni.La storia insegna che l’informazione può essere molto costosa, in termini di vita umana e di diritti umani. Ma con i progressi tecnologici – Internet e la crittografia – i rischi legati alla divulgazione di informazioni importanti possono essere ridotti”.

Tutto questo comporta dei rischi e, come ha dichiarato Assange in un’intervista “è molto difficile gestire un’organizzazione costantemente spiata e messa sotto processo”. Per questo comprensibile motivo – e per cautelarsi dalle possibili conseguenze derivanti da eventuali ritorsioni attuate dai soggetti a cui vengono tolti determinati veli – WikiLeaks tutela in modo particolare la gestione delle informazioni relative alle proprie fonti di finanziamento.

A qualcuno – con alle spalle qualche anno in più del sottoscritto, o che conosce la storia – questa vicenda potrebbe apparire come la versione 2010 dei Pentagon Papers, un dossier formato da documentazione top secret raccolta da Daniel Ellsberg e pubblicata dal New York Times nel 1971, che svelò molti retroscena della guerra in Vietnam (una storia ripercorsa da un recente film – documentario), e in effetti WikiLeaks si dichiara allineato ai contenuti della storica sentenza espressa in quel caso dalla Corte Suprema degli Stati Uniti, che statuì: “solo una stampa libera e senza vinvoli può rivelare efficacemente l’inganno in un governo”.

Testate ritenute autorevoli che si occupano anche di giornalismo investigativo (anche il Washington Post non fa mistero della propria ostilità verso il sito fondato da Julian Assange) oggi sembrano profondere un certo impegno nel mettere WikiLeaks all’indice dell’opinione pubblica. Potrebbero invece orientare le proprie risorse nell’affiancare lo staff guidato da Julian Assange, anziché combatterlo: il frutto di questa collaborazione sarebbe la diffusione di informazioni con un notevole valore aggiunto, che gli stessi giornali potrebbero capitalizzare.

 
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Pubblicato da su 24 agosto 2010 in Inchieste, Internet, Life, media, Mondo, mumble mumble (pensieri), news

 

Contaminazioni

Stamattina su FF leggevo la segnalazione di Max su un articolo di Repubblica.it riguardo alle cosiddette mozzarelle blu marcate Granarolo, prodotte però da un subcontractor utilizzato per far fronte all’accresciuta domanda estiva. L’ultimo paragrafo dell’articolo mi ha lasciato un po’ perplesso:

La Procura torinese, inoltre, si sta sempre occupando del caso delle tre mozzarelle blu trovate in Piemonte e per le quali agli inizi d´agosto è stato indagato Giampiero Calzolari, presidente della ditta di Cadriano. «Per fortuna Franco si sta riprendendo. I medici gli hanno ricostruito la faccia e la prossima settimana riusciremo a parlarci. Certo, per capire se e quanto tornerà a vedere dobbiamo ancora aspettare, ma non dimentichiamo che rischiava di morire».

Mi sono chiesto: ma queste mozzarelle blu sono così devastanti? Continuando a leggere l’articolo ho capito:

A parlare è Patrizia, la cognata di Franco Facchini, il cinquantottenne ferrarese massacrato di botte martedì sera all´uscita dal pub “Hawana”. […] Accusato dell´aggressione è Nunzio Falcucci, 34 anni, napoletano, nei confronti del quale il gip Letizio Magliaro ha convalidato l´arresto e disposto la custodia in carcere per tentato omicidio volontario.

Tutto chiaro, no? Nel pubblicare un articolo su mozzarelle prodotte utilizzando acqua contaminata, la redazione web di Repubblica è riuscita a contaminare la notizia con l’estratto di un articolo completamente diverso. Di seguito riporto il paragrafo incriminato, ad imperitura memoria (che un’eventuale correzione potrebbe cancellare)…

 
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Pubblicato da su 23 agosto 2010 in (dis)informazione, Internet, Life, media, Mondo, news

 

Telecom Italia, potenziamento limitato

Una centrale Telecom Italia (fonte immagine: Forum AntiDigitalDivide.org)

L’annuncio da parte di Telecom Italia del progetto di potenziamento di 300 centrali telefoniche – entro fine anno – per estendere l’accesso Internet a banda larga ad utenti finora esclusi è di quelli da leggere con attenzione, per capire che la reale entità dei benefici di questo intervento è decisamente più limitata di quanto possa apparire in superficie. La notizia è riportata da varie testate ed agenzie, leggiamo ad esempio questo lancio Ansa:

Telecom:potenzia rete internet

Piu’ spazio per nuovi clienti, via libera da organo vigilanza

Telecom Italia potenziera’ entro fine anno 300 centrali telefoniche per internet a larga banda su rete fissa Adsl. Sara’ creato cosi’ ‘spazio’ per nuovi clienti diretti o per linee offerte all’ingrosso agli operatori concorrenti.Si tratta della maggior parte delle 500 centrali sature che erano state chiuse all’attivazione di nuove linee per evitare rallentamenti nella connessione.La soluzione ha il via libera dell’organo di vigilanza sulla parita’ di accesso alla rete.

Il titolo fa pensare ad un ampliamento considerevole, ma già nella prima frase della notizia si legge che saranno interessate 300 centrali. In realtà non si tratta di centrali fino ad oggi escluse dalla copertura ADSL: sono una (buona) parte di quelle 500 centrali su cui nel 2010 non erano state attivate nuove linee ADSL in quanto tali centrali erano sature, ovvero sottodimensionate rispetto alle esigenze delle rispettive aree. 

Il problema è che, quando Telecom dichiara che in una determinata zona c’è l’ADSL, lo dice sulla base della fruibilità di servizi ADSL nella centrale che fa capo a quella zona e non fa riferimento al numero di utenti che potrebbero potenzialmente fruire di connettività ADSL. Per fare un esempio, a quella centrale potrebbero fare capo 200 utenti di telefonia fissa, ma ci potrebbero essere risorse per dare ADSL solo a 50 di loro: nonostante questo limite, Telecom Italia, nel dichiarare i dati relativi all’ADSL, dirà che quella zona è coperta anche se in realtà copre il 25% della sua popolazione.

Per questo motivo, il potenziamento di queste 300 centrali (o anche di tutte e 500 quelle bloccate all’attivazione di nuove linee) porterà ADSL a più utenti, ma non porterà cambiamenti significativi sulla mappa ufficiale che Telecom dichiara per la copertura ADSL sul territorio nazionale.

La notizia si chiude con la frase “La soluzione ha il via libera dell’organo di vigilanza sulla parità di accesso alla rete”: ci mancherebbe anche che non avesse approvato, penserà qualcuno… L’11 agosto è stato infatto chiuso un dossier aperto in seguito alle segnalazioni inoltrate da parte di Vodafone, Infostrada, Fastweb e BT Italia che avevano denunciato la “chiusura” delle centrali senza preavviso e la carenza di informazioni relative alle condizioni di saturazione degli impianti.

 
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Pubblicato da su 23 agosto 2010 in Internet, Life, media, Mondo, news, telefonia

 

WarrantLeaks

Oggi per Julian Assange qualcuno ha staccato un biglietto di andata e ritorno per il nono cerchio dell’Inferno: dopo la diffusione della notizia che il numero uno di WikiLeaks era ricercato in Svezia per due differenti accuse (molestie e violenza sessuale), la stessa procura che aveva spiccato i due mandati di cattura li ha ritirati.

Difficile credere alla genuinità delle accuse mosse contro il fondatore del sito web che ha pubblicato i documenti segreti sulla guerra in Afghanistan riuniti nell’Afghan War Diary che il Pentagono voleva censurare. La notizia pubblicata dal tabloid svedese Expressen ha l’aria di essere parte di una campagna diffamatoria, che peraltro non sembra aver colto di sorpresa Julian Assange: nella pagina Twitter di WikiLeaks, infatti, è comparso un primo tweet con la frase “Ci avevano avvertito che avremmo dovuto aspettarci sporchi trucchi, ora ecco il primo” con il link  alla traduzione in inglese dell’articolo del giornale svedese. Assange, sempre via Twitter, ha poi dichiarato che “Le accuse sono senza fondamento e il loro rilascio in questo momento è profondamente inquietante”.

Curioso che la vicenda abbia avuto luogo proprio in Svezia: la scorsa settimana Assange, in una conferenza stampa tenuta a Stoccolma, ha ribadito l’intenzione di pubblicare altri 15 mila documenti militari confidenziali sulla guerra in Afghanistan. Alcuni giorni fa, Kristinn Hrafnsson di WikiLeaks ha confermato a France Presse l’intenzione dell’organizzazione di collaborare con la Difesa USA, con particolare riguardo ai nominativi contenuti nei documenti ancora da pubblicare, che potrebbero essere cancellati onde evitare rischi per la vita di quelle persone. Secondo la Hrafnsson, il Petnagono avrebbe “espresso la sua intenzione di aprire un dialogo al riguardo, hanno detto che sono pronti ad aprire una discussione”. Dagli USA è però giunta una smentita da parte del portavoce del ministero della Difesa Usa, Bryan Withman, che ha precisato “non siamo interessati a trattative volte a raggiungere un versione impersonale dei documenti classificati”.

I mandati di cattura verso Julian Assange sono arrivati poco dopo, ma sono stati revocati nel giro di poche ore. Bufala? Campanello d’allarme? Avvertimento? La vicenda sulla ubblicazione dei documenti confidenziali sulla guerra in Afghanistan non finisce certo qui.

 
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Pubblicato da su 21 agosto 2010 in Inchieste, Internet, Life, media, Mondo, mumble mumble (pensieri), news

 

Anche Facebook geolocalizza

Evidentemente stanco di favorire il business altrui vedere i propri utenti aggiornare il proprio status con check in effettuati con applicazioni di terze parti (come Brightkite, Gowalla, Foursquare), Facebook ha lanciato la sua piattaforma di geolocalizzazione: si chiama Places, ma al momento in italiano è presentata con la traduzione Luoghi.

La nuova applicazione non fa molto di diverso dalle piattaforme che ho citato sopra: alla base di tutto c’è il check in, da fare in un determinato luogo onde poterlo condividere con i contatti con cui si ha una relazione sul popolare social network. Così facendo, l’utente di Facebook potrà comunicare ai propri amici la propria posizione attraverso uno smartphone. In caso più amici si trovassero nella medesima posizione, potranno essere taggati  (come quando si trovano nella stessa foto).

Problemi di privacy? Certo che sì, perché nonostante sia possibile impostare correttamente le modalità di aggiornamento dei check in, è possibile taggare altri utenti presenti nel medesimo luogo anche quando non lo desiderano. Ma è verosimile pensare a breve all’introduzione di un’opzione che risolva questo vulnus.

Naturalmente sarà possibile indicare punti di interesse e qui si intravede all’orizzonte il business della pubblicità georeferenziata (all’utente che fa il check in in piazza Mazzini e lo condivide potrebbero essere proposti suggerimenti di attività commerciali in quella zona). Infatti, come ha precisato al New York Times Michael Sharon, che di Places è il product manager, il servizio serve a “sapere quali amici si trovano nelle vicinanze e che possono aiutarti a scoprire luoghi nelle vicinanze”.

 
 

E’ arrivata la TV di Facebook

Il suo nome è Live, è la web-tv che è stata lanciata venerdì da Facebook e ha – almeno inizialmente – lo scopo dichiarato di mostrare agli utenti cosa accade dietro le quinte (ma forse sarebbe più appropriato dire dietro ai server) del noto social network, in diretta da Palo Alto.

In uno studio da mini talk-show, in occasione di ogni evento (che può consistere nel lancio di una nuova funzionalità, un aggiornamento, ma anche un appuntamento particolare), gli utenti avranno la possibilità di dialogare con il corrispondente responsabile Facebook (il project manager che ha sviluppato una feature, un portavoce che spiega l’introduzione di una nuova policy) o con un ospite.

Non si tratta che di una piattaforma video dotata di chat, ma naturalmente questo non è che un primo passo verso qualcosa di più ambizioso: un vero e proprio canale web-televisivo, con appuntamenti che ogni utente potrà condividere nel proprio profilo, invitando altri amici a far parte dell’audience e a condividerlo a loro volta.

Già ora, nei momenti di talk-show vero e proprio (nell’immagine, la replica di un’intervista all’attrice America Ferrera, protagonista – tra l’altro – della serie Ugly Betty), l’obiettivo dell’intrattenimento convive evidentemente con quello più social di mostrare «che cosa c’è di nuovo agli utenti». Con oltre 500 milioni di utenti iscritti, Facebook si presta certamente ad essere una piattaforma di visibilità e gli inserzionisti pubblicitari non chiedono di meglio.

 
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Pubblicato da su 15 agosto 2010 in Internet, Life, media, Mondo, news, social network

 

Murdoch a cavallo dell’iPad

Guardato con diffidenza da chi preferisce un Kindle per leggere libri e giornali, l’iPad si è guadagnato l’attenzione di Rupert Murdoch, patron di News Corp., che dopo aver constatato l’orientamento del mercato, ha deciso di lanciare un tablet magazine per i dispositivi mobili come quello di Apple.

Come scrive il Los Angeles Times, non sarà la versione mobile di un giornale già esistente: quello che attualmente viene indicato come “project Alesia” sarà una testata studiata appositamente per essere letta – a pagamento, ça va sans dire – dai display degli smartphone e dei device come l’iPad. “notizie brevi, vivaci e da leggere rapidamente”.

L’idea è la declinazione più innovativa che Murdoch è riuscito a dare della propria convinzione che le news di qualità debbano per forza essere distribuite a pagamento, ma ovviamente andrà a scontrarsi contro chi propugna la diffusione gratuita di contenuti su Internet.

Il mercato potrebbe anche dare ragione al magnate di News Corp., visto il successo delle versioni online di New York Times, Wired, Times e Australian. Ma in questo settore le alternative stanno già nascendo, basti pensare a Flipboard, un’applicazione per crearsi su misura il proprio social magazine basato sui contenuti di Facebook e Twitter (e presto di altre piattaforme): aperto al mondo delle news, potrebbe davvero far imboccare una nuova strada alla distribuzione dei contenuti.

 
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Pubblicato da su 14 agosto 2010 in cellulari & smartphone, Internet, Life, media, Mondo, news

 

Google Street View, la Corea indaga

Pare che in Corea del Sud sia giunta solo ora l’eco della vicenda dei dati delle reti WiFi raccolti dalle Google-car.

 
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Pubblicato da su 11 agosto 2010 in Internet, Life, Mondo, privacy, security