…quando QDOS (Quick and Dirt Operating System), dopo essere stato acquistato da Seattle Computer Products, fu ribattezzato MS-DOS da Paul Allen e Bill Gates di Microsoft.
Prendere lo smartphone, fotografare un oggetto e creare animazioni, oppure inquadrare la locandina di un film per vederne immediatamente sul display il trailer o il sito web promozionale. Sono solo due delle innumerevoli possibilità offerte da Aurasma, una app dedicata all’augmented reality basata su una tecnologia che sta aprendo le porte su nuovi modelli di business per marketing e pubblicità.
[continua a leggere su The New Blog Times]
Poste Italiane ieri ha cominciato ad attivare aree WiFi in 22 uffici postali, nell’ambito di un progetto che sarà gradualmente esteso al territorio nazionale. L’accesso sarà libero e gratuito, e permetterà agli utenti di navigare in Internet da un PC messo a disposizione dall’ufficio postale o dal loro dispositivo mobile (netbook, tablet, smartphone…).
In caso di coda interminabile allo sportello, potrebbe essere un’opportunità per ammazzare il tempo, ma ho – come dire? – un forte dubbio: per usufruire del servizio è necessario compilare un modulo cartaceo (indicando, con i propri dati, il numero di cellulare su cui ricevere un SMS con la password d’accesso). State immaginando anche voi che per consegnarlo si dovrà fare la fila?
Venerdì scorso un nuovo incidente ha causato numerosi problemi di accessibilità ai servizi erogati da Aruba.it. Secondo quanto comunicato dall’azienda, si è trattato di un guasto all’impianto elettrico, conseguenza imprevedibile dell’incendio verificatosi il 29 Aprile scorso nel power center della struttura interessata.
Se, per alcuni aspetti, questo black-out temporaneo è stato tecnicamente meno grave di quello che si è verificato a fine aprile, le sue conseguenze potrebbero avere su Aruba riflessi ancor più negativi: l’incidente di due mesi fa ha causato danni di rilievo e suscitato numerose perplessità su come l’azienda gestiva la sicurezza della propria server farm. Tuttavia, appena era stato possibile, non potendo informare gli utenti attraverso il proprio sito web, aveva aperto un canale di comunicazione alternativo (su Twitter e sulla propria pagina Facebook) per dare periodicamente l’aggiornamento della situazione, canale che i media avevano poi utilizzato e reso pubblico, aumentandone l’audience (oggi, su Twitter, l’account Arubait ha quasi 7.500 follower).
Successivamente, nella consapevolezza di aver creato problemi ai propri clienti, Aruba aveva poi lanciato alcune promozioni a loro beneficio (ad esempio sconti sui prodotti FotoAruba e attivazione gratuita di servizi premium).
Venerdì scorso, invece, il comportamento di Aruba è stato diverso: silenzio totale fino alle 22.05, ora in cui è stato pubblicato il comunicato con cui è stata data spiegazione del problema e sono state illustrate le nuove misure di sicurezza messe in atto dall’azienda per evitare il ripetersi di nuovi inconvenienti ai danni degli utenti.
Un’azienda può subire problemi, inconvenienti e incidenti? Assolutamente sì, l’importante è che tutto ciò avvenga nel rispetto degli utenti e degli accordi intrapresi con essi, che in questo caso si traducono nel rispetto degli SLA (Service Level Agreement) e quindi dei termini previsti dal contratto sottoscritto dalle parti.
Augurandomi che i termini previsti dai servizi Aruba siano stati rispettati, l’unico appunto che mi permetterei di muovere – con garbo e massimo rispetto per un’azienda che offre servizi a prezzi molto contenuti, lavora e da’ lavoro a molte persone – riguarda la strategia di comunicazione: da un provider, come da qualsiasi fornitore, gli utenti che hanno un’attività in Internet si aspettano chiarezza e trasparenza. Informare gli utenti è doveroso e Aruba, per comunicare con loro, ha scelto di farlo attraverso la sezione News della pagina Assistenza del sito aziendale, che non ha alcun richiamo diretto nella homepage e che non tutti gli utenti sanno di dover consultare in queste occasioni. Una sezione “News”, con un box visibile fin dalla homepage ad esempio, sarebbe molto più efficace.
Il fatto di aver informato i propri utenti in ritardo – e non tempestivamente come in occasione del black-out precedente – si trasforma quindi in un problema di immagine e di reputazione: è sufficiente leggere i commenti dei clienti su Twitter per vedere come, invece della comprensione, si preferiscano scherno e derisione, condite da espressioni più o meno colorite e dalle intenzioni di cambiare provider.
Certo, è difficile trovare presso altri provider i prezzi praticati da Aruba e l’aspetto economico (più di quello dato dalle nuove misure di sicurezza in corso di realizzazione) demotiverà molti utenti a traslocare. Ma molte aziende che hanno la propria attività su Internet ci penseranno…
Sul sito dell’Agcom stamattina è comparsa la delibera che apre la consultazione pubblica sul nuovo – e lungamente discusso – schema di regolamento in materia di tutela del diritto d’autore sulle reti di comunicazione elettronica.
A dispetto di quanto comunicato dall’Autorità nei giorni scorsi, restano fermi alcuni aspetti per nulla confortanti: il testo prevede l’assunzione – da parte della stessa Authority – di poteri regolatori e sanzionatori e la facoltà di rivestire un ruolo che dovrebbe appartenere all’autorità giudiziaria. Interessanti i rilievi di Guido Scorza su LeggiOggi.it:
Il procedimento finalizzato all’ottenimento della rimozione di un contenuto ritenuto in violazione del diritto d’autore, rimane eccessivamente sommario – il gestore del sito [n.d.r. e non l’uploader] avrà, infatti, a disposizione solo 48 ore per difendersi.
Preoccupante anche la circostanza che il ruolo dell’Autorità giudiziaria sia solo eventuale: l’AGCOM si attribuisce il potere di sostituirsi ai giudici salvo che una delle parti coinvolte nel procedimento non adisca il Giudice ordinario prima del completamento del procedimento sommario.
Allarmante, inoltre – sebbene inevitabile conseguenza dei poteri di accertamento ed adozione dei citati provvedimenti – il potere sanzionatorio di irrogazione di multe salate per centinaia di migliaia di euro che l’Autorità si riserva qualora i propri provvedimenti sommari non vengano adempiuti.
La sommarietà del procedimento sta in questo aspetto: chi gestisce il sito ha solo due giorni (un tempo irrisorio) per rivolgersi all’AGCOM e deve farlo tramite PEC (Posta Elettronica Certificata), ammesso che sappia cos’è e ne sia dotato. Sempre entro 48 ore, chi si trovasse a dover subire il procedimento dell’Authority dovrà preoccuparsi di eliminare spontaneamente da Internet il contenuto incriminato (in mancanza, riceverà un’ingiunzione).
Dal testo si legge comunque che l’Autorità, per quanto riguarda i siti esteri, potrà richiamarli a rimuovere contenuti ritenuti illegali in materia di tutela del diritto d’autore e, in mancanza di risposta, rivolgersi alla magistratura. Anche su questo aspetto, però, manca chiarezza laddove si legge che “l’organo collegiale può ordinare al fornitore di servizi di media audiovisivi o radiofonici attivo in Italia la cessazione della trasmissione o della ritrasmissione di programmi audiovisivi diffusi in violazione delle norme sul diritto d’autore”
Ok, la consultazione pubblica è aperta.
Il livello della fossilizzazione della SIAE, la sua mancanza di apertura alle opportunità offerte dalla Rete e l’incongruenza delle argomentazioni con cui latra contro “le società di telecomunicazioni, i provider, i produttori di tecnologie digitali, le cosidette Over the Top” e “pseudo imprenditori senza scrupoli che operano nel mondo digitale” sono egregiamente sintetizzate in questo appello pubblicato oggi in difesa della delibera AGCOM per il diritto d’autore che, sottolineo, affida ad un’Authority delle Comunicazioni ampi poteri, tra cui quello di chiudere un sito web – in parte o integralmente – in base a segnalazione o presunzione di violazione del diritto d’autore, eliminando la necessità di un provvedimento dell’autorità giudiziaria.
Il richiamo storico alla ratio che, nel 1882, mosse illustri personaggi del mondo della cultura dell’epoca a promuoverne la nascita (per dare una risposta alle esigenze di tutela allora necessarie) ci mostra una dimensione parallela in cui sembra vivere oggi la SIAE: nessuno, tra coloro che hanno criticato il provvedimento AGCOM, contesta il principio di tutela del diritto d’autore e l’importanza che un’opera dell’ingegno sia remunerata. Le soluzioni di diffusione e distribuzione oggi messe a disposizione dalla tecnologia sono completamente diverse e implicano solo l’esigenza di una maggiore flessibilità, offerta ad esempio dalle licenze Creative Commons e da possibilità di registrazione alternative, meglio applicabili in un’epoca di user-generated content.
Mi permetto inoltre di esprimere un dubbio sul fatto che tutti i firmatari dell’appello SIAE (un cospicuo numero di artisti) abbiano l’effettiva consapevolezza di ciò che hanno sottoscritto: fra essi riconosco alcuni membri dei consigli direttivi della FEM (Federazione Autori Musicali), della ANEM (Associazione Nazionale Editori Musicali) e della FA (Federazione Autori), che il 14 gennaio 2011 hanno a loro volta firmato un documento in cui non si mostravano propriamente allineati alla gestione attuata in SIAE. Eccone un significativo estratto:
…La verità e’ che una grande parte degli autori e degli editori professionisti, italiani e non, piccoli o grandi che siano, non possono più permettere che i loro diritti siano calpestati quotidianamente da chi ha fatto della SIAE un proprio territorio di caccia fatto di clientele, da chi ha fatto dell’associazionismo una professione, da chi ha occupato per anni le sedie dei vari comitati di partecipazione in SIAE senza fare nulla per migliorare la società, ma inseguendo solo il gettone di presenza, i rimborsi spese e i propri tornaconti personali, da chi ha molto poco a che fare con la cultura di questo paese e che ha utilizzato la SIAE per inseguire posizioni di potere personale e non per tutelare le proprie opere e i propri diritti….ne’ tantomeno per sostenere la Società degli Autori e Editori.
Nel frattempo, ecco giungere la conferma della feral notizia da Fulvio Sarzana:
L’AGCOM approva oggi 6 luglio lo schema di regolamento sul diritto d’autore con i voti di tutti i Commissari tranne quelli del Commissario Nicola D’Angelo e l’astensione del Commissario Michele Lauria.
Il Commissario Gianluigi Magri, contrariamente a quanto era circolato nei giorni scorsi, riprende il ruolo di relatore e firmerà il provvedimento.
All’interno del Provvedimento tutti i meccanismi di rimozione selettiva già annunciati e l’inibizione in casi di siti esteri all’accesso dei cittadini italiani che verranno segnalati ai provider italiani.
Nel caso dei siti esteri non si tratterebbe di un’ordine impartito ai sensi del codice delle comunicazioni elettroniche per i provider ma di un “warning”.
Dopo alcuni warning l’Autorità si rivolgerà alla Magistratura.
Il testo viene ora messo in consultazione per un periodo di 60 giorni.
Il periodo di contraddittorio è esteso a 15 giorni.
L’Autorità inoltre invierà una segnalazione al Governo al fine di far predisporre una norma relativa all’ estensione di potere al fine di esercitare direttamente poteri inibitori.

Mentre gli sportelli di Poste Italiane sembrano aver ritrovato la loro naturale regolarità – testimoniata dai numeri diffusi nella giornata di ieri in cui “è stato registrato, in assoluto, il più alto numero di operazioni, sfiorando i dieci milioni” – vedo con piacere che i commenti al mio articolo di due giorni fa hanno formato una discussione interessante sulla vicenda, da cui emergono alcuni dettagli tecnici che aiutano a comprendere meglio ciò che gira in sistemi complessi con migliaia di utenti.
Come ho scritto là, contrariamente a quanto riferito in alcune interpretazioni fuorvianti, le moderne soluzioni di cloud computing di cui tanto si parla oggi non c’entrano affatto: quello delle Poste è in pratica un enorme mainframe con moltissimi utenti (nei 14mila uffici sono operative 60mila postazioni), dislocati in tutta Italia, che lavorano in un ambito infrastrutturale ben definito che appartiene alla medesima azienda. Tra gli utenti e il sistema centrale c’è il network di Poste Italiane. Le soluzioni di cloud computing sono costituite da tecnologie volte a utilizzare, da remoto, le risorse distribuite (hardware o software) messe a disposizione da un fornitore di servizi nell’ambito della sua nuvola, un insieme di risorse eterogenee e non necessariamente definite. In quest’ottica, tra l’utente (consumer o business) e il fornitore c’è Internet.
Come qualcuno avrà notato personalmente, o appreso dalla stampa, dall’inizio di giugno gli sportelli di Poste Italiane funzionano a singhiozzo per problemi tecnici. La causa ufficiale del problema è stata data ieri da Massimo Sarmi, che a I bastioni di Orione di Daniele Lepido ha spiegato:
“Non si è trattato tanto di un problema di aggiornamento del software, come si pensava ieri o comunque non solo, quanto di un guasto al sistema operativo del mainframe, il Vtam (Virtual telecommunications access method), che gestisce tutte le 60mila postazioni della rete di Poste”
Poste Italiane, però, non intende mantenere il ruolo di capro espiatorio finora assegnatole dagli utenti:
“Il danno arrecato ai consumatori è oggettivo – dice Sarmi – e sicuramente i danni li chiederemo a Ibm anche se in queste ore stiamo veramente lavorando gomito a gomito con i loro tecnici venuti dagli Stati Uniti. Le dico solo che ho passato la notte a parlare con Erich Clementi, senior vicepresident del gruppo per i servizi tecnologici, che ha messo in campo competenze e risorse a livello internazionale. Ora la nostra urgenza è far ritornare il sistema al top nel minor tempo possibile”.
IBM è a capo del raggruppamento temporaneo di imprese (di cui fanno parte anche HP e Gepin) che ha vinto la gara europea per l’introduzione del nuovo SDP (Service delivery platform) che – come è auspicabile in ogni operazione di questo tipo e riferisce anche MF/DowJones – “avrebbe infatti dovuto accelerare i tempi di esecuzione delle operazioni, permettendo agli operatori degli sportelli di svolgere tutte le principali funzioni da ogni terminale in tempo reale”. Da un investimento di oltre 33,7 milioni di euro sarebbe più che lecito attendersi qualche miglioramento.
Nel frattempo, Poste Italiane ha pubblicato un comunicato per scusarsi del disservizio e informare che domani – Giovedì 9 giugno – incontrerà i rappresentanti di tutte le Associazioni dei consumatori. In aggiunta alle varie azioni di richieste di risarcimento danni che le associazioni stanno promuovendo, segnalo la (forse più facilmente ottenibile) richiesta di proroga di termini disponibile sul blog del rompiscatole Carlo Rienzi, presidente del Codacons, a beneficio di coloro che non fossero riusciti a rispettare una scadenza di pagamento a causa dei disservizi.
Steve Jobs, da qualche tempo, ha abbandonato ogni incarico operativo che aveva nella sua Apple per dedicarsi ai propri problemi di salute. Questo non gli impedisce di essere presente in occasioni importanti, come l’edizione 2011 della WWDC (Worldwide Developers Conference) che avrà luogo tra qualche ora a San Francisco e sul cui palco salirà – questo è ciò che tutti si attendono – per presentare iCloud, oltre alle novità sui nuovi sistemi operativi Mac Os X Lion e iOS 5 (qualcuno spera anche di vedere il nuovo iPhone 5, benché in Rete circolino indiscrezioni che escludono questa possibilità).
iCloud dovrebbe rappresentare l’evoluzione di Mobile.Me che vuole rivoluzionare la user experience degli utenti, offrendo loro l’opportunità di utilizzare dispositivi con funzione di terminale – anziché computer dalle piccole o grandi prestazioni – sempre collegati alla cloud in Internet per fruire di contenuti multimediali (musica e video), prodotti editoriali (e-book e magazine), ma anche di strumenti per la produttività (elaborazione testi, fogli di calcolo, database, eccetera).
Attendiamo e vediamo. Intanto, ecco una sorta di “anteprima” di iOS 5 su iPad realizzata dal prestigiatore tedesco Simon Pierro, credo possa ottenere una audience molta più vasta dei video delle presentazioni tratte dalla WWDC di oggi 😉
E’ allarme nel mondo wireless: da ieri sera le testate giornalistiche (televisive e non) ci stanno dicendo, con una certa perentorietà, che “i cellulari e il WiFi possono causare il cancro”, aggiungendo benzina su un fuoco acceso da anni su un argomento del quale si è detto tutto e il contrario di tutto
Tuttavia, lo studio dell’International Agency for Research on Cancer di cui si parla – partendo da risultanze e informazioni contenute in ricerche già condotte – suggerisce solo precauzioni note da tempo (hands-free device or texting, ma io da questi – tanto per aggiungere un’ulteriore elemento – escluderei gli auricolari bluetooth) e conclude che è necessario approfondire la questione, perché i dispositivi wireless potrebbero rientrare nel gruppo 2B della classificazione IARC degli agenti di rischio, in cui rientrano anche l’esposizione ad agenti chimici specifici, ma anche ad agenti legati ad alcune professioni, come quelli a cui sono soggetti i vigili del fuoco o chi lavora in particolari impianti di lavaggio a secco.
Pertanto è necessario stare attenti con certe parole e concordo con quanto sottolineato da Guido Romeo: “Ma soprattutto ci vuole cautela perché anche le istituzioni di ricerca non sono prive di interessi (uno per tutti: avere più fondi di ricerca…) e la storia di cosa è uscito dall’Iarc sulla relazione tra tumori e cellulari è perlomeno controversa come ha scritto L’Economist qualche anno fa nel suo “Mobile Madness” (qui una copia pdf) a seguito della pubblicazione dello studio Interphone, uno studio longitudinale drato 6 anni su 14mila pazienti”.
Ha chiuso i battenti il primo eG8 forum, che secondo il presidente francese Sarkozy è stato il primo G8 di Internet.
Vi hanno preso parte i protagonisti politico-economici della Rete, ma non vi hanno partecipato le associazioni degli utenti, ne’ gruppi come il Civil Society Internet Governance Caucus (IGC), che hanno lamentato la prevalenza di interlocutori “di parte”, ad eccezione forse di Lawrence Lessig (il suo intervento è nel video inserito a fine post).
Alla fine non mi è parso che siano state tratte conclusioni concrete: i difensori del copyright non si scollano da un modello di business che ormai ha segnato il passo; le aziende di telecomunicazioni continuano a pretendere dai grandi nomi di Internet (Google, Facebook, eccetera) di accollarsi gli investimenti in infrastrutture (che senza i servizi diffusi anche da quei big, però, non avrebbero ragione di esistere) e regolano, secondo i propri interessi, un mercato in cui nessuna istituzione è in grado di proporre una vera governance.
Nel seguito, l’intervento di Lawrence Lessig:
Da questo keynote emerge una certa diffidenza nei confronti delle istituzioni, che condivido soprattutto per i precedenti tentativi di regolamentazione attuati anche nel nostro Paese. Però personalmente, non escluderei a priori che un governo realmente competente (o ben supportato) in materia di Rete possa dare un contributo più collaborativo che distruttivo. Parlando del futuro, ovviamente.
Una settimana dopo il “click day”, dopo i numeri e le valutazioni del Ministero che intende procedere fiducioso, ecco i numeri e le motivazioni delle imprese che chiedono di fermare il countdown:
La preoccupazione è fortissima e il malumore generalizzato. Dal prossimo primo giugno, 360.000 aziende non potranno infatti produrre, trasportare e smaltire i rifiuti se non utilizzando le nuove procedure informatiche, pena gravi e onerose sanzioni. Da diversi mesi le imprese testavano le nuove procedure, riferendone innumerevoli inconvenienti e malfunzionamenti. Per questo abbiamo verificato direttamente, in una giornata di test che si è svolta l’11 maggio, la situazione effettiva. Il 90% delle imprese ha denunciato disfunzioni di ogni genere: inutilizzabilità dei dispositivi informatici forniti dal Ministero, ore e ore di impossibilità di accedere al sistema, interruzioni nei collegamenti, procedure lunghissime. Nell’insieme, la nostra valutazione è che il test ha dato un esito che difficilmente avrebbe potuto essere peggiore.
Visto le precedenti iniziative – non esattamente andate a buon fine – varate da Cina e Germania in sistemi di tracciabilità dei rifiuti, esprimo cauto pessimismo sul destino del SISTRI. Comunque il 1° giugno partirà senza ulteriori proroghe, il che (considerando il ponte del 2 giugno, festa nazionale della Repubblica) significherà che nessuno ci lavorerà fino a lunedì 6. Verosimilmente, dunque, nei primi cinque giorni di operatività è possibile che non vengano rilevati problemi. Dalla settimana successiva vedremo quanto realmente resisterà.
E’ giunta l’ora dei Chromebook, ossia dei netbook quasi-notebook dotati di Chrome OS, il sistema operativo sviluppato da Google per lavorare completamente in cloud che andrà ad equipaggiare i Samsung Serie 5.
Prima riflessione: i prezzi non sono proprio popolari. 399 euro per la versione solo WiFi e 449 euro per la versione WiFi+3G. Ci sono netbook con scheda WiFi e con lo stesso display che hanno più RAM, hard disk più che dignitosi e la possibilità di lavorare anche offline.
Seconda riflessione: prima Android (per smartphone, tablet e netbook), poi Chrome (per i cloud netbook). A quando un sistema operativo per server, da usare anche su macchine da adibire a centralino?