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Archivi categoria: tecnologia

Tecno-tamarrate

Ecco un’idea per fare a meno del giubbotto con le strisce catarifrangenti da indossare sulle strade: non bastavano le luci colorate sulle auto, adesso in Giappone c’è la moda del kit di illuminazione a LED per i denti.

Quando lo vedremo sul sorriso dei ragazzi italiani? Io lo consiglierei anche a quelle amabili persone che, al buio, attraversano le strade senza curarsi delle auto in transito… per la loro incolumità, ovviamente.

[via The New Blog Times]

 
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Pubblicato da su 24 gennaio 2011 in news, News da Internet, tecnologia

 

Era meglio il librofonino

 
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Pubblicato da su 20 dicembre 2010 in business, e-book & e-reader, tecnologia

 

Quo vadis, Brokep?

Chi ha conosciuto The Pirate Bay dovrebbe sapere chi è Brokep, alias Peter Sunde, che sta lavorando ad un nuovo progetto:

Peter Sunde – per molti più conosciuto come Brokep, co-fondatore di ThePirateBay.org – vuole cambiare Internet nelle sue regole strutturali, fin dalle sue fondamenta, promuovendo l’introduzione di un sistema di root server distribuito.

Il bersaglio è la gestione di Internet attuata da ICANN, cui oggi competono – tra l’altro – l’assegnazione degli indirizzi IP e la gestione dei sistemi di root server, i pilastri dell’infrastruttura che consente l’accessibilità dei siti Internet e la veicolazione delle e-mail.

Ed è proprio contro questi pilastri che Brokep vuole andare. Non è possibile comprendere se ilpirata svedese sia mosso da disinteressati obiettivi libertari o dalla perdita di un nome a dominio a causa di ICANN e di IFPI, l’associazione che rappresenta l’industria discografica a livello mondiale (che con chiunque faccia parte del mondo di The Pirate Bay evidentemente non hafeeling).

L’obiettivo dichiarato è concettualmente chiaro e consiste nel progetto Dot-P2P mirato ad una rete libera, scevra da politiche autorizzative, discriminatorie o censorie. Difficilmente concepibile con la centralizzazione attuale, secondo Sunde, ma realizzabile partendo da un nuovo sistema di DNS root server alternativo a quello di ICANN, a cui farà seguito – ed è questa l’idea realmente disruptive – un network basato su un sistema DNS peer-to-peer.

“Non stiano re-inventando la ruota – ha dichiarato Sunde, che oltre al wiki sul progetto ha aperto un nuovo blog – stiamo sfruttando al meglio tecnologie già esistenti”. Al momento, sulla scorta di quanto spiegato da Sunde e da altri compagni di progetto, si sa solo che alla base del nuovo sistema ci sarà un’applicazione BitTorrent powered, ma sono ancora molti gli aspetti tecnici da affrontare. A quelli di carattere più amministrativo, invece, si è già pensato: la registrazione dei nomi con TLD .p2p verrà trattata da OpenNIC.

In mancanza di ulteriori dettagli sul progetto, è opportuno che ogni giudizio in merito rimanga in sospeso: in questo momento l’idea può apparire contemporaneamente affascinante e folle. Con l’evolversi degli sviluppi si capirà verso quale parte del crinale si dirigerà.

 
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Pubblicato da su 1 dicembre 2010 in Internet, Mondo, mumble mumble (pensieri), news, News da Internet, tecnologia

 

MyTV

Pare che il digitale terrestre stia arrivando sulla terra. Davvero, stavolta. Però a macchia di leopardo, imperfetto, sovente addirittura irritante. Lo so, devo aspettare ancora qualche giorno per poter avere una situazione meglio definita (ma certamente non definitiva). Nel frattempo, il macropixel regna sovrano: nei canali la cui ricezione non è perfetta, l’immagine è un vero supplizio, e anche l’audio spesso viene inquinato da cinguettii indesiderati. Ma dal momento che qui anche il segnale analogico ha sempre avuto difficoltà ad essere captato in maniera decente dalla mia antenna, non ho molte speranze che questa operazione si concluda bene.

L’avvio dell’iniziativa del magazine MySky Experience in HD varato da Liquida, per il quale il sottoscritto è stato chiamato a collaborare, mi ha motivato a testare i nuovi servizi di Sky. Il tecnico mi ha chiamato un sabato pomeriggio e nel giro di pochi giorni un decoder MySky HD si è intrufolato nel mobile sotto il mio televisore. Credo che qui sia l’unico strumento in grado di portare a casa mia un buon numero di canali  in alta definizione – quella vera – e la cui qualità non delude. Considerando poi che la banda larga da queste parti viaggia a passo di lumaca, non ho speranze di poter fruire di un buon servizio di TV via Internet ne’ a breve ne’ a medio termine, per cui temo che al momento sia l’unica soluzione per chi vuole una vasta scelta di canali.

Nel nuovo decoder c’è la sorprendentemente piacevole funzione di videorecording che permette di memorizzare una o due trasmissioni – registrazioni che possono anche essere programmate – sull’hard disk interno, “capace” di 140 ore di registrazione (stando a quanto mi ha riferito l’installatore). Questa simpatica funzionalità – oltre a far sparire in soffitta il caro, vecchio videoregistratore VHS – permette inoltre di mettere in pausa una trasmissione e recuperarne la visione senza perdere nemmeno un secondo (utile, quando arriva una telefonata proprio “sul più bello”), ma consente anche di recuperare una frazione di trasmissione con una sorta di “rewind” utilizzabile in tempo reale. E’ una specie di “macchina del tempo”, anche se di minuscola portata (niente a che vedere con la DeLorean di Marty McFly di Ritorno al Futuro): con i bambini che ululano e rimbalzano per tutta la casa, capita spesso di vedere una trasmissione e di perdere – seppur per un secondo – un dettaglio, un momento importante, una frase interessante (“cos’ha detto? Non sono riuscito a sentirlo”). Un clic sul telecomando e si recupera quel minutino perduto.

Pollice su anche per il fatto di poter tranquillamente collocare in pensione il mio claudicante decoder DTT e sostituirlo con la chiavetta-decoder USB di Sky, che ha consentito a me di utilizzare un unico telecomando per utilizzare i vari servizi televisivi (il digitale terrestre si posiziona nei canali dal 5000 in avanti), e a Sky di risparmiare i diritti di diffusione satellitare dei canali Rai. Certo, così Sky ha dovuto rinunciare a camminare dritta per la propria strada che porta tutto solo sul satellite, ma probabilmente questo le ha consentito di non perdere una fetta di mercato.

Per il momento il nuovo giocattolo sta dando soddisfazioni a grandi e piccini (per la vasta scelta di canali per giovani e giovanissimi che il DTT ancora non consente), ma ci sarà tempo per evidenziare altri aspetti.

 
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Pubblicato da su 14 novembre 2010 in Life, media, Mondo, tecnologia, Tv & WebTV

 

WiFi, verso la liberalizzazione

La prospettiva di entrare nel prossimo anno con una normativa sul WiFi diversa da quella attuale potrebbe concretizzarsi davvero: Roberto Maroni, Ministro dell’Interno, venerdì scorso ha dichiarato che dal 1° gennaio 2011l’accesso al WiFi pubblico sarà liberalizzato, annunciando il primo passo di un cammino che potrà portare l’Italia a raggiungere – in materia di accesso alla Rete – una disciplina analoga a quella adottata da altri Paesi. In realtà, tutto dipenderà da come proseguirà questo cammino, perché le parole del ministro sono state confortanti, ma non esaustive.

Una nota del Governo informa che “Il Consiglio dei Ministri del 5 novembre 2010 ha approvato un decreto-legge recante misure urgenti in materia di sicurezza, in particolar modo, nelle città e durante le manifestazioni sportive. Il provvedimento inoltre rimuove le restrizioni in materia di accesso alla rete Wi.Fi”. Le ultime due righe del comunicato, che descrive gli ambiti di applicazione del nuovo provvedimento, spiegano: “Infine, pur mantenendo adeguati standard di sicurezza, è previsto il superamento delle restrizioni al libero accesso alla rete WiFi“.

La disciplina dell’accesso alle reti WiFi è contenuta nell’articolo 7 della norma antiterrorismo conosciuta come Decreto Pisanu (poi convertito in legge), che stabilisce l’obbligo – per tutti i soggetti interessati ad offrire un servizio di connettività wireless – di identificazione degli utenti mediante documento di identità e al mantenimento dei log di navigazione. La norma prevede inoltre che il titolare dell’attività che attiva questo servizio debba inoltrare alla questura la richiesta di un’apposita licenza e solamente per questo obbligo era stata fissata una scadenza, definita in prima istanza al 31 dicembre 2007, successivamente prorogata fino all’anno in corso.

In attesa di conoscere i contenuti del decreto legge approvato venerdì scorso, si possono formulare soltanto delle supposizioni: se l’obiettivo del governo fosse quello di non procedere con una proroga al 2011 degli effetti del decreto Pisanu, rimarrebbe in vigore l’obbligo di identificazione con un documento di identità. Per eliminare questa restrizione non sarebbe dunque sufficiente escludere la norma dal decreto milleproroghe (come avvenuto negli ultimi anni), ma si renderebbe necessario un provvedimento che andasse ad abrogare l’articolo 7. Il requisito dell’identificabilità dell’utente potrebbe essere mantenuto solo con nuove disposizioni che – orientate al superamento delle restrizioni oggi in vigore – dovrebbero prevedere l’introduzione di altre forme di tracciabilità.

La spiegazione data dal ministro Maroni preannuncia un percorso in questa direzione: “Per contemperare l’esigenza della libera diffusione del WiFi e quella della sicurezza, valuteremo quali siano gli adeguati standard di sicurezza e dal primo gennaio i cittadini saranno liberi di collegarsi ai sistemi WiFi senza le restrizioni introdotte cinque anni fa e che oggi sono superate dall’evoluzione tecnologica”. Significa che la navigazione degli utenti dotati di laptop, netbook, tablet e smartphone potrà essere tracciata con altri criteri, auspicabilmente rispettosi del diritto alla privacy di ognuno, definiti verosimilmente in un nuovo disegno di legge.

Il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, in seguito alle dichiarazioni liberalizzatrici del ministro Maroni, ha espresso preoccupazione sulla possibilità di tracciare elementi utili ad individuare 16mila reati (le fattispecie finora identificate dalla Polizia Postale), ma contemporaneamente ha dichiarato di ritenere “giusto che un tavolo tecnico in tempi rapidissimi lavori per trovare un punto onorevole di mediazione tra sicurezza e libertà”.

Resta dunque da capire quanto queste forme di controllo possano realmente esprimere efficacia nel reprimere obiettivi terroristici o criminali. Non è evidentemente efficace l’obbligo di identificazione attraverso un documento: un malvivente o un terrorista potrebbe presentare una carta d’identità fasulla, non immediatamente verificabile, con buona pace di chi ha visto nell’articolo 7 del Decreto Pisanu una misura antiterroristica applicabile ad un ambito tecnologico. Ne consegue che chi fa parte di un’organizzazione terroristica o criminale, o ha comunque un’adeguata competenza, può eludere o rendere inefficaci gli strumenti di controllo che lo dovrebbero bloccare.

E forse è proprio con questa consapevolezza che il ministro Maroni, la scorsa settimana, si è confrontrato su questi temi con il responsabile antiterrorismo israeliano in occasione di Israel HLS STOP, la prima conferenza internazionale su politiche ed operatività delle tecnologie di sicurezza. L’evento si è svolto a Tel Aviv presso l’Hotel Dan Panorama, che tra i vari servizi offerti ai clienti consente l’accesso a Internet con WiFi, così come moltissimi altri alberghi e caffé, nonché aree pubbliche di una città che può essere considerata il principale centro economico di un Paese che, con il terrorismo, convive purtroppo da molto tempo e che ha accantonato – in questo ambito tecnologico – la schedatura degli utenti, proprio perché ritenuta una soluzione non efficace.

Ma era proprio necessario cercare un conforto consulenziale ad Israele in merito a questo argomento? Probabilmente no: anche in Italia operano esperti in grado di rispondere alle esigenze legate alle problematiche della sicurezza dell’accesso ad Internet. Sarebbe stato sufficiente avere il loro supporto qualche anno fa per comprendere l’esistenza della possibilità di penetrare in una rete WiFi protetta e la scarsa utilità delle misure previste dal Decreto Pisanu. Oggi potrebbero spiegare al ministro che esistono metodi per navigare in mobilità in modo anonimo anche su reti UMTS.

Ben venga, comunque, l’obiettivo di superare le restrizioni oggi previste per l’accesso alle reti WiFi. Ma non si cada nell’errore di vedere in questa iniziativa la possibilità di far decollare l’accesso a Internet in Italia: il digital divide, come fenomeno tecnologico e culturale, esiste ancora.

[pubblicato alle 00:00 di oggi su The New Blog Times]

 
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Pubblicato da su 8 novembre 2010 in Internet, Ipse Dixit, Life, Links, Mondo, news, News da Internet, privacy, security, tecnologia

 

Le parole sono importanti. Come il WiFi libero

Qualcuno la reputa la notizia del giorno, ma credo sia necessario aspettare: la vera notizia arriverà tra qualche settimana.

Dopo la sua recente visita in Israele, ha detto ancora Maroni, nel corso della quale ha incontrato il responsabile dell’antiterrorismo di Gerusalemme, “ho valutato che si possa procedere all’abolizione delle restrizioni del decreto Pisanu, che scade il 31 dicembre, e dal 1 gennaio introduciamo la liberalizzazione dei collegamenti wi-fi attraverso gli smartphone”. “Da qui a dicembre -ha concluso Maroni- valuteremo quali siano gli adeguati standard di sicurezza e dal 1 gennaio i cittadini saranno liberi di collegarsi ai sistemi wi-fi senza le restrizioni introdotte 5 anni fa e che oggi sono superate dall’evoluzione tecnologica”.

A parte il fatto che l’accesso libero al WiFi non si fa solo tramite smartphone (approssimazione o assurdità? per ora non alzerò il sopracciglio), non c’è nessun motivo per festeggiare. Il ministro Maroni non ha ancora detto nulla sulle misure di sicurezza che saranno introdotte in luogo dell’articolo 7 del Decreto Pisanu: per ora si sa solo che potrebbe non essere più necessaria l’identificazione dell’utente con un documento di identità.

E’ la conclusione più ovvia che si può trarre dalle parole del ministro e dalla frase “pur mantenendo adeguati standard di sicurezza, è previsto il superamento delle restrizioni al libero accesso alla rete WiFi” che si trova nel comunicato stampa diffuso oggi da Palazzo chigi.

Di questi fatti e della prospettiva dell’introduzione di forme di tracciabilità, parlerò più diffusamente lunedì su The New Blog Times.

Per ora buon week-end.

 
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Pubblicato da su 5 novembre 2010 in cellulari & smartphone, computer, Internet, Life, Mondo, news, News da Internet, privacy, security, tecnologia

 

Blekko Blekko

Oggi su The New Blog Times c’è un bell’approfondimento su Blekko, il nuovo motore di ricerca che tenta di entrare in un settore in cui i protagonisti sono sempre stati pochi e ben selezionati: quelli di oggi, che si chiamano Google, Yahoo e Bing (anche se effettivamente il primo ha una salda leadership) hanno fatto dimenticare Altavista, Lycos, Webcrawler, Excite, HotBot e compagni (il discorso potrebbe includere anche Arianna e Virgilio, il cui ruolo è però sempre rimasto nazionale).

In tempi recenti, gli unici a proporre qualcosa di nuovo sono stati Cuil (una prece per la sua prematura dipartita) e Wolfram Alpha. Blekko ovviamente non può essere un clone di quanto già visto in precedenza e per questo i suoi sviluppatori hanno pensato ad una tecnica innovativa che promette un’efficiente raccolta delle informazioni e la composizione di SERP “nette”, ossia scremate da risultati “spam” (come i siti web che aggregano a loro volta link pubblicitari o contenuti prodotti dalle content farm). La parola chiave di questa innovazione è slashtag:

Il termine, che deriva dall’unione di slash(la barra: “/”) e tag (etichetta, ben conosciuta anche da chi usa Facebook), cela in realtà un metodo di funzionamento per via del quale i risultati possono essere condizionati da chi esegue la ricerca.

In questo modo – osserva il Times – esso può ricoprire tanto il ruolo di motore orizzontale(che cerca, cioè, qualunque risultato a partire da una determinata parola chiave) quanto verticale (ossia incentrato su specifici argomenti).

Si modifica, ad esempio, la tecnica con cui si cerca “iPad” sul solo sito di Amazon: mentre con Google si era abituati a cercare digitando “iPad site:www.amazon.com”, con Blekko si cerca digitando “iPad/Amazon”. In altri termini, si verticalizza la ricerca a volontà, e Blekko sostiene di riuscirvi.

La possibilità data agli utenti di creare i propri slashtag lo rende un motore di ricerca partecipativo, una caratteristica che lo accumuna a strumenti come Wikipedia e che, nello stesso modo, può conferirgli – potenzialmente – una maggiore autorevolezza.

Al momento è possibile apprezzarne i risultati utilizzandolo per ricerche in linuga inglese, ma l’aspettativa è alta: la nuova piattaforma esce da un cantiere durato tre anni (ma lo sviluppo è ancora in corso, visto che si tratta di una beta), che ha beneficiato di finanziamenti per 24 milioni di dollari. Lo sforzo profuso potrà verosimilmente sfociare in ambizioni globali che non potranno escludere altre localizzazioni linguistiche. Ma, come per tutte le realtà presenti sul web, i finanziamenti per l’avvio non bastano per la sopravvivenza e presto sarà necessario avere una forma di sostentamento autonomo basata su un modello di business, verosimilmente derivante da soluzioni di advertising mirato. Che per gli utenti sarà accettabile se – come nella dichiarata filosofia di base – non sarà anch’esso inquinato da spam.

 
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Pubblicato da su 3 novembre 2010 in Internet, Life, Mondo, news, News da Internet, tecnologia

 

Ma chi ci spia davvero su Facebook?

Ha suscitato scalpore la notizia esclusiva riferita dall’edizione online de L’Espresso e relativa ad un accordo siglato tra Facebook e la Polizia delle Comunicazioni che – primo caso tra gli organismi di pubblica sicurezza in Europa – le consentirebbe di effettuare controlli approfonditi sugli utenti del social network senza dover chiedere nulla alla magistratura. Notizia che, però, è stata vigorosamente smentita dai vertici della stessa Polizia Postale.

In virtù dell’accordo, agli investigatori italiani sarebbe stata dunque concessa una “corsia preferenziale” utilizzabile “soprattutto nella lotta alla pedopornografia, al phishing e alle truffe telematiche, ma anche per evitare inconvenienti ai personaggi pubblici i cui profili vengono creati a loro insaputa”. Obiettivi conseguibili operando – secondo l’articolo – in deroga alle normative che prevedono l’applicazione e il rispetto un iter autorizzativo, come la Protezione Civile per le operazioni di emergenza.

Alla legittimità degli intenti anticrimine di questa iniziativa si contrappongono però alcune condivisibili perplessità, altrettanto legittime: innanzitutto – se l’indiscrezione corrispondesse a verità – sarebbe opportuno capire entro quali confini si potrebbe muovere la Polizia. Va da se’ che l’utilità dell’analisi di un profilo si potrebbe spingere a tutto, dagli status update (incluse le informazioni di geolocalizzazione), alle foto, fino alla cronologia delle chat, configurando un’attività di perquisizione e intercettazione di contenuti digitali paragonabile a quella svolta dalla Polizia sulle intercettazioni telefoniche autorizzate dalla magistratura,  che il Governo da tempo cerca di arginare.

Decisa la smentita del direttore centrale della Polizia Postale Antonio Apruzzese: “Figuriamoci se la polizia si mette a spiare i navigatori di Facebook. Quando la polizia postale o altri organi (Carabinieri, GdF ecc ecc.) nel condurre una indagine si trovano ad intercettare comunicazioni su Facebook, si muovono sempre con l’autorizzazione della magistratura. Anche perché nel caso contrario tutto ciò che si fa non avrebbe alcun valore processuale. Anzi se violassimo la rete senza autorizzazione della magistratura commetteremmo un reato penale“.

Apruzzese puntualizza: “Ai primi di ottobre sono venuti in Italia, dopo lunghe trattative e contatti i responsabili di Facebook al massimo livello accompagnati anche dai loro legali e hanno illustrato le procedure per chiedere ed ottenere l’accesso alla rete per vicende di polizia giudiziaria e, soprattutto per quali casi, in base alla legislazione anglosassone, si possono concedere le autorizzazioni. Hanno spiegato punto su punto, abbiamo stilato le linee guida e girato le direttive a tutti gli organismi di polizia italiana“.

Un incontro durato due giorni, a cui la stampa italiana aveva dato ampia pubblicità e che si era svolto in Italia, con una spedizione proveniente da Palo Alto. In una delle tante note riportate dalle agenzie di stampa il 7 ottobre si leggeva infatti:

A conclusione della due giorni sono state definite le “linee guida” che regoleranno i rapporti tecnico-operativi fra la Polizia Italiana e l’azienda statunitense con particolare attenzione agli aspetti di prevenzione e riduzione degli illeciti commessi online. Il documento riflette l’ottimo rapporto di collaborazione da tempo in atto tra il Servizio Polizia Postale e delle Comunicazioni e i responsabili di Facebook e potrebbe divenire a breve uno standard internazionale. Infatti, unico del suo genere, costituisce una importante innovazione nei rapporti di cooperazione internazionale tra rappresentanti del settore pubblico e privato.

L’articolo esclusivo de L’Espresso potrebbe quindi essere una libera interpretazione di quell’incontro (e questo è ciò che la smentita di Apruzzese induce a credere), oppure il resoconto di un seguito più riservato, con un nuovo incontro tenutosi a Palo Alto, su cui però non esistono ulteriori conferme.

Ciò che è certo è che, per l’ennesima volta, si parla di problemi di privacy in ordine a Facebook, che cadono appena qualche ora dopo la rivelazione di quei 6600 dollari “investiti” dall’azienda per portare a cena rappresentanti della maggioranza politica californiana e convincerli ad abbattere un disegno di legge sulla riservatezza, e qualche giorno dopo la scoperta che la piattaforma ospita da tempo applicazioni-colabrodo che diffondono dati personali a beneficio del mondo del marketing e all’insaputa dell’utente. A questo punto, per chi ancora non ha pensato all’opportunità di gestire in modo opportuno il proprio profilo su un social network, s’impone una seria riflessione.

[oggi su The New Blog Times]

 
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Pubblicato da su 29 ottobre 2010 in curiosità, Internet, Life, Mondo, news, News da Internet, privacy, security, social network, tecnologia

 

Legge Pisanu, ora parla Maroni

La settimana scorsa lo aveva promesso il ministro Renato Brunetta e non se n’è fatto nulla. Oggi ne ha parlato il ministro Roberto Maroni:

‘La prossima settimana verra’ portata in Consiglio dei ministri una proposta che supera la norma Pisanu, in scadenza il 31 dicembre’, sull’accesso a Internet. Lo ha detto il ministro Maroni. ‘C’e’ stata un’evoluzione tecnologica che ci consente superare le restrizioni previste dal decreto Pisanu del 2006 e di contemperare le esigenze di sicurezza e l’attivita’ investigativa con lo sviluppo dell’accesso alla rete internet’, ha spiegato durante il question time.

A parte la superflua giustificazione data dall’evoluzione tecnologica, terrei solo a sottolineare che:

  • il ministro Brunetta aveva parlato di un grande consenso politico, precisando: “il ministro Maroni si è detto disponibile”. Presumendo dunque un certo accordo, si può parlare di un sostanziale allineamento tra i due in tema di accesso Internet in WiFi
  • nel question time, il ministro Maroni (Lega Nord) ha parlato in risposta ad un’interrogazione di cui si è fatto portavoce l’onorevole Jonny Crosio (Lega Nord). Presumendo un certo accordo, si può parlare di un sostanziale allineamento tra i due in tema di accesso Internet in WiFi.

Ci crediamo? Riflessioni a catena

  • non c’è due senza tre, per cui è lecito attendersi una terza dichiarazione allineata a quanto sopra. Per competenza, potrebbe essere formulata dal ministro Paolo Romani
  • e il quarto vien da se‘. Non dimentichiamoci che, in materia, si è espresso anche il ministro del turismo Michela Brambilla. Circa un anno fa.
 
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Pubblicato da su 27 ottobre 2010 in Internet, Ipse Dixit, Life, Mondo, news, News da Internet, tecnologia, TLC

 

La procura di Roma apre un fascicolo su Street View

Reuters riferisce:

La Procura di Roma ha aperto un fascicolo su Google Street View, il sistema che consente di visionare dal proprio computer strade e luoghi in molte parti del mondo, per stabilire se violi la privacy. Lo riferiscono fonti giudiziarie.

Il fascicolo, per ora contro ignoti, ipotizza il reato di violazione della privacy, ed è stato aperto in seguito a una comunicazione del Garante per la privacy, che si è occupato della questione nei giorni scorsi, su eventi sensibili che sarebbero stati captati su reti wi-fi.

Google è rappresentato dagli avvocati Giuliano Pisapia e Giulia Bongiorno.

 

 
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Pubblicato da su 27 ottobre 2010 in Internet, Life, news, News da Internet, privacy, security, tecnologia

 

Street View, i “vincoli” del garante della Privacy

Una multa da 30mila a 180mila euro: è questo il rischio a cui potrebbe andare incontro Google se i prossimi “raid” delle Google-car sulle strade italiane non saranno ampiamente annunciati alla popolazione interessata. E’ quanto si legge nell’anticipazione di un nuovo provvedimento del Garante della Privacy contro l’invadenza diStreet View, il servizio abbinato a Google Maps che offre visualizzazioni a 360° di tutti i vari luoghi in cui sono passate le auto dotate di fotocamere panoramiche.

Il provvedimento – reso noto nei giorni scorsi dal blog tenuto da Flavia Amabile su La Stampa.itrimbalzato anche oltreoceano – non è stato ancora pubblicato nel sito del Garante. Primo nel suo genere in Europa, fa seguito all’indagine condotta dall’Authority italiana su Google, Street View e i dati indebitamente raccolti dalle Google-car e ne costituisce – di fatto – la prima reazione: il provvedimento di settembre con cui si disponeva “il blocco di qualsiasi trattamento dei payload data raccolti sul territorio italiano” era una sorta di atto dovuto e già spontaneamente attuato dalla stessa Google.

Il Garante, nella persona del presidente Francesco Pizzetti, avrebbe però dichiarato di essere mosso da altri input: «Abbiamo ricevuto proteste persino da amministrazioni locali. Non c’è nessun dubbio che Street View possa rappresentare uno strumento molto utile nel settore turistico, permette di vedere le località di vacanza, aiuta a scegliere e ad organizzare un viaggio. Ma è anche vero che può essere eccessivamente invadente nella vita dei cittadini e dunque bisogna stabilire alcune regole».

La prima nuova regola anticipata stabilisce che nelle prossime occasioni in cui Google volesse sguinzagliare le proprie auto sulle strade italiane, dovrà comunicarne la presenza in modo palese attraverso cartelli o adesivi leggibili posti sulle auto, onde dare modo ai cittadini di non cadere in tranelli anti-privacy come quelli in cui sono letteralmente precipitati alcuni mariti napoletani, vittime anche del passaggio delle auto inviate da Mountain View. Mancherebbe solo un altoparlante posto sul veicolo, o un megafono come quelli usati dagli arrotini per annunciare il loro arrivo nel quartiere.

Ma non è tutto: il Garante ha infatti stabilito che Google dovrà anche preannunciare l’arrivo delleGoogle-car in una determinata località con un anticipo di tre giorni e – qualora si tratti di una metropoli – indicando in quali quartieri transiteranno. L’annuncio dovrà essere diffuso tramite il sito web, ma anche con la pubblicazione della notizia su almeno due quotidiani, nella cronaca locale, e attraverso un’emittente radiofonica locale.

Il provvedimento ha solo in apparenza proporzioni eccessive, in realtà propone misure che possono rivelarsi inefficaci: la pubblicità che Google dovrebbe dare agli itinerari dei propri veicoli potrebbe essere tranquillamente ignorata da chi non legge quei due qoutidiani, non ascolta quella radio locale e non si preoccupa di visitare il sito web di Google.

Non si tratta di una soluzione che agevola l’informazione del cittadino e quindi questa vicenda può avere varie letture: se il Garante, con questo provvedimento, ritenesse di tutelare in modo appropriato la privacy dei cittadini, significherebbe che nel suo immaginario la popolazione italiana è disposta a guardare ogni giorno il sito web di Google, o a spulciarsi le pagine di cronaca locale sui quotidiani (quali?), o ancora ad ascoltare (a che ora? in che trasmissione?) una radio locale in attesa del temuto annuncio. D’altro canto, si potrebbe invece pensare che il provvedimento sia stato così configurato per dimostrareattenzione verso un problema difficile da affrontare in modo adeguato.

Oltre a chi tiene alla propria privacy, fra coloro che potranno trarre beneficio da questo provvedimento si troveranno gli sfaccendati in cerca di visibilità: sapendo con maggiore precisione momento e luogo del passaggio delle fotocamere panoramiche di Street View avranno modo di farsi belli per l’occasione senza essere colti di sorpresa. Il che, in un mondo dominato da reality-show e persone in cerca di un warholiano quarto d’ora di notorietà, non sembra così inverosimile. Chissà, dopo la figura del tronista potrebbe nascere quella dello stradista.

[pubblicato oggi su The New Blog Times]

 
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Pubblicato da su 25 ottobre 2010 in Internet, Life, Mondo, news, News da Internet, privacy, security, tecnologia

 

Il tablet di HP

Negli USA sta per partire la vendita dello Slate 500, il tablet di HP con Microsoft Windows 7.

Display LED touchscreen da 8,9 pollici con risoluzione 1.024×600 pixel, HP Slate Digital Pen (il pennino), doppia webcam (frontale VGA, da videochiamate, e posteriore da 3 Megapixel), CPU Intel Atom Z540 da 1,86 GHz, RAM da 2 GB, Bluetooth, WiFi, una porta USB 2, uno slot per schede SD. Niente hard disk, ma un Solid State Drive da 64 GB. A bordo, attorno all’orbita del sistema operativo Microsoft si trovano i software Acrobat, Adobe Reader e la suite Office 2010 con Evernote. Il peso è di 680 grammi. Per la batteria HP dichiara un’autonomia di 5 ore.

Dalle caratteristiche sembra un netbook senza tastiera. Il prezzo di 799 dollari, però, è abbastanza allineato all‘iPad.

 
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Pubblicato da su 25 ottobre 2010 in computer, news, News da Internet, tablet, tecnologia

 

Dubutta oggi il social thriller di Vito di Bari

Si chiama Social Killer, ma è un social thriller: Vito di Bari ha pensato di modernizzare il concetto di romanzo a puntate, declinandolo in chiave social. Al centro della storia c’è infatti il social network Datebook, utilizzato da un serial killer per raccogliere amicizie tra cui scegliere le proprie vittime. Ma Datebook è anche il nome di un blog vero e proprio che apre i battenti proprio oggi e che è stato realizzato allo scopo di coinvolgere i lettori nella caccia all’assassino.

Il romanzo è formato da 108 capitoli, scaricabili di giorno in giorno, per quattro mesi. L’utente potrà effettuare il download di ogni capitolo sul proprio smartphone e interagire con i profili dei personaggi presenti su Facebook. L’opera non prevede un vero e proprio costo di acquisto, ad eccezione di quelli richiesti dall’operatore di telefonia mobile per la connessione necessaria ai download.

Gli utenti dotati di iPhone o iPod Touch troveranno su iTunes Store l’applicazione Social Killer e i capitoli del romanzo, nella sezione libri. I clienti Vodafone potranno invece ricevere settimanalmente tre link per scaricare su cellulare i vari capitoli del romanzo, inviando un SMS con scritto “Killer” al numero 4887700.

E’ un’iniziativa interessante, che mostra una delle possibili strade alternative che l’editoria potrebbe sperimentare.

Se vi interessa il primo capitolo, eccolo qui (grazie Vito):

1. Una piccola torcia

Se ora entrasse nella cameretta per controllare, nel letto del figlio la signora Lina vedrebbe solo una collinetta. È la sagoma di un bimbo che dorme rannicchiato sotto le coperte.
Ma non è il figlio, e non dorme.
Suo figlio è cresciuto e vive lontano, sotto quelle coperte ora c’è un altro bimbo che tiene in mano una piccola torcia e legge un libro. Fa finta di dormire e legge per ore, ha otto anni ed è il figlio della vicina, Fernanda, che abita al piano di sotto e lavora di notte.

“Me lo terrebbe lei, signora Lina?” le aveva chiesto tre anni prima, dando la mano a quel ragazzino con l’aria da monello e il sorriso di un angelo. “Glielo porto alle nove e vengo a prendermelo verso le due, quando smetto di lavorare.”
“Tutte le sere?” aveva risposto la signora Lina per prendere tempo, ma aveva già deciso.
“Sì, tranne i lunedì quando riposo. Le darei qualcosa, naturalmente. Per il disturbo …”
Il bambino disturbo non gliene dava. La signora Lina si sentiva molto sola in quella casa rimasta prima orfana del marito e poi abbandonata dai figli. Le disse di accomodarsi, si misero d’accordo.
Passarono gli anni, tutte le notti Fernanda veniva a riprendersi il figlio addormentato e lo portava in braccio al piano di sotto perché si svegliasse nel suo letto dopo essersi addormentato in un altro. Lui si addormentava sempre tardi, non aveva mai voglia di dormire. Gli piaceva leggere storie fantastiche nei libri che gli comprava la mamma. Immaginava di essere un cavaliere antico, un esploratore, un pirata, uno sceriffo. Dormendo, gli sembrava di buttare via il tempo. Ma la signora Lina era inflessibile.
“Alle nove e mezza si spegne la luce e si dorme” aveva detto.
“Posso avere quella piccola torcia, mamma?” aveva chiesto il figlio alla madre, al supermercato.
Lei aveva detto di sì e così era iniziata quell’avventura segreta sotto le coperte. Al riparo dei rimproveri della signora Lina, leggeva per ore tutte le notti.

“Che guaio!” pensa il bambino, chiudendo il libro “sono stato uno stupido!”

 
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Pubblicato da su 6 ottobre 2010 in e-book & e-reader, Internet, Life, media, news, News da Internet, social network, tecnologia

 

Forse non tutti gli utenti di Android sanno che…

Due terzi delle applicazioni disponibili su Android Market possono costituire un rischio per la privacy degli utenti che le utilizzano. Lo sottolinea una ricerca condotta da un team formato da ricercatori provenienti dalla Duke University e dalla Penn State University in collaborazione con Intel Labs su un campione di software diffusi dalla piattaforma riservata agli smartphone dotati del sistema operativo made by Google.

Tra le applicazioni da analizzare sono state scelte quelle che richiedono l’accesso a dati personali e quelle di geolocalizzazione (una trentina di applicazioni in tutto sulle 358 selezionate fra le più diffuse), che spesso hanno come effetto collaterale l’invio frequente di informazioni a server esterni. Un’attività di cui l’utente finale, spesso, non è affatto consapevole.

L’analisi è stata svolta con l’utilizzo di TaintDroid, una soluzione che consente di tenere sotto controllo le applicazioni e le informazioni che trasmettono fin dal momento della loro installazione, che ha fatto emergere come determinati software acquisiscano e trasmettano numeri di telefono, ID dell’apparecchio, posizionamento dell’utente.

La giustificazione di Google – che si discolpa trasferendo all’utente la responsabilità della fuga indesiderata di informazioni a causa di applicazioni da lui stesso scelte – non sembra sufficiente ai ricercatori, che auspicano maggiore trasparenza sulle dinamiche di funzionamento delle applicazioni.

Sul piano formale, a mio avviso, Google e il team di sviluppo di Android possono al massimo essere ritenuti corresponsabili, insieme agli sviluppatori delle applicazioni: questi ultimi dovrebbero dare modo agli utenti di conoscere le implicazioni derivanti dall’utilizzo dei loro programmi; l’Android Market, dal canto suo, potrebbe imporre questa trasparenza e fissarla come requisito indispensabile per ottenere la distribuzione delle applicazioni.

Chi fosse curioso di vedere TaintDroid al lavoro può dare un’occhiata qui:

 
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Pubblicato da su 1 ottobre 2010 in Buono a sapersi, cellulari & smartphone, Internet, Life, Mondo, news, privacy, security, tecnologia, telefonia

 

Geolocalizzatevi con prudenza

Facebook Places, a un mese dal lancio USA, è sbarcato in Italia come Luoghi di Facebook. Tutti gli appassionati sono attesi al check-in. Leggere attentamente le avvertenze e le modalità d’uso. In ogni caso, localizzatevi con prudenza 😉